parrocchia Santa Maria Assunta
home ANNO LITURGICO 2020 Amoris Laetitia Confraternita ORATORIO
home
ANNO LITURGICO 2020
Amoris Laetitia
Confraternita
ORATORIO
Archivio
PRESEPI
Parlane con noi
Foto album
Associazioni
 Se avete feedback su come possiamo rendere il nostro sito più consono per favore contattaci e ci piacerebbe sentire da voi. 

        ...AFFERMIAMO LA NOSTRA FEDE NELLA  TRINITA' 

“Dio”… nessuno lo ha visto. Ma Gesù ha fatto conoscere il suo mistero presentandolo come una comunione d’amore.

La domanda fondamentale rivolta al battezzando e cresimando: “credi in Dio Padre, nel suo unico Figlio e nello Spirito Santo?

 Non è la fede in un Dio unico che ci distingue, ma il modo di concepire questa unicità di Dio. Sulla parola di Cristo il nostro Dio è comunione infinita di persone, intreccio stupendo di relazioni. Dio non è solitudine infinita, ma rapporto eterno tra il Padre e il Figlio attraverso lo Spirito di amore.

Noi siamo stati creati ad immagine di questo Dio Trino. Intelligenza e libertà, l’istinto fondamentale della persona non è tanto quello della conservazione della persona chiusa in sé stessa, ma la relazione. La persona umana; creata a immagine di Dio, maschio e femmina, é incompleta da sola, si completa nella relazione. Altro che astrusa formula la Trinità!

 è necessario scoprire il suo nesso intimo con la vita cristiana. Nel Vangelo non è un dogma astratto, ma evento, vita che coinvolge grazie a Gesù il quale ritiene sua Gloria fare in modo che ciò che è suo sia anche nostro: Dio mette in comune, ecco il segreto della Trinità, la circolazione dei doni.

  L’Uomo è specchio e riflesso di Dio, quindi deve essere aperto a questo flusso, condividere amore, verità, intelligenza: così la Gloria di Gesù diventa la nostra gloria. Essa raggiunge la pienezza quando facciamo circolare tutto ciò che è bello, vero, buono, le nostre idee, la nostre ricchezze, il sorriso dell’amicizia, la creatività della nostra intelligenza e l’impegno della nostra volontà in una filigrana di relazioni che consolida la pace.

   Il dogma della Trinità, considerato così, costituisce anche il sogno di redenzione per l’umanità che tende verso la comunione fraterna. Ne deriva che micidiale ostacolo alla partecipazione a questa esperienza di fede e di vita sono i modelli mondani che propongono confini e divisioni, causa di mortifere strozzature, un esempio è costituito proprio il danaro che si sottrae alla disponibilità della civiltà dell’amore, evidente contraddizione rispetto ad una legge basilare dell’universo, dove tutto circola, altrimenti si determina stasi e, quindi, la fine. Ciò è valido anche per l’economia, la quale appunto si ammala se si ferma perché non comunica, non distribuisce la ricchezza che produce e la si chiude in pochi forzieri sigillati dalle fredde mura dell’egoismo e causa soltanto di disagi, di povertà, di morte.

   La Bibbia ci fornisce un vincente modello di comportamento: l’ospitalità della tenda di Abramo. Egli invita ad entrare un viandante, che poco dopo diventano tre. Il Patriarca sorpreso reitera la sua predisposizione all’ospitalità ricevendo come premio che l’amata moglie nel giro di un anno generi un figlio. Ecco il vero rimedio per l’oggi della crisi: in Italia sperimentiamo sempre più preoccupati che il seno di Sara si sta appassendo e tutti temiamo per il nostro futuro, percepiamo nebulosa perfino la possibilità di un domani.

   Come invita a fare il mistero basilare della nostra fede a noi immagine e specchio dell’amore trinitario, testimoniamolo concretamente con l’accoglienza dell’altro, con la predisposizione alla condivisione col fratello. Così nella nostra casa continuerà abbondante, gioiosa e feconda la vita, partecipazione dell’amore salvifico di Dio.

   Ecco come la Trinità si riflette nella nostra vita e nella nostra storia: il Padre è Dio prima di noi, che ci ha amati prima ancora che fossimo e ci dona un mondo da rendere ancora più bello; il Figlio è Dio con noi: colui che, diventando compagno di viaggio, si mette al nostro servizio per liberarci dalla schiavitù del peccato; lo Spirito Santo è Dio dentro di noi”, Colui che ci fa essere testimonianza di Cristo tra i fratelli, cioè lucerna posta sul candelabro o città situata sul monte. Ricordiamo tutto questo quando nel segno di croce affermiamo la nostra fede nella Trinità.

                          

PENTECOSTE

“Questi uomini gettano nel disordine la nostra città”: è la denuncia contro Paolo e Sila , impegnati nell’evangelizzazione (Atti 16,20), ma si tratta di timori non condivisibili, espressi da chi ha paura della verità e, quindi, è poco disposto ad aprirsi alla gioia della Pentecoste, quando si realizza la promessa di Gesù: l’invio dello Spirito come sua eredità più vera e preziosa.

La Pentecoste è un evento che rende pubblica questa donazione, vale a dire la presenza spirituale di Gesù risorto nella Chiesa grazie allo Spirito Santo. Con questa festa nasce la Chiesa nella quale continua in modo diverso la presenza storica di Gesù.

Nel discorso di addio (Gv. 14,15-26) Gesù parla dello Spirito nel tempo della Chiesa, pronto a consolare per superare le conseguenze dell’odio e delle persecuzioni, la caparbia incredulità che scandisce le esperienze quotidiane.

Due sono i segni che la caratterizzano: il vento ed il fuoco. Il vento simboleggia l’imprevedibilità dello Spirito, la necessità di aprirsi alla sua azione per divenire creature che non seguono le vie battute dal buon senso umano, frutto della mediocrità, che induce all’abitudine. Lo Spirito è inarrestabile, non può essere ingabbiato perché travolge tutti gli ostacoli che gli si frappongono; è un vento dinamico che indirizza verso direzioni sconosciute e terre nuove rendendoci creature in movimento.

Il suo fuoco svolge una triplice azione: illumina, riscalda, purifica mentre si propaga. Non consente di procedere a tastoni perché illumina; riscalda la fede, mai intellettualistica, ma sempre portatrice di vita, perciò lo Spirito purifica da tutte le scorie.

La festa di oggi segna la nascita della chiesa come comunità che annuncia la salvezza, la cui manifestazione più eloquente è la possibilità per tutti di comprendere la lingua del vicino pur usando linguaggi diversi; il contrario di quanto avvenne con la torre di Babele, vero antidoto per rendere virtuosa la globalizzazione che stiamo vivendo.

Nella lettera ai Romani (8, 8-17) Paolo esalta lo Spirito che libera dalla schiavitù della carne, causata da un egoismo che pietrifica sentimenti e valori. Trasforma i desideri dell’uomo grazie all’azione della carità, così lo Spirito rinnova il rapporto con Dio, segnato dal liberante sentimento della filiazione «adottiva», cioè gratuita. Infatti, la sua presenza vivifica perché fa sperimentare il rapporto paterno con Dio. Dunque, l’uomo può rivolgersi liberamente, francamente e confidenzialmente al Padre, può nutrire la stessa confidenza di Gesù godendo dell’amore, della gioia, della pace, della pazienza, della benevolenza, della bontà, della fedeltà, della mitezza, del dominio di sé (Gal 5,22-23), tutti connotati propri dell’identità cristiana.

 

                                             

 

Pensieri per Ascendere

La nostra vita è attraversata dal filo rosso della speranza derivante dalla Risurrezione di Cristo, cioè dal fatto che egli ora siede glorioso alla destra del Padre. Sono queste scintille di risurrezione a determinare crepe nella prigione terrestre, mentre con la sua continua benedizione Cristo ci affida il compito di predicare la conversione, cioè di uscire dalle paludi andando controcorrente per beneficiare del per/dono di Dio.

 

Quaranta giorni, un simbolo, non numero tondo, ma periodo fecondo durante il quale il Risorto guida i primi passi della Chiesa nascente. A un certo momento questo suo apparire sensibilmente cessa perché la Chiesa deve camminare da sola e testimoniare con certezza gioiosa che Cristo ha portato l’umanità nella gloria grazie al suo corpo risorto, fondamento della nostra speranza (Ef. 1,10).

 

«Così sta scritto». Passione, Risurrezione, predicazione a tutte le genti sono amalgamate nell’evento cristologico perché l’annuncio avviene «nel suo nome». Contenuto è la conversione della mente, credere che il Crocifisso è rivelazione di Dio, non sconfitta, e il perdono, cioè la proclamazione dell’amore di Dio, è più grande del nostro peccato; quindi, annunciare la Croce significa annunciare Dio che perdona.

 

Per celebrare adeguatamente questa festa occorre evitare tre rischi: ridurre la fede a un guardare verso l’alto estraniati dalla storia, chiudersi nelle cose del mondo non sapendo andare oltre, il manifesto orgoglio di voler realizzare subito il regno di Dio.

 

Al tempo del Cristo visibile, succede quello dello Spirito Santo, invisibile ma attivo: è il tempo della nostra testimonianza, della chiesa itinerante, della comunità, tempo intermedio durante il quale non è lecito dire: che fare? Infatti, la storia si scrive col contributo di ogni uomo, come il mare di gocce e la spiaggia di granelli di sabbia.

Ecco perché i discepoli tornano con grande gioia a Gerusalemme.

 

Ci attenderemmo tristezza, determinata dall’addio. Invece no. Il Risorto entra nel profondo di tutti noi per trasformarci e mostrare che la vita è più forte delle ferite che si patiscono lungo il viaggio. Ecco perché Egli attira verso l’alto dopo essere penetrato nell’intimo di ognuno e questa forza ascensionale indica e conduce verso una vita più luminosa.

 

I discepoli hanno constatato di persona l’evento-Gesù, perciò devono essere pronti a confermarlo anche con la vita. E’ difficile fare ciò con coerenza, perciò il Risorto conferma la promessa del Padre: lo Spirito; senza è impensabile la Chiesa. I suoi doni sono la fedeltà alla memoria di Gesù, l’intelligenza che la rende viva ed attuale sempre ed ovunque, la forza di testimoniarla perché compresa a pieno.

 

Luca conclude il suo Vangelo con l’episodio dell’Ascensione e con le ultime parole di Gesù ai discepoli. Allo stesso modo apre la storia della Chiesa (Atti 1,9-11).

 

Come vivere questo vangelo?

 

Con l’Ascensione Gesù lascia a noi il compito di animare la storia per cambiare il mondo dal di dentro ricomponendo nel suo nome l’unità della famiglia umana. Perciò diventa  prioritario  il suo comandamento: “Amatevi come io ho amato voi”.

 

L’Ascensione ha un duplice significato: un salire al Padre per cui con la Risurrezione Gesù entra in una condizione nuova nella gloria di Dio, ma anche un distacco: Gesù ritira la presenza visibile e la sostituisce con una più profonda, che si coglie nella fede grazie all’intelligenza delle Scritture, all’ascolto della Parola, alla frazione del pane ed alla fraternità.

Lo Spirito, un ponte fra noi e Gesù Gv 14,23-29

         Il vangelo di domenica va inquadrato nel discorso di addio fatto da Gesù ai discepoli prima della passione. Egli afferma di essere la via: ma dove porta? è una via difficile?

Egli non solo ci ha manifestato la volontà del Padre; ma si è presentato come modello, invitandoci ad entrare in comunione con lui: comunione di amore perché “lui è una cosa sola col padre”. Questa via porta alla città di Dio, città dell’armonia e della pace, illuminata dalla gloria di Dio. E’ una via stretta e in salita per cui abbiamo bisogno di una guida: lo Spirito Santo, il quale ci aiuta ad interiorizzare l’insegnamento di Gesù, chiarisce ciò che spesso risulta oscuro e lo attualizza, cioè aiuta ad applicare alle situazioni correnti il suo frutto, che è la pace. Ecco perché è il Consolatore.

Per Gesù l’amore e il dono dello Spirito hanno perciò un indissolubile legame grazie all’osservanza dei comandamenti, una obbedienza che amalgama nella dinamiche dell’amare: desiderio, affetto, amicizia, appartenenza. Così l’amore diventa luogo dell’incontro col Padre consentendogli di dimorare con Gesù nell’uomo. La disponibilità all’amore diventa la ragione della differenza tra chi é discepolo e chi non lo è. Senza l’uomo é incapace di fare una autentica esperienza di Dio.

Proprio perché è una esperienza difficile lo Spirito Consolatore è impegnato a insegnare “ogni cosa” facendo comprendere il vangelo di Gesù nella sua pienezza, fino alla radice, la sua ragione profonda. Questa sapienza non è frutto di un ricordo ripetitivo, ma attualizzato perché lo Spirito ha la funzione di mantenere aperta la porta all’incontro con Gesù e rendere la sua storia perennemente attuale e, quindi, veramente salvifica. Essa non deve rimanere circoscritta nella vicenda personale di un uomo risorto, ma deve divenire evento perennemente contemporaneo proprio perché lo Spirito garantisce la continuità tra il tempo di Gesù e quello della Chiesa.

         Frutto dell’azione dello Spirito è la pace. Gesù distingue nettamente la sua dalla pace che dà il mondo, frutto dell’agire dell’uomo. La pace per noi è una tregua fra due guerre, in realtà un armistizio perché basata sull’equilibrio di forze degli schieramenti: quindi, più che pace si dovrebbe parlare di non-guerra. Per questo Gesù prende le distanze da questo tipo di pace. La sua non è in negativo: non è assenza di guerra, ma presenza di gioia: gioia che sgorga dalla convinzione di essere amati dal Padre, datore di ogni bene.

                                     

                                               V DOMENICA DI PASQUA 

Vita e novità si richiamano reciprocamente e vanno sempre insieme. La liturgia della V domenica di Pasqua afferma la novità della Chiesa e l’impossibilità per essa di ripiegarsi sul passato per vivere di soli ricordi o di chiudersi solo nel presente senza pensare alle gioie future. La Chiesa di Gesù è un organismo vivo, attinge energie che spingono all’azione dal continuo rinnovamento.

La seconda lettura fa eco alla voce potente che afferma: “ecco, io faccio nuove tutte le cose”, parla di “cieli nuovi” e “terre nuove”, meta finale del nostro cammino, “nuova Gerusalemme” dimora di Dio e degli uomini insieme (Apocalisse  21,1-5).  La novità finale viene costantemente preparata dal travaglio che porta al rinnovamento e la vita per il cristiano deve essere un cammino verso questa nuova Gerusalemme. Nel capitolo ottavo della lettera ai romani Paolo descrive tutta la natura in preda alle doglie del parto per esprimere l’ultima, suprema novità.

è una grande lezione questa felicità prospettata dall’Apocalisse: essere attivi, impegnati a crescere secondo suo preciso modello di sviluppo: è il comandamento “nuovo” di Gesù. (Gv 13,31-35). Gesù non si è limita a dirci che l’amore verso l’altro è il centro del suo messaggio, ma fornisce anche il criterio di misura “amatevi come io vi ho amati”: questa misura è la novità del precetto. Gesù offre se stesso al Padre e ai fratelli. La storia dell’amore di Gesù si manifesta nella croce e nella risurrezione: la morte del chicco di grano è momento essenziale per il trapasso alla nuova vita. Gesù si spoglia di tutto e dimostra di amarci fino alle estreme possibilità dell’amore.

La solidarietà umana non resiste all’usura del tempo, si sfilaccia e si smaglia giorno per giorno. L’amore ricevuto e dato come amore del Padre ha in sé l’impronta dell’eternità. Cristo ci ha amati assicurandoci la sua presenza costante e la disponibilità totale nell’eucaristia, istituita poco prima della proclamazione del suo  comandamento nuovo. L’eucaristia è presenza d’amore, è offerta di sé che Cristo fa in qualsiasi momento della nostra vita, è lo specchio del nostro amore, la misura del nostro spirito comunitario. Che l’amore tenta per se stesso a diventare “comunità” è messo in risalto dalla prima lettura, nella quale si descrive l’impegno di Paolo e Barnaba nel fondare nuove chiese: l’aprire le porte della fede ai pagani è reso possibile soltanto dalla novità di un messaggio che nessun altro aveva bandito fino allora. Si apriva loro il cuore dell’accoglienza, le porte della fede e del cuore.

La nota dominante della liturgia di questa domenica è l’aggettivo “nuovo”. La novità che traspare dalla lettura del vangelo di questa settimana non è nel fatto che viene indicata la quantità di amore che si deve nutrire per l’altro, ma il modello da seguire: essere capaci di amare come Gesù, il quale ha dimostrato di sintetizzare la sua persona nell’essere esclusivamente amore per l’altro.

L’amore è nuovo proprio perché presenta sempre il carattere di novità al contrario dell’egoismo, dell’indifferenza, della vendetta, dell’odio, della violenza che implicano fatti ripetitivi, cose vecchie. L’amore, invece, costituisce sempre un elemento di sorpresa. Esso deve essere modellato sull’amore di Cristo: si traduce nel dono di sé, nell’essereperglialtri. Infatti, non dona cose ma se stesso. E’ sempre gratuito: inutile cercarne la causa nelle nostre qualità; è il comportamento di Dio, che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi.

E’ nuovo perché creativo, rigenera tutti noi, infatti non ama perché siamo buoni, ma è il suo amore che ci fa buoni, al contrario della nostra capacità di amare che è solo reattiva, nel senso che ci lasciamo condizionare dai comportamenti altrui, quindi più che proposta, è una risposta

L’amore è la chiave di lettura di tutto il messaggio cristiano, senza di esso tutte le altre parole del vangelo perdono significato. Non basta l’amore che si sente dentro: è la persona interessata che deve sentire di essere amata. Orbene, non c’è parola più abusata che amore. Sovente è confusa con un mero sentimento, con un’azione di solidarietà; in realtà amare supera ogni gesto singolo per indicare innanzitutto che si è scoperto l’altro, capace di generare in me un brivido di curiosità. L’attesa di una relazione corrisposta si trasforma nell’evento capace di mutare radicalmente la mia vita. Amare significa guardare l’altro con gli occhi di Dio, impegnarsi a scoprirne bellezza e unicità, esperienza che determina in me un senso di meraviglia per ciò che mi attendo.

                                                                                                                                    don Luigi Rossi


IV DOMENICA DI PASQUA

In un mondo tormentato come il nostro, in cui ideologie, progetti politici, schemi di vita pare che cozzino tra loro, producendo disorientamenti a vasto raggio ed uno scetticismo che rende di moda la frase di Pilato: “cosa è la verità?”, non c’è da meravigliarsi se con particolare insistenza sentiamo scaturire dal nostro profondo la domanda: “che significa per me essere cristiano?” Nello sforzo di ricerca della propria identità il breve passo del Vangelo aiuta a riaffermarla (Gv 10,27-30).  

.... CONTINUA A LEGGERE....



                                   III DOMENICA DI PASQUA

La liturgia della terza domenica di Pasqua ci impegna a capire,attraverso i fatti narrati nelle letture bibliche, come dalla fede pasquale del Cristo risorto scaturisca il senso vivo della Chiesa come comunità missionaria, che si forma intorno all’eucaristia e trova la sua visibile unità intorno a Pietro e ai suoi successori.

..... CONTINUA A LEGGERE....

 


                              



                             II DOMENICA di PASQUA

Diciamo “domenica II di Pasqua”, non “dopo Pasqua” perché espressione piena della Pasqua di risurrezione, tappa lungo il cammino della speranza; perciò non possiamo chiuderci in una vita stagnante, di stanche ripetizioni generatrici di monotonia

.... CONTINUA A LEGGERE....



Pasqua di Risurrezione

Corriamo al sepolcro vuoto per trovare la vita

At 10,34.37-43; Col. 3,1-4 oppure 1Cor 5,6-8;Gv 20,1-9.

 

 

I testimoni del grande evento sono Maria, Pietro e il discepolo «che Gesù amava». Corrono al sepolcro perché “non avevano ancora compreso la Scrittura, che Egli cioè doveva risuscitare dai morti» (v. 20,9). Quindi, l’incomprensione di Maria e di Pietro e anche la fede del discepolo meritano un rimprovero perché hanno avuto bisogno di vedere per credere. Invece, se avesse compreso, la Scrittura stessa sarebbe stata una testimonianza sufficiente della risurrezione. Ecco perché, rivolto a Tommaso, Gesù dice: «Beati quelli che hanno creduto senza aver veduto». E’ l’ultima beatitudine, dopo quelle riportate dal vangelo di Matteo e da quello di Luca ed è riservata a chi crede senza pretendere di vedere.

E’ il nostro caso. A noi è affidato un ulteriore impegno: passare dalla visione alla testimonianza.

Oggi è credente chi, superato il dubbio e la pretesa di vedere, accetta la testimonianza autorevole di chi ha veduto beato per la personale relazione col Risorto, dalla quale deriva l’esperienza della gioia, della pace, del perdono dei peccati, della presenza dello Spirito. Con questa disposizione interiore scambiamoci un sincero, sentito, coinvolgente “Buona Pasqua: il Signore è Risorto.   

 

 

Proposito:

 

Gesù “esce dal sepolcro”  perché è vivo, Risorto. Per vivere da “risorti con lui” anche noi, dobbiamo uscire dai nostri egoismi e dalle nostre chiusure per andare verso gli altri e portare il lieto annuncio nona parole, ma con la testimonianza di una vita cristiana coerente e serena per rendere evidente la portata della gioia pasquale nel quotidiano del nostro prossimo, soprattutto di chi vive nelle periferie materiali e spirituali.


Site Map