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24 maggio

Pentecoste: è festa grande nella Chiesa Cattolica sotto ogni punto di vista. Liturgicamente, insieme a pochissime altre, è dotata di vigilia per significare che per essere celebrata degnamente ci si debba in qualche modo preparare per capirne adeguatamente il senso e goderne i numerosi frutti spirituali. Occupa una centralità unica nella vita della Chiesa e non solo perché  temporalmente è posta al centro dell’anno liturgico, ma anche perché, insieme alla Pasqua della quale è compimento, è il cuore della fede cristiana rappresentandone il momento fondante; questa, infatti è entrata nella storia dell’uomo perché con la Pentecoste nacque la Chiesa, il canale di trasmissione all’umanità di tutti i tempi della salvezza portata sulla terra da Cristo. Con la Pentecoste la Pasqua diventa annuncio, diventa “Vangelo”, Buona Notizia. Come ricorrenza, inoltre, la festa di Pentecoste  viene da lontano. Se ne hanno ripetute  notizie  nel Vecchio Testamento: presso gli Ebrei, inizialmente era una allegra festa a carattere agricolo ed era chiamata “festa della mietitura” o “festa dei primi frutti” e si celebrava, anche allora, cinquanta giorni dopo la pasqua ebraica. Col passare del tempo gli Ebrei attribuirono alla festa un significato nuovo considerandola un giorno di ringraziamento al Signore per il dono della Legge sul Sinai ed era una delle tre feste nelle quali gli uomini dovevano compiere un pellegrinaggio a Gerusalemme. In questo contesto si inserisce anche la prima Pentecoste cristiana ma con un grandissimo arricchimento del significato, celebrandosi in essa l’effusione dello Spirito Santo che raduna nella Chiesa tutti i popoli della terra. Al di là delle circostanze di luogo, di tempo e delle modalità con cui lo Spirito di Dio fa irruzione nella storia e che il brano degli Atti degli Apostoli che viene proclamato nella celebrazione eucaristica di oggi racconta, il dato più importante è la constatazione che la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli che si trovavano riuniti nello stesso luogo, si pone alla fine di una sequenza di interventi dello Spirito Santo, tra i quali quello della Pentecoste costituisce il completamento dell’opera di Incarnazione di Dio. Nella sua prima venuta, lo Spirito Santo compie nella Vergine l’Incarnazione del Verbo con cui Dio assume la natura umana per divenire così il Dio-uomo che con il sacrificio della sua vita compirà l’opera della redenzione ristabilendo l’armonia tra Dio e la sua creatura, armonia infranta dal peccato. Con la sua seconda venuta Lo Spirito Santo inaugura una nuova presenza, quella della Chiesa che ha il compito di continuare nella storia l’opera della redenzione. Nelle analisi sociologiche si sostiene che tutte le istituzioni, una volta passati gli entusiasmi degli inizi, tendono a stemperare il momento esaltante e fecondo con cui i suoi componenti portano avanti i compiti istituzionali per lasciare il posto ad una fase di routine in cui non è più presente il fervore originario. Alcuni sostengono che un fenomeno del genere è dato osservarlo anche nella chiesa, opponendo quella delle origini animata e vivificata dalla freschezza dello Spirito a quella di oggi che sarebbe quasi paralizzata dal peso dell’istituzione stessa e forse in alcuni momenti l’impressione è abbastanza realistica. Ma si sa: anche la Chiesa si muove sulle gambe degli uomini. Tuttavia il messaggio del quale essa è depositaria, che Cristo stesso le aveva affidato prima di morire sulla croce autenticandolo poi con la sua morte e risurrezione e che lo Spirito effuso sugli apostoli la rende abile a diffondere, ha attraversato la storia degli uomini per secoli giungendo fino a noi in tutta la sua freschezza, nonostante le resistenze oppostegli e continuerà a vivificarla la storia finché l’uomo abiterà la terra, rimanendo intatto nella sua essenza perché la Chiesa nel diffonderlo è assistita dallo Spirito Santo che ha il compito di far comprendere in pienezza la rivelazione di Gesù e di renderla efficace.  Cristo, infatti, dice: “Egli, (lo Spirito) prenderà del mio e ve lo annunzierà”.


In Gesù Cristo il nuovo umanesimo

La traccia per il cammino verso il convegno di Firenze ci offre diversi spunti di riflessione, che possono essere utili anche per tracciare un cammino nella nostra comunità.

Quattro forme di umanesimo

Per delineare questo nuovo umanesimo se ne sintetizzano quattro forme:Un umanesimo in ascolto perché è necessario partire dall’ascolto del vissuto: una via capace di riconoscere la bellezza dell’umano in atto, pur senza ignorarne i limiti.Un umanesimo concreto che si manifesta nel riconoscere i bisogni anche meno manifesti; immaginando azioni di risposta adeguate, non ossessionate dall’efficienza. In poche parole bisogna combattere l’indifferenza con l’attenzione all’altro.Un umanesimo plurale e integrato, un umanesimo nuovo in Cristo, dove solo dall’insieme dei volti concreti, di bambini e anziani, di persone serene o sofferenti, di cittadini italiani e d’immigrati venuti da lontano, emerge la bellezza del volto di Gesù. Un umanesimo d’interiorità e trascendenza perché nell’affanno della vita quotidiana emerge il desiderio di occasioni propizie al colloquio con Dio.

Lo scenario dell’annuncio del Vangelo

Al pari delle società europee, quella italiana diventa sempre più plurale e complessa, per l’evolversi della cultura occidentale e per l’arrivo di tanti immigrati, portatori di valori e mentalità diverse. La recente crisi economica, inoltre, con le sue drammatiche conseguenze ha appesantito la dinamica culturale e sociale del paese. In questa situazione è necessario comprendere i segni dei tempi per fare in modo che in ogni comunità cristiana ci si aiuti a vicenda per non rimanere disorientati di fronte a fenomeni culturali di cui non si comprendono a sufficienza la provenienza e l’intenzione.

Le ragioni della nostra speranza

Se l’umano e il divino sono uno in Gesù Cristo, è da Lui che l’essere umano riceve senso. Il compito di ogni battezzato è di scrutare continuamente il volto di Cristo, nel suo stare con i poveri e i malati, con i peccatori e gli increduli, accettando la sofferenza e vivendo un’autentica fraternità. Solo così potremo annunciarlo a ogni essere umano, perché il metodo che Gesù ci ha insegnato per diffondere il suo messaggio è quello della testimonianza.

La persona al centro della vita ecclesiale

La Chiesa italiana indica la volontà di costruirsi come corpo non clericale e ancor meno sacrale, dove ogni battezzato, le famiglie, le diverse aggregazioni ecclesiali sono soggetto responsabile; dove tutti insieme cerchiamo di essere docili all’azione dello Spirito. Il nostro stile ecclesiale, nel quotidiano, si deve ispirare a quello di Gesù, che durante il suo ministero per le vie della Galilea, si dedica al legame intimo con il Padre nella preghiera, annuncia il Regno, conferma questo annuncio grazie alla cura delle persone.  Questo è anche l’invito che Papa Francesco ci fa nella Evangelii gaudium: una Chiesa in uscita, che abita il quotidiano delle persone e, grazie allo stile povero e solidale, rinnova la storia di ciascuno, ridà speranza e riapre le nostre vite morte alla gioia della resurrezione.

Spunti di riflessione:

Pensi che nella nostra comunità sia viva la capacità di rispondere alle esigenze di chi è in difficoltà? Cosa faccio per permettere l’inclusione, l’integrazione e l’accoglienza dell’altro uomo come me e diverso da me? La mia comunità parrocchiale cosa fa per essere testimone dell’attenzione all’altro e alla valorizzazione dell’altro? In che modo il nostro essere cristiani ci aiuta ad essere più uomini? La nostra comunità è capace di testimoniare e motivare le proprie scelte di vita alla luce del Vangelo? Le nostre celebrazioni domenicali sono in grado di portare il popolo a viverle in modo che siano luoghi di integrazione delle diversità e tradursi in cammini reali di maturazione umana e cristiana?                                    Sono graditi commenti e soprattutto suggerimenti.

TOMEO Anellina


Tutti insieme verso Firenze 

I Convegni ecclesiali nazionali, nati nel 1976, si sono succeduti ogni 10 anni.

L’intento era quello di creare dei momenti di profonda riflessione per tradurre nella realtà italiana la ventata di rinnovamento apportata dal Concilio Vaticano II.

Si iniziò, così, nel 1976, con il convegno dal titolo “Evangelizzazione e Promozione umana”.

Nel 1985 a Loreto si discusse intorno al tema “Riconciliazione cristiana e comunità degli uomini”.

 Nel 1995, per dare un segnale, a seguito dei tragici episodi che si erano verificati in quella città, si scelse Palermo e si affrontò il tema “Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia”. Per quanto riguarda questo convegno, molto significativa fu la proposta di pastorale missionaria presentata, nella conclusione dei lavori, dal cardinale Ruini: “il progetto culturale della chiesa in Italia”.

A Verona, nel 2006, un nuovo tema: “Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”.

Oggi, la chiesa italiana si sta preparando al prossimo convegno nazionale che si celebrerà a Firenze dal 9 al 13 novembre del 2015. Per stimolare il coinvolgimento e l’impegno di tutti si è avviato in tutte le diocesi un cammino di preparazione intorno al tema del convegno: “in Gesù Cristo il nuovo umanesimo”.

La prossima settimana proporremo delle sintesi sulle tematiche trattate nel documento preparatorio, proponendo anche degli spunti di riflessione. 

Aspettiamo commenti, ma anche proposte e consigli per far crescere insieme la nostra comunità.



I migliori auguri alla squadra Cannalonga per aver vinto il campionato di 1^ categoria e per aver raggiunto un traguardo così importante la PROMOZIONE, auguri.



                                                    17 Maggio  Domenica dell’ASCENSIONE

Quelli un poco più avanti negli anni ricorderanno che la festa dell’Ascensione, che attualmente viene celebrata in coincidenza con la settima domenica di Pasqua, giornata di per sé festiva, una volta ricorreva il giovedì dopo  la sesta domenica, cioè quaranta giorni dopo la Risurrezione, e si trattava di un giorno festivo anche civilmente. Poi, con una legge del 1977, lo stato italiano abolì la validità civile di alcune feste, che, nel linguaggio ecclesiastico, venivano chiamate “di precetto” e tra queste anche l’Ascensione, che in diversi altri paesi europei continua, invece, ad essere giornata festiva a tutti gli effetti. Con il passare del tempo, anche nella pietà popolare non ha più lo stesso impatto che aveva un tempo. Tuttavia, nel calendario ecclesiastico, è considerata una delle solennità più importanti ed è anche molto antica, se si pensa che nel Concilio di Elvira che si celebrò all’inizio del 300 d.C., si decise che essa non dovesse essere celebrata in coincidenza con la Pasqua o con la Pentecoste. Ma è probabile che il concilio non abbia voluto mettere l’accento sul numero quaranta come per individuare un tempo preciso dopo il quale, Gesù sarebbe asceso al cielo, quanto piuttosto l’opportunità di sottolineare in una festa distinta il fatto che dopo un periodo seguente alla Risurrezione in cui Gesù con una serie di eventi particolari, magari anche prodigiosi, con i quali egli continuò a mostrarsi presente ai suoi discepoli, abbia voluto investirli del compito di diventare essi stessi annunciatori del lieto annunzio. Quindi il numero quaranta sta piuttosto ad indicare un tempo intermedio, un tempo di passaggio, di preparazione affinché essi, cioè la giovane Chiesa che si era formata dopo la Risurrezione, acquisissero la forza necessaria per mezzo dello Spirito che Gesù, ormai entrato nella gloria, in una dimensione fuori del tempo,  poteva comunicare alla Chiesa ancora nella dimensione terrestre, per poter essere testimone di Lui a “Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. E il brano del Vangelo di Marco rimanda ad un mandato ancor più esplicito rivolto agli “undici” - Giuda aveva preso un’altra strada - “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”, ma non: questo è il vostro compito, arrangiatevi, anzi: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano”.

Ai suoi discepoli il risorto affida innanzi tutto il compito di annunciare il vangelo, cioè che Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio a morire sulla croce e che Dio lo ha risuscitato dai morti e fatto sedere alla sua destra per manifestare il meraviglioso destino a cui tutti quelli che accolgono il suo messaggio sono  destinati. L’esperienza degli apostoli continua nella storia e sempre con la presenza vivificante di Gesù. egli infatti corporalmente è fuori della storia, ma continua ad agire in essa; è asceso al cielo, ma opera ancora nel “tempo” della Chiesa e del mondo, per mezzo dello Spirito Santo: “avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”. Ogni cristiano si deve sentire a servizio del progetto salvifico di Dio e da Lui realizzato nella Pasqua di Gesù, la cui ascensione al cielo ne è parte integrante. Da ciò consegue che ciascun cristiano a sua volta è Chiesa che agisce nella storia e per la storia avendo come punto di riferimento la persona e la parola di Gesù. Non capita raramente di sentire espressioni come: “credo in Dio, ma non nella Chiesa”, come se la Chiesa fosse altro da sé. E ciò capita specialmente quando capita di vedere una Chiesa non completamente fedele alla vocazione che la costituisce corpo di Cristo. Ma è proprio in queste occasioni che calza a pennello l’avvertimento di S. Paolo: tutti siamo “un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati…, Un solo Dio Padre di tutti , che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti”.


L'intera comunità fa i più sinceri auguri a Lucia e Mario, che oggi pomeriggio hanno ricevuto a Vallo il mandato di Ministri straordinari dell'Eucarestia.  


                                                10 maggio  VI Domenica di Pasqua

Dio è Amore. Esordire con questa affermazione, che poi non è mia, né dei milioni e milioni di persone che, da secoli, l’hanno pronunciata è come fissare le basi, le più solide immaginabili, di qualunque discorso nel quale ci si proponga di parlare di Dio, appunto. È dell’apostolo ed evangelista Giovanni che con tale espressione lapidaria fece una sintesi estrema di un’esperienza di vita e di quanto egli aveva appreso alla scuola di Chi era il teste più qualificato della verità dell’affermazione, Gesù, il Figlio di Dio e Lui stesso Dio. Ma è anche una constatazione che apre il cuore alla speranza e per ogni uomo che, sempre alla ricerca di senso, rimane appagato dalla risposta ai tantissimi interrogativi che vengono alla mente di ciascuno. In fondo, tre sono i  più grandi desideri dell’uomo: la verità, l’amore e la felicità, quella che colma e soddisfa ogni aspettativa. Mai si appaga il desiderio di conoscere, ed è la molla di ogni progresso, allo stesso modo desideriamo amare ed essere amati sempre più; una vita senza amore è una vita senza senso, così come non esiste una misura definita della felicità. Molto probabilmente, il proverbio: “Chi si accontenta gode” non corrisponde alle dimensioni reali dell’esistenza. Nell’uomo c’è sete d’infinito; non gli si addice una vita meschina e piccola, né l’aspirazione verso l’assoluto può essere soddisfatta  da ideali di tipo politico, sociale o altro.

È la sesta domenica di Pasqua e la parola di Dio oggi ci annunzia: “ Dio è amore”. Termine, quello dell’amore, purtroppo abusato nel linguaggio e nell’esperienza in ogni tempo; anzi in suo nome, di quello però senza coordinate vere e senza un riferimento sicuro, l’uomo arriva a volte a compiere anche efferati delitti; ciascuno, per poco che rifletta con l’animo scevro da preconcetti, da posizioni ideologiche precostituite, o altri vincoli, può fare delle esemplificazioni, che peraltro oggi sono, purtroppo, presenti nel costume della società.

Allora, quale il termine di paragone? La chiarificazione la offre Gesù nel vangelo:  “Come il Padre ha amato me, così anch’ io ho amato voi, rimanete nel mio amore”. Domenica scorsa l’avviso ai discepoli nella parabola del vignaiolo, era stato: “rimanere nel Signore” al fine di portare in Lui “molto frutto”, oggi la precisazione importante: “ rimanete nel mio amore”. Non lesina spiegazioni Gesù in questo brano del vangelo. Scende anche nel pratico per sgombrare il campo da dubbi o insicurezze. Come si può rimanere nell’ amore di Cristo? “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”. Niente di campato in aria: “come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore”. Gesù può esigere questa condizione perché Lui stesso l’ha vissuta nei confronti del Padre. Il rapporto che nasce tra Dio-Gesù e i suoi discepoli non è intimistico, non verificabile. Chiarezza per chiarezza: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati”. Aver compreso questo vale la prerogativa di essere “amici di Gesù” che non significa ergersi su un piedistallo, perché l’amore di Dio è universale e Lui ha scelto l’uomo come tale, destinatario del suo amore. Lo ribadisce la prima lettura di oggi: Pietro rialzò Cornelio, che si gettava ai suoi piedi perché aveva riconosciuto in lui l’apostolo di Gesù, dice: “alzati, anch’io sono uomo”, e alla gente che stava nella casa del centurione convertito disse: “sto rendendomi conto che lo Spirito santo non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto”. È l’itinerario per riscattarsi dalla mancanza di senso che certe volte ci attanaglia.        



                                                                                3 MAGGIO

Sono tanti i messaggi che possiamo assimilare leggendo e meditando la parola di Dio, sia pure limitatamente a quella che ci viene, per così dire, somministrata dalle liturgie domenicali e tutti possono rappresentare un validissimo aiuto  per mantenere viva la nostra fede in una continuità di tensione morale che se da un lato ci consente di condurre una vita in sintonia con gli insegnamenti che da quella Parola ci provengono, dall’altra ci fanno assaporare l’intima soddisfazione proveniente dalla sicurezza di aver agito  facendo quello che Dio ci chiede momento per momento: “E ’n la sua volontade è nostra pace” e di questi tempi, quando tutte le sicurezze sembrano venir meno, sentirsi in pace con se stessi e gustare la tranquillità di coscienza non è cosa di poco conto. Inoltre, le letture che in queste domeniche, quelle che vanno da Pasqua a Pentecoste la Chiesa propone alla riflessione dei fedeli, sembrano andare tutte verso una stessa direzione: mentre mostrano ai credenti quello che è veramente importante per la loro vita, mettono in luce quanto è profondo l’amore di Dio per l’uomo e la necessità, per i cristiani, di sperimentare quotidianamente la stretta unione a Cristo per produrre frutti durevoli di bene. Per indirizzarci su questo tipo di riflessione, la Chiesa, in questa V domenica di Pasqua ci presenta la parabola della vite  e dei tralci, nella quale Gesù desumendo l’immagine, come capitava spesso nella sua predicazione, dall’esperienza quotidiana del popolo palestinese per rendere più comprensibile il messaggio che egli voleva comunicare, vuol far comprendere quale deve essere la posizione del cristiano nel mondo. Gesù parte da un’affermazione molto chiara: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo”. Tutto in questa vigna ruota intorno al Padre, che fin dall’inizio ha pensato ad un progetto di salvezza dell’uomo, e al Figlio nel quale e per il quale l’uomo è capace di fare  cose che  possono diventare così strumento di salvezza. La condizione è quella di rimanere sempre legati a Gesù così come il tralcio, che se vuol continuare a vivere e portare frutto, deve restare legato alla vite. E d’altra parte gli elementi per realizzare questa meravigliosa simbiosi, questa particolare comunione di vita, ci sono già tutti, tutto è stato già dato: il Vignaiolo, la Vite, i tralci, tutti noi altri, gli uomini, di ogni sesso, razza, nazionalità, senza esclusione alcuna. E la Vite è quella vera. È molto importante anche questa sottolineatura che è adombrata nelle stesse parole di Gesù, quando afferma: “Io sono la vite vera”. Sì, perché di viti false in circolazione ce ne sono parecchie e col discernimento della fede, che in parte è dono di grazia e in parte è frutto del nostro impegno e del confronto continuo con gli insegnamenti della parola di Dio e della Chiesa, dobbiamo imparare a distinguere. Tutte hanno la pretesa di trasmettere linfa vitale, di conferire forza, di dare coraggio, di risolvere problemi, ma molte alla fine si rivelano fallaci, vogliono o almeno rischiano  di sottrarne vita anziché conferirne. E allora c’è bisogno di cercare una specie di cartina di tornasole che da un lato ci riveli lo stato della nostra appartenenza e l’efficacia del collegamento alla Vite e dall’altro ci certifichi l’autenticità di essa.  La troviamo nella prima  lettera di  San Giovanni apostolo: “Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato”. Ma questo è anche il segno che non siamo diventati dei tralci sterili, a rischio di essere raccolti e gettati nel fuoco e bruciati. La “sterilità” del tralcio, infatti, simboleggia una vita egoistica e individualistica quale è quella di un tralcio staccato dalla vite la cui fine naturale è la morte. Rimanendo sempre uniti a Cristo nel quale Dio ci ha inseriti come tralci nella vera vite possiamo diventare “primizie di un’umanità nuova” e portare “frutti di santità e di pace”.


La scorsa settimana Gianni Morandi, che è stato anche a Cannalonga l'anno scorso, ospite di alcuni amici, è stato raggiunto da migliaia di messaggi pieni di insulti per aver manifestato la sua vicinanza ai profughi, in fuga dalle guerre, che stanno raggiungendo le coste italiane. Io condivido il suo pensiero. Purtroppo noi italiani abbiamo la memoria corta e abbiamo dimenticato quando eravamo noi a scappare dalla miseria alla ricerca di un futuro migliore. Certo non dobbiamo dimenticare i nostri connazionali che a causa della grave crisi economica vivono situazioni di difficoltà, ma questo non può giustificare atteggiamenti di egoismo e indifferenza verso chi, solo e disperato, ci tende la mano. Accogliere è un atto di civiltà.

Voi cosa ne pensate?                


                                                                                 26 Aprile

Nei Vangeli ci sono immagini e titoli o appellativi riguardanti la persona di Gesù Cristo caratterizzanti e pregni di significato che con il tempo, nella liturgia, hanno sostituito, nell’uso corrente  l’espressione con cui venivano indicate le diverse domeniche, espressione quasi sempre legata alla scansione dell’anno liturgico. È il caso di questa IV domenica del tempo pasquale la quale, essendo proposto alla considerazione dei fedeli, nella celebrazione eucaristica, il brano del vangelo di S. Giovanni nel quale si parla di Gesù che si autodefinisce “Buon Pastore”, essa viene indicata come  la “domenica del Buon Pastore”,  accreditando nella mente e nel cuore questa immagine di grande impatto emotivo. Per i significati e i sentimenti evocati essa va dritta al cuore, sollecitando amore, prima ancora che ragionamenti e sillogismi, stato d’animo nei confronti della fede che viene continuamente richiamato e caldeggiato da papa Francesco. Le parole che leggiamo nella Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia sono un vero balsamo per l’anima: “Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace… Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità”.  E “Conoscendo il Padre, il Figlio e lo Spirito, noi intravediamo che Dio è nel suo intimo più profondo un dialogo di amore tra tre Persone” (B. Maggioni). altro che tesi e controtesi e astrusi ragionamenti sulle verità di fede che possono appagare l’intelligenza, ma lasciano aridità nell’animo. Se nella storia della dottrina della chiesa si fosse parlato innanzi tutto di Dio come amore che unisce e poi di teorie che dividono si sarebbero registrati meno eresie e meno eretici! Ma torniamo alla figura del Buon Pastore: si tratta della più tenera rappresentazione dell’amore di Dio nei confronti dell’uomo. Nell’orizzonte dell’uomo del deserto è racchiuso il progetto di salvezza del popolo d’Israele al quale Dio si rivela mentre, ormai libero dalla schiavitù dell’Egitto, s’incammina verso la Terra promessa. Dio gli si manifesta proprio come il pastore che lo guida, fa sgorgare per lui dall’arida roccia acqua che gli consente di sopravvivere, lo protegge dalle tempeste di sabbia e di vento, lo difende dai predoni e dagli animali selvatici fino al suo ingresso nella Terra della Promessa. Il fedele di ogni tempo ha la possibilità di sperimentare Gesù che si fa di nuovo Pastore buono che propone i doni Dio, la sua guida, protezione, difesa,  orientamento. Ed anche se il riferimento alla realtà concreta agricolo-pastorale non è più, alle nostre latitudini, attuale come ai tempi di Gesù, tuttavia il simbolismo che l’accompagna può essere ugualmente compreso in tutta la sua efficacia, basta essere attenti alla distinzione tra “il buon pastore”, col quale Gesù stesso si identifica, il mercenario. Il Buon Pastore è a tal punto legato alle sue pecore che per esse è pronto a dare la vita, il mercenario invece, all’arrivo del lupo pensa a salvare stesso e fugge, “non gli importa delle pecore”. A sentirli, quelli che si propongono come guida del popolo sono veramente tanti, poi si scopre che la maggior parte di essi non fanno che perseguire i propri interessi, a scapito del bene comune. Gesù, invece, per avvalorare l’affermazione con la quale si presenta: “Io sono il buon Pastore”, stabilisce una relazione assolutamente originale, quella basata sulla conoscenza: “… conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”, allo stesso modo di “come  il Padre conosce me ed io conosco il Padre…” Non si tratta di una conoscenza intellettualistica in quanto nella Bibbia il verbo “conoscere” raccoglie in sé molte sfumature che coinvolgono mente, cuore, affetto, volontà, intelligenza e azione. Infatti, conclude Gesù, ”… offro la vita per le pecore”, offerta non limitata né nel tempo, né nello spazio:“…E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore”.     


                                                                   19 Aprile

Si rischia di peccare di pessimismo, però una delle sensazioni più facilmente riscontrabili, quasi a livello generale oggi, nei rapporti tra persone, è quella della mancanza di fiducia negli altri. Situazione questa che ingenera un diffuso senso di paura che falsa i rapporti, li rende più labili in ogni ambiente, spesso perfino nell’ambito familiare, nel lavoro e non parliamo poi dei rapporti istituzionali,  nella politica. Quanti di noi, per esempio, sono disposti a credere sulla parola a un politico che parla! Si pensa che in ogni cosa detta, ci sia qualcosa di nascosto, che non si manifesta, quasi a riservarsi uno spazio assolutamente privato, a cui nessuno può avere accesso. Si pensi a quanta importanza viene attribuita oggi, e giustamente, a quella che viene definita privacy. Poco ne manca che venga rivendicata anche nei tribunali, o forse già avviene, tra giudice ed imputato. E più si innalzano gli argini a sua difesa, più aumentano in numero e qualità le possibilità di violarla. Tutto questo, insieme alla paura, fa nascere insicurezza, tale da minare anche tante speranze che molti si erano costruiti, magari a fatica. Fortunatamente, questo non succede nei rapporti con il Signore. L’uomo che confida nel Signore è felice. Gesù, infatti, non delude. Non è uno che ti lascia per strada abbandonandoti al tuo destino. Certo, armarsi di questa fiducia non è la cosa più facile di questo mondo. Infatti anche gli apostoli - ci racconta il vangelo di questa terza domenica di Pasqua – che pure avevano fatto esperienza diretta di Gesù, tre anni insieme per le vie della Palestina, attraverso villaggi, chissà quante volte i loro occhi si erano incontrati, quante confidenze e soprattutto quante speranze giuste e meno giuste, il tutto inghiottito da una specie di ciclone abbattutosi sul loro Maestro. Gli ingredienti per essere sfiduciati c’erano tutti ed invece due discepoli  riferiscono loro di essersi visti affiancati proprio da Lui mentre si recavano ad Emmaus ed una strana sensazione si impadroniva del loro essere, si sentivano come percorsi da un calore insolito e lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane, in un gesto a loro familiare. Sul racconto si stavano scambiando i vari punti di vista e Gesù appare con le credenziali che potevano essere solo Sue, mani e piedi trafitti. Gesù legge sui loro volti lo stupore, il turbamento, il dubbio misti alla grande gioia per la visione. Eppure per essere più credibile e rassicurarli chiede loro se c’era qualcosa da mangiare. Essi lo riconoscono e Lui ricorda loro l’avvenimento clou annunciato nelle scritture e già avvenuto: “Il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati”. Bando ai dubbi perché loro dovevano essere i testimoni autentici di tutto. E difatti il nucleo fondamentale della predicazione di Pietro, sarà proprio questo: il Santo e il Giusto rinnegato dal suo popolo e addirittura usato come merce di scambio con un assassino, Lui, autore della vita, viene messo a morte, ma Dio lo ha risuscitato glorificandolo e ciò vale la salvezza di chi l’ ha ucciso  e il perdono dei peccati a tutti quelli che si pentiranno. Il che non significa che con ciò l’uomo risulti vaccinato contro il peccato. Egli rimane pur sempre fragile, impastato  di  mille debolezze. Ma alla base ci deve essere la conversione, termine che, stando alla sua etimologia, significa “cambiamento di pensiero”, “cambiamento di mentalità” ed anche cambiamento del modo di vedere Dio. Forse per molto tempo è stata privilegiata l’immagine di un Dio che giudica l’uomo sulla base dell’osservanza di una serie di precetti e di norme, un Dio che distribuisce i suoi benefici  commisurandoli  alle opere, per cui i perfetti ne sarebbero avvantaggiati, i peccatori, invece, impoveriti. Il Cristo risorto ci parla di un altro Dio, quello delle opere di misericordia, che ci chiede di osservare i comandamenti non minacciandoci, ma come segno dell’amore per Lui e per i fratelli. Un Dio che è Padre e che si preoccupa che i suoi figli lo amino come tale, e non lo servano come un padrone a cui stare sottomessi. E pensi ciascuno se questo non sia motivo sufficiente per guardare alla vita, al mondo che ci circonda con occhi diversi con più fiducia, con spirito di tolleranza, sapendo che in ciascuno c’è una scheggia dell’amore paterno di Dio che fa “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”

 

Michele Santangelo                                                                                                                         

                                                                12 aprile

In fondo al cammino della Quaresima abbiamo incontrato una magnifica realtà che possiamo così sinteticamente enunciare facendo nostro l’annuncio degli evangelisti: Cristo, dopo essere stato arrestato alla stregua di un sobillatore, sottoposto a terribili patimenti fisici, al dileggio più crudele, fu crocifisso, morì e fu  sepolto, ma, al terzo giorno,  Dio lo risuscitò. Ed era giusto che i cristiani si preparassero degnamente al ricordo di questo avvenimento, visto che in esso è il fondamento della fede e la garanzia della salvezza dell’uomo. Ma il tempo pasquale che si è inaugurato domenica scorsa e durerà anch’esso per alcune settimane, è altrettanto importante perché deve condurre il cristiano ad assimilare i doni di vita nuova che la Pasqua gli concede. Il primo dono di Cristo risorto è quello della pace, tanto che alcuni studiosi della sacra scrittura indicano in essa la categoria riassuntiva di tutto il messaggio biblico, volendo indicare con questa parola l’insieme dei doni portati dall’evento salvifico verificatosi con la morte e la risurrezione di Gesù, a cominciare dalla ristabilita comunione dell’uomo con Dio alla rinnovata possibilità di realizzare nel mondo una vita secondo schemi assolutamente nuovi. Ed oggi più che mai il mondo mostra di avere assoluto bisogno di pace e, almeno a parole – o forse solo a parole – tutti sembrano ricercarla, perseguirla, ma ciascuno pretende anche di dettarne le condizioni, partendo dalla volontà di salvaguardare i propri interessi, quasi sempre in contrasto con quelli della controparte; strana parola quest’ultima per indicare l’altra parte con la quale la pace andrebbe realizzata; dà l’idea che tutti gli sforzi siano viziati in partenza. Hanno fatto di più, gli uomini, nel corso della storia, hanno addirittura teorizzato: “Si vis pacem, para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra, e addirittura, in un periodo abbastanza vicino a noi, era stato teorizzato come sistema per evitare la guerra il cosiddetto “equilibrio del terrore”. Gesù invece offre la pace di ritorno dall’esperienza della passione e della morte in croce e culminata nella gloria della risurrezione, e la offre come frutto del suo amore, del perdono per coloro che l’hanno ucciso e come pegno della sua adesione alla volontà del  Padre. È una pace desiderata e ricercata tutta in positivo, perché essa è serenità, amicizia, benevolenza, concordia, speranza, giustizia, rispetto, gioia, riposo che caccia le agitazioni, onestà che elimina le ingiustizie, silenzio che aiuta a pregare e a ringraziare Dio. Tutti sentimenti che aiutano a vedere nell’altro che ci sta affianco o di fronte non un antagonista, ma un fratello perché figlio dello stesso sangue versato da Cristo e destinatario dello stesso amore di Dio, della stessa volontà di perdono, senza distinzione di razza, colore della pelle o cultura. Questa seconda domenica di Pasqua, per volere di San Giovanni Paolo II, è stata designata anche come la domenica della divina misericordia. Questa realtà è oggi diventata molto familiare a tutti i cristiani che seguono, ascoltano ed amano Papa Francesco il quale fin dall’inizio del suo pontificato ha assunto le parole “misericordia divina” quasi come una parola d’ordine. Ad essa fa continuo riferimento nelle sue esortazioni, invitando tutti ad essere misericordiosi. Ma ha voluto fare di più, il papa: ha annunciato un Anno Santo straordinario dedicato alla Misericordia. D’altra parte, la Chiesa che ha ricevuto da Gesù il mandato di perdonare i peccati in suo nome, come racconta  oggi  il vangelo di Giovanni, è diventata per questo il luogo della riconciliazione e della misericordia infinita di Dio, dimensione che le prime comunità cristiana vivevano nella pratica della vita quotidiana innanzi tutto nella frazione del pane, nella condivisione dei beni, nell’ascolto dell’insegnamento degli apostoli che alimentava la fede; virtù che consentiva a tutti quelli che vi erano pervenuti di avere “un  cuor solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune”. Ma questa è anche la domenica di Tommaso, l’apostolo che per credere ebbe bisogno di toccare con mano.  E Gesù la soddisfazione gliela diede. Non si impermalosì per le pretese di uno che era suo discepolo. Ritornò il Risorto quasi esclusivamente per lui, con il costato aperto e con le piaghe in evidenza, ma all’apostolo diffidente impartì una solenne lezione, valida per gli uomini di tutti i tempi, proclamando un’altra beatitudine: “perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno”, una specie di certificato di garanzia per tutti quelli che avrebbero creduto che Gesù è il figlio di Dio, fede che ci vale un’altra paternità oltre a quella naturale, quella di essere noi stessi figli di Dio. Afferma S. Paolo: “Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio”.

Michele Santangelo   


                          BUONA PASQUA 2015 

Oggi abbiamo la possibilità di sperimentare la salvezza ed uscire dall’amara notte, dal buio interiore e dal gelo di un cuore arido. All’esterno, l’esperienza quotidiana ci partecipa la brutta sensazione che la storia dell’umanità continua ad essere una sequela d’ingiustizie, orrori, sangue morte e lutti, ma per noi cristiani la prospettiva è diversa. La lettura del passo del vangelo di oggi fornisce la motivazione del perché la nostra speranza si fonda su basi solide.

I protagonisti dell’episodio vengono descritti mentre escono di casa per dirigersi verso una tomba, dove una particolare esperienza li spinge per dare un annunzio che muta il pianto in gioia. Da quel momento è un continuo correre di donne e di uomini impegnati a testimoniare che nel giardino, ai primi chiarori dell’alba, sono stati chiamati per nome dal Risorto e le loro lacrime si son trasformate in un sorriso di serenità. Eppure chi di loro si era recato alla tomba era schiacciato dalla paura che tutto fosse finito. Ma il loro cuore aveva veramente accettato l’evidenza dei fatti: il corpo di un crocefisso deposto in un sepolcro? Allora perché ritornare ed avvinarsi alla tomba? Perché il cuore era presso di Lui al punto di non aveva paura nella consapevolezza che amare possa significare: tu non morrai!

Erano questi i sentimenti che accompagnavano Maria, ma il fatto sconvolgente, che incute paura a chi ancora non ha fede, come le altre donne, è trovare il sepolcro spalancato, non solo senza cadavere, ma addirittura splendente benché luogo dell’oscurità, della sconfitta, della morte. In effetti in quel  giardino sboccia la primavera che consola perfino gli apostoli schiacciati dal dolore. Ciò è possibile perché, nonostante i rischi e la paura, continuano a rimanere uniti: essere gruppo, comunità, conferisce forza a ciascuno di loro. Si sentono amalgamati dal ricordo del Maestro, vero collante per uno sparuto gruppo che aveva puntato tutto su Gesù, che avevano visto crocifiggere. Pietro e Giovanni decidono di andare a verificare la situazione. Arrivano e si fermano all’ingresso della tomba, da dove constatano che qualcosa di veramente strano è avvenuto. Vedono ed incominciano a credere al messaggio che è stato loro riferito.

Gesù non è più lì, nella tomba; non poteva esserci, comprende Giovanni. Lui, il Maestro, ha dimostrato in tante occasioni di essere la vita, ecco perché non poteva rimanere lì. Chi lo cerca lo deve trovare altrove, fuori dalla tomba, per le strade: Egli è vivo, è possibile trovarlo ovunque, eccetto in quel luogo e fra le cose morte.

I discepoli hanno appreso che Gesù li attende in Galilea, dove li ha preceduti, la Galilea, terra della loro esperienza di amicizia, dove hanno ascoltato tante coinvolgenti parole e sono stati testimoni dei prodigi da Lui compiuti. Ora in questa Galilea Gesù, il Risorto, è il primo che si è recato per iniziare insieme agli altri, ai suoi seguaci lungo tutta la storia, il viaggio verso la Terra Promessa, che è il Regno di Dio. Tutti coloro che si attendono il nuovo sono ormai consapevoli che Cristo è lì pronto a donarlo, basta avere una fede operosa che trasforma il quotidiano in una opportunità di gioia interiore.

Auguri dunque a tutta la comunità. Abbiamo iniziato a vivere il primo giorno della settimana nel Regno della Promessa: questa è la nostra Pasqua dalla quale sgorga già una primizia. Ormai per noi il tempo non è soltanto cronos, vale a dire una linea ininterrotta di ore e giorni sempre uguali fagocitati da una fugacità senza senso, invece ogni nostro momento si è trasformato nell’opportunità di essere Kairos per noi, vale a dire occasione di una esperienza unica, di un incontro salvifico col Risorto, il quale ci consola mostrandoci la via e riscaldandoci con l’amore del Padre.   


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