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SABATO SANTO – VEGLIA PASQUALE

Al centro della liturgia c’è il cero, simbolo di Cristo, luce che vince le tenebre del mondo: “io sono tua luce del mondo”.


Le “tenebre” simboleggiano il nostro smarrimento, il nostro procedere a tastoni lungo le vie della storia, storditi dalla moda corrente.


Egli è il punto di riferimento nel nostro errare. Luce della “comunità”, come evoca l’accensione delle candele nella chiesa buia. Si manifesta come il “noi” della fede in una comunità capace di gesti profetici. Egli, la Luce, invita ad essere luce, lucerna sul candelabro.


Per questo esplode la gioia espressa nel canto dell’Exultet, una composizione risalente alla fine del quarto secolo. E’ la gioia per l’annunzio che si ripete attraverso i secoli: “è risorto, alleluia”, canto nuovo dei salvati in lode a Dio.


Le letture bibliche tracciano questo orizzonte che dalla creazione si sviluppa snodandosi negli episodi della storia della salvezza con Abramo, con l’esodo, con l’alleanza al Sinai, con la parola profetica, fino all’annunzio del Risorto. La fede in lui diventa il battesimo nella Chiesa: il Vivente è tale non solo nel rito, ma nella nostra storia, nella nostra vita, in tutte le nostre vicende.


Nel brano di Vangelo Luca riferisce le difficoltà della nostra fede: le donne trovano la pietra ribaltata, ma non il suo corpo.


Il Cristo pasquale non può essere trovato come oggetto. Egli va sempre cercato, attraverso mille incertezze, nel balenio dei segni.


Per molti oggi siamo noi, che affermiamo di essere credenti, il segno! Perciò, non ci limitiamo a dire “buona Pasqua”. Come usano gli orientali, proclamiamo “Cristo è risorto ed é vivo in mezzo a noi”. Da qui proviene la gioia che inonda il mondo nella consapevolezza che in Lui anche noi abbiamo vinto la morte!



                                                     VENERDI’ SANTO


Oggi celebriamo solo la liturgia della parola, come si legge nella lettera agli Ebrei, spada che penetra. Gesù muore: è un fatto che possiamo raccontare; ma non è solo una vicenda storica, è anche un mistero sul quale vogliamo riflettere.

Il dolore di Gesù è diverso perché è stato un dolore libero, voluto, senza traccia di costrizione o necessità, infatti nel canone eucaristico diciamo: “offrendosi liberamente alla sua passione”. Infatti egli é “servo di Jahvè” di cui parla il profeta, “l’uomo dei dolori che conosce il patire”.


L’intensità del suo patimento segna la trama della sua passione.


Culmine del dolore del suo spirito è il sudore di sangue al Getsemani. Per capirne l’intensità è necessario considerare cos’è il peccato.


Culmine del dolore del corpo è la flagellazione, quando è precipitato nella solitudine totale in preda agli aguzzini, situazione che lo accompagna fino al Calvario.

La tradizione riporta il gesto della Veronica: una mano gentile si protende con un panno ad asciugargli la faccia, un gesto di compartecipata adesione alle sue sofferenze.

La morte di Gesù è un grande mistero.

Morto perché?

Per la nostra giustificazione. (Gal. 2,20)

Ha sofferto ed è morto per me, mi ha amato e ha dato se stesso per me.

La presenzialità del crocifisso: però, non su di lui, ma su di noi dobbiamo piangere (Lc 23,28), non i lamenti dettati da sentimentalismo, ma pianto per convertirci.

Inginocchiamoci di fronte ad un Cristo crocifisso raffigurato senza mani, senza piedi, senza voce e preghiamo.

Chiediamogli la forza e la grazia di essere noi

le sue mani per asciugare il volto di tanti poveri,

i suoi piedi per andare dove c’è bisogno di portare la speranza,

di essere la sua voce che annunzia la salvezza.



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ANNO C – GIOVEDI’ SANTO


Quando la famiglia ebraica si metteva a tavola il 14 di Nisan, era prescritto che il figlio più giovane rivolgesse al padre la domanda: “che significa questo rito che stiamo per compiere questa notte?” Nel cenacolo Giovanni rivolse il quesito a Gesù.

Poniamoci anche noi la domanda: che significa ciò che facciamo in questi giorni?

Stiamo per rivivere quanto avvenne in quel giovedì. Tre misteri vengono ricordati: Cristo istituisce l’eucaristia e l’ordine sacerdotale e dà il mandato della “carità”.

L’eucaristia è nella nostra vita di cristiani ciò che è il sole nella vita fisica: luce, l’energia, gioia stessa di vivere. Già i primi cristiani avevano approfondito il significato dell’eucaristia che era innanzitutto “memoria”, racconto dell’amore di Cristo (I Cor. 11,23).

Come è bello poter raccontare l’amore mettendo da parte ogni discorso astratto: “avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine”. A questo amore non era di ostacolo il tradimento, nulla era di ostacolo al suo amore.

L’eucaristia era impegno nell’oggi: “compagnia della vita” derivante dal fatto di mangiare lo stesso pane frutto del lavoro, da essa scaturisce il bisogno di solidarietà. “prendete e mangiate questo è il mio corpo dato per voi”, ognuno di noi dovrebbe dire: “questo è il mio tempo, il mio lavoro, il mio sacrificio, il mio aiuto”; quando questo non avviene diventiamo traditori dell’eucaristia. Paolo dice (I Cor. 11,29) "chi mangia e beve indegnamente mangia la propria condanna", cioè se riceviamo l’eucaristia chiusi nel nostro egoismo, soddisfatti del nostro “perbenismo” la trasformiamo in un rito consolatorio che non ci apre agli altri!

E’ in questo “impegno nell’oggi” il senso profondo della lavanda dei piedi. Giovanni non narra l’istituzione dell’eucaristia, ma riferisce questo fatto, in sé sconvolgente. Noi sovente lo riduciamo a mero rito. Segno della sua pericolosità è l’incomprensione di Pietro: “no, mai”. Come è difficile spogliarsi del concetto di “autorità” come potere, perché diventi servizio.

Ecco perché l’episodio è anche segno della “chenosi” del verbo di Dio… (Fil.2). L’eucaristia: “attesa della venuta di Cristo”, “in attesa della tua venuta” viviamo veramente nell’attesa di questa venuta? cosa sarebbe la Pasqua senza tale attesa?




R
iflessioni Domeniche di Quaresima

    
Domenica delle palme

Con la domenica delle palme e della passione del Signore inizia la settimana che ha salvato il mondo. I riti di questi giorni ci accompagnano nella rievocazione delle ultime ore di vita di un uomo messo in croce dopo aver baciato chi lo tradiva e la sera precedente si era chinato a lavare i piedi ai suoi discepoli assumendo, di fronte all’umanità, l’atteggiamento del servitore dei bisognosi e di propagatore della gioia.


E’ il gesto che abbiamo visto fare dal papa quando, inchinandosi, ha chiesto la benedizione perché possa testimoniare di Cristo, il quale non chiede sacrifici, ma sacrifica se stesso per salvare.


La croce così aiuta a credere. Ma a che cosa?

I cristiani hanno fede nella sua vittoria, che è la vittoria della vita.


Attraverso l’accettazione della croce, che campeggia su uno scenario di tenebre, palcoscenico per l’ipocrisia e l’orgoglio propri dell’ora di Satana, si vivono momenti di incontenibile costernazione, ma anche di speranza per un mondo nel quale è pronta ad esplodere la luminosa verità della risurrezione.

A noi è proposta in varie fasi la storia di un amore che supera l’odio, che non arretra e che perdona. Al centro c’è la croce sulla quale è inchiodato un uomo che da infamia la trasforma in segno di un amore che salva; infatti, ancora oggi quando, perseguitati, auspichiamo la vendetta, basta stringere questa icona tra le mani o accettarla nel cuore per sentirsi redenti.

Allora, riconoscenti, percorriamo il pellegrinaggio della vita utilizzando le tre corsie a disposizione: quella del calvario, il cui dolore purifica, riconcilia ed eleva; quella che passa per Gerico e induce a riconoscere in ogni uomo che soffre il fratello; quella di Emmaus, che fa riacquistare il senso vivo della presenza di Cristo che parla per condurre all’esperienza dell’eucaristia.


In questo modo la storia di Gesù rompe tutti gli schemi, apre al nuovo, invita a scelte personali coraggiose, assimila a sé salvaguardando l’originalità di ogni uomo.


Disorientati, noi non comprendiamo il comportamento di Dio, che genera stupore quando non interviene per evitare che suo Figlio sia inchiodato e, povero e nudo, muoia.


Questo fatto, fondamento della nostra fede, diventa vivo memoriale di una donazione totale che genera speranza perché il buio spettrale del male non è sceso sulla terra per sempre, ma domina sull’umanità soltanto da mezzogiorno alle tre di un tragico venerdì, poi è ritornato il sole, che da allora ancora ci illumina, anche quando non lo vediamo.

Sei disposto a partecipare a tutti i riti della Settimana Santa? Perché?


Quinta Domenica di Quaresima

Nella prima lettura (Isaia 43,16-21) colpisce la frase del profeta: “non ricordate le cose passate, non pensate più alle cose antiche”. Egli si rivolge al popolo d’Israele in esilio, deportato in Babilonia, e lo incita a sperare nel Dio dei padri, sempre fedele in una situazione che sembrerebbe chiusa alla speranza per il disagio interiore generato dalla schiavitù morale, civile e politica. La liberazione di Dio si esprime in novità di vita; afferma il profeta: “ecco, faccio una cosa nuova: essa già germoglia, non ve ne accorgete?

Nella seconda lettura (Filippesi 3,8-14) Paolo parla del cambiamento radicale avvenuto in lui dopo l’incontro con Cristo: vede con occhi nuovi il mondo e i suoi valori. La novità di Gesù è entrata in lui ed ha compreso che salvezza e grazia sono dono di Dio, non frutto del nostro efficientismo. Così l’uomo nuovo si apre al dono dello Spirito.

I farisei dell’episodio dell’adultera rappresentano l’uomo vecchio, non erano ricorsi a Gesù con cuore sincero, pronti alla conversione e disposti ad accettare la verità; avevano il loro schema mentale e loro scopo era solo far cadere Gesù in contraddizione. Anche oggi possiamo individuare operanti i protagonisti di quel fatto. Tanti accusatori non cercano la verità, ma pongono domande per tendere un laccio al Maestro; Gesù scrive per terra e proclama “chi è senza peccato” sollevando il coperchio dalla coscienza di ognuno. Si sono versati fiumi d’inchiostro per stabilire cosa potesse scrivere. Probabilmente nulla, era un gesto di distacco per manifestare la propria amarezza nel constatare l’accanimento nell’accusare un proprio simile, una sorella che aveva sbagliato. Il silenzio allora si fa pesante e insopportabile, la folla si disperde. Gesù rimane solo con l’adultera, a fronteggiarsi sono la miseria e la misericordia, come sintetizza mirabilmente Agostino.

Nella sua risposta Gesù introduce una duplice novità. Prima di tutto, egli non considera quella donna come isolata nel suo peccato di fronte a tutti gli altri, ma coinvolge nel giudizio tutti gli accusatori: “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”; quindi, non nega che ci si debba pronunciare sul peccato o rimanere indifferenti. Ma insegna che ognuno deve rivolgere prima di tutto a se stesso giudizi di accusa perché tutti sono peccatori e bisognosi di perdono e conversione. In secondo luogo Gesù ricorda che il giudizio di Dio non è mai spietato; invece di chiudere l’uomo nell’umiliazione del suo peccato, Egli tende a liberarlo perché possa ricostruire più autenticamente in una nuova innocenza dello spirito. La novità di Gesù è presentare un Dio che accoglie, abolisce le divisioni, siede a mensa con i peccatori, mette l’amore al di sopra di tutte le leggi e prescrizioni.

Non lasciamo passare questa Pasqua senza un profondo rinnovamento interiore, realizzato se apriremo il nostro spirito al Vangelo e a Gesù mite e forte insieme, venuto non per condannarci, ma per dirci: “alzati, cammina, va avanti… non peccare più”.

Qual è, dunque, la novità di Dio? Ecco: si presenta come colui che accoglie e che perdona! Lo si sperimenta nella celebrazione penitenziale: celebrazione di una misericordia che non è accondiscendenza, ma momento di novità, di vita nuova.



IV DOMENICA DI QUARESIMA

Riconciliazione è vedere la vita con gli occhi di Dio, il quale prende l’iniziativa perché è Padre che infonde amore. La liturgia della parola della IV domenica di quaresima invita a riflettere sul dono di una patria (I lettura
Giosué 5,9.10-12), di una casa (Luca 15,1-3.11-32), di una personalità (II lettura 2 Corinzi 5,17-21).

 

Di “prodigo” nella parabola è l’amore del Padre. Questo padre non è permissivo o autoritario. Ci si comporta così solo quando non si è capaci di essere realmente genitori, di instaurare con i figli rapporti che implicano il dialogo ed il rispetto della libertà. Il padre della parabola é soltanto padre, costante riferimento nella vita del figlio, nonostante i suoi smarrimenti e le sue fughe. Il Padre che Gesù ha rivelato non aspetta in casa che il figlio ritorni; con Gesù va nella casa dei peccatori e mangia con loro, un modo di fare che provoca lo sdegno dei benpensanti, occasione della parabola.

 

Luca precisa che nel figlio minore rilevante non è tanto lo sperperare, ma il comportamento, conseguenza della convinzione che la casa é una prigione, la presenza del padre ingombrante, l’andar via libertà. Perciò, il suo ritorno diventa conversione non perché decide di lavorare in casa come salariato, ma per aver capito che vi si sta meglio; il suo ritorno a casa non è un prezzo da pagare, ma una mentalità da cambiare. Da qui il contrasto col fratello maggiore, monumento di formale inappuntabilità, un burocrate della virtù. Pur presente in casa conserva un distacco interiore ed affettivo espresso con le parole: “questo tuo figlio” - miscuglio di ironia verso il padre e disprezzo verso il fratello - mentre il padre cerca di ravvivargli l’amore ricordandogli che a ritornare è suo fratello. Finché persiste la spavalda sicurezza mai incrinata dal dubbio la sua conversione è impossibile; é convinto di essere sulla strada buona. Figura quindi del fariseo di cui parla l’introduzione della parabola (Lc. 15,1-3), non riesce a condividere la gioia del padre e prova invidia per l’accoglienza. Pensa che peccato sia dilapidare le sostanze, non l’essersi allontanato da casa, dove egli è rimasto, ma con l’animo del mercenario, convinto che fuori si stia meglio. La sua è la fedeltà del servo, non sa gioire col padre; nel fratello non vede un povero da salvare, ma un fortunato da punire.

 

Non c’è riconciliazione più profonda di quella che Cristo ha operato, perché egli è venuto per innestarci in lui, perché fossimo una sola cosa con lui. Che domenica prossima la Cattolicità, nel festeggiare il nuovo papa, si senta confortata da questa esperienza di riconciliazione in Cristo operata dallo Spirito.

 

                                                           °°°

Sei pronto a seguire il figliol prodigo, consapevole che Qualcuno ti attende a casa, anzi è già per strada pronto a venirti incontro per abbraccianti?






III domenica di quaresima: 
Il fico, il contadino e il padrone, parabola sull’Italia, noi e il Signore

 

I risultati elettorali sono un invito ad una approfondita analisi sui veri bisogni del paese.

Il partito che ha raccolto il maggior numero di suffragi di protesta ha denunciato a gran voce l’inaffidabilità dei politici, chiedendo che vengano definitivamente ridimensionati come casta interessata soltanto al privilegio proprio e dei sodali.

Un gran numero, inaspettato qualche settimana fa, ha avuto paura delle novità, percepite come minacciose. La loro è una comprensibile preoccupazione, strumentalizzata però dai protagonisti di un ingiustificabile egoismo, bandiera della conservazione a proprio uso e consumo, al di là del rispetto di ogni regola e, perfino, della decenza perché si ritiene che è possibile comprare tutto con una ricchezza costruita troppo in fretta ed oggetto di legittimi sospetti.

La variegata galassia della sinistra ha tentato di dare forza e speranza al grido di dolore di chi ha bisogno di lavorare per uscire dalla morsa della povertà.

Il centro si è mostrato statica minoranza, verso la quale il paese nutre scarsa fiducia per esperienze recenti quando, in nome dell’esigenza di porre riparo ai guasti di una politica incapace, ha scelto di prediligere innanzitutto interessi finanziari, a volte i veri rispondibili di una crisi che si trascina da un lustro tarpando le ali ad ogni possibilità di sviluppo e ponendo in rotta di collisione le generazioni, dopo aver minato la solidità materiale della famiglia e reso ancora più buie le prospettive dei giovani.

Che fare: attendere lo sfascio definitivo dell’Italia? Oppure ricercare ancora una opportunità?

Già in altre occasioni il paese, spaccato e sfiduciato, ha superato la crisi, si è rimboccato le maniche ed ha portato frutti
.

E’ la funzione che devono svolgere soprattutto i cristiani, ancora maggioranza, purtroppo sovente silenziosa e, quindi, complice di chi ha così malamente governato. A costoro l’invito a riandare nel deserto per riscoprire che Dio è vicino.

Il Signore cammina con noi nella storia ed è pronto ad intervenire se abbiamo fede. Egli, padre in ogni epoca, non abbandona l’uomo appunto perché il suo nome è Javhé: Io-sono Colui che è dal quale promana una prossimità familiare e concreta come ci racconta la prima lettura.

Nel Vangelo Gesù prende spunto da ad un fatto di cronaca per ribadire che la vicinanza di Dio deve abituarci ad analizzare concretamente i fatti perché anche i più drammatici possono indurre alla conversione se aiutano a riflettere.

Per rendere più chiaro il suo pensiero Egli racconta la parabola del fico, il cui significato riprende il tema della vicinanza di Dio da intendere come tempo concesso per beneficiare della sua misericordia. Se ne deduce che la sua è innanzitutto una vicinanza salvifica da utilizzare per celebrare la riconciliazione che nella nostra vita corrisponde al tempo della pazienza di Dio.

Egli concede fiduciosa speranza per emendare il nostro io plasmando un cuore

nuovo. Per i cristiani l’evento salvifico del perdono e della riconciliazione diventa anche un fatto di chiesa perché la conversione avviene nell’azione liturgica della comunità, bisognosa della misericordia di Dio.

                                                          °°° 

Sei disposto ad assumerti la responsabilità del contadino della parabola?

 

Quale il tuo impegno concreto per far uscire il paese da questa complessa e rischiosa congiuntura?




La liturgia della seconda domenica di quaresima ci presenta nella prima lettura Abramo, pastore nomade, senza terra stabile e senza figli. Lungo il cammino incontra Dio in una esperienza intima che lascia un solco profondo nell'esistenza.

E’ capitato anche a noi di avere una particolare esperienza di incontro con Dio?

Per Abramo quell'esperienza fortissima diventa "alleanza" per cui offre la sua fiducia. Siamo disposti a offrire a Dio la nostra?

°°°°°

La chiave di lettura è fornita dalla Lettera ai Filippesi (3,17-41): la vera patria è nei cieli e Gesù Cristo trasfigurerà anche il nostro corpo mortale per conformarlo al suo. E’ il significato ecclesiale della Trasfigurazione, segno e profezia: dobbiamo assimilarci a Cristo nello spirito, nei pensieri, nella vita. In questa logica anche il nostro corpo sarà trascinato nella luce. La nostra vita è presa tra un essere e un divenire il già del "Voi siete in Cristo Gesù" e il non ancora della nostra trasformazione. L'uomo trasformato in Cristo fa la volontà del Padre, si lascia condurre dallo Spirito sia al Tabor, sia al Getsemani, ama i fratelli, sino a dare per essi la vita: cioè il proprio tempo, la competenza, i beni materiali. Si lascia sedurre dalla passione per il Regno senza esigere ricompensa, non è un mercenario che aspetta la paga. La conoscenza di Cristo è strettamente unita all'ascolto: conoscere e volere sono inseparabili. E’ la struttura della nostra fede. La verità di Cristo deve essere insieme pensata e praticata. L'imitazione di Cristo si spinge fino ad avere gli stessi sentimenti di Gesù, il mite ed umile di cuore. La comunione con Lui trova il suo culmine dell'Eucaristia, il sacramento della nostra trasfigurazione in Cristo. Il cammino penitenziale non è chiuso in se stesso, senza motivazioni, ma orientato a renderci liberi da ogni opacità per immergerci nella luce che riflette la gioia della Pasqua. Gesù per qualche momento si trasfigura, cioè fa trasparire dal suo volto, dal suo corpo, la gloria di Dio, velata normalmente dalla sua natura umana. Pietro, Giacomo, Giovanni, estasiati, pensano di piantare lì delle tende per starsene, lontani dagli affanni del loro ambiente, a contemplare e a inebriarsi. Ma con Mosè ed Elia, nella visione, Cristo parla "dell'esodo": del cammino attraverso il calvario per concludersi nella gloria appena accennata nella trasfigurazione e che mostra ai suoi discepoli per conferire il coraggio di affrontare le asperità do quel cammino. Cristo, contemplato nella fede, non può mai essere una presenza inerte, ma diventa la forza travolgente del granello di frumento che si disfa per dar vita alla spiga. L'episodio della trasfigurazione si conclude con la voce del Padre che esorta: "questi è il mio figlio diletto, ascoltatelo!" Nel linguaggio biblico l'ascolto è sinonimo di obbedienza e conversione, coraggiosa assunzione di un progetto di vita, atteggiamento radicale di "fiducia". Richiede intelligenza per comprendere e coraggio per decidere. Abbandonati a noi stessi, isolati nel nostro piccolo io, certamente diventa difficile. Ma se decidiamo d’essere una cosa sola con Cristo non ci mancherebbe certo il coraggio di trasformarci in lievito del mondo.

°°°
Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto: pregare trasforma in ciò che si contempla. E tu?
La preghiera fa mettere in viaggio verso il Tabor inebriati di luce e silenzio. Sei pronto?
Gesù sale su un monte, verso più luce e più cielo. Allora gli apostoli dicono: come è bello vivere l’esperienza perché qui tutto ha senso.
Il vangelo ricorda a noi, che abbiamo trasformato Dio in un pedante e pignolo giudice, pronto a rovistare nella nostra vita per trovare peccati: Egli è Padre, è Bellezza tanto antica e tanto nuova, come canta sant’Agostino. Condividi questa prospettiva? Come la vorresti comunicare agli altri?


don Luigi

Anno c - I Domenica di Quaresima

Mercoledì scorso é iniziata la Quaresima, tempo di grazia per l’opportunità di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo ascoltando la sua parola e testimoniandola con una degna condotta di vita. La liturgia della parola ci invita a riflettere su come è possibile la conversione imitando Gesù facendo deserto intorno a noi per poter ascoltare Dio. La liturgia del tempo quaresimale, i 40 giorni di preparazione alla Pasqua da vivere in spirito di fraternità, preghiera e penitenza, cammino verso la conquista della libertà dello spirito sull'esempio di Cristo che rimane 40 giorni nel deserto, si apre con l'invito alla gratitudine per tutto quanto il Signore opera della nostra vita.

Nella prima lettura, tratta dal libro intitolato "Deuteronomio", cioè seconda legge che Mosè dà al suo popolo per incarico di Dio, Israele ricorda ciò che Dio ha fatto in suo favore liberandolo dalla schiavitù dell'Egitto e riportandolo nella terra dei padri. Ricorda e offre al Signore in segno di gratitudine, le primizie dei frutti della terra. Il rapporto con Dio non è fatto di timore, anche se molto spesso mostriamo di avere non un cuore di figlio, ma di servo. Mosè parla di Dio che è entrato nella storia, un Dio raccontato che non può essere escluso dalle vicende di ogni giorno. E’ il Dio che libera, che fa passare dalla terra di schiavitù a quella della libertà, la terra promessa che si raggiunge dopo aver attraversato il deserto, luogo che induce ad operare una scelta tra Lui e tutto ciò che è contro di Lui. Ecco perché diventa anche il luogo della tentazione e della prova. Come si vive questa esperienza? Lo dice il Vangelo, che è quello delle "tentazioni".

Gesù è veramente uomo e vive il nostro travaglio: il popolo rimane nel deserto 40 anni, Egli 40 giorni. Il popolo ebbe 3 grandi tentazioni: della fame, della sete, dell'idolo; anche Gesù: la tentazione del pane, segno e simbolo di tutto ciò che serve al corpo; ma Gesù afferma che l'uomo non vive di solo pane. Gesù subisce la tentazione del potere, sete di dominio attraverso il possesso dei beni e dei regni che non risparmia nessuno e che si camuffa anche di religione e di pietà. A questa tentazione si affianca quella del successo, la ricerca dell'applauso, la smania di stupire. Il diavolo invitava Gesù a compiere un gesto che lo possa esaltare di fronte a gente che aspettava un Messia politico e trionfante. Egli risponde confermando la sua vocazione: "non tenterai il Signore Dio tuo”. La sua via è quella della croce, un altro genere di esaltazione!

Davanti all'alternativa radicale - fidarsi di Dio fino in fondo nonostante l'oscurità o fidarsi di una logica dell'immediato che ripaga subito col beni, potere, successo - Gesù sceglie e traccia la strada per tutti coloro che si affidano all’amore di Dio. Questa l'alternativa è la nostra Quaresima: scegliere e aiutarci a scegliere bene, con una certezza radicale come dice San Paolo nella seconda lettura: "chiunque crede in lui, nel risorto, non sarà deluso". Vale la pena vivere così, sapendo per chi viviamo. "Credere in Cristo" significa essere convinti che il dono più grande c'è l’ha fatto Lui, il dono della vittoria sulla morte: perché siamo già come risorti nella speranza, non una probabilità, ma certezza proiettata nel futuro, come il seme nel quale c'è tutta la pianta, anche se non la vediamo, basta trapiantarlo.

°°°

don Luigi

Senti il bisogno di fare deserto intorno a te per incontrare Dio?

Cosa proponi perché la comunità possa vivere concretamente lo spirito della Quaresima?



Una nota di commento

                                 a proposito delle dimissioni del Papa: nell’annunciarle non è voluto scendere dalla croce, ma ha offerto se stesso alla Chiesa per liberarla dalle divisioni e dal carrierismo che genera scandalo. Il Pontefice, immedesimandosi nel ruolo di buon pastore, ha accolto l’invito di Gesù a dare la vita dimostrandosi così un grande amico di noi cristiani e non solo. Dopo anni di attesa, di tentativi di riforma e di inviti a cambiare atteggiamento all’interno della curia, con questo gesto da a tutti la possibilità di iniziare un viaggio nel deserto interiore per considerare cosa significhi essere cristiani oggi e, soprattutto, come i vertici della chiesa debbano operare. Le letture della prima domenica di quaresima aiutano a comprendere i motivi di queste dimissioni e a non rischiare di rendere potenzialmente vano anche il gesto del pontefice.

Abbiamo ascoltato in questi giorni tanti commenti, analisi, illazioni sul gesto di Benedetto XVI. Apriamo allora il Vangelo e nel passo di Luca 4,1-13 troveremo la spiegazione: amore di Dio fino alla dimenticanza di sé. La Quaresima è tempo propizio per aiutare gli altri a maturare orientamenti di fede vera, con una certezza radicale. Con questo spirito, riconoscenti, ringraziamo il Papa per il suo gesto epocale e attendiamo con fiducia il successore. Intanto auspichiamo che, chi occupa posti apicali ai vertici nella curia vaticana s’impegni ad una radicale pulizia iniziando un pellegrinaggio penitenziale nel deserto per riflettere sulle dimensioni delle spirito che caratterizzano i poveri di Jahvè, gli unici in grado di sollecitare veramente la misericordia del Signore perché operi la salvezza.

°°°

Cosa significa per te il gesto del papa?

Cosa ti attendi dal nuovo Pontefice?

Senti la Chiesa provvida Madre oppure la percepisci come una istituzione lontana ed incapace di comprendere i tuoi problemi o dare senso alla tua vita?

don Luigi
 

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