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È la domenica delle Palme, festa una volta quasi quanto la Pasqua. Ed effettivamente la prima parte della celebrazione liturgica è caratterizzata dalla benedizione dei rami di ulivo e, a seguire, l’acclamazione a Gesù con il grido di Osanna, in ricordo di quello che realmente avvenne a Gerusalemme duemila anni fa quando le folle, all’ingresso nella città, lo festeggiarono gridando “Osanna al Figlio di Davide”. Un ingresso da re non su un superbo destriero, ma in sella ad un asinello, secondo l’usanza israelitica che, in periodo di pace, ai propri re faceva cavalcare un asino, simbolo di tranquillità e mitezza, per cui la maestà di chi arrivava era più nel riconoscimento della gente che nei segni esteriori che tale regalità avrebbero dovuto significare.

L’atmosfera creata da questa prima fase della celebrazione è lontana da quella che suggerisce la seconda parte attraverso i brani della Bibbia proposti. Il vangelo di Marco riporta le esclamazioni solenni del popolo: “Beato colui che viene nel nome del Signore, Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!». Ma nella seconda parte il contesto cambia. Il posto più importante è occupato dalla proclamazione di un altro passo, il racconto della passione e della morte di Gesù.  Cambia lo scenario, vi fanno l’ingresso altri personaggi, il celebrato è lo stesso, gli vengono ugualmente riconosciute qualità di re, ma non per osannarlo,  per trovarvi, invece motivo di condanna; sarà ugualmente innalzato, ma sulla croce. Ci sarà più o meno la stessa gente, ora però non grida “osanna”, ma “crocifiggilo”. 

Gesù sarà crocifisso. Il massimo dell’ignominia, con un particolare unico, questa volta non è semplicemente un uomo, ma è il Figlio di Dio. Lo riconosce perfino il centurione che era di fronte a Lui, ormai morto: “avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”, ci racconta Marco. Non poteva essere da uomini morire in quel modo. L’evangelista sembra preoccupato di fornire tutte le coordinate storiche dell’avvenimento, offrendo al lettore anche un testimone attendibile, visto che non era un discepolo o uno del suo gruppo. Insieme a tutti gli altri elementi: l’ultima cena con i suoi nella sala al piano superiore dello stabile, dove si rivela anche il traditore, il processo al cospetto di un personaggio romano storicamente individuabile, il giardino del Monte degli ulivi, la via al Golgota dove avviene la morte, la tomba ecc., tutto ci dice che non ci possono essere dubbi, la storia è servita.

La Parola di Dio ascoltata e meditata durante la Quaresima, aiutati dalla preghiera, dalla penitenza, dalla pratica della carità, avrebbe dovuto però anche renderci più capaci di scoprire il vero volto di Dio. Nella nostra mente prevale forse l’immagine di un Dio: Essere perfettissimo, creatore e dominatore del mondo, giudice degli uomini e della storia, irraggiungibile. Ed invece ci siamo sentiti ripetere, perfino con insistenza insolita anche dal papa Francesco, che il volto di Dio è diverso, un Dio che non giudica e non condanna, che non si preoccupa di dominare l’universo, ma di salvare l’uomo perché lo ama e lo ama al punto da farsi come lui e addirittura caricando su di sé anche la parte più drammatica della sua vita, la sofferenza e la morte.

In tutta la prossima settimana siamo chiamati con forza a riflettere sul mistero della croce per farne motivo di salvezza, per farne opportunità di vita. La passione e la morte di Cristo non sono fine a  sé, ma preludio della risurrezione.


                                                                    22 marzo

Non c’è dubbio che una delle parole oggi maggiormente andate in disuso è la parola obbedienza. Per contro, le parole che in qualche maniera sono concettualmente contrarie ad essa le troviamo sulla bocca di tutti. Ciascuno rivendica libertà e indipendenza e si fa gran fatica a sottomettersi a qualcun altro ed ogni forma di limitazione del proprio libero arbitrio viene fortemente avversata. Il nostro è il momento storico in cui l’individualismo inteso come distinzione del proprio modo di essere da quello di tutti gli altri, autonomia personale, personalità come il complesso delle caratteristiche salienti nel modo di rapportarsi con gli altri, rispetto delle proprie idee rivendicato a tutti i livelli, ecc., sono tutti elementi verso i quali ognuno si aspetta considerazione quasi riverenziale da parte degli altri. Lo fanno i figli nei confronti dei genitori, gli alunni nei confronti dei propri docenti, i dipendenti nei confronti del proprio datore di lavoro; l’autorità sia morale e intellettuale, sia quella pratica e perfino quella delle leggi, viene messa in discussione anche in modo acritico e pregiudiziale. È probabile che gli unici contesti nei quali è dato ancora parlare di obbedienza sono quelli religiosi, dove lo spirito di obbedienza è considerato ancora una virtù.

Anche se non proprio nello stesso senso, la liturgia di questa ultima domenica di quaresima parla proprio di obbedienza e nel senso più pregnante del termine. La Parola di Dio ricorda a tutti i cristiani che sono chiamati a sottomettersi al volere di Dio, praticamente ad obbedirgli. Gesù, infatti, dice nel vangelo di S. Giovanni: Se obbedirete alla mia parola sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. In altri termini l’ascolto - il significato etimologico della parola obbedire è “dare ascolto” - conduce alla conoscenza della verità, la conoscenza che fonda la vera libertà. Nulla a che vedere quindi con l’obbedienza che viene percepita come un rinnegamento della libertà, come una costrizione.

È quello che insegna anche il profeta Geremia nella prima lettura della liturgia di questa domenica. Dio ha inscritto la sua legge nel cuore degli uomini come carattere distintivo della nuova alleanza tra Lui e il suo popolo, situazione che genera un nuovo tipo di rapporto con Dio: un’obbedienza alla sua parola che parte dal di dentro, senza imposizione alcuna. Gli uomini, infatti, percepiscono intimamente che ciò che Dio chiede è giusto, buono e veramente porta in sé la capacità di donare la felicità, la libertà. I risultati di questa nuova obbedienza diventano tangibili, in quanto tutti avranno la possibilità di conoscere Dio, dice il profeta Geremia , “dal più piccolo al più grande”; una conoscenza che fa nascere nel cuore dell’uomo una nuova consapevolezza, quella che non esiste contraddizione tra le profonde aspirazioni del cuore dell’uomo e i comandamenti di Dio, che non è nemico della nostra libertà e felicità, qualità che, anzi, nell’ascolto della sua Parola si radicano e si sublimano in modo da conferire serenità interiore anche quando nel corso dell’esistenza sopraggiungono le inevitabili sofferenze del corpo e dello spirito.

Ma come si diventa obbedienti alla parola di Dio? Non certo per magia, o solo per grazia di Dio. È richiesta la collaborazione dell’uomo. È vero che i comandamenti di Dio sono insiti nel suo cuore, ma è necessario abituarsi all’ascolto, imparare a riconoscerli anche quando non sono esplicitamente manifestati, senza lasciarsi fuorviare dalle tante suggestioni di segno contrario, dai piccoli e grandi egoismi, dalle chiusure alla misericordia e alla carità, di cui pure è capace il cuore umano. Dice S. Agostino: ”Colui dunque che ti ha fatto senza di te non ti rende giusto senza di te”. E S. Paolo insegna nella seconda lettura di questa domenica che perfino Gesù: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono”. In fondo ad ogni azione di Dio, che il Figlio ci ha rivelato, c’è sempre ed unicamente la salvezza dell’uomo.

E quando, ricchi dei nostri sapienti ragionamenti, forti delle nostre sicurezze, per stare veramente in pace con noi stessi, ci venisse, come ai Greci del vangelo, voglia di vedere Gesù, sappiamo che non è difficile scorgerlo, non c’è bisogno di andare lontano o in luoghi remoti. Egli è lì, all’angolo di ogni strada, nel volto di ogni vivente. “Quando sarò elevato da terra attirerò tutti (o tutto) a me”, come recita qualche antico codice che al posto del “tutti” pone il pronome indefinito “tutto”. 

                                                                                              Michele Santangelo


                                                                 15 MARZO

La Chiesa è invitata a rallegrarsi, è chiamata ad aprire il cuore alla gioia e alla speranza perché la salvezza è vicina. E’ vicina la celebrazione della Pasqua di Risurrezione che ci ricorda che tutti sono destinatari di un progetto concepito da  Dio fin dall’eternità, frutto del suo amore infinito per l’uomo, “opera delle sue mani”, che come tale non può essere lasciato andare verso la perdizione. Questo assunto è la sintesi del messaggio biblico-liturgico di questa quarta domenica di Quaresima: l’amore o volontà salvifica di Dio, espressi attraverso l’opera redentrice di Cristo, innalzato prima sulla croce e poi glorificato con la risurrezione, avendo così ragione del peccato e dell’infedeltà umana. Un progetto che nella Bibbia ha origine nella creazione e va man mano sviluppandosi attraverso l’elezione di un popolo, l’alleanza con esso, la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e il dono della terra promessa. L’unico ostacolo a questo progetto è il peccato che si interpone tra esso e il fine, la meta stabilita dal Signore.  Di questo ci parla il primo brano scritturistico della liturgia di oggi, tratto dal secondo libro delle Cronache. “Tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli e contaminarono il tempio che il Signore si era consacrato in Gerusalemme”, come se da parte del popolo, che pure andava orgoglioso di definirsi “popolo eletto” ci fosse un impegno dichiarato per compromettere l’esito del piano salvifico di Dio. Il significato, infatti, della parola “peccare” nella etimologia ebraica evoca il “fallire la meta”. Ma questa è un poco anche la storia dell’umanità: un intersecarsi continuo tra le linee di progetto del piano di Dio e le continue trasgressioni dell’uomo generatrici di tante mancate salvezze che ne appesantiscono la vita rendendone difficile il cammino verso la meta. Dio però rimane fedele al suo progetto e soprattutto nell’Antico Testamento la storia viene vista alla luce della dimensione religiosa: Dio che interviene per riportare il popolo al suo progetto di salvezza. Nei vangeli, a parlarci di Dio e del suo progetto è Gesù, il Suo Figlio Unigenito al quale quel progetto è stato affidato con la consegna di “cercare chi era perduto”. L’evangelista Giovanni è ancora più esplicito quando afferma: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. E parte da lontano Giovanni per arrivare a questa conclusione. Il brano che leggiamo nella liturgia di oggi, riporta le ultime battute di un dialogo tra Gesù e Nicodemo, nel quale viene ricordato un altro particolare episodio, quello dell’erezione nel deserto, da parte di Mosè, del serpente di bronzo per salvare il popolo dai morsi delle vipere che infestavano le pendici del monte Sinai. In ciò l’evangelista prefigura un altro innalzamento, quello del “Figlio dell’uomo” sul legno della croce, perché, come gli ebrei guardando quel simbolo si salvavano, così “chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. La radice e la causa di tutto questo è l’amore sconfinato di Dio: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”.  Si comprende bene, allora, che la morte sulla croce non è stata inflitta a Gesù da un progetto umano; ma all’origine della sua morte, da Lui accettata ed offerta, c’è solo l’amore di Dio per l’uomo. Nella seconda lettura, S. Paolo sintetizza tutto quanto ha fatto Dio per l’uomo che si apre al suo progetto di salvezza realizzato da Gesù in poche frasi lapidarie: “Ci ha amati”, “Ci ha fatto rivivere in Cristo”, “con lui ci ha risuscitati”, “Ci ha fatto sedere nei Cieli”. E l’AMORE chiama MISERICORDIA. È il messaggio che papa Francesco vuol fare arrivare proclamando l’anno giubilare affinché nessuno uomo si senta escluso dal banchetto della salvezza.

Michele Santangelo                                                       


                                                          8 Marzo

La comunità parrocchiale manifesta a tutte le donne riconoscenza perché, grazie a loro, possiamo continuare a celebrare la festa della vita. Merita, perciò, una adeguata riflessione l’impegno per l’emancipazione della donna: favorire le potenzialità e lo sviluppo della realizzazione individuale e sociale della persona.

Il 5 marzo è stato presentato al Comitato sulla condizione della donna dell’Onu una Dichiarazione nella quale si ribadisce il principio antropologico della differenza e, contemporaneamente, si sollecita il rispetto universale dell’identità femminile per enfatizzare la necessità di salvaguardarne la parità con l’uomo. Quindi si sollecitano nuove politiche per difendere la libertà di scelta della donna rispettando il suo dedicarsi alle cure della famiglia ed assicurare adeguate tutele alle lavoratrici che desiderano avere figli. Ne deriva la condanna di ogni forma di sfruttamento del corpo femminile fino alla maternità surrogata, evidente violazione della dignità della madre e del bambino. A queste condizioni si tengono nella giusta considerazione principi antropologici relativi alla differenza fra sessi, la funzione della maternità ed il ruolo della famiglia, esigenze il cui spessore culturale si è sempre travasato nelle civiltà rendendole grandi e feconde.

Nel riformulare gli auguri accompagniamo con un adeguato comportamento ciò che l’umanità ha sempre voluto indicare chiamando l’altra metà del mondo DONNA, cioè domna, domina, la signora alla quale manifestare la propria riverenza perché portatrice della vita. Rivelativo di un radicato convincimento è il termine inglese WOMAN, che richiama il più antico wifman, parola composta da tue termini: femmina (wif) ed essere umano (man), riproposizione semantica di quanto si deduce dalla creazione secondo la Bibbia, dove si asserisce che i due sessi furono creati uguali, in perfetta simmetria e con la medesima dignità, essendo immagine di Dio. Profanarla è peggio di un sacrilegio essendo la donna casa, tempio, tenda, grembo di speranza e di libertà, nella logica del dono capace dell’atto materno segno per eccellenza di amore e generosità.


Domenica 8 marzo

In questo periodo dell’anno liturgico quelli che prestano attenzione anche alle esigenze dello spirito spesso sentono ripetere che la Quaresima è tempo di purificazione, di penitenza, di preghiera, di cambiamento, tutte cose che, per la verità, il cristiano dovrebbe sempre tenere presenti e praticare. Ma si sa, le esigenze più immediate e pressanti della vita quotidiana spesso polarizzano attenzione ed energie e, di conseguenza, tutto il resto passa in secondo piano. Si dimentica che, in fondo, le due sfere della vita, quella spirituale e quella materiale, non sono poi così separate. Anzi, è certo che se ciascuno cercasse di uniformare il proprio agire, in tutti campi, nella vita individuale come in quella sociale, nello svolgere una professione, qualunque essa sia, nei rapporti familiari come in quelli di lavoro, ai dettami della fede che si professa, ogni forma di convivenza umana ne risulterebbe grandemente avvantaggiata e perfino i rapporti tra uomo e ambiente. Spesso si sente dire: “sono cristiano, ma non praticante”, e la “non pratica” è riferita alla cosiddetta pratica religiosa: l’andare in chiesa, certe manifestazioni devozionali a volte più vicine all’idolatria e alla superstizione che ad una vita cristiana seriamente intesa. Ben vengano, quindi, i periodi come la Quaresima, in cui la Chiesa con premura materna sottolinea ai fedeli i cardini della fede e le caratteristiche del culto veramente gradito al Signore.

È tempo di purificazione, la Quaresima. Come credenti siamo chiamati prima di tutto a purificare l’immagine che ci siamo fatti di Dio e il culto che noi gli rendiamo. Non basta, infatti, dire che noi crediamo. Occorre verificare anche in quale Dio noi crediamo. I brani di Sacra Scrittura di questa III domenica di quaresima possono essere un valido strumento di confronto e di verifica. In essi sono evocate tre grandi realtà: la Legge, il Tempio e la Croce; una opportunità per l’anima di riscoprire l’essenziale, o forse per tanti di scoprire di avere un’anima e prendersene cura per consentirle di percepire, finalmente, in mezzo a tante chiacchiere, la Parola, l’unica capace di indicare la strada, quella che conduce al Tabor, il monte dove è possibile contemplare il Risorto. La prima lettura contiene i cosiddetti dieci comandamenti o, come più propriamente recita la tradizione greca, le “dieci parole” che Dio, prima di inciderle sulle famose Tavole di pietra di Mosè, aveva inscritto nel cuore dell’uomo, dove purtroppo corrono anche il rischio di offuscarsi, coperte dalla fuliggine di tante idolatrie, quelle di noi stessi, dei nostri interessi effimeri, ma fuorvianti. Eppure il Signore che conosce il cuore dell’uomo, prima di pronunciarle si era presentato: “Io sono il Signore Dio tuo…Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra…Non ti prostrerai davanti a loro né li servirai”. “…E sono parole d’amore visto il contesto di provenienza dell’espressione. Può apparire riduttivo, infatti, definirle “comandamenti” o semplicemente “legge”, che come tale contiene sempre una sanzione per l’inosservanza. Le “dieci parole” che la liturgia ci ricorda oggi sono l’indicazione di un percorso verso la libertà interiore vera ed assoluta perché le ha pronunciate un Dio liberatore che ama al punto da dare il suo Figlio per le persone che ama.

C’è un secondo elemento nella liturgia di oggi: il Tempio, quello per il quale Gesù perde la pazienza, ne caccia a scudisciate i venditori e sparge per terra il denaro dei cambiavalute. Gesto quanto meno irrituale per il Maestro di Nazareth. Ma era la casa del Padre ed era diventata un “luogo di mercato”. Stravolgendo il Suo tempio era stato stravolto il volto stesso di Dio che è Padre e con Lui non si mercanteggia.

Infine, lo sbocco naturale della Quaresima è la Pasqua, la risurrezione, ma passando per la croce. In questo S. Paolo individua la differenza nei confronti di Giudei e Greci. Di questi, i primi chiedono i miracoli, i secondi cercano la sapienza. “Noi predichiamo Cristo Crocifisso”, il segno più tangibile dell’amore di Dio.

                                                         Michele Santangelo




In questa Chiesa, dove si é riunita una umanità dolente, voglio gridare con voi anche il mio pianto, col mio perché di protesta manifestare la partecipata compassione verso le due famiglie in lutto e verso un paese in ambascia. La mancanza di parole appropriate dimostra quanto sia assurdo ciò che l’intera comunità sta sperimentando. Risultano insufficienti anche le metafore alle quali si fa ricorso per indicare il viaggio senza ritorno descritto da Giobbe (16,22): un destino amaro incombe sul fragile uomo, la cui vita appare come erba che secca, come fiore di campo che appassisce, precisa Isaia (40,6). Lo scorrere del tempo é inarrestabile come l’acqua versata, fugace come un sogno perché la vita è labile come un sospiro, soffio che passa, sostanzialmente un nulla, si legge nel Salmo 39. Questa è la condizione dell’umanità di fronte alla morte.

Tutti ricordiamo Cesare e Anna premurosi membri di due famiglie e tutti siamo pronti ad una protesta gridata, condivisa, reiterata perché abbiamo delle domande che attendono risposta. Ma questo atteggiamento veramente contribuisce a consolare e, soprattutto, aiuta a capire?

Abbiamo bisogno di comprendere; ma se le nostre parole rimangono sterile protesta ci allontaniamo ancor più dalla verità. L’esercizio filosofico non è in grado di rispondere al grido doloroso dell’uomo comune, quello che Giobbe ha indirizzato al cielo nel ricercare una speranza legandola alla fede.

L’alternativa é precipitare nel buco nero della disperazione di fronte al concreto schianto delle speranze umane, mute di fronte al dolore che avvolge l’uomo e rende la morte senza senso ancora più tragica.

Di solito, al termine di considerazioni di questo tipo, si conclude pronunciando l’estremo saluto. Noi, invece, vogliamo tentare di bisbigliare un arrivederci fondato sul convincimento che, in prospettiva, si tratta veramente dell’addio, ci aiuta la lettura comparata delle quattro versioni, diverse ma non contraddittorie, che i vangeli forniscono della morte di Gesù. E’ una evocazione non solo simbolica, ma concreta nel richiamare l’esperienza fatta da Cesare ed Anna negli ultimi mesi.

Nel vangelo di Marco si legge: ”Ma Gesù, emesso un grande grido, spirò”. E’ l’ultimo spasimo di dolore, agghiacciante partecipazione al nostro destino del Maestro di Nazaret: così anche Dio sperimenta il nulla della fine. Con nelle orecchie ancora l’eco di quell’urlo, contempliamo, senza parole, il crocefisso: Dio conosce il rischio della disperazione, perciò in questa circostanza nessuno può sentirsi abbandonato.

Matteo pone particolare attenzione nel delineare i personaggi testimoni di questa tragica morte, risposta ai tanti interrogativi che noi ci stiamo ponendo. L’evangelista descrive Gesù in relazione col Padre, il centurione col volto fisso sul crocifisso, le donne straziate dal pianto e gli astanti curiosi ed astiosi. La morte è anticipata da un duplice grido, al quale fanno seguito eventi straordinari per significare che, ciò che in termini umani appare un fallimento, completa in effetti le promesse di salvezza.

Dio sembra assente durante la passione: lo stesso Gesù pare lamentarsene con l’approssimarsi del momento culminante e grida l’abbandono. Le tenebre che avvolgono la terra e i segni al momento del trapasso dimostrano invece che la sua non é un’assenza, ma una opportunità per riconoscere la vera identità di Cristo. Anche se non salvato dalla ingiusta morte voluta dagli uomini, Egli serve il piano salvifico e nel suo grido misterioso, lacerante e sconvolgente, si concentra tutta la forza di un rapporto, che non viene meno malgrado le apparenze.

Le conseguenze di quel trapasso diventano subito evidenti in prospettiva storica e cosmica, come dimostrano gli eventi descritti. L’apparente fallimento si tramuta in trionfo, reale potere di vittoria sulla morte. Coloro che hanno assistito all’esecuzione ne traggono le dovute conclusioni, come si desume dai contrastanti sentimenti espressi da chi scende dal Golgota e torna in città. Gli esponenti del potere civile e religioso ritengono di aver fatto la cosa giusta, i discepoli, addolorati, sperimentano una profonda disperazione pensando che tutto sia finito, altri cominciano a riflettere dibattuti tra aneliti di conversione e l’evidenza di una morte.

In Luca si legge: “Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito” a significare che nell’ultimo istante Gesù prega e fa suoi i sentimenti del salmo 31: si affida, donandosi, a Colui nel quale ripone fiducia in attesa del suo destino finale.

L’evangelista Giovanni allarga ancora la prospettiva conferendo il tocco finale quando scrive: “Tutto è compiuto”. Gesù ha fatto quanto gli è stato richiesto,  telegrafica ma efficacissima espressione nel tenere alta la tensione; pare quasi sentire la nota lunga dell’attesa della mattina del primo giorno della nuova settimana, quando tutto rincomincia.

In quel tutto è compiuto possiamo riscontrare anche il riassunto della vita spesa per gli altri: di Cesare per la famiglia, di Anna per gli ultimi, i poveri.

Nella versione di Matteo il centurione, culturalmente e psicologicamente il più distante dalle dinamiche che serpeggiano tra la folla, un soldato che ha visto tanti morire tra gli spasimi di un dolore inconcepibile, nudi nello squallore di una totale abiezione, un militare che ha sentito pianti, bestemmie, implorazioni, singhiozzi di pietà, abituato a spettacoli disumani di esibizione dell’oscenità della morte, incomincia a ritenere che questa volta si tratta di una esperienza diversa: il comportamento del crocefisso è stato inusuale, non ha inveito, anzi ha perdonato. Più gli rimbalzano nell’animo le ultime parole pronunciate da Gesù e più il centurione manifesta la disponibilità a credere che egli sia “giusto”.

Così la morte dell’innocente compie il primo miracolo: la capacità di perdono illumina l’universo di dolore rendendo gloria a Dio. Gesù emette e dona il suo spirito, ultimo gesto d’amore, e così spacca la pietra dell’insensibilità determinando un terremoto interiore. L’animo umano, sepolcro ostile alla virtù e ricettacolo del male, si apre al bene che è in ognuno, miracolo operato dal crocifisso.

A riflettere su questi elementi aiuta la Sindone, icona dell’oscuro Sabato Santo del nascondimento di Dio e della solitudine dell’uomo, segno sul quale è impressa l’atrocità della sofferenza e l’ombra della morte. Nel telo è raffigurato un uomo abbandonato, solo, immobile, muto, impotente nella drammatica soggezione alla morte, tuttavia egli continua ad essere il maestro che esorta ad aprirsi al mistero e scoprire il messaggio di consolazione che oltrepassa il dramma della sconfitta perché egli sa andare oltre la morte.

Specchio della condizione umana, la Sindone accende la speranza perché ricorda la fecondità dell’annullamento che salva, esperienza di sofferta impotenza in cui si esalta la misericordia di Dio, che vince gli ostacoli determinati dal peccato perché il suo amore è più forte.

Questi sentimenti sgorgano dalla contemplazione silenziosa del telo sindonico, mentre nel profondo del nostro essere sentiamo rivolgerci la domanda “chi dite che io sia?”

La risposta accende in noi la speraza e concede a Cesare ed Anna la pace.

Ora loro sono inermi, ma Cristo é nudo; tutto ha dato per redimerci.

Cesare ed Anna sono freddi nella fissità della morte; Cristo é muto, parlano le sue piaghe.

Cesare ed Anna non comunicheranno più con noi. Cristo guarda a occhi chiusi dietro il lino che ha attraversato e così può accogliere entrambi per far loro godere l’abbraccio dell’amore trinitario.

Anche per Cesare ed Anna la risurrezione presenta le caratteristiche dell’esperienza fatta dalla Maddalena: un sentirsi chiamare per nome e ciò risulta possibile per l’evidenza a Gerusalemme di una tomba vuota.

Nessuno ha mai declamato il nome di Anna e Cesare come il Risorto. A quella voce hanno risposto: Rabbuni, maestro mio, atto di fede testimoniato con le opere, perché pronti a versare il bicchiere d’acqua a chi ne aveva bisogno. Ora ad entrambi non servono più gli occhi per riconoscere la Parola, il Verbo riscalda definitivamente il loro cuore. 
Cesare ed Anna non è vivono soltanto nel nostro ricordo, o nell’affetto dolorante e doloroso dei familiari. Nel seno di Abramo, mano nella mano col buon samaritano, sono stati condotti nella locanda eterna, dove Cristo Gesù si prende personalmente e per sempre cura di loro. 



La biografia di suor Anna in questi ultimi mesi trasuda di sofferenza. La sua è stata un’esperienza di speranze con l’intento di conferire senso al dolore. Alla fine del suo viaggio terreno non le è rimasto che il calore di una vita spesa prendendo per mano l’umanità per vincere l’amaro dell’assurdo e l’apparente sconfitta per lo scandalo suscitato dal dolore dell’innocente. Ma il giudizio definitivo va pronunciato sempre in rapporto ai frutti che tale esperienza sa suscitare. A noi rimane il compito di fare memoria, attualizzare il percorso di vita di un’amica per contribuire ad esorcizzare il dolore e manifestarle la nostra riconoscenza. Sono questi i sentimenti che accomunano gli animi di tutti noi a Cannalonga alla notizia della morte di suor Anna Coscia. Ho letto già alcuni commenti sul sito e mi sembra opportuno proporvi alcune considerazioni che sgorgano dal mio animo di fronte a questa dolorosa esperienza. Sono sensazioni che emergono riflettendo sul pellegrinaggio terreno della nostra consorella. Chi ha veramente ragione? Il cinico che ritiene assurdi certi sacrifici o l’idealista che traspone altrove, volontariamente, la dinamica della sofferenza, anche se i fallimenti umani continuano ad apparire inesplicabili e assurdi? Intanto si diffonde la tentazione di contrapporre ad un Dio buono l’esistenza del male, di conseguenza se ne evoca la correità perché lo tollera, mentre sorge il dubbio circa una sua impotenza di fronte al dolore, oppure una sua tirannia verso le creature per l’oscenità del male che, nel mondo, rappresenta una perpetua sfida alla bontà. 
Ma chi continua a credere può condividere questa affermazione? Certamente è una risposta che non consola chi si dibatte tra dolori fisici, angosce psicologiche e dubbi morali, o si confronta con esperienze esistenziali che improvvisamente distruggono la sua felicità. Unica risposta valida è meditare la vicenda di Giobbe per superare prima di tutto l’infantile pretesa di chi vuole essere esaudito altrimenti vacilla la stabilità delle scelte interiori. Sembra allora che unica soluzione praticabile sia la ribellione; invece, la grande liberazione è sapersi amato. La più nefasta tentazione per l’uomo è rifiutare questa prospettiva. Siamo tutti consapevoli che la sofferenza è un male e nessuno se ne compiace. Ciascuno di noi sa di dover affrontare la realtà del dolore, acuita da un pungiglione che inasprisce le piaghe e le rende ancora più insopportabili: la sterile solitudine. Chi soffre sa di essere un isolato perché certamente non si può dividere il dolore. Molti, accasciati dalla pena, rifiutano il conforto. Invece, chi sa elevarsi solleva il mondo; chi sopporta le prove purifica se stesso e trascina nel suo slancio gli altri. Ecco perché si può parlare di redenzione della sofferenza. In tal modo, la speranza che s’irrobustisce insegna a leggere la trama ininterrotta delle misericordie esaltata da Giobbe e aiuta a superare inquietudini o tormenti dello spirito, che offuscano l’intelligenza e turbano la determinazione della volontà. Nel tempio del dolore si entra sempre in punta di piedi. La sofferenza non si nasconde o si dissimula perché è una esperienza che muta la vita dal di dentro; è un mistero che induce a tacere. Parlare della sofferenza obbliga, perciò, all’ascolto con pazienza e partecipata umiltà. Non è sottomissione o remissività, ma estrinsecazione del suo significato originario che evoca l’humus, quindi la concretezza della terra e la sua fecondità. Ciò è possibile se si sa riflettere senza pregiudizi, consapevoli che non si hanno risposte esaustive, ma indizi, bastevoli però per sperimentare una vita ricca di significato. A queste condizioni e dopo aver terminato il viaggio ideale nella complessità del mondo, la sofferenza può far mutare radicalmente chi, scegliendo l’umiltà, ha compreso quanto la vita intendeva rivelargli. Il dolore spaventa, ma ancor più l’inutilità di una vita senza senso. L’esperienza del male, della colpa e del dolore consente di prendere consapevolezza della propria fragilità e acquistare contezza del valore della vita. Così, senza fuggire la sofferenza, la si orienta per farne un trampolino di lancio. Il dolore inevitabile conduce al senso del limite, la sofferenza è una tappa di questo percorso, l’altra faccia dell’amore di chi conosce il dolore personalmente. Così la sofferenza non è imperfezione del debole, ma prova estrema: il Calvario non è l’ultima destinazione, la Pasqua conferisce significato salvifico anche al dolore innocente. La Madonna, icona materna dell’amore, ha insegnato a suor Anna ad aver fiducia nella consapevolezza di aver fatto tutto il proprio dovere come l’elica che s’immerge nell’acqua dell’oceano e apre una strada sicura tra le onde. Il suo esempio aiuta a superare il tunnel della disperazione perché, pur incontrandosi con la tragica determinazione del dolore, pronto a vincere straziando non solo l’esistenza, ma l’animo di chi ne è colpito, lei è rimasta serena tra attese, promesse, traguardi, propositi, programmi, tappe che dagli anni della giovinezza, del sorriso, della speranza, della carica di vitalità l’hanno fatta approdare alla stagione della riflessione quando la sua esistenza è stata impegnata a combattere con la subdola malattia. Ella ha vissuto tutto ciò non ricercando una fuga, ma trasformandola nel sale che ha reso ancora più sapida la sua esistenza, raggio di sole che ha illuminato i più oscuri pensieri dei cuori di chi la circondava. Dai precordi del suo essere suor Anna ha gridato la sua forza d’animo senza replicare alla morte, per nulla spaventata; ha prestato ascolto al grido di Giobbe: esiste il male ingiusto, ma non bisogna abbandonare la certezza dell’amore, nonostante le contraddizioni della vita. Ella ha creduto che il Redentore é vivo e così il Maestro di Nazareth ha conferito una portata salvifica anche a lei, crocefissa dalla malattia fornendo l’unica risposta valida al giusto impegnato a decifrare il mistero del male che angoscia la vita ed insidia la speranza.


                                                                    1 marzo

La riflessione sulla Parola di Dio che viene proposta ai fedeli in questo cammino quaresimale secondo il ciclo B dell’anno liturgico passa attraverso la proposizione delle grandi tappe della storia della salvezza che vanno man mano confluendo verso la tappa finale che è la Pasqua di Gesù. Anche in questa II domenica di Quaresima, si può partire dalla prima lettura tratta dal libro della Genesi, brano che, a prima vista, si presenta abbastanza inquietante se ci si ferma al racconto in se stesso, appartenente al contesto delle origini del popolo biblico da Abramo e dai patriarchi.  E proprio per questo, il grande Patriarca è collocato anche agli inizi del progetto di salvezza che Dio ha concepito dopo il rifiuto di Adamo, dopo la catastrofe del diluvio e la sfida portata a Dio dagli uomini con la torre di Babele, tre episodi in cui gli esseri umani avevano pensato che la loro salvezza potesse avvenire senza Dio o addirittura contro. A conferma  della grandezza del ruolo, Abramo gode da parte di  Dio  sempre di un atteggiamento improntato al dono: pur essendo, questi,  impossibilitato ad avere figli, il Signore gli assicura la discendenza donandogli Isacco; pur essendo straniero nella terra in cui è stato mandato, Dio gliene promette il possesso; ora, lo stesso Dio si rimangia tutto; per essere sicuro della totale e incondizionata fedeltà, gli chiede di rinunciare a quanto Egli stesso gli ha donato: la paternità, il figlio, il compimento delle promesse fattegli, la discendenza, la benedizione. Per l’uomo della Bibbia è la fine, la morte. Su un cammino di luce, di grandezza, scende la notte e quella più tetra: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, e offrilo in olocausto…” E allora, viene da chiedere, ma qual è il vero volto di Dio? Una lettura che cerca di mettere d’accordo con i soli canoni della ragione umana due atteggiamenti chiaramente contraddittori ci lascia quanto meno disorientati; proprio non ce la facciamo ad immaginare un Dio, somma bontà, sommo amore, somma giustizia, che con una mano dona ad Abramo un figlio e con esso una discendenza e con l’altra se lo riprende attraverso un sacrificio umano. Forse non ci sta bene neppure la risposta di Giobbe: Dio è liberissimo di dare e di prendere. Ci può venire in soccorso la considerazione di  S. Palo contenuta nella seconda lettura: “Dio non ha risparmiato il proprio figlio”.  E il chiarimento non tarda a venire dallo stesso racconto della prova di Abramo: Dio non si smentisce mai. “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male!”: Dio si rivela per quello che Egli veramente è: il Dio della vita. A Dio basta una risposta di fede incondizionata. In nome di Dio la vita può solo essere promossa ad ogni livello.

Questa è anche la domenica nella quale il Vangelo di Marco ci racconta della trasfigurazione di Gesù su un altro  monte, il Tabor. Quando questo avviene, all’orizzonte dei tre discepoli Gesù stesso aveva cominciato a far balenare situazioni assolutamente diverse. In un brano precedente, infatti, Marco racconta che Gesù aveva cominciato a parlare apertamente delle sue sofferenze, della sua passione per chiarire la sua vera identità: Egli è il Messia e Pietro, sia pure su ispirazione del Padre lo aveva confessato, ma un Messia che va verso la morte, presentato come servo sofferente più che come un trionfatore. E allora nel piano di Dio, la trasfigurazione aveva una funzione ben precisa, quella di confermare ai discepoli e allo stesso Gesù che la via intrapresa era quella giusta, perché passione e morte sono solo il varco stretto al di là del quale c’è la risurrezione, evento del quale la trasfigurazione è solo un anticipo. E il fatto che insieme a Gesù, a discutere fossero comparsi anche Elia e Mosè stava a significare che il rimanere fedeli alla Parola di Dio richiedeva scelte non facili  e che poco avevano a che fare con la logica umana. Era già successo anche ad Abramo. Ma è ciò che succede quasi sempre a tutti quelli che ricevono la fede per grazia di Dio. Questa, infatti, non si conserva senza un continuo sforzo di ricerca per conquistarla giorno per giorno attraverso l’offerta consapevole di se stessi a Dio e al prossimo.

                                                                                                     Michele Santangelo.



Mercoledì scorso, con il rito cosiddetto delle ceneri, è iniziata la Quaresima. Con la cerimonia la Chiesa traccia, fin dall’inizio del periodo, la linea lungo alla quale i cristiani si devono attenere per prepararsi alla celebrazione del mistero pasquale, ricordo e riattualizzazione della passione, morte e risurrezione di Cristo. La semplice, ma anche suggestiva liturgia, durante la quale il celebrante ha deposto sul capo dei fedeli un pizzico di cenere, richiama il duplice significato del materiale di scarto  della combustione del legno che, da un lato sta ad indicare la debole e fragile condizione dell’uomo, le ceneri sono anche il segno esterno di colui che si pente del male compiuto e decide di avviare un cammino di rinnovamento in modo da corrispondere più efficacemente all’iniziativa di salvezza di Dio. I due significati sono ricordati anche dal sacerdote nell’imporre sul capo il pizzico di cenere: “Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai" e "Convertitevi, e credete al Vangelo". Per la verità, la prima formula sembra sottolineare troppo la condizione di caducità e precarietà dell’uomo, invitato a considerare la propria miserevole condizione da lasciare poco spazio ad una tensione morale attiva con l’aiuto della misericordia divina, che perdona sempre e solleva nell’aspettarsi dagli esseri umani una fattiva collaborazione al misterioso piano di salvezza. Quest’ultimo aspetto è maggiormente sottolineato dalla seconda formula che evidenzia la necessità di un atteggiamento dinamico del cristiano supportato dalla fede e dall’insegnamento della Parola di Dio. Quindi anche la Quaresima è tempo della fiducia perché il Signore chiede di compiere il bene perché ce ne rende capaci e ci assiste con la sua grazia. In questa direzione va anche l’insegnamento della letture in questa prima domenica di Quaresima, a cominciare dal brano della Genesi che ci presenta l’immagine di un Dio preoccupato di presentare all’uomo, reduce dalla tremenda esperienza del diluvio, la promessa di alleanza. A ricordo di questo patto di salvezza, di tanto in tanto il cielo sarà attraversato dall’arcobaleno, auspicio di bene. Un Dio paziente e magnanimo parla anche S. Pietro nella seconda lettura lettera, dove si racconta di Cristo “morto una volta per sempre per  i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondur(ci) a Dio”. L’arca di salvezza per l’uomo di oggi è il battesimo che “è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza – che fonda la sua speranza - sulla risurrezione di Gesù”. “Convertitevi e credete al Vangelo” continua a ripetere Gesù, ancora oggi. Dopo duemila anni di riflessione, di annunci, dopo che a migliaia i cristiani ne hanno parlato, ancora oggi è necessario che agli uomini venga rivolto l’invito, forse perché non sempre è chiaro che ne vale la pena, anche perché “il tempo è compiuto”, non nel senso che di tempo non ce n’è più, ma nel senso che tutto quello che c’era da fare da parte di Dio è stato fatto; il Figlio di Dio ha pagato in anticipo il nostro riscatto in sovrabbondanza. Tocca a noi ora, attraverso un cammino di conversione e di fede, rientrare in possesso di un tempo diverso, il tempo di Dio che è tempo di amore, di grazia, di pace, di comunicazione fraterna nella fede e nella carità.
                                                               Michele Santangelo 




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