parrocchia Santa Maria Assunta
home ANNO LITURGICO 2020 Amoris Laetitia Confraternita ORATORIO
home
ANNO LITURGICO 2020
Amoris Laetitia
Confraternita
ORATORIO
Archivio
PRESEPI
Parlane con noi
Foto album
Associazioni
 Se avete feedback su come possiamo rendere il nostro sito più consono per favore contattaci e ci piacerebbe sentire da voi. 
          

 

VI domenica di Pasqua

Siamo invitati a riflettere sul memoriale dell’amore proposto da Gesù nel discorso di addio quando afferma di essere la via da percorrere. Che significa essere via? dove conduce? E’ un percorso difficoltoso se affollato dal nostro falso Sé, dal rigido super-ego, dall’io bambino, dall’io angosciato dalle paure; solo alla scuola della Parola l’io si ridimensiona e il Padre scende a dimorarvi. Gesù presenta se stesso come la via perché manifestazione suprema del Padre, non discorso astratto, ma messaggio vitale. Dove porti questa via appare subito evidente: al cuore stesso di Dio. Dunque, chi vi s’incammina lega i propri limiti all’infinito di Dio meditando e vivendo il vangelo di Gesù. Incoraggiamento e consolazione incontrano il turbamento esistenziale di chi si avverte solo, tradito da ogni abbandono. Momento che squarcia il mondo grigio del non senso per lasciare brillare nuove prospettive, per Gesù è occasione di svelare il suo mistero, di trasferire ai suoi il senso del suo vivere. Egli chiede amore per sé con delicatezza. Lo si ama dandogli tempo, cuore e spazio; chiede di ospitare lo Spirito e la pace, dono fragile e continuamente infranto. Un legame indissolubile amalgama nelle dinamiche dell’amare che implicano desiderio, affetto, amicizia, appartenenza. L’amore diventa luogo dell’incontro col Padre che sceglie di dimorare con Gesù nell’uomo. La disponibilità all’amore diventa la ragione della differenza tra chi é discepolo e chi non lo è; senza l’uomo é incapace di un’autentica esperienza di Dio. Questa sapienza non è frutto di un ricordo ripetitivo; attualizzata grazie all’azione dello Spirito, agevola l’incontro con Gesù rendendo la sua storia perennemente attuale. Infatti, non rimane circoscritta alla vicenda personale del Risorto, ma diventa evento contemporaneo per la continuità tra il tempo di Gesù e quello della Chiesa.

 

La civiltà dell’amore

La nota dominante della liturgia di questa domenica è l’aggettivo “nuovo”. La novità traspare non dalla quantità, ma dal modello proposto. Nella Chiesa si fonda sull’impossibilità di ripiegarsi sul passato e vivere di ricordi o rinserrarsi nel presente e non pensare alle gioie future. La comunità dei cristiani é un organismo vivo, dotato di una energia che sollecita costante rinnovamento. Infatti, il Signore fa nuove tutte le cose. La nuova Gerusalemme coinvolge nel travaglio del rinnovamento, come scrive Paolo, anche la natura nella quale siamo impegnati a crescere secondo un nuovo modello di sviluppo. Gesù non si limita a dire che l’amore verso l’altro è il perno del suo messaggio, fornisce anche il criterio di misura: “amatevi come io vi ho amati”. E’ l’originalità del precetto che Egli manifesta sulla croce e nella risurrezione e porta in sé l’impronta dell’eternità del Padre. Questo amore diventa per sé “comunità” che apre le porte della fede vissuta nella dinamica dell’ESSEREPERGLIALTRI, dono gratuito. Gesù invita ad amare non quanto Lui - sarebbe impossibile - ma come Lui, amando le persone ad una ad una in uno scambio di doni, senza calcolati ritorni e con «combattiva tenerezza», come scrive papa Francesco in Evangelii gaudium. Nel vangelo il Risorto, in mezzo a noi nella sua gloria, continua a ripetere le parole essenziali per partecipare al mistero dell’umanizzazione di Dio. Cristo, pastore buono, ha lasciato un comandamento ultimo e definitivo, dona lo Spirito consolatore che intercede accanto al Padre, come si legge nel discorso di addio (Gv 13,31-16,33) dopo che ha lavato i piedi ai discepoli. Signore e Maestro, Egli si fa servo e rivela il suo testamento, comando riassuntivo, nuovo, cioè ultimo e definitivo: “Amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi”, segno identitario per i discepoli, pronti a inverare l’invito all’AMATEVI. Gesù non sollecita l’AMATEMI; è consapevole che nella reciprocità possiamo veramente amare Lui realizzando la sua volontà, perciò diventa superflua la distinzione tra amore verticale e orizzontale perché non può che essere, contemporaneamente, di Dio e per i fratelli, mistica ma realissima comunione che pone al centro il Risorto. Anche un solo frammento di questo amore rende presente Dio e reale la nostra speranza di salvezza, ossia la possibilità di una vita gioiosa perché, amando come Gesù, si è pronti all’accoglienza e sperimentare la misericordia del Signore.




Quarta domenica di Pasqua: il Buon Pastore ci chiama

La Salvezza è per tutti, guidati da Cristo, il Buon Pastore che ci chiama: è il messaggio della quarta domenica di Pasqua. La liturgia invita a rinnovare l’auspicio, consolidare il desiderio, accendere la speranza, cogliere la possibilità di uscire dalla condizione di dubbio e di angoscia nella quale sembra precipitata l’umanità per paura di un futuro imbruttito dall’egoismo. Gesù trae immagini dalla società nella quale è cresciuto; comunissima ai suoi tempi era quella del pastore. Egli ne descrive l’azione: non opera gridando comandi, ma stimolando con inconfondibile voce una intima relazione. Il pastore buono è capace di rassicurare per una presenza i cui effetti sono simili a quelli determinati da Maria quando entra nella casa di Elisabetta salutandola. E’ una voce che non seduce ma insegna come un amorevole maestro, ascoltato non per obbediente ossequio o per paura, ma perché portatore della vita eterna donata da Dio. Questo pastore ha un preciso comportamento nei riguardi della comunità che ascolta, conosce e segue grazie alla relazione di reciproca comprensione e di accettazione. E’ una sequela che presuppone fiducia e genera senso di sicurezza, un rapporto unico e rivoluzionario tra chi governa e chi è governato, perché non prevale la sottomissione al potere, ma una autentica fusione di amore. Si riconosce la voce di Gesù se abituati a una concreta intimità di vita con Lui e a una dialogante frequentazione, che fa sperimentare la presenza di una persona desiderabile per quanto sa infondere nel cuore. A queste condizioni i cristiani seguono il buon pastore che col tono accattivante della voce aiuta ad intraprendere il pellegrinaggio seguendo una mappa da percorrere acquisendo sicurezza anche quando il tragitto si fa complesso perché convinti che non si é mai soli. È una voce che non ricorda pesanti doveri, comandamenti che sollecitano solo obbedienza, ma infonde irresistibile forza che fa approdare alla gioia di Dio, pronto al dono ancor prima che pronunciamo il sì della sequela. E’ una voce che conferisce certezze all’esistenza salvandola; la garanzia è data dal fatto che Gesù e il Padre sono una cosa sola. Oggi tanti parlano di Lui e lo riconoscono uomo eccezionale, ma questo attributo da solo non lo rende salvatore. I discepoli cominciarono a fondare le prime chiese dopo che si convinsero che Egli era Risorto e, animati dalla fede, lo testimoniarono come Signore e, coraggiosi e pieni di zelo, proclamarono il Vangelo, Buona Novella per tutti, senza discriminazioni, perseverando nell’apostolato nonostante rifiuti, ostilità e persecuzioni. Erano guidati da una voce alla quale seppero rispondere con convinzione Maranathà.


III domenica di Pasqua

I fatti narrati dalle Scritture lette nella terza domenica di Pasqua ricordano che dalla fede nel Risorto scaturisce la Chiesa, comunità missionaria radunata intorno all’Eucaristia e unita da Pietro. Nel capitolo 21 del vangelo di Giovanni la prima parte (vv 1-13) descrive la pesca miracolosa presso il lago di Tiberiade col riconoscimento di Gesù e il mangiare insieme, la seconda (vv 15-19) riporta il dialogo tra Gesù e Pietro. Il lago di Tiberiade è il luogo della sovrabbondanza della moltiplicazione dei pani (Gv 6, 1-14). Ma quel giorno la pesca è stata infruttuosa perché i discepoli l’hanno fatta da soli; perciò, é necessario calare di nuovo le reti per sperimentare l’azione della grazia. Allora Pietro riconosce il Signore e non esita a tuffarsi fidando nella sua misericordia. Si diventa pescatori di uomini solo grazie al Risorto che aiuta a realizzare la universalità dei credenti, rappresentata dalle 153 specie di pesci allora classificate. La testimonianza richiede il coraggio di obbedire prima a Dio, come asserisce Pietro il quale, grazie all’incontro col Risorto, dimostra coraggio dopo il diniego. Con lui la comunità è pronta a pronunciare il suo amen; perciò, anche quando si è in ambascia perché ci si sente inutili e incapaci di realizzare alcunché, occorre mantenere la calma e conservare il sorriso. Il Risorto consentirà di fare una pesca miracolosa a tutti coloro che superano la notte dell’assenza di Gesù e sanno intravedere l’alba dell’ottavo giorno nella normalità del quotidiano, come gli apostoli al lago. Qui essi hanno incontrato il Maestro e lo hanno riconosciuto per la sua incomprensibile umiltà, la predisposizione a prendersi cura degli altri chiamandoli amici, l’inconfondibile tenerezza. Il pasto condiviso ha rafforzato i vincoli umani così possono prestare attenzione al dialogo, come quello intercorso tra Gesù e Pietro. Il Risorto gli ha rivolto tre domande, alle quali ha fatto seguito un crescendo di risposte, segno di una grande e grave animazione interiore. Il pescatore, peccatore perdonato, ha dichiarato il suo amore e, a chi prima di andarsene sollecitava amore, ha risposto affermativamente all’invito di seguirlo. Nella prima domanda Gesù adopera il verbo dell’agápe, cioè sollecita il massimo amore possibile; Pietro, prudente e guardingo, risponde manifestando la sua disponibilità all’amicizia; allora Gesù incalza e gli chiede di manifestare la sua personale misura di amore senza paragonarsi agli altri. Pietro ancora una volta risponde evocando solo sentimenti di amicizia. Quasi accontentandosi del minimo, il Risorto accetta la misura di amore di cui Simone è disponibile e per sincerarsi gli domanda: mi vuoi bene, mi sei amico? Almeno l’affetto, se l’amore mette paura! Gesù tralascia lo sfolgorio dell’agápe per scendere al livello dell’apostolo: non cerca la perfezione, gli basta l’autenticità. A queste condizioni si è pronti a mettere in pratica l’invito a seguirlo come capita a Pietro realizzando la missione affidata, consolati dalla constatazione che nei tornanti della vita non bisogna temere perché l’amore del Risorto ci precede, perciò non c’è motivo di aver paura o guardare indietro, come precisa sant’Agostino; basta fissare chi ci conduce e proseguire attendendo solo di essere amati.



Un saluto all’amico

Oggi la religione degli affetti sollecita un addio per Amedeo La Greca. Molti di noi sono ancora fermi ed attoniti al suo consummatum est di ieri e attendono di rotolare con rispetto la pietra per sigillare un altro sepolcro e riconoscere ancora una volta la vittoria della morte. Ritengo, invece, che tutti dobbiamo pronunciare il nostro ADDIO conferendo all’espressione il significato originario, atto di fede per la convinta speranza che, alla fine, a prevalere è il salvifico amore trinitario. Nella prima lettura della messa di esequie si proclama l’atto di fede di Giobbe, il quale sollecita di scrivere a carattere indelebili sul libro che il Redentore è vivo. Ebbene anche Amedeo ha fatto la stessa cosa. Noi lo riconosciamo, come raccomanda Gesù, proprio dai suoi frutti: la biblioteca dei libri stampati, nei quali è possibile intravedere la sua fruttuosa azione di cristiano. Oso perciò affermare che la sua biblioteca è aperta a tutti, vuota di ogni egoismo, gelosia, interesse e per questo luminosa; ricorda la tomba di Gesù che contempliamo in questo periodo. L’attenzione al metodo di lavoro del professore La Greca, la sua sensibilità nel cogliere il significato delle parole, la costanza nella ricerca invitano anche noi a intraprendere il pellegrinaggio verso una meta delineata appunto dal nostro Amadeus, cioè colui che ama Dio e si lega in una relazione di reciprocità con Lui. Lo ha testimoniato ieri, proprio mentre le forze vitali lo stavano abbandonando, quando ha sollecitato chi aveva organizzato l’evento a procedere comunque alla presentazione del suo ultimo libro, fatica immane per lui, autentica via crucis fisica perché le condizioni di salute non gli consentivano nemmeno di star seduto per lavorare all’impaginazione. Ieri sera è stato presentato il lavoro dal titolo significativo: Uno scrigno per l’Unesco, secondo volume della ponderosa ricerca che aveva già prodotto il saggio collettaneo Le Nove muse del Cilento. Siti, dati storico-antropologici, beni materiali e immateriali, emergenze artistiche presenti in tutto il territorio a sud di Salerno sono oggetto di queste pubblicazioni, un inno alla laicità della cultura presentata con animus cristiano. Storia, arte, cultura sono stati gli interessi e la lezione di Amedeo, un riverbero dei sette segni proposti dall’evangelista Giovanni. Ad esempio, come a Cana, egli ha saputo trasformare l’apparente banalità di una memoria storica nel vino nuovo di una rinnovata ed effervescente identità; con la mano stesa, come Gesù nei confronti del paralitico, ha saputo incoraggiare chi sentiva il bisogno di conoscere ma rimaneva paralizzato dalle difficoltà; malgrado la reazione di tanti scettici, ha ridato la capacità di rivedere panorami e prospettive a tanti che si ritenevano ciechi; ha moltiplicato con generosità il pane della conoscenza condividendola con tutti coloro che lo hanno richiesto; ha fatto uscire dalla tomba dell’oblio tanti Lazzaro legati nel buio della dimenticanza. In questo modo il professore Amedeo La Greca ha fatto risorgere il bello nell’animo di un popolo meritandosi così il riconoscente auspicio di un ADDIO.



La fede di Didimo

Nella vicenda umana alla morte compete l’ultima parola, prospettiva contestata dalla speranza cristiana perché afferma che è sempre Dio a pronunciarla. Egli, Signore della vita, ama l’uomo. Questo legame interiore dura per sempre; ecco il motivo per cui resuscitiamo in Cristo, per tanti una folle speranza, per noi vera saggezza fondata sulla fiducia in Dio. E’ la potenza della Resurrezione, descritta nella prima lettura di questa domenica, della quale sono partecipi i redenti, beati perché credono senza aver veduto, hanno una confidenza senza limiti, risposta all’amore che, alla fine, convince anche Tommaso, uomo di poca fede che tenta Dio esigendo dei segni per rimpiazzarla con la conoscenza fattuale. Tommaso è il migliore compagno di chi nel pellegrinaggio della vita segue la logica del “voglio vedere, voglio toccare”, uomo positivo, non si fa contagiare; è un apostolo di carattere, l’unico che esce ed entra quando vuole rispetto ad una comunità che sta vivendo sotto chiave per timore dei nemici. Tutto ciò emerge dall’attenta lettura del capitolo 20 del vangelo di Giovanni che presenta Gesù come la vera esegesi di Dio, inno alla pazienza del Signore che ama sempre, anche quando non lo meritiamo ed esitiamo a credere. Il Risorto non vuole che crediamo a occhi chiusi, invita ad avere una prospettiva più profonda, capace di abbracciare tutta la vita seguendo il suo stile; egli non impone, continua a proporsi mostrando le ferite che restano per l’eternità perché la risurrezione non cancella la passione, racconto del suo amore, sempre paziente con Tommaso, detto Didimo, quindi gemello di ciascuno noi. La seconda lettura invita a consolidare la certezza che la vittoria definitiva di Cristo sulla morte é riservata anche a noi, dono di Gesù, motivo di gioia e di pace per i suoi discepoli. Avere fede non è facile; l’esperienza della malattia, della morte, dei condizionamenti del male induce a ripetere con Tommaso: “se non vedo, non credo”. Ma è vera vita fare affidamento solo su ciò che si vede e si tocca? Esistono realtà più profonde e, quindi, più vere! Cristo rispetta coloro che fanno fatica a credere, angosciati dal dubbio, ma ritiene beati coloro che cercano e, superate le incertezze determinate dall’esperienza del dolore, hanno il coraggio di ricominciare a credere. L’episodio del vangelo presenta Gesù che entra, a porte chiuse, dove si respirava paura. I discepoli stavano rinchiusi ed egli li riaccompagna verso la libertà interiore senza imposizioni, ma proponendosi perché rispetta le esitazioni e i tempi necessari a ciascuno per accettare la complessità del credere dopo aver approfondito e non solo per ubbidienza. Egli si pone al centro dell’assemblea da Lui fondata e alla quale garantisce unità trasformandola nell’icona che si riconosce nel suo saluto:Shalom aleikhem! E’ l’augurio messianico di pace e di vita che si riflette nella persona del Cristo. Egli non è un cadavere rianimato; entra attraverso porte chiuse perché non più soggetto alle leggi del tempo e dello spazio. Il suo é un “corpo di gloria” (Fil 3,21), vincitore della morte per l’amore fedele che nutre per l’umanità; epifania della misericordia di Dio, é l’amore trinitario profondo e infinito che inonda la comunità del perdono reciproco liberando dalla colpa.



GIOVEDÌ SANTO

Esodo 12, 1-8.11-14: come si preparava una cena pasquale

I Corinzi 11,23-26: un rivoluzionario mutamento di significato ad un rito antico

Gv 13,1-15: il sublime dell’amore

 

Quando la famiglia ebraica si metteva a tavola il 14 di Nisan era prescritto che il figlio più giovane chiedesse al padre: “che significa questo rito che stiamo per compiere questa notte?” Nel cenacolo Giovanni rivolse il quesito a Gesù.

Poniamoci anche noi la domanda: che significa ciò che facciamo in questi giorni?

Stiamo per rivivere quanto avvenne in quel giovedì. Tre misteri vengono ricordati: Cristo istituisce l’eucaristia, l’ordine sacerdotale e dà il mandato della carità.

L’eucaristia è nella nostra vita ciò che è il sole nel mondo: luce, energia, gioia di vivere. I primi cristiani ne avevano approfondito il significato considerandola innanzitutto memoria, racconto dell’amore di Cristo. E’ bello narrare l’amore mettendo da parte ogni astrattezza: “avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine”, un amore così forte da non essere di ostacolo neppure il tradimento.

L’Eucaristia è compagnia della vita perché invita a mangiare il pane frutto del lavoro, ne deriva il bisogno d’essere solidali. Prendere e mangiare, quando non avviene tradiamo l’Eucaristia e se riceviamo l’Eucaristia chiusi nel nostro egoismo, soddisfatti del perbenismo, la trasformiamo in rito consolatorio che non apre agli altri!

In questo impegno si scopre il senso profondo della lavanda dei piedi. Giovanni non narra l’istituzione dell’Eucaristia, ma riferisce questo gesto in sé sconvolgente di Gesù. Oggi suscita più curiosità che condivisione, reazione odierna dimostrazione della persistente incomprensione di Pietro: “no, mai”: è difficile spogliarsi dell’autorità intesa come potere per farla divenire servizio.

 

 

VENERDÌ SANTO

Oggi si celebra solo la liturgia della Parola che, come si legge nella lettera agli Ebrei, è spada che penetra.

Gesù muore: fatto che possiamo raccontare; ma è una vicenda storica che racchiude il mistero della nostra salvezza, meritevole dell’attenzione devota e orante di tutta la comunità. Gesù “offrendosi liberamente alla sua passione” é “servo di Jahvè”, “l’uomo dei dolori che conosce il patire”, intensità di patimento che segna l’ordito della sua passione per una consapevolezza che trova il culmine nel Getsemani quando suda sangue.

L’espiazione continua con la flagellazione quando, precipitato nella solitudine più totale, é preda inerme dei suoi aguzzini, ormai non gli resta che avviarsi al Calvario per sperimentare il crescente annientamento.

La morte di Gesù è un grande mistero. Morto perché? Per la nostra giustificazione (Gal. 2,20). E’ morto per me amandomi fino alla fine. Inginocchiamoci di fronte al Crocifisso e chiediamogli la grazia di essere le sue mani per asciugare il volto di tanti poveri, i suoi piedi per andare dove c’è bisogno di portare la speranza, la sua voce per confortare ed annunciare la salvezza.

 

 

VEGLIA PASQUALE

Al centro della liturgia c’è il cero, simbolo di Cristo, luce che vince le tenebre del mondo: “io sono la luce del mondo”. Le “tenebre” simboleggiano il nostro smarrimento, il nostro procedere a tentoni lungo le vie della storia, storditi dalla moda corrente. Egli è il punto di riferimento nel nostro errare. Luce della comunità, come evoca l’accensione delle candele nella chiesa buia. Si manifesta il noi della fede in una comunità capace di gesti profetici.

Egli, la Luce, invita ad essere luce, lucerna sul candelabro. Per questo esplode la gioia espressa nel canto dell’Exultet, una composizione risalente alla fine del quarto secolo. E’ la gioia per l’annunzio che si ripete attraverso i secoli: “è risorto, alleluia”, canto nuovo dei salvati in lode a Dio.

Le letture tracciano questo orizzonte. Dalla creazione si sviluppa snodandosi negli episodi della storia della salvezza più significativi con Abramo, con l’esodo, con l’alleanza al Sinai, con la parola profetica, fino all’annunzio del Risorto. La fede in lui diventa il battesimo nella Chiesa: il Vivente è tale non solo nel rito, ma nella nostra storia, nella nostra vita, in tutte le nostre vicende.

Nel brano di Vangelo Luca riferisce le difficoltà della nostra fede: le donne trovano la pietra ribaltata, ma non il suo corpo. Il Cristo pasquale non può essere trovato come oggetto. Egli va sempre cercato, attraverso mille incertezze, nel balenio dei segni. Oggi per molti siamo noi, che affermiamo di essere credenti, il segno! Perciò, non ci dobbiamo limitare a dire buona Pasqua. Come usano gli orientali, proclamiamo “Cristo è risorto ed é vivo in mezzo a noi”. Da qui proviene la gioia che inonda il mondo nella consapevolezza che in Lui anche noi possiamo vincere la morte!

 

Pasqua di Risurrezione

 

At 10,34.37-43: hanno condiviso il cibo col Risorto

Col. 3,1-4 oppure 1Cor 5,6-8: per cercare Cristo occorre essere pasta nuova nella quale opera il nuovo lievito

Gv 20,1-9: il Risorto chiama per nome, ascoltiamolo

I testimoni del grande evento sono Maria, Pietro e il discepolo «che Gesù amava». Corrono al sepolcro perché “non avevano ancora compreso la Scrittura, che Egli cioè doveva risuscitare dai morti». L’incomprensione di Maria e di Pietro, la fede del discepolo più giovane meritano un rimprovero perché hanno avuto bisogno di vedere per credere. Invece, se avessero compreso, la Scrittura stessa sarebbe stata una testimonianza sufficiente della risurrezione. Ecco perché, rivolto a Tommaso, Gesù dice: «Beati quelli che hanno creduto senza aver veduto». È l’ultima beatitudine, dopo quelle riportate dal vangelo di Matteo e da quello di Luca, riservata a chi crede senza pretendere di vedere. È il nostro caso. A noi è affidato un ulteriore impegno: passare dalla visione alla testimonianza. è credente chi, superato il dubbio e la pretesa di vedere, accetta la testimonianza autorevole di chi ha veduto beato per la personale relazione col Risorto, dalla quale deriva l’esperienza della gioia, della pace, del perdono, della presenza dello Spirito. Con questa disposizione interiore scambiamoci un sincero, sentito, coinvolgente “Buona Pasqua: il Signore è Risorto. Gesù “esce dal sepolcro” perché è vivo, Risorto. Per vivere da “risorti con lui” anche noi, dobbiamo uscire dai nostri egoismi e dalle nostre chiusure per andare verso gli altri e portare il lieto annuncio non a parole, ma con la testimonianza di una vita cristiana coerente e serena per rendere evidente la portata della gioia pasquale nel quotidiano del nostro prossimo, soprattutto di chi vive nelle periferie materiali e spirituali. Senza la Pasqua cristiana non vi sarebbe storia cristiana, né vi sarebbe la comunità dei credenti. Spartiacque della storia, essa comprende tre momenti: la preparazione, lo sviluppo, il compimento. L’avventura stessa della fede comincia da un sepolcro vuoto, da quando, cioè, Maddalena prima, poi Giovanni e Pietro vi si sono trovati davanti, la mattina di Pasqua. Quando è ancora buio, delle donne si recano ad un sepolcro per curare il cadavere che vi era stato deposto. Sono le stesse donne che hanno seguito il giustiziato dalla Galilea fino al Golgota; hanno apprezzato le sue parole ed i suoi gesti, dai quali scaturiva in loro una felice libertà interiore. Poi la situazione era precipitata. L’ultima volta lo avevano intravisto agonizzante sulla croce. Ora si recano al suo sepolcro, spinte non dalla fede, che ancora non hanno, o da una speranza segreta, impossibile di fronte alla tragica evidenza della fine straziante di un condannato innocente. Sono mosse solo da un amore rispettoso, tutto umano, per quel che resta di un maestro brillante e stimato: un corpo da ungere con gli oli, secondo la prassi. Ma ecco la sorpresa: la pietra di copertura è adagiata sul lato e, all’interno, il corpo è assente; vuoto il sepolcro, ma anche il loro cuore, pieno solamente di tanti interrogativi. A questi sentimenti si aggiunge subito anche la paura per alcune parole che hanno appena udite: Gesù non va cercato tra i morti, lì non lo si trova più, ma tra i vivi, perché Egli è il Vivente. Ora, la sua missione è far rifiorire la vita, infatti è risuscitato. Gli interrogativi crescono e alle donne non rimane che l’eco di quanto hanno ascoltato. Proprio riflettendo sugli insegnamenti e le parabole da lui raccontate le donne cominciano a credere. Credono per la parola di Gesù, sulla parola del Maestro. Non sono le apparizioni o le vesti sfolgoranti di messaggeri ad indurre a credere, ma il Vangelo custodito nella loro memoria e nei loro cuori. È questo il vero principio di ogni possibile incontro col Vivente. La pietra è stata ribaltata e al posto di Colui che cercavano vi sono solo delle bende. Egli non è stato trovato su quel masso sepolcrale, il Risorto s’incontra al di là di quella pietra d’ingresso rimossa. Una volta che il masso della soddisfatta incredulità è stato ribaltato il Vivente va ricercato rimuovendo la pietra che lo occulta fatta di conformismo, abitudine, indifferenza. A queste condizioni il nostro occhio interiore acquista prospettiva e diventa capace di scoprire il Risorto. Infatti, se la risurrezione come tale si sottrae all’esperienza della storia, essa comunque rimanda ad una relazione personale con Lui; presuppone un cammino che non esclude smarrimento, perplessità e incertezze ma, grazie alla lettura delle Scritture, genera sempre meraviglia, stupore, gioia, e convincente pace.

Questo approdo è l’unica vera, santa Pasqua per tutti noi. Auguri!




Domenica delle Palme

 

Isaia 50,4-7: Nel misterioso Servo del Signore si riassume l’esperienza del

Figlio dell’Uomo

Filippesi 2,6-11: Dio esalta chi obbediente si umilia

Lc 22,14-23,56: la passione nella prospettiva di Luca:

Nel Getsemani: Preghiera e dolore umanissimo

tradimento di Pietro: sguardo di Gesù e pianse amaramente

Inviato da Erode: trastullo della corte

Salita del Calvario: Cireneo e le donne

Preghiera del perdono sulla croce

Il buon ladrone

Inizia la settimana dei giorni santi, quando è nato il cristianesimo per lo scandalo e la follia della croce. Protagonista è un crocefisso che ha baciato chi lo tradiva, la sera precedente la condanna si era chinato a lavare i piedi dei discepoli riconfermando la vocazione ad essere servitore dei bisognosi e propagatore di gioia, pronto a sacrificare se stesso per salvare chi ha fede e fiducia in Lui. La liturgia moltiplica le occasioni per riflettere sugli ultimi giorni di vita di Gesù. La Chiesa invita a meditare non sul crocefisso che libera dalla sofferenza, ma nella sofferenza, sul Cristo che redime non dalla morte, ma nella morte. Gesù pende nudo e disonorato sulla croce, ma l’Incarnazione e la Passione trovano definitiva conclusione in una tomba vuota, che ci avvolge nel vortice del Risorto, una luce che illumina e da gioia. I vangeli scandiscono questo crescendo partendo dall’entrata di Gesù a Gerusalemme. Inizia la nostra salvezza e cambia il corso della storia perché aiuta a capire come è Dio e come è l’uomo. Al centro si pone Cristo impegnato a percorrere il tragitto capovolgendo l’itinerario di Adamo. Infatti, come si legge in Filippesi, pur “nella sua condizione divina”, egli non ha remore nell’essere uomo, ne accenta l’integrale condizione, quindi anche la morte e la possibilità di essere umiliato. In croce diventa nostra icona, ma nello stesso tempo rivela quella di Dio, che è amore. La croce, strumento di supplizio, sollecita a credere la storia di un amore che vince l’odio perché non arretra e sa perdonare. Il Crocefisso trasforma uno strumento atroce d’infamia in segno di amore salvifico. Nell’umanità, frastornata da mille problemi e dominata da angoscia e paura, i perseguitati pronti a gridare vendetta sono invitati ad abbracciare questa icona, ad accettare il suo messaggio per sentirsi redenti. Animati da doverosa riconoscenza concludiamo il pellegrinaggio della nostra redenzione percorrendo le tre corsie a nostra disposizione: quella del Calvario, il cui dolore purifica, riconcilia ed eleva; quella di Gerico che invita a riconoscere in ogni sofferente il fratello; quella di Emmaus, che conferisce concretezza alla presenza di Cristo che invita i delusi a fare l’esperienza dell’Eucaristia. E’ anche la storia di Gesù, il Maestro che rompe gli schemi, apre nuove prospettive, sollecita scelte radicali che richiedono coraggio. Questo costante memoriale conserva la sua vitalità per la donazione che Gesù fa di sé generando speranza. Così in noi prende forma il convincimento che il buio spettrale del male non sarà per sempre, il suo apparente prevalere ha effimera durata, poi ritorna il sole che continua al illuminare il cammino dell’umanità, anche quando si ha la sensazione che delle nubi possano nasconderlo alla vista di chi attende con ansia l’ottavo giorno della Pasqua.




Giustizia misericordiosa

Il vangelo di questa domenica propone di riflettere sulla famosa espressione di Gesù: “chi è senza peccato…”, un modo per sollevare il coperchio dalla coscienza, invito a riflettere che fa precipitare nel silenzio la folla anonima e vociante dei fondamentalisti di un Dio, impegnati non a ricercare la verità, ma a porre capziose domande per tendere inganni. Nell’episodio riportato dall’evangelista Giovanni tutto fa da cornice all’incontro di Gesù che sollecita la riflessione mentre si confronta con dei farisei decisi a punire una donna senza nome, per loro non una persona, una cosa identificata col suo peccato. La donna, colta in flagrante adulterio, è accerchiata da accusatori, giudici inflessibili che l’hanno condannata invocando il rispetto della legge, ma nel loro giudizio sommario non compare il complice. Gesù, rimasto solo con l’adultera, è l’icona del mirabile fronteggiarsi della miseria umana con la misericordia divina, come commenta Agostino, ricetta per la felicità, invito a dimenticare i dolori del passato causati da situazioni che sembrerebbero chiuse alla speranza per il disagio interiore generato dalla schiavitù morale, civile e politica. Aspirare alla novità di vita che germoglia al bene é il cambiamento radicale, possibile per i cristiani grazie all’incontro con Cristo. Egli ricorda che salvezza e grazia sono dono di Dio, non frutto del nostro efficientismo. Interpellato, Gesù non considera la donna isolata nel suo peccato di fronte agli altri, coinvolge nel giudizio gli accusatori. Egli non nega che ci si debba pronunciare sul peccato, ma insegna che ognuno deve rivolgere le accuse prima di tutto a se stesso perché bisognoso di perdono e conversione; inoltre, ricorda che il giudizio di Dio non è mai spietato, tende a liberare e ricostruire nuova innocenza. La sua novità è presentare un Dio accogliente, che mette l’amore al di sopra di tutte le prescrizioni. La donna ha sbagliato, ma ucciderla sarebbe più grave del peccato che si vuol punire. Gesù invita tutti a chinarsi, a tacere per considerare non il codice penale ma il mistero della persona. Chi vive di fredde prescrizioni non regge e va via e lui, vero maestro, non si erge a giudice, non condanna né assolve, ma concede la libertà di sperare in un futuro migliore per non peccare più. Così sorprendere l’animo fariseo; infatti non sollecita la confessione della colpa, non pretende espiazioni, addirittura non chiede se la donna sia pentita; per Gesù è solo una persona che rischia la vita e ciò basta per annoverarla nel popolo che è venuto a salvare. Perciò, non le chiede cosa ha fatto, ma cosa vorrà fare; sa bene, infatti, che solo chi è perdonato ed amato può illuminare il futuro dell’umanità. Così Gesù introduce nella nostra storia un capovolgimento di valori. Egli incontra la donna correndo il rischio di essere a sua volta accusato da uomini che si presumono giusti, ma non sono migliori degli altri. Piegato al suolo egli traccia segni misteriosi quasi a sintetizzare il suo concetto di giustizia collegandolo al perdono e alla misericordia per far comprendere a chi pretende di essere saggio e libero che si può essere prigionieri della propria giustizia.


 

V Domenica di Quaresima

Isaia 43,16-21: nell’arsura della post-modernità è l’unica bevanda che sazia la sete di senso

Filippesi 3,8-14: mi spoglio di tutto pur di essere di Cristo

Giovanni 8,1-11: la comprensione salvifica vince i tanti tartufi che assillano la vita

 

Nella prima lettura colpisce la frase del profeta: “non ricordate le cose passate, non pensate più alle cose antiche”. Egli si rivolge al popolo d’Israele in esilio, deportato in Babilonia, e lo incita a sperare nel Dio dei padri, sempre fedele in una situazione che sembrerebbe chiusa alla speranza per il disagio interiore generato dalla schiavitù morale, civile e politica. La liberazione si esprime in novità di vita; afferma il profeta: “ecco, faccio una cosa nuova: essa già germoglia, non ve ne accorgete? Nella seconda lettura Paolo parla del cambiamento radicale avvenuto in lui dopo l’incontro con Cristo: vede con occhi nuovi il mondo e i suoi valori. La novità di Gesù è entrata in lui ed ha compreso che salvezza e grazia sono dono di Dio, non frutto del nostro efficientismo. Così l’uomo nuovo si apre al dono dello Spirito. I farisei dell’episodio dell’adultera rappresentano l’uomo vecchio. Costoro non erano ricorsi a Gesù con cuore sincero, pronti alla conversione e disposti ad accettare la verità; avevano il loro schema mentale, loro scopo era solo far cadere Gesù in contraddizione. Anche oggi possiamo individuare altri protagonisti di episodi simili. Tanti accusatori non cercano la verità, ma pongono domande per tendere un inganno. Gesù scrive per terra e nel proclamare “chi è senza peccato” solleva il coperchio dalla coscienza di ognuno. Si sono versati fiumi d’inchiostro per stabilire cosa potesse scrivere. Probabilmente nulla, era un gesto di distacco per manifestare la propria amarezza nel constatare l’accanimento nell’accusare un proprio simile, una sorella che aveva sbagliato. Il silenzio allora si fa pesante e insopportabile, la folla si disperde. Gesù rimane solo con l’adultera, a fronteggiarsi sono la miseria e la misericordia, come sintetizza mirabilmente Agostino. Nella sua risposta Gesù introduce una duplice novità. Egli non considera quella donna come isolata nel suo peccato di fronte a tutti gli altri, ma coinvolge nel giudizio gli accusatori: “chi è senza peccato, scagli la prima pietra”; quindi, non nega che ci si debba pronunciare sul peccato o rimanere indifferenti. Ma insegna che ognuno deve rivolgere prima di tutto a se stesso le accuse perché tutti sono peccatori e bisognosi di perdono e conversione. In secondo luogo Gesù ricorda che il giudizio di Dio non è mai spietato; invece di chiudere l’uomo nell’umiliazione del suo peccato, Egli tende a liberarlo perché possa ricostruire più autenticamente una nuova innocenza dello spirito. La novità di Gesù è presentare un Dio che accoglie, abolisce le divisioni, siede a mensa con i peccatori, mette l’amore al di sopra di tutte le leggi e le prescrizioni. Non lasciamo passare questa Pasqua senza un profondo rinnovamento interiore, che possiamo realizzare se apriamo il nostro spirito al Vangelo e a Gesù mite e forte insieme, venuto non per condannarci ma per dirci: “alzati, cammina, va avanti… non peccare più”. Dio si presenta come colui che accoglie e perdona! Lo si sperimenta nella celebrazione penitenziale, celebrazione di una misericordia che non è accondiscendenza, ma momento di novità, di vita nuova.



IV domenica di Quaresima

Giosuè 5,9°-10-12: finalmente nella terra promessa è possibile celebrare la pasqua

II Corinzi 5, 17-21: Cristo ci ha riconciliato con Dio

Luca 15, 1-3. 11-32: Un padre prodigo e due fratelli invidiosi

 

Riconciliazione significa vedere la vita con gli occhi di Dio, il quale prende l’iniziativa perché è Padre che infonde amore. La liturgia della parola di questa domenica invita a riflettere sul dono di una patria, di una casa, di una personalità. Di “prodigo” nella parabola è l’amore del Padre, che non è permissivo o autoritario. Ci si comporta così solo quando non si è capaci di essere realmente genitori e instaurare con i figli rapporti che implicano il dialogo ed il rispetto della libertà. Il padre della parabola é soltanto padre, costante riferimento nella vita del figlio, nonostante gli smarrimenti e le fughe di quest’ultimo. Il Padre che Gesù ha rivelato non aspetta in casa che il figlio ritorni; con Gesù va nella casa dei peccatori e mangia con loro, un modo di fare che provoca lo sdegno dei benpensanti, ecco l’occasione della parabola. Luca precisa che nel figlio minore rilevante non è tanto lo sperperare, ma la convinzione che la casa é una prigione, la presenza del padre ingombrante, l’andar via significa libertà. Perciò, il suo ritorno diventa conversione non perché decide di lavorare in casa come salariato, ma per aver capito che vi si sta meglio; il suo ritorno non è un prezzo da pagare, ma mentalità da cambiare; da qui il contrasto col fratello maggiore, monumento di fredda e sterile inappuntabilità. Burocrate della virtù, pur presente in casa egli conserva un distacco interiore ed affettivo espresso con le parole: “questo tuo figlio” - miscuglio di ironia verso il padre e disprezzo verso il fratello - mentre il padre cerca di ravvivargli l’amore ricordando che a ritornare è suo fratello. Finché persiste la spavalda sicurezza mai incrinata dal dubbio è impossibile la conversione. Il figlio maggiore é convinto di essere sulla strada buona, raffigura il fariseo di cui parla l’introduzione della parabola, non riesce a condividere la gioia del padre e prova invidia per l’accoglienza. Pensa che peccato sia dilapidare le sostanze, non l’essersi allontanato da casa, dove egli è rimasto ma con l’animo del mercenario e convinto che fuori si stia meglio. La sua è la fedeltà del servo, non sa gioire; nel fratello non vede un povero da salvare, ma un fortunato da punire. Il Padre è il volto del vero Dio, diverso da come scribi e farisei descrivevano e i giusti e benpensanti supponevano. Sei pronto a seguire il figliol prodigo, consapevole che Qualcuno ti attende a casa, anzi è già per strada pronto a venirti incontro per abbraccianti?




III domenica di Quaresima

Esodo 3,1-8°.13-15: Eì Dio che manda Cristo

I Corinzi 10,1-6.10-12: L’esperienza d’Israele nel deserto un esempio per noi

Luca 13,1-9: La necessità della conversione per prevenire il peggio

Un Dio perfettissimo suscita stupefacente ammirazione, ma accentua la distanza dalla nostra condizione di esseri deboli, vittime della nostra stessa natura perché inclini più al male che al bene. è l’immagine che di Dio ha rivelato al suo popolo e consegnato ai profeti perché la facessero conoscere? Se sfogliamo la Bibbia troviamo invece un’altra storia di Dio: è presente, operante tracciando il percorso della storia di salvezza. Così si presenta a Mosè dal roveto ardente raccomandandogli di riferire il solenne messaggio: “Io Sono mi ha mandato a voi” “Sono sceso per liberarlo”. È un Dio che ha compassione, anche se Israele spesso tradisce. È un Dio misericordioso che sollecita la fede e coinvolge il cuore senza pretendere fredde adesioni intellettuali. Egli cammina con noi nella storia pronto ad intervenire se abbiamo fede. Sempre Padre, non abbandona l’uomo perché il suo nome è Javhé: Io-sono Colui che è dal quale promana una prossimità familiare e concreta come ci racconta la prima lettura. Nel Vangelo Gesù prende spunto da un fatto di cronaca per ribadire che la vicinanza di Dio deve abituare ad analizzare concretamente i fatti perché anche i più drammatici possono indurre alla conversione se aiutano a riflettere. Per rendere più chiaro il suo pensiero Egli racconta la parabola del fico, il cui significato riprende il tema della vicinanza di Dio per il tempo concesso per beneficiare della misericordia. Se ne deduce che la sua è innanzitutto una vicinanza salvifica da utilizzare per celebrare la riconciliazione che nella nostra vita corrisponde al tempo della pazienza di Dio. Egli concede fiduciosa speranza per emendare il nostro io plasmando un cuore nuovo. Per i cristiani l’evento salvifico del perdono e della riconciliazione diventa un fatto di chiesa perché la conversione avviene nell’azione liturgica della comunità bisognosa della misericordia di Dio. Sei disposto ad assumerti la responsabilità del contadino descritto nella parabola? Quale è il tuo impegno concreto per far uscire la nazione da una complessa e rischiosa congiuntura?

 

La luce del kairòs divino illumina la nostra vita
 

Dopo la riflessione sulle tentazioni e la profezia della trasfigurazione come simbolo pasquale, nella terza domenica di quaresima Gesù invita a un radicale cambiamento di mentalità, possibile se si sanno leggere i segni e fare discernimento andando oltre l’immediata percezione degli eventi. Egli introduce un tema che suscita di solito angosciosi scandali: la morte tragica, assurda e prematura e l’eventuale responsabilità di un Dio perfettissimo e degno di stupefacente ammirazione ma distante da noi, esseri deboli e inclini più al male che al bene. La Bibbia racconta invece un’altra storia di Dio. Lo descrive pieno di partecipe compassione, misericordioso, pronto a coinvolgere il cuore senza pretendere fredde adesioni intellettuali, disposto ad accompagnarci nel nostro cammino mostrando una familiare e concreta prossimità. Gesù conferma tutto ciò prendendo spunto da un fatto di cronaca per ribadire che la vicinanza di Dio deve abituare ad analizzare concretamente i fatti perché anche i più drammatici possono indurre alla conversione se aiutano a riflettere. Egli interroga gli astanti su episodi di cronaca che avevano lasciato un tragico ricordo. A Siloe era caduta una torre travolgendo diciotto individui: che colpa avevano costoro? Pilato aveva fatto trucidare dei pellegrini galilei: perché il Signore non era intervenuto? Gesù è esplicito nel dichiarare che Dio non fa cadere torri o architetta sventure. Quando in un’altra occasione gli chiesero, secondo le credenze del tempo, se a peccare fossero stati i genitori o il cieco nato, egli non esitò a dichiarare: né lui, né i suoi genitori perché non è il peccato il motore della storia. Infatti, Dio lotta con noi contro ogni male donandoci la grazia della conversione, cioè la possibilità di cambiare rotta per evitare di andare a sbattere e perire. E’ la necessaria inversione di una umanità che deve cambiare modalità di relazioni per consolidare la fraternità, procedere a una gestione politica orientata al bene comune, praticare scelte economiche improntate alla giustizia distributiva, convincersi che la terra è la casa comune da preservare con una accresciuta sensibilità ecologica. Il “convertitevi” evangelico si traduce quindi in un “amerai”, semplice da pronunciare ma complesso da praticare, ecco perché Dio concede tempo per convertirsi. Per rendere più chiaro il suo pensiero, Gesù racconta la parabola del fico e riprende il tema della vicinanza di Dio che concede tempo per beneficiare della sua misericordia. La missione del contadino-Cristo assicura un altro anno di cure. Egli é consapevole che la primavera non si lascia sgomentare nell’attesa della fioritura perché la Pasqua non si arrende, pronta a consolidare la fiducia che illumina la storia. La presenza di Dio è innanzitutto una vicinanza salvifica, tempo per celebrare la riconciliazione profittando dell’infinita pazienza del Signore. Egli concede fiduciosa speranza perché il nostro io si emendi plasmando un cuore nuovo. Per i cristiani l’evento salvifico del perdono e della riconciliazione diventa un fatto comunitario nell’azione liturgica di una chiesa bisognosa della misericordia di Dio, longanime e misericordioso perché non pesa le nostre azioni col bilancino, pronto a punire.



Trasfiguriamoci in Cristo

La prima lettura della liturgia di questa domenica presenta Abramo, pastore nomade senza stabile dimora e senza figli, impegnato in un lungo cammino che lascia un solco profondo nella sua esistenza: incontra Dio, esperienza che si trasforma in alleanza per la vita ravvivata con costante fiducia. Anche per noi sbocco del pellegrinaggio quaresimale è la luce divina, consapevoli che la vita si svolge tra l’essere e il divenire, tra il già di fede del "Voi siete in Cristo Gesù" e il non ancora del cammino con Cristo, impegnati a scalare il Tabor dopo aver sostato in meditazione nel Getsemani. A queste condizioni il cammino penitenziale rendere liberi da ogni opacità ed immerge nella luce gioiosa della Pasqua. Domenica scorsa abbiamo riflettuto sulla tentazione, esperienza anche di Gesù nel deserto, oggi contempliamo i risultati della sua vittoria sul male: la trasfigurazione per scoprire la sua identità profonda di Figlio di Dio. L’episodio, con particolari diversi che ne arricchiscono il significato, é racconto dai tre vangeli sinottici. Per Luca avvenne otto giorni dopo (9,28a) la confessione di Pietro, che riconosce Gesù “Cristo di Dio” (Lc 9,20). Subito dopo Gesù annuncia la necessitas della passione, morte e resurrezione (9,22) e decide di salire sul Tabor per pregare. Si fa accompagnare da Pietro, Giovanni e Giacomo, ai quali ha promesso la visione del regno di Dio (Lc 9,27). L’adesione di Gesù al Padre rende gli apostoli “testimoni della sua gloria”, che Luca tenta di descrivere asserendo che il volto appare “altro” e le vesti sono raggianti di luce. I tre percepiscono un mutamento nell’aspetto, ma le loro parole sono inadeguate per comunicare questa percepita alterità. In effetti, dalla testimonianza si può solo affermare che l’uomo Gesù ha un’identità altra, non ancora rivelata, ma sufficiente a consolidare la fede in lui. Molteplici sono i tentativi di spiegazione dell’evento. Giovanni Damasceno asserisce che Gesù rimane lo stesso, sono gli occhi dei discepoli a subire una trasfigurazione e vedono ciò che quotidianamente rimane loro nascosto. Altri sostengono che Gesù ha concesso agli apostoli di vedere la sua gloria messa tra parentesi nella vita mortale. Recentemente si preferisce ritenere che l’episodio prospetti un’anticipazione, frutto della fede in Gesù risorto, cioè una lettura a posteriori come profezia della Pasqua. Per comprendere meglio il passo occorre far riferimento alla mentalità e alla cultura ebraica del tempo. L’identità in questione è testimoniata da Mosè ed Elia parlando dell’esodo, che ai tre discepoli appare come il sigillo su ciò che accadrà a Gesù una volta a Gerusalemme. Pietro in estasi chiede di rendere il momento durevole. Allora la Shekinah, la Presenza di Dio, li avvolge con la sua ombra, destando timore e tremore. Infatti, sono davanti a Dio, ne percepiscono la Presenza ma non lo vedono, odono attestare l’identità di Gesù “Figlio mio, l’Eletto; ascoltatelo!”; quindi la rivelazione è Gesù stesso, la sua persona. Il grande comando “Ascolta, Israele!” (Shema‘ Jisra’el: Dt 6,4) diventa: “Ascoltate il Figlio!”. Legge e dei Profeti si riducono così all’ascolto di Gesù. Nel silenzio si conclude un evento che è difficile narrare: Gesù è di nuovo solo con i tre, ammutoliti dallo stupore. Costoro non sanno raccontare ciò che hanno visto fino a dopo che Gesù é risorto dai morti: quindi la trasfigurazione diventa il segno e la profezia della resurrezione. Pietro, Giacomo, Giovanni desiderano di piantare sul monte le tende per starsene lontani dagli affanni del loro ambiente e contemplare, inebriati, la Luce. Ma il colloquio di Cristo con Mosè ed Elia evoca l'esodo, viaggio verso il calvario per affrontare le asperità della vita. Così, ad imitazione di Gesù, si diventa figli diletti ascoltando Dio. Nel linguaggio biblico è sinonimo di obbedienza e conversione, progetto di vita basato su una radicale fiducia, illuminata dall’intelligenza per comprendere e dal coraggio per decidere. Moltiplichiamo i momenti di preghiera come contemplazione mistica della presenza del Padre perché, rafforzata in noi la fede di Abramo, possiamo sentirci trasfigurati dalla gloria di Cristo.


II domenica di Quaresima

Genesi 15,5-12.17-18: La fede di Abramo

Filippesi 3,17- 4,1: la gloria di Gesù trasfigura anche il cristiano

Luca 9,28b-36:la preghiera come contemplazione mistica della presenza del Padre

 

La liturgia di questa domenica nella prima lettura presenta Abramo, pastore nomade, senza stabile dimora e senza figli. Lungo il cammino incontra Dio in una esperienza intima che lascia un solco profondo nella sua esistenza. E’ capitato anche a noi di avere una particolare esperienza d’incontro con Dio? Per Abramo quella radicale fortissima diventa alleanza da lui sottoscritta con totale fiducia. Siamo disposti a offrire a Dio la nostra? La chiave di lettura è fornita dalla Lettera ai Filippesi: la vera patria è nei cieli e Gesù Cristo trasfigurerà anche il nostro corpo mortale per conformarlo al suo. E’ il significato ecclesiale della Trasfigurazione, segno e profezia: dobbiamo assimilarci a Cristo nello spirito, nei pensieri, nella vita. In questa logica anche il nostro corpo diverrà luce. La nostra vita si svolge tra l’essere e il divenire, il già del "Voi siete in Cristo Gesù" e il non ancora della nostra trasformazione. L'uomo trasformato in Cristo fa la volontà del Padre, si lascia condurre dallo Spirito al Tabor e al Getsemani, ama i fratelli sino a dare per essi la vita: cioè il proprio tempo, la competenza, i beni materiali. Si lascia sedurre dalla passione per il Regno senza esigere ricompensa, non è un mercenario che attende la paga. La conoscenza di Cristo è strettamente unita all'ascolto: conoscere e volere sono inseparabili. E’ la struttura della nostra fede. La verità di Cristo deve essere pensata e praticata. L'imitazione di Cristo si spinge fino ad avere i suoi stessi sentimenti, divenire miti ed umili di cuore. La comunione con Lui trova il culmine dell'Eucaristia, il sacramento della nostra trasfigurazione in Cristo. Il cammino penitenziale non è chiuso in se stesso, senza motivazioni, ma orientato a renderci liberi da ogni opacità per immergerci nella luce che riflette la gioia della Pasqua. Per qualche momento Gesù si trasfigura, fa trasparire dal suo corpo la gloria di Dio, velata normalmente dalla natura umana. Pietro, Giacomo, Giovanni, estasiati, pensano di piantare lì delle tende per starsene, lontani dagli affanni del loro ambiente, e contemplare per inebriarsi. Ma con Mosè ed Elia, nella visione, Cristo parla dell'esodo: del cammino attraverso il calvario da concludere nella gloria appena accennata dalla trasfigurazione mostrata ai suoi discepoli per conferire il coraggio di affrontare le asperità di quel cammino. Contemplato nella fede, Cristo non può essere una presenza inerte, diventa la forza travolgente del granello di frumento che marcisce per dar vita alla spiga. L'episodio della trasfigurazione si conclude con la voce del Padre che esorta ad ascoltare "il mio figlio diletto” Nel linguaggio biblico l'ascolto è sinonimo di obbedienza e conversione, coraggiosa assunzione di un progetto di vita, atteggiamento radicale di fiducia; richiede intelligenza per comprendere e coraggio per decidere. Abbandonati a noi stessi, isolati nel nostro piccolo io, certamente diventa difficile; ma se decidiamo di essere una cosa sola con Cristo non mancherà il coraggio di trasformarci in lievito del mondo. Mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto: pregare trasforma in ciò che si contempla. E tu? La preghiera fa mettere in viaggio verso il Tabor inebriati di luce e silenzio. Sei pronto? Gesù sale su un monte, verso più luce e più cielo. Allora gli apostoli dicono: come è bello vivere l’esperienza perché qui tutto ha senso. Il vangelo ricorda a noi, che abbiamo trasformato Dio in un pedante e pignolo giudice, pronto a rovistare nella nostra vita per trovare peccati, che Egli è Padre, è Bellezza tanto antica e tanto nuova, come canta sant’Agostino. Condividi questa prospettiva? Come la vorresti comunicarla agli altri?


Dal deserto alla tomba vuota, il percorso quaresimale.
Dalle ceneri sul capo dello scorso mercoledì, al fulgore della vita pasquale vivendo nel deserto e recandoci nel giardino: sono immagini bibliche che accompagnano la nostra storia ed evocano i momenti salienti del nostro percorso di salvezza perché l’uomo non è cenere di una passione inutile, ma figlio di Dio. Le tentazioni di Gesù scandiscono i tempi della nostra esistenza fatta di scelte tra due contrapposti. Anche noi desideriamo che le pietre diventino pane, confusi non sappiamo se usiamo o abusiamo del creato e siamo sedotti dal paradigma del potere. A fare la differenza è la fede, che non s’impone; è frutto del lento lavoro di risveglio del cuore che genera fiducia se si sa attendere con pazienza la maturazione dello spirito. E’ l’insegnamento che si desume dalla riflessione esegetica del passo evangelico che racconta le tentazioni di Gesù. Esso appartiene al genere letterario che il giudaismo conosce come haggadá, narrazione con un insegnamento da trasformare in norma di vita. L’esperienza storica di duemila anni di cristianesimo costituisce il miglior commento di questa pagina evangelica perché fa comprendere che si tradisce l’insegnamento di Gesù quando viene presentato come esaltazione di miracoli, scrigno di misteri e fonte di potere. Si dimentica, come si desume dall’esito del racconto, che il messaggio del Cristo si riassume nella concreta esaltazione della libertà di coscienza fondata sulla paterna azione della Provvidenza. Dio interviene col miracolo della sua Parola, vero pane per la fame di giustizia dell’umanità, opportunità di conversione del cuore mentre sollecita relazioni fraterne. Quaresima, tempo di grazia, opportunità per crescere nella conoscenza del mistero di Cristo ascoltando la sua parola per testimoniarla con una degna condotta di vita, invito a riflettere su come è possibile la conversione facendo deserto intorno a noi per ascoltare meglio Dio. I quaranta giorni di preparazione alla Pasqua vanno vissuti in spirito di fraternità, preghiera e penitenza per conquistare la libertà dello spirito, grati per quanto il Signore opera della nostra vita.
Come si vive questa esperienza interiore?
Il Vangelo lo propone narrando l’esperienza di Gesù, vero uomo che vive i nostri travagli. Egli è coinvolto in tre grandi tentazioni: del pane, segno e simbolo di tutto ciò che serve al corpo, subisce quella del potere, sete di dominio attraverso il possesso di beni, e quella dell'applauso per smania di stupire. All’idea di corrispondere alle attese di un messia politico trionfatore Gesù risponde confermando la propria vocazione di obbedienza al Padre. Davanti all'alternativa radicale: fidarsi di Dio o di una prospettiva immediata di beni, potere, successo, egli sceglie e traccia la strada a chi intende affidarsi all’amore di Dio. Questa l'alternativa appare chiara se viviamo intensamente la nostra Quaresima aiutandoci vicendevolmente a scegliere bene, con la certezza, come scrive San Paolo nella seconda lettura della liturgia domenicale, che "chiunque crede in lui, nel risorto, non sarà deluso". Perciò, "credere in Cristo" significa essere convinti che il dono più grande è la sua vittoria sulla morte, così siamo già come risorti nella speranza. Non è una probabilità, ma certezza proiettata in un escatologico futuro esistenziale, come il seme nel quale c'è tutta la pianta e, quindi, il frutto; è vero, non lo vediamo spuntare e crescere, ma basta piantarlo per sperimentare in noi la gioia di Dio.



I domenica di Quaresima 2019

Deuteronomio 26, 4-10: una professione di fede d’Israele

Romani 10,8-13: la professione di fede del cristiano

Luca 4,1-13: un uomo vincitore del male

Mercoledì scorso é iniziata la Quaresima, tempo di grazia, opportunità per crescere nella conoscenza del mistero di Cristo ascoltando la sua parola per testimoniarla con una degna condotta di vita. La liturgia della Parola invita a riflettere su come è possibile la conversione imitando Gesù facendo deserto intorno a noi per ascoltare meglio Dio. I quaranta giorni di preparazione alla Pasqua vanno vissuti in spirito di fraternità, preghiera e penitenza per conquistare la libertà dello spirito sull'esempio di Cristo. L’atteggiamento migliore è quello di gratitudine per tutto quanto il Signore opera della nostra vita. Nella prima lettura, tratta dal Deuteronomio, cioè della seconda legge che Mosè dà al suo popolo per incarico di Dio, Israele ricorda ciò che il Signore ha fatto in suo favore liberandolo dalla schiavitù dell'Egitto e riportandolo nella terra dei padri; ricorda e offre in segno di gratitudine, le primizie dei frutti della terra. Il rapporto con Dio non è fatto di timore, anche se molto spesso mostriamo di avere non un cuore di figlio, ma di servo. Mosè parla del Signore che è entrato nella storia, un Dio raccontato che non può essere escluso dalle vicende quotidiane. Egli libera, fa passare dalla terra di schiavitù a quella della libertà, terra promessa che si raggiunge dopo aver attraversato il deserto, luogo che obbliga ad una scelta tra Lui e tutto ciò che è contro di Lui. Ecco perché diventa luogo della tentazione e della prova. Come si vive questa esperienza? Lo dice il Vangelo, che propone il passo delle tentazioni. Gesù è veramente uomo e vive il nostro travaglio: il popolo rimane nel deserto quaranta anni, Egli quaranta giorni. Il popolo sperimentò tre grandi tentazioni: della fame, della sete, dell'idolo; anche Gesù: quella del pane, segno e simbolo di tutto ciò che serve al corpo, ma Gesù afferma che l'uomo non vive di solo pane. Egli Subisce la tentazione del potere, sete di dominio attraverso il possesso dei beni e dei regni che non risparmia nessuno e che si camuffa anche di religione e di pietà. A questa tentazione si affianca quella del successo, ricerca dell'applauso, smania di stupire. Il diavolo invitava Gesù a compiere un gesto che lo possa esaltare di fronte a gente che attendeva un Messia politico trionfatore. Egli risponde confermando la sua vocazione: "non tenterai il Signore Dio tuo”. La sua via è quella della croce, ben altro genere di esaltazione! Davanti all'alternativa radicale - fidarsi di Dio fino in fondo nonostante l'oscurità o fidarsi di una logica dell'immediato che ripaga subito con beni, potere, successo - Gesù sceglie e traccia la strada per tutti coloro che si affidano all’amore di Dio. Questa l'alternativa è la nostra Quaresima: scegliere e aiutarci vicendevolmente a scegliere bene, con una certezza radicale, come dice San Paolo nella seconda lettura: "chiunque crede in lui, nel risorto, non sarà deluso". Vale la pena vivere così, sapendo per chi viviamo. "Credere in Cristo" significa essere convinti che il dono più grande è la sua vittoria sulla morte perché così siamo già come risorti nella speranza, non una probabilità, ma certezza proiettata nel futuro, come il seme nel quale c'è tutta la pianta, anche se non la vediamo, ma basta piantarlo.
Senti il bisogno di fare deserto intorno a te per incontrare Dio?

Cosa proponi perché la comunità possa vivere concretamente lo spirito della Quaresima?


                                                            

13 Maggio 2018
Oggi celebriamo l’epifania di Gesù risorto nella sua Ascensione, «non è un percorso cosmico ma è la navigazione del cuore che dalla chiusura in sé conduce all'amore che abbraccia l'universo» (Benedetto XVI). Celebriamo anche la festa della mamma, perciò facciamo gli auguri a tutte le mamme della nostra comunità e del mondo intero riconoscenti perché la loro vita ed il loro impegno  rendono fecondo e vitale il mondo grazie all’abbraccio di amore generoso e responsabile. La nostra risposta all’invito della liturgia è la riconfermata fede nella Resurrezione e un consolidato impegno per la missione che si estrinseca nel proposito di essere testimoni impegnati non a guardare verso il cielo o verso la terra alla ricerca di un difficile equilibrio per la nostra vita. La sequela di Cristo impone una scelta per cui non bisogna impiegare il tempo in interminabili meditazioni, mentre un’opzione di parte opera contro il Regno; infatti, noi siamo attenti ad un avvenire non immediato, è possibile intravederlo attraverso il domani di Dio. Perciò Gesù invita i discepoli ad acquisire una nuova dimensione e, come il Maestro, non sfuggire dal quotidiano perché l’Ascensione rivela il senso finale della vita. E’ un richiamo a sentirsi fratelli per manifestare la realtà dell’amore eterno. Il Cristo non ci abbandona ma opera un passaggio di testimone; inaugura il tempo della Chiesa e la impegna a predicare la misericordia di Dio come ha fatto Gesù, epifania dell’amore del Padre. La risposta non può essere che il radicamento nella fede come Paolo che, sebbene in prigione, si sente libero nello spirito. Così supera i condizionamenti delle catene integrandosi al Cristo, che lo esorta a dirigervi verso il Padre mentre accetta il compito di far conoscere la buona novella del Regno. La liturgia ci propone anche la lettura del finale del vangelo di Marco opera di “scribi cristiani” sconosciuti a molti padri della chiesa; tuttavia la chiesa li ha accolti come ispirati. I versetti riportati sono ritenuti conformi alle Scritture, anzi ne diventano addirittura una sintesi. Gesù, dopo aver rimproverato i discepoli, non mostra segni per sollecitare a credere e, nonostante il persistere di una fede languida e priva di entusiasmi, affida loro la missione di annunziare il vangelo in tutte le terre e in mezzo a tutte le culture, senza barriere, impegnandoli ad immergersi tra le genti spogli di risorse ma fiduciosi nella freschezza del Vangelo. Egli si rivolge a seguaci i quali, anche se non privi di fede, rimangono sempre uomini e donne fragili, tentati dall’incredulità; li invita ad andare per il mondo promettendo di rimanere sempre con loro dopo l’Ascensione e fino alla parusia finale, di operare con loro per confermare la bontà della Buona Novella. Così Gesù è presente come soggetto della missione della chiesa, la quale è disposta ad essere sempre evangelizzata perché il suo annunzio del Risorto risulti efficace grazie ai segni e alle parole che egli compie e pronunzia per la salvezza di tutta l’umanità.
Con l’Ascensione termina il viaggio di Gesù verso Gerusalemme ed inizia il pellegrinaggio della sua comunità nella storia. La chiesa in missione vive di Vangelo e così cresce consapevole delle aspettative di Gesù? Egli si è chiesto: quando il Figlio dell’Uomo tornerà troverà la fede nel mondo? Le cose sono veramente mutate? Cristo è più presente o è ancora più emarginato dalla società liquida, nella quale sembra dissolversi anche la chiesa?
Un rimedio lo propone la seconda lettura con l’esortazione ad essere uniti traendo profitto dall’azione dell’unico mediatore impegnato ad annunziare le meraviglie del Padre provvido e misericordioso. Nel concludere trionfalmente la vita terrena Gesù alza le mani benedicenti, gesto che, grazie all’Eucaristica, riverberandosi arriva fino a noi. La festa odierna invita a ricercare il crocevia tra terra e cielo per superare la vischiosa atmosfera di una umanità dubbiosa e perciò triste. Ciò diventa possibile se si scende nel profondo della propria esistenza e si possiede la capacità di vedere il Cristo impegnato ad operare con noi confermando la Parola con segni convincenti. Tutto ciò produce gioia perché conferma che Gesù, un amico dotato di energia pronta ad operare per irrobustire la vita e mai stanco di amore, continua ad avere fiducia nell’umanità; infatti, annunziato dappertutto, egli opera con i suoi testimoni. 

                                                    6 maggio VI domenica di Pasqua
Atti 10, 25-26.34-35.44-48, I Gv 4,7-10; Gv 15,9-17
Nelle domeniche di Pasqua si riflette sull’amore perché la Tesurrezione può portare frutti solo se motore della vita diventa l’amore nel quale si riflette sia l’esperienza di Cristo sul Golgota, sia l’invito del Risorto ad incontrarlo nel cammino verso la Galilea delle Genti. E’ il cammino vittorioso dell’uomo nella storia se riesce a condividere questo sentimento, desiderio e tormento del cuore che, anche quando si   sforza, non realizza l’invito a considerare che “la misura dell’amore è di amare senza misura”, come scrive santa Teresa. Invece Gesù raccomanda proprio ciò; manifesta verso il prossimo un amore gratuito e totale anche quando umanamente appare incomprensibile e impossibile. Se si vuole entrare nel Regno della novità radicale introdotta dal Risorto occorre avvivare questa disponibilità e superare ogni muro, anche la barriera più impenetrabile come quella di considerare un centurione degli odiati nemici romani membro dei “timorati di Dio”, ritenere – come si racconta nella prima lettura - Cornelio un fratello nella fede perché lo Spirito elimina le barriere e la Chiesa deve prenderne atto. Il libro degli Atti descrive la presa di coscienza degli effetti dell’amore di Dio manifestato da Gesù sulla Croce e con la Resurrezione. Una conferma viene dalla seconda lettura. Giovanni ci fa partecipi della rivoluzionaria concezione sulla possibilità degli uomini di divenire figli di Dio perché Gesù capovolge i rapporti umani. L’amore è ciò che è Dio, non un sentimento. E’ la concreta disponibilità a farsi dono, fino a dare, come fa Gesù, gratuitamente la vita. L'Eucarestia domenicale attualizza tutto ciò. Sacramento dell’amore di Cristo per la sua Chiesa é la reale opportunità di partecipare alla mensa che immette nel circuito dell’amore di Dio.
Gesù collega questo comandamento – il solo comandamento - all’amicizia, culmine del rapporto con Lui. Gesù amico è il tesoro descritto dal Siracide (Sir 6,14). Egli lo ribadisce: «Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando». Non  si tratta di un’amicizia condizionata ma del segreto per essere partecipi della sua gioia perché la vera amicizia inizia quando si è pronti alla condivisione. La nostra libera adesione al suo  invito di amore è la coinvolgente risposta personale per cui non si esplicita solo un concetto letto nei vangeli e sentito in chiesa, ma si pronuncia un vitale sì per rispondere alla tenerezza che Egli dona con la familiarità che vince ogni timore. Vengono così eliminate tutte le barriere grazie alla redenzione gratuita compiuta da Cristo. Ne deriva l’invito a rimanere nel suo amore, superare ogni tentazione ad andar via temendo il ripetersi di precedenti delusioni e tradimenti. Gesù propone il suo percorso pedagogico: amarsi vicendevolmente, reciprocità del dare e del ricevere per riempire la vita di tutti esattamente come Lui ha fatto. E’ il Gesù che non ha esitato a lavare i piedi ai suoi; non ha mai giudicato i peccatori incontrati lungo le strade della Palestina. Egli ricerca anche l'ultima persona smarrita col coraggio dell’eroe e la tenerezza del perdono perché metro di questo amore, fondamento di questa amicizia non è l’imposizione, non è la simulazione, non è la mendicata ricerca di attenzione.
La gioia che si sperimenta diventa il sintomo che si è sulla buona strada per celebrare con Gesù la liturgia dell'amicizia cementata dall’unico comandamento, quello di un amore che si fa servizio e così genere serenità e moltiplicata la gioia per la disponibilità a condividere con gli emarginati, gli tutti gli scarti di una umanità angosciata, i disprezzati da chi si sente superiore e non fratello. Se ancora si nutre qualche dubbio rispetto all’invito di Gesù, è sufficiente chiedere al Padre nel nome di Gesù; Egli concederà ai figli adottivi la forza del suo amore rivestendoli di gioia. 

                                             29 aprile: V domenica di Pasqua 
Vite e tralci sono oggetto non di una parabola ma di una allegoria che fa riferimento al Vignaiolo, proprietario di una vigna, e descrive l’azione di una Vite e i frutti che allietano i tralci. Come è suo solito, quando deve trattare argomenti complessi Gesù ricorre ad immagini della vita quotidiana per rendere accessibile a tutti il suo insegnamento. Il richiamo ad esperienze concrete agevola la comprensione del  messaggio e fa comprendere il ruolo del cristiano nel mondo. La Vite è quella vera. Di false ce ne sono tante, ma grazie al discernimento è possibile riconoscere questo dono di Dio e il frutto del nostro impegno rispetto a chi pretende di trasmettere linfa, forza, coraggio o risolvere problemi e si mostra invece un attore fallace. L’autenticità di un operato che salva la si desume dalla raccomandazione nella prima lettera di San Giovanni: credere nel nome del Figlio, Gesù Cristo, e amarci gli uni gli altri.  “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo” asserisce Gesù nel passo del vangelo di oggi: tutto ruota intorno al Padre e al Figlio. Questi è strumento di salvezza se siamo capaci di rimanere legati a Gesù come un tralcio e vivere in simbiosi con Lui. L’immagine della vite e dei tralci è carica di contenuti. Cristo Risorto è la vita che comunica la linfa dello Spirito Santo. Il Padre è il vignaiuolo che ha piantato questa vite: Gesù Cristo, Figlio di Dio e Figlio di Maria. L’umanità deve innestarsi in Cristo, senza i tralci non producono. Vite e tralci sono il Cristo totale della storia della Salvezza, che fa germogliare coloro i quali “né da sangue, né da volere di carne. né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”: è la filiazione che partecipa della Vita del Padre in modo più intimo della semplice creazione perché vita trinitaria. Nel precisare la sua allegoria Gesù fa riferimento a due distinte operazioni: del tagliare e del potare perché si porti più frutto; descrive così la continua sollecitudine del Padre. Il suo è un operare non sempre comprensibile perché per il tralcio al momento può risultare doloroso. Sono le prove interiori alle quali si è soggetti, ma superare producono maggior frutto, cioè santità personale e salvezza delle anime grazie all’unione con Cristo, la Vite. La raccomandazione di Gesù: “Rimanete nel mio amore” è l’invito a realizzare l’unione più profonda, entrare dentro l’amore trinitario perché l’unione tra vite e tralci non è fisica ma di amore. Perciò Egli non ci chiama più “servi ma amici” ponendo come condizione la mutua permanenza e la disponibilità a compiere la volontà del Padre. Già nella Genesi l’uomo sente l’appello a portare frutto, a crescere, a lasciare di sé una traccia positiva, perciò con fatica cerca risultati. Le letture di questa domenica confermano questo anelito e ne descrivono i riscontri positivi. La comunità di Gerusalemme testimonia la trasformazione di Paolo: da persecutore divenuto missionario per la chiamata del Risorto (I lettura): il “tralcio” è stato benedetto dalla linfa della “vera vite” (Vangelo). La seconda lettura descrive gli effetti di questo innesto: l’amore fraterno genera nella comunità alla pace. Quali sono i criteri per discernere questa esperienza? “Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” perché, anche se peccatori, quando ci abbandoniamo tra la braccia di Dio siamo accolti e amati, gioiosa certezza che spinge ad amare gli altri. La diagnosi della storia asserisce che siamo incompleti, insufficienti, carenti, il Vangelo proclama invece un’altra prospettiva, quella della vita che porta frutto. Non un’esistenza autonoma, ma con le radici in un Altro, poderosa fecondità di chi “rimane” in Cristo radicato nel Padre. Quindi la vita cristiana è l’arte di lasciarsi salvare per poter dare perché molto più si è ricevuto. Per mostrare la potenza e la misericordia di Dio Gesù svela il segreto e le strategie del portare frutto: il Padre taglia ciò che è sterile e pota quel che porta frutto. Dio Padre cura con tagli e potature. La sua opera va assecondata. E’ la santità della porta accanto che fa la differenza tra individui illustri, svaniti dalla memoria, e una ragazza umile e povera che ha detto: «Avvenga per me secondo la tua parola» e, grazie a Lei, da millenni costatiamo quanto è benedetto il frutto del suo seno!
In questa domenica Gesù rivela una novità appassionata e rivoluzionaria: noi siamo il prolungamento della Vite piantata dal Padre, quindi composti della stessa materia. Gesù-vite dona a tutti la sua linfa, che scorre dentro e ci rende più vivi e fecondi. Dio vignaiolo si dà da fare a potare, non ad amputare, toglie il superfluo per dare forza; elimina il vecchio per far nascere il nuovo favorendo la circolazione della linfa, amore che irrora il mondo e segna tutte le esistenze.
Da qui la necessità di far nostro l’imperativo pronunciato da Gesù nel congedarsi: “rimanete in me”. Fedeli e saldi in quello che abbiamo appreso da chi ci ha tramandato quanto hanno appreso vivendo accanto a Lui, nutriamo la certezza di produrre in abbondanza frutti di gioia divenendo protagonisti di una storia che acquista significato perché ci riconosciamo fratelli dello stesso Padre.      

                                                    22 aprile IV domenica di Pasqua
Gesù era solito osservare fatti e pratiche quotidiane dai quali traeva spunto per rendere comprensibile a tutti il suo messaggio. Nel contesto palestinese di duemila anni fa parlare del pastore buono significava rendere chiaro e familiare il concetto esplicato con tale similitudine, era assicurato l’impatto emotivo per ciò che si voleva significare e per i sentimenti che s’intendevano ravvivare. Impegnato a sollecitare una riflessione sull’amore Gesù, prima di procedere ad un convincente ragionamento, usa l’immagine del pastore per fornire una tenera rappresentazione dell’amore di Dio verso l’uomo. Per un popolo che si nutriva della Bibbia era facile abbinare questa immagine al costante e provvido accompagnamento fatto dal Signore nel pellegrinaggio dal deserto alla terra promessa. Il simbolismo diventa ancora più efficace quando Gesù procede al paragone tra il buon pastore e il mercenario per sottolineare il rapporto con le pecore, le quali prontamente riconoscono il primo. E’ facile notare che nel termine “conoscere” utilizzato non vi è alcun riferimento al processo intellettuale della conoscenza, nella Bibbia è possibile conoscere ed essere conosciuti quando sono coinvolti la mente, il cuore, gli affetti, la volontà, l’analisi intelligente e la determinazione nell’azione. L’immagine evocata da Gesù fa riferimento all’ovile nel quale di notte sono custodite le pecore di molteplici greggi e che, al mattino, si recano al pascolo dopo che hanno singolarmente attraversato la porta e riconosciuto la voce del pastore che le chiama. Per seguire Gesù bisogna dunque attraversare questa porta e rispondere positivamente alla voce di chi chiama: Gesù é pastore e porta per il cristiano, il quale ogni giorno sperimenta l’efficacia di questa pedagogia di Dio, pronto a ricercare chi si smarrisce. Il passo del vangelo di questa domenica propone numerosi messaggi per mantenere la fede e vivere in sintonia con gli insegnamenti grazie al continuo riferimento all’amore di Dio per l’uomo e alla necessità di sperimentare la stretta unione col Risorto, il Pastore buono. E’ il titolo più disarmato e disarmante che Gesù ha scelto per se stesso, immagine amata e rassicurante fin dai primi secoli della cristianità perché consolatoria nel mentre presenta il pastore forte e combattivo, pronto a lottare contro i lupi per difenderci. Su questa disponibilità all’azione si fonda la sua bellezza, aggettivo usato dall’evangelista Giovanni e che non fa riferimento all’aspetto esteriore perché il fascino e la forza di attrazione sono prodotti dal suo coraggio e dalla sua generosità. La bellezza del gesto, ribadita ben cinque volte, si articola in una offerta senza sollecitazione di domande, un dono non dettato da pretese, un regalo che non deve essere contraccambiato. E’ la bellezza racchiusa in ogni atto d'amore, che costituisce anche il filo d'oro che lega tutta la storia della Salvezza. Essa non è una ideologia o un sistema di pensiero, non è un codice o un elenco di regole, ma la scelta costante e vincente di Dio di donare più vita all’umanità e alla singola persona. Offrire la vita è la paterna attività di Dio, un’azione veramente materna come quella della vite che dà linfa al tralci, della sorgente che dà acqua viva. Il pastore buono ritiene importante ogni pecora della quale si  prende cura per donarle felicità; ecco perché i lupi non potranno vincere. A dichiararlo è Gesù Risorto il quale, nel parlare alla sua comunità, rivela la propria identità più profonda, come ha fatto il Signore sul monte a Mosè quando pronunzia il suo Egó eimi asserendo che JHWH è il suo nome.
Gesù specifica ulteriormente questa rivelazione quando dichiara: “Io sono il pane della vita” (Gv 6,35); “la luce del mondo” (Gv 8,12); “la porta delle pecore” (Gv 10,7); “la resurrezione e la vita” (Gv 11,25); “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6); “ la vite” (Gv 15,5) e per due volte si descrive come il pastore buono e bello che spende la vita in mezzo alle pecore e nel pericolo le conforta e le salva manifestando la propria solidarietà, un amore che riconosce l’identità di ciascuna. E’ la prossimità raccomandata da Francesco, il quale auspica che i pastori della chiesa si facciano riconoscere per “l’odore delle pecore”, immagine forte, che ha scandalizzato i puristi, ma che di fatto sollecita l’urgenza della solidarietà e raccomanda la cura pastorale come conoscenza che consente anche alle pecore di conoscere il pastore. E’ un indirizzo operoso di vita, scandito da sentimenti di gioia che superano le tante ansie quotidiane perché il buon pastore è nostro prossimo, capace di una comunione che trascende i tempi della storia nella auto-rivelazione dell’intimità dell’uomo con Dio.  

                        TESTIMONIANZA PER LA SCOMPARSA DI ROSINA LAURITO.
                                                CANNALONGA 15 APRILE 2018
 
 Da tre anni sono Ministro straordinario dell’Eucarestia.
Il nostro mandato, sorretto dalla preghiera personale, fa si che Cristo Gesù e la Comunità Parrocchiale possano rendersi presenti ai malati o a chi vive la solitudine della vecchiaia.
Sappiamo che siamo immeritevoli di un così alto compito ma anche che Gesù stesso ci sostiene in questo servizio.
Zia Rosina è stata la prima persona a cui ho portato la Comunione, e da lei andavo poi tutte le domeniche.
Lei aspettava la mia visita e, fino all’anno scorso, dopo aver ricevuto Gesù,mi parlava di tante cose, mi raccontava della sua gioventù, del tempo passato, di quello che aveva fatto durante la settimana.
Mi accoglieva sempre con il sorriso, i suoi occhi mi dicevano grazie. Zia Rosina seguiva la Santa Messa dalla sua finestrina. Sentiva  i canti del coro, le parole di Don Luigi e recitava le preghiere con l’assemblea dei fedeli.
Negli ultimi tempi però le condizioni di salute la costringevano a stare a letto; la trovavo che si lamentava, a volte piangeva. Nonostante tutto partecipava attivamente alle preghiere anche se non riusciva più a fare il segno della Croce.
Riceveva solo una piccola parte dell’Ostia consacrata che, appoggiata su un cucchiaino, senza acqua, riusciva ad ingoiare.
Il giorno di Pasqua le ho portato per l’ultima volta la Comunione e come sempre l’ho salutata con un arrivederci proprio a questa domenica perché la scorsa domenica ricorreva la Pasqua Ortodossa ed io sono stata a Napoli, al cimitero dai miei genitori.
Ogni volta che andavo via, lasciavo la sua stanzetta commossa, sapevo che mi avrebbe aspettato.
Grazie zia Rosina per ciò che mi avete trasmesso e per gli insegnamenti di vita che ho potuto trarre in questo tempo trascorso con voi.
Riposate in pace nella gloria dei Santi.                                DI LUCIA GARIFALOS
 

                                                     15 aprile III domenica di Pasqua
Gli apostoli hanno difficoltà ad accettare la Resurrezione, manca loro la disposizione di cuore. Turbati da avvenimenti imprevisti, si rifugiano nei ricordi consolatori del passato, perciò è difficile pensare che Gesù possa essere in vita; i vangeli riferiscono senza ombra di dubbio che tutti i discepoli, uomini e donne, sono preda di questo stato d’animo, tutti pronti ad incamminarsi per strada di Emmaus, via del ritorno a casa e che riassume emblematicamente il dramma che stanno vivendo. Apostoli e discepoli sono angosciati perché un sogno si è trasformato in deludente incubo. Gli ingredienti per essere sfiduciati ci sono tutti, invece Cleofa e l’amico riferiscono di essere stati affiancati proprio da Lui e mentre intessono il dialogo una strana sensazione s’impadroniva di loro preparandoli alla sorpresa del gesto rivelatore che consolida le credenziali del crocifisso risorto e pronto a  leggere lo stupore, il turbamento, i dubbio misti a gioia dei suoi seguaci. Lo riconobbero allo spezzar del pane, dopo aver condiviso il cammino e visto sorgere una speranza, perciò cambiano destinazione e ritornano a Gerusalemme per continuare a gioire. Nulla può bloccare la loro corsa, non la notte, né la stanchezza, neppure i nemici, ormai vedono solo la luce dell’amico risorto che lo ha trasformati in profeti. I due stanno ancora parlando con gli apostoli quando Gesù appare e saluta “Pace a voi”. L’evangelista registra una sconcertante reazione, infatti “Credevano fosse un fantasma”. Il Risorto è costretto a fornire convincenti spiegazioni: “Perché siete turbati. Guardate le mie mani e i miei piedi, sono proprio io”. Cerca di rassicurarli facendo loro comprendere che il Crocifisso è la loro pace. Soltanto allora la reazione diventa di gioia, i presenti si convincono che il saluto sereno e penetrante è conseguenza della redenzione operata dal Risorto, strumento di pace e di riconciliazione con Dio, con noi e col mondo. Il gesto rassicurante delle piaghe mostrate prova del suo amore riassume il messaggio pasquale di pace che proviene dalla fede in Dio, in Cristo e nel suo amore perché la Resurrezione fa entrare nella nuova creazione, quella della relazione d’intimità con Dio. Nel racconto evangelico a sorprendere sono alcuni particolari. Infatti, le parole del Risorto “Non sono un fantasma” sembrano il lamento di chi desidera essere accolto per quello che ed abbracciato con gioia. Consapevole che non lo si può amare finché lo ritengono un fantasma, Egli s’impegna a dissipare i dubbi e a far vincere le paure e, per essere ancora più credibile e rassicurarli, chiede da mangiare, invita ad osservarlo con attenzione, a toccarlo. Quando finalmente lo riconoscono con certezza ricorda loro quanto è avvenuto e si legge nelle Scritture: “Il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati”. Gli apostoli lo conoscevano bene, eppure non lo riconoscono subito come Risorto, faticano a credere. Questa iniziale sconfitta della fede si trasforma però in una preziosa garanzia che la Risurrezione non può ritenersi una ipotesi consolatoria inventata da un gruppo di delusi che si autosuggestionano a vicenda; è una esperienza che spiazza chi ne è testimone, obbligando ad accettare una presenza amica che suscita stupore. Quindi, leggendo il passo del vangelo di questa domenica possiamo asserire che Gesù non è un fantasma, ma potenza di vita che conquista perché avvolge il fedele di pace e di perdono. E’ il Risorto pronto a piangere le mie lacrime e sorridere per le mie gioie. E’ il Vivente che ha vinto la morte risorgendo e per questo è stato esaltato dimostrando di essere il Messia Signore, Figlio di Dio. Occorre notare, però, anche la consolante predisposizione di Gesù a mostrarsi dopo la resurrezione ancora più umano, ecco perché si fa riconoscere allo spezzar del pane. La sua è una presenza che elimina paure e dubbi, dona pace e gioia in quanto si lascia vedere, palpare; è pronto a mangiare davanti a tutti e con tutti, si mostra alle donne e spiega loro le Scritture, accondiscende alle pretese dell’incredulo Tommaso, domanda per tre volte a Pietro se è certo di amarlo più di tutti. E’ un Risorto sensibile all’affetto umano, pronto ad entrare in amichevole relazione con tutti coloro che lo cercano e sono disposti a fare con lui il tratto di strada che porta nel Regno.

                                             8 aprile II, Domenica  di Pasqua
Nella tradizione liturgica è la Domenica in Albis, così chiamata perché la veste bianca del battesimo indossata la notte di Pasqua dai catecumeni veniva mostrata riconoscenti per la grazia ricevuta. Il Vangelo descrive una stanza chiusa, delle finestre sbarrate, un ambiente saturo di paura e dall’aria viziata, situazione e contesto non molto distante da quanto l’umanità di oggi é abituata a sperimentare. Il passo fa riferimento a Tommaso, un galileo radicale, cocciuto, pragmatico, attraversato da un dubbio generato dalla concretezza del suo essere razionale. Ha trascorso gli ultimi mesi in compagnia di Gesù, sa che è morto ed ora gli vogliono far credere che è possibile godere della sua presenza nei fratelli. E’ un suo discepolo, ma non può essere testimone di una cosa così assurda!. Noi siamo pronti a condannarlo, ma mettiamoci nei suoi panni.
I suoi compagni di avventura, che hanno condiviso con lui l’esperienza unica di frequentare il Maestro di Nazareth, sono stati protagonisti di un fatto eccezionale: hanno incontrato di nuovo Gesù, che si è manifestato per invitarli ad una missione di pace promettendo loro lo Spirito. Devono diffondere sulla terra il perdono di Dio, essenza del Suo respiro perché è Padre. Ecco la nuova e prima evangelizzazione: fermarsi presso gli ultimi, i deboli, i malati, i sofferenti, i peccatori e perdonare! Tommaso non era rimasto rintanato con gli altri apostoli temendo i Giudei, non si era nascosto. E’ facile immaginare la delusione quando ritorna dal suo errare senza meta per la città col rischio d’incontri pericolosi: i suoi confratelli erano impazziti o avevano fatto l’esperienza particolarissima dell’incontro con Gesù? Comunque egli non ritiene giusto essere stato escluso per cui risponde con la provocatoria richiesta di voler vedere e costatare concretamente l’accaduto. E’ noto per le sue nette e sconcertanti affermazioni come si legge in Gv 11,16. Allora, rispetto agli altri, che per paura avevano cercato di bloccare Gesù pronto a rispondere al grido di aiuto di Lazzaro, aveva dichiarato: ebbene se é necessario andiamo a morire con lui. Cristo misericordioso nella sua saggezza gli concede l’opportunità di mutare l’amarezza in atteggiamento di preghiera; non lo punisce per aver dubitato, usa la sua debolezza e il suo evidente desiderio per un intimo incontro di cuori quando otto giorno dopo ritorna e trova i discepoli ancora lì al chiuso, storditi dalle parole udite, titubanti, incerti, impauriti: hanno ascoltato, ma non hanno capito! Gesù, paziente, si mostra di nuovo per incoraggiarli. Questa volta è presente anche Tommaso al quale il Maestro si propone per sciogliere i suoi dubbi. Da grande educatore è consapevole che deve rispettare i tempi di maturazione di ogni psicologia, gli mostra le ferite e lo aiuta a capire. Tommaso-Didimo non è un uomo di grande speranza, ecco perché lo possiamo considerare nostro gemello. E’ retto, leale però chiuso; teme che lo ingannino e perciò non si fida, ha paura di divenire schiavo di illusioni. Non è un carattere facile a credere, però ama il Signore e Gesù ha compassione di lui, come il buon Pastore viene a cercarlo; lo conosce, non gli sfugge la sua testardaggine, ma lo riconquista con l’invito a toccare la sua misericordia che trasforma in premio superata l’incredulità. Ecco perché Tommaso non può resistere, tocca il cuore del Signore, palpa la sua divinità, gusta la sua gloria e così viene inondato della gioia pasquale che esplode in quel “mio” che accompagna la sua professione di fede. La Resurrezione non annulla la Croce: noi saremo quello che siamo capaci di plasmare facendo fruttificare i nostri talenti. Le piaghe mostrate sono incontrovertibili testimoni dell’amore salvifico, sale e lievito per la nostra vita. Gesù viene a porte chiuse; non se ne va, ma continua a cercare. Il suo apparire non sa d’imposizione; il Risorto si preoccupa del pianto di Maddalena e delle donne che vanno a profumare il suo corpo straziato, delle paure degli apostoli, dei dubbi di Tommaso! Non chiede, ma porta aiuto, pace che infonde forza pur se perseguitati, serenità a chi patisce ingiustizie, una vita densa di esperienze positive a chi s’impegna. Per questo fine Egli dona lo Spirito Santo trasformando individui fragili e impauriti in vincenti e credibili testimoni dell’amore di Dio.
A Didimo mostra le piaghe di crocifisso per nulla risentito a causa dei suoi dubbi, non rimprovera chi ha difficoltà a credere, si approssima discreto ed amorevole, tende la mano senza giudicare, anzi incoraggia a costatare concretamente la verità mentre proclama beato chi fa fatica a credere, chi cammina a tentoni, chi non vede e tuttavia ricomincia a cercare. Così Gesù continua ad essere in mezzo a noi non uomo tra gli uomini, ma come Risorto, cioè il Vivente per sempre, presenza più coinvolgente di quella fisica perché supera ogni ostacolo. Nessuna porta sbarrata o muro possono impedire questa vitale comunione che pone sempre Gesù al centro, pronto a presiedere l’assemblea e a confermare il mandato ai discepoli perché facciano sperimentare la salvezza grazie alla remissione dei peccati, perché gli uomini hanno bisogno di perdono. E’ il dono generoso del Padre del quale si è partecipi nel modo più semplice e coinvolgente; è sufficiente pronunciare, come finalmente fa anche il titubante Didimo: Signore mio e Dio mio, atto di fede che fa riconoscere la vera identità di Gesù, sempre una sfida alla nostra intelligenza perché implica di riconoscere nel corpo piagato del crocefisso la gloria della trasfigurazione.

                                                             Pasqua di Risurrezione
Atti, 10,34a.37-43; Colossesi 3, 1-4; Giovanni 20, 1-9
Oggi abbiamo la possibilità di sperimentare la salvezza ed uscire dall’amara notte, dal buio interiore e dal gelo di un cuore arido. All’esterno, l’esperienza quotidiana ci partecipa la brutta sensazione che la storia dell’umanità continua ad essere una sequela d’ingiustizie, orrori, sangue, morte e lutti, ma per noi cristiani la prospettiva è diversa. Il vangelo fornisce la motivazione del perché la nostra speranza é fondata su basi solide. I protagonisti dell’episodio vengono descritti mentre escono di casa e si dirigono verso una tomba, dove una particolarissima esperienza muta il loro pianto in gioia. Da quel momento si registra un continuo correre di donne e di uomini, tutti impegnati a testimoniare che nel giardino, ai primi chiarori dell’alba, il Risorto ha trasformato le loro lacrime in un sereno sorriso nonostante chi si era recato alla tomba era angosciato dalla paura che tutto fosse finito: anche il loro cuore aveva accettato l’evidenza dei fatti, il corpo di un crocefisso era stato deposto in un sepolcro! Allora perché avvinarsi alla tomba?
Maria cerca risposte, ma a confonderla ancor più è il sepolcro spalancato, senza cadavere e addirittura splendente, cosa veramente strana per un luogo dove a dominare è l’oscurità che si pesta bene ad enfatizzare la sconfitta della vita e la vittoria della morte. In effetti in quel giardino finalmente è sbocciata la primavera che attira gli apostoli rimasti uniti nonostante i rischi e il timore, ad amalgamarli è il ricordo del Maestro, unico collante di uno sparuto gruppo d’individui delusi e scoraggiati. Pietro e Giovanni decidono di verificare la situazione dopo l’annuncio della Maddalena. Già fermi sul limitare della tomba constatano che è avvenuto qualcosa di strano; osservano e cominciano a credere al messaggio che è stato loro riferito: Gesù non è più lì, nella tomba. Giovanni comprende per primo; non poteva esserci, il Maestro ha dimostrato in tante occasioni di essere la vita, perciò non poteva rimanere lì. Chi lo cerca deve trovarlo altrove, innanzitutto fuori dalla tomba, è vivo, quindi è possibile trovarlo ovunque, ma non in un luogo di morte. Ai discepoli è stato annunziato che Gesù li attende in Galilea. Egli li ha preceduti nella terra della loro prima esperienza di amicizia, dove hanno ascoltato coinvolgenti parole e sono stati testimoni di tanti prodigi. Il Risorto si è recato in Galilea per iniziare insieme ai suoi seguaci il viaggio verso la Terra Promessa, il Regno di Dio. Auguri dunque a tutta la comunità. Abbiamo iniziato a vivere il primo giorno della settimana nel Regno della Promessa. E’ la nostra Pasqua dalla quale sgorga già una primizia: per noi il tempo non è solo cronos, linea ininterrotta di giorni sempre uguali fagocitati da una fugacità senza senso, ora ogni nostro momento si trasforma in kairos, occasione per l’incontro salvifico col Risorto, il quale ci consola indicandoci la via e riscaldandoci con l’amore del Padre. Sappiamo che Maria di Magdala corre nel buio di un giorno appena iniziato, nella sua incertezza spinta da un cuore irrequieto, sa solo che non ha paura. È l’alba quando sperimenta il suo incontro di Pasqua. Lei è la prima perché ha amato intensamente; la stessa esperienza capita a chi ha amato il Maestro più degli altri: le donne, Pietro, Giovanni, partecipi non di un’apparizione gloriosa, ma solo testimoni di un sepolcro vuoto. Non è facile capire; infatti sulle prime si pensa che la salma sia stata portata via e così privati anche di un corpo da piangere. Tuttavia inizia una corsa: è la loro ricerca. A far capolino è l’idea di una cosa grandiosa pur nella confusione dei segni. Il gruppo comincia a considerare il fatto e la situazione alla luce delle Scritture, si ripetono frasi pronunciate da Gesù. Del resto, vi è una evidenza che conforta questo pensiero: teli posati e sudario piegato con cura sono  segni che non è stato commesso un furto. Cominciano a ritenere che una forza misteriosa ha liberato quel corpo dal sudario e così da Gesù è stato rimosso il velo opprimente della morte. Ricercare un corpo assente stimola la ragione ed illumina la fede perché senza cadavere non c’è morte. Essa è stata vinta almeno una volta, allora è possibile sconfiggerla e con essa il male che l’ha causata. Grazie a queste donne e con questi discepoli anche noi possiamo caricarci di una energia di bene fatta di piccole cose, gesti vincenti perché compiuti da individui nati di nuovo nella mattina di Pasqua quando, come Maria, al sentirsi chiamare per nome si risponde Rabbuni riconoscendo che egli non solo é il Risorto, ma anche la Risurrezione che ora ci appartiene, forza che proietta verso una luce radiosa e senza fine. Il passo del vangelo proclamato è un particolare e specialissimo racconto storico: narra di un fatto che, per comprenderlo, va collocato al di là della storia dei mortali, così accende la speranza in una esistenza che va oltre la condizione mortale. Essa indica la realtà della promessa che solo Dio può mantenere, evoca Gesù, immagine di Dio in terra, come il Risorto, immagine dell’Uomo in Dio. Perciò gli auguri che ci scambiamo sono fecondi: con Cristo Risorto fiorisce la nostra fede, rinasce la speranza, l’amore diventa vita.                                                                                                                                                                                                                     
                                            Triduo Maggiore della Settimana Santa
Dalla morte alla vita è la meditazione che la Chiesa invita a fare in questi giorni. La fine della vita storica di Gesù avviene nelle contraddizioni piene di malvagità di cui è capace l’uomo, mentre il Cristo, dopo aver amato i suoi, ha continuato ad amarli fino alla fine, intendendo con ciò non un termine cronologico, chiusura di un periodo, ma il compimento, la pienezza generatrice di amore perché il suo vivere è costruttivo e meritevole. Pietro comprenderà tutto ciò dopo l’esperienza della Passione e Resurrezione, non durante la cena quando a tavola, rappresentata dai discepoli, è seduta tutta la Chiesa che gode dei doni del Signore, ma è ancora segnata da lacerazioni e divisioni per la persistente mondanità nei cuori. Gesù invita ad una condivisione di memoria, di storia, di certezza di salvezza, novità radicale ed imprevedibile perché nel pane e nel vino dona se stesso. In contraccambio del suo offrirsi chiede soltanto che siano ripetuti il gesto, il dono, le parole, cibo per crescere nella fede e nell’amore. Ecco il motivo perché poniamo in una speciale cappella l’Eucarestia e preghiamo in attesa dei riti del Venerdì.  
 
                                              GIOVEDI’ SANTO: in coena Domini
Quando la famiglia ebraica si metteva a tavola il 14 di Nisan era prescritto che il figlio più giovane chiedesse al padre: “che significa questo rito?” Nel cenacolo Giovanni rivolse il quesito a Gesù. Poniamoci anche noi la domanda: che significa ciò che la Chiesa compie in questi giorni?
Il Giovedì si ricordano e rivivono tre misteri: Cristo istituisce l’eucaristia e l’ordine sacerdotale e dà il mandato della carità. L’eucaristia è nella nostra vita ciò che è il sole nel mondo: luce, energia, gioia di vivere. I primi cristiani ne avevano approfondito il significato, innanzitutto memoria e racconto dell’amore di Cristo. E’ bello narrare l’amore mettendo da parte ogni astrattezza: “avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine”.
L’Eucaristia, compagnia della vita perché invita a mangiare il pane frutto del lavoro, genera il bisogno di essere solidali: prendere e mangiare insieme, come fratelli,, quando non avviene tradiamo l’Eucaristia perché la riceviamo chiusi nel nostro egoismo, soddisfatti del perbenismo di un rito consolatorio! In questo “impegno nell’oggi” si scopre il senso profondo della lavanda dei piedi. L’evangelista Giovanni non narra l’istituzione dell’eucaristia, ma riferisce questo gesto di Gesù in sé sconvolgente. Oggi suscita più curiosità che condivisione, é la reazione della persistente incomprensione di Pietro: “no, mai” perché difficile spogliarsi dell’autorità intesa come potere.
 
                                   VENERDI’ SANTO: In Passione Domini
Riviviamo il mistero di salvezza realizzato dal Figlio dell’Uomo che si sottopone ad una morte atroce. Il suo gesto aiuta a comprendere le dinamiche delle mille povertà e delle continue sopraffazioni alle quali sono sottoposti i piccoli, gli umili, lo scarto dell’umanità riscattato dalle sofferenze di Gesù. Lungo la salita al Calvario Egli si fa fisicamente, psicologicamente, moralmente simile ai tanti sconfitti della storia per aiutarli a sollevarsi nonostante cadute, croci, passioni e morte. Il morire e la sepoltura di Gesù proclamano che solo l’amore può essere sintesi di salvezza nella storia, dar senso e vincere la morte operando redenzione. Lo spettacolo del Venerdì Santo accende la speranza e coinvolge i cuori di tutti noi che durante la processione per le vie del paese contempliamo la profezia del dolore innocente e salvifico nell’incontro della Madre col Figlio morto. Durane il tragitto raccogliamoci in silenzio per ascoltare nel profondo del nostro io il lamento di Maria davanti al figlio morto, il Cristo torturato e ucciso dai potenti della Terra, da due millenni è simbolo di resistenza, di lotta e di liberazione da ogni sopruso apportato all’uomo. Tanti canti e schemi compositivi elaborati dai proto-cristiani nella Siria e nella Palestina, oggi bombardate dai potenti, ripropongono le costanti del perché della persistenza del male per l’ingordigia che fa piangere Kore-Maria, la quale si scopre a chiamare li figlio morto con i nomi più struggenti come γλυκύ μου έαρ - mia dolce primavera - Ella ripete ad intermittenza, mentre le donne si sono recate con profumi alla tomba per inondarla di fragranze e sentono l’eco del pianto della Madre: mia dolce primavera, mio dolcissimo figlio dov'è tramontata la Tua bellezza?
In effetti è stato trafitto per i nostri delitti, come si legge nel quarto carme del servo di Jahvè. Si ripercorrono allora i momenti più salienti del figlio di Maria: nascita, vita, passione, morte, sepoltura; la sua glorificazione risiede innanzitutto nell’obbedienza causa di salvezza eterna per tutti. I momenti più significativi della passione rimbalzano agli occhi di chi sta chiudendo la tomba partendo dal Dialogo con Pilato sulla verità, l’immagine cruenta dell’ecce homo, la tunica strappata e lo strazio della madre, il costato trafitto dal quale scorgano sangue ed acqua, evento rilevante per le considerazioni storiche, ma anche importante segno teologico, trascendente e salvifico. E’ il motivo per cui siamo invitati ad adorare la croce prostrati in un rito che è catarsi e catastrophé per ciò che rappresenta mentre nelle nostre orecchie é ricorrente l’eco delle lamentazioni del crocefisso: Che altro avrei dovuto fare e non ho fatto? Ormai vien meno ogni riferimento che possa colpire vista, tatto, gusto, udito. Sulla croce la divinità resta nascosta per riflettersi insieme all’umanità nell’Eucarestia. Oggi si celebra solo la liturgia della Parola che, come si legge nella lettera agli Ebrei, è spada che penetra. Gesù muore: fatto che possiamo raccontare, vicenda storica che racchiude il mistero della nostra salvezza, meritevole dell’attenzione devota e orante di tutta la comunità. Gesù, “offrendosi liberamente alla sua passione”, é “servo di Jahvè”, “l’uomo dei dolori che conosce il patire”, intensità di sofferenza che segna l’ordito della sua passione per una consapevolezza che trova il suo culmine nel Getsemani quando suda sangue. L’espiazione continua con la flagellazione, è precipitato nella solitudine più totale, preda inerme dei suoi aguzzini non gli resta che avviarsi al Calvario per sperimentare il crescente annientamento. La morte di Gesù è un grande mistero. Morto perché? Per la nostra giustificazione. (Gal. 2,20). Inginocchiamoci di fronte al Crocifisso e chiediamogli la grazia di essere le sue mani per asciugare il volto di tanti poveri, i suoi piedi per andare dove c’è bisogno di portare la speranza, la sua voce per confortare ed annunciare la salvezza.
 
                                              VEGLIA della Salvezza
La comunità parrocchiale é invitata alla Veglia Pasquale, madre di tutte le veglie secondo sant’Agostino. La liturgia inizia con l’esaltazione del simbolismo della luce per sottolineare come le tenebre del male, che hanno interessato fin dagli inizi l’esperienza umana, sono state attraversate dalla luce di Cristo, perciò ora noi siamo partecipi del suo definitivo progetto di Salvezza. Per rafforzare questo convincimento siamo invitati ad ascoltare la parola e meditare le Scritture nelle quali, grazie alle letture proposte, possiamo partecipare degli episodi più significativi della salvezza. Essa culmina nella liturgia battesimale per la quale il Popolo di Dio é chiamato a vivere della autentica libertà grazie all’acqua che non solo è capace di distruggere il male, ma  rigenera a vita nuova. Al centro della liturgia c’è il cero, simbolo di Cristo, luce che vince le tenebre del mondo. Le “tenebre” simboleggiano il nostro smarrimento, il nostro procedere a tentoni lungo le vie della storia, storditi dalla moda corrente. Egli è il punto di riferimento nel nostro errare. Luce della comunità, come evoca l’accensione delle candele nella chiesa buia. Si manifesta come il noi della fede in una comunità capace di gesti profetici. Egli, la Luce, invita ad essere lucerna sul candelabro. Per questo esplode la gioia espressa nel canto dell’Exultet, composizione risalente alla fine del quarto secolo, l’annunzio che si ripete attraverso i secoli: “è risorto, alleluia”, canto nuovo dei salvati in lode a Dio. Le letture bibliche proposte riassumono le tappe principali di questa ricerca. Dio ha fatto e continua a fare tutto ciò che esiste (Genesi 1), ama e non vuole la morte dei figli (Genesi 22), libera da ogni schiavitù (Esodo 14), perciò è possibile sperimentare un mondo nuovo. La sua Parola è efficace, come si legge nei passi dei profeti Isaia, Baruc, Ezechiele proposti alla nostra attenzione. La riflessione sfocia nelle affermazione di Paolo (Romani 6). L’Apostolo proclama che in Cristo, vivo e risorto, anche noi siamo con-sepolti e con-risorti, nuova creazione per l’uomo grazie al battesimo. La fede in lui diventa il battesimo nella Chiesa: il Vivente è tale non solo nel rito, ma nella nostra storia, nella nostra vita, in tutte le nostre vicende.  Il brano del Vangelo riflette le difficoltà della nostra fede: le donne notano la pietra ribaltata, ma non il corpo. Il Cristo pasquale non può essere trovato come oggetto. Egli va sempre cercato, attraverso mille incertezze, nel balenio dei segni. Per molti oggi siamo noi, che affermiamo di essere credenti, il segno! Perciò, non ci limitiamo a dire buona Pasqua. Come usano gli orientali, proclamiamo “Cristo è risorto ed é vivo in mezzo a noi”. Da qui proviene la gioia che inonda il mondo  nella consapevolezza che in Lui anche noi abbiamo vinto la morte!
Perché questa esperienza di grazia si rafforzi siamo invitati a condividere il pane e il vino secondo le intenzioni fissate da Gesù nell’ultima cena. Così, dopo il battesimo, per la potenza dello Spirito siamo ammessi al convito che corona la nostra nuova condizione di libertà e riconciliazione col Padre. Su questa base si fonda il progetto di vita cristiana: luce, parola, acqua, eucarestia diventano i punti cardine della nuova vita in questa alba della Pasqua. Tutti siamo chiamati a correre verso la sorpresa della pietra ribaltata, con la quale si pone fine alla tragedia del male e della morte. La tomba vuota per i cristiani diventa l’inno alla vita perché tutti siamo avvolti della Risurrezione di Cristo. Fuoco, cero, acqua illuminati dalla Parola proclamano al mondo che il Maestro di Nazareth, ucciso dai capi, è vivo; risorgendo ha salvato tutti noi. E’ l’annuncio delle donne divenute le evangeliste degli Undici apostoli, significativo capovolgimento dei valori e dei ruoli! E’ la buona novella di come una veglia di luce proietti la gioia della salvezza in ogni giorno della vita degli uomini perché Gesù è il fulgore che inonda la notte per debellare le tenebre in ogni cuore. La garanzia è data dal sepolcro vuoto, un fatto che rende solida la speranza e anima la fede che ogni sepolcro si svuoterà. A noi spetta il compito di raccontare quanto è accaduto e rivivere con Pietro lo stupore di questa veglia pasquale.
Cantiamo l’Alleluia, inno di gioia che accompagna gli auguri scambiati come singoli e comunità.   23 marzo 2018 – Festa di S. Toribio Alfonso de Mogrovejo.
 
In occasione dei solenni festeggiamenti in onore del nostro Protettore S. Toribio, tutta la comunità di Cannalonga si è riunita intorno al nostro Parroco  partecipando alle funzioni religiose programmate dal 19 al 23 marzo 2018.
Dal giorno 19 al 21 marzo:

  • ore 18,00 S. Rosario – Triduo in onore del Santo e Santa Messa;
22 marzo:
  • ore 18,00. Rosario e Santa Messa in suffragio delle Consorelle e dei Confratelli defunti.

Il 23 marzo, giorno della festività, dopo il saluto alla cittadinanza da parte del concerto bandistico “Città di Campagna” diretto dal M. Abramo De Giorno, alle ore 17,30 è stata celebrata la Santa Messa. Nell’omelia don Luigi ha sottolineato l’impegno evangelico di S. Toribio verso gli indios dell’America latina, perseguitati dai conquistatori spagnoli. Il Santo, armato solamente della fede e del Vangelo trascorse molti anni della sua vita tra quelle popolazioni. Imparò la loro lingua e durante il suo Episcopato organizzò la Chiesa Peruviana in otto diocesi ed indisse dieci sinodi diocesani e dieci provinciali. La sua evangelizzazione ha dato come risultato grandi figure di Santi, fra i quali spicca Santa Rosa da Lima, da lui battezzata e cresimata. Don Luigi ha poi esortato la comunità alla imitazione della vita del Santo ed a praticare i suoi insegnamenti.
Al termine della celebrazione della Santa Messa, il nostro parroco ha consegnato al Sindaco di Cannalonga la Croce episcopale, donata da una discendente del Santo, simbolo della grande devozione del popolo, croce che, successivamente, è stata posta sul petto del Santo dalla più giovane discendente dei Mogrovejo. Sollecitata da coloro che portano il nome del Santo, per rendere ancora più solenne la giornata la comunità parrocchiale accolto la richiesta dei “Toribini” di organizzare una breve processione per il centro storico del paese. La sollecitazione di coloro che portano il nome del santo patrono ha coinvolto tutta la popolazione, pronta a riavviare la tradizione, trasformandola in testimonianza di partecipata attenzione alle esigenze dei poveri e, con un rinnovato pellegrinaggio di fede, in  una proficua preparazione alla S. Pasqua, ormai vicina. La processione, grazie alla clemenza del tempo atmosferico, sotto la protezione del Santo si è svolta con sentita partecipazione. Molti hanno mostrato sui loro volti profonda commozione e le preghiere recitate, intervallate dalle note della banda musicale, hanno echeggiato lungo tutto il percorso programmato. Rientrati in Chiesa, dopo il saluto a S. Toribio, l’intera comunità si è trasferita nella sala sociale per una serata conviviale allietata dal Gruppo Folkloristico “Manuel Scarpitta”, un giovane di S. Giovanni a Piro, Campione mondiale di Organetto.
                                                                                                              Lucia Garifalos

                                                    DOMENICA DELLE PALME         
Isaia 50,4-7;  Filippesi 2,6-11; Marco 14,1-15,47
Il racconto della Passione accanto a quello dell’entrata festosa in Gerusalemme è il più antico pervenutoci e riportato nei vangeli. Si divide in due sezioni: la prima narra le vicende di Gesù e della sua comunità fino alla cattura, la seconda riporta le fasi del processo, del supplizio in croce e del seppellimento in una tomba. Quale è la buona notizia di tutto ciò? Sono fatti che insidiano la nostra capacità di credere angosciati dallo scandalo della croce, tragica conclusione di una esistenza dall’esito fallimentare. Gesù, che ha fatto solo del bene attirando le folle che lo riconoscevano Profeta e Messia, termina in modo infamante la sua corsa sulla terra. Dov’è finita la potenza con si sprigionava dalla sua parola e l’incanto del suo sguardo quando fissava un interlocutore bisognoso d’aiuto? Veramente ha salvato altri, ma risulta impotente nel salvare se stesso! Che fine ha fatto la sua promessa del Regno di Dio? Sembra che la risposta sia soltanto un umiliante ed umiliato silenzio. Gesù ha sperimentato la morte del maledetto, come recita la Scrittura, deceduto nell’ignominia come un impostore.  Diventa legittimo chiedersi anche dov’è Dio durante la passione del maestro di Nazaret, che ha insegnato a chiamare il Signore Padre e per il quale si è messo in gioco. A dare una risposta a queste assillanti domande contribuisce la costatazione che Gesù ha percorso la sua via crucis pregando Abba perché lo sostenesse nel momento di tenebre; si é abbandonato alla sua volontà manifestando piena fiducia nel Padre nonostante le apparenze della sconfitta. Non esita durante la farsa del processo in casa del sommo sacerdote di dichiarare di essere il Figlio di Dio rivelando la sua identità. Ha chiara la coscienza di essere il Cristo e per questo motivo viene condannato. Ma sotto la croce il centurione, “vedendolo morire in quel modo”, esclama: ‘Veramente quest’uomo era Figlio di Dio’!”. Così l’identità che Gesù ha voluto occultare durante tutto il ministero, come riferisce l’evangelista Marco, viene pubblicamente proclamata da un pagano. Gesù vive la propria fine nella libertà: avrebbe potuto fuggire, avrebbe potuto evitare per prudenza di pronunciare parole e compiere gesti compromettenti; invece  continua la missione ricevuta; fedele nel realizzare la volontà del Padre, ama i suoi fino alla fine e conclude la sua esistenza come l’ha sempre vissuta: nella libertà. In ogni circostanza Gesù si mostra uomo libero, anche in questa domenica quando viene adulato per poi essere denunciato e condannato. In tal modo assicura all’umanità la salvezza guadagnandole la possibilità di essere libera. Egli resiste agli umori cangianti della folla perché è determinato nel compiere ciò che ritiene giusto, per nulla condizionato dagli umori della gente. Ha sempre manifestato la disponibilità ad ascoltare, ma quando scocca la sua ora non esita ad agire. Così calpesta il tappeto variopinto dei mantelli degli Ebrei osannanti per abbracciare le sofferenze di un processo ingiusto e la vergogna del supplizio consapevole che l’esistenza è scandita da un tempo di pace e di gioia e da uno di difficoltà e dolore. Con lo sguardo fisso su quanto compie Gesù viviamo questi giorni per comprendere la lezione di vita che egli impartisce e che é la nostra redenzione. Con la domenica delle Palme iniziamo il pellegrinaggio dello spirito che invita all’ascolto per meditare e così rivivere l’ultima cena, la morte e risurrezione del Cristo.
La Parola di Dio ascoltata e meditata durante la Quaresima, aiutati dalla preghiera, dalla penitenza, dalla pratica della carità, ci renda capaci di scoprire il vero volto di Dio, che non giudica e non condanna, che non si preoccupa di dominare, ma di salvare perché ama. Perciò, durante tutta la settimana santa, riflettiamo sul mistero della croce, motivo di salvezza ed opportunità di vita perché preludio di risurrezione. La Settimana Santa dispiega le tappe del nostro destino, simboli di luce che sollecitano le lacrime nel considerare le tante croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso nei fratelli. Un gesto di empatia, l’impegno per la giustizia, la speranza per un ravvedimento, la disponibilità a salire sulla croce per aiutare chi è nel bisogno eliminano tutti i dubbi: non miracoli o risurrezioni, ma un uomo appeso nudo al patibolo capovolge il mondo perché dimostra che l’amore di Dio è il più forte, capace di dare la vita anche a chi dà la morte. La passione di Gesù già nel suo svolgersi produce frutti di conversione e di salvezza mostrandosi strumento di universale riconciliazione. I ramoscelli di ulivo che ci scambiamo lo ricordano con gioiosa evidenza rendendo possibile la pace con Dio e con i fratelli per la  rinnovata volontà di conversione.
                                                           18 marzo
                                           V domenica di Quaresima
La Pasqua è vicina, per Gesù giunge l’Ora. Egli è pronto a compiere il passo fondamentale della sua vocazione. E’ una occasione di gloria o ad attenderlo è l’angoscia della sconfitta?
Si appropinqua la morte, ma egli infonde senso a quanto lo attende perché non lo considera un annientamento; invece è un passaggio. Seguiamo le letture per comprendere meglio quanto ci insegna la liturgia della Parola. Nella prima Geremia fa riferimento alla nuova Alleanza, un patto scritto nel cuore e che sollecita la nostra obbedienza. Il verbo obbedire etimologicamente significa dare ascolto e in tal modo si arriva alla conoscenza della verità, passo necessario perché su di essa si fonda la vera libertà. Ebbene, l’Alleanza evocata dal profeta genera un nuovo tipo di rapporto con Dio; esso implica un obbedire dal di dentro del proprio io, senza imposizioni, esperienza che determina un tangibile risultato: la possibilità di conoscere Dio attraverso una dinamica che dal più piccolo approda al più grande. Ecco la nuova consapevolezza, vale a dire la profonda convinzione che non esiste contraddizione tra le aspirazioni dell’uomo e i comandamenti di Dio; perciò, libertà e felicità determinano una profonda serenità interiore e ciò persiste anche quando si sperimentano le inevitabili sofferenze dell’esistenza convinti che si obbedisce collaborando col disegno di Dio. Questo modo di procedere contraddistingue anche Gesù. Infatti, come si legge nel passo della lettera agli Ebrei proposto alla nostra attenzione, egli, pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza proprio dall’esperienza della sofferenza, motivo di salvezza per noi tutti.
Si conferma così la centralità di Gesù nella storia della nostra dell’umanità. Abbiamo il desiderio di vederlo? Come è possibile ciò? Giovanni racconta l’episodio dei Greci, stranieri che manifestano questo proposito mossi forse dalla curiosità che suscita la sua fama e dalla ragione che spinge a capire e trovare risposte. Gesù accetta l’incontro, ma subito spiazza i visitatori anticipandoli nelle domande con la dichiarazione: se volete capirmi osservata il chicco di grano, volete vedermi, allora fissate lo sguardo sulla croce. E’ la sintesi umile e vitale della sua missione.
Riflettiamo con attenzione al vero significato che Gesù attribuisce al termine “muore”. Egli fissa il suo pensiero ed esplicita il suo insegnamento sul motivo del suo morire e così lo trasforma in sinonimo di “produrre frutto”. Egli pone l’accento non sulla morte, ma sulla vita. Infatti, se osserviamo un granello di frumento, notiamo il guscio esteriore inerte, ma all’interno esiste una potenziale forza che, a contatto con la terra, non marcisce ma determina un processo la cui allusiva metafora viene usata da Gesù per rendere il suo pensiero circa il lavorio infaticabile che determina il dono di sé. Così seme e germe diventano la stessa cosa con il caratteristico movimento verso il basso del primo per procedere al radicamento e lo spuntare verso l'alto delle foglioline che sa di miracoloso. Perciò, al seme la vita non è tolta ma trasformata.
A queste parole di sublime semplicità Gesù affianca una seconda immagine, quella dell'auto-presentazione come crocefisso. Inchiodato sul patibolo, innalzato su questo singolarissimo trono di gloria, Egli dichiara di attirare tutti a sé. Secondo queste parole si diventa  cristiani per attrazione. A fine meditazione siamo invitati a rispondere alla seguente domanda: cosa mi attira? La prospettiva di un potere al quale non si può resistere perché ha la forza del miracolo? Oppure il corpo piagato e martoriato di un crocefisso? La bellezza dell'amore di Dio è che arriva fino all'estremo e ci confonde perché, come asserisce papa Francesco: «A un Dio umile non ci si abitua mai». Nella sua umiltà Gesù si trasforma nel seme che vuole dar luce alla nuova vita; il suo estremo abbassamento diventa la nostra salvezza e in ciò si fonda la sua gloria.  

                                                 IV domenica di Quaresima
Una volta si chiamava domenica della gioia. Il motivo è dato dall’affermazione che Dio è misericordioso e dalla sua misericordia sgorga la nostra salvezza. Infatti, noi siamo consapevoli che, pur essendo venuta la luce, gli uomini continuano a preferire le tenebre, tuttavia anche Dio continua ad amare il mondo. Su questo fatto possiamo fondare la nostra speranza e vedere illuminata la nostra notte, come è capitato a Nicodemo, il titubante sapiente, nelle scelte condizionato dal rispetto umano. Dio ha tanto amato il mondo: è la Buona Novella di Gesù. Giustamente suscita stupore, mentre tonifica il nostro spirito, perché a questa verità possiamo aggrapparci nonostante i limiti e le cadute. Su di essa è possibile rinsaldare la nostra fiducia, consolidare il nostro senso di pace interiore dal quale sgorga il desiderio di amare i simili ed il mondo intero. Siamo felici questa domenica grazie alla rivelazione fatta da Gesù, la cui persona è follia dell’amore di Dio. Una semplice analisi grammaticale corrobora questi sentimenti; infatti egli usa l’espressione “Dio ha amato”! E’ un verbo al passato per indicare che non si tratta di una mera speranza che dobbiamo attenderci in un prossimo futuro, ma un fatto, e noi siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama. Egli non è un giudice pronto ad istruire processi, ma è disposto all’abbraccio se ritorniamo a Lui perché ci vuole salvare. Ora il termine salvare evoca l’azione del conservare, perciò possiamo essere sicuri che nulla andrà perduto del nostro essere persona in relazione. Del resto, dopo che la scorsa domenica Gesù ci ha rivelato che lui è tempio di Dio, è più facile cercare di comprendere il difficile passo del vangelo di oggi. Ciò è possibile se ci sforziamo di sentire l’ispirazione che proviene dallo sguardo di Dio su tutta l’esistenza di Gesù incentrata su quel 7 aprile del 30. Era un venerdì, vigilia della Pasqua ebraica, quando il Maestro di Nazaret fu sottoposto al “crudelissimum supplicium”, come lo descrive Cicerone. Ma nell’economia salvifica di Dio quel che capita in quel giorno va interpretato contemplando e meditando la resurrezione.
A questo proposito la testimonianza di Giovanni è determinante. Infatti, se nei sinottici Gesù annuncia tre volte la necessità della sua passione determinando per tre volte il terrore nell’animo dei discepoli, nel quarto vangelo, invece, per tre volte si fa riferimento al suo innalzamento, richiamo alla sua gloria. Il passo evangelico odierno costituisce il primo di questi annunci: “È necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato”; l’azione dell’essere innalzato viene resa usando un verbo greco che significa appunto anche “essere glorificato”. E come se Gesù sulla croce stesse alla destra del Padre. Questo innalzamento è l’ora della sua glorificazione, quando attira a sé l’umanità intera. Ne deriva che nella contemplazione di Giovanni, testimone di questi eventi, Passione e Pasqua costituiscono lo stesso inscindibile mistero dell’amore salvifico di Dio, così la croce si trasforma nell’epifania dell’amore. Non è facile accettare questa rivelazione mentre ci attardiamo con lo sguardo inorridito a osservare la spettacolo della croce. Sì, è un supplizio terribile ed infamante, ma anche noi dobbiamo alzare il velo e contemplare chi “ha amato i suoi fino all’estremo”. Questa è la rivelazione che Gesù fa a Nicodemo, esperto delle Scritture; ecco perché nel tentativo di rendere più agevole la comprensione cita l’attacco dei mortiferi sapienti al popolo Ebraico ramingo nel deserto e l’antidoto al veleno per chi guardava e, anche se morso, restava in vita, secondo il libro della Sapienza un “segno di salvezza”.
Dopo la rivelazione dell’ora di Gesù, ognuno è invitato ad operare la scelta, che si tramuta anche in giudizio perché essere increduli non significa rifiutare una dottrina o un precetto morale, implica un’azione ancora dolorosa nella sua radicalità: il rifiuto della fiducia, la fine della speranza, la privazione dell’amore. Non credere all’amore significa autoescludersi e precipitare nelle tenebre; invece, la fede, credere in Gesù implicano sempre un operare nell’amore. E’ la via tracciata dalla verità di Cristo, che diventa vita in chi risponde positivamente all’amore manifestando così che le sue sono azioni operate da Dio. Motivo di gioia, quindi, è il fatto che Dio non “fa scontare i suoi sabati violati”, come si afferma nella prima lettura, perché “è ricco di misericordia” ed esalta la nostra libertà se vissuta nell’amore alla presenza di Cristo.

                                                       III domenica di Quaresima
Mammona va  ridimensionato ed il vitello d'oro finalmente smascherato perché il tempio non è un mercato e Dio non è un oggetto di compravendita.
La prima lettura descrive il motivo per cui il popolo d’Israele assegnava tanta importanza al tempio; riteneva che Dio vi dimorasse e da ciò il popolo traeva la presunzione di possederlo, anche se profeti come Isaia e Geremia più volte avevano denunciato questo formalismo religioso. Si era radicato un legalismo duro a morire, che aveva completamente offuscato il vero significato del decalogo, che non regolava un rapporto legalistico, ma avrebbe dovuto esplicitare le condizioni per vivere l'alleanza, vincolo unico e irripetibile grazie all’azione di Dio, liberatore del popolo. Invece, col passare degli anni, la Legge, osservata con animo servile, era diventata un giogo facendo dimenticare che solo l'amore ha veramente valore.
Per Israele il Tempio era il centro del tempo e dello spazio, attorno a questo edificio ruotava la vita del popolo e si riconosceva un’intera civiltà. Ebbene, in questo luogo Gesù prepara una frusta con la quale travolge uomini, animali, tavoli e monete. Il suo scatto d’ira probabilmente imbarazza devoti lettori, abituati ad un’immagine esangue di Gesù, non considerano che lo spettacolo al quale egli assiste lo punge sul vivo perché vede stravolta l’immagine di Dio. Il suo è un autentico capovolgimento di prospettiva per indicare che era giunto il tempo di misericordia: il sacrificio di Dio si sostituisce a quello dell'uomo. Gesù con un atteggiamento perentorio e ricorrendo ad un gesto provocatorio scatena l'opposizione del potere religioso che non comprende la rilevanza dell’offerta di sé che egli é pronto a fare, privo di determinazione per convertirsi, non è disponibile all’obbedienza per aprirsi all’annuncio della croce, segno supremo dell'amore di Dio.
Questo episodio, che i sinottici collocano alla vigilia della Passione, l’evangelista Giovanni lo anticipa ponendolo all’inizio della vita pubblica, dopo che Gesù aveva trasformato in vino dell’acqua riportando la gioia durante un banchetto di nozze. Ma di quel segno gli spettatori ed i fruitori non avevano compreso il significato; in effetti, fin dal principio Cristo entra in  conflitto col potere. Secondo Giovanni, sacerdoti e scribi non sono disposti ad accettare il suo insegnamento, cioè che luogo dell’incontro con Dio è l’uomo per cui a salvare non è la sacralità delle pratiche religiose ma laiche relazioni umane fondate sull’amore fraterno. Chi è disposto a impiantare un grande business, come quello che si praticava nel rinato tempio di Gerusalemme, dimentica che Dio non si compra. Vero tempio é il corpo di Cristo; per questo motivo ci riuniamo in luoghi che chiamiamo sacri per attingere comunitariamente forza interiore e partecipare dei sacramenti mentre gustiamo la Parola, ravviviamo l’amore, accettiamo anche la croce ritenendola un dono. Così partecipiamo dell’autenticità del culto superando ogni fredda ritualità.
La Seconda lettura descrive l’operato di Cristo ed il suo rapporto con Dio, scelta che aiuta a comprendere come nella vita concreta l'amore possa far considerare anche la croce una scelta liberante, capace di animare una vita monotona e banale per realizzare la vera comunione con Dio. Di lui ci si può fidare, nonostante la persistente tentazione di mercante che alberga nel cuore dell’uomo, disposto a venerare l’idolo che gli infonde la sensazione utilitarista di soddisfare i bisogni materiali e di esorcizzare irrazionali paure. L’intenzione dei furbi di vendere e comprare offende l'amore, che non si trova praticando il baratto di un rito nel tempio, casa del Padre.
L’episodio riportato nel passo del vangelo di questa domenica acquista tutto il suo dirompente significato se si considera che Gesù non opera per purificare il tempio reso splendido da Erode, ma è impegnato a farla finita una volta per tutte con quanto esso rappresenta e vuole imporre all’umanità. Ecco perché a chi gli contesta il fondamento della sua autorità risponde con convinta autorevolezza: “Distruggete questo tempio ed in tre giorni lo farò risorgere” - inequivocabile riferimento alla sua persona - perché alla base del contrasto era il modo di concepire l’uomo, vero tempio di Dio. Questo rivoluzionario vangelo di Gesù è stato da noi purtroppo edulcorato quando abbiamo ripristinato ciò che egli ha demolito non per la collera accesa da orgoglio ferito, né tantomeno per la reazione di un fanatico, ma per la grande passione che lo lega a Dio, Abba.
Egli, che fa “nuove tutte le cose”(Ap 21,5), in questo tempo di quaresima vuole accompagnarci alla Pasqua di rinnovamento. Giovanni ci introduce alla comprensione del significato della morte-risurrezione di Gesù per darci il senso del rinnovamento e stimolarci ad una convinta sequela per attraversare il tempio di pietra ed approdare “ad uno di carne” e iniziare una nuova relazione con Dio. Il velo del tempio si è strappato dopo il sacrificio di Gesù sulla croce per mostrarci il vero ed unico luogo dell’incontro con Dio; perciò, non restiamo nel portico di un edificio fatto da mani umane, entriamo nel cuore del tempio che è la persona di Gesù.

                                                        II domenica di Quaresima
Trasfigurazione, una pagina di teologia per immagini su Gesù, sole della nostra vita. E’ un percorso da compiere per godere la bellezza irradiante della luce; porta al monte, luogo dove s’incontra Dio e possibilità per osservare il mondo da una diversa prospettiva che rende chiari storia e futuro che ci attende. Pietro, impaurito e meravigliato, esclama: maestro che bello, quasi a dire la bellezza del credere discende dallo stupore per la vicinanza di Dio; ma questa esperienza può trasformarsi anche in seduzione se non si ode il solenne invito all’ascolto di Gesù, Parola divenuta volto risplendente nel quale si riflette la Gloria. A lui occorre dedicare tempo e cuore, seguirlo per amare chi lui ama e così divenire partecipi di quella luce. La scorsa domenica nel deserto abbiamo considerato l’esperienza della tentazione; oggi siamo invitati a compiere un pellegrinaggio in salita per comprendere il mistero della Pasqua. La liturgia presenta due ascensioni al monte, nella Scrittura simbolo del tentativo di stare più vicini a Dio incontrandolo nel luogo del silenzio e della solitudine. Nel nostro itinerario quaresimale siamo invitati a riflettere sull’incontro con Cristo pasquale anche quando le prove della vita mettono in crisi la nostra fede come capita ad Abramo. Gesù sceglie tre dei Dodici per la scalata i quali, al contrario di Abramo, non superano in modo positivo la prova, nei loro occhi c’é terrore e la mente è confusa di fronte al Trasfigurato. Questo evento viene collocato dopo la confessione di Pietro circa l’identità messianica di Gesù, dichiarazione sulla quale il Maestro impone il silenzio, intanto comincia a insegnare che il Figlio dell’uomo deve soffrire e venire ucciso per risuscitare dopo tre giorni. Tutto ciò avviene sei giorni prima della trasfigurazione sul Tabor, nome che è tutto un programma: Tab ‘or  significa “vicino alla luce”. Rispetto ai particolari di Mt e Lc, Mc è molto discreto nel descrivere il mutamento, quasi a sottolineare che é un mistero da adorare senza pretendere spiegazioni perché ciò che avviene é indicibile. Il bianco che colpisce gli apostoli ricorda quello di Mosè, il solo che ha avuto il volto luminoso per il riflesso della luce avendo visto Dio.
Il passo è di difficile interpretazione perché si presenta come un coacervo di generi letterari: visione apocalittica per la presenza di Elia, che secondo Malachia precede la venuta del Signore (Ml 3,23-24), e Mosè, finalmente esaudito nella richiesta di vedere la gloria di Dio (Es 33,18), a significare che profezia e legge, concordi, riconoscono in Gesù il loro compimento. I discepoli, vedendolo trasfigurato, hanno il privilegio di scoprire il suo essere nell’eternità. L’esperienza genera una sensazione di benessere perciò esclamano “E’ bello per noi star qui”; vogliono rimanere e per questo disposti a costruire tre tende. L’evangelista giustifica la loro incapacità di comprendere: erano spaventati per la teofania. Pietro ha la presunzione di prendere la parola mentre rimbomba solenne l’invito ad ascoltare l’Amato; propone di rimanere sul Tabor per continuare a sperimentare la Gloria, non comprende cosa voglia significare la presenza di Mosè ed Elia, sintesi di tutte le Scritture ed evocazione del disegno di salvezza da portato a compimento. Dopo aver visto Gesù nella gloria, i tre apostoli sono introdotti nell’intimità di Dio che non possono vedere, ma solo sentire: la voce invita all’ascolto del Figlio diletto, amato dal Padre ragione del suo essere. Gesù raccomanda di non dir nulla fino alla sua risurrezione, consapevole che deve ancora continuare ad istruire i discepoli perché possano comprendere. Paolo commenta qualche anno dopo ricordando che se Cristo è con loro non devono temere perché Egli é il grande intercessore: l’Agnello figlio dell’uomo e Figlio di Dio
La liturgia ricorda che noi abbiamo le nostre montagne da scalare, innanzitutto quella della fede, come Abramo, pronti ad offrire il nostro sacrificio, dedicare tempo all’ascolto della Parola e comprenderla, sicuri che Dio ha offerto il Figlio diletto per la nostra redenzione. Nell'immagine del Cristo trasfigurato la Chiesa intravede la direzione del proprio cammino per affrontare, fiduciosi, il momento della croce. Gesù rivela la sua intima identità per preparare i discepoli alla salita del Golgota una volta scesi dal Tabor, quando diventa angosciante il silenzio del Padre perché precipitato nelle tenebre della persecuzione e non é più circondato da Elia e Mosè, bensì in mezzo a due ladroni, icona del paradosso di un Dio crocifisso.
La nube della Presenza divina conferma in Gesù la rivelazione fatta al battesimo (Mc 1,11) e lascia trasparire la sua identità più profonda: il Figlio unico oggetto dell’amore del Padre accoglie la sofferenza per realizzare il progetto di salvezza, risvolto incomprensibile per gli apostoli che rifiutano la prospettiva del fallimento, come per Abramo la richiesta divina di Isacco, figlio della promessa, sacrificio che implica la rinuncia totale all'avvenire. E’ un invito a riflettere sulla crisi della fede quando si sperimentano fatti angosciosi come la morte prematura di amici, il sacrificio di innocenti vittime di guerre e della fame, i tanti oppressi da insopportabili ingiustizie. Perché? Il credente di fronte al dolore e al male prova smarrimento perché non trova spiegazioni razionali. Nel nostro pellegrinaggio la fede sa che un Amore misterioso è lievito e sale della storia. 
La Trasfigurazione è la rassicurante risposta di Cristo: la croce è solo una fase, ad attenderci é la gloria: per il suo sì Abramo è divenuto modello e padre dei credenti. Le folle non capivano: trasfigurazione, culmine del ministero in cammino verso Gerusalemme dove si compie la profezia del Servo di Dio; perciò Gesù rivela il mistero pasquale, piena adesione alla volontà del Padre e rende la sua umanità trasparente alla gloria di Dio che è l’Amore, compimento della rivelazione per questo accanto a lui trasfigurato appaiono Mosè ed Elia. A noi non resta che ascoltarlo e, quindi, essere pronti a donare la vita affinché tutti siano salvati. E’ consolante guardare Gesù trasfigurato quando, nella fatica di tutti i giorni, paure ed angosce si trasformano in gioie e consolazioni se si supera la tentazione di fermarsi sul monte consapevoli che la vita cristiana è un costante cammino alla presenza di Dio. Liberi ed impavidi per la sconfinata fiducia nel Signore, dobbiamo evitare di trasformarci in pellegrini che scelgono il loro percorso assecondando i desideri e agendo in totale autonomia. Rivolgere lo sguardo a Cristo trasfigurato aiuta a superare la tentazione di un’apparente devozione come quella di Pietro, timoroso e chiuso allo Spirito, disposto a rimanere sul monte rinunciando alla chiamata di farsi lievito per l’umanità, la sua é una visione meschina causata dall’indisponibilità ad ascoltare il Figlio, l’Amato di Dio; incapace di contemplarlo non lo comprende. Pietro vorrebbe prolungare questa condizione, è pronto a costruire tre tende, balbetta in preda allo spavento parole inadeguate rispetto al mistero che contempla mentre una nube lo avvolge: è la Shekinah, Presenza di Dio, gloria del Figlio che fa sentire ai tre apostoli la parola del Padre, invito ad ascoltare Gesù, non proiezione su Dio delle paure e dei desideri umani. La narrazione termina in modo brusco. I discepoli non vedono che Gesù, il Maestro umanissimo di sempre, ma l’esperienza rimane nel loro intimo, enigma che solo la Pasqua scioglie, come si legge nella seconda lettera di Pietro quando evoca la funzione di “testimone oculare della sua gloria sull’alta montagna” (2Pt 1,16-18).
Dopo il Gesù tentato della prima domenica di Quaresima, oggi contempliamo il Trasfigurato nella gloria del Padre: la rivelazione è completa: Gesù di Nazaret, un rabbino che insegna per le strade della Palestina, è il Figlio di Dio che dona per amore il suo Vangelo. A noi non rimane che ascoltarlo: è il volere di Dio, ma anche la nostra possibilità di salvezza. 

                                   18 febbraio I DOMENICA DI QUARESIMA
                                                                  
La Quaresima, invito a un cammino di conversione, è tempo di preghiera per intraprendere un pellegrinaggio di rinuncia e rendere più efficace la nostra scelta di condivisione di un tempo di grazia, un urgente appello interiore della Parola. Siamo disposti all’ascolto per scoprire il vero significato della vita che solo una scelta libera consente di gustare?
Ciò diventa possibile se si assume una prospettiva evangelica nell’analizzare le esperienze quotidiane per cogliere ruolo e funzioni della forza dello Spirito che deve regnare dentro di noi, opportunità salvifica che aiuta a superare le prove che si frappongono e condannano all’ambiguità che ostacola l’andare verso la Pasqua, rinascita di una esistenza che cerca di rinnovarsi.
Nel periodo quaresimale, preghiera, rinuncia e condivisione mettono in moto questa dinamica e così il seme di grazia ricevuto col battesimo germoglia e porta frutto quando il tempo sarà compiuto. Ecco perché in questa prima domenica siamo invitati a riflettere sulla realtà della tentazione che subisce ogni essere umano, perfino Gesù. Messo alla prova come noi, Egli non cade in peccato (Eb 4,15); vincitore non esente da tentazioni, egli sperimenta nella sua umanità la debolezza della carne (sarx). I vangeli non nascondono questo aspetto. Gesù é tentato nel deserto subito dopo il battesimo, evento vissuto interiormente che coinvolge l’intero suo essere, corpo e spirito, articolatosi in tre fasi che richiamano le libidines fondamentali: - amandidominandi e possidenti - descritte quando Adamo vede l’albero col frutto che non doveva toccare e lo valuta buono da mangiare, appetitoso alla vista e desiderato per ottenere potere (Gen 3,6). L'arcobaleno, abbraccio di luce tra cielo e terra, sollecita la comunione grazie alla fedeltà di Dio nonostante le tentazioni che insidiano l’uomo, come Gesù nel deserto, tentato nella partita decisiva circa la sua identità di Messia. Egli sarà servito o servirà? La prova sollecita una scelta di libertà. Da questo momento parte l'annuncio. Gesù, dopo l’arresto di Giovanni, si reca in Galilea per proclamare il Vangelo, cioè che il Regno di Dio è vicino per cui urge convertirsi non per scampare al giudizio, non per un’ingiunzione di un Dio severo, ma per la consapevolezza che Egli è vicino perciò si può ambire a cieli e terra nuovi: è possibile vivere una storia altra, che sconfigge le tenebre e porta alla luce.  E’ una ulteriore opportunità, l’ultima, dopo che Giovanni è stato arrestato per aver annunciato un messaggio di cambiamento a chi detiene il potere e non vuole porsi in discussione. Messa a tacere la voce del Battezzatore Gesù in una regione di bifolchi come la Galilea, lontana dai centri di potere civile e religioso di Gerusalemme, inizia la sua attività.
Marco proclama il vangelo “di Gesù Cristo, figlio di Dio” impegnato a far conoscere la buona notizia: Dio nutre per l’uomo un amore universale, che non si limita al popolo eletto perché non riconosce confini delineati da nazioni, religioni, codici morali. Il tempo è compiuto, il regno di Dio vicino, governato da un amore infinito e misericordioso, forgia una società alternativa non segnata dai contrasti di chi vuole accumulare per sé, ma animata da chi è disposto a condividere con gli altri in uno sforzo collettivo che vede diffondersi il proposito non di comandare ma di mettersi al servizio. È un Regno vicino che per toccare il cuore di ciascuno ha bisogno della collaborazione degli uomini, i quali per questo motivo sono invitati a convertirsi, a mutare mentalità cambiando vita. In questa domenica la riflessione offerta dal vangelo descrive l’esperienza delle tentazioni alle quali è sottoposto Gesù, il quale così si rende conto che la missione che lo attende non é facile. La sua reazione alle profferte del maligno diventa il paradigma di una umanità risanata e guadagnata all’amore del Padre. Con le tentazioni Cristo condivide una esperienza tipica di ogni uomo disposto a riconoscere il primato di Dio ricordando che “Non di solo pane vivrà l’uomo” e che a nulla serve guadagnare tutto il mondo se si perde l’anima. Non ci indurre in tentazione preghiamo nel “Padre nostro” sia nella versione che rimanda al contesto aramaico di Matteo, sia in quella greco di Luca. Il termine significa sia tentazione che prova e l’espressione latina: “Et ne nos inducas in tentationem” letteralmente significa “E non ci indurre (sul luogo ) della tentazione (o della prova), ma liberaci dal male. Questa precisazione aiuta a rispondere alla domanda: Dio è causa della tentazione? Ovviamente la risposta è No. Egli la tollera perché rispetta la nostra libertà. Per Gesù diventa una prova messianica per scoprire con quali mezzi compirà il ministero; ha valore purificatore, come il fuoco. Chiediamo l’aiuto di Dio, Egli può liberarci dal male. Infatti non lo vuole, ma permette la prova per fortificare la nostra coscienza nella consapevolezza che Gesù insegna come superarla. A quaranta giorni dalla Pasqua il cristiano dovrebbe sentirsi impegnato a rimeditare sulle scelte fatte ponendole a confronto con quella fondamentale di seguace di Gesù. Moltissimi sono diventati cristiani appena nati, senza un’accettazione consapevole. Questa circostanza non esime dall’impegno a diventare adulti anche nella fede grazie ad una maturazione che fa acquisire coscienza della propria condizione. Essere cristiani, al di là di prescrizioni come astenersi dal mangiare carne nei venerdì e digiunare nel mercoledì delle ceneri o il venerdì santo, esalta la nostra umanità facendone emergere gli aspetti migliori. Diventato tale per un dono divino e per un’educazione familiare ed ecclesiale, il fedele matura scelte consapevoli: crede in Cristo e perciò ne segue esempio ed insegnamento.
La Quaresima s’inserisce nel quotidiano come tempo propizio per rievangelizzare la vita familiare, sociale, professionale e culturale. L’iniziativa di Dio non annulla, ma rispetta, sollecita, avvalora la libertà perché presuppone una convinta adesione al progetto di salvezza realizzato per mezzo del sacrificio di Cristo e la sua resurrezione. E’ l’evento pasquale per il quale ci si prepara durante la Quaresima. Il cammino di fede proposto per queste settimane invita a collocare al primo posto le esigenze dello spirito, a consolidare il nostro rapporto con Dio, a fare penitenza, a pregare, a rinverdire la nostra carità rinunciando al superfluo in favore dei meno fortunati. È il modo migliore per corrispondere all’amore di cui siamo oggetto, risposta di fede che si espande nelle case e nelle strade, l’insieme degli atti d’amore per il prossimo.

                                                                   4 Giugno

Il Respiro di Dio non sopporta schemi e la liturgia della Parola della domenica di Pentecoste lo dimostra evocando i quattro modi diversi di venire dello Spirito Santo.  Nel Vangelo questa presenza che consola è leggera come l’alito del Risorto, negli Atti si presenta come energia che genera coraggio nei cuori dei discepoli che si aprono al mondo per iniziare la loro missione, secondo Paolo lo Spirito porta un dono diverso ad ogni cristiano pronto a mettere a disposizione di tutti la propria genialità, il versetto del salmo afferma che dello Spirito del Signore è piena la terra per cui niente è escluso e nessuno si può sentire trascurato. Il passo del Vangelo riassume questa dinamica descrivendo in modo sintetico gli effetti della presenza dello Spirito in una comunità di sfiduciati, rifugiatisi in un ambiente dove, a porte chiuse, trascorrere la notte perché hanno paura. Ma qualcuno ribalta la condizione della loro esistenza.  Gli apostoli, barcollanti per l'angoscia, ricevono lo Spirito, la fiamma che riaccende le loro vite, il vento che dilaga nel loro animo e cambia loro la prospettiva per il futuro.  E’ la sera di Pasqua quando Gesù, stando in mezzo a loro, augura la pace e per rassicurarli mostra le ferite inferte nel corpo, un modo per ribadire la sua fiducia nel piccolo resto di seguaci.  Egli conferma che continua a credere in loro e offre un dono alitando sul loro capo lo Spirito Santo. Così il respiro di Dio entra in quella comunità asfittica ed opera come il Creatore con Adamo. Il dono della shalom diventa promessa di pienezza della vita. 
Per accreditarsi Gesù mostra le sue ferite, che confermano ai discepoli la portato del suo infinito amore. Infatti, se con la morte “ha donato lo Spirito”, ora soffia su di loro lo Spirito Santo per rendere possibile la missione alla quale li chiama: donare agli uomini il perdono del Padre. 
 

                                               28 Maggio

Con la Resurrezione - che è anche Ascensione – Gesù sconfigge quanto si oppone a lui, soprattutto la morte; grazie alla potenza della sua condizione di Risorto attraversa la storia ed opera in noi tramite la Chiesa. Perciò l'Ascensione costituisce anche la grande festa della nostra redenzione ed i testi che si riferiscono all’ evento richiamano l’impegno a predicare per far conoscere Gesù e immergere nell’ acqua lustrale del Battesimo chi lo riconosce come Signore, presente ed operante per sempre. Ecco perché liturgicamente la festa di oggi si lega alla Pasqua, anzi ne costituisce il compimento perché aiuta a reiterare i nostri sforzi per scoprire l’identità del Risorto, ora riconosciuto come il Glorificato. La liturgia della Parola prende inizio dal prologo degli Atti degli Apostoli che lega chiaramente questo libro, nel quale vengono riportati gli episodi più salienti del primo operare della Chiesa, al vangelo di Luca, un invito a riflettere su chi veramente sia Timoteo. E’ il personaggio al quale viene dedicata l’opera o ognuno di noi che teme Dio e si appresta a fare la sua volontà? Si apprende che dopo un adeguato lasso di tempo di condivisione – i classici quaranta giorni che non intendono scandire una durata, ma sottolineare il tempo necessario perché ciò che ci si è riproposti di fare possa essere portato a buon fine - Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare la buona novella testimoniandola con una vita coerente agli insegnamenti della “Via”. Alcuni segni teofanici, che nel contesto biblico indicano la speciale presenza di Dio che entra in azione operando meraviglie, descrivono Gesù ascendere al cielo; così Egli si rivela facendosi riconoscere come il Signore. A questa esperienza il gruppo affianca la preghiera trasformando i discepoli in contemplativi in stretto legame col Maestro. Questa conoscenza li inebria, come afferma la seconda lettura; essi sentono il bisogno di comunicare le meraviglie del Signore; ne sono testimoni pronti a meditare sulla portata della loro speranza. E così si sentono prossimi al tesoro di gloria, vera eredità a loro donata da Gesù, ormai contraddistinto per sempre dalla straordinaria grandezza della sua potenza, pronta a proteggere chi crede in lui. In questa cornice si colloca il passo del vangelo, considerato una sorta di commiato, conclusione di una esperienza unica ed esaltante. Ad una lettura attenta costituisce soprattutto una stringata sintesi della Buona Novella, un prendere definitivamente contezza di ciò che Gesù ha fatto per noi, di ciò che Egli veramente è per tutti noi. Infatti, i discepoli vanno sul monte, luogo della manifestazione divina, come si apprende sfogliando le pagine della Bibbia; è possibile vedere ed ascoltare il maestro all’opera mentre insegna alla folle e commenta con i discepoli. In questo luogo speciale gli apostoli lo vedono chiaramente, lo riconoscono per quello che è prostrandosi, anche se alcuni di loro continuano a dubitare. Vivono una esperienza fluttuante, scandita in modo alternante da gesti di adorazione e momenti di dubbio, pronti a credere anche se a volta un velo di opaca perplessità attraversa la loro intelligenza e raffredda l’animo; tuttavia non possono bloccare il moto di avvicinamento al maestro. Questa sua prossimità conferisce senso alla vita riscaldando definitivamente i loro cuori. Gesù, quasi sillabando, li rassicura asserendo: “Mi è stato dato ogni potere…”, affermazione che fa trasparire in tutta la sua evidente e convinta autoconsapevolezza la coscienza di chi egli sia. Di quale potere egli intende parlare? Certamente non la forza bruta che si è abbattuta su di lui mentre saliva il Calvario; ma la determinazione interiore capace di coinvolgere gli animi, premessa indispensabile per rendere praticabile l’invito ad andare in tutto il mondo condividendo il destino di una Chiesa missionaria, alla quale il Maestro, ora riconosciuto Signore, affida il compito di ammaestrare infondendo la forza rigeneratrice della Parola mentre impartisce il Battesimo, autentica immersione nella vita del Padre, del Figlio e dello Spirito, efficace segno esterno della comunione con Dio. Ciò deve avvenire insegnando ad osservare ciò che Gesù ha comandato. Perciò, in questa brevissima formula viene sintetizzata la missione della Chiesa, che è ministero, parola, sacramento-liturgia, vita cristiana. Se dubbi, paure e un senso di pochezza ed incapacità rischia d’impossessarsi dei fedeli, con rinnovata fiducia occorre perseverare, convinti che tutto è possibile giacché Egli ha promesso: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi". Parole trasmesse da Matteo e che esplicitano il significato del nome di Gesù riportato da Luca: Emanuele, presenza permanente di Cristo tra gli uomini.                                       LR 

                                                                      21 Maggio

In questa sesta domenica di Pasqua la liturgia della Parola invita a riflettere su come si diffonde il messaggio di Cristo basandolo sull’anelito di Gesù ad essere amato. La prima lettura descrive la comunità cristiana di Samaria, sorta per l’azione missionaria del diacono Filippo e corroborata dalla presenza di Pietro e Giovanni che pregano perché lo Spirito rafforzi i questi nuovi seguaci di Gesù, disposti a vivere il mistero pasquale secondo le indicazioni che si desumono dalla seconda lettura. Ma perno della meditazione è il passo del vangelo; propone una riflessione su una mistica pagina che fa assaporare ai cristiani il cielo e conferma la speranza che ad attenderli è la serenità di una storia dal volto umano. Il tutto si fonda su un «se» e una risposta concreta, fatta non solo di parole. Se mi amate, dice Gesù… Non pretende di esserlo, ma invita ad un gesto di libertà che conferma la sua profonda umiltà e la fiduciosa scommessa sulla bontà dell’uomo dal quale attende pazientemente i frutti migliori. Fino a questo momento come Maestro egli ha invitato ad amare Dio, il prossimo, gli uni gli altri come sa fare Lui; ora si trasforma in mendicante di amore, uno squarcio sulla sua personalità ma anche una conferma della sua totale predisposizione a rispettare le decisioni dell’uomo. E’ l’insegnamento del capitolo XIV di Giovanni, discorso dell’addio articolato in due fasi. Nella prima Gesù sollecita la fede in Lui, nella seconda l’amore; egli precisa che credere non si risolve in un atto intellettuale, ma è coinvolgimento di vita, relazione di cuori così come si deduce dal suo insegnamento narrato dai vangeli e a noi trasmesso dalla Chiesa. Perciò amare è un comando nuovo, ultimo e definitivo; si realizza tramite una unione fondata su una compagnia di spiriti, sull’incontro di anime, sull’intimità di persone. Le conseguenze sono inimmaginabile nella loro rivoluzionaria portata: se si ama Gesù, si diventa come Lui: liberi, miti, operatori di pace, dotati di una forte determinazione che aiuta a perdonare i nemici, ad imbandire tavole senza discriminazioni per intessere relazioni che fanno bella la vita. Gesù ha insegnato ciò con la concretezza di gesti evocati dalla pecora perduta sulle spalle del pastore buono e bello, dai pubblicani ammessi alla sua intimità di amici, dai bambini ai quali per la loro semplicità assegna il primo posto nel Regno. Sono i suoi comandamenti, non tanto le 10 parole della legge antica, e ci fanno come Lui, riconosciuto via, verità e vita dell’umanità e testimoniato dai suoi discepoli disposti a lavare i piedi, spezzare il pane, legarsi agli altri grazie alla reciprocità dell’amore. Ma è veramente possibile praticare questi insegnamenti se Lui è assente e si sente il peso di un turbamento per la paura di essere rimasti senza guida? Gesù ha previsto anche questo rischio per cui ha precisato che sarà lontano solo fisicamente, non abbandona i suoi discepoli. Per rendere concreta la promessa manda lo Spirito, dono del Padre e suo, il Parákletos, colui che stando accanto diventa il Consolatore. Così, anche dopo la glorificazione pasquale, l’amore di Gesù continua ad essere sperimentabile. La  condizione è invocare questo Consolatore con una preghiera fiduciosa, accoglierlo con una totale disponibilità all'ascolto, obbedirlo mettendo in pratica le modalità per celebrare l'Amore.                                    LR 

 

                                                                      14 Maggio

Non abbiate timore, Gesù ha una proposta chiara per aiutarci a vincerlo: la fede nel Padre. Il Vangelo annuncia che ad opporsi alla paura non è il generico coraggio, ma la fede, scelta agevolata dal fatto che Gesù è via, verità, vita.Sono tre parole non solo da pronunciare ma da vivere, convinti che ciò che evocano è inseparabile. Infatti Gesù è la strada diritta, guida e tragitto che porta alla vita. I cristiani oggi dovrebbero rivendicare il primo termine col quale sono stati designati e conosciuti: ebrei e pagani li chiamavano quelli della via (Atti 9,2).Gesù non ha verità intellettuali da propagandare. Egli si presenta come la Verità che non si riduce ad un insieme di conoscenze, bensì si riconosce in una specifica Persona. Ecco perché Gesù-Verità genera vita assicurando con i suoi gesti libertà ai seguaci. Egli è Verità coraggiosa e amabile, mai arrogante; altri sono pronti a far violenza per imporsi divenendo di conseguenza dispotici. E una Verità non si proclama per decreto, ma si comunica sperimentando la vita di Dio a noi partecipata da Gesù. Di conseguenza più Vangelo condividiamo nel quotidiano, maggiore è la possibilità di sperimentare la qualità di questa Vita sia nei gesti di amore, sia quando situazioni difficili fanno dubitare, sia quando si progredisce nel credere ed osare sperando dincontrare il  respiro di Dio che riscalda il buio di una solitudine. Perciò anche per noi è fondamentale la domanda posta a Gesù  dai discepoli: «dove vai?» quando Egli annuncia la sua partenza e consegna ai suoi il comando dellamore da predicare e testimoniare come perno del suo insegnamento. Non sono precetti astratti, ma prassi di vita per cui è naturale e prevedibile la reazione dei suoi discepoli. Sono turbati: possono vivere senza lui accanto? Gli chiedono dove stia andando, tentativo per razionalizzare la paura ed opporsi al timore del nulla che evoca quelladdio. Gesù li tranquillizza esortando ad avere fede e vincere tristezza e angosciante ansia per il futuro. Lo sconforto della separazione trova consolazione nella fiducia in Dio. Così il Cristo realizza la sua azione salvifica. «Chi ha visto me, ha visto il Padre»: la fede fa intravedere la casa del Padre, meta dellumanità redenta, dove ciascuno ha un posto da occupare in un contesto di rasserenante armonia. In Tommaso, che ha bisogno di vedere per credere, ci specchiamo noi che da sempre pretendiamo segni tangibili di Dio. Ma Gesù inaugura una presenza non legata alla sua persona fisica o ad un particolare luogo; Egli invita a riscontarla nel vissuto delle singole esistenze. Tommaso-Didimo incalza, fidando sulla sua capacità di ragionare: come si può andare al Padre se non si conosce la via?  Con inesauribile pazienza Gesù lo accompagna indicandogliela; la via passa attraverso di lui. Ecco il conforto: la rivelazione che la sua assenza non s’identifica col vuoto di chi è scomparso, ma di fatto è il modo di essere sempre con noi, possibilità nuova e sublime dintessere la relazione con Dio nellamore reciproco. Ecco il segno distintivo di Cristo in mezzo a noi, a renderlo presente è la comunione fraterna. Grazie al Risorto Dio tornerà a prenderci per mano e guidarci come un Padre buono che ha preparato tutto per la festa senza fine. Così Gesù si riconferma pietra angolare anche per chi, come Filippo, lo ha visto ma ancora non riconosce il Padre.  Riconoscere il Padre vedendo Gesù non è automatico. Se rifiutiamo il Cristo Egli diviene pietra dinciampo perché è dire no al Padre, dunque alla vita. Che fare? Occorre rinnovare la fiducia verso la Parola che libera e fa andare verso il Signore, sorgente dellacqua viva che scaturisce dal Padre e ritorna la Padre. A noi è richiesto di lasciarci trasportare da questo fiume di grazia e di amore. E la nostra Pasqua.                      LR    
 

                                                            14 MAGGIO

Soltanto, bada bene a te stesso e veglia diligentemente sull'anima tua, onde non avvenga che tu dimentichi le cose che gli occhi tuoi hanno veduto, ed esse non ti escano dal cuore finché ti duri la vita.  (Deuteronomio 4,9)

                                                      NON DIMENTICARE

Dio veglia sudi. noi e ci libera da tutti i pericoli che, giorno dopo giorno, minano la nostra esistenza. Spesso non ci rendiamo conto dei miracoli che Dio compie su di noi, siamo tanto abituati alla vita normale che dimentichiamo: che vi è «Uno" che ci da a tutti la vita, il fiato a ogni cosa". Atti 17, 25. Dio veglia su di noi, ma il testo dice che siamo noi che dobbiamo vegliare diligentemente sulla nostra anima e non dimenticare quel che abbiamo ricevuto quando lo abbiamo invocato e siamo stati esauditi, salvati, guariti e liberati. Dio ci chiede di fare la nostra parte per mantenere la comunione con Lui, altrimenti avviene ciò che è scritto in Romani 1, 21. 

                                                               15 MAGGIO

La lampada del corpo è l'occhio. Se dunque il tuo occhio è puro tutto il tuo corpo sarà illuminato.

(Matteo 6,22)

                                                               NON IMPORTA IL COLORE DEI TUOI OCCHI

Nei tempi andati si pensava che la luce fosse qualcosa che viaggiava dagli occhi agli oggetti che si fissavano. Adesso sappiamo che la luce è qualcosa che viene a noi per mezzo di piccolissimi e invisibili mondi di atomi provenienti dell'emanazione di grandi luminosità come il sole o di luce più semplice. Si può affermare che una persona sta mentendo o è sincera, se è innamorata o se odia o ama sémpliceménte guardandola negli occhi. Gli occhi rivelano più di quanto può fare un qualsiasi altro gesto delle mani, del corpo o del volto. «La lampada del corpo è l’occhio» ha detto Gesù. Quando impareremo a vivere davanti ai nostri simili senza apparenza, falsa umiltà, fanatismo religioso, orgoglio spirituale, il nostro occhio sarà chiaro! Se abbiamo luce in noi, soprattutto, luce spirituale nella nostra anima, non rifletteremo certamente le tenebre. 

                                                                 16 MAGGIO

Non siate dunque con ansietà solleciti dicendo che mangeremo? Che berremo? O di che ci vestiremo?  Matteo 6,31

                                                                  SEI UNO DI QUELLI CHE SI PREOCCUPANO?

Quando ci preoccupiamo per il futuro ci carichiamo d'inutili sofferenze. Fermati un momento e pensa a tutte le cose delle quali ti sei preoccupato innanzitempo e che non si sono ma avverate. E’ meglio agire con accortezza e riporre la propria fiducia in Dio perché le preoccupazioni non hanno mai portato ad una soluzione reale, sono sintomo di poca fiducia nella protezione che Gesù promette ai suoi.

                                                                   17 MAGGIO

Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me! Nella casa del Padre mio vi sono molti posti, se non avrei detto: io vado a prepararvi un posto. (Giovanni 14,14)

                                                                   NON TURBATEVI

Si racconta di un uomo, curvo sotto il peso di un fardello, che non riusciva a portare, si era fermato sul ciglio della strada e, deposto il carico ai suoi piedi, si lamentava: non ne posso più! Se almeno la morte venisse a liberarmi. “Eccomi, cosa vuoi da me"? L'uomo, spaventato, rispose: desidero soltanto che tu mi aiuti a ricaricarmi sulle spalle il mio fardello perché è tempo che io riprenda il mio cammino. Tutti sappiamo molto bene, nonostante ogni possibile ostentazione, che nessuno da se stesso si dispone volentieri ad incontrare la morte. Anche la Scrittura lo conferma facendo riferimento a quelli che per timore della morte sono per tutta la vita soggetti a schiavitù. Ebrei 2,15. Tutto ciò non ci deve però turbare se abbiamo Gesù nel cuore e possiamo dire come è scritto nella lettera ai Corinti: «La morte è stata sommersa nella vittoria», per Gesù ha vinto per noi”.  1Cor 15,55% 

                                                                   18 MAGGIO

Lo fasciò e lo pose a giacere in una mangiatoia perché non c'era posto per loro nell'albergo. Lc 2,7

                                                                    NON V'ERA POSTO PER LORO NELL'ALBERGO

Moltissimi sono coloro che si chiamano o si fanno chiamare cristiani benché nella loro vita Cristo non abbia alcun posto! In loro c'è posto per i piaceri o per scopi egoistici, ma non per Lui, per Dio. Perché? Perché altre cose hanno sostituito la rivelazione divina, quella di Gesù Cristo crocifisso e risuscitato secondo le Scritture. Gesù chiede semplicemente fede e di essere accettato. Chiede che si creda alla Sua Parola. Ma poiché per Lui non c'è posto, Egli si rivolgerà altrove, altri lo ospiteranno! Proprio come fecero Giuseppe e Maria quando dovettero trovare un posto per far nascere il "bambino". Chissà se quell'albergatore si sia mai reso conto della benedizione sfuggitagli. Fermati un attimo e rifletti. Riconosci la verità e ricevi Gesù Cristo come tuo Signore e Salvatore per essere veramente cristiano! La Bibbia dice: Ma a tutti quelli che l'hanno ricevuto Egli ha dato il potere di diventare figlioli di Dio (Gv 1,12); a quelli cioè che credono nel suo nome. È triste costatare che nel cuore dell'uomo c'è posto per tutto: mondanità, immoralità, popolarità, forse anche una religione, ma non c'è posto per Gesù. Da quel che si vede il mondo peggiorerà sempre di più se manca Gesù! Principe della pace e il Salvatore del mondo!

                                                                19 MAGGIO

Poiché non v'è niente di nascosto che non abbia ad essere scoperto, né d'occulto che non abbia ad essere conosciuto. Matteo 10,24.

                                                                       NULLA RIMARRA’ NASCOSTO

I discepoli dovevano operare per Cristo e nel Suo nome. La loro battaglia contro Satana li avrebbe esposti al suo contrattacco, tuttavia non dovevano temere, lo Spirito Santo e il Padre li avrebbe sostenuti. Dovevano rimanere fedeli alle parole di Cristo predicando apertamente, francamente e con coraggio consapevoli che erano stati mandati come pecore in mezzo ai lupi. Perciò l’invito ad essere prudenti come serpenti e semplici come colombe (vv. 16-17). Dio conosce i cuori, sa pesare e giudicare i sentimenti più profondi e nascosti dell’animo umano. Il rimprovero ha lo scopo di farci conoscere dove abbiamo mancato e indurci ad un pentimento e ravvedimento. Se qualcuno non vi riceve, né ascolta le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella città, scuotete la polvere dai vostri piedi. 

                                                                       20 MAGGIO

Se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio. (Giovanni 3,3)

                                                                       LA PORTA DEL CIELO

Non vi è passo nella Parola di Dio più familiare di questo. La dottrina della Nuova Nascita annulla e rende vane tutte le false religioni e tutti i punti di vista umani che si possono avere circa la Bibbia e Dio stesso. Nella preghiera il cuore dell'uomo viene trasformato dalla potenza di Dio e non ha bisogno di spiegazioni; riceve la nuova vita come Gesù aveva detto a Nicodemo. Perché ci sono persone che esitano? Che cosa temono? Dio é amore e tutto ciò che fa é amore. Egli ci ama sempre, non prova piacere dalla morte del peccatore, ma che si converta e viva.

                                                                         21 MAGGIO

… il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio é la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

(Romani 6,23)

                                                                        L'OFFERTA GRATUITA

Ricevere il dono della vita eterna è una delle cose più facili nella nostra vita. Non c'è nulla di complicato. San Paolo scrive “La salvezza che viene dalla fede in Cristo la possiamo facilmente raggiungere, infatti é vicino a noi, nella nostra bocca e nel nostro cuore. Perché, se con la bocca dici agli altri che Gesù Cristo è il tuo Signore, e se credi nel tuo cuore che Dio l'ha risuscitato dai morti, tu sei salvato" (Romani 10, 8-9). Perché allora ci sono persone che esitano?  

                                                    7 maggio

Nel decantare i pascoli del Signore il salmo 23 invita a riflettere su Davide, il re pieno di debolezze umane, ma che ricorre sempre a Dio consapevole della sua misericordia, Pastore provvido che non fa mancare nulla perché all’uomo consente ogni giorno di trasformare la miseria dei propri atti in occasione di conversione.  Così si manifesta la gloria della risurrezione, la potenza del perdono di Dio tramite Gesù, ragione della nostra vita. A proclamarlo è la prima lettura di questa domenica. Si afferma che, se lo riconosciamo come Signore e ravviamo la nostra coscienza di battezzati, ci immergiamo nel caldo abbraccio della comunione di vita col Padre, Figlio e Spirito Santo. Perciò, se accettiamo di vivere il pentimento come occasione per mutare mentalità, sperimentiamo un rapporto vitale che irrobustisce la nostra fede nella coinvolgente presenza del Risorto, nostro compagno di viaggio. a Pasqua rende piena la nostra vita stimolando il pentimento, esaltando il dono del battesimo, sollecitando il perdono dei peccati per godere dello Spirito. Tutto ciò, come ricorda Pietro nella seconda lettura, deve indurre a precise scelte per riconoscere Gesù, ucciso e glorificato, pastore delle nostre anime perché servo obbediente, capro espiatorio e agnello pasquale. Le due letture costituiscono una implicita premessa al passo del vangelo nel quale viene proposta la parabola del buon pastore. Questi è anche porta che fa entrare in uno spazio vitale; guida che accompagna e conferisce senso alla vita. La centralità della persona di Gesù per la propria esistenza si fonda sulla Pasqua per cui egli diventa presenza determinante in contrapposizione al ladro di pecore. Per comprendere la ricchezza della parabola occorre riflettere sul fatto che si descrivono situazioni e si usano termini la cui pregnanza di significato era facilmente colta dai contemporanei di Gesù a Gerusalemme. La porta delle pecore era l’ingresso al tempio per i fedeli che si preparavano al sacrificio; evidente l’intenzione di proporsi come il nuovo tempio. Inoltre l’evangelista usa i termini “entrare e uscire” nel significato che si riscontra nel libro dell’Esodo: uscire dalla terra di schiavitù e entrare nella terra di libertà; quindi Mosè diventa figura di Cristo. Le stesse immagini della porta e della strada con Gesù innanzi che guida perché per primo varca l'ingresso evocano la porta pasquale e il passaggio da lui aperto attraverso il deserto della morte. La caratteristica di questo pastore è di non mortificare perché il rapporto con lui stimola la conoscenza di una voce che chiama indicando la strada da percorrere e che s’identifica con la sua persona. Cristo-porta certamente non si propone la propria esaltazione; vuole solo garantire libertà in chi lo ascolta perché ricerca la verità. Egli intende orientare al Padre e così insegna agli uomini non una teoria religiosa, ma comunica vita. Il suo Vangelo è la risposta a questa fame di senso; perciò il buon pastore entra nel recinto e chiama ciascuno per nome per condurlo fuori, in un luogo che dà sicurezza senza togliere libertà. Certamente non si tratta di sostituire a istituzioni vecchie e oppressive altre, ma di avviare un processo di liberazione. Ecco perché la porta è sempre spalancata e chi vi esce trova la terra dove scorrono il latte della giustizia e il miele della vera libertà. E’ un viaggio rassicurante perché il pastore cammina sempre davanti, guida esperta e provvida apre cammini, precede per essere convincente. Oggi il mondo è pieno di presunti profeti che fanno della propria ideologia una religione da imporre per far prevalere una visione dell'uomo e del mondo poco liberante. Il loro successo si accompagna alla disponibilità degli altri di affidare solo a loro l'onere di pensare. Ma nessun leader animato da buona intenzioni opera per rafforzare un potere proprio, tutti devono correlarsi alla Verità. Chi non agisce in questo modo si rivela un pessimo pastore; distrugge la libertà dei propri seguaci, come i farisei ai tempi di Gesù, che non entravano dalla porta, ma da altri ingressi perché intenzionati a impadronitisi del popolo e governare solo per proprio tornaconto e non per far trionfare il bene comune. Perciò, soltanto “Chi entra dalla porta, è pastore”; Gesù rivendica ciò con insistenza. Le pecore ascoltano la sua voce e la riconoscono come efficace risposta al bisogno, al desiderio di pienezza di vita; infatti, “egli chiama per nome” in quanto opera intessendo uno speciale rapporto salvifico con ogni individuo.                                                        LR

                                        8 MAGGIO

 "Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio evangelo"

Romani 2,16

                                     NIENTE E’ NASCOSTO DAVANTI A DIO

Il Signore Gesù ha dichiarato: "Perciò tutto quello che avete detto nelle tenebre, sarà udito nella luce, e quel che avete detto all'orecchio nelle stanze, interne, sarà proclamato sui tetti" (Luca 12,3). Un giorno i peccatori udranno la registrazione d'ogni piccolo segreto della loro vita, perché niente è nascosto a Dio 

                                       9 MAGGIO

"Poiché Dio farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto sia bene, sia male” Eccl.12,16

                                      NIENTE E NASCOSTO DAVANTI A DIO

Si racconta di un uomo che aveva molte proprietà; ma ogni anno esigeva un affitto più alto da una

povera vedova, alla quale aveva affittato una stanza ammobiliata. La sua mancanza di misericordia lasciò un forte ricordo nella mente del figlio della donna. Più tardi quel bambino, divenne un famoso pittore, e raffigurò in un quadro il ricco senza cuore nell'atto di reclamare un pagamento da sua madre. Quando l'uomo vide il quadro se ne vergognò, riconobbe chiaramente il suo volto in quella tela, fece di tutto per comprarlo e distruggerlo perché nessuno l’avesse riconosciuto. Non si sa come finì la storia; ma è certo che tanti dipinti saranno scoperti davanti a Dio. Lascia che il sangue di Gesù purifichi il cuore di tutto il passato e dia la grazia di vivere il presente con serenità.

                                          10 MAGGIO

Ed ella partorirà un figliolo, e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai suoi peccati. Matteo 1, 21

                                         NOME IMPOSTO

A tutti è stato imposto un nome, suggerito forse da una circostanza o perché piaceva ai genitori, oppure esprimevano con quel nome l'amore per un defunto: padre, madre, nonno. Di solito il nome è piaciuto e accettato da chi lo porta. Pochissimi quelli l'hanno rifiutato. Nel caso di Gesù, secondo il testo biblico, il nome datogli da Giuseppe e Maria per suggerimento dell'Angelo era non solo bello ma anche profetico. Lo si nota nel testo riportato: "Perché salverà il suo popolo. dai peccati". Gesù ha operato ciò morendo sulla croce. Il nome Gesù è imposto da Dio. È profetico; è piaciuto, è vissuto e se ne conosce il significato etimologico. Egli ha avuto un nome al disopra di ogni altro “Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figliolo e gli porrà nome Emmanuele (Dio cbn no). Isaia 7,14

                                            11 MAGGIO

"Tu sei l'Iddio grande, potente, il cui nome è L'Eterno degli eserciti" (Geremia 32, 18). "Poiché Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti

(Matteo 5, 45)

                                            NOME ONNIPOTENTE

Dio fa cadere la pioggia sui giusti e ingiusti. E’ affettuoso e provvido verso la sua creazione, che essa sia cosciente o no della sua benedetta presenza. La natura stessa di Dio è amore. In questo verso della Bibbia notiamo tre dei Suoi attributi. Il primo è "Dio Grande", il secondo "Dio potente", il terzo "l'Eterno degli eserciti". Il primo significa maggiore, importante, famoso, principale, generoso e nobile; il secondo avere e mostrare potenza, forte e straordinario, il terzo che Egli guida gli eserciti in grande numero, sole,  luna, stelle, corpi celesti, gli angeli ecc. Il Signore di questi eserciti è Colui che tiene assolutamente il controllo e la responsabilità sul creato! Lui è Dio, l’unico Dio che si è abbassato fino a noi per redimerci. Ha tratto giù dai troni i potenti ed ha innalzato gli umili. Ha ricolmato di beni gli affamati ed ha rimandato a mani vuote i ricchi (Luca 1,52).

                                                 12 MAGGIO

Gesù disse Io sono la via, la verità e la vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

(Giovanni 14,6).

                                               NON BASTA LA RELIGIONE.

Non basta essere religiosi per essere cristiani. La religione insegna leggi e  precetti che l’uomo deve osservare, ma non per salvare il proprio simile. Solo Iddio può salvare l'uomo rendendolo partecipe della redenzione che Gesù ha portato agli uomini morendo sulla croce. Gesù ha detto "Io sono venuto perché abbiano vita e vita abbondante". La religione può dar leggi, ma non vita, la vita viene da Dio. E’ scritto «chi ha il Figliolo di Dio ha la vita, ma chi non ha il Figliolo non vedrà la vita, ma l'ira di Dio dimora su lui". Perciò essere membro di una chiesa non significa essere cristiano. Per essere cristiano bisogna accettare Gesù quale personale Salvatore, credere che Egli è morto sulla croce per la nostra salvezza e morendo ha pagato per i nostri peccati. Questo è il piano di Dio per la salvezza di tutti gli uomini. 

                                                I3 MAGGIO

"Il Signore è veramente risorto". (Luca 24,34)

                                                NON C'E DUBBIO

Ciò che i discepoli videro non era un'apparizione o un fantasma, era davvero il loro Maestro "in carne ed ossa". Egli mostrò loro le ferite alle mani e ai piedi e mangiò del cibo insieme con loro, escludendo quindi la possibilità di essere soltanto uno spirito che si materializzava in un corpo. Gesù non è risorto soltanto spiritualmente. Il suo corpo é più reale di prima perché immortale. Molti dei più celebri personaggi che hanno segnato la storia dell'umanità sono stati sepolti in tombe dove è possibile documentarsi sulla loro data di nascita e di morte, magari se ne potrà stimare la personalità leggendo le poche frasi riportate sull'epitaffio. Ma Dio ha ritenuto importante far sapere all'umanità che il suo figlio Gesù, l'unico che non ha conosciuto peccato, è venuto a riscattarci dimostrando che Egli è il Signore della vita e il rimuneratore di coloro che lo cercano e lo accettano nel loro cuore come personale Salvatore.

30 Aprile

Il Risorto cammina con noi, anche quando sembra assente o lontano. Egli ci accompagna fino al riconoscimento finale nel Regno. Nella prima parte del capitolo del Vangelo che si legge oggi l'annuncio della resurrezione è fondato sulle parole di Gesù, solo ricordandole possiamo  giungere alla fede pasquale. Come avviene tutto ciò l'evangelista lo riassume nella sapiente costruzione dell'esperienza dei due discepoli in cammino: non riconoscono il Risorto, vedono un viandante che spiega le Scritture. Il capitolo si conclude con l'apparizione di Gesù agli Undici a Gerusalemme; ma anche questa descrizione ci lascia interdetti per il comportamento dei discepoli. Infatti, egli si pone in mezzo a loro e dona la pace, esperienza che suscita però una reazione tutta umana negli Undici sconvolti e impauriti, credevano di vedere uno spirito (Lc 24,37). Quando il Risorto mostra i segni della passione facendosi toccare, costoro restano ancora increduli, assaliti da un sentimento misto di gioia e di confusione. Il viaggio per Emmaus inizia pensando alle delusioni e ai sogni suscitati da una esperienza unica per un incontro singolare con una persona speciale. Ma di quei giorni di luce e di gloria non era rimasto nulla se non il cadavere di un crocifisso in una tomba sigillata, anche se cominciavano a circolare voci stupefacenti. I due sono delusi, scambiano parole e descrivano gli eventi più significativi di cui sono stati testimoni. Ma  cattura, condanna e crocifissione di Gesù hanno cancellato in loro ogni speranza di essere protagonisti di una grande storia. Si sentono frustrati: lo avevano seguito credendo in lui, ma la sua morte è stata veramente la fine; era un profeta, compiva azioni colme di significato, ma i sacerdoti l'hanno consegnato ai romani, che l'hanno crocifisso. Sono ormai tre giorni, Gesù è morto per sempre; la vita di discepoli non ha più senso. Alla comunità del Nazareno non rimane che sciogliersi, ecco perché Cleopa e l'amico stanno ritornando a casa. Sono chiusi nei loro pensieri di dolore quando s'imbattono in un viandante che comincia ad accompagnarsi a loro. Intesse il dialogo e poco dopo la sua partecipe empatia per l’evidente tristezza stimola un barlume di speranza. Inizia a spiegare il significato da dare al Messia sconfitto ricorrendo all'esegesi biblica che aiuta a dar senso persino alla croce. Queste parole toccano il cuore dei due, i quali costatano che aveva cominciato a battere di ardore, contagiato da quelle spiegazioni. L'esperienza è talmente coinvolgente da accendere il desiderio di continuare a godere della sua compagnia. Lo invitano a restare perché si fa sera. Entrati nella locanda ed iniziato il rito della fraterna ospitalità a tavola per un pasto frugale, lo sconosciuto compie un inconfondibile gesto: spezza il pane per condividerlo e ciò apre gli occhi di Cleopa e del compagno. Riconoscono Gesù proprio nel momento che egli scompare. Diventa invisibile pur rimanendo con loro perché non è assente, li accompagnerà ora che sono impegnati a dare, trafelati, l'annunzio ai fratelli per paura ancora chiusi nella stanza. Diventano così nomadi per amore. Con questo episodio si conclude il vangelo di Luca, quello dell'amore misericordioso del Maestro, ed inizia il racconto degli Atti degli Apostoli per presentare le conseguenze di quel viaggio concitato di ritorno dei due a Gerusalemme. E' un passo fondamentale: sintetizza l'intera storia della salvezza che Gesù spiega interpretando tutte le Scritture. Gli Undici, ossia coloro che avevano seguito  per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto tra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo (At 1,21-22), riconoscono il Risorto; testimoni oculari diventano servi della Parola, inviati per annunciare a tutte le genti la conversione e la remissione dei peccati. Così il giorno della resurrezione, giorno unico e senza fine della nuova creazione coinvolge anche il nostro tempo ed illumina il nostro cammino per le strade del mondo. Anche quando sembra che il giorno ormai è al tramonto sediamoci a tavola per ripetere il gesto più eloquente fatto da Gesù nell'ultima cena. E' il segno di un’intera vita offerta e donata per amore, allora i nostri occhi si potranno aprire per riconoscere il Risorto. Ci sentiremo suoi discepoli impegnati a camminare insieme, ricordare e celebrare la presenza del Vivente. Ciò può avvenire ogni domenica, giorno pasquale, quando come comunità radunata dal Signore leggiamo le Scritture e partecipiamo dell'Eucaristia, segni privilegiati della presenza del Risorto. Egli non si stanca di donarsi perché ci ha amati, perdonati, riuniti nella sua comunione.                     LR  

                                        1 MAGGIO

E licenziatele, si ritirò in disparte sul monte per pregare. E fattosi sera, era quivi tutto solo. Mt 14,23

                                      UN MODELLO

Gesù ci appare come modello di vita. Lo vediamo, dopo aver licenziato la folla che aveva nutrito col pane, ritirarsi in disparte sul monte per pregare. Il Signore prima di mettersi in cammino alla volta dei discepoli, cerca la presenza del Padre. Sul mare, la tempesta si era scatenata, ma  durante le veglie della notte, Egli era solo col Padre. Col suo esempio mostra ciò che può rendere capaci anche noi di camminare attraverso le tempeste della vita: è la preghiera, la comunione col Padre. Dobbiamo comprendere cosa significa pregare a tu per tu, da soli sul monte ove possiamo entrare alla presenza di Dio. Così quando le prove sopraggiungono, noi siamo capaci di superare le difficoltà, come il Signore.

                                         2 MAGGIO

Infatti, se siamo stati totalmente uniti a Lui con una morte simile alla Sua, saremo uniti a Lui anche con una risurrezione simile alla sua.   (Romani 6, 3-5)

                                        MORIRE PER RISORGERE

Tutti siamo destinati a morire! Qualcuno potrebbe dire: Bella scoperta! Ma anche se è la logica della vita umana, resta sempre una riflessione pagana poiché non siamo formati solo di un corpo, ma anche di un'anima e di uno spirito. Paolo scrive ai Tessalonicesi: Dio, che dona la pace, vi faccia. essere completamente degni di Lui e custodisca tutta la vostra persona - spirito anima e corpo - senza macchia fino al giorno in cui verrà il Signor nostro Gesù Cristo (1 Tess. 5.23) ,Gesù Cristo prima di morire, affidò il suo spirito a Dio Padre. Noi pure, uniti a Cristo quando moriremo, possiamo contare su Gesù, il Giusto. Egli è il nostro avvocato presso il Padre. Egli si è sacrificato per ottenere il perdono dei nostri peccati e non soltanto dei nostri, ma di tutto il mondo (1 Giovanni 2, 1-2). Dunque il nostro spirito non morirà, ma passerà da questa vita alla vita celeste in attesa della risurrezione, sapendo ciò, perché avere paura della morte? La morte è già stata vinta dal Risorto grazie al Padre ch lo liberato dal potere della morte (Atti 2,24). O morte, dov'è la tua vittoria? O morte dov'e la tua forza che uccide? La morte è distrutta! La vittoria è completa! (1 Corinzi 15,55) 

                                         3 MAGGIO

Gesù disse: io son venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza (Giovani 10,10).

                                         TUTTA L'UMANITA’ E’ MORTA

La Bibbia asserisce che per un uomo il peccato è entrato nel mondo. Dalla disubbidienza di Adamo il peccato come un germe ha infettato fino ad oggi tutta l'umanità. I problemi morali e sociali di ogni generazione non potranno mai essere risolti da economisti, dottori in medicina o psichiatri, nemmeno da capi di governo, perché il male è nel cuore di ogni individuo. Il mondo è malato di una malattia spirituale e nessuna cura umana può guarirlo. La stessa Parola di Dio attesta il nostro stato attuale "Che siamo tutti morti nei falli e nei peccati” ci offre il rimedio. Dio vede le condizioni del genere umano e ci invita dicendo: "Guardate a me e sarete salvati". Perché ci vuole salvare? Perché ci ama di un amore eterno. Chi desidera la vita deve credere e accettare Gesù il Salvatore perché solo in Lui è la vita. 

                                          4 MAGGIO

Gesù rispose dicendo: in verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio. (Giovanni 3,1-9)

                                          NUOVA NASCITA

Quando noi udiamo parlare della nuova nascita facciamo la stessa domanda di Nicodemo "come può avvenire questo? La domanda potrebbe anche essere: "perché dovrebbe avvenire? La nuova nascita è una necessita rivelata da Dio: Perché senza di essa noi non possiamo vedere il regno di Dio; né entrare nel regno di Dio, dove si accede quando siamo nati di nuovo spiritualmente; per questo motivo dobbiamo imparare a ragionare e camminare spiritualmente; per questo abbiamo la necessità di una fresca e nuova partenza con l'aiuto dello Spirito Santo.

                                               5 MAGGIO

 Vi è tempo per tutto, v'è il momento per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un

tempo per morire; un tempo per piantare e uno per raccogliere. (Ecclesiaste 3,1)

                                               PROVVIDENZA MISERICORDIOSA

Quando accettiamo Cristo Gesù nella nostra vita ogni momento può trasformarsi in grazia

                                                6 MAGGIO

Non v'è dunque ora alcuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù; perché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha affrancato dalla legge del peccato e della morte. Rom. 8, 1-2

                                               NESSUNA CONDANNA

I nostri peccati, le nostre colpe sono lavate e cancellate dal sangue che Gesù ha versato sulla croce. L'uomo dell'Antico Testamento seguiva la Legge di Mosè, ricca di precetti e di riti. Per ogni colpa e peccato c'era un sacrificio da fare, un rituale da adempiere. Il peccatore era impuro agli occhi di Dio e benché avesse adempiuto ogni particolare delle prescrizioni, il peccato non veniva rimosso ma solo coperto se veniale. Il sacrificio perfetto di Cristo ha tolto, cancellato il peccato dalla vita di chi crede. Chi si affida a Gesù non ha più niente da temere perché Egli gli dà la pace interiore che solo Lui può concedere. 

                                                7 MAGGIO

Oh se tu pure avessi conosciuto in questo giorno quel ch'è per la tua pace! (Luca 19,42)

                                               IL VERO BENESSERE

L'angoscia nasce da un bisogno molto profondo: la mancanza di pace che viene solo da Dio. Nel Vangelo è scritto: Io vi do la mia pace, non come quella che dà il mondo, Io vi do la vera pace ( Giovanni 14,27). Nel mondo non tutto va liscio Gli ottimisti incondizionatamente promettono in un prossimo futuro l'avvento di una diffusa felicità. Ma che cosa offre oggi questo mondo oltre al progresso tecnologico e a un benessere mal ripartito? Poco o nulla rispetto alla promessa del Messia di un futuro di vera shalom!  

                                                                23 Aprile

Le tre letture di questa domenica invitano alla gioia, frutto della Pasqua. Questa tensione dello spirito che illumina la nostra vita appare difficile sperimentarla in un mondo triste e pieno di rischi. Ebbene, rimedio a tante paure è la fede nella resurrezione. Infatti, la Pasqua cristiana può essere interpretata da prospettive diverse, ma coinvolge sempre la nostra esistenza in qualsiasi momento, malgrado le porte chiuse per un diffuso timore ed un cuore freddo che rende incapaci di agire in preda al disorientamento. 
E la condizione dei discepoli di Gesù che hanno perso lamico fidato, il maestro brillante che li guidava camminando sempre innanzi e per il quale avevano abbandonato tutto. Egli non c'è più; il suo corpo è stato sigillato nella tomba. A loro non rimane che la scelta di disperdersi oppure rimanere uniti dare conforto alle loro fragilità rimanendo insieme. Abitano in una stanza sprangata, comunità confusa e segnata dalla paura, ma determinata a stare unita nella memoria di Lui. E il contesto nel quale Gesù si rende presente divenendone subito il centro. La vista della sua persona determina una grande gioia: é la chiesa che rende presente il Signore. Lesperienza fatta dai discepoli è reale; infatti le apparizioni cambiano propositi ed atteggiamenti. Da pauroso Pietro diventa determinato nel testimoniare come gli altri apostoli, disposti ad andare nel mondo per annunciare quello che hanno visto: la Resurrezione, potenza di chi, annientato dalla morte, è vivo per la grazia del Padre, Crocifisso-risorto non ha trasformato il dolore come indicano le sue piaghe gloriose. Egli augura la Pace, shalom che indica lintegrità di una condizione armonica che si sperimenta in una vivida e integrale comunione. A questo scopo il Risorto dona lo Spirito Santo che rimette i peccati. Gesù conosce la condizione umana perciò la redime facendo tutti partecipi della Misericordia di Dio.Il passo del vangelo continua con una riflessione sul dubbio nelladerire allinvito. Protagonista è Tommaso, disposto a credere solo se tocca con mano le piaghe. Otto giorni dopo Gesù riscalda il cuore di questo incredulo chiamandolo per nome, come ha fatto con la Maddalena nel giardino. Egli ritorna, non vuole imporsi, si propone senza rimproverare, solo mostra le mani che portano evidenti le ferite. Il Vangelo non dice se Tommaso le palpa; gli è bastato vedere Gesù pronto a mostrarsi. È lo stile del Maestro per cui subito esclama Mio Signore e in quellaggettivo concentra tutto il suo bisogno di possedere nellintimo quanto ha sperimentato dalla Galilea al Golgota. La Risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, la morte di croce non è un mero incidente: è il vertice della gloria di Dio. L'Amore le terrà sempre aperte per ricordare, rincuorare, perdonare.Gesù, grande educatore, trae spunto dalla situazione per impartire lultimo suo insegnamento. Proclama una fede più perfetta di quella mostrata da Tommaso riferendosi a coloro che crederanno senza vedere e per i quali è stato scritto il vangelo. Chi lo legge e ascolta nel suo cuore le parole del Libro partecipa della fede che non vede, ma che rende beati perché convinti che l'amore di Dio per noi è più forte dei nostri dubbi. A nostra disposizione abbiamo molti segni ed abbiamo ereditato questi scritti, scelti perché possiamo credere, conclude il passo del vangelo proposto alla nostra meditazione nel mentre ci presenta il Risorto che dona agli apostoli lo Spirito, simbolo della nuova creazione. Le letture confermano questa prospettiva proponendo la catechesi battesimale nella domenica in albis, secondo unantica tradizione. Nella prima si fa riferimento ad un inno nel quale si afferma che la salvezza inizia con la risurrezione e si concluderà con lultima manifestazione del Signore. Riscontro quotidiano è lesperienza della gioia legata ad una concreta vita pasquale. Gli effetti sono descritti nel comportamento di coloro che, diventati credenti, vivevano insieme e tenevano ogni cosa in comune. Questo pizzico di utopia non fa male perché si pone agli antipodi rispetto ad una società liquida senza valori e precipitata nel relativismo più sfrenato. La Pace del Risorto è con noi e si fonda su quattro pilastri, segni e doni  del suo amore: ascoltare il suo insegnamento, vivere la comunione fraterna, spezzare il pane eucaristico e pregare lodando Dio.                                                    LR
 

                                               24 APRILE

 "... Chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato". (Romani 10,13)

                                               LO CHIAMARONO IL SALVATORE (Il)

A chi, salvato dalle acque per annegamento, é adagiato in un posto sicuro automaticamente scompare la paura, la disperazione; nel suo cuore si fa spazio la speranza, la serenità, la calma, la pace, la gioia e dirà: ero ad un passo dalla morte, ma ora, grazie a Dio, la vita continua. Questa e la salvezza. A causa dei nostri peccati siamo tutti destinati alla morte, forse alcuni cercano ancora di farcela "nuotando" disperatamente, altri hanno perso la speranza e la disperazione ha invaso il loro cuore. Invoca il nome di Gesù e sarai salvato! Gesù .è specialista in "salvataggi", anzi è l'unico che può salvare perché Egli è morto sulla croce per salvarci darci la vita eterna. Egli e il Salvatore (Atti 16,39). 

                                                 25 APRILE

Gesù disse tutto ciò che domanderete nel mio nome, io la faro, affinché il Padre sia glorificato. (Giovanni 14,13)

                                                 LODARE E RINGRAZIARE DIO

La Bibbia dice che Gesù è venuto sulla terra per insegnarci a conoscere e a lodare Dio. Il profeta lsaia ha detto di Lui che è venuto "Ad annunziare la Buona Novella, a curare e guarire i cuori, a proclamare la libertà ai prigionieri, a proclamare l'anno di grazia, a portare la consolazione e la gioia a coloro che piangono e un manto di lode invece di uno spirito affranto e abbattuto" (Isaia 61,1-3). Ti riconosci in quest'elenco? Hai il cuore spezzato? Sei legato da un impedimento fisico, da una malattia o da problemi spirituali? Sei nel pianto, incapace di rallegrarti, d'essere riconoscente e lodare Dio'? Il tuo spirito è aggravato e abbattuto'? Non hai compreso la grande e Buona Novella che Gesù ha portare a tutti. Ascoltala e la gioia vera riempirà la tua vita e potrai lodare Dio. 

                                                  26 APRILE

" Tra i canti di giubilo e di lode d'una moltitudine in festa".(Salmo 42,4)

                                                  LODE A DIO

La Bibbia afferma che lo Spirito Santo ci dona il manto della lode al posto di uno spirito abbattuto; ci porta a lodare, cantare e gioire Dio. Quando siamo nella Sua pienezza di benedizione ci riempie il cuore di gratitudine mostrandoci ciò che Dio realmente è: le opere, la grandezza fanno scaturire in noi la lode con parole di elogio, plauso, approvazione, benedizione, celebrazione, merito, virtù. Il salmista Davide sapeva lodare veramente e sostanzialmente, egli conosceva l'autore della sua serenità. Loderemo il Signore quando riconosceremo ciò che Lui ha fatto per noi. Nel nostro cammino lo vedremo agire verso di noi tempestivamente quando ci troveremo in difficoltà, tristezza e pericoli. Ci fortificherà e guarirà e ciò indurrà a lodare Dio in ogni tempo, a proclamare i suoi prodigi, il suo soccorso. Il nostro cuore allora non potrà contenersi e la lode sgorgherà dalle nostre labbra spontanea, dando onore e gloria all’autore della felicità. Grideremo che a Lui spetta tutto l'onore e la riconoscenza del nostro animo. 

                                                   27 APRILE

Non errate, fratelli miei diletti           (Giacomo 1,13-16)

                                                   LO SPECCHIO

Quando siamo tentati non dobbiamo mai dire "lo sono tentato da Dio". Lo siamo a causa della concupiscenza che ci attrae e ci adesca, scatta dentro di noi, da vita al peccato ed il peccato causa la morte. Per questo motivo non dobbiamo errare ed essere ingannati da un falso concetto. Il Signore ci guida verso la luce mediante la sua Parola, che illumina il nostro sentiero. Dio può provare la nostra fede per fortificarla, mai con l'intenzione di condurci a peccare. Impariamo a conoscere e ascoltare la Parola di Dio, la quale come uno specchio fa scorgere i nostri difetti; non attribuiiamo a Dio colpe che sono solo nostre.                                                   

                                                  28  APRILE

Lo Spirito Santo ci invita a vederlo operare nei vangeli e così trasformarci a sua somiglianza.

(2 Corinti 3,18)

                                                  CONTROCORRENTE

Il modo di vivere che Dio approva e opposto allo spirito del mondo dove gli empi si compiacciono nel male, i peccatori praticano la ribellione contro Dio, gli schernitori innalzano i loro ragionamenti contro ciò che Dio ha rivelato. Ciò può essere spiegato soltanto con il degrado della natura umana. Ciascuno di noi, pur sapendo molto bene cosa è il male, ha ugualmente lo compia. La Bibbia chiama ciò "concupiscenza. Dobbiamo lottare contro le provocazioni esterne, bisogna anche resistere contro le nostre tendenze, rifiutare la menzogna, l'immoralità e la violenza. Non abbiamo paura di dire no, avremo l'approvazione del Signore e saremo in pace con noi stessi. Gesù nello stesso tempo è il nostro modello e colui che dà la forza per seguire il cammino da lui indicato. 

                                                   29 APRILE

"Per voi che temete il mio nome si leverà il sole della giustizia e la guarigione sarà nelle sue ali"

(Malachia 4, 2)

                                                   LUI  ED  I0

Perché in vita? La risposta in Cristo, che si è velato d'umanità per farsi conoscere. Il Suo amore è come un raggio di sole, un incredibile miracolo che può attraversare gli abissi del peccato e dell'orgoglio. Lasciati toccare, non sottrarti a tanto amore! Riconosci che in questo momento Egli ti è vicino. La sua luce ti apre una nuova speranza di vita e non sarai mai più solo. 

                                                    3O APRILE.

Prostratosi, lo adorarono, ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.

(Matteo 2,11)

                                                    I MAGI D'ORIENTE

I magi si dimostrarono veramente. saggi. Erano venuti per adorare il Signore, ma non a mani vuote. Anzi, erano convinti che la vera adorazione comprende anche l’offerta di doni. Essi ci hanno dimostrato che l'adorazione e il dare vanno insieme. Da quest'esempio biblico traiamo un grande ammaestramento: è importante aggiungere alla nostra adorazione il "dare", anche se richiede sacrificio Gesù, essendo ricco, si e fatto povero per noi, affinché noi fossimo arricchiti della Sua grazia e della vita eterna. Date e vi sarà dato una buona misura, scossa, premuta e traboccante. (Luca 6,38).                                         

                                 Il Triduo Maggiore della Settimana Santa

                                                    In Cena Domini

Dalla morte alla vita è la meditazione che la Chiesa invita a fare in questi giorni. La fine della vita storica di Gesù avviene nelle contraddizioni piene di malvagità dell’uomo, mentre Egli, dopo aver amato i suoi, li ha amati fino alla fine, intendendo con ciò non quella cronologica, chiusura di un periodo, ma compimento, pienezza generatrice di amore perché il suo vivere è costruttivo e meritevole. Pietro comprenderà tutto ciò dopo l’esperienza della Passione e Resurrezione non durante la cena quando a tavola, rappresentata dai discepoli, è seduta tutta la comunità che gode dei doni del Signore, ma è ancora segnata da lacerazioni e divisioni per la persistente mondanità nei cuori e nei rapporti. Gesù invita ad una condivisione di memoria, di storia, di certezza di salvezza, novità radicale ed imprevedibile perché nel pane e nel vino dona se stesso. In contraccambio del suo offrirsi chiede soltanto che siano ripetuti il gesto, il dono, le parole, cibo per crescere nella fede e nell’amore. Ecco il motivo perché poniamo in una speciale cappella l’Eucarestia e preghiamo in attesa dei riti del venerdì.  

                                                    In Passione Domini

Riviviamo il mistero di salvezza realizzato dal Figlio dell’Uomo che si sottopone ad una morte atroce. Il suo gesto aiuta a comprendere le dinamiche delle mille povertà e delle continue sopraffazioni alle quali sono sottoposti i piccoli, gli umili, lo scarto dell’umanità riscattato dalle sofferenze di Gesù il quale fisicamente, psicologicamente, moralmente lungo la salita al Calvario si fa simile ai tanti sconfitti della storia per aiutarli a sollevarsi nonostante cadute, croci, passioni e morte. Il morire e la sepoltura di Gesù proclamano che solo l’amore può essere sintesi di salvezza nella storia, dar senso e vincere la morte operando redenzione. Lo spettacolo del Venerdì Santo accende la speranza e coinvolge i cuori di tutti noi che durante la processione per le vie del paese contempliamo la profezia del dolore innocente e salvifico nell’incontro della Madre col Figlio morto.

                                                     La Veglia della Salvezza

Sempre più consapevoli della storia della salvezza, ne cogliamo il senso partecipando attivamente alla grande veglia che inizia con la benedizione del fuoco e la processione del cero, simbolo della luce di Cristo, un modo di riconoscere che la salvezza è in atto per ogni persona che cerca Dio e partecipa al suo disegno d’amore con cuore sincero. Le letture bibliche proposte riassumono le tappe principali di questa ricerca. Dio ha fatto e continua a fare tutto ciò che esiste (Genesi 1), ama e non vuole la morte dei figli (Genesi 22), libera da ogni schiavitù (Esodo 14), perciò è possibile sperimentare un mondo nuovo perché la sua Parola è efficace, come si legge nei passi dei profeti Isaia, Baruc, Ezechiele proposti alla nostra attenzione. Questa riflessione sfocia nelle affermazione di Paolo (Romani 6) il quale proclama che in Cristo vivo e risorto anche noi siamo con-sepolti e con-risorti, nuova creazione per l’uomo grazie al battesimo. Fuoco, cero, acqua illuminati dalla Parola proclamano al mondo che il maestro di Nazareth ucciso dai capi è vivo; risorgendo ha salvato tutti noi. E’ l’annuncio delle donne divenute le evangeliste degli Undici apostoli, significativo capovolgimento dei valori e dei ruoli! E’ la buona novella di come una veglia di luce proietti la gioia della salvezza in ogni giorno della vita degli uomini perché Gesù è il fulgore che inonda la notte per debellare le tenebre in ogni cuore. La garanzia è data dal sepolcro vuoto, un fatto che rende solida la speranza e anima la fede che ogni sepolcro si svuoterà. A noi spetta il compito di raccontare quanto è accaduto e rivivere con Pietro lo stupore di questa veglia pasquale. Alleluia!

                                                         PASQUA

Il senso dell’abbandono fiducioso, la coscienza del perdono e della nuova creazione, la certezza della risurrezione e della vita per sempre in Gesù il Risorto sono gli annunci e gli eventi salvifici che proiettano la loro gioia durante tutta la domenica pasquale ed infondono un significato speciale alla festa. Ma ciò si può gustare se non si vive la giornata con i soliti comportamenti sdolcinati ritenendo di ottenere pace e serenità a basso prezzo perché si è celebrata la Pasqua pranzando insieme, scambiando un ramo di ulivo, donando un uovo di cioccolato o una colomba, e il giorno dopo tutto come prima! Una festa che non incide sulle scelte, sugli orientamenti della nostra esistenza e faccia aspirare ad una nuova creazione, che non semina nel cuore la nostalgia di un futuro diverso è una parodia della festa. Il vero spirito della Pasqua cristiana deve indurre a mettersi gioiosi sulle tracce del Risorto per incontrarlo e riconoscerlo quando chiama per nome, profondamente convinti che mai come oggi ci sia bisogno di un Salvatore. La fede ci dice che la salvezza è già avvenuta attraverso la Pasqua, ora tocca a noi renderla efficace facendo di Cristo il Redentore nel nostro cuore. La tomba è vuota, ma per convincere tutti della veridicità dell’evento straordinario dobbiamo far parlare i fatti e dimostrare che la cura proposta funziona e noi siamo veramente salvati. La nostra vita guarita dalla Pasqua di Gesù diventa il cardine di una convincente testimonianza per far divenire il giorno dopo il sabato della tomba sigillata, veramente il giorno del Signore, della tomba vuota, della luce che infonde gioia perché fa sperimentare il calore dell’amore di Dio. Le modalità della Risurrezione non sono narrabili secondo i canoni che descrivono la storia umana. Per noi quel che conta oggi è la presenza del Risorto che continua a percorrere le strade del mondo affiancandosi a ogni persona per divenire fonte di salvezza nel mentre fortifica la speranza perché la Pasqua è innanzitutto una presenza del Risorto che invita a cercare le cose di lassù, come raccomanda Paolo, e configurare la vita nei comportamenti di Gesù la cui storia umana è stata fare continuamente del bene. I profeti lo hanno asserito prevedendone le tappe, i discepoli  vedendolo in azione, noi possiamo continuare a testimoniarlo vivendo il dono della fede germinato nel nostro cuore il giorno di Pasqua.                                                 Auguri!                                               LR

                                                           17 APRILE

Se uno vuol fare la volontà di Lui conoscerà se questa dottrina è da Dio o se io parlo per me (dice Gesù) (Giovanni 7,17)

                                                          FARE LA VOLONTÀ DI DIO

Se un uomo non è disposto a fare la volontà di Dio non potrà mai conoscere l’insegnamento di Gesù. Non v'è categoria di scettici che ignorano che Dio desidera che gli uomini abbandonino il peccato. Se un uomo non è disposto ad allontanarsi dal peccato e camminare nella luce e ringraziarlo per ciò che ha ricevuto da Lui, non si aspetti mai d'avere in un momento luce sull'intera Bibbia, egli sarà illuminato giorno dopo. giorno; farà progressi con esperienza dopo esperienza e sarà guidato fuori dalle tenebre nella chiara luce del Signore. Nel libro del profeta Daniele (12,10) leggiamo: molti saranno purificati, imbiancati, affinati, ma gli empi agiranno empiamente e nessuno degli empi capirà le cose grandi di Dio, ma capiranno i savi.

                                                           18 APRILE

Credi nel Signore Gesù Cristo e sarai salvato tu e la casa tua. (Atti 16, 31)

                                                            SCUSE NON PLAUSIBILI

Chi dice ad esempio: "lo non ho forze" provi a leggere Romani 5,6 «Perché mentre eravamo senza forza, Cristo a suo tempo è morto per gli empi». Proprio perche non abbiamo forza abbiamo bisogno di Cristo. Egli e venuto per dare forza ai deboli. Qualche altro potrebbe dire «Io non riesco a vedere alcunché». Ebbene Cristo dice: «Io sono la luce del mondo, chi mi segue non camminerà nelle tenebre », (Giovanni 8,12). Egli è venuto non solo per dare luce ed essere “la Luce” «ma anche per aprire gli occhi ai ciechi, (Isaia 42,7). Un altro ancora dirà: «Io non penso che un uomo possa essere salvato istantaneamente». Chi che pensa in tal modo deve meditare sul versetto di Romani 6, 23 « il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù Nostro Signore». Alla luce di questo passo non ci sono scuse plausibili. Quanto tempo occorre per accettare un dono? E’ questione di un momento. Così non occorre che un momento per ottenere la "Vita Eterna". Non va trascurata la cosa più importante della vita: accettare ora il Dono di Dio per essere salvati.

                                                             19 APRILE

Andate dunque, ammaestrate tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutte queste cose che v'ho comandate Ed ecco Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi. (Matteo 28,18-20)

                                                             LETTERA DI PLINIO ALL'IMPERATORE (I)

«Non intendo sopportare questo! Non voglio più sopportare questi cristiani!». Il governatore Plinio batte il pugno sul tavolo per mostrare la sua decisione più che l'ira. “Ma che cosa fanno di male, o Plinio?” chiese timidamente il segretario. «Mi chiedi che cosa fanno di male! Lo sai bene. Si rifiutano di bruciare l'incenso davanti all'imperatore! Siedi e scrivi una lettera all'imperatore Traiano. Il segretario scrisse cosa dettava il governatore. Non fa meraviglia che il cristianesimo è stato sempre combattuto e talvolta anche per avere solo principi sani e per astenersi dall'adorare idoli e uomini. (Esodo 20, 3-4).

                                                               20 APRILE

E avendoli chiamati ingiunsero loro di non parlare né insegnare affatto nel nome di Gesù           (Atti 4,18)

                                                              LETTERA Dl PLINIO ALL'IMPERATORE (Il)

Della lettera di Plinio all'imperatore a noi è pervenuta una parte nella quale si legge: i cristiani «Hanno l'abitudine di riunirsi all'alba di un giorno stabilito e di recitare un inno a Cristo, come a un dio, e d'impegnarsi a non commettere qualche delitto, ma ad astenersi dal rubare, dall'estorsione, dall'adulterio, dal venir meno alla parola data e non negare il prestito che è stato loro concesso». Scritta nell'anno 111 dopo Cristo, la lettera è uno dei primi documenti storici della diffusione iniziale del cristianesimo. Non era strano che Plinio fosse stupito da quel che vedeva nei cristiani. Infatti quello che la gente diceva di Paolo e dei suoi compagni (Atti 17,6), veniva ripetuto a più riprese in tutto il mondo antico: «Hanno messo sossopra il mondo». Il loro comportamento era l'opposto di quello usuale di quei giorni, ma oggi noi cristiani come ci comportiamo? 

                                                              21 APRILE

"Che faro dunque di Gesù detto Cristo”? (Matteo 27,22)

                                                              LIBERA SCELTA

Pilato e la folla tumultuante decisero e pronunciarono la sentenza per crocifiggere Gesù il cui sangue li accusa Però anche la nostra responsabilità è molto grande perché il Messia crocifisso ha espiato i peccati di tutti ed è divenuto il Salvatore del mondo (2 Corinti 5,15). Dunque abbiamo un Salvatore perfetto che, in ricompensa della fede, offre non solo la vera assoluzione e il perdono dei peccati, ma soprattutto la liberazione dalle "catene" del male donandoci nuove capacità per la vita terrena. La Bibbia offre a noi non una "religione", ma un Salvatore vivente, che perdona e dono la Sua pace a chi crede in Lui. Cosa fare di Gesù detto Cristo? Respingerlo o Accettarlo? Respingerlo sarà la nostra rovina eterna;.accettarlo sarà la felicità presente e futura. Come fare? È semplice: riconosciamoci peccatori davanti a Lui! Egli si è offerto in sacrificio al nostro posto mostrando la grandezza del Suo amore per noi. "Che farò dunque di Gesù detto Cristo? Chiede Pilato. A noi la risposta a questa domanda. 

                                                               22 APRILE

"Onesimo è molto caro a me, ancor più deve esserlo a te perché ora non è soltanto un tuo schiavo, ma anche un tuo fratello nel Signore"  (Filemone  15,16)

                                                               LIBERI IN CRISTO GESÙ

La schiavitù dalle società più antiche giunge ai nostri giorni. Contrariamente a quanto molti suppongono, alcuni dei moderni sistemi di schiavitù sono fra i più oppressivi della storia dell'umanità, un tragico dramma se si pensa che riteniamo di vivere negli anni del progresso. In Cristo le barriere della separazione sono state abbattute, Paolo ha potuto dichiarare che nella nuova era cristiana le differenze di nazionalità, razza, cultura o posizione sociale non hanno alcun significato A contare è la conoscenza di Cristo poiché tutti possono accostarsi a Lui per essere trasformati in figli di Dio.

                                                                23 APRILE

" Chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato". (Romani 10,13).

                                                               LO CHIAMARONO IL SALVATORE (I)

Ma salvato da cosa? Avete mai pensato e chi è consapevolmente in imminente pericolo di morte? E’ esperienza di Pietro quando stava annegando: "Vedendo il vento ebbe paura e, cominciando a sommergersi, gridò Signore, salvami. Gesù stese subito la mano, lo afferrò" (Matteo 14,30)

                                                    Domenica delle Palme

La liturgia della Parola oggi è ancora più ricca. Il Passio ci fa riflettere sulla consegna di Gesù alla morte per la salvezza degli uomini e ci invita ad accompagnarlo sulla via del Calvario. Dal tripudio dell’ingresso si approda al dramma della passione nella grande settimana dell’amore, dono di Cristo all’umanità sino alla morte di croce. La Passione-Resurrezione è l'esaltazione di Gesù. Il trionfo in Gerusalemme conferisce senso agli avvenimenti che presentano la presa di possesso del Regno accettando un'obbedienza che conduce al patibolo. Cristo si lascia crocifiggere. Come si legge nella prima lettura, egli è il servo di Dio che affronta la persecuzione, ma gli eventi non intaccano la sua fiducia conferendo nuovo significato all'albero della conoscenza: il senso della croce che porge a Gesù il frutto velenoso dimostra che è il Figlio del Dio dell’amore, capace di percorrere il tragitto dell'espiazione "fino alla fine" e si fa trovare misericordioso pur se morente. Come si desume dal Vangelo, prima dell'offerta suprema si china a lavare i piedi ai suoi delineando l'icona di un Dio “lava-piedi”, scandalo e follia del cristianesimo di cui parla Paolo. Ma Dio è fatto così: bacia chi lo tradisce, non chiede più sacrifici, anzi sacrifica se stesso capovolgendo ogni immagine che possa incutere paura per poterlo amare da fedeli innamorati e non da timorosi sottomessi. Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino alla fine. A sostenere ciò non è un discepolo ma un estraneo, il centurione dopo che ha visto come Gesù muore. Perciò possiamo ritenere inizio della nostra fede non solo il sepolcro vuoto, ma anche la tragica nudità di quel venerdì quando qualcuno ha avuto la determinazione di morire d'amore, gesto da Dio compiuto da chi nell'istante estremo grida “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? misteriosa rivelazione dell’indicibile. La potenza di Cristo si riscontra nella debolezza, la luce di Dio s’intravede nell’oscurità della morte, la gloria può venire dalla trasfigurazione del dolore. Gesù si abbandona a un Dio apparentemente lontano, intangibile, che assiste all’ultimo atto del Figlio che si è fatto debole, povero e vulnerabile. Ma, di  fronte a questa morte, il velo del tempio si spezza, la terra trema annunciando in modo inequivocabile che “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” Si rivela in tal modo il paradosso di Dio e chi sa andare oltre la fragilità, la vulnerabilità di Gesù, intravede la Sua gloria. La seconda lettura, l’inno cristologico di Filippesi 2,6-11, riassume queste considerazioni. E’ un cantico che circola nelle prime comunità cristiane e richiama l’attenzione sull’umiliazione volontaria del Figlio di Dio fatto uomo. Fa comprendere cosa significa per una comunità professare la fede in Gesù, umiliato fino alla morte e risorto. “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo” (Fil 2,5) è l’accorata esortazione a fissare lo sguardo sul Maestro crocifisso. Il cammino quaresimale ci ha fatto distogliere lo sguardo dal frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male colto da Eva per consegnarlo ad Adamo e giungere al Crocifisso per pensare, sentire, conoscere, giudicare “ciò che anche è in Cristo” fiduciosi nella promessa: “vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36,26). L’amore di Gesù per noi accende la volontà e conferma la scelta della sequela. L’inno cristologico ha un duplice movimento: l’abbassamento di Dio con l’Incarnazione sfociata nella morte di croce, l’esaltazione del Figlio col divenire Signore universale. L’amore per noi si articola in tre fasi: non appropriarsi di nulla, spogliarsi e svuotarsi per assumere l’identità di schiavo perché amare vuol dire attuare il bene, anche quando l’altro non lo vede e non lo vuole. Nella seconda parte (vv. 9-11) l’amore del Padre opera meraviglie: Gesù si consegna alla croce ed il Padre non lo lascia nel buio della morte. Il suo amore lo salva richiamandolo in vita per farlo Signore dell’universo. È bello contemplare la pazienza di Cristo che attende il tempo opportuno, accende in noi la speranza e la certezza che la morte è vinta generando gioia senza fine da accogliere sempre. La croce svela fin dove giunge l’amore, la resurrezione mostra quanto l’amore sia più forte della morte. E’ la ragione della croce di Gesù e nel mistero pasquale troviamo l’amore di Dio di cui abbiamo urgente bisogno. In questa settimana a noi è richiesto di avere occhi attenti per osservare Gesù ed imparare come si può vivere di amore, disporre di gambe robuste per seguirlo lungo l’ascesa al Golgota perché l’amore è il motivo della Pasqua. A Maria, Madre dei dolori, affidiamo il cammino per non fuggire come i discepoli per paura dinanzi alla croce.                                                    L R

                                                      10 APRILE

Ognuna delle porte era fatta di una perla e la piazza della città era d'oro puro simile a vetro trasparente. (Apocalisse 21,21)

                                                     LA GERUSALEMME CELESTE

Che cosa rende attraente il cielo? Sono forse le porte di perle o le strade d'oro? No! Il cielo è attraente perché quivi mireremo colui che ci ha tanto amato da dare il suo figliuolo perché morisse per noi. Cosa rende attraente la propria casa? Il bellissimo arredamento o forse le tante stanze? No, perché molte case, pur avendo tutto ciò, sono simile a sepolcri imbiancati. Cosa rende attraente il cielo se non il pensiero che vedremo Gesù, il quale ci ha tanto amato da dare se stesso per noi, alla croce per i nostri peccati?

 

                                                     11 APRILE

Se dunque il Figliolo vi farà liberi, sarete veramente liberi. (Giovanni 8,36)

                                                     LA PROCLAMAZIONE

Cristo, l'autore della nostra salvezza, ha proclamato libertà per tutti coloro che credono in Lui. Prendiamolo in parola. Gli schiavi non furono resi liberi dai loro sentimenti. Guardando a noi medesimi non saremo mai resi liberi per la nostra giustizia o religiosità, ma lo saremo se guardiamo a Cristo il gran liberatore e autore della nostra salvezza.

 

                                                      12 APRILE

Essi dunque gli dissero: che dobbiamo fare per operare le opere di Dio? Gesù rispose: questa è l'opera di Dio, che crediate in colui che Egli ha mandato. (Giovanni 6, 28-29)

                                                      LA SALVEZZA PER FEDE

La "Salvezza" è il risultato del credere e non delle opere. Le persone dei tempi di Gesù desideravano operare, però a modo loro per entrare nel regno di Dio; ma la salvezza non è per le opere. La santa opera è credere in Cristo. "E’ per grazia che voi siete salvati attraverso la fede - e questo non è da voi stessi, è il dono di Dio; non per opere (...) affinché nessuno si vanti". (Efes. 2,8-9). Non è, quindi, di religione o di opere che l'uomo ha bisogno, ma come primo passo da fare è ricevere Gesù come personale Salvatore è Signore. Hai tu voglia di essere salvato e ricevere questo dono da Dio? Se tu sei desideroso affida la tua vita a Gesù e sarai salvato! Allora come risultato della tua salvezza farai quello che è naturale per una nuova vita in Cristo.

 

                                                      13 APRILE

Se l'Eterno e Duo, seguitelo   (1 Re 18, 21) Gesù le disse: Io sono la Via, la Verità e la Vita, nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (Giovanni 14, 6)

                                                      LA SCELTA di Gesù è improcrastinabile

 

                                                       14 APRILE

Io benedirò l'Eterno che mi consiglia. (Salmo 16,7)

                                                      LASCIAMOCI CONSIGLIARE DA DIO

Spesso si trovano dei cristiani che credono di non aver bisogno di consigli! Mentre la Bibbia offre le esperienze di chi errando e riconoscendo i propri errori invita a non ripeterli. In questo Salmo, Davide loda l'Eterno dopo essere passato per grandi prove ed avere sperimentato l'intervento di Dio apportatore di ricche benedizioni ed insegnamenti. Una dolorosa esperienza che fu trasformata in benedizioni, una nuova tappa della sua marcia con Dio si aprì davanti a lui. Se siamo anche noi circondati da difficoltà, perplessità e prove, se la nostra vita è ottenebrata, Dio vuole risvegliare la nostra fede, più preziosa dell'oro che perisce, (1 Pietro 1,7). Non facciamo nulla prima che Egli ci abbia consigliati. Impariamo ad attendere in preghiera e nella sottomissione di figliuoli. Non lasciamoci invadere dalla paura. Dio ha dei mezzi semplici per farci conoscere la sua via, per comunicarci i suoi consigli. Essi vengono come rugiada e come manna, (Esodo 16, 13-14). Perché è per mezzo della sua parola che Egli ci parla. Allora soltanto potremo dire come Davide vi sono gioie a sazietà nella tua presenza, vi sono diletti alla tua destra in eterno. (Salmo 16, 11)

                                                         15 APRILE

Venite a me, voi tutti che siete travagliati e aggravati ed io vi darò riposo. (Matteo 11,28). Io non ti lascerò e non ti abbandonerò.    Ebrei 13,5)

                                                        LA VERA RICCHEZZA

Non voglio vivere più notti oscure. Voglio vivere in pieno giorno. La mia vita non sarà più un cattivo romanzo, ma voglio vivere per aiutare i giovani a prendere coraggio. Nel Vangelo di S Luca é scritto che Gesù è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto. Egli ha percorso le vie di questo mondo insegnando e predicando. Ancora oggi continua a farlo attraverso la Sua Parola.

 

                                                        16 APRILE

IIddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia la vita eterna. (Giovanni 3, 16)

                                                         LA VITA ETERNA

Hai mai provato a pensare di dover trascorrere una vita che non finirà più? Una vita senza limiti, non si conteranno più giorni, mesi, anni, si vivrà per l'eternità. Eppure ancora oggi si ha paura della morte, si crede poco alla vita eterna, si sente dire sovente: cosa ci sarà nell'aldilà? Essere troppo attaccati alla vita terrena significa non aver fede in Dio e nella sua Parola. Paolo dà questa testimonianza: “desidero lasciare questa vita per essere con Cristo e ciò sarebbe certamente la migliore cosa per me' (Filippesi l,23) Sigilla questo desiderio con quest'affermazione “Per me il vivere e Cristo e il morire un guadagno! (ver. 21). Questo pensiero e questa predisposizione di spirito arricchisce la nostra fede nella Risurrezione. Buona Pasqua!

Orari per le benedizioni delle case per il periodo della Santa Pasqua:
 
Sabato 1 aprile dalle ore 16.30 in Piazza del Popolo, via Giovanni XXVIII, via Capo, via Silicata, Case Popolari.
Lunedì 3 aprile dalle ore 16.30 in zona Peep
Martedì 4 aprile dalle ore 16.30 in via Carmine
Mercoledì 5 aprile dalle ore 16.30 in via Tomole, via Logge
Giovedì 6 aprile dalle ore 16.30 in via Arenara, via Fontanella, via Figliarola.
Venerdì 7 aprile dalle ore 16.30 in Corso Europa.
Sabato 8 aprile tutta la giornata in via Battisti e in via Fiera.
 
                                                            
                                                      2 Aprile

Sovente l’uomo da la sensazione di amare la morte e la sue manifestazioni: violenza, droga, aborto, eutanasia per cui un senso di repulsione e di stanchezza pervade il nostro animo. È la realtà prefigurata da Ezechiele quando presenta la valle delle ossa inaridite. Il passo preannunzia però anche la prossima liberazione perché si spezzano le catene degli oppressi e tutti gli esiliati ritornano nella terra promessa. La risurrezione di Lazzaro è il segno che traccia la via per questo approdo, percorso che comporta l’abbraccio con la croce e l’umiliazione della morte, vinta però credendo. Il Figlio Amato tramite la fede assicura ai suoi amici di sentirsi già vincenti. Lazzaro è risorto nel momento in cui Marta proclama la sua fede in Cristo, termine del percorso quaresimale. Dalla tentazione superata si passa al riconoscimento del Messia, Figlio di Dio dal quale promana l’acqua che disseta per sempre, guarisce dalla cecità nella quale siamo nati e così ci fa risuscitare. Ciò è possibile se contempliamo quanto ha compiuto Gesù di Nazareth quando, superata la tentazione, si è manifestato come il Figlio, l’Amato che offre indica una fonte inesauribile sanando dalla cecità ed assicurando la vita eterna. È un segno efficace perché tanti tra i giudei presenti all’evento credono, si aprono cambiando una cultura di morte in quella della vita, che divenire persone radicate nella speranza come annuncia Ezechiele nella prima lettura e avviene se ci sottoponiamo al discernimento raccomandato da Paolo nella seconda lettura Lazzaro, amico ospitale, vive con le sorelle Marta e Maria in una casa spesso ricettacolo amorevole di Gesù bisognoso di riposo per le fatiche del ministero. Questi elementi biografici sono racchiusi nell’espressione usata dalle sorelle quando chiedono aiuto per “colui-che-Tu-ami”. Lazzaro è uno strano personaggio, non dice una parola, mentre Gesù, contro il pare degli apostoli, torna in Giudea perché l’amico si è addormentato e lui, addolorato davanti alla tomba, piange per cui i giudei commentano "Vedete come lo amava", sentimento che lui prova solo per Giovanni e il giovane ricco. Gesù conosce la sofferenza che spezza il cuore; la fede non dispensa da questa esperienza che fa gridare "Vieni fuori!" per ricongiungersi con l’amico. Così egli compie un gesto profetico sapendo che a breve sarebbe toccato a lui. Imbatterci in Lazzaro consente di conoscere due tra gli attributi più importanti del Messia: “io sono la risurrezione e la vita” proclama in questo frangente Gesù. Non usa un sarò, ma un presente per illuminare di certezza la nostra speranza fortificata dall’ordine dato ai termini: prima risurrezione, poi vita, scansione logica agli antipodi rispetto alla nostra predisposizione a porre prima la vita. Malgrado questa prospettiva, il capitolo 11° di Giovanni termina con l’annotazione: “quel giorno decisero di farlo morire” (v. 53). La storia della salvezza continua il suo corso, non apporta grazia soltanto a chi è radicato nel rigetto perché nemico di Gesù e, di fronte alla notizia della resurrezione, decide di ucciderlo ritenendolo un irriducibile rivale. Gesù è la risurrezione di vite spente che risveglia superando la resa alla morte. Ciò è possibile se, liberati dalle bende di una umanità in disfacimento, si esce con determinazione dalla tomba del peccato che aggrava la condizione di una umanità sempre moribonda. E’ una risurrezione che avviene per le lacrime di Gesù, evocatrici del suo amore ed anche del dolore per la prossima passione. Egli ridà la “vita” senza apporvi aggettivi, non è solo soprannaturale, religiosa, consacrata, spirituale, ma innesto nell’essenza divina. Lazzaro non è resuscitato per l’altra vita, ma recuperato e ritornato a questa vita: forza e potere del “divino” al servizio dell’uomo, a ciò che è più umano, la vita e basta. Il messaggio di questa domenica dobbiamo evocarlo tutti i giorni dell’anno per reinterpretare il dramma della morte che colpisce noi e chi è vicino. Animati da opere di misericordia ci dobbiamo impegnare a ridare senso alla vita attestando che la tomba si aprirà per consentire a tutti di vivere nella gloria luminosa del futuro del Regno perché tutti siamo Lazzaro, cioè – come indica il nome - assistiti da Dio, aiutati da Dio.                                               LR

                                                           3 APRILE

Degno sei, o Signore e Iddio nostro, di ricevere la gloria e l'onore e la potenza, poiché tu creasti tutte le cose e per la tua volontà esistettero e furono create. (Apocalisse 4:11)

                                              LA SORGENTE DELL'UNIVERSO

La Bibbia dichiara che tutte le cose sono state create per volontà di Dio, anche l'uomo. Niente può aver vita in cielo e sulla terra se non per il volere di Dio! C'è solo una sorgente di vita: Dio Onnipotente. Per la Sua Volontà siamo in vita. Non proveniamo dal caso, ma siamo qui per un preciso piano divino. Noi tutti abbiamo anche un destino glorioso in Cristo Gesù. Paolo riconosceva che per quanto riguardava la vita, il creato ed ogni altra cosa dipendeva, era sostenuta e regolata dalla volontà di Dio. "Difatti, in Lui viviamo, ci muoviamo, e siamo" (Atti 17,28) Escludendo Dio dalla propria vita, inevitabilmente si va verso la distruzione. Tu, dove pensi di andare se nel tuo cuore non hi creduto nell'esistenza di Dio? E nel donatore della vita'? (Romani 1,20) 

                                              4 APRILE

Iddio mostrala grandezza del proprio amore per noi in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.  (Romani 5,8)

                                              LA TENEREZZA Dl GESÙ 

Caro amico che leggi questo piccolo messaggio se senti l'amorevole invito di Gesù, sappi riconoscerlo perché è pieno di tenerezza. Il mondo ti può trattare con durezza, Cristo mai. Non avrai mai miglior amico in questo mondo. Quello che necessita fare e avvicinarsi oggi stesso a Lui e lasciare che il Suo abbraccio amorevole ci sorregga, la Sua mano ci accompagni, ci sosterrà con la Sua potenza. Immagino che qualcuno potrà chiedersi: Come posso andare a Lui? Muoviti proprio come se ti recassi dalla persona più cara. Ebbene, andando da lui digli che non l'hai amato come meritava e non l'hai trattato giustamente, confessa i peccati e la pace e l'amore di Cristo riempirà la tua vita. 

                                               5 APRILE

Ipocrita, trai prima dall'occhio tuo la trave e allora ci vedrai bene per trarre il bruscolo dall'occhio di tuo fratello.(Matteo 7,5)

                                               LA TRAVE

Tra i tanti consigli pratici che la Parola di Dio ci da, quello di non giudicare il prossimo è uno dei cardini della dottrina cristiana. Spesso pensiamo che gli insegnamenti della Bibbia valgano solo per i credenti, non è così. Il bello delle leggi di Dio è che sono applicabili a tutti gli uomini che rispettano i simili. Tante volte noi giudichiamo gli altri per paura di guardare dentro noi stessi e non ci rendiamo conto che siamo i primi artefici di ciò che condanniamo negli altri. Se ognuno riuscisse a guardare prima ai propri difetti e poi a quelli degli altri sicuramente avrebbe tempo per mettere a posto la sua vita da non perdere tempo per aggiustare quella degli altri. Correggiamo la nostra vita attraverso la Parola di Dio e il Signore sicuramente toglierà dalla nostra mente il desiderio e il bisogno di giudicare gli altri. Giudichiamo noi stessi e avremmo fatto un passo avanti per entrare nella Gerusalemme celeste. 

                                                 6 APRILE

Dio mio io provo piacere a fare la tua volontà e la tua legge è dentro al mio cuore. (Salmo 40,8)

                                                 LA VOLONTA’ DI DIO

Per poter pregare in questo modo è necessario avere alcune certezze su Dio. Dobbiamo essere sicuri che ci ama e vuole il nostro bene più di quanto possiamo volerlo noi stéssi. Dio è Onnisciente e conosce perfettamente tutte le circostanze, perciò sa come è bene agire in certe situazioni per giungere a certi risultati. Dio è Onnipotente e può fare quello che desidera per quanto possa sembrare difficile. Per arrivare a conoscere Dio in questo modo dobbiamo passare del tempo con Lui parlando con Lui nella preghiera, ascoltandolo per mezzo della lettura della Parola, che ci fa conoscere anche come ha agito in situazioni vissute da uomini e donne che ci assomigliavano, avevano gli stessi problemi e dovevano affrontare le stesse difficoltà Allora potremo avere la fiducia necessaria per esprimere a Dio il nostro desiderio di ubbidirgli e fare la Sua volontà. Ma se non conosciamo Dio, se lo incontriamo solo saltuariamente, come potremo avere il coraggio di impegnarci con Lui? (Isaia 64,5). 

                                                 7 APRILE

Gesù disse: non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati, io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori. (Marco 2,17).

                                                 CHIAMATA

Sei tu un peccatore? Allora, quest’invito al ravvedimento è indirizzato anche a te. Gesù in questo verso del Vangelo rispondeva, trovandosi nella casa di Levi il pubblicano (Matteo), agli scribi e farisei, i quali lo giudicavano perche mangiava insieme a dei pubblicani e peccatori. Il giudizio dei suoi nemici, che lo spiavano era che Gesù aveva comunione con delle persone non degne, ma Gesù era con loro perché li riteneva bisognosi di guarigione. Secondo Gesù tutti coloro che peccano. hanno bisogno di ravvedimento o di guarigione. Ho iniziato con una domanda e la ripeto: sei tu un peccatore giudicato da coloro che ti circondano? Umiliati ai piedi del Salvatore e riconosci la tua colpa. Prova a pregare come il pubblicano (Luca 18,13). Riceverai il perdono ed ogni benedizione, comprese la pace, la sicurezza della vita eterna e la felicità di vivere con Gesù. Perché, come con i malati del suo tempo, sarà vicino a te con te. Egli ti giustificherà e ti riconoscerà giusto in virtù della giustizia di colui che portò i tuoi peccati sul suo corpo crocifiggendoli con Lui alla croce del Calvario. 

                                                   8 APRILE

La conoscenza gonfia, ma la canta edifica. Se qualcuno pensa di conoscere qualcosa, egli non conosce ancora come si deve conoscere; ma se qualcuno ama Dio, è conosciuto da Lui. (I Corinti 8,13)

                                                   CONOSCENZA Dl DIO

Noi tutti possediamo la conoscenza. Ma, come Paolo dice, la conoscenza gonfia, è la carità quella che edifica. La conoscenza che abbiamo di Dio ha molto valore, ma non possiamo pretendere di conoscere tutto di Lui. Dio è pieno d'amore, che deve essere da noi contraccambiato La Bibbia dice Dio e Amore! In nessun luogo noi leggiamo che possiamo possedere la piena conoscenza di Lui, ma Egli conosce tutto di noi. Cosi l’amore per Dio è più importante ed essenziale. Mettiamo al primo posto quel che ha più valore. Studiamoci di amare Dio non solo conoscenza, quel che non abbiamo conosciuto ancora Lui lo rivelerà e conosceremo anche come lui vuole essere conosciuto. 

                                                     9 APRILE

Gesù nella potenza dello Spirito Santo se ne tornò in Galilea e la sua fama si sparse per tutta la regione (Luca 4,14)

                                                    LA FAMA DI GESU'

In Gesù troviamo ogni cosa che necessita alla nostra vita: il perdono per i nostri peccati, la guarigione per gli ammalati e la pienezza dello Spirito Santo per quelli che lo chiedono. Tutto ciò scaturisce come una sorgente dal Signore Gesù Cristo. Egli stesso disse alla donna Samaritana “Chi beve di quest'acqua avrà sempre sete, ma chi berrà dell'acqua che io gli darò non avrà più sete (Giovanni 4,14). Lui ha la vera acqua di vita eterna Ascoltatelo! Egli è lo stesso ieri. oggi e in eterno. (Epistola agli Ebrei 13,8). Egli stesso ne da l'annunzio quando definisce lo scopo della sua venuta in terra: “Lo Spirito del Signore (Il Padre) è sopra me, per questo Egli mi ha unto per evangelizzare i poveri, mi ha mandato per annunziare la liberazione ai prigionieri ed ai ciechi il recupero della vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a predicare l'anno del Signore” (Luca 4,18-19). Tu che leggi queste parole credi in Gesù ed avrai la vita.                                                    

                                           26 marzo

La quarta di Quaresima è una domenica d'illuminazione: i nuovi battezzati sono divenuti luce. Cristo si presenta come luce che libera dalla cecità; nel Credo lo si proclama "Luce da Luce". 
La Chiesa invita a riflettere sul fatto che siamo scelti per essere luce. Se l’uomo guarda all’apparenza, il Signore guarda il cuore - come si legge nella prima lettura a proposito di Davide - per essere santi e credenti in Gesù come raccomanda Paolo agli Efesini. L’apostolo offre lo stesso insegnamento. I destinatari della lettera sono i battezzati della prima generazione passati dalle tenebre alla luce, "diventati luce" malgrado le tentazioni, perciò non devono ritornare ad attività o comportamenti incompatibili. A questo proposito Paolo cita un inno pasquale: "Svegliati tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà".
Anche per noi è tempo d’illuminazione. Dopo aver contemplato il volto di Cristo "Luminoso come il sole" nella Trasfigurazione e bevuto alla fonte inesauribile della vita, siamo chiamati a dare testimonianza che Cristo può guarire da ogni tipo di cecità interiore. Da qui la riflessione sul passo del vangelo nel quale si fa riferimento alla Luce e alle tenebre nel rapporto dialettico come si asserisce già nel Prologo: "Era la vera luce che illumina ogni uomo che viene nel mondo".
Si pone a confronto il crescendo d’incredulità dei giudei, la confusione degli Apostoli legati a vecchie credenze su chi abbia peccato: il cieco o i genitori - occasione per riflettere sul grande tema del dolore e della relativa responsabilità cercando d’interpretare una realtà che rimanda ai nostri limiti, alla fragilità del nostro essere – e l’evoluzione dell’atto di fede del cieco che, dopo l’esperienza di guarigione, non teme di testimoniare la verità su l’uomo che si chiama Gesù il quale, se non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla; perciò è un profeta. La dichiarazione gli causa l’espulsione dalla comunità, ma gli consente anche di ascoltare la finale domanda di Gesù: credi nel Figlio dell’uomo? Risponde con prontezza di voler conoscere chi egli sia per credere, invocando col nome di Signore lo sconosciuto, già radicamento di fede. Quando Gesù asserisce “E’ colui che ti parla”, con gesto subitaneo si prostra per un sì di devoto e rinascente amore.
In questo episodio è riassunto il nostro percorso quaresimale.
Limite umano, sofferenze, peccato non sono l’ultima parola perché nella storia c’è sempre la possibilità d’incontrare Gesù che, una volta riconosciuto, è pronto ad accompagnarci nella vita ed intessere un dialogo ininterrotto d’illuminazione perché Egli non mortifica la nostra capacità e volontà di amare, ma è garanzia per ogni impresa di bene.                                     LR
 

                               27 MARZO

Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando, e non toglierete nulla; ma osserverete i comandamenti dell'Eterno Iddio vostro che io vi prescrivo.  (Deuteronomio 4 2)

                                 LA PAROLA Dl DIO

Dio fa un invito ben preciso al popolo d'Israele, prima che entri nella terra promessa. Dio detta le sue leggi, i suoi comandamenti al popolo che gli appartenere. Egli raccomanda di non togliere nulla o aggiungere ai comandamenti che ha stabilito. Ciò ha un duplice significato. Per prima cosa, ciò che stabilisce l'Eterno é perfetto e nessuno può aggiungere o togliere alla Parola di Dio senza sperimentarne le conseguenze. In secondo luogo, Dio vuole ubbidienza. Tutto ciò é un segno per noi che siamo il nuovo popolo di Dio. Non possiamo togliere nulla ai comandamenti della legge morale e non possiamo aggiungere nulla che a noi piace. La Parola di Dio é stabile ed eterna "Il cielo e la terra passeranno, ma non una virgola della Sua Parola trapasserà (Matteo 5,18). Va accettata tale e quale come Dio l'ha promulgata. 

                                 28 MARZO

Confidati nell'Eterno con tutto il cuore e non fare affidamento sul tuo discernimento      (Proverbi 3,5)

                                 LA POTENZA DI DIO

Troppo spesso siamo portati a mettere da parte la Parola di Dio e confidare sul nostro discernimento. Ci sentiamo pronti ad affrontare il mondo, sicuri di noi stessi. Nessuno ci ferma, siamo i migliori. Invece è proprio il momento in cui abbiamo più bisogno di Dio e confidare in Lui. A volte vogliamo insegnare a Dio come fare il suo lavoro e non ci rendiamo conto che Dio non ha bisogno del nostro aiuto; siamo noi ad aver bisogno di Lui, Egli è sempre pronto a darci una mano e consigliarci su come condurci in una maniera giusta. Egli ci conosce a perfezione, carattere, manchevolezze, cose che non vanno nella nostra vita I suoi consigli sono preziosi perché ci guidano alla salvezza. Confidiamo nel Signore ed Egli appianerà i nostri sentieri. Se ci allontaniamo da Lui le nostre vie prenderanno una direzione sbagliata ed avremo delle amare conseguenze. Lontano dalla grazia e dalla salvezza non splenderà di certo la luce divina. 

                                   29 MARZO

"L'orgoglio abbassa l'uomo, ma chi è umile di spirito ottiene gloria "          (Proverbi 29,23)

                                   LA RISPOSTA DEL CIABATTINO (I)

La modestia è una rara virtù, chi pensa di averla nello stesso momento la può perdere. La via migliore per guadagnare terreno nella lotta contro l'orgoglio è riconoscere la nostra dipendenza dal Signore; regola fondamentale della grazia diventare sempre più cristocentrici quanto meno si è egocentrici. Iddio vuole che noi valutiamo le nostre capacità e le usiamo in ogni occasione per dare gloria a Lui. Quando invece ce ne insuperbiamo, Egli ne resta contristato (Rom 12,3), mette in guardia ogni credente affinché non abbia di sé un concetto più alto di quel che deve avere. William Carey, chiamato "il padre della missione moderna", conservò sempre un spirito umile: Da giovane aveva lavorato come apprendista calzolaio. Erano trascorsi molti anni e, sotto la mano benedicente di Dio aveva svolto molti compiti che gli avevano procurato ammirazione ed onori. Ma quest'uomo modesto voleva solo incarichi che gli aprissero nuove strade per poter ancor più lavorare al servizio di Gesù. (Segue...) 

                                     30 MARZO

"L'orgoglio abbassa l'uomo, ma chi è umile di spirito ottiene gloria" (Proverbi 29,23)

                                     LA RISPOSTA DEL CIABATTINO (Il)

Erano trascorsi molti anni e, sotto la mano benedicente di Dio, aveva svolto molti compiti che gli avevano procurato

ammirazione ed onori; anche al culmine della sua notorietà il segno che distingueva il suo carattere fu l'umiltà e l’altruismo. A sottolineare quest'aspetto della sua personalità valga un episodio accaduto in occasione di un pranzo di gala offerto dalle autorità in suo onore. Con un sorriso ironico un invidioso ufficiale inglese domandò a chi faceva gli onori di casa: "Ma non faceva il calzolaio il tuo grande Dr. Carey? Il famoso missionario, che non sedeva lontano, udì quelle parole e, prima che il rappresentante del governo desse una risposta, disse con pacata dignità: "No, mio signore, io non conoscevo così bene il mestiere, ero appena un ciabattino". L'umiltà è una delle più amabili virtù del cristiano. Iddio aiuti noi tutti ad avere questa rara ma preziosa grazia. 

                                         31 MARZO

"Se l'Eterno è Dio seguitelo, se poi lo è Baal seguite lui" (1° Re 18,21)

"Scegliete oggi a chi volete servire… quanto a me e alla mia casa noi serviremo l'Eterno" Giosuè 24,15)

                                         LA RISPOSTA E’ NELLA TUA MANO (I)

Si racconta che in Africa viveva un uomo saggio, chiunque nel villaggio voleva spiegazioni o consigli si recava da lui. La sua notorietà, aveva superato i confini della sua terra, tanto che lo ricordiamo tra gli uomini più saggi vissuti a suo tempo Un giorno si recò da lui un giovane; questi per anni aveva studiato e meditato le parole che avrebbe detto al vecchio per ingannarlo e deridere la sua saggezza. Quando finalmente si sentì pronto e fu davanti all'uomo, disse che nella tua mano destra si trovava una farfalla. Così pose questa domanda 'Dimmi per la tua saggezza, la farfalla che ho nella mia mano è viva o è morta"? L'uomo capi che c'era presunzione in quella domanda perché qualunque fosse stata la sua risposta il giovane poteva cambiarla. Stringendo la mano avrebbe potuta ucciderla, aprendo la mano avrebbe potuto lasciarla volare Anche Gesù incontrò tali maliziosi, “Gesù, conosciuta la loro malizia disse: perche mi tentate, ipocriti? (Matteo 22, 18) (Segue...) 

                                           1 APRILE

"Se l'Eterno è Dio seguitelo; se poi lo è BaaI seguite lui". (1° Re 18,21)

"Scegliete oggi a chi volete servire… quanto a me e alla mia casa noi serviremo l'Eterno" (Giosuè 24,15)

                                          LA RISPOSTA E NELLA TUA MANO (Il)

Dopo attimi di silenzio, il vecchio saggio rispose: "La risposta è nella tua mano”! caro lettore, ci sono cose più grandi di noi, che prescindono da ogni nostra decisione; esse andranno cosi come dall'alto è stato stabilito. Eppure, nella sua infinita intelligenza, Dio ha lasciato che l'uomo fosse autore. del suo destino. I vangeli raccontano che tutti coloro che Gesù ha incontrato hanno ricevuto un invito a seguirlo. Egli non ha forzato nessuno, ha solo invitato. Tu potresti dire: "non l'ho incontrato faccia a faccia, come posso rifiutarlo o accettano"? Ebbene, ecco ciò che (Giovanni 3,16) dice: "Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unico figliuolo affinché chiunque crede in Lui, non perisca, ma abbia vita eterna". Come vedi l'invito è anche per te. 

                                             2 APRILE

Non v'ingannate, non si può beffarsi di Dio, poiché quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà. (Galati 6,7)

                                             LA SEMINA

Nella Bibbia troviamo scritto che Dio considera un giorno come sé fossero mille anni, e mille anni come se fosse un solo giorno. Sapendo che l'Eterno non misura il tempo come facciamo noi, è bene non sciuparlo in attività vane per poi subire il suo giudizio. Paolo nella lettera ai Galati scrive: "Così, dunque, secondo l'opportunità che abbiamo facciamo del bene a tutti" "Perché quello che l'uomo avrà seminato quello raccoglierà". Solo nella Bibbia possiamo conoscère la volontà d! Dio. In essa troviamo ciò che occorre all'uomo per essere felice, per essere salvato e. per avere la vita eterna. Non vi è altro libro al mondo che rivela il pensiero di Dio e la verità. Essa sola rivela Gesù Cristo che e “la Via la Verità e la Vita". Pensa bene e non lasciare sfuggire questo tempo, perché il tempo non ritorna indietro. Perciò, come dice lo Spirito Santo "Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori". (Ebrei  3,78)
 
                      Un modo diverso di celebrare il santo protettore

La comunità parrocchiale di Cannalonga celebra il suo protettore con una solenne messa presieduta dal vescovo diocesano mons. Ciro Miniero nel pomeriggio del 23 marzo alle ore 17.   

I festeggiamenti comprendono anche l’inaugurazione di una mostra di opere del pittore Paolo De Matteis (1662-1728) e si concludono con un concerto del Coro Diocesano.

Paolo De Matteis è denominato “Paoluccio della Madonnina” per l’amore che metteva nel riprodurre il volto di Maria, che gli ricordava quello della madre. E’ un cilentano le cui opere sono conosciute ed apprezzate in tutta Europa. Il suo autoritratto campeggia nella Sala 204 al secondo piano del Museo di Capodimonte. E’ un artista di ampio respiro, ma dal carattere non facile, come si desume da alcune testimonianze che fanno emergere tratti di arroganza e di supponenza e  dalle rughe del volto esposto in chiesa, un calco del suo autoritratto

Giovanissimo si trasferì a Napoli. Fu allievo di Luca Giordano, motivo per cui in chiesa sono esposte dieci stampe originali che riproducono opere mitologiche e religiose del maestro di De Matteis. Questi fu introdotto all’Accademia di San Luca a Roma e frequentò anche pittori francesi, un legame che lo spinse a recarsi a Parigi alla corte del Re Sole. La protezione di Luigi XIV lo accreditò nella capitale per cui piovvero le commesse di ricchissimi banchieri, dei quali affrescò i palazzi, e lavorò anche per la Compagnia delle Indie.

Viaggiò per l’Europa e troviamo sue opere a Vienna, Madrid, Alicante, Londra frutto anche della sua capacità di terminare in poco tempo i lavori commissionati fidando sulla sua abilità tecnica che gli consentiva una invidiabile velocità di esecuzione. Tornato a Napoli dipinse nella chiesa del Gesù Nuovo, di Sant’Anna dei Lombardi, di San Gregorio Armeno, di San Nicola alla Carità, di San Martino, di Santa Brigida e di San Liborio. La presenza così diffusa di sue opere nella città testimonia la fama raggiunta. Fu attivo anche nell’Abbazia di Montecassino; purtroppo le opere lì realizzate sono andate perdute per lo sciagurato ed inutile bombardamento fatto dagli Alleati durante la II guerra mondiale. La mostra propone alcune cartoline in bianco e nero di quei dipinti ed una riproduzione dell’Annunciazione.  

Fu molto attivo nella penisola, operò ad Arezzo, Melfi, Benevento, Bergamo, Messina, Roma, dove dipinse per papa Innocenzo XIII. Dopo aver girovagato e mietuto successi, negli ultimi anni tornò a Napoli, dove continuò a dipingere fino alla fine. Fra i suoi discepoli si distinse Antonio Sarnelli, del quale è possibile  ammirare una Vergine addolorata a destra dell’altare. Delle tre figlie, Mariangiola si specializzò nella ritrattistica.

Al Louvre, al P. Getty Museum, al Museo di Stato di Copenaghen, alla National Gallery di Londra, alla Pinacoteca di Brera sono esposte alcune delle sue opere.

Nella cappella di San Toribio è possibile ammirare il dipinto che raffigura un sacerdote in attesa dell’ordinazione episcopale. La postura proietta all’esterno la situazione psicologica del candidato, che appare quasi dubbioso se accettare a no. Dalla biografia del santo si apprende che re Filippo II dovette insistere perché accettasse. Il pittore risolve il dramma interiore del sacerdote dipingendo un angelo che gli porta il pastorale, mentre il suo sguardo è illuminato da luce celeste, un modo per sottolineare che egli si piega alla volontà di Dio nell’accettare la mitria perché preferiva continuare ad occuparsi di diritto, come dimostra il libro che regge nelle sue mani. E’ interessante osservare volto e mano di Toribio; infatti vi si riscontrano particolari fisiognomici propri del casato dei Mongroveio.

Nel Presbiterio è concentrato il maggior numero delle opere esposte e tutte con soggetti mariani. Un particolare tecnico molto originale è costituito dalla Madonna a Sinistra dell’altare. Solo se ci si pone nella giusta prospettiva è possibile ammirarla, altrimenti appare come una macchia confusa di colori. Sul retro negli anni Venti del secolo scorso è stata dipinta un’altra Madonna con la stessa tecnica da un pittore tedesco, oppositore di Hitler e per questo morto nei campi di concentramento.

La mostra continua percorrendo la navata di sinistra della chiesa. Tra le opere ivi esposte si trova l’originale di un bozzetto per un dipinto mai realizzato e nel quale De Matteis disegna tutti i protagonisti del Natale.

Il repertorio del concerto consente di percorrere un viaggio tra le note per riflettere sul mistero della Redenzione della quale è stato grande testimone nell’America Latina San Toribio. Il maestro Maurizio Jacovazzo ha scelto d’iniziare con l’ecce sacerdos (Perosi) per omaggiare sia il protettore che il vescovo diocesano. Seguono il Misericordias Domini e gli Improperi (di Palestrina con la revisione  dell’avv. Giuseppe di Vietri di Vallo) per riflettere tramite le parole di Geremia sul mistero del peccato e della morte con le note del "Requiem" di Mozart (Lacrimosa). Ma il cristiano non termina in questo modo la sua esistenza. Le note di un passo del  "Gloria" di Vivaldi invitano alla speranza, che diventa mistica certezza con il canto dell’Ave verum (Gounod) e di O sacrum convivium (Molfino). Alla conclusione, dopo aver omaggiato la Vergine Maria, nostra aurora di Salvezza, e innaggiato a “Maria, Madre del Cilento”, la cupola della chiesa dell’Assunta di Cannalonga farà da eco all’Alleluia di Haendel, gioioso inno di riconoscenza al Salvatore.               LR

                                                                       19 marzo
Dopo le tentazioni superate e l’esperienza della trasfigurazione, a mezzogiorno di un giorno assolato dedicato alla missione che lo impegna in un viaggio verso Gerusalemme rivelatosi sempre più difficile, Gesù si siede accaldato ed assetato sull’orlo di un pozzo. Sente non solo stanchezza fisica, ma è oppresso dall’angoscia per una missione segnata da opposizioni e tradimenti. Al pozzo giunge una donna della quale non conosciamo il nome e dalla vita fragile e tormentata: è facile intravedere la portata anche simbolica di questo episodio. Di fronte sono l’umanità, rappresentata dalla donna sperduta nel suo confuso quotidiano, e Gesù. I due sono impegnati in un dialogo che prende le mosse da una situazione esistenziale che dovrebbe far percepire i due protagonisti distanti, avversari per l’incomunicabilità delle loro differenze religiose e identitarie. Invece, il metodo dialogico di Gesù ha la meglio; alla fine trasforma quello che per la samaritana era solo un pozzo di acqua stagnante nell’esperienza di un sorso di acqua viva che sgorga da una fonte inesauribile.
E’ lo stile di Gesù. Egli prende per mano e trasforma una radicata opposizione in liberante curiosità che genera sorpresa, dalla quale emerge lo stimolo a pensare, un percorso dell’anima che si conclude con un abbraccio di condivisione d’idee e di vita. In tal modo si genera ammirazione e, di conseguenza, il bisogno di testimoniare: un crescendo vincente rispetto ai muri eretti da stili cultuali diversi o da teologie di scuola che si combattono. Il dialogo intessuto con Gesù diventa punto di partenza per una relazione che fa superare barriere percepite come insormontabili per marcate divisioni radicatesi lungo gli anni. E’ il nuovo modo di credere proposto da Gesù, al quale non interessa stabilire dove è giusto adorare Dio, a Gerusalemme o in Samaria. Gli irrigidimenti dogmatici determinano solo l’esclusione di cuori feriti, costretti a rimanere fuori del tempio. La samaritana invece è invitata ad adorare il Padre in Spirito e verità anche se il suo comportamento non è immacolato; non importa dove.  
La donna rappresenta l’intera umanità che è andata dietro ad altri amori, ma Dio la vuole riconquistare perché il suo desiderio di amare non si stanca. Egli non enumera gli errori commessi, la sua sete di perdono è più grande di una giustizia riparatrice. Gli basta essere amato, allora si dona; senza pretende nulla offre acqua che diventa sorgente inesauribile perché in Lui non c’è calcolo essendo appunto esuberanza dell’amore che si dona. Tutto ciò emerge dal dialogo che Gesù intesse. Egli usa il linguaggio dei sentimenti; anche nel desiderio recondito di una donna dalla vita accidentata Egli intravede del buono dal quale traspare ancora la sincerità di cuore. La capacità introspettiva di Gesù è il migliore sostituto ai rimproveri, ai giudizi di condanna, a severi consigli di cambiar vita. La sua è una ineguagliabile terapia di discernimento perché  partecipata pazienza nell’illuminare la mente. Così trasforma la donna in tempio che adora Dio avendone sperimentato l’amore misericordioso. Mendicante assetato, ancora oggi Gesù è disposto ad entrare in dialogo con chi, segnato dal risentimento, è pronto a gridare "Tu, giudeo, domandi da bere a me samaritana?” e, scandalizzato, imbraccia le armi, innalza muri, sbatte la porta, non porge il bicchiere d‘acqua per inumidire le labbra di chi, disperato, rischia la vita alla ricerca di dignità.
L’EGO EIMI’ di risposta alla samaritana sorpresa è, nella finezza teologica del mistico Giovanni evangelista, una citazione del nome stesso di Dio. Ma Gesù non si limita a sollecitare un atto di fede, apre nuovi orizzonti di concreta felicità. "Colui che viene a me non avrà più sete" assicura a chi deve attingere nelle ore assolate di un quotidiano sempre uguale per le tante angosce. E’ l’invito a riflettere sulle necessità di abbinare alla soddisfazione dei bisogni materiali anche quelli spirituali, passare dai desideri della terra a quelli del cielo. Così Gesù non cambia ma eleva per trovare la sorgente del desiderio in Dio, vero tempio della fede nel Signore, che è con noi perché Amore. Allora, anche se la fame ci angustia, anche se ci riteniamo incapaci, possiamo trovare il nostro equilibrio nell'amore condiviso superando i limiti personali. Tale convincimento pervade la nostra vita di ottimismo. Invece di temere le debolezze, siamo determinati a costruirvi sopra un tempio solido e vincente, vale a dire un cuore che si riscalda all’amore di Dio. E’ quanto capita alla samaritana, la quale dimentica anche il motivo per cui si è recata al pozzo; infatti, abbandonata l’anfora, corre in città: la sua debolezza è diventata la sua forza; su di essa costruisce la testimonianza di Dio avendo compreso che l’Amore supera tutte le incrostazioni culturali. E’ capace di dimenticare anche le inimicizie religiose perché ha bevuto dell’acqua che sgorga dall’Amore di Dio. Ora la sua vita sprizza gioia ed energia perché ha arricchito di un nuovo, coinvolgente significato la propria esistenza.                                              LR
 
                       2O MARZO 
"Rallegratevi nel Signore. Da capo dico rallegratevi" (Filippesi 4, 4)
                           LA FELICITA IN CAMBIO DELLA GIOIA
La felicita fa pensare ai regali che si ricevono a Natale o nel giorno del proprio compleanno, alle riposanti vacanze trascorse in un luogo incantevole o alle passeggiate fatte con la persona che si ama. Tutti desiderano essere felici e perseguono questa meta per tutta la vita spendendo soldi, tempo ed energie nel tentativo di raggiungerla. Ma se la felicità dipende dalle circostanze, cosa succede quando le feste finiscono, i giocattoli si arrugginiscono, le persone amate muoiono, la salute si deteriora e i soldi vengono rubati? Spesso la felicità svanisce ed al suo posto subentra la disperazione. In contrasto con la felicità vi è la gioia. La gioia è qualcosa di più profondo e intenso e la riposante e placida certezza dell'amore di Dio e della sua opera nella nostra vita nonché della sua rassicurante presenza in ogni situazione. La felicità dipende dalle circostanze. La gioia ci viene da Gesù.
 
                            21 MARZO
Gesù gli disse: Io sono la via, la verità  la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (Giovanni 14,6)
                            LA GIUSTA DIREZIONE . :.
I progressi della scienza hanno consentito dì creare dei sistemi che indicano con molta precisione la posizione e la direzione in cui ci si muove, questi sistemi però sono controllati dall'uomo e possono essere manomessi con il rischio di trovarci senza alcun riferimento. C'è uno strumento invece, la Parola di Dio, la Sacra Bibbia, che è sopravissuta nei secoli e che continua a fornire una direzione sempre affidabile. Le indicazioni evidenziano che c'è una sola via che consente all'uomo di poter arrivare a Dio Padre, questa "via" e Cristo Gesù. Esiste, però, anche un'altra via; essa sembra comoda e confortevole ma riserva una sgradevole sorpresa: conduce alla perdizione eterna (Matteo 7,13), quindi bisogna stare molto attenti e seguire scrupolosamente le indicazioni del Vangelo. La strada che porta a Dio a volte può essere scomoda perché dobbiamo far morire il nostro 'IO" (l'orgogliò) e seguire l'insegnamento di Gesù. Ma la certezza della ricompensa ci deve far superare ogni difficoltà e un giorno saremo alla presenza di Dio e resteremo con lui per l'eternità
 
                            22 MARZO
"In nessun altro è la salvezza; poiché non v'è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi possiamo essere salvati" (Atti4,12)
                            LA PIÙ GRANDE SCOPERTA
James Simpson scoprì il cloroformio, esperimentandolo prima su di sé. Nella città d'Edimburgo era anche conosciuto come un umile e convinto credente, con una fede viva e un reale amore per Gesù Cristo. I suoi colleghi, provenienti da tutto il mondo, vollero un giorno esprimergli le loro congratulazioni per la sua scoperta, perciò si organizzò una festa in suo onore alla quale erano presenti i più eminenti medici. Quando fu il momento opportuno si alzò e, ringraziando i presenti per la stima tributatagli, terminò così il suo discorso: "ho una scoperta, più grande di quella per la quale mi onorate. Dinanzi all'auditorio stupito, che si chiedeva cosa stesse per dire, quel medico cristiano asserì con profonda convinzione: "Nella Bibbia ho scoperto che ero un peccatore e che avevo bisogno di un Salvatore. L'ho trovato in Gesù Cristo il cui sangue mi ha purificato dai peccati e la cui grazia mi ha perdonato". Mi viene di domandarmi ho fatto io questa scoperta? Oppure sono cloroformizzato dalla mia sapienza, dall'amore dei piaceri e dal peccato? Leggiamo la Bibbia e in essa scopriremo Cristo il Salvatore!
 
.                            23 MARZO
"Portate i pesi gli uni degli altri, e così adempirete la legge di Cristo"  (Galati 6,2).
                             LA LEGGE DI CRISTO (I)
Se pensiamo alle leggi che governano una nazione o un popolo, la nostra mente considera un sistema infinito di cose che si possono fare o non si devono fare. L'uomo comune ignora tutte le leggi, che sembrano alla portata solamente dei magistrati o gli esperti in materia. V'è una legge che, pero, è alla portata di tutti e sorprende per la sua semplicità: è la legge di Cristo. Cosa dice questa legge? "Portate i pesi gli uni degli altri. Spesso pretendiamo che gli altri si comportino in una determinata maniera nei nostri confronti, ma non facciamo niente per comportarci in maniera corretta nei loro riguardi; perché? Pretendiamo dagli altri stima e rispetto, ma non siamo disposti a fare altrettanto; dovremmo, invece, fare proprio come dice Gesù: Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te!", viceversa, "Fare agli altri quello che vorresti che fosse fatto a te". Questa e la legge e i profeti. (Matteo 7,12).
 
                             24 MARZO
"Portate i pesi gli unì degli altri, e così adempirete la legge di Cristo". (Galati 6,2)
                             LA LEGGE DI CRISTO (Il)..
Considérando quali sono i pesi che gli altri portano e aiutarli a portarli: questa è la legge di Cristo. Il cristianesimo non è solamente belle parole, ma fatti concreti, messi in opera in ogni momento della giornata, laddove si presenta un bisogno, dove vediamo una persona che cammina, tappa del viaggio della vita a fianco a noi. La legge di Cristo invita a condividere il peso ed aiutare la persona sovraccarica. Da chi potremo apprendere con profitto le parole e l'atteggiamento di una vita consacrata a Dio, se non da Colui che è il fedele e verace per eccellenza? Restiamo ai piedi di Gesù, accanto a Lui ed Egli, attraverso la sua Parola, la sua vita, parlerà ai nostri cuori svelandoci tutti i segreti per una esistenza santa, consacrata e vittoriosa che conduce a Dio. Discepoli di Gesù, siamo chiamati ad essere uomini e donne di azione. Se adempiremo la legge di Cristo i risultati saranno sorprendenti; la gente vedrà le nostre buone opere e glorificherà il Padre nostro che e nei cieli" (Matteo 5,16).
 
                              25 MARZO 
"Tu hai dato a quelli che ti temono una bandiera perché sia innalzata a favore della verità" (Salmo 60,4)
                              LA NOSTRA BANDIERA
Questo salmo fu scritto in tempi di guerra e di grandi battaglie; tempi difficili, pericolosi e poco tranquilli, si riuscì a riportare la vittoria su tutti i nemici. Ecco il segreto: "L'Eterno proteggeva Davide dovunque egli andava" (1 Cronache 18,6). Alla vista di questi gloriosi risultati sorgono nel cuore di Davide le parole riportate: "Tu hai dato a quelli che ti temono una bandiera perché sia innalzata a favore. della verità. Davide riconosceva che questa bandiera gli era stata data da Dio stesso e che il suo compito era dinnalzarla, sventolarla davanti la tutti. Per Davide la bandiera era simbolo della presenza di Dio. La bandiera significava la stabilità del suo regno sopra Israele, teneva popolo ed esercito uniti; incuteva paura e terrore ai nemici. Come Davide, ci troviamo a combattere contro tutto il sistèma diabolico di empietà e menzogna, ma a noi, che temiamo il Signore, Dio ha dato Cristo Gesù, la bandiera di verità sotto la quale abbiamo garanzia di vittoria.
 
                              26 MARZO
Or la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono (Ebrei 11,1)
                              LA NOSTRA FEDE
Cosa è la fede? La risposta l'abbiamo nell'epistola agli Ebrei nella quale si parla della fiducia che l'uomo pone nella divinità. La fede è quella certezza in cose che si sperano. Allora perché non andare a Lui con la certezza che ciò che Gli chiediamo sarà fatto anche a noi'? Non, naturalmente, per quello che siamo, ma solo perché ogni cosa è possibile a chi crede! Dio gradisce la fede, "infatti è impossibile piacergli senza aver fede" (Ebrei 11,6). Per realizzare il miracolo nella nostra vita dobbiamo poggiarci non su noi stessi, né sui nostri pensieri o sentimenti, ma in quello che è realmente in "sintonia" con il pensiero di Dio descritto nella Sua Parola. Ecco perché la fede descritta nel capitolo undici della 'lettera agli Ebrei" è gradita dal Signore. Chi la pratica è riconosciuto nel Creatore, Dio fedele alle promesse. Convinciamoci che, come proferiamo la richiesta per un miracolo dobbiamo credere che non solo che avverrà, ma anche precisamente lo scopo per cui la inoltriamo.
 
                                                 12 Marzo

La quaresima propone un percorso penitenziale che, come su una scala, fa ascendere ritirandoci nella quiete per purificare la nostra mente e prepararci a gustare la soavità dell’amore divino. Ogni giorno siamo invitati a salire questi gradini che ci avvicinano alla perfezione, vale a dire alla capacità della visione mirabile di Dio: è la nostra trasfigurazione. Essa prende spunto e diventa possibile grazie a quella di Gesù presentata nel passo del vangelo di questa domenica, una domenica di sole e luce interiore che confortano la nostra speranza mentre scaliamo il monte che rivela il mistero della vita da intendere come ascesa verso il cielo. Pietro, è riuscito a sbirciare dentro, ha intravisto il Regno, anche se non ne comprende il significato. Paolo, invece spiega a Timoteo, come si legge nella seconda lettura: Cristo è venuto ed ha fatto risplendere la vita conferendole splendore e bellezza perché indica in Dio la fonte inesauribile di un canto e di una luce che illumina il nostro pellegrinaggio. Cosa dobbiamo fare? Lo proclama la voce che odono i tre apostoli: il primo passo è l'ascolto e che ora sul Tabor proclama la natura divina di Gesù, stessa persona nel deserto tentata perché vero uomo. Il passo del vangelo presenta delle evidenti difficoltà esegetiche per cui è necessaria qualche ulteriore spiegazione. Innanzitutto l’episodio avviene “Sei giorni dopo” il rimbrotto che Gesù fa a Pietro che l’aveva redarguito per il riferimento a misteriosi patimenti. La precisazione cronologia assume un particolare significato se si fa riferimento al sesto della creazione, quella dell'uomo, e al giorno quando Dio sul Sinai manifestò la sua gloria. Gesù vuole ricordare ai tre apostoli che occorre conservare il volto di luce nel viaggio verso Gerusalemme e custodirlo per il momento più buio perché nel colmo della prova che l’attende i due volti di Gesù sono inscindibilmente legati. Per impartire questa lezione inizia la scalata al monte in evidente relazione con quello delle beatitudini: superando le tentazioni perviene alla trasfigurazione, icona della  condizione divina ottenuta non perché ha adorato il potere sull’altura dove l’ha condotto il diavolo, ma perché è pronto al dono di sé. Gesù è trasfigurato, sperimenta una metamorfosi – nella traduzione letterale - davanti ai tre apostoli, fatto altamente significativo se si considera che nella sistemazione redazionale di Matteo l’episodio avviene dopo che Pietro ha protestato all’annuncio che il messia doveva morire. Ma Gesù mostra che la morte non è una fine, il suo volto come il sole è immagine della pienezza della sua condizione divina, le vesti candide come la luce sono quelle della resurrezione: pur passando attraverso la morte, Egli non solo non è distrutto, ma il suo essere è potenziato. Intanto viene presentato il suo incontro con Mosè il grande legislatore, ed Elia, il grande profeta, Con Gesù conversavano personaggi che nella loro vita hanno parlato con Dio. E’ uno spettacolo coinvolgente al punto che Pietro propone di costruire delle capanne, affermazione altamente simbolica se si coglie la portata. Pietro con questa affermazione continua a dimostrarsi un diavolo tentatore. L’evocazione delle capanne è un evidente riferimento alla grande festa che durava una settimana, durante la quale si viveva nelle capanne per ricordare l’esperienza del deserto. Pietro è disposto a costruirne una per Gesù, una per Mosè e una per Elia. L’ordine nella disposizione non è causale: al centro Simone non pone Gesù, ma Mosè. Ora al centro si poneva sempre il personaggio più importante. In effetti, dopo sei giorni, Pietro ancora persiste nelle sue convinzioni, come se dicesse: ecco il messia che voglio, uno che osserva la legge di Mosè con lo zelo profetico e violento di Elia. Questa sua affermazione riceve una solenne smentita: stava ancora parlando quando sente una voce da una nube luminosa. L’evangelista richiama l’esperienza in Esodo della presenza liberatrice di Dio che copre il popolo con la sua ombra. Si riporta anche l’affermazione di una voce che riconosce in Gesù il figlio nel quale si ripone il “compiacimento”, le stesse parole sentite durante il battesimo nel Giordano e concluse con un solenne imperativo: ascoltatelo; come a dire: non sono Mosè ed Elia i portatori del mio messaggio salvifico, ma Gesù. I discepoli non reagiscono con gioia a questo annunzio, i loro sentimenti sono di sconforto; la paura li fa cadere con la faccia a terra per il grande timore. Quale è il motivo? Il messia che seguono non è quello sperato, il vittorioso pronto ad usare la forza; è la sconfitta dei loro sogni. A ristabilire un po’ di serenità provvede Gesù che “li toccò”, cioè si comporta con Pietro, Giacomo e Giovanni come fa con tutti i malati che incontra, amorevolmente li invita: “alzatevi e non temete”. Sconcertante è la reazione dei tre. Ancora non hanno capito, infatti “non videro nessuno”, cioè, cercando ancora nella tradizione del passato Mosè ed Elia, quasi a malincuore si rendono conto che di fronte è rimasto solo Gesù, che a loro non basta perché vogliono un messia secondo l’immagine che si sono formata facendo riferimento alla linea di Mosè e di Elia. L’ansia del Maestro per continuare il viaggio li fa scendere dal Tabor e Gesù ordina loro di non parlare di questa esperienza. Devono prima sperimentare la condizione dell'uomo che passa attraverso la morte, devono vedere il tipo di morte che attende il Messia, perciò occorre evitare sentimenti d'entusiasmo fuori posto. Non devono dire nulla fino a che egli non sia risorto, è l’impegno di obbedienza al quale sono tenuti. Si ripropone così la lezione di Abramo, che diventa padre di una moltitudine quando abbandona le sue certezze per seguire una strada sconosciuta e raggiungere una terra mai immaginata. Ne deriva l’attualità dell’appello di Paolo a Timoteo perché rimanga fedele al proposito di testimoniare anche in mezzo alle prove. Così anche noi diveniamo testimoni perché sappiamo ascoltare la Parola del Signore e abbandonare ciò che egli ci chiede per il nostro bene di lasciare. Messe da parte tutte le sicurezze che non vengono da Dio, occorre accettare la rivelazione di Gesù, insegnamento dal quale dedurre che nella  nostra storia quotidiana dalla sofferenza si passa alla gloria. Pietro riconosce che è bello rimanere sul Tabor, perciò vorrebbe arrestare la storia e fissare l’istante per non procedere oltre. Non si rende conto che propone una contemplazione alienante contraria a quanto ha in animo di fare Gesù che non blocca il cammino storico per approdare alla Resurrezione e s’impegna ad insegnare a Pietro e a tutti gli altri che per assumere e vivere un mistero di glorificazione si deve accettare anche quello della sofferenza e della morte.                                                                       LR

  

                             12 MARZO

"Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto"       (Geremia 1, 5)

"La conoscenza ché hai di me è meravigliosa" (Salmo 139:6)

                             L'ONNISCIENZA DI DIO

Noi del mondo occidentale siamo divenuti estremamente abili a vivere dietro ad una facciata artificiale. Portiamo una maschera sul viso, raramente riveliamo la nostra vera identità. Cerchiamo di presentare al mondo un'apparenza coraggiosa anche se nella nostra realtà interna, siamo atterriti ed abbattuti. Spesso ci inganniamo l'uno con l'altro basandoci sulla supposizione che la maggior parte della gente non ci conosce veramente, né si cura di conoscerci. Di conseguenza, per moltissimi la vita diventa una finzione, quasi una rappresentazione teatrale, una commedia in cui tutti recitano piccole parti ingannandosi a vicenda. L'esistenza umana quindi, manca di profondità, onestà e sincerità. La gente diventa ambigua e vive in preda allo scetticismo e al cinismo. Molti non sanno come uscire dal vicolo cieco in cui si trovano. In una tale situazione caotica entra in scena Dio, che dichiara categoricamènte, senza dubbi e senza incertezze, Io ti conosco, ti capisco, ti ho conosciuto da sempre. Quando una persona si sente conosciuta da Dio allora diventa veramente seria nella sua relazione con Lui.

 

                               13 MARZO

Egli ti renda eccelso per gloria, rinomanza e splendore su tutte le nazioni che ha fatto, e tu sia un popolo consacrato all'Eterno, al tuo Dio, com'Egli ti ha detto. (Deuteronomio 26,19)

                               L'OPALE

Due amici visitano una gioielleria dopo aver visto dei diamanti e pietre preziose, uno dei due mostra all'altro una strana pietra senza luce - io non vedo alcuna bellezza in questa pietra - Il suo amico, la prende nella mano e la tiene al caldo qualche minuto, riscaldandola col suo calore Quando la mostrai con sorpresa tutta la superficie risplende dei colori dell'arcobaleno. Com'è possibile questo? Questa è un "opale"; ha bisogno del calore della mano per sprigionare tutta la sua bellezza. Ci sono nel mondo tanti esseri perduti, imprigionati che attendono il contatto di una mano per poter tornare a brillare. Che sicurezza sprigiona il sapere che due mani si sono stese e sono state inchiodate per noi per dimostrarci il grande amore del Padre. Le mani di Dio sono sopra tutti coloro che cercano il Suo nome. Nel Suo abbraccio e nel Suo calore la tua vita brillerà come le stelle del cielo in sempiterno (Daniele 12,3).

 

                                  14 MARZO

"L'ubbidienza vale più del sacrificio" (1 Samuele 15,22)

                                 L'UBBIDIENZA

Un missionario che stava traducendo il Nuovo Testamento nella lingua del popolo presso di cui predicava il vangelo era impegnato a trovare la parola per tradurre il termine ubbidienza. Quel popolo mostrava ben di rado questo pregio, perciò il missionario era in difficoltà. Durante una pausa del suo lavoro, egli andò a fare due passi col suo cane che, ad un certo punto, comincio ad allontanarsi. Questi lo richiamò con un fischio e il cane tornò di corsa. Un indigeno che aveva visto la scena commento: Il tuo cane è tutto orecchio! Quella era la frase di cui il missionario aveva bisogno. Purtroppo, dobbiamo dire specie per temi religiosi che molta gente è più "Tutta bocca" che 'Tutto orecchio". Non hanno tempo per ascoltare e ubbidire, piuttosto vogliono che gli altri stiano ad ascoltare. Si è liberi di ascoltare e ubbidire, oppure di ribellarti. Dio concede questa libertà! Però la scelta fatta determina il corso della vita. C'e una promessa per l'ubbidiente ed un prezzo da pagare per il disubbidiente, Dio vuole il tuo bene perciò sta a noi assumere l'atteggiamento giusto

 

                                  15 MARZO

Chiunque s'innalzerà sarà abbassato, chiunque si abbasserà sarà innalzato. (Matteo 23,1)

                              UMILTA’ ATTITUDINE GRADITA DA DIO La superbia e l'arroganza danno fastidio a tutti e Dio non tollera chi s’innalza, perché significa che non mette il Signore al primo posto nella propria vita. Da questo atteggiamento hanno origine gli altri mali. Chi, invece, teme Dio, si umilia perché riconosce la propria miseria e il proprio bisogno di sottomettersi costantemente a Lui. Le promesse divine sono vere e si realizzano sempre, anche se non nei momenti che vorremmo noi. Non preoccupiamoci, perciò, per i superbi che ci circondano. Dio li vede e sa come agire con loro. Impegniamoci, piuttosto, a non essere superbi noi, altrimenti saremo abbassati, come Dio ha promesso. La Scrittura dice "Iddio resiste ai superbi e dà grazia agli umili" (Giacomo 4,6).

 

                                  16 MARZO

Se un uomo pecca contro un altro uomo Iddio lo giudica, ma se uno pecca contro l'Eterno, chi intercederà per lui? (1 Samuele 2, 25).

                                 CRISTO IL MEDIATORE

La Bibbia dice Dio non può essere beffato: L’uomo miete quello che semina» (Gal. 6, 7). La realtà triste, come Paolo scrive nell'epistola ai Romani (3,23), è che tutti hanno peccato contro Dio; quindi l'unico rimedio é Cristo, che può intercedere perché è il solo mediatore tra noi e Dio. "V'e un solo Dio ed anche un solo mediatore” (I Timoteo 2,5). Nell'epistola ai Romani (3,25) si legge: Dio lo ha prestabilito come propiziazione per i nostri peccati.  Quindi l’uomo che pecca contro Dio non potrà trovare rimedio attraverso la mediazione di un uomo, un santo o attraverso sacrifici cruenti, cambiamento di vita, offerte ed opere sociali. Saremo perdonati mediante la fede nel sangue sparso sulla croce dal Figli di Dio, Gesù Cristo, agnello immolato per noi, sacrificio di riparazione, affinché possiamo avere pace con Dio.

 

                                  17 MARZO

In nessun altro è la salvezza; poiché non v'è néssun altro nome sotto il cielo che sia stato dato agli uomini per il quale noi abbiamo ad essere salvati. (Atti 4, 12)

                                  L'UNICO NOME

Dagli Atti degli Apostoli all'Apocalisse l'unico nome menzionato quale oggetto di Culto o d'invocazione per essere salvati è Gesù Cristo, menzionato più di 600 volte. Questo numero aumenta se aggiungiamo i titoli con i quali Egli viene spesso indicato: Signore, Signore della gloria, Signore dei signori, alfa e omega, Agnello, l'Amen, il primo e l'ultimo, sacerdote in eterno, gran sommo sacerdote, primogenito d'ogni creatura, Principe dei re della terra, stella mattutina, Figlio di Dio, Figlio dell'uomo, pastore e custode delle anime, sommo pastore, autore d'eterna salvezza, avvocato, erede di tutte le cose, Capo supremo della Chiesa, luce dei popoli, pietra angolare, Re dei re, testimone fedele, leone della tribù di Giuda, Dio benedetto in eterno. E il caso di comportarci come Pietro il quale rispose a Gesù: da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. (Giovanni 6, 68)

 

                         18 MARZO

"La Parola del Signore e purificata con il fuoco" (Salmo 18,30)

                         CHI HA SCRITTO LA BIBBIA?

La Bibbia è paragonabile all'oro purissimo. Se solo prendi un momento questo libro nelle tue mani e provi a sfogliarlo, ti accorgerai che soltanto Dio può averla ispirata. La Bibbia porta il sigillo dell'eternità e la testimonianza della sua soprannaturale originalità. La sua storia, il suo contenuto e la sua forza ammettono un solo autore: Dio! La Bibbia non è un libro di letteratura, di storia e neppure di morale. Essa anzitutto è il libro col quale Dio si rivolge al cuore e alla coscienza di ciascuna delle sue creature. Se l'avessero scritta degli uomini senza l'ispirazione dello Spirito Santo non avrebbero potuto intravedere le cose che vi sono e si adempiono dopo millenni e tanto più perché la Bibbia stessa affermi di essere Parola di Dio. Tu cosa pensi che sia la Bibbia? Sappi che è la lettera di Dio per te! Dalla tua risposta dipende la tua decisione per l'eternità.

 

                           19 MARZO

"Gesù rispose e disse loro "abbiate fede in Dio". (Marco 11,22)

                           LA FEDE

Se tu stessi annegando e ti fosse offerta una corda per salvarti, perderesti tempo lamentandoti di non avere fiducia in quella corda o vorresti forse pretendere in quel momento così difficile di comprarla? Certamente no. Ti aggrapperesti a quella fune con speranza e fiducia.  La fune che ti è offerta oggi non è una chiesa, una religione, un’ideologia, è Cristo. Possiamo essere salvati mediante la fede, cioè affidarci completamente a Cristo che tende la sua mano per salvarci. Per ottenere la vita eterna non sono necessarie preghiere, riti, fioretti e denaro, solo fede in quel che Cristo ha compiuto. In genere le persone vogliono compiere buone opere per guadagnarsi la salvezza ma non conoscono la verità biblica. "Voi eravate spiritualmente morti a causa dei peccati che avevate commesso". Ciò significa che non si può fare nulla nel modo più assoluto per guadagnarsi la vita eterna, la grazia di Dio in Gesù morto per i nostri peccati e la fede completa in Lui sono la chiave per ottenerla.
 
                                                             5  MARZO

La Quaresima, invito a iniziare un cammino di conversione, è tempo di preghiera per discernere come vivere. E’ una opportunità per intraprendere un cammino anche di rinuncia per rendere più efficace la nostra scelta di condivisione. Tempo di grazia, costituisce anche un urgente appello interiore della Parola. Siamo disposti ad ascoltarlo? Consentiamo alla Quaresima di entrare in noi per scoprire il vero significato della vita che solo la capacità di una scelta libera consente di gustare? Tutto ciò diventa possibile se si assume una prospettiva evangelica nell’analizzare le esperienze quotidiane per cogliere ruolo e funzioni della forza dello spirito che deve regnare dentro di noi, opportunità salvifica che aiuta a superare le prove che si frappongono e condannano a vivere un’ambiguità che ostacola il pellegrinaggio verso la Pasqua, rinascita di una vita che cerca di rinnovarsi. Preghiera, rinuncia e condivisione nei giorni quaresimali mettono in moto questa dinamica e così il seme di grazia ricevuto col battesimo germoglia e porta frutto quando il tempo sarà compiuto. Ecco perché in questa prima domenica siamo invitati a riflettere sulla realtà della tentazione che subisce ogni essere umano, perfino Gesù. Messo alla prova in ogni cosa come noi, Egli non cade in peccato (Eb 4,15), vincitore non esente dalle tentazioni perché sperimenta nella sua umanità, come noi, la debolezza della “carne” (sárx). E i vangeli non nascondono questo aspetto personalissimo di Gesù tentato nel deserto subito dopo il battesimo, evento vissuto interiormente che coinvolge l’intero suo essere, corpo e spirito, articolatosi in tre fasi che richiamano le libidines fondamentali: amandi, dominandi possidendi descritte già quando Adamo vede l’albero col frutto che non doveva toccare e lo valuta “ buono da mangiare, appetitoso alla vista e bramato per ottenere potere” (Gen 3,6). Tentazione del singolo ma anche di un’intera comunità come fa intravedere il popolo d’Israele quando, uscito dal mar Rosso, nel deserto non sa resistere a tre tentazioni (Es 16; 17; 32), da qui la mormorazione per la mancanza di cibo, il peccato a Massa per la pretesa di un segno e l’idolatria del vitello d’oro. liturgia della Parola invita a meditare su Cristo, nuovo e perfetto Adamo, prendendo spunto dalla descrizione del nostro progenitore dopo la creazione collocato nel giardino, evocazione della dignità della grazia alla quale è elevato, della gioia che procura l’amicizia con Dio, il quale non considera l’uomo solo una creatura ma amico, addirittura figlio. Purtroppo questi baratta l’amicizia con l’astuzia di chi, giocando con le parole, conferisce significati diversi ed apparentemente più accattivanti al creato. Adamo non sa resistere, lascia la sicurezza della Parola per naufragare nella povertà che gli regala solo la coscienza di una percepita nudità; tragicamente ironico risulta il contrasto tra l’aprire gli occhi, conoscere il bene e il male per diventare come Dio, e scoprirsi nudo, precipitato nella più radicale inconsistenza. Da allora l’umanità non ha saputo riprendersi, ha sperimentato un progressivo naufragio dell’essere rispetto a desideri di riscatto e speranza di salvezza. Solo l’esperienza di Gesù nel deserto, luogo emblematico della miseria dell’uomo perché evoca vuoto, disagio, paura dell’ignoto, contesto nel quale peccando è precipitato Adamo espulso dal giardino, consente all’umanità di rinnovare veramente la fiducia. Cristo supera ogni tentazione per cui meritatamente viene servito dagli angeli ai quali il vangelo di Marco aggiunge anche la compagnia delle fiere, evidente richiamo simbolico ad un  paradiso terrestre riconquistato. Come avviene tutto ciò? Trasformando la vita in una lotta per fare spazio a Dio. E’ quanto raccomanda la Chiesa ai fedeli durante la Quaresima, opportunità di conversione religiosa che determina cambiamento di mentalità e di comportamenti. Tale riflessione si ricava dal racconto delle tentazioni di Gesù che richiama il passaggio dallo scadimento alla novità della vita. Alla luce della storia di Gesù e della sua entità di Signore e Salvatore è possibile prendere coscienza della nostra vittoria sul male. Il nuovo Adamo ci salva perché dove ha abbondato il peccato ha fatto sovrabbondare la grazia, come si legge nella lettera ai Romani, che propone il paragone tra i due Adamo in una prospettiva cristologica. Le modalità di Gesù nel superare le tentazioni diventano la traccia per intendere il cristianesimo perché ridisegnano come relazionarsi con se stessi e le cose, come considerare l’alternativa pietre o pane, con Dio rifiutandone uno magico a nostro servizio, con gli altri per la condanna del potere e del dominio. Gesù non cerca pane a suo vantaggio, si fa pane per tutti ricordando che non si vive di solo cibo, non attira gli uomini con i miracoli, vuole una sequela libera e convinta e non di seduzione strumentalizzando anche le Bibbia col riferimento a quanto “sta scritto”. Non si provoca Dio scomodando una apparente fiducia nella Provvidenza che, invece, è semplicemente un tentativo di sfruttare il Signore; il crescendo di suggestione diabolica fa pensare alla possibilità dell’idolatria in cambio di un potere che consente di dominare gli altri. Alla ricetta tutta umana di chi pensa che pane, miracoli e leader possano garantire la vetta nella dinamica di una globalizzazione dal pensiero debole Gesù oppone il messaggio liberante dell’amore che invita a porsi a servizio di tutti senza riconoscere padroni di sorta. A queste condizione anche noi possiamo sperimentare la presenza degli angeli che si avvicinano e servono e la Quaresima apre tale prospettiva, conferisce questa possibilità, trasforma in tempo di grazie il quotidiano accettando la prova per resistere a tentazioni che non fanno apprezzare il dono di Dio.                                              LR                                                        

                                                5 MARZO

Prendi il tuo diletto nell'Eterno, ed Egli ti darà quel che il tuo cuore domanda (Salmo 37,4)
                                              L'ETERNO E’ DEGNO Dl LODE
Notate bene questa frase, la priorità e l'importanza di prendere prima il proprio diletto nel Signore e, poi, presentare a Dio
le nostre richieste I nostri desideri hanno, molto spesso, lo scopo unico di ottenere risposte di benessere materiale, se  ciò rientrasse nella volontà  di Dio si potrebbe avere anche quel che abbiamo domandato. Proviamo, però, prima la nostra gioia in Dio solo, quando avremo in Lui tutta la nostra soddisfazione, non tarderemo a scoprire che il resto diviene secondario. Tuttavia Dio vuole sempre esaudire i nostri desideri perché tale è la Sua volontà e il suo piano per noi. Oh, se potessimo imparare a far prima e sempre del Signore la nostra gioia! Lodare Dio è ritrovare tutta la nostra allegrezza nel Signore. La vita allora non sarà più  un peso a volte insopportabile, com'è per molti, ma un diletto tanto meraviglioso, sapendo che il Signore ci concede le domande del nostro cuore e molto di più.
 
                                               6 MARZO 
Abbiate dunque cura di far ciò che l'Eterno, l'Iddio vostro, vi ha comandato, non ve ne sviate né a destra né a sinistra, affinché viviate e siate felici.  (Deutoronomio 5, 32-33)
                                               L'ETERNO HA COMANDATO
Ecco quanto il Signore ci dice ancora "Abbi cura di fare ciò che l'Eterno ha comandato, cammina in tutto per la via che Dio ti ha prescritto, affinché tu viva e sii felice e prolunghi i tuoi giorni. Cosa vogliamo di più della prosperità, della longevità e della felicita terrena ed eterna? Tutto questo il Signore ci promette se osserviamo la Sua legge, la Sua Parola, se viviamo conformemente a quello che è scritto nella Bibbia. Possiedi la Bibbia, o almeno il Vangelo? Leggi e medita quotidianamente quanto di meraviglioso è contenuto in quei libri. Anche tu, come Gesù, potrai vincere le tentazioni e spegnere i dardi infuocati del nemico nei momenti della prova, se ricorderai l’insegnamento del Vangelo e ripeterai a te stesso quel che sta scritto. In questo modo ti fortificherai e vincerai tutte le difficoltà che incontrerai sul tuo sentiero, perché, illuminato dalla luce della Parola di Dio, sarai reso capace di affrontare con serenità ogni prova.
 
                                               7 MARZO
Gesù si recò in Galilea, predicando l'Evangelo di Dio e dicendo: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete all'Evangelo. (Marco 1, 14-15)
                                               L'EVANGELO DI DIO
C'e chi predica, chi ascolta e chi legge il Vangelo. Una volta il Vangelo era conosciuto in una edizione molto ridotta. Oggi si conosce un poco di più. Capire, però, lo spirito del Vangelo non è così tanto facile. Non si tratta di, sapere o avere una conoscenza cerebrale, tutto questo non aiuterà a capire veramente il Vangelo. Per leggere e capire il Vangelo abbiamo bisogno della grazia di Dio. Usando un'espressione biblica, abbiamo bisogno di ricevere un "nuovo cuore"! Il cuore nuovo è la condizione necessaria per vivere una vita diversa; capiremo il Vangelo, saremo delle nuove creature, potremo imitare Gesù Cristo, saremo veramente cristiani a fatti e non solo a parole. Dio ci aiuti e ci assista per mostrare a chi ci circonda la nostra testimonianza di cristiani.
 
                                                8 MARZO
"I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l'opera delle sue mani" (Salmo 19, 1)
                                                L'IDDIO DELLA CREAZIONE (I)
L'astronomo e matematico Newton aveva allestito un'esatta riproduzione in miniatura del nostro sistema solare. Al centro c'era una grande palla dorata, che rappresentava il sole, e tutt'intorno, sulla punta di bastoni di varie lunghezze, i corpi celesti più piccoli. Questi rappresentavano i pianeti. Per mezzo di ruote dentate e di cinghie erano collegati ad un meccanismo che faceva girare tutto in perfetta armonia intorno al sole. Un giorno, mentre Newton studiava e provava il modellino, venne a fargli visita un amico, che non credeva al racconto biblico della creazione. Pieno di ammirazione, egli osservava l'installazione. Quando lo scienziato mise in moto i corpi celesti, l'uomo esclamo "Newton, è straordinario! Ma chi l'ha costruito?” Senza guardare in faccia l'amico, Isaac rispose: "Nessuno". “Nessuno?” chiese l'altro. "Si nessuno". Spesso sentiamo dire dagli increduli che il tutto è frutto del caso o dell'evoluzione.    (Segue )
 
                                                9 MARZO
"I cieli raccontano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l'opera delle sue mani" (Salmo 19, 1)
                                                L'IDDIO DELLA CREAZIONE (Il)
L'affermazione fatta all'amico da Newton fu una battuta per colpire la sua incredulità. Tutte le sfere, i supporti, le cinghie e gli ingranaggi si sono messi insieme per caso e, meraviglia, dopo meraviglia, improvvisamente hanno cominciato a girare nelle loro orbite, in tempi perfetti. L'incredulo, comprese il messaggio' Era stupido ammettere che il modellino si fosse formato per caso. Ma era ancora più insensato credere alla teoria che la terra e tutto l'universo siano venuti all'esistenza occasionalmente. Quanto è più logico credere a ciò che dice la bibbia "Nel principio Iddio creò i cieli e la terra”. E la scrittura dice ancora "lo stolto ha detto nel suo cuore non c'è Dio" (Salmo 14,1). La sana intelligenza basterebbe da sola a far riconoscere che è assurdo negare l'Iddio della creazione. 
 
                                                 10 MARZ0
Allora Pietro si avvicinò e gli disse: Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte? E Gesù a lui "Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette" (Matteo 18, 21-2)
                                                 LA VITTORIA DELL'IMPERATORE
'Gesù richiama la nostra attenzione sulla necessità di perdonare sempre. Il perdono non deve essere solamente cordiale e sincero, ma richiede anche che dopo non si pensi più al peccato del fratello. Un giorno Ottone il grande andò nella cattedrale di Francoforte per partecipare ad una cerimonia religiosa. Mentre entrava un uomo vestito di sacco con le braccia alzate, supplicando, si avvicinò e cadde ai suoi piedi. L’imperatore riconobbe subito che era suo fratello Enrico da cui aveva ricevuto molto male. La funzione religiosa era già cominciata, improvvisamente Ottone udì il predicatore che leggeva le parole di Gesù riguardo al perdono; colpito nell’animo si voltò e andò verso il posto dove stava .il fratello. Lo sollevò in piedi e gli diede un bacio fraterno sulla fronte in segno di rinnovata amicizia e perdono. Il generoso perdono dell'imperatore Ottone fu la sua più grande vittoria sull'odio e sull’orgoglio. Esiste qualcuno al quale tu oggi dovresti perdonare?
 
                                                 11 MARZO
E la Parola si è fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi, piena di grazia e di verità (Giovanni 1,14)
                                                 L'INCARNAZIONE DI CRISTO
L'incarnazione di Cristo è manifestazione della gloria di Dio. Come alcuni Padri hanno affermato. La forma umana assunta da Cristo ha nascosto a gloria di Dio all’uomo privo d'intendimento spirituale. Ma la chiesa non si stanca di proclamare che Cristo è venuto, Dio è veramente disceso tra noi, come dice Giovanni nel suo Vangelo usando un'espressione orientale: Il Verbo è venuto a piazzare la sua tenda in mezzo a noi. Ma chi è questo Dio, già preannunziato dagli antichi profeti, che si manifesta? Gli uomini si erano fatti un'idea di Dio e se la fanno ancora oggi. Tale rappresentazione della divinità veniva e viene deformata, umanizzata o idoleggiata in tanti volti che stranamente assomigliano al volto dell'uomo decaduto. La stessa rivelazione ebraica del tempo suggeriva l’esperienza di un Dio Creatore, Legislatore, Vendicatore. Non è nulla di tutto questo il Dio che si rivela in Gesù; è venuto come un uomo tra noi, come nostro Salvatore. Il Dio dei cristiani è misericordia, liberazione, salvezza, pace. Il padre che viene con Gesù a radunare i figli dispersi, a fare di tutte le genti" un popolo solo, il Suo popolo per sempre.                                                
 
                                                       CHIUSURA ANNO 2016

Nell'augurare a tutta la comunità parrocchiale una Felice e Santa PASQUA sottopongo alla lettura ed alla meditazione di tutti noi il commento che Luigia Enza Carbone ha fatto di tre notissime parabole. La presenza nella nostra vita di una padrone generoso deve indurci ad acquistare la perla e ciò è possibile se nelle circostanze della vita siano sempre disposti ad essere dei Buoni Samaritani.        
    
                                   IL PADRONE GENEROSO (Mt 20, 1-15) 
La Parabola si trova nel Vangelo secondo Matteo, é generalmente conosciuta come “la parabola dei lavoratori della vigna”, ma anche come “la parabola degli operai dell’undicesima ora”. Nel primo caso, è così definita perché al centro si colloca la figura di un padrone estremamente magnanimo con i suoi braccianti, nel secondo caso si pone in auge la figura degli operai, assunti dal padrone, e nel terzo l'accento è posto su quelli che per ultimi sono chiamati ad andare a lavorare nella vigna. Per poter comprendere la dicitura “undicesima ora” bisogna considerare che al tempo di Gesù la prima ora corrispondeva al levar del sole, la sesta ora corrispondeva a mezzogiorno circa e l'undicesima ora corrispondeva alle odierne cinque del pomeriggio. Considerando le versioni con cui è conosciuta la parabola, si può dedurre che i punti di vista in base ai quali può essere considerata sono diversi ed è opportuno, per tale ragione, conoscerne il contenuto. Un padrone va in piazza ad assumere alcuni braccianti per la vendemmia e si ostina a farlo fino ad un’ora prima che la giornata lavorativa finisca, ovvero fino alle cinque del pomeriggio. Il padrone pattuisce con i primi la paga di un denaro per la giornata di lavoro, così come era giusto e come era previsto dalle consuetudini del tempo. Alla fine della giornata, inizia a pagare gli ultimi, quelli che hanno lavorato solo un’ora e, diversamente dalle aspettative generali, dà loro un denaro. Questo è considerato il salario minimo giornaliero per far vivere una famiglia palestinese ai tempi di Gesù. A quella vista, gli operai della prima ora pensano che a loro verrà dato di più. Ma, quand’è il loro turno, come stabilito, anch’essi ricevono un denaro di paga. A questo punto, non chiedono che a loro sia dato di più, ma che agli ultimi sia dato di meno, dunque una paga inferiore al minimo sostentamento del tempo, perché non hanno lavorato per lo stesso numero di ore . Con questa parabola Gesù illustra le caratteristiche del Regno dei Cieli. Egli racconta un fatto abituale in Palestina, che però diventa straordinario ed inusuale grazie all’atteggiamento del padrone.  Questi si configura come il protagonista indiscusso della vicenda e due sono i punti che mettono in luce tale aspetto. Egli, in primis, dopo aver ingaggiato i primi braccianti, continua a reclutarne altri, fino a sera, togliendoli dalla strada e questo è un gesto di grande generosità, che pone anche sollievo  al problema della disoccupazione di quel tempo. In secondo luogo, al momento della paga, dopo una lunga giornata di lavoro, distribuisce un denaro a tutti i lavoratori, a prescindere dalle ore di lavoro effettuate da ciascuno. Dietro questo atteggiamento si celano simbologie ed insegnamenti importanti che Gesù vuole infondere nei suoi ascoltatori. Innanzitutto il padrone non è altro che Dio, che dà a tutti la possibilità della grazia divina, anche quando sembra che non sia più possibile. Ecco cosa rappresenta il padrone che recluta operai fino a tarda ora. Il fatto che il padrone ricompensi tutti allo stesso modo, nonostante vi sia chi ha lavorato di meno e chi di più, rimarca il fatto che Dio è tanto buono da dare una retribuzione piena anche a coloro che non l'hanno propriamente meritata. Il fulcro della parabola, quindi, è senz’altro la bontà del Signore, ma non è l’unico aspetto da considerare. Non bisogna tralasciare, infatti, la reazione dei lavoratori al momento della paga, in particolar modo di quelli della prima ora, che hanno lavorato per tutto il giorno. Questi hanno ridotto la loro fede solo a fatica e sudore. In più, guardano con sospetto gli altri, quasi come concorrenti dei loro privilegi. Non è così per i restanti lavoratori, gli ultimi, che dimostrano di aver colto la luce del Signore. Colpiti dalla bontà del padrone, gioiscono per la grazia di poter lavorare nella vigna, per la possibilità che, anche all’ultimo, possono accogliere la grazia che li ha trasformati. Allo stesso modo anche noi dobbiamo saper cogliere l’opportunità della grazia di Dio, conducendo una vita che va oltre l’egoismo, la volontà di sopraffare l’altro, il desiderio di primeggiare a tutti i costi e di essere riconosciuti al di sopra degli altri. Il migliorarsi è sicuramente una propensione positiva, ma nel farlo bisogna ricordarsi di essere insieme agli altri e non al di sopra di questi.   A cosa serve l’immensa bontà del Signore se sprechiamo il nostro tempo a misurare il prezzo delle nostre fatiche rispetto a quelle degli altri? E’ molto meglio lasciare che queste fatiche fruttino e attendere la giusta “ricompensa”.                           
 
                        IL TESORO NEL CAMPO E LA PERLA (Mt 13, 44-6) 
Le parabole del tesoro nel campo e del mercante e la perla sono entrambe contenute nel Vangelo secondo Matteo. Si tratta di due racconti molto simili tra loro per quanto riguarda le dinamiche narrative, ma la ridondanza della loro struttura non è altro che una strategia, che ha lo scopo di coinvolgere gli uditori e far comprendere il significato dei racconti. Nella prima parabola un contadino trova un tesoro nascosto in un campo e vende tutto quello che possiede, per poter comprare il terreno. Non si tratta di un fatto eccezionale per l’epoca, in Palestina poteva accadere di trovare un tesoro nascosto nei campi, tema frequente nella letteratura antica. Il proprietario generalmente lo sotterrava nei campi per evitare di essere depredato, soprattutto in periodo di guerra, talvolta, però, egli moriva senza che avesse la possibilità di rivelare il nascondiglio ai suoi cari. Nella seconda parabola, invece, un mercante trova una perla molto preziosa e per poterla acquistare vende tutti i suoi beni. Gli elementi di raccordo dei due racconti non sono solo le rispettive strutture narrative. In entrambi i casi gli agenti sono due uomini, un contadino e un mercante, che non si configurano essere i reali protagonisti delle vicende, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe. I veri protagonisti sono proprio il tesoro e la perla che si fanno metafora del Regno dei Cieli. Entrambe le parabole infatti iniziano con la seguente espressione << Il Regno dei Cieli è simile a …>> . L’intento di Gesù è quindi quello di spiegare ai suoi ascoltatori come poter auspicare alla grazia divina. Così come il tesoro e la perla, il Regno dei Cieli è un dono, ma per poterlo ricevere il discepolo deve fare una scelta coraggiosa, che avrà conseguenze future, come quelle del contadino e del mercante. Questa scelta coraggiosa comporta delle rinunce e dei sacrifici e così come i personaggi delle parabole hanno dovuto rinunciare ai propri averi per potersi impossessare dei beni preziosi, così il fedele deve essere pronto a rinunciare a ciò che si interpone fra egli e il regno di Dio. In cambio però questi ottiene una gioia che il possesso dei beni terreni non può dare. La comprensione del Regno quindi è un dono concesso da Dio a chi è disponibile all’ascolto della parola di Gesù. Il sacrificio che coinvolge il contadino e il mercante, più ampiamente il fedele, è tale solo nella misura in cui si sceglie di staccarsi dalle proprie ricchezze e da tutto ciò che tiene saldamente ancorati al terreno; in realtà ciò che coinvolge i personaggi e i fedeli è un vero colpo di fortuna e saperne approfittare è la vera ricchezza. Ciò non toglie che queste parabole ci invitano a riflettere anche sull’importanza della rinuncia e del sacrificio. E’ superfluo sottolineare, pertanto, che bisogna essere pronti a saper rinunciare a qualcosa di grande per andare incontro alla scelta giusta.                                      
 
                                    IL BUON SAMARITANO (Lc 10, 25-37)
 La parabola del buon samaritano è sicuramente una delle parabole di Gesù più conosciute del Nuovo Testamento. Essa si trova esclusivamente nel Vangelo secondo Luca e si incentra sulla misericordia e la compassione cristiana verso il prossimo. L’elemento che fa da sfondo al racconto è una domanda che un dottore della legge fa a Gesù; egli Gli chiede cosa sia necessario per ottenere la vita eterna, tentando di metterlo in difficoltà. Gesù, in risposta, interroga il dottore sul contenuto della legge di Mosè al riguardo. Quando il dottore cita la Bibbia, e precisamente: "amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze" (Deuteronomio 6,5) e la legge parallela "amerai il tuo prossimo come te stesso" (Levitico 19,18), Gesù approva la sua risposta e lo invita a comportarsi di conseguenza. Il dottore  però continua chiedendo chi sia il suo prossimo, Gesù dunque introduce la parabola del buon samaritano. Un uomo, che stava recandosi da Gerusalemme a Gerico, viene aggredito da alcuni briganti, che dopo averlo spogliato e percosso, lo lasciano esanime sulla strada. Per caso, passa di lì un sacerdote, ma prosegue il suo cammino, ignorando il povero malcapitato. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vede e passa oltre. Un samaritano che era in viaggio, invece, passandogli accanto ne ha compassione e gli presta un primo soccorso; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo porta a una locanda e si prende cura di lui. Il giorno seguente, lascia due denari  al locandiere e gli dice: «Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno». Al termine della parabola Gesù chiede al dottore della legge chi dei tre sia stato il prossimo dell'uomo derubato. Il dottore risponde indirettamente "chi ha avuto compassione di lui". Così Gesù conclude invitando anche lui a fare lo stesso. L’insegnamento della parabola è sicuramente quello di aiutare il proprio prossimo al dì là delle differenze che intercorrono con questi, ma al fine di far proprio questo insegnamento è innanzitutto opportuno considerare quelli che sono gli elementi fondanti del racconto di Gesù. Tali elementi fuoriescono proprio dai personaggi della parabola, quali: la vittima, un sacerdote, un levita (tutti giudei) e un samaritano. I sacerdoti erano religiosi che officiavano al tempio di Gerusalemme, i leviti erano coloro che frequentavano assiduamente il tempio e che vi collaboravano svolgendo diverse mansioni. Entrambi erano considerati molto religiosi. I samaritani, invece, erano un popolo che non conosceva il culto di Dio ed erano odiati dai giudei. L’analisi dei personaggi rende conto del fatto, quindi, che l’unico ad aver prestato soccorso al malcapitato, un giudeo, è proprio un “acerrimo nemico”di questi, un samaritano.   Non è però l’appartenenza a un credo diverso ad allontanare il sacerdote e poi il levita dal viandante ferito, come si è detto infatti sono tutti giudei, è, bensì, una questione di cultura. I sacerdoti e i leviti addetti al culto di Dio dovevano presentarsi nel tempio con abiti appropriati e con le mani purificate: non dovevano aver toccato sostanze impure, tra le quali il sangue sgorgante da una ferita. Per questo motivo non si avvicinano al malcapitato, e tirano diritto. Sono bloccati dalla loro cultura, nonostante questa non sia una giustificazione per non soccorrere un bisognoso. Il samaritano, invece, nonostante appartenga ad un credo diverso e sia inviso ai giudei, non esita un istante a prestare soccorso al povero uomo. Gesù sceglie un samaritano come soccorritore del ferito non a caso, Egli vuole far capire agli ebrei che devono aver rispetto per questa popolazione come per tutti gli esseri umani, compresi gli stranieri. Proprio il termine “straniero” ci suggerisce quanto questa parabola sia attuale e quanto vi si possa scavare a fondo. L’altro, il prossimo, non è solo chi è a noi vicino, ma anche chi può essere lontano da noi, per credo, condizione, posizione e qualsiasi altra caratteristica a noi formalmente distante. E’ la cultura, si diceva, che impedisce i due religiosi di accostarsi al ferito; allo stesso modo, sono i principi, l’educazione ricevuta, la morale che noi crediamo giusta, che ci impedisce talvolta di guardare all’altro come a se stessi. Sì, perché il concetto di diverso in realtà è molto ampio, non si è diversi solo in base alle apparenze fisiche o di appartenenza culturale, ma anche in base al carattere e alle  proprie convinzioni. Alla fine siamo tutti dissimili tra noi, o meglio, non siamo tutti simili allo stesso modo, come è naturale che sia. E cosa c’è di male in questo? Nulla in realtà, tutto in pratica. Non bisogna andare lontano per comprenderlo, basta guardare alla propria quotidianità, alle relazioni interpersonali, al nostro rapporto con chi è altro da noi. Quante volte ci lasciamo irretire dalle nostre convinzioni, dalle dicerie, dalle apparenze, allontanandoci sempre più dall’insegnamento di Dio? Si parla dell’altro, quindi, come chi è a noi vicino, come chi è distante da noi, ma soprattutto come noi stessi.  Il prossimo non è solo chi ha bisogno, ma lo diventiamo noi stessi nell’accezione di essere “noi che ci avviciniamo all’altro”. Allo stesso modo, attraverso Gesù, Dio si approssima a noi. Gesù, Figlio di Dio, per salvare l’umanità immersa nel peccato, per mezzo del quale l’uomo si è allontanato dal Padre, a partire da Adamo ed Eva fino alla fine dei secoli, si è avvicinato a noi al punto da farsi Egli stesso uomo e a farsi uccidere dagli uomini che voleva salvare. Questo è molto più di un gesto di infinito Amore che Dio ha voluto lasciarci e di cui dovremmo avere sempre memoria, benché resti comunque difficile da comprendere fino in fondo. La parabola del buon samaritano si configura, pertanto, come molto profonda e significativa ed invita a riflettere sull’immenso Amore di Dio verso gli uomini, oltre che sul vero senso e significato dell’Amore e della Amare. 
 
 

Pubblichiamo le considerazioni di una universitaria che si sta preparando alla Cresima con un percorso personale di riflessione sulle parabole di Gesù perché risiede a Fisciano per motivi di studio. Nell’augurare buona lettura si sollecitano commenti.

                                                       I FIGLI DISSIMILI (Mt 21, 28-32)

La parabola dei figli dissimili si trova solo nel vangelo di Matteo e fa parte delle tre parabole sulla vigna. A tal proposito il simbolo della vigna nell’Antico Testamento indica Israele, con Gesù si estende all’azione universale di Dio. Essa è, altresì,  la prima delle tre parabole familiari, in quanto richiama il tema dell’obbedienza alla volontà del Padre ed è sempre la prima di un trittico di parabole dette di rottura, perché segnano il confronto decisivo e la rottura tra Gesù e il giudaismo.
La parabola si inserisce nel dialogo di Gesù con i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo mentre insegna nel Tempio di Gerusalemme. Probabilmente si tratta di un’autodifesa di Gesù contro i farisei, che lo accusavano di tolleranza eccessiva verso i peccatori. Il racconto di Gesù si apre con un interrogativo “che ve ne pare?” (21,28 a) e si conclude con una seconda domanda “chi dei due ha fatto la volontà del Padre?”(21, 31 a) e proprio quest’ultima invita chi legge, e anche chi ascolta, a dare un proprio giudizio. Un padre chiede ai suoi due figli, in due momenti diversi di andare a lavorare la vigna. Il primo risponde di sì, in modo esuberante e vivace, il secondo, senza farsi problemi, rifiuta all’istante.  A queste risposte verbali, però, corrisponde un diverso comportamento pratico.  Il primo figlio che aveva accettato, non rispetta le sue parole, mentre il secondo, che aveva risposto negativamente, si reca a lavorare la terra. Questo secondo atteggiamento può essere considerato una vera e propria conversione. Difatti, ci sono due modi di compiere la volontà di Dio, solo a parole, come il primo figlio, o con i fatti, e spesso dopo un rifiuto iniziale, come il secondo figlio. Proprio in quest’ultimo si riconosce quello che è l’atteggiamento del vero credente cristiano, cioè di colui che si riconosce peccatore di fronte a Dio e ai fratelli, ma sicuro che Dio perdona le sue colpe e che ha cura di lui.
La domanda che conclude la parabola, rivolta da Gesù ai sacerdoti e agli anziani del popolo, rivela il significato del racconto, incentrato sul tema del compimento della volontà del padre. Gesù vuol far comprendere agli ascoltatori che l’azione di Dio è stata accolta non dai sacerdoti, ma dai pubblicani e dalle prostitute, cioè dagli ultimi, che secondo il giudaismo erano esclusi dall’appartenenza al popolo di Dio, ma saranno proprio questi ad entrare nel Regno dei Cieli. L’applicazione della parabola esprime una “condanna” nei confronti di coloro che si credono devoti e che pensano di essere arrivati alla salvezza, mentre questa viene donata a chi inizialmente era escluso e che poi, aderendo alla volontà di Dio, e quindi convertendosi, l’acquista.

                                              I DUE DEBITORI (Lc 7, 41-43)

La parabola dei due debitori è raccontata in Luca e viene anche definita la parabola del fariseo e della peccatrice. Essa si inserisce nell’episodio che vede Gesù partecipe al pranzo del fariseo Simone. Gesù viene invitato al banchetto, ma al suo ingresso nell’abitazione del fariseo non gli è riservata alcuna forma di accoglienza, così come prevedevano i costumi dell’epoca. La comprensione della storia, infatti, è strettamente legata anche ad una adeguata conoscenza delle consuetudini antiche. 
A sopperire alla grave violazione delle regole di cortesia interviene una donna che tutti riconoscono essere una peccatrice, la quale, però, senza vergogna, piangendo e con i propri capelli pulisce i piedi di Gesù, li bacia e li unge con dell’olio profumato. Questa scena determina lo sgomento e l’indignazione generale, oltre che di Simone, non solo perché la donna è una prostituta, ma soprattutto perché Gesù, in qualità di profeta, non la scaccia via. Il fariseo, in realtà, vuole capire se Gesù sia davvero un profeta e le mancanze nei suoi confronti sono giustificate da questo intento. E’ a questo punto della storia che Gesù introduce la parabola dei due debitori, rivolgendosi allo stesso Simone. Un creditore condona i debiti sei suoi due debitori, nonostante questi gli dovessero somme diverse, l’uno cento, l’altro cinquanta denari, perché non possedevano il quantitativo dovuto. Gesù chiede a Simone quale dei due debitori sarà più riconoscente con il creditore. Il fariseo, in modo corretto, risponde che sarà colui che avrebbe dovuto restituirgli la somma maggiore. 
La parabola è molto breve, ma racchiude una verità molto profonda e importante. Essa non termina con una conclusione ma con una domanda dalla quale, non solo il fariseo Simone, ma anche il lettore/ascoltatore deve partire per poterne comprendere il significato intrinseco. L’amore è la risposta giusta a un favore immeritato; il debito più grande della persona a cui è stata condonata la somma maggiore è quella di amare di più e dimostrare maggior gratitudine. Nell’episodio narrato da Luca chi ha dimostrato di amare di più è stata la peccatrice, al contrario del fariseo Simone che aveva invitato Gesù e che molto probabilmente non era nemmeno in grado di  accorgersi del suo grave peccato di orgoglio e di presunzione, oltre che della sua tendenza innata di giudicare tutto e tutti. Noi creature umane siamo tutti bisognosi di perdono, siamo tutti nelle condizioni di dover riconoscere i nostri peccati, le nostre colpe, le nostre cattive tendenze; per di più siamo chiamati a pentircene, a invocare il perdono di Dio, ad apprezzare questo suo perdono. Noi tutti possiamo identificarci con la peccatrice, che nel pentirsi ha dimostrato la sua conversione ed ha ottenuto il perdono di Gesù, ma ancor più vestiamo le spoglie del fariseo Simone, perché attenti al giudizio altrui o a giudicare l’altro senza mezzi termini, così imbocchiamo la strada più facile, ma anche la più sbagliata, poi non sappiamo cosa sia il perdono, non sappiamo perdonare, ma, trovandoci dall’altra parte, lo agogniamo. E’ l’assenza di vergogna nella peccatrice che testimonia non solo il pentimento, ma soprattutto l’avvenuta conversione; la donna nonostante sia consapevole della propria condizione e soprattutto della considerazione che gli altri hanno di lei, non esita un istante a manifestare la propria gratitudine a Gesù, che aveva parlato degli ultimi, come lei, e aveva aperto le Sue braccia a loro, oltre che il Regno dei Cieli. Non è lo stesso atteggiamento che possiamo cogliere in Simone, ma è proprio da lui che si può partire per approntare un’adeguata riflessione interiore circa il vero significato del perdono.

                                              IL FARISEO E IL PUBBLICANO (Lc 18, 9-14)

La parabola del fariseo e del pubblicano si trova solamente dal Vangelo secondo Luca (18, 9-14). Gesù racconta questa parabola per alcuni che presumevano di essere giusti  e disprezzavano gli altri. Ancora una volta al centro della vicenda troviamo un fariseo. Al tempo di Gesù, infatti, i Farisei erano un gruppo religioso molto stimato all’interno della comunità per la loro adesione rigorosa alla legge di Mosè. Dall’altra parte invece abbiamo un pubblicano. I pubblicani erano ebrei che collaboravano con l’impero romano, riscuotendo a loro nome le tasse, e godevano di una pessima fama.  
Entrambi gli uomini si trovano nel tempio a pregare: il fariseo si vanta dell’impeccabilità della propria persona, arrivando a disprezzare il pubblicano poco distante da lui; dall’altro canto il pubblicano, che non riesce ad alzare gli occhi al cielo e che si percuote il petto, chiede pietà a Dio per i propri peccati. Il senso della parabola è espresso nella sua ultima parte: “[…] chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Il fariseo infatti si fa emblema di presunzione, superbia ed orgoglio; la sua non è una preghiera rivolta al Padre, ma è solo un modo per parlare a se stesso e decantare le sue “buone qualità ed azioni”, in forte contrasto con il pubblicano peccatore, nei confronti del quale si sente giusto, oltre che legittimato a giudicarlo. Il pubblicano, invece, si fa simbolo di umiltà, sapienza e sincerità ed è proprio l’umiltà che diventa protagonista della parabola, come deve esserlo nella vita di tutti gli uomini. Questo è l’insegnamento che Gesù vuole infondere ai suoi ascoltatori e all’umanità, Egli infatti non esprime un giudizio circa la legittimità della professione del pubblicano, ma si ferma a considerare il suo atteggiamento interiore, per l’appunto intriso di umiltà. Si può dire che la parabola invita a fare una profonda analisi di coscienza per poter comprendere che non è la presunzione di essere nel giusto che rende tale un uomo, ma è l’umiltà di riconoscere i propri peccati e i propri limiti a farlo. Siamo tutti pronti a giudicare gli altri, ad individuare le brutture altrui, i limiti e le mancanze, ma prima dovremmo soffermarci su noi stessi e guardare dentro di noi, andare oltre le apparenze, riconoscere i propri peccati, essere umili verso il Signore, non sostituirci a Lui, esserlo verso noi stessi e infine nei confronti del prossimo.                                             

                                                                                                 Luigia Enza Carbone

                                                          
                                                                   20 Marzo
 Con la domenica delle Palme si apre la settimana centrale dell’anno liturgico, quella più intensa, nella quale ogni coscienza cristiana è invitata a concentrarsi nell’ascolto, nella meditazione, nel rivivere nella fede la rievocazione dell’ultima Cena, la crocifissione e morte, la risurrezione di Gesù. La celebrazione della liturgia domenicale si muove attraverso due momenti soprattutto, il primo è la processione delle palme nella quale si ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme con una folla festante che acclama: “Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!”, nonostante le apparenze. Gesù, infatti, arrivava a dorso di un puledro reclutato per lui all’ultimo momento. Non potevano, tra l’altro mancare gli onnipresenti farisei a dirgli: “Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”. Ma egli rispose: “Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre”. Non era l’inizio di un’apoteosi, ma i primi passi di una settimana tutta in salita per Gesù, in fondo alla quale ci sarebbe stata la croce. Stando così le cose, il trionfo della Risurrezione umanamente non era prevedibile. Tuttavia l’evangelista nel suo racconto della passione fa intravedere una specie di partecipata compassione nelle donne che piangono e facendosi largo tra la folla asciugano sudore e sangue che solcavano il suo corpo già martoriato, quasi a voler significare che nonostante tutto per alcuni tanta innocenza e bontà manifestata lungo le vie della Galilea non aveva lasciato insensibili tutti, né il riconoscimento del centurione sul Golgota era stato un episodio isolato. La passione di Gesù, già nel suo svolgersi aveva prodotto i primi frutti di conversione e salvezza, mostrandosi fin da subito strumento di universale riconciliazione. A proposito di riconciliazione, spicca nella giornata delle Palme la processione con i ramoscelli di ulivo, i quali richiamano alla nostra mente un altro momento della storia della salvezza quando la colomba liberata da Noè alla fine del diluvio ritornò indietro con un ramoscello di ulivo nel becco, annunciando così la ritrovata calma cosmica, quasi una riconciliazione universale degli elementi con l’uomo. Nella domenica delle palme la chiesa ripropone ai suoi fedeli lo stesso segno a significare, alla fine del cammino di purificazione della quaresima, la pace con Dio e con i fratelli e la rinnovata volontà di conversione. Si è consolidato con la tradizione il gesto di scambiarsi in famiglia e fuori un rametto di ulivo anche come impegno ad adoperarsi quotidianamente nella costruzione della pace, diventandone portatori verso tutti e in ogni modo, spezzando la crosta indurita dall’egoismo, dall’indifferenza, ricomponendo l’unità infranta. “Beati i piedi di quelli che annunciano il bene, di quelli che annunciano la pace”, dice S. Paolo. È giornata di misericordia la domenica delle Palme. A distanza di un anno, nelle chiese, durante la liturgia, viene riletto il racconto della passione e della morte di Cristo, quasi una cronaca dettagliata di un supplizio, la crocifissione, che, al di là del sacrificio della vita, rappresentava in quel tempo anche la peggiore delle umiliazioni possibili, con l’unico scopo di ridare pace al genere umano. Purtroppo, a distanza di oltre duemila anni gli uomini non hanno ancora imparato la lezione. Quel sacrificio si rinnova misticamente ogni giorno sugli altari quando si celebra la messa, ma soprattutto si rinnova quotidianamente in ogni sofferenza inflitta o solo tollerata ad ogni essere umano, a cominciare dai tanti bambini uccisi dalla violenza, dalla fame, dalla guerra. L’anno giubilare della misericordia va appunto nella direzione di un impegno operativo soprattutto della Chiesa e per tutti i cristiani, e vuol essere un richiamo a tutti gli uomini sulla necessità di essere, ciascuno per la propria parte, portatore di salvezza, a cominciare da questa vita, per spianarsi la strada verso quella eterna.                                   MS
 
                                                 Domenica 13 marzo
La parola “Vangelo”, ormai sono moltissimi a saperlo, significa “buona notizia”. E possiamo anche dire che sempre la Parola di Dio è  una buona notizia. Lo erano gli annunci dei profeti nel Vecchio testamento, buona notizia erano gli insegnamenti di Gesù mentre percorreva, in vita, le vie della Galilea, dove “passò sanando e beneficando tutti”, come racconta Matteo nel suo vangelo, e sono buona notizia le predicazioni dei primi discepoli di Gesù e di tutti quelli che si sono succeduti nella storia e che hanno annunciato e continuano ad annunciare con sincerità Lui e il suo messaggio. In questa V domenica di quaresima, verso la fine del cammino di preparazione alla celebrazione della Pasqua, la parola di Dio ritorna sul tema della misericordia che, com’è noto, è l’idea guida di quest’anno giubilare. 
Il brano del profeta Isaia celebra con accorate parole il ritorno degli Ebrei dall’esilio di Babilonia. Per essi il Signore non aveva esitato ad aprire “una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti” e per questo li invita a non avvitarsi nei ricordi del passato, che potevano bloccare la loro fiducia e rubare loro la speranza. L’infinita bontà del loro Dio avrebbe provveduto ad operare nuove meraviglie, facendo sorgere acqua nel deserto e fiumi nella steppa per dissetare il suo popolo. La conversione consiste proprio in un taglio deciso con il passato, qualunque esso sia stato, la cui nostalgia, o anche terrore se è stato oscuro, può bloccare l’uomo, togliendogli la forza di sperare, di progettare un futuro diverso. Davanti abbiamo sempre la misericordia di Dio Padre che ci aspetta per colmarci ancora dei suoi doni, come ci ha insegnato la parabola del figliuol prodigo la settimana scorsa. 
A leggere con attenzione il brano della lettera di S. Paolo ai Filippesi, ci viene insegnato come ci si converte. Sicuramente, è fondamentale la partecipazione personale all’iniziativa che parte sempre da Dio, iniziativa che non è sempre traumatica come avvenne per l’Apostolo delle genti; l’invito alla conversione può giungere attraverso svariati modi: può essere la buona parola dell’amico, una occasione fortuita che fa riflettere sul vero valore dell’esistenza, e tante altre circostanze, non escluso il degrado morale personale e sociale, come accadde per il figliuol prodigo e come insegna l’episodio della donna adultera considerato nella liturgia di questa domenica, perché nulla può ostacolare l’infinita misericordia di Dio. Una cosa è certa, l’incontro con Cristo produce una rottura profonda col passato, il mondo che ci circonda viene valutato e guardato con occhi nuovi, si comprende la vera dimensione dell’esistenza e ci si rende conto che la salvezza viene da Dio. Di mezzo c’è sempre la sua misericordia. 
Il punto d’arrivo dell’insegnamento di Gesù è sempre lo stesso e per indicarlo il Maestro, domenica scorsa aveva fatto ricorso ad una parabola, quella del figliuol prodigo, con la quale esortava ad avere sempre fede nell’infinita misericordia del Padre celeste, che ama prima di essere amato. Con l’episodio dell’adultera passa alla pratica: accorda tutto il suo perdono alla donna che gli scribi e i farisei strategicamente e maliziosamente gli avevano presentato “per metterlo alla prova”, loro, i custodi inflessibili della legge di Mosè, infastiditi soprattutto dal fatto che “tutto il popolo andava da Lui. Ed Egli sedette e si mise a insegnare loro”, dicendo cose non in linea con quella legge. Dopo aver tante volte ricordato la grandezza della misericordia divina che ancora una volta si manifesta al cospetto della donna adultera: 
“Nessuno ti ha condannata?». …. «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più», non si può sottacere la grande lezione per tutti di umanità, di equità, di prudenza e di compassione impartita da Gesù. Egli non condanna la povera donna, ma non pronuncia neppure un’esplicita condanna nei confronti di coloro che l’avevano condotta lì per lapidarla; a questi può bastare l’interiore umiliazione per aver dovuto riconoscere di essere anch’essi peccatori: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra: “Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani”. Gesù non nega il giudizio di Dio, ma vuole che prima di caricare gli altri di pesanti fardelli, ciascuno operi una profonda revisione su se stesso,  ma non per alimentare scoraggiamento e tristezza ma per guardare avanti con fiducia. Sulla strada della conversione non saremo mai soli: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.                          MS
 
                                                           6 Marzo
Alcune domeniche dell’anno liturgico sono fortemente caratterizzate o perché legate ad antiche tradizioni religiose o perché in esse vengono proposti all’attenzione dei fedeli brani di sacra scrittura molto famosi e carichi di suggestione. Una di queste è proprio la IV domenica di quaresima che viene solitamente indicata come “domenica laetare”, parola latina che significa rallegrati, gioisci. L’espressione è ripresa, a sua volta, da un passo di Isaia nel quale il profeta invitava Gerusalemme a gioire perché finalmente era giunto il tempo nel quale la sua tristezza sarebbe finita, dopo il raggiungimento della tanto attesa liberazione dalla schiavitù degli Egiziani e l’arrivo nella terra promessa dove finalmente gli Israeliti avrebbero potuto cibarsi dei frutti della loro terra e celebrare così degnamente la loro Pasqua. Altro elemento caratteristico di questa domenica è la lettura, durante la messa, della parabola da tutti conosciuta come la parabola del Figliuol Prodigo che è diventata una delle pagine più famose del vangelo di Luca ed è di così forte impatto emotivo che perfino uno scrittore agnostico come André Gide intitolò un suo romanzo: “Ritorno del figliuol prodigo”. Ma a dispetto del titolo attribuito alla parabola, in effetti il centro focale del racconto è il padre; su questo, infatti si confrontano due esperienze filiali antitetiche: da un lato c’è quella del figlio peccatore e ribelle che percorre fino in fondo il cammino del male, fino, cioè, al suo punto più oscuro ed umiliante: per vivere era costretto a sottrarre ai porci le loro ghiande. Ma dall’abisso egli risale convertendosi e ritorna alla casa paterna, alla mensa comune, espressione di un amore che si ripaga nella gioia del dono.  Dall’altro il figlio primogenito, tutto casa e lavoro, apparentemente fedele, di una fedeltà opportunista, impostata su un criterio di giustizia tutta rivolta al proprio vantaggio e che, al primo intoppo svanisce, trasformandosi in rancore, portando alla luce il vero sottofondo di una correttezza solo formale, quella del tornaconto fine a se stesso, che esprime solo grettezza d’animo, estraneità verso l’amore reciproco. Atteggiamenti che potevano senza dubbio incontrare l’approvazione e il plauso di scribi e farisei, cultori delle apparenze, del perbenismo di facciata, ben rappresentati dal primogenito, non certamente di Gesù che per loro era solo motivo di scandalo. “I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Non avevano capito che Gesù era venuto a testimoniare un Dio diverso da quello immaginato da loro, un Dio la cui paternità va al di là del loro “buon senso”, travalicando le ragioni dei cosiddetti “benpensanti”.  In Gesù che accoglie i peccatori, gli stranieri, le donne di strada, gli esclusi, quelli dai quali i cosiddetti “giusti” si mantengono alla larga, si manifesta un Dio misericordioso, che non manifesta chiusura nei confronti di nessuno, capace solo di perdonare chi, in qualunque modo, mostra il desiderio di rinnovarsi, di ritrovare se stesso. In fondo il peccato, nel linguaggio della Bibbia, sta per “sbagliare direzione”, “fallire il bersaglio”; alla fine di un cammino nell’errore, nel male, non si trovano gratificazioni, anzi in agguato c’è sempre un’amara delusione. Il peccato porta lontano da Dio e porta lontano anche da se stessi. S. Ambrogio, per chiarire l’antitesi esistente tra il peccato e la conversione, dice che “Chi ritorna al Signore si restituisce a se stesso, chi se ne allontana abdica a se stesso”.  L’incontro tra l’iniziativa, sia pure interessata, del “prodigo” e quella del padre che, chi sa quante volte, trepidante e con il fiato sospeso, avrà scrutato l’orizzonte nella speranza di scorgere il figlio che ritorna, ricompone l’unità della famiglia ed in questa unità l’ ”errante”, in tutti i sensi, trova la propria salvezza.  È sempre la misericordia divina che trionfa. La parabola del Figliuol Prodigo è veramente vangelo per tutti noi, cioè una “buona notizia”. Dio è così come ce lo ha rivelato il suo Figlio: un Dio dell’amore e del perdono che accoglie sempre il peccatore pentito, riportandolo alla pienezza della sua dignità.
Michele Santangelo
 
 
 
             TESTO DELLA VIA CRUCIS DI DOMENICA PROSSIMA
                                  1 Gesù è condannato a morte
 
Il governatore domandò:”Chi dei due volete che io vi rilasci?”.
Quelli risposero: Barabba!”
Disse loro Pilato:”Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?”.
Tutti risposero: Sia crocefisso!”.
Ed egli aggiunse:”Ma che male ha fatto?”
Ed essi urlarono: “Sia crocefisso!”.
Allora rilasciò loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocefisso (Mt)
 
Preghiamo per tante persone sole non soltanto qui a Cannalonga; chiuse in una stanza, circondate da pareti spoglie e in compagnia di un telefono muto, sono dimenticate da tutti perché vecchie, ammalate, estranee
 
                                  2 Gesù è caricato della croce
 
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile e convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora, e dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo.
Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo (Mc)
 
Egli è deriso e nella derisione emerge la verità. Quante volte le insegne del potere portate dai potenti sono state un insulto alla verità, alla giustizia, alla dignità dell’uomo, divenendo una caricatura rispetto al compito di servire il bene comune.
Gesù, vero re, porta la corona della sofferenza ed abbraccia la croce proprio per porre riparo a questa ingiustizia e ricordare che la giustizia non regna tramite la violenza, ma tramite l’amore. 
Perciò egli porta su di sé la nostra croce, il peso d‘essere uomini somiglianti più a Canino che ad Abele, il peso di un mondo che sembra sprofondare sempre più nel male.
 
                               3 Gesù cade per la I volta
Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percorso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. 
Maltrattato, si lasciò umiliare non aprì la sua bocca, era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprila la sua bocca (Is. 53)
 
In questa caduta sotto il peso della croce vi è il volontario abbassamento del re, figlio di Dio, per sollevarci dal nostro orgoglio. E’ un invito ai discepoli per riflettere sul tradimento e sulla paura che li ha indotti a lasciarlo solo. Una evocazione delle storie d’infedeltà e di debolezza di tanti di noi, disposti a piangere i peccati per poter finalmente credere e, quindi, evitare i tanti piccoli tradimenti che consumiamo ogni giorno, pronti ad incontrarci con lo sguardo misericordioso di Gesù sofferente.
 
Gesù incontra sua Madre
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 
Simone li benedisse e parlò a Maria, sua Madre: ”Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2)
 
Maria aveva serbato tutte queste cose nel suo cuore ed ora, al contrario di tutti gli altri, ella sta lì, con il coraggio della madre, con la fedeltà della madre, con la bontà della madre. 
La fede di Maria resiste nella dolorosa oscurità del momento.
Di fronte al prevalente atteggiamento di oggi, fatto d’indifferenza, disinteresse, convenienza personale per apparire senza essere, cerchiamo la verità racchiusa in questo quadro di tanta umana sofferenza offerto da Gesù, uomo del dolore, e da Maria, alla quale una spada trafigge il cuore. 
Impegniamoci a superare scetticismi e relativismi etici che rischiano di costellare del nulla soprattutto la vita dei nostri giovani.
 
                                   5 Gesù aiutato dal Cireneo
 
E condussero fuori Gesù per crocifiggerlo.
Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce.
Condussero dunque Gesù al luogo del Golgota, che significa luogo del cranio, e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese (Mc 15)  
 
L’aiuto del Cireneo, simbolo di tutti gli atti di solidarietà per i sofferenti, gli oppressi e gli affaticati, è anche una coinvolgente richiesta di aiuto da parte di Cristo che cammina a nostro fianco sui sentieri della vita quotidiana. Perciò, soprattutto quando egli bussa inaspettato, dimostriamo il coraggio di non volgere lo sguardo altrove. Evitiamo, riscoprendo il dono della preghiera, di non sentire, perché assordati da tanti rumori, i suoi passi, che si avvicinano, ed i rintocchi alla porta della nostra casa. 
Ricordiamo l’incontro involontario dell’uomo di Cirene dal quale è scaturita la fede. Infatti, accompagnando Gesù e condividendo il peso della croce, egli ha capito consentendo che il mistero sofferente e muto di Gesù gli toccasse il cuore.
 
                             6 Veronica asciuga il volto di Gesù 
 
Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro,
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati,; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato (Lc 6)
Cercheranno il mio volto e ricorreranno a me nella loro angoscia.
“Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare a noi vivremo alla sua presenza. Affrettiamoci a conoscere il Signore” (Osea, 5 e 6) 
 
Gesto di bontà femminile, è una parentesi tra tanto orrore. Ella non è contagiata dalla brutalità dei soldati, né immobilizzata dalla paura dei discepoli. La donna vede soltanto un volto maltrattato e segnato dal dolore ed è pronta ad agire. 
Il gesto induce a pregare per tante donne ed uomini prostrati dalla miseria e dalla fame, per tanti bambini gracili, per vecchi sfiniti, per  poveri debilitati. La misericordia del Signore ha fatto di tali situazioni solo un pallido ricordo a Cannalonga, ma il paese non deve cancellare la riconoscenza per la Provvidenza, trasformandola perciò in operosa generosità.
 
                                 7 Gesù cade per la II volta
Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che bel conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. (Isa 53)
Salvami, O Dio: l’acqua mi giunge alla gola. Affondo nel fango e non ho sostegno; sono caduto in acqua profonde e l’onda mi travolge. Sono sfinito dal gridare, riarse sono le mie fauci; i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio (Sal 69)
In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Gv 12),
 
Nella storia dell’umanità la caduta dell’uomo assume forme sempre più nuove. Oggi forse la più grave è la banalizzazione di chi non crede più a nulla e si lascia semplicemente andare vivendo in un nuovo paganesimo. Proprio per redimere quest’uomo il Signore porta il peso della croce e cade, cade per poter venire a noi e nella sua caduta dobbiamo trovare noi la forza di rialzarci.
 
                   8 Gesù incontra le donne che piangono per lui
 
Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su i lui.
Ma Gesù, voltandosi verso l donne, disse:”Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli.
Ecco verranno giorni nei quali si dirà: beate le sterili e i grembi che non hanno generato, e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! E ai colli: copriteli!
Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?” (Lc 23) 
 
Non serve compiangere a parole e sentimentalmente le sofferenze di questo mondo, mentre la nostra vita continua come sempre.  Il pianto delle donne di Gerusalemme è un inno di dolore delle tante donne umiliate e violentate, quelle emarginate e sottoposte a mariti-padroni che non sanno entrare in relazione con loro e pretendendo che siano soltanto obbediti, donne in crisi e sole di fronte alle decisioni più drammatiche e traumatiche rispetto alla vita.
 
                                   9 Gesù cade per la III volta 
 
Fino a quando mi tormenterete e mi opprimerete on le vostre parole?
Sappiate che Dio m i ha piegato e mi ha avviluppato nella sua rete.
Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta, chiede aiuto, ma non c’è giustizia! Mi ha sbarrato la strada perché non passi e sul mio sentiero ho disteso le tenebre. Mi ha spogliato della mia gloria e mi ha tolto dal capo la corona. Alla pelle si attaccano le mie ossa e non è salva che la pelle dei miei enti (Gb 19)
Patì per voi lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno nella sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia. (I Pt 2)
 
Con questa caduta consideriamo le sofferenze che Cristo patisce ad opera della sua Chiesa quando abusa del suo potere e, celebrando solo se stessa, non si rende conto di Lui, quando distorce ed abusa la parola del Vangelo, quando gli ecclesiastici non manifestano una fede vera e si vestono di superbia e di autosufficienza. 
Il tradimento dei discepoli, la ricezione indegna del suo Corpo e del suo Sangue sono certamente il più grave dolore del Redentore, quello che gli trafigge il cuore, che lo strazia sotto il peso della croce.
                                                            
                        10 Gesù spogliato delle sue vesti
Giunti a un luogo detto Golgota, che significa luogo del cranio, gli diedero da bere vino mescolato con fiele; ma egli, assaggiandolo, non ne volle bere. Dopo averlo quindi crocifisso, si spartirono le sue vesti tirandole a sorte. E seduti , gli facevano la guardia (Mt 27).
Erano le nove del mattino quando lo crocifissero: e l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra (Mc 15). 
 
Il vestito conferiva all’uomo la sua posizione sociale, essere spogliato in pubblico significa che Gesù non è più nessuno, subisce l’estremo annientamento anche nell’intimo del proprio pudore caricandosi del disonore di Adamo per sanarlo, delle sofferenze e dei bisogni dei poveri, di coloro che sono espulsi dal circolo dei potenti. Così egli compie la parola dei profeti e ci invita ad avere un profondo rispetto dell’uomo in tutte le fasi della sua esistenza rivestendolo della luce della sua grazia.
 
                                11 Gesù inchiodato sulla Croce
 
I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!”
Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: Ha salvato altri non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo”.
E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano (Mc 15)
Gesù diceva :”Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23)
 
Non beve la pozione anestetizzante per prendere su di sé coscientemente il dolore della crocifissione, né usa il suo potere per scendere dalla croce. 
Lasciamoci inchiodare a lui per non cedere alla tentazione; Gesù ci conferisce la forza perché sopporta la crudeltà di questo dolore, la distruzione del suo corpo e della sua dignità. In filigrana intravediamo le contraddizioni nelle quali siamo precipitati trasformando il diritto all’immagine nel macabro monopolio dello spettacolo ad ogni costo per celebrare superficialità, banali curiosità e la ricerca di emozioni ad ogni costo della società perbenista, la quale non comprende i suoi giovani e li costringe a ricorrere alla provocazione ed all’eccesso per richiamare l’attenzione di un mondo assuefatto a tante droghe ed incapace di animare lo spirito intorpidito, il cuore insensibile, la mente offuscata.
 
                              12 stazione Gesù muore sulla croce
 
Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio.
Alle tre Gesù  gridò con voce forte: “Eloì, Eloì, lema sabactanì?”, che significa “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: “, chiama Elia!”
Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postola su una canna, gli dava da bere, dicendo:”Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce”.
Ma Gesù, dando un forte grado, spirò.
Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse:”Veramente quest’uomo era il figlio di Dio!” (Mc 15)
 
E’ il crocefisso che oggi si vuole togliere dai luoghi pubblici, dimenticando che sul Golgota a morire non è un dio remoto ed impassibile, ma il Dio innamorato, appassionato delle sue creature, fino al punto d’imprigionarsi liberamente in un corpo sperimentando dolore e morte. 
Per questo il crocefisso è diventato simbolo universale della solitudine, della morte, dell’ingiustizia, del male e, nello stesso tempo, anche l’unica speranza possibile in un mondo globalizzato e che attende, incerto, la carezza della mano salvifica di Dio per rispondere alle attese di chi lo cerca anche se con l’irrequietezza propria delle contraddizioni della natura umana
 
            13 Gesù deposto dalla croce e consegnato alla Madre
 
C’erano anche là molte donne che stavano ad osservare da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla galilea per servirlo (Mt 27)
 
Signore sei disceso nell’oscurità della morte. Ma il tuo corpo viene raccolto da mani buone e avvolto in un candido lenzuolo. La fede non è morta del tutto, il sole non è del tutto tramontato. Quante volte sembra che tu stia dormendo. Com’è facile che noi uomini ci allontaniamo e diciamo a noi stessi: Dio è morto. 
Fa’ che nell’ora dell’oscurità riconosciamo che tu comunque sei lì. Aiutaci a non lasciarti solo. Donaci una fedeltà che resista nello smarrimento, come tua Madre, che ti accolse di nuovo nel suo grembo. 
 
                          14 Gesù nel sepolcro
 
Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del Sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del Sinedrio, che aspettava anche lui il Regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù.
Pilato si meravigliò che fosse già morto da tempo e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione concesse la salma a Giuseppe.
Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce, e avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro.
Intanto Maria di Magdala e Maria madre di Joses stavano ad osservare ove veniva deposto (Mc 15)
 
Sembra che tutto sia finito, nella continua partita tra vita  morte pare che l’uomo debba registrare un ennesimo scacco matto. Invece in questa deposizione non c’è sconfitta, ma solo attesa, perché il sangue ed acqua sgorgato dal costato del crocifisso hanno fatto intravedere un bagliore di luce che è più forte del buio della morte e della pietra che chiude solo per 3 giorni quel sepolcro.                  
 
 
                                                  III domenica di Quaresima
 
Una volta, e neppure moltissimo tempo fa, una delle prime conoscenze che si cercava di comunicare ai bambini che frequentavano i corsi di catechismo era che “Dio è l’essere perfettissimo, creatore del cielo e della terra”. Poi, naturalmente, era necessario spiegare il senso di questa parola “perfettissimo” e tutto quello che ne conseguiva e, via di seguito, con domande tutte concatenate tra di loro, perfette sintatticamente, grammaticalmente impeccabili e logicamente coerenti. Tutti imparavano a memoria e molti, ancora oggi, a distanza di non pochi anni, sono capaci di ripetere alla perfezione. Ma quasi sempre, oggi come allora, pur rimanendo assolutamente vere e incontestabili, sono espressioni per  le quali, con tutti i forse possibili, non ci si entusiasma, non ci si emoziona. Probabilmente i pensieri che per primi si affacciano alla mente sono pensieri di grandissima ammirazione per tanta perfezione che, però, rimarca in modo inequivocabile la distanza siderale di questo nostro Dio dalla nostra miserevole condizione di esseri estremamente imperfetti, deboli, vittime della nostra stessa natura, più inclini a fare il male che il bene, come ci dimostrano le tante situazioni di guerra, di sofferenza, di ingiustizia, che producono fame, carestia, desolazione, movimenti di milioni persone che fuggono, fuggono, sapendo con sicurezza solo da dove fuggono ma senza avere chiaro nella mente e nel cuore un approdo sicuro. Una immagine di Dio che, pur rimanendo totalmente vera, fa riferimento molto più a ragionamenti di uomini che a ciò che Dio stesso ha voluto comunicare di Sé, attraverso la sua parola, prima consegnata al suo popolo attraverso i profeti i quali proponevano un Dio incarnato, presente, operante, legato a filo doppio alla stessa storia di quel suo popolo, storia che per questo diventa storia di salvezza. Ed è così che si presenta a Mosè dal roveto ardente: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Questa l’identità che per volere di Dio stesso Mosè deve comunicare al suo popolo:  “Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. E nel presentarsi, il Signore aveva ricordato al suo profeta: “Sono sceso per liberarlo (il popolo d’Israele) dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele». È Dio che ha pietà e compassione del suo popolo, anche se questo spesso ha meritato altro, costruendosi il vitello d’oro e adorandolo, dubitando di lui davanti alla sofferenza, alla carenza di cibo e di acqua nel deserto. È un Dio misericordioso che fa piovere sui buoni e sui cattivi, al quale interessa fare breccia prima di tutto nel cuore degli uomini, per poter comunicare ad essi una fede coinvolgente, capace di abbracciare tutto il loro essere e non solamente una fredda adesione intellettuale. Nella stessa direzione va la lezione impartita da Gesù stesso nel brano del vangelo di Luca in questa terza domenica di quaresima, nel quale alcuni riferiscono al Maestro del grave fatto di sangue ad opera di Pilato contro alcuni Galilei aspettandosi una chiara presa di posizione. È un po’ quello che facciamo anche noi, quando di fronte a certe sciagure che colpiscono tutti, buoni e cattivi, invochiamo l’intervento di Dio a punire, in qualità di giustiziere, i colpevoli. Ma Gesù è sempre e comunque per la vita; al suo cospetto deve nascere e consolidarsi nel cuore degli uomini la speranza, la fiducia, non la paura. E se conversione deve essere, non può avvenire per paura del castigo, ma per il desiderio di corrispondere ad un amore infinito. Dio sa aspettare. Il momento propizio per portare frutti di bene arriva per tutti. Gesù non lancia avvertimenti minacciosi; distribuisce piuttosto inviti: “Convertitevi e credete al vangelo”. È un invito che riguarda tutti, anche quelli che sono soliti ripararsi all’ombra del loro perbenismo, nella convinzione di “essere a posto”.
                                                                                                                               MS
 
                                              II domenica di Quaresima
                                                    (spunti di riflessione)
 
La scorsa domenica nel deserto abbiamo considerato l’esperienza della tentazione; oggi siamo invitati ad pellegrinaggio in salita per comprendere il mistero della Pasqua. 
E’ una situazione sconvolgente; i discepoli che la fanno non videro altro che Gesù. Si tratta di una esperienza su invito, solo tre sono chiamati ed assistono ad un dialogo di preghiera che produce metamorfosi: dal corpo di miseria al corpo di gloria.
Gesù non parla o fa miracoli, in questo modo rivela la sua intima identità e prepara i discepoli a cosa li attenderà tra qualche settimana. 
Scesi dal Tabor egli salirà il Golgota. La voce d’incoraggiamento del Padre si trasformerà in angosciante silenzio. Dalla luce della gloria precipiterà nelle tenebre della persecuzione, non circondato più da Elia e Mosè, ma messo in mezzo tra due malfattori non trasfigurato, ma orrendamente sfigurato: icona reale del paradosso di un Dio crocifisso.
Questa domenica siamo invitati al pellegrinaggio: dal deserto al Tabor, dal vuoto della sofferenza e del disagio alla luce della gloria per sperimentare il nostro destino: essere parte del progetto di Salvezza
Viviamo la Quaresima impegnandoci in una preghiera interiore, opportunità che trasforma il nostro io, cambia il cuore facendoci divenire ciò contempliamo. 
E’ una esperienza bella, come commenta Pietro, ma che deve impegnare, come invita a fare il Padre, ad ascoltare Gesù, mediatore umano-divino degno di fiducia.
 
 
 
                                        I DOMENICA DI QUARESIMA
 
Con la ricorrenza delle Ceneri, mercoledì scorso, è iniziata la quaresima, un altro dei tempi cosiddetti forti dell’anno liturgico, in cui la chiesa intende ravvivare nell’animo dei cristiani il bisogno di un più attento e prolungato ascolto della parola di Dio, nella convinzione che questa illumina, fortifica e arricchisce il cammino della fede. Ci separano dalla Pasqua quaranta giorni nei quali ciascun cristiano dovrebbe sentirsi maggiormente impegnato a rimeditare sulle scelte della propria vita ponendole a confronto con la scelta fondamentale di essere cristiano. È vero, moltissimi di noi sono diventati cristiani appena nati, senza, pertanto, aver fatto intervenire una propria risoluzione consapevole. Tuttavia questa circostanza non esime i battezzati dall’impegno a diventare adulti anche nella vita cristiana attraverso un cammino di maturazione man mano che  si acquista coscienza di questa particolare condizione. Essere cristiani, al di là di determinate e spicciole prescrizioni, come può essere quella dell’astenersi dal mangiare carne nei venerdì di quaresima e di digiunare nel mercoledì  delle ceneri o il venerdì santo, è una condizione che invera ed esalta la stessa condizione umana, facendo emergere dal profondo di essa il meglio. Infatti, come la vita di ogni essere umano cresce in consapevolezza consentendo all’individuo di esprimere tutte le sue migliori potenzialità per il bene di sé e del prossimo, allo stesso modo il cristiano, diventato tale per un dono divino e per un’educazione familiare ed ecclesiale, deve maturare nella vita cristiana attraverso la scelta consapevole di credere in Cristo e di seguirne l’esempio e l’insegnamento. 
La quaresima si inserisce nel quotidiano del cristiano come un tempo propizio per una rievangelizzazione della sua vita personale, familiare, sociale, professionale, culturale e, perché no, anche politica. La religione ebraico-cristiana è religione che si basa su un’alleanza e su un patto tra Dio e il suo popolo. In questo patto l’iniziativa di Dio non annulla, semmai  rispetta, sollecita, avvalora la libertà umana attraverso la libera adesione al progetto di salvezza concepito fin dall’inizio da Dio e realizzata per mezzo del sacrificio di Cristo sulla croce e la sua resurrezione, evento che si celebra proprio nella Pasqua, alla quale il fedele si prepara attraverso la quaresima.
In questa prima domenica quaresimale, la traccia di riflessione ci viene offerta innanzi tutto dal brano di vangelo nel quale si racconta delle tentazioni alle quali Gesù fu sottoposto dal maligno proprio alle soglie del suo ministero in mezzo alla gente, quasi a far capire che il cammino che stava per intraprendere non sarebbe stato proprio una passeggiata sull’onda della sua potenza divina, che gli competeva tutta intera essendo egli il Figlio di Dio. Così Gesù con il suo atteggiamento nei confronti delle seducenti profferte del maligno, diventa l’emblema e il paradigma di una umanità risanata e guadagnata definitivamente all’amore del Padre. Cristo, quindi, con le tentazioni inaugura un percorso che può essere di ogni uomo a condizione che riconosca il primato di Dio su ogni cosa, ricordandosi che “Non di solo pane vivrà l’uomo” e che a nulla serve guadagnare tutto il mondo, magari a scapito dei propri fratelli, e poi perdere la propria anima. Cammino di fede, quello della quaresima, in cui siamo invitati a mettere al primo posto le esigenze dello spirito per rinfrescare il nostro rapporto con Dio, per mezzo della penitenza, della preghiera, della carità. Basterebbe essere disposti a rinunciare al superfluo, al di più nella vita quotidiana, in favore di chi è meno fortunato. Basta essere un poco più attenti e sensibili per avvertire la voce del bisogno, della richiesta di aiuto. È il modo migliore per corrispondere all’amore di cui siamo stati oggetto ed è la migliore risposta di fede quella che si espande nelle case e nelle strade, nell’insieme continuo degli atti d’amore per il fratello. 
 
                                                         7 febbraio

A leggere i giornali, ascoltare certi talk show televisivi a confine tra la politica, l’economia, la morale, l’attualità, la storia, la religione, la filosofia, e chi più ne ha ne metta, si ingenera l’ idea che oggi si stia vivendo a tutte le latitudini il peggiore dei mondi possibili; convinzione  che sia pure esagerata, non si può dire che non abbia alcun riscontro nella realtà. Le reazioni sono veramente molteplici. Si passa da quelli che sottovalutano il tutto pensando che si tratti di una situazione temporanea: “Ha da passà 'a nuttata” di eduardiana memoria in “Napoli milionaria”, a quelli che pensano di avere in mano la soluzione che, guarda caso, passa sempre attraverso la demolizione o confutazione delle soluzioni pensate da altri, oppure quelli che si perdono in mille analisi più o meno dotte, volte all’individuazione delle cause. Alla fine il tutto si risolve in un esercizio intellettualistico che a nulla porta, cioè, come si suole dire, un semplice “parlarsi addosso”. Unico riscontro concreto: il dilagare della sfiducia, sentimento che tende ad allargarsi a macchia d’olio, coinvolgendo un po’ tutti e che domina anche fra le mura domestiche, portando il nucleo familiare a rinchiudersi spesso in un disperato egoismo, da cui deriva poi un pericoloso inaridimento dello spirito, povertà di sentimenti, chiusura nei confronti dei bisogni degli altri con un ripiegamento esasperato sui propri. In tal modo la serenità, la gioia dello stare insieme con spirito di partecipazione emotiva alla gioia e felicità degli altri, ma anche alle loro sofferenze svaniscono. Le migliaia di anni di storia dell’umanità dovrebbero insegnare che la salvezza del mondo a tutti i livelli non è nelle mani dell’uomo, soprattutto se questo immagina di poterla conseguire fidando esclusivamente sulle proprie forze o sulle proprie conquiste, sia pure mirabolanti come appaiono tante di quelle oggi alla portata di tutti. Gli uomini, ripiegati solo sulla propria esistenza, rimangono pur sempre capaci di attrezzarsi al meglio, ed è solo un esempio, per un’efficienza sempre più grande anche nei mezzi di distruzione di massa. Quanto più essi si convinceranno di essere tutti parte di un progetto universale di salvezza concepito da Dio, nel quale ciascuno ha il suo ruolo, perfino il malato, il disabile, i più sfortunati, tanto più il cuore può aprirsi alla fiducia. Una grande lezione, in tal senso, ci viene proprio dai brani di Scrittura che si leggono nella liturgia di questa V domenica del tempo ordinario. Isaia, dopo avere constatato che anche lui era stato oggetto della misericordia di Dio, di fronte alla domanda del suo Signore: "Chi manderò, chi sarà mio messaggero?" egli stesso si propone: "Eccomi, manda me";  San Paolo afferma di sé: “Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli”, tuttavia riconosce: “Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana” e S. Pietro, dopo aver faticato tutta la notte invano, senza pescare nulla, a Gesù che lo invitava a riporre le reti risponde: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. La folla era accorsa sulle sponde del lago per ascoltare dalla bocca di Gesù la Parola di Dio non per assistere alla pesca miracolosa, “la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio”, testimonia l’evangelista Luca, e non guidata da sentimenti primitivi, come non è guidata da sentimenti primitivi quando accorre oggi a venerare il corpo di un Santo, e a cercare una risposta che dia finalmente senso alla propria vita, quel senso che i tanti ragionamenti, anche finissimi intellettualmente, non sono stati capaci di conferire. Un filosofo, per quanto bravo, non è depositario della verità, ma deve avvertirsi come un sincero, umile, appassionato e, nel contempo, spassionato ricercatore di essa, a meno di non rivendicare a sé o a ciò che egli afferma quella fede che milioni di persone dotate di quella stessa ragione in nome della quale egli parla e scrive, accordano a tutt’altra Parola. Si fa riferimento a quella Parola, sulla cui fedeltà molti di quelli che le hanno creduto non hanno costruito la propria fortuna, ma la corona del martirio o la capacità di operare dei miracoli, il cui effetto non è quello di “far regredire le menti e contaminare la purezza di una fede”, ma quello “di far conoscere la sua (di Cristo) divina virtù ordinata alla salvezza degli uomini” (S. Tommaso D’Aquino), filosofo a sua volta. Sono miracoli, oltre quelli di Padre Pio, anche quelli riservati a migliaia di persone, come quelli operati da Madre Teresa di Calcutta, da S. Giovanni Bosco, da S. Giuseppe Cottolengo, da Charle de Foucold e, per rimanere nel contemporaneo, Don Gnocchi, Bartolo Longo, mons. Bello, Martin Luther King, e centinaia e centinaia di altri che sempre per la fedeltà a quella Parola si sono fatti tutto per tutti, spesso nel nascondimento, senza andare alla ricerca di tornaconti non dico materiali, ma nemmeno di semplice notorietà e solo per servizio a Cristo e ai fratelli.

Michele Santangelo
 
 
                                           Gennaio IV Domenica per annum
 
La prima lettura inizia con l’affermazione che Dio conosce l’uomo prima che nasca e per lui ha già chiaro un progetto: insegnargli l’arte dell’amore.  
Ma quale? Quello descritto nella seconda lettura da Paolo col famoso elogio della carità. 
L’apostolo precisa che il suo concetto di amore viene espresso col termine “Agape”, molto più intenso ed onnicomprensivo rispetto a quello di “eros” perché riflesso dell’amore di Dio in noi.
Tutto ciò viene rivelato da Gesù, che annunzia la liberazione dell’uomo, ma non domani o in un futuro più o meno prossimo, bensì OGGI.
Gli abitanti di Nazaret come si comportano quando a loro viene annunziata questa “buona notizia”?
In effetti hanno gli occhi fissi su Gesù, ma non riescono a vederlo e percepire quello che veramente é.
Nonostante la meraviglia per quanto hanno sentito dire su di lui rimane per loro solo il figlio di Giuseppe!
Si sorprendono per le parole che ascoltano, ma vedono solo una faccia nota. Incominciano le illazioni che portano al rifiuto. 
Eppure Gesù li mette in guardia ricordando loro cosa hanno fatto profeti come Elia ed Eliseo, i quali hanno operato prodigi indistintamente per poveri, come una vedova, e potenti come il Siro Naam.
Quella di Gesù è una annotazione per denunziare ogni fatuo  privilegio nazionalistico, invitare a superare tutti i confini e superare i limiti che si è soliti porre alla fratellanza, messaggio di sorprendete attualità. 
Ma i suoi compaesani continuano a persistere nel rifiutare un messaggio giudicato dirompente ed irriverente; vogliono solo miracoli per soddisfare la loro curiosità, non hanno intenzione di ascoltare. Diventano sempre più irritati, fino a trasformarsi in una folla minacciosa. 
Interessante notare la chiusura del passo evangelico. 
Gesù non fugge, non si nasconde: ha una missione da compiere per cui si mette in cammino, non esita ad attraversare la folla aprendosi varchi, quasi dei solchi dove far cadere il seme della sua parola attendendo, fiducioso, che la forza insita nel messaggio possa farlo crescere.
Il suo seme è l’annunzio della liberazione non solo contro ogni potere oppressore, ma a che da ogni mellifluo potere seduttore per far sbocciare il fiore della giustizia e della libertà, il cui frutto è la pace portatrice di felicità. E’ il tragitto del nostro pellegrinaggio verso Dio, la nostra via Amoris, Cristo Gesù.

                                                                                                                                          LR

                                                   Domenica 24 gennaio

Ormai è noto a tutti: durante questo 2016, la chiesa cattolica, per volere di Papa Francesco,  celebra l’Anno Santo della misericordia. E questo è anche l’anno, con una piccola parte del 2015 da poco trascorso,  contrassegnato con la lettera C, nel quale la liturgia, per i brani di vangelo proposti nelle celebrazioni fa riferimento al vangelo di Luca, il terzo degli evangelisti,  che non ebbe esperienza diretta di Gesù mentre questi era in vita. L’evangelista, infatti, venne scelto dall’apostolo Paolo come proprio compagno di viaggio dopo l’ascensione del Maestro. Tuttavia decise, sulla base di “ricerche accurate”, come egli afferma, di scrivere un “resoconto ordinato” di quanto era successo, facendosi così interprete anche della riflessione delle prime comunità cristiane sulla persona di Gesù Cristo che così viene presentato come “amico dei pubblicani e dei peccatori”, come il trasmettitore unico ed autentico della parola di Dio, capace di salvare dai mali fisici e da quelli morali, come sede dello Spirito Santo, venuto tra gli uomini per “portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”, parole dalle quali traspare l’amore particolare di Gesù, per gli esclusi, la preferenza per i poveri, la donazione di se stesso fino al sacrificio della sua stessa vita, il tutto sintetizzato nell’ultimo gesto di perdono e di salvezza prima di morire sulla croce, assicurando al buon ladrone la gloria del paradiso. Questa immagine del Signore è così cara all’evangelista Luca che individua la caratteristica principale dei suoi veri discepoli mettendo sulle labbra di Gesù la raccomandazione “Siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro Celeste”. Ciò che distingue “il lieto annuncio” di Gesù è che il suo è un annuncio di amore ed è questo annuncio che maggiormente interessa all’evangelista di far passare.  Per questo, anche Dante nella sua opera latina “De monarchia”, definì Luca lo “scrittore della mansuetudine di Cristo”. Papa Francesco cerca appunto con la sua azione di riorientare in questo senso anche l’azione della Chiesa. Per molto tempo, infatti, nel suo insegnamento si è usato, e forse si usa ancora, leggere ed ascoltare la parola di Dio come una bella lezione teorica, quasi accademica, per aumentare le nostre conoscenze, per diventare più dotti, per affinare le nostre capacità di ragionamento, certamente cose lodevoli, ma non basta. La lettura della parola di Dio è un esercizio che lascia traccia nella pratica quotidiana; vi si proclama una salvezza che si realizza prima di tutto nell’oggi della vita come presupposto della salvezza eterna. In questo senso nella sinagoga di Nazareth Gesù, dopo aver letto dal rotolo del profeta Isaia esclamò: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”, il cui messaggio è la persona stessa del Cristo che è la Parola fatta carne. Il miglior commento alle sacre scritture sono i cristiani che in un sincero sforzo di solidarietà cercano di formare in Cristo un solo corpo nello Spirito. La Chiesa, imitando Gesù e proseguendo nell’oggi della storia la sua missione di salvezza rende concreto il suo progetto in un’opera di evangelizzazione e promozione umana che si richiamano a vicenda come due facce della stessa medaglia.

                                                                                                                           M. S.

 
                                                  17 gennaio
Nella liturgia della chiesa cattolica con questa domenica inizia il periodo dell’anno liturgico indicato come tempo ordinario che, sia pure inframezzato da altri tempi di particolare importanza, come la quaresima e il tempo di Pasqua, è quello che dura più a lungo. Dopo le grandi feste natalizie, sottolineate da una serie di esteriorità, di riti, di tradizioni che hanno polarizzato la nostra attenzione, la celebrazione della domenica orienta la nostra riflessione verso la quotidianità, anche se vi si parla di una festa nuziale, avvenimento che non frequentissimo, attiene tuttavia all’ordinarietà della vita associata e non solo in un contesto cristiano; anzi, con le nuove forme di unioni che si vanno facendo strada, quella sancita dal matrimonio tra un uomo e una donna, e per di più celebrato in chiesa, rischia di diventare una delle tante, aggravata, questa impressione, dalla dilagante crisi familiare e coniugale che ne fa passare in secondo piano il grande valore umano, individuale e sociale. Non era così ai tempi di Gesù, ma non era così già nel contesto del vecchio testamento, come fa capire il brano del profeta proposto nella celebrazione liturgica domenicale. In esso egli ricorre alle immagini legate all’unione tra l’uomo e la donna per indicare il riscatto di Gerusalemme e del suo popolo ad opera del suo Signore: “Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te”.  E nel nuovo e salvifico corso impresso da Gesù alla costruzione del rapporto tra Dio e l’uomo, e alla realizzazione del suo disegno di salvezza, il matrimonio, nella dottrina della chiesa, diventa il “segno dell’unione di Cristo alla sua Chiesa”. Nella celebrazione del matrimonio ebraico, la festa nuziale con il pranzo era parte integrante del matrimonio stesso, per cui se essa riusciva male, l’intera celebrazione appariva compromessa. Il banchetto infatti, nell’antichità, era il luogo dell’intimità, della familiarità, dell’amicizia anche se coinvolgeva l’intera comunità. Il riferimento è, com’è facilmente comprensibile, all’episodio raccontato nel brano di vangelo di Giovanni delle nozze di Cana, alle quali intervengono Gesù e Maria, sua Madre in qualità di invitati. Tutti conoscono il fatto: ad un certo punto del pranzo, viene a mancare il vino e su intercessione di Maria interviene Gesù che tramuta in vino il contenuto di ben sei anfore piene di acqua. È probabile che si sia trattato di circa sei ettolitri, ma non è tanto questo quello che conta in questo episodio. Anzi potrebbe apparire perfino strano che la Madonna prima, e poi Gesù con il suo miracoloso intervento, si siano preoccupati di provvedere alla mancanza di vino, in un tempo, il nostro, in cui l’alcool in genere, spesso viene visto come mezzo per esorcizzare le angustie, le preoccupazioni, i dispiaceri e forse evoca immagini non certo di sobrietà, ma di intemperanze, a volte di violenza e quant’altro. È evidente che siamo in un contesto diverso; come il pane, simbolicamente rappresentava e rappresenta ancora oggi ogni cibo che sostenta l’esistenza umana, così il vino è il segno della comunione, della condivisione, della letizia, della bellezza della vita. 
Sono tante le letture che sono state date a questo episodio della vita di Gesù, tutte giuste, sacrosante, esegeticamente e teologicamente impeccabili. Qui forse conviene sottolineare che innanzi tutto Gesù interviene per non scompaginare il giusto clima di festa che circondava gli sposi. Il “segno di Cana” deve far capire che Dio non è contro la gioia, la spontaneità, la naturalezza. Fare il bene “con la faccia appesa”, come si suol dire, non è segno di vera religiosità. Lo abbiamo riflettuto da poco nel festeggiare con il Natale la venuta di Cristo che fu annunciato come “la grande gioia del mondo”.  Papa Francesco sottolineava qualche giorno fa che nel fare il bene si annuncia la gioia del Vangelo. “Chi aiuta un povero, annuncia la gioia del Vangelo”.
                                                                                  M. S.
Site Map