parrocchia Santa Maria Assunta
home ANNO LITURGICO 2020 Amoris Laetitia Confraternita ORATORIO
home
ANNO LITURGICO 2020
Amoris Laetitia
Confraternita
ORATORIO
Archivio
PRESEPI
Parlane con noi
Foto album
Associazioni
 Se avete feedback su come possiamo rendere il nostro sito più consono per favore contattaci e ci piacerebbe sentire da voi. 
                   

La feconda azione del Misericordioso

La liturgia presenta un rabbi e un ricco capo dei pubblicani, peccatore curioso in ricerca e gli effetti della potenza creativa di Gesù grazie alla sua arte dell’incontro. Zaccheo, “cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti… e salì su un sicomoro, perché doveva passare di là… Gesù alzò lo sguardo e gli disse: scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. (Lc 19,1-5). Il limite fisico da ferita si trasforma in feritoia per arrivare alla conversione. Il pubblicano corre in avanti, sale sull’albero, cambia prospettiva grazie a un incontro e a un breve dialogo con Gesù, il quale lo chiama per nome, non giudica, condanna o umilia. Lo scambio di sguardi spinge Zaccheo a ricordare il significato del nome che porta: puro, innocente perché si chiama Zaccaria, cioè “memoria di Dio”. Il Maestro dichiara che deve fermarsi a casa sua. Nel verbo “devo” si concentra il suo bisogno, desiderio, ansia di abbracciare l’ultima pecora; da pausa di Gesù nel pellegrinaggio verso Gerusalemme diventa per Zaccheo traguardo. La meta è una casa come capita per i momenti più significativi della vita del Messia. Il Vangelo non comincia nel tempio ma in una casa di Nazaret. Ora a Gerico inonda un’altra casa perché é il luogo dove avvengono le cose più importanti per l’umanità: nascita, morte, amore. Zaccheo scende in fretta, pieno di gioia accoglie il Rabbi, che non gli impone nulla; non deve prima cambiare vita. Il Signore entra perché crede nell’uomo; non predica, manifesta amicizia sbalordendo Zaccheo, che si sente amato senza meriti, senza perché. “Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”: é la rivoluzione cristiana preceduta sempre da un “sei amato” prima di praticare l’“amerai”. Scendi subito, cioè torna oggi, non ieri, né domani. Oggi è usato da Luca nei momenti centrali. Si legge, infatti, “Oggi è nato un Salvatore” (2,11); nella sinagoga di Nazaret “Oggi la Scrittura si compie (4,21); sulla croce al buon ladrone: “Oggi sarai con me nel paradiso (23,43)”. Perciò, anche noi oggi possiamo incontrare Gesù, che s’impegna a rimanere nella casa, condividere cioè l’intimità di un’amicizia. Non dice: “Scendi perché voglio convertirti”, o come il Battista: “Convertiti, fai frutti degni di conversione (Lc 3,8), poi vedremo il da farsi. No, perché non è la conversione causa del perdono, ma il perdono suscita la conversione. Gesù rivela Dio che offre gratuitamente il suo perdono causando la reazione di Zaccheo, il quale “scende in fretta e lo accoglie pieno di gioia”. L’episodio sembrerebbe concluso, invece continua perché “Tutti mormoravano: entra in casa di un peccatore!”; quindi Gesù è un falso maestro. I presenti peccano perché conservano la cattiveria del pregiudizio anche di fronte al gesto concreto del pubblicano che esalta le modalità della misericordia di Dio. Il piccolo Zaccheo riflette sulla propria condizione: limiti fisici, morali, intellettuali analizzati con acutezza non impediscono l’incontro col Signore se lo si vuol conoscere. Grazie a questo anelito, Gesù non si fa condizionare dal giudizio esteriore perché trova convergenti le aspirazioni alla salvezza di Dio e dell’uomo: Uno è pronto a concederla, l’altro a riceverla. Purtroppo nell’attuale società liquida esiste sempre la possibilità di scandalizzarsi. In troppi osservano e giudicano, vedono e condannano. Gesù, invece, guarda nell’intimo e si muove a pietà; prima incontra, poi converte senza chiedere espiazioni. La sua misericordia anticipa e può scandalizzare perché incondizionata; infatti, non solo chiede di entrare in casa, ma è disposto a sedersi a tavola per rendere concreta la sua amicizia. Così egli stimola nuove prospettive e comportamenti, come fa Zaccheo, che dona metà dei suoi beni perché disposto a rinascere.


P
regare vuol dire guardare in alto e vedere la luce

Come il cristiano torna a casa dopo aver partecipato all’Eucarestia domenicale? Con un peccato in più, come il fariseo, l’uomo religioso della parabola ritenuto pio, o come il pubblicano? I due protagonisti della parabola personificano due possibilità: di chi si batte il petto, consapevole di essere peccatore, o di chi in piedi, sicuro della bontà della propria richiesta, si rivolge al Signore iniziando un monologo che trasuda presunzione e così sostituisce a Dio il proprio vanitoso ego, dimenticando ogni empito di compassione per evitare rischi di contaminazione.  La vera preghiera induce a pensare al prossimo rimanendo nel nascondimento secondo la raccomandazione di Gesù: “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra2 (Mt 6, 1-4), ricordando che “chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. Il realismo di chi si pente aiuta a divenire una persona nuova, senza presunzione e arroganza, riconoscente perché la salvezza non esclude nessuno; infatti, non è una tecnica che si apprende, una devozione praticata in forma rituale. Soprattutto non si può pregare e, contemporaneamente, disprezzare i figli di Dio umiliandoli. Pregare con questo spirito fa ritornare dal tempio ancor più carichi di colpe. Il fariseo formalmente inizia bene la sua orazione: ringrazia, ma non riesce a controllare l’orgoglio e cede allo stucchevole termine di paragone dimostrando di non essere capace di una preghiera pronta ad aprire il cuore; la trasforma addirittura in indice puntato contro gli altri, giudicati negativamente per esaltare la propria virtù. Di fatto questo orante, che osserva minuziosamente tutti i precetti, dimostra di sentirsi a disagio in un mondo che gronda male da ogni poro. Egli digiuna e paga le decime, ma nel dichiarare di non essere come gli altri rivela la narcisistica personalità innamorata del proprio io e per questo è incapace di aprirsi con occhio misericordioso agli altri.  In evidente contrasto sono i gesti, le parole e l’atteggiamento del pubblicano. Egli prova imbarazzo per la vita che conduce, perciò non osa alzare lo sguardo per scorgere le conseguenze delle sue scelte di vita. Sale al tempio per chiedere pietà, reputandosi un peccatore incallito. Il suo rivolgersi al Signore denota la profonda differenza rispetto al fariseo gongolante per la presunta giustizia. Si apre al tu di Dio, pone al centro dell’invocazione di perdono. A questa prima parola affianca un’altra espressione: si riconosce peccatore. Ecco perché ritorna a casa giustificato; non per l’umiltà dimostrata, ma per l’apertura verso il Signore che illumina la sua vita e gli fa comprendere come deve cambiare. Si apre al miracolo della misericordia, l’unica capace di salvare; non è un modello, la sua condotta non va preferita alle virtù del fariseo perché non é un campione di onestà. A salvarlo è l’esclamazione “Dio, abbi pietà di me peccatore”; si batte il petto e non osa alzare lo sguardo, segni del suo lento predisporsi alla salvezza; perciò torna a casa giustificato. Rispetto all’artificiale sensibilità del fariseo, radicata in una falsità senza possibilità di redenzione, non trovando in sé niente di buono, il pubblicano non fa affidamento sul proprio io; ne ha sperimentato l’aleatorietà per cui fonda la possibilità di salvezza in Dio. Umiltà e povertà sono le componenti della sua preghiera; non parole improvvisate, ma atteggiamenti di fondo dell’esistenza.  Il commento finale di Gesù è sconvolgente: il pubblicano può ritornare a casa e godere della compagnia e degli affetti di chi lo attende perché riconciliato con se stesso; ha sollecitato il perdono, quindi ha riallacciato la relazione con gli altri e con Dio. Invece il silenzio circonda il fariseo, conseguenza della scelta di fare della preghiera un dialogo esclusivo con se stesso. Tutta tesa a disprezzare gli altri, la sua anima è paralizzata nel contemplare la propria presunta bontà. Gesù avverte: persino la preghiera può separarci dal Signore e renderci atei se il Dio al quale ci rivolgiamo è solo la proiezione di noi stessi, incapaci di pronunciare parole cardine, come “abbi pietà”, per attrarre la promettente attenzione di chi può perdonare. Il pubblicano, curvo nei precordi di una coscienza che si sta risvegliando all’amore del Padre, sollecita misericordia perché si percepisce peccatore. Ecco la grande differenza tra i due personaggi: il fariseo identifica la religione con tutto ciò che egli compie per Dio; il pubblicano medita e considera quanto Dio fa per lui e ritorna a casa giustificato. Gesù racconta la parabola “per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Un modo per ricordare che Chiesa missionaria è quella del pubblicano, non del fariseo. Questi, chiuso nella torre d’avorio dell’orgoglio non è disponibile al dialogo. La Chiesa del pubblicano, invece, consapevole di avere bisogno di conversione si pone in costante ascolto.



La prodigalità della misericordia

La pagina del vangelo proposta e che fa da sottofondo alla liturgia domenicale prende le mosse dal contesto evidenziato dai verbi mormorare e cercare chi é perduto. Il primo descrive la predisposizione dell’uomo a contestare Dio quando non soddisfa i suoi capricci infantili; perciò si costruisce il vitello d’oro, simbolo di tutte le idolatrie. La parabola prende le mosse dall’esperienza che accomuna tutti noi pronti a desiderare non il bene, ma a pretendere i beni del Padre. Questi lascia fare e attende paziente; nel suo cuore domina amore e rimpianto, non è mai indifferente o distratto rispetto al figlio che manifesta un barlume di ravvedimento.

Le tre parabole riportate da Luca nel capitolo XV del suo vangelo sono tre piccoli monumenti della letteratura mondiale, da secoli ispiratori dell’arte e trama di racconti che sintetizzano le dinamiche espresse poeticamente dal Cantico dei Cantici: l’io amato e perduto coinvolto di nuovo nell’abbraccio vivificatore dell’amore di Dio. Soprattutto condannano la pressione religiosa sulle coscienze ricorrendo al senso di peccato inteso come perdizione, perversione, traviamento meritevole di castigo. Sentimenti di colpa tormentano emarginando; Gesù li combatte mostrandosi amico dei peccatori e dei perduti, pronto a condividere con loro l’esperienza della misericordia di un Padre che ha due figli. Un giorno, il più giovane e ne va in cerca di felicità nelle cose che il denaro gli può procurare, ma trova il vuoto e precipita nella condizione di servo. Ritornato in sé, si mette in cammino verso casa non per amore ma per fame. Al Padre non importa il motivo, basta un primo passo; perdona anticipando le scuse. Egli ha scrutato l’orizzonte in attesa, con prontezza è corso incontro e con generosità fa preparare la festa alla quale invita anche l’ubbidiente ma infelice primogenito, il quale si sente servo e non figlio. La predisposizione al perdono lo scandalizza; la considera una debolezza rispetto alla pretesa di essere esempio di gelida osservanza della legge, dimentico che, mentre il fratello minore “rientra in se stesso” e si converte, egli rimane cocciutamente radicato in una falsa virtù, senza speranza perché incapace di gioire per il ritrovamento di chi si era smarrito, per il ritorno di chi precedentemente aveva sbattuto la porta protestando.

Il Padre della parabola è immagine di un Dio eccessivo, prodigo di amore esagerato nel suo atteggiamento verso una umanità perduta, situazione che Luca riassume nelle parabole della pecora perduta, della moneta perduta e del figlio perduto, momento centrale dell’insegnamento di Gesù, pronto non solo ad accogliere i peccatori, ma perfino a sedere a tavola con loro, gesto di partecipe amicizia che scandalizza farisei, scribi e sacerdoti, ribellatisi perché vedono pericolosamente ridimensionata la portata del loro potere di controllo delle coscienze. Infatti, riconoscono solo il Tempio come luogo dove poter incontrare Dio, affidano alla Legge da loro interpretata la possibilità di compire buone azioni, ai sacrifici degenerati in ossessiva ritualità, alla penitenza come gesto esteriore per nulla meritorio. Gesù smantella questi sterili recinti per insegnare che s’incontra Dio nella vita di ogni giorno. Egli assegna significato salvifico ad ogni gesto, persino alla paura dell’anima smarrita, al senso d’inutilità di chi si percepisce moneta senza valore, alla fame di cose del figlio prodigo, nostalgico dell’amore sperimentato a casa ora che da lontano finalmente ne coglie la portata.

Tutto ciò non ha valore per i moralisti di ogni epoca, ma Gesù senza esitazioni mostra che Dio è l’amico sempre vicino agli smarriti perché pronto ad abbracciarli. Le tre parabole descrivono appunto la dinamica della perdita e del ritrovamento, ricordando che Dio è alla ricerca dell’uomo, ne ambisce la relazione positiva e prova una grande gioia quando lo trova. Anche se l’anima smarrita non ha fatto ancora il passo definitivo verso di Lui, Egli è pronto a caricarsela sulle spalle perché è un Dio pastore, come la donna di casa non bada ai graffi lasciati dalle esperienze della vita; invece, condivide il crescendo di gioia, di contentezza, di felicità che unisce cielo e terra coinvolgendo amici e vicini.


XX domenica “per annum”

Il messaggio può sintetizzarsi in questi termini: l’uomo retto può determinare pericolose reazioni, ma con perseveranza continua a marciare verso la meta ultima rassicurato dalle parole di Gesù.

La fede non è il vestito domenicale indossato per andare a messa, anche se già i 45 minuti dedicati al Signore nel giorno della festa sarebbero un bel segno e una necessaria testimonianza. La fede è l’abito di ogni giorno, il criterio col quale giudicare le esperienze della vita. Il modo di porsi nei confronti di Dio diventa la discriminante anche nell’ambito di una stessa famiglia. E’ la cornice delineata nella prima lettura, che racconta una vicenda di persecuzione simile a tante storie dei nostri tempi: un uomo libero, Geremia, senza protezioni di amici potenti, dice al re la verità per cui è accusato di disfattismo e buttato ad affogare lentamente nel fango di una cisterna! Ha la colpa di non voler rinunziare a pensare con la propria testa; è reputato un insopportabile guastafeste, impegnato a denunciare disegni occulti vantaggiosi per pochi. Ma la Provvidenza opera sempre e nelle circostanze più strane; nel caso di Geremia grazie ad uno straniero fuori dei giochi di potere, che ha il coraggio di denunciare la trama dell’inganno.

Nel passo del Vangelo letto oggi Cristo constata che la sua venuta provoca dei conflitti. Il motivo? Perché proclama la presenza attiva dell’amore di Dio, annunzio che spaventa ciò che nell’uomo è egoismo, volontà di dominio. Cristo, pietra su cui costruire un futuro appagante, diviene inciampo e determina divisioni perché fa emergere il bene e il male nello spirito umano. Solo la fede aiuta a superare questa divisione che angoscia Gesù, il quale auspica la fine della violenza. È la premessa al suo discorso sui segni dei tempi e sulla nostra capacità di discernimento, compito precipuo dei cristiani di oggi, funzione profetica che può risultare scomoda, ma non eludibile se si vuole collaborare alla salvezza dell’umanità.

L’esperienza vissuta nella settimana appena trascorsa, che ha visto protagonista i politici, costituisce un significativo esempio di quanto la prospettiva evangelica del bene comune costituisca l’unica efficace cura alla deriva progressiva che sperimenta il paese. Nella lettera agli Ebrei si paragona la Parola ad una spada affilata, capace di penetrare non solo nel cuore di ogni uomo, ma anche nella comunità dove si vive. Dobbiamo costatare che anche il nostro paese è ammalato non solo di consumismo, ma è vittima di un virus ancora più subdolo: la predisposizione al compromesso al ribasso, pratico rifiuto di vivere alla luce della verità per adagiarsi nello scetticismo del pensiero debole. I nostri comportamenti quotidiani sovente sono una risposta non consapevole al convincimento che la verità non esiste, quindi ognuno può costruirsi la propria, unico lasciapassare per operare in una società scettica e priva di legge morale. E’ il quietismo dello spirito che Gesù condanna nel passo del vangelo di questa domenica. Egli non è venuto a portare il compromesso, non ha mai avallato la propensione a dare un colpo al cerchio e uno alla botte per servire due padroni. Negli impegni pubblici e nella esperienza privata occorre bandire questo non dire mai “sì” o “no”, il non lasciar capire cosa si pensa e quali sono i principi di riferimento. La furberia di voler andare d’accordo con tutti a scapito della verità e dell’amore autentico non paga anche in termini di relazioni umane. Gesù sollecita in noi l’atto di fede, che non è recita di formule, ma un continuo ascolto per essere pronti alla risposta e scegliere ciò che è veramente importante per noi.


XIX per annum

Il vangelo di questa domenica invita a riflettere sulla vigilanza “pronti con la cintura ai fianchi e le lucerne accese”. Le lucerne sono il segno dell’attesa e dell’accoglienza, la cintura ai fianchi richiama l’uso dei lavoratori della Palestina che rotolavano le vesti per non essere ostacolati nel lavoro, o dei viandanti per camminare speditamente. Queste immagini ci fanno capire che la vita cristiana è un’attesa vigilante e responsabile del Signore che viene. Per enfatizzare la situazione Gesù aggiunge che il Egli viene come un ladro. Gesù non tollera nei discepoli la paura perché il Regno non è una promessa, ma già un possesso e parlare del Regno significa parlare di Dio che si dona. Ne deriva, come logica conseguenza, il dono di sé a chi si vuole amare. Avere Dio ed essere di Dio, condiviso con gli altri, spinge a donarsi. Vivere in tal modo significa essere pronti, convinti che la vita è attesa di Dio, quindi é saggio imitare i servi della parabola che restano svegli fino all’alba non per dovere o paura, ma per amore. Si capovolge l’immagine del padrone perché questi si mette a fare il servo! Così il Signore si pone a servizio della nostra felicità, immagine usata solo da Gesù e che Egli ha testimoniato personalmente cingendo un asciugamano e lavando i piedi dei discepoli. Un padrone pieno di fiducia, che ci affida casa e chiavi, é la fortuna di noi servi Come? Quando avverrà? Di solito pensiamo all’incontro definitivo con lui dopo la morte, perciò dobbiamo essere sempre preparati. Ma l’espressione “Il Signore che viene” non si riferisce a un solo istante, implica tutte le occasioni della vita perché in ogni circostanza possiamo manifestare il nostro amore e prestare il nostro servizio. Egli é in ogni fratello che ha bisogno di aiuto; perciò, chiudere la porta alla solidarietà significa non essere pronti per l’accoglienza. In ogni momento è possibile sentire l’appello del Signore che invita, ciò comporta attesa e vigilanza, atteggiamento che esclude qualsiasi cedimento alla paura, generatrice di ansia. Ossessione ed angoscia sono sentimenti ben diversi dal timor di Dio, dono dello Spirito Santo, col quale manifestiamo rispetto e consapevolezza nei confronti della santità del Signore, che è anche nostro Padre. La paura causa inattività e genera indolenza mentre si è in attesa, esattamente il contrario di quanto s’intende col termine attendere: letteralmente tendere verso, cioè tensione verso il futuro che per noi cristiani acquista un volto ben preciso, quello di Gesù pronto ad abbracciarci esclamando: “vieni, servo buono e fedele “. E’ un futuro da vivere nell’oggi, gioiosi nel prestare servizio, cioè nel testimoniare i valori maturati dentro il nostro cuore, frutto di una scelta non eludibile: essere o avere? amore o possesso? condividere o accumulare per sé? servire o dominare? È la risposta a queste domande che rende vitale il senso dell’attesa.



XVIII per annum

Le vacanze sono un periodo di ristoro del fisico, ma anche occasione per riflettere. Questa domenica la liturgia della parola regala una grande lezione di vita, attualissima perché valida per tutti le categorie sociali, l’1% dei ricchissimi nel mondo e anche per gli scarti che vivono d’invidia per la ricchezza altrui. A Gesù è rivolta la richiesta di pronunziarsi circa la divisione dell’eredità tra fratelli; rifiuta ritenendo che la sollecitazione sia frutto di avarizia e mette in guardia: “Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia”, severo richiamo contro l’ingordigia dell’accumulo perché «Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni»”. Egli ricorda a tutti che sono fratelli e invita a rivolersi al Padre; per rendere evidenti questi insegnamenti racconta la parabola che vede protagonista un ricco insipiente, il quale non conosce il vero significato della vita. Già nella prima lettura Qoèlet enumera le aporie di un’esistenza fatta di continue preoccupazioni per riempire i propri forzieri che, alla fine, si è costretti a lasciare a chi non ha lavorato per costruirli. Stoltezza dell’uomo ricco! Questi intravede il benessere nel possesso di cose che non hanno mai mantenuto fede alle promesse di felicità, incapaci di colmare il cuore di vera gioia. Infatti, il ricco della parabola raccontata da Gesù è tremendamente solo, parla con se stesso perché incapace di relazioni interpersonali, quindi precipitato in una condizione d’irriducibile povertà interiore. Il fantasma della morte al termine del racconto proietta la fine ingloriosa già presente nella vita di un individuo morto agli altri. Nell’orizzonte dell’uomo della parabola non c’è posto per il “tu”, precipitato nel magone che aveva contrassegnato Adamo, che dispone di tutte le cose, ma si percepisce drammaticamente solo al centro del suo deserto di relazioni, avviluppato da un “io” ossessivamente impegnato a demolire e costruire. Egli ha dimenticato che a far ricchi veramente è la vita donata, mentre chi accumula “per sé” lentamente muore e non partecipa della gioia prodotta dall’amore. Ecco perché questo ricco non ha un nome proprio, il denaro ha divorato la sua identità; ritiene che l’uomo valga quel che guadagna o sarà capace di guadagnare; parla di se stesso, cerca solo il proprio benessere. Nel commentare il suo progetto di vita Basilio Magno commenta: “E se poi riempirai anche i nuovi granai con un nuovo raccolto, che cosa farai? Demolirai ancora e ancora ricostruirai? Con cura costruire, con cura demolire: cosa c’è di più insensato?” La rivoluzione di senso è data dal Vangelo annunciato in un ambiente, la Palestina di duemila anni fa, dove si riteneva che la ricchezza fosse una benedizione divina e il povero maledetto. Invece il Dio di Gesù è completamente diverso. I veri granai fecondi di bene sono “le case dei poveri” seconda la regola evangelica del condividere, visione proposta da Gesù nel “Padre Nostro”. Egli non disprezza i beni della terra, problematico è l’uso che se ne fa. I magazzini ricolmi, dove si ammucchiano i raccolti, sono privi di calore umano se il ricco proprietario non è disposto a condividere cosa vi custodisce e che potrebbe veramente animare la festa. Organizzare un banchetto per un solo convitato non conferisce gioia: il divertimento diventa impossibile, il riposo risulta noioso, il cibo solo calorie che ingrassano minacciando la salute. Gesù è categorico nel condannare la follia dell’egoismo, al ricco rivolge l’epiteti di “scemo”, se si traduce letteralmente l’aggettivo reso con “stolto” - denotando tutta l’ironia nel riportare le decisioni di un uomo che pensava di ragionare scegliendo il meglio per sé – perché “Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio” si legge alla fine della parabola. Gesù invita a concentrarsi non nel bazar delle cose da possedere, ma a vivere tra persone con le quali intessere relazioni fraterne. È il segreto di una esistenza radicata nella profondità del Vangelo del Regno, apprezzato se disposti a provarlo concretamente per evitare che, dopo tanto sudore e spreco di risorse, si rischia di trovare solo ragnatele nascoste nella polvere di stelle di desideri e aspirazioni ormai inservibili, inganno per un’anima alla ricerca di luce.



A.A.A.

Nella prima mattinata, iniziando la mia usuale consultazione fb, ho appreso della vittoria del film “CANNALONGA”. Uso di proposito questo titolo perché, a mio giudizio ed essendo stato testimone delle fasi di realizzazione, riassume il vero significato del prodotto che si è segnalato negli Stati Uniti.

Bravi, tutti.

Avete dato una testimonianza di encomiabile sinergia con l’esplosione dei talenti di cui siete dotati e che, generosamente, avete messo a disposizione per raccontare una storia nella quale è radicata la memoria profonda del paese.

Bravi sono stati tutti coloro che davanti alla cinepresa hanno dato il meglio, pur non essendo attori professionisti, ma anche i tanti che, dietro le quinte, hanno reso possibile che il film venisse girato.

Vi accompagni sempre il ricordo di questa esperienza, di cosa siete capaci di fare quando un paese è unito e si mette in gioco in modo disinteressato.

Voi siete stati capaci di tutto ciò e, a mio modesto parere, siete i vincitori dell’oscar per la migliore comunità protagonista. Infatti, per omaggio alla verità, occorre precisare che il merito della riuscita è corale, perciò nella presentazione e nei commenti sarebbe stato più opportuno esaltare l’identità dal paese.

  1. avete seminato, come devono fare i buoni cittadini, non importa chi ha raccolto o raccoglierà, tutto è bene, quindi tutto è bello. Auguri e ad maiora. lr.




XVII domenica per annum

Genesi 18,20-21.23-32; Colossesi 2,12-14; Lc 11, 1-13

Abramo intercede per salvare dalla distruzione Sodoma e Gomorra dimostrando che la storia ha per protagonisti l’uomo e Dio, storia della salvezza che vedrà prevalere non il male, causato dal comportamento dell’uomo, ma la misericordia del Signore. Egli offre a tutti la possibilità di salvarsi superando il senso della ineluttabile sconfitta; l’umanità è salva se non si rassegna al male e si rivolge a Dio con fiduciosa e costante preghiera. “Signore, insegnaci a pregare” implorano i discepoli nel passo del vangelo proposto alla nostra riflessione. Uomini e donne di ogni condizione hanno visto Gesù immerso nell’orazione e sentono il desiderio di imitarlo iniziando dall’uso innovativo e rivoluzionario dell’invocazione di Padre tipica del rabbi di Nazareth. Pregare in qualità di figli é l’originalità cristiana per santificare il nome di Dio, sempre il vero protagonista della preghiera e del quale si desidera «santificare il nome», opportunità per svelare agli uomini il suo volto, dono del Regno per la cui costruzione il discepolo è chiamato a collaborare. A questo fine si chiede il pane quotidiano, aggettivo che nella versione dell’evangelista Luca deve intendersi come cibo sufficiente per un giorno. Per apprezzare questo pane deve essere gustato con sobrietà e, soprattutto, condiviso per rinsaldare la fraternità. Perché é difficile mantenere questi propositi, il cristiano sollecita il perdono, ottenuto solo se è disposto a perdonare. L’esperienza di vita in comune presenta tante difficoltà, perciò si richiede di non essere indotti in tentazione quando una minacciata persecuzione, il tempo della sofferenza, la tempesta del dubbio, turbamenti vari, la banalità delle prove quotidiane minano il fervore della speranza e rischiano d’indebolire la fede. Sono le modalità della preghiera insegnate da Gesù, pronto ad esaudire se chiediamo quanto è confacente alla vita del vero figlio di Dio; così libera dall’inerzia e dalla pigrizia e aiuta a operare secondo la volontà del Signore. Pronti al pellegrinaggio in compagnia dei fratelli, senza confondere lo spirito della preghiera con le formule, proponiamoci di non moltiplicare gesti esteriori e aride parole, ma mantenere un fervente dialogo interpersonale, perseverante e insistente per purificare intenzioni e richieste. Gesù propone non solo formule, ma sollecita atteggiamenti e stati d’animo, apprezza la preghiera come tentativo di ritornare a Dio e creare con lui un saldo legame, una rete di nomi e di volti che si specchiano nel Padre. La relazione con Lui si trasforma in un invito a mantenere un cuore di fanciullo, riconoscente verso chi dona la vita. Si apprezza così il cibo di amore che ci mantiene in vita, mentre la consapevolezza della caducità spinge a invocare con riconoscenza il Padre per le sue gioiose attenzioni, sentire la consolante presenza della sua mano quando il dolore graffia anima e corpo, ritenere il prossimo segno del desiderio di Dio nel mondo, opportunità di redenzione per tutti.



XVI domenica per annum

L’ospitalità e l’accoglienza enfatizzate nella prima e nella seconda lettura riprendono il discorso sul prossimo da amare e da accogliere nei modi più diversi. Non è galateo, ma un’azione squisitamente religiosa ricordando che nel forestiero che si riceve è celato il Signore, esperienza fatta da Abramo riportata nella prima lettura; egli accoglie tre ospiti misteriosi e manifesta la sua fede in azioni concrete con le quali esprime la sua premura. Il racconto della visita di Dio ad Abramo ci invita ad accordare a Dio quell’ospitalità non tanto delle nostre case di pietra quanto del nostro cuore. “Io sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, entrerò presso di lui per rimanere io in lui e lui in me”(Ap 3,20). Queste parole dell’Apocalisse ci dicono tutto il desiderio di Dio di venire da noi a ristabilire con Lui un vero rapporto di amicizia. L’autore della lettera agli Ebrei ci ricorda: “Non dimenticate l’ospitalità perché qualcuno, a sua insaputa, incontrò gli angeli” (Eb 13,2). In Gesù Dio è diventato uno di noi, ha posto la tenda in mezzo a noi. Egli gradisce essere ospitato e noi lo facciamo soprattutto in tre circostanze: quando accogliamo coloro che annunziano la sua parola (Mt. 10,40), bambini (Lc.9, 48), bisognosi o deboli con i quali Gesù s’identifica (Mt. 25, 34-40). Il frutto dell'accoglienza va al di là di ogni speranza umana, come per Abramo il figlio della discendenza, come la ricompensa dell’eternità perché "a quanti lo hanno accolto, Gesù ha dato il potere di diventare figli di Dio". Il Vangelo invita a fare un passo avanti descrivendo l'ospitalità che Marta e Maria riservano a Gesù. Marta invita Gesù, stanco per il viaggio, a casa caricandosi di tutti i doveri dell’ospitalità anche per il seguito che accompagnava sempre il Maestro. Indaffarate rimprovera la sorella Maria che, invece si era seduta ad ascoltare il loro famoso amico, invitato a dire alla sorella di aiutarla. Gesù, sempre attento osservatore, è consapevole del lavoro che assilla Marta e interviene per calmarla che si affanna “per troppe cose”. Il suo è un cuore generoso ma il modo come vive il momento in agitazione le impedisce di vedere cosa Gesù veramente gradisce. Egli non vuole Marta nel ruolo subalterno di servizi domestici, vuole condividere con lei i frutti migliori di una relazione di amicizia, quella scelta da Maria ed è “la parte buona”, assorta nella felicità della vicinanza dell’amico profeta, che non cerca servi, ma amici (Gv 15,15 ). Maria offre i sentimenti tipicamente umani: affetto, bontà, tenerezza. Se Marta è l’icona dell’aiuto, Maria lo è dell’ascolto; dall’ l’essere per della sorella pronta al servizio, ella è pronta a far compagnia. Noi necessitiamo di entrambe le cose rappresentare da Marta e Maria. La prima evoca di cui si ha bisogno dagli altri, Maria invece dà agli altri. Gesù esprime la sua preferenza. Le due sorelle aprono il cuore all'accoglienza svolgendo compiti diversi: Marta prepara il pranzo, Maria intrattiene l’ospite. Marta, indaffarata a predisporre cose, presta meno attenzione e Gesù la invita a mutare atteggiamento interiore, superare la tentazione del fare col rischio di dimenticare di ascoltare la parola di Dio per illuminare l’esistenza. Egli non è un ospite muto. Possiamo trasformare noi stessi e il mondo prestando attenzione alla sua voce che sollecita l'intimo della coscienza. Dio si fa nostro ospite per parlare al nostro cuore; apriamoci, dunque, all'ospitalità. Vescovi e preti, se intendono svolgere la loro missione secondo l’esempio di Gesù, devono saper ascoltare, soprattutto i più lontani. Oggi molti sono disposti a dare cose, diminuiscono coloro che sono disposti ad ascoltare perché tanti hanno tanto da fare da non aver tempo per ascoltare. Gesù sollecita la disponibilità all’ascolto, a dedicare tempo, attenzione a cosa dice l’altro per non minare le relazioni interpersonali. Alla mancanza di ascolto spesso deve attribuirsi il fallimento del matrimonio, il disgregarsi delle famiglie, la fine di amicizie.




Cercasi buoni samaritani

Con una parabola, che esalta la sua abilità comunicativa, Gesù rivela il sublime vertice del suo magistero ricorrendo non a concetti complessi, ma utilizzando pregnanti immagini in brevi racconti. E’ il caso della notissima parabola del buon samaritano, il quale si ferma per assistere e consolare un uomo sanguinante, solo nel suo dolore fisico e morale, icona di una umanità tragicamente perseguitata da individui oggi ancor più ingessati nella freddezza di impenetrabili egoismi. I passanti per le tante vie di Gerico del mondo s’imbattono nel dilemma: trasgredire la legge dell’amore verso il prossimo, o quella liturgica del mantenersi puro evitando il contatto col sangue. Quest’ultima è l’opzione più comoda, facile alibi per giustificare il non intervenire e aggirare le responsabilità del dovuto soccorso. Sembra quasi la cronaca di recentissimi e reiterati episodi nel Mediterraneo, una volta culla di civiltà. Ma così ci si ammala gravemente; la familiarità col sacro non redime perché segno di una religione di facciata e non di vera fede. E’ una lezione quanto mai necessaria per tanti che devono imparare da individui all’apparenza scarto della famiglia umana, ma pronti ad attivarsi consapevoli che la compassione vale più delle regole cultuali, dottrinali o etniche. Partecipe della compassione di Dio, incondizionata e unilaterale, costoro sono disponibili a costruire un nuovo mondo e porre al centro il Regno ritenendo misericordia non solo un sentimento che coinvolge viscere e cuore, ma azione concreta, come indica Gesù rispondendo al petulante dottore della Legge con un deciso: Va’ e anche tu fa’ così”. Egli ricorda con queste parole che il prossimo non è chi è collocabile in una definizione, ma ogni uomo bisognoso di aiuto. Ecco perché il malcapitato della parabola è un uomo anonimo, Gesù non fornisce particolari circa la nazionalità, la condizione sociale, l’appartenenza religiosa. Al sacerdote e al levita, tipici religiosi, egli oppone un samaritano, agli antipodi dei due, persona ritenuta impura, non ortodossa nella fede e per questo disprezzata, ma che sa “fare misericordia” e praticare l’amore verso il prossimo senza appellarsi alla Legge, alla fede, alla tradizione, perché sente la fratellanza con chi è nel bisogno e non esita a mettersi a disposizione prendendosi cura. Proprio il contrario di tanti devoti legalisti che ritengono l’appartenenza alla chiesa fonte di sicurezza individuale rimanendo ciechi alle impellenti necessità degli altri. Non fanno alcun male, ma tante omissioni, persistente contraddizione all’amore non per odio, ma per reiterata indifferenza. Gesù ribadisce, invece, che sola legge della vita a valere è quella dell’amore degli altri che non si separa mai dall’amore di Dio. Egli, Buon Samaritano ne fornisce l’esempio e, a detta di san Paolo, si é “fatto peccato” per guarirci e rinsaldare in noi la forza di amare. Rispetto al quesito teologico rivoltogli -“Cosa fare per avere la vita eterna?”- il Maestro invita alla conversione interiore per capovolgere il mondo e raddrizzare la storia convertendo il proprio io al precetto: “Ama il tuo prossimo come te stesso”, come il samaritano, la cui azione è decritta con dieci verbi, minuziosa precisione che richiama le dieci parole-comandamenti ripetuti da millenni e ai quali non sempre corrisponde l’invito alla compassione di un prossimo partecipe e simpatetico. Il samaritano della parabola osserva, si ferma, tocca con mano. Nel vedere le ferite di uno sconosciuto prova compassione, si ferma e così inserisce l’altro nel suo quotidiano mutandone l’agenda. S’impegna a versare olio nelle ferite dello sconosciuto, lenire cioè il dolore, fargli sorseggiare del vino per rincuorarlo e non fargli perdere la speranza. La cura si trasforma in amore senza condizioni, scelta unilaterale che è vangelo, buona notizia per l’umanità frastornata da un’esperienza del male che fa precipitare in un legalistico egoismo, disposto a rivendicare solo diritti. La parabola esalta il primato della prassi, il criterio più appropriato per comprendere la bontà del messaggio. La riflessione inizia col considerare la solitudine del sofferente, del “mezzo-morto” vittima dei soprusi di uomini malvagi. E’ una situazione triste, ma anche una opportunità per risvegliare nell’uomo buoni sentimenti e le migliori azioni.

 

L’ottimismo del cristiano

E’ utopia asserire che il Regno di Dio è vicino? Sembra impossibile; eppure, benché ignorato dalla maggior parte dell’umanità, è già presente nel mondo. Pace e liberazione dal male ne sono i segni; una fragile libertà ancora in germe continua a trasformare il mondo quando si accetta l’azione di Dio, pronto a far nuove tutte le cose. E’ il programma annunziato da testimoni guidati dalla fede e dall’amore e non da interessi. Con la freschezza delle relazioni e il persistente coraggio nelle difficoltà essi sono convinti che, alla fine, la pace trionferà nelle case perché Dio è vicino anche se gli operai sono pochi per le attese della messe abbondate. E’ l’ottimismo di Gesù, che invia i discepoli non per denunciare le cattiverie del mondo, ma il Regno che ne capovolge la prospettiva. Con la sua pace è pronto ad inondare concretamente ogni singola persona se disposta ad abbattere steccati, perdonare le offese, ridare fiducia. Il Vangelo di questa domenica ribadisce, esaltandolo, la fiducia di Gesù nell’uomo. Egli invia per la Palestina i discepoli raccomandando di entrare in ogni casa, pronti ad accettare l’ospitalità e concedere in cambio la guarigione annunciando che il Regno di Dio è vicino. E’ convinto che la messe è abbondante, consapevole che la terra continua a garantire i suoi frutti; nella sua bontà vede il campo traboccante di spighe. Ciò si desume dall’uso che Luca fa del numero 70, dieci volte 7, nella cultura ebraica indice di pienezza o totalità. Gesù non ha inviato solo i dodici, ma ha ribadito la vocazione missionaria del cristiano come base della fede. Chi crede in Lui deve ritenersi apostolo del Vangelo dove vive per radicarne l’utopia. Alcuni ambienti ecclesiastici, propensi ad esaltare nostalgicamente il passato ritenendolo migliore, si abbandonano alla sfiducia e a giudizi negativi circa la Provvidenza oggi attiva nella storia e, quindi, sull’efficacia della Salvezza. Il Maestro di Nazaret, più che lamentarsi per la mancanza di operai nella vigna del Signore, ribadisce che il mondo è buono, che Dio semina il bene e, perciò, i discepoli sono inviati ad annunciare il capovolgimento di prospettiva per dare inizio ad un’autentica rinascita religiosa. La stessa crisi denunciata può divenire un laboratorio di progetti per la vera salvaguardia dell’uomo e del creato. È vero, sono pochi gli operai del bello, spesso mancano del tutto i contadini del bene, ma chi opera è invitato ad essere ottimista, a confidare in Dio e non negli strumenti umani. Per sottolineare questo aspetto, Gesù ricorda di non portare borsa o sacchi e sandali nel viaggio missionario, cioè di non fare affidamento sui mezzi materiali o sulle ricchezze perché non c’è bisogno di cose per testimoniare l’amore di Dio e annunciare il vangelo. I lupi che circondano gli agnelli possono tacciare il cristiano d’ingenuità, ma questi non si abbandona ad una rassegnata accettazione che il male vincerà perché, pur consapevole che gli agenti del male possono essere più numerosi, è convinto che non sono più forti. La penuria dei servi del Vangelo risale alle origini della chiesa, nata in stato di povertà dinanzi alla vastità del compito ed alla precarietà dei mezzi. La penuria invita ad aver ancor più fiducia nel Signore, Padrone della messe. La salvezza è opera di Dio e opera dell’uomo. Tutto dipende da Dio e tutto dipende dall’uomo, misteriosa complementarietà che rende beato chi partecipa a questo dialogo operoso. In questa azione congiunta il discepolo di Cristo trova la sua gioia e la sua felicità.




VIII domenica per annum

Siracide 27, 4-7: come usare bene le parole

I Corinzi: 15, 54-58: una attesa vittoria che conferisce senso alla vita

Luca 6, 39-45: solo un cuore pieno di amore sa dettare le giuste parole

La paura di essere dimenticati genera angoscia. Le esperienze traumatiche della vita inducono a ritenere che non siamo più nei pensieri di Dio, dimenticando che egli è come una madre, più di una madre! Ne deriva il radicarsi di una sorta di costante paura di un domani apocalittico perché privati del nutrimento e del vestito. Gesù invita ad osservare con attenzione la creazione nella quale siamo inseriti per intessere un rapporto armonico. E’ la premessa per dare risposta ai quesiti riportati dall’evangelista. Con parole semplici descrive come dobbiamo vivere la nostra esistenza per venire a capo dell'affanno che toglie il respiro e ruba la serenità, condannandoci ad una traumatica convivenza con l’ansia. Egli osserva con attenzione la vita, è capace di silenzio per sperimentarne il ritmo e gustarne il vero significato, perciò invita ad avere fiducia; ma pone come condizione una scelta decisa e precisa: non è possibile specchiarsi contemporaneamente in Dio e nel danaro dimenticando che quest’ultimo è solo un mezzo, non il fine dell’esistenza. La scelta, quindi, è in chi riporre fiducia. Se è Dio possiamo essere sicuri che Egli non abbandona il suo fedele perché sa che ha bisogno. Non rimane allora che fidarsi di Lui ed affidarsi alla sua Provvidenza, pronta a prendersi cura degli uomini in cammino verso il Regno e, lungo il tragitto, disposti a sperimentare la solidarietà e praticare la generosità per rinsaldare la loro fiducia nel Padre. La scelta radicale per Dio fa scoprire la bontà della sua Provvidenza e irrobustisce il discernimento nella convinzione appunto che a ciascun giorno basta il suo affanno. Scegliamo momenti di silenzio per riflettere, soprattutto durante la Quaresima ormai prossima, prendendo spunto da un episodio vissuto da un eremita nel deserto. Questi stava attingendo acqua al pozzo quando un viandante gli chiese: Cosa hai imparato da una vita di solitudine con ritmi lenti e tanti silenzi?
Rispose: “Spia dall’orlo del pozzo e dimmi che vedi”.
Nulla – di rimando il viaggiatore - solo una superficie increspata”. Intanto seduti i due riposavano. Dopo qualche tempo l’eremita invitò il viandante a riguardare nel pozzo. Questi, solo per rispetto verso il santo uomo si alzò e con scetticismo si sporse; subito notò con chiarezza i lineamenti del suo volto. Quell’immagine stampata negli occhi era il frutto dell’inse-gnamento impartito dall’eremita! Il silenzio per meditare anche solo per pochi minuti aiuta a ricordare che a Dio occorre offrire un cuore indiviso. Disponibilità al dono totale di sé, ecco il tesoro nel Regno. Per esso innalziamo il canto di gratitudine per l’invito a vivere l’esistenza non come una collezione di giorni sempre uguali, scanditi con un calcolo meramente cronologico delle preoccupazione che assillano, ma come la redenzione del Kronos nel Kairos, il momento favorevole, quello di grazia che fa apprezzare la provvida azione del Padre con ciascuno di noi perché Egli è tutto Amore.
 

La gioia, una questione di cuore.

Nel passo del vangelo proposto questa domenica Gesù rispondere ad alcuni quesiti e invita ad osservare con attenzione la creazione con la quale intessere un rapporto armonioso per vivere superando l'affanno che toglie il respiro, ruba la serenità e condanna a una traumatica convivenza con l’ansia. Infatti, non è possibile specchiarsi contemporaneamente in Dio e fare affidamento sul danaro dimenticando che quest’ultimo è solo un mezzo, non il fine dell’esistenza.

Siamo chiamati ad una scelta; in chi riporre fiducia?

Se è Dio possiamo essere sicuri che Egli non abbandona il suo fedele; sa che ha bisogno. La Provvidenza é pronta a prendersi cura degli uomini in cammino verso il Regno e disposti lungo il tragitto a sperimentare la solidarietà, praticare la generosità per rinsaldare la fiducia nel Padre. La scelta radicale per Dio irrobustisce il discernimento nella convinzione appunto che a ciascun giorno basta il suo affanno. Perciò Gesù invita a vivere con saggezza, non imboccare direzioni sbagliate che portano al male. Per far ciò è necessario scegliere bene il proprio maestro dal quale apprendere la vera sapienza. Oggi il rischio d’incontrare “maitres a penser” molto di moda ma poco affidabili è concreto; Gesù mette in guardia dai maestri ciechi. Egli consiglia su come districarsi in questa scelta e invita a non giudicare la pagliuzza che è nell’occhio del fratello, ma vedere innanzitutto la trave nel proprio. Il giudizio è una prerogativa che spetta a Dio, il quale giudicherà nel modo come noi abbiamo giudicato gli altri. Del resto, la valutazione del nostro operato è data concretamente dai frutti che sappiamo produrre: “L’uomo buono trae fuori il bene dal tesoro del suo cuore”; perciò, come ricorda il profeta Ezechiele, chiediamo al Signore di sostituire al nostro cuore di pietra un cuore di carne” (Ez 36,26-27). Dio ha già esaudito questa richiesta donandoci il cuore di Cristo, vero Maestro, perché ci trasformi. Scegliamo quindi momenti di silenzio durante la Quaresima ormai prossima per riflettere. Meditare anche solo per pochi minuti. aiuta a ricordare che siamo partecipi del cuore di Cristo, tesoro nel Regno. Innalziamo un canto di gratitudine perché sollecitati a vivere l’esistenza non come una collezione di giorni sempre uguali, scanditi da un calcolo meramente cronologico delle preoccupazioni che assillano, ma come redenzione del “kronos” nel “kairos”, momento favorevole di grazia che fa apprezzare la provvida azione del Padre nell’ispirarci parole di bene che riscaldano un cuore generoso. Attesa vittoria, che conferisce senso alla vita, è avere un cuore pieno di amore perché, come ha detto Gandhi “un uomo vale quanto vale il suo cuore”, pronto a coltivare speranza e operare per il bene nella casa comune dove sperimentare con i fratelli la pace. La nostra esistenza diventa vitale quando segue le ispirazioni del cuore grazie al quale, come agli alberi, fa produrre i frutti buoni della morale evangelica, che è etica della fecondità, della parola che consola, del sorriso che dà gioia.


VII domenica per annum

I Samuele 26, 2.7-9.12-13.22-23: la compassione del Signore riaccende la speranza

I Corinzi 15,45-49: essere riflesso del Cristo

Luca 6,27-38: imitare il Misericordioso

Il discorso che la parola di Dio propone si svolge tutto sulla linea del paradosso per l’invito a porgere l’altra guancia a chi ci ha dato uno schiaffo, a dare la tunica a chi ci spoglia del mantello. In un momento come l’attuale, in cui forza, violenza, aggressività sono le opzioni per risolvere problemi, il passo del Vangelo di S. Luca risulta una provocazione assurda. C’è sempre stato chi ha cercato di annacquare il precetto di Gesù “amerai il tuo nemico”, traducendolo in “non odierai il tuo nemico”. Gesù non ha inteso escludere la vendetta o l’odio sterile e inutile. La Buona Novella non si coniuga con riferimenti alle proibizioni, al divieto, ma sollecita a fare il bene. Gesù chiede in modo esplicito di operare a favore di chi ci vuole male, dobbiamo sentire per lui una convinta e sincera benevolenza. non fa un discorso di giuridico e stabilire le norme che la comunità deve adottare per difendere il del bene comune. L’amore dei nemici non può tradursi in legge. Gesù si rivolge alla singola alla persona invitandola a riflettere nei suoi rapporti con gli altri. Se veramente li amiamo, quanto più l’altro è cattivo tanto più è bisognoso di amore e noi dobbiamo porre le condizioni perché cambi e diventi migliore.

Consideriamo il comportamento di Davide come esso è descritto dalla prima lettura. Egli è perseguito a morte da Saul perché vorrebbe che lo scettro passasse ad uno dei suoi figli. Davide si trova nell’occasione propizia per ucciderlo e viene aizzato un amico, ma resiste allo spirito di vendetta e rispetta in Saul il re “consacrato del Signore”.

Il non violento non accetta il male, ma lo combatte attraverso la sua capacità di amare di più. L’amore verso i nemici è implacabile come la goccia che lentamente scava la pietra, modello che Gesù radica nella misericordia paziente, costante, lungimirante del Padre. Chi può dire Dio operando la misericordia sia debole? La misericordia è l’amore che aiuta chi si è impegolato nel male, è impegno di ricostruzione morale di persone infelici per mancanza d’amore.

Occorre acquisire una nuova mentalità, una logica nuova, quella di Cristo, che nella seconda lettura è contrapposto al vecchio uomo, ad Adamo peccatore.

L’uomo nuovo trasfigura la giustizia in amore, non utopia perché è la vera biografia di Gesù.

Egli è venuto per indicarci panorami di bontà, farci uscire dai recinti del nostro egoismo per farci esseri “nuovi”, figli del Padre celeste pronto a consolare e partecipare la gioia del perdono.

La partecipazione all’eucaristia domenicale consente di fare questa esperienza in un modo mistico, ma reale perché celebra la morte e la risurrezione di Cristo, come affermiamo coralmente dopo la consacrazione e ci impegniamo a testimoniare amando di fraterno amore i nostri nemici.


                                  VI domenica per annum

Geremia 17,5-8: la nostra fiducia è risposta solo in Dio

I Corinzi 15,12.16-20): la fondiamo sulla risurrezione di Cristo

Luca 6, 17.20-26 i poveri sono i preferiti perché disponibili a dire sì

Geremia pronunzia parole di maledizione e di benedizione servendosi di suggestive immagini per dividere gli uomini in due categorie: i soddisfatti di sé che escludono Dio dalla loro vita e coloro che ripongono fiducia nel Signore perché sono consapevoli che Egli vuol bene e aiuta a risolvere i problemi. Esperienze negative nei nostri rapporti con Dio sono possibili solo se la nostra fiducia è fatta solo di parole. Ora con la resurrezione di Cristo ci ha dato la prova suprema della sua onnipotenza: essa costituisce la incrollabile base della nostra vittoria sul male. Non è la logica umana che lo porta avanti, che gli consente uno sviluppo, ma quella del Vangelo.

All’uomo che ha fiducia in Dio si possono attribuire le beatitudini del vangelo e capire così il senso di “beati voi, poveri” e “guai a voi, o ricchi”. Questi ultimi sono prigionieri dei loro averi, ossessionati dalla logica che schiaccia i rapporti umani. Infatti, voler bene al prossimo implica la condivisione. Dio, che è padre di tutti, non può approvare che alcuni guazzino nell’abbondanza facendo soffrire gli altri. I ricchi possono sperimentare piaceri, ma non la felicità, vera beatitudine che previene ogni solitudine del cuore.

I poveri invece sono beati innanzitutto perché amati da Dio, una predilezione annunziata da Cristo, che sceglie di vivere tra i poveri e ringrazia il Padre perché manifesta la sua verità ai semplici. Per essi è il regno di Dio, cioè il regnare di Dio, cioè stimolare il cuore perché, superando gli egoismi, sentano la gioia del condividere. Essi si comportano in tal modo per cui Cristo al giudizio finale dirà loro: “avevo fame e mi avete dato da mangiare”.

Ecco perché la povertà è beatitudine evangelica: apre il cuore dell’uomo a Dio e ai fratelli, stimola a combattere senza tregua ogni forma di egoismo e di discriminazione, impedisce di essere soddisfatti al punto da dimenticare il regno di Dio. Oggi proclamare la povertà beatitudine è difficile, ma è il discorso fondamentale del Vangelo. Infatti Gesù lo pone come condizione per seguirlo e la chiesa diventa credibile solo se pratica questo insegnamento del suo fondatore in perfetta letizia, come ha fatto Francesco di Assisi.



V domenica per annum

Isaia 6, 1-2°. 3-8: Un sì pronto alla vocazione

I Corinzi 15,1-11: necessario che qualcuno annunci per poter credere

Luca 5, 1-11: i primi seguaci, seme della chiesa

Pescatori e pastori, immagini che richiedono una spiegazione per non cozzare con la nostra sensibilità, che potrebbe ritenerle poco rispettose della dignità dell’uomo. Infatti, a nessuno piace essere pescato o sentirsi annoverato in un gregge. Occorre considerare altresì che, se pescatore e pastore di solito cercano il proprio utile, nel vangelo essi prestano un servizio, pronti a dare la vita. I pescatori di uomini manifestano la disponibilità a calare una scialuppa nel mare procelloso della vita per aiutare gli altri, senza evocare idee di superiorità perché nella chiesa nessuno è soltanto pescatore o pastore. Ogni cristiano prima deve essere pescato, come è capitato più volte a Pietro, ripescato per la sua durezza di cervice, pecorella smarrita che impara dal buon pastore. Perciò, i cristiani sono soltanto i collaboratori della gioia dei fratelli, pronti a far cenno ai compagni cercando il loro aiuto nella consapevolezza che ogni autentica conversione è la storia di un passaggio da pescato a pescatore, come capita ad Agostino. Del resto, essere cristiani non significa conoscere una dottrina, ma seguire una persona per realizzare un progetto di vita.

Per essere pescatori di uomini occorrono due condizioni: la radicalità del distacco, pronti a lasciare ogni cosa se necessario, rinunciando alla sicurezza per seguire Gesù. Questa scelta non è un seguire cieco per superficiale entusiasmo, presuppone un’autentica esperienza di Lui, dalla quale promana stupore che induce a prendere coscienza della propria indegnità, come capita a Pietro.

È l’esperienza di Isaia che, abbagliato da Dio, chiede di essere mandato, è l’obbedienza carica di fiducia di Simone, che si fida delle parole di Gesù e cala le reti nonostante l’esperienza del suo lavoro dimostrasse il contrario.

Isaia, Paolo, Pietro sono protagonisti di tre storie simili e diverse di un incontro che cambia la vita. Isaia sperimenta la santità di Dio contro la sua condizione di peccatore, come propone la prima lettura; Paolo è abbagliato dall’apparizione del Risorto; Pietro al lago è testimone dell’abbondante pesca miracolosa. Non tutti vivono vicende analoghe, però la voce di Dio, prima o poi, si fa sentire nel profondo dell’animo perché Egli è in agguato: in quel momento è importante essere disponibili.

La pesca miracolosa diventa metafora dello sforzo dell’uomo senza Cristo, quando risulta fallimentare, e con Cristo quando è feconda. Anche noi tante volte abbiamo faticato e combinato poco. Perché? Probabilmente abbiamo confidato troppo in noi stessi.

Cosa avremmo fatto al posto di Pietro? Nonostante tutto egli esclama: Sulla tua parola calerò le reti; si fida del Maestro. Ecco perché riceve il premio: Gesù lo chiama. Il vangelo oggi insegna che dobbiamo credere sul serio alla Parola di Gesù, fidarsi di Lui perché chiamati non solo a seguirlo, ma ad essere anche pescatori di uomini, coinvolti nella sua missione e proclamare il messaggio come Paolo nella seconda lettura: liberi dentro, distaccati dalle cose materiali, senza porre fiducia nelle proprie capacità, ma confidando con umiltà nell’aiuto di Dio, facendo parlare l’esperienza diretta e personale di Dio, come Elia nella prima lettura, come Paolo a proposito del mistero di Cristo nella seconda, come gli apostoli nel vangelo.

Sulla barca dove sale Gesù non si sentono discorsi ispirati, prevale il suo sguardo su quegli uomini, i quali si sentono amati e percepiscono che la loro vita può essere al sicuro accanto a Lui perché dal suo viso traspare la forza del giusto. Si fidano ed allora le loro reti si riempiono, fatto prodigioso che aiuta Pietro a riflettere. Allora la paura s’impadronisce di lui, è consapevole che quegli occhi indagatori possono guardare dentro, nella sua coscienza, si proclama perciò peccatore. Ma é una confessione non richiesta, perciò non determina rimproveri o commenti. Il Maestro non è interessato ai peccati del pescatore: il passato di Simone è andato per sempre, a Gesù interessano solo azioni che generano futuro; perciò invita a donare la vita divenendo pescatore di uomini. Delicatezza di un maestro di umanità! Nella sua sapienza incanta chi lo ascolta. Egli non comanda, prega, come aveva fatto quando li aveva invitati a discostarsi dalla riva. Conforta sollecitando a non temere, è capace di liberare dalla paura infondendo coraggio e far fiorire nei cuori il domani. Infatti degli uomini Egli non considera i fallimenti, ma le potenzialità messe a frutto. Ecco perché questi pescatori “lasciarono tutto e lo seguirono” senza porsi domande su dove li avrebbe condotti.

E noi? Crediamo veramente alla parola di Cristo, ci fidiamo di Lui? La trasformiamo in nostra guida? Abbiamo sperimentato un incontro vivo e vivificante con Lui? Ci ha veramente affascinati? Lo troviamo nella meditazione, nella preghiera, nell’impegno quotidiano?



IV Domenica per annum

Geremia 1,4-5.17-19: Il profeta delle nazioni

I Corinzi 12,31-13,13: sulle tre virtù teologali

Luca 4,21-30: Gesù Messia per tutti

La prima lettura inizia con l’affermazione che Dio conosce l’uomo prima che nasca e per lui ha già chiaro un progetto: insegnargli l’arte dell’amore. Ma quale? Quello descritto da Paolo nella seconda lettura col famoso elogio della carità. L’apostolo precisa che il suo concetto di amore viene espresso col termine Agape, molto più intenso ed onnicomprensivo rispetto a quello di eros perché riflesso dell’amore di Dio in noi. Tutto ciò viene rivelato da Gesù, che annunzia la liberazione dell’uomo, ma non domani o in un futuro più o meno prossimo, bensì oggi.

Gli abitanti di Nazaret come si comportano quando a loro viene annunziata questa buona notizia?

In effetti hanno gli occhi fissi su Gesù, ma non riescono a vederlo e percepire quello che veramente é. Nonostante la meraviglia per quanto hanno sentito dire su di lui, per loro rimane soltanto il figlio di Giuseppe! Si sorprendono per le parole che ascoltano, ma vedono solo una faccia nota. Incominciano le illazioni che portano al rifiuto.

Eppure Gesù li mette in guardia ricordando loro cosa hanno fatto profeti come Elia ed Eliseo, i quali hanno operato prodigi indistintamente per poveri, come una vedova, e potenti come il siro Naam.

Gesù denunzia ogni fatuo privilegio nazionalistico, invita a superare tutti confini e limiti che si è soliti porre alla fratellanza, messaggio di sorprendete attualità. Ma i suoi compaesani continuano a persistere nel rifiutare un vangelo giudicato dirompente ed irriverente; vogliono solo miracoli per soddisfare la loro curiosità, non hanno intenzione di ascoltare. Sempre più irritati, si trasformano in folla minacciosa.


: Cristo Gesù.via amorisInteressante notare la chiusura del passo evangelico. Gesù non fugge, non si nasconde. Egli ha una missione da compiere per cui si mette in cammino, non esita ad attraversare la folla aprendosi varchi, quasi dei solchi dove far cadere il seme della sua parola attendendo, fiducioso, che la forza insita nel messaggio possa farlo crescere. Il suo seme è l’annunzio della liberazione non solo contro ogni potere oppressore, ma anche da ogni melliflua seduzione per far sbocciare il fiore della giustizia e della libertà, il cui frutto è la pace portatrice di felicità. E’ il tragitto del nostro pellegrinaggio verso Dio, la nostra

                                       

III domenica per annum

Neemia 3,2-4°.5-6.8-10: Il Libro è comprensibile grazie al Messia

I Corinzi 12,12-31: Siamo parte responsabile di una comunità

Luca 1,14-4,14-23: Egli è venuto a compiere la Scritture

La liturgia della Parola di questa domenica sorprende per il tempismo nel rispondere agli interrogativi posti dalla giornata della memoria. Nonostante l’olocausto, ha vinto la speranza perché un ebreo, Gesù, è venuto a portare Dio ai lontani e il suo Vangelo non intende inculcare una nuova morale, ma annunciare che Dio mette al centro l’uomo per liberarlo da tutte le oppressioni.

Nelle Scritture si proclama: “se volete conoscermi osservate come agisco” e il libro di Neemia descrive la parola di Dio come artefice della ricostruzione vera di un popolo appena tornato dall’esilio e ancora frastornato e disorientato. A un popolo con mille problemi il profeta ricorda “non serve a niente costruire strutture materiali, edifici, strade… se non convertirete voi stessi, cioè se non convertirete le vostre coscienze dal male al bene e non vi convertirete, se non vi confronterete con me”. È una affermazione di evidentissima attualità a giudicare da chi si spaccia per fratello premuroso, impegnato a risolvere i problemi della patria e invece vuole soltanto il consenso per consolidare interessi egoistici.

La Bibbia é una parola affilata come la lama di una spada, penetra e fa male al punto che tutto il popolo riconosce le proprie colpe e propone di ravvedersi passando dal pianto alla festa e risponde: amen, amen, programma ed impegno ad agire come singolo e comunità per costruire una società in cui regni la giustizia e la concordia.

Il mondo sarebbe profondamente diverso se i cristiani proclamassero sinceramente il loro amen. Il Regno di Dio è il programma di vita che salva dal fiume d’inutili parole pronunciate per secondi fini ed invita ad una vita aperta alla bontà, alla fraternità, alla donazione di sé perché si sceglie di essere Bibbia per l’uomo del nostro tempo.

Hai letto la Bibbia? Quale libro ti ha colpito di più? Frequenteresti un corso per approfondire la conoscenza della Parola di Dio?

Per non dimenticare, a proposito della giornata della memoria

Oggi più che mai è utile riflettere sul bisogno di memoria e quale migliore occasione della settimana che l’Occidente dedica all'Olocausto o, meglio, alla shoah, il cui significato di distruzione richiama i campi di sterminio ed introduce il dibattito sul male assoluto di cui è capace l’uomo, a partire dal contesto di riferimento che è l'antisemitismo.

Un progetto criminale ha portato lacrime e sangue, distruzioni materiali e macerie morali in tutta l’Europa. Alcune letture storiografiche e sociologiche tendono a sminuire le responsabilità degli assassini ritenendo quell'esperienza inevitabile e i carnefici pedine della Storia. Sono astrazioni mentali alle quali non corrisponde l’effettiva vicenda, come pure capziose risultano affermazione di una psicostoria pronta ad evocare teorie psicoanalitiche per cui, alla fine, Hilter risulterebbe vittima degli ebrei. Prima di andare al potere, pur frequentando un ambiente torbido, il furher non è mai stato un malato mentale, era dotato di una drammatica normalità d’intelligenza. Si ridimensionano così anche le posizioni d’internazionalisti e fuzionalisti rispetto alla shoahshoah, per non parlare dei negazionisti rispetto alle modalità con le quali si è posta in essere una scandalosa e tragica macchina di morte.

Lager e logica dello sterminio sono un crimine contro la diversità umana, quindi interessano anche altri, non solo gli ebrei. Le cifre sono impressionanti, come il numero di burocrati esecutori, persone consapevoli, quindi responsabili, perché sarebbe risultata impossibile la realizzazione del criminale disegno senza la loro collaborazione. E’ una ferita per l’intera Europa che non può dimenticare la macchia e il tormento della shoah. Invece di sterili cerimonie, occorre ravvivare la memoria contro revisionismo e negazionismo e parlare di Auschwitz senza ridimensionare o banalizzare l’evento, paradigma della barbarie moderna con una specifica singolarità per la mobilitazione di risorse statali e culturali che hanno rivelato la potenzialità distruttiva della razionalità impegnata a giustificare l’antisemitismo.

La purificazione della memoria implica la consapevolezza delle tragedie quando, nell’arco della storia, ci si è allontanati dal proprio senso di umanità ed è mancato discernimento, divenuto talvolta persino acquiescenza di non pochi di fronte alla violazione di fondamentali diritti umani. Ricordare significa soprattutto tracciare una strada verso il futuro, riflettere sulla pace e sulla giustizia e impegnarsi per la loro causa perché solo un mondo in pace e disposto a garantire giustizia a tutti può evitare il ripetersi degli errori e dei terribili crimini del passato. Quindi, il destino dell’umanità si lega anche ad una memoria compassionevole, capace di assumere e partecipare il dolore altrui e rianimare i legami di fraternità nella storia del mondo per riportare l’equilibrio, accogliere i dissenzienti, accettare la diversità nell’unità dell’essenziale, onorare la libertà con azioni lungimiranti a favore dell’emancipazione dalla paura. A queste condizioni è possibile anche il perdono, non come mero oblio, solo apparentemente terapeutico e, in realtà, un pericoloso anestetico e prodromo di morte, come si legge nel salmo 88.



II domenica per annum

Isaia 62, 1-5: un rapporto nuovo con Dio

I Corinzi 12,4-11: l’azione dello Spirito fa meraviglie

Giovanni 2,1-12: il vino nuovo del convito messianico

Il clima di gioia natalizia non è finito. La seconda settimana dell’anno ancora lo ripropone. La storia di un banchetto nuziale che rischiava di finire male e l’intervento di Gesù, esperienza indimenticabile per chi l’ha vissuto, è il segno di cosa ci attende per tutto questo anno, luce che illumina anche i momenti di difficoltà. Che collegamento può avere il mutare l’acqua in vino a Cana di Galilea duemila anni fa col nostro quotidiano? Giovanni chiama questo miracolo di Gesù un “segno” che vale non solo come gesto in sé, ma per il suo significato. Ebbene, un segno così lontano nel tempo può avere valore con la nostra vita concreta, che istintivamente s’irrigidisce diffidente alla parola miracolo? Ciò che avvenne a Cana propone lo stile dell’amore di Cristo, mai astratto, come capita a chi, pronto ad amare l’umanità, ignora il vicino che stende la mano in cerca di aiuto. Gesù non attende grandi scenari dove operare, gli è sufficiente una casa modesta dove evita l’imbarazzo a due poveri sposi. Pochi si accorgono di quanto è avvenuto. E’ un Gesù portatore di gioia, con la presenza benedice le piccole e le grandi esperienze dell’uomo, conferendo ad esse il senso dell’eternità perché non ci abbandona mai. Anche quando sembra che tutto crolli, c’è Lui a sollevarci. La gioia ci apre alla collaborazione, all’amore esaltato dai talenti ricevuti da Dio e che possono rendere felici solo se spesi per il bene comune. Cana è anche il “segno” della presenza di Maria nella nostra vita e della sua azione. Con delicatezza Ella interviene dimostrando la potenza della sua intercessione che si fonda su un’inesauribile fiducia nel Figlio, infatti sa leggere nel suo cuore. Quindi, nel segno di Cana c’è anche questa donna stupenda, che dovremo imparare a venerare non solo a livello di sentimento, ma come testimone responsabile di Cristo. Dopo la meditazione sul significato dell’Epifania, il Vangelo invita a non concentrarsi su fatti prodigiosi come tali, ma capirne il senso: al di là di esso c’è l’amore disinteressato di Dio per la sua creatura, la manifestazione di tale amore vince le leggi stesse che regolano i fatti fisici. Il segno é un dito puntato sul mistero di Dio e del suo amore per noi. Nel caso di Cana, il tema delle nozze descrive il rapporto tra noi e Dio, simbolismo dell’amore nuziale assolutamente unificante, l’amore che tende a farci essere una cosa sola con lui. Torniamo ad ammirare una realtà che è segno: esso invita a guardare oltre il crinale dei monti alla ricerca di un significato più profondo. Il passo del vangelo di Giovanni di questa domenica è un “segno” che comunica le vere dinamiche della relazione con Dio, un rapporto nuziale che evoca ed esalta le emozioni del dono, della gioia, della festa. La relazione con Dio non è legame legale o invito alla penitenza. Egli crede che l’amore umano è talmente vicino a Lui da ratificarlo col primo miracolo perché la forza e la passione per la vita vengono prima della ritualità, così la speranza non si rassegna mai. Nel passo del vangelo di questa domenica Maria invita a fare qualsiasi cosa Gesù dice. Con intuito femminile Ella unisce al dire il fare. Perciò, riempiamo le anfore vuote per trasformare la nostra vita. Il vangelo non la vela di tristezza, ma la riempie di gioia: Dio si prende sempre cura di noi. Molteplici sono le domande che pone il passo del vangelo di questa domenica: quale è il rapporto tra pianto degli uomini e banchetto di nozze di Gesù? Si può asciugare il pianto distribuendo il vino del Regno? Può Dio sprecare per cose effimere, come il miracolo di Cana, la sua potenza? Non aver vino simboleggia l’esperienza di chi si sente stanco, dubbioso e, quindi, non ha motivo per far festa. Dunque, siamo impegnati ad offrire vino per la sete di felicità dei fratelli?



chiusura 2018 


25 novembre: Cristo Re

Deuteronomio 7,13-14; Salmo 92; Apocalisse 1,5-8; Giovanni 18,33-37)

Anche durante quest’anno liturgico nel nostro quotidiano abbiamo saputo di guerre, attentati, lo stillicidio del martirio di tanti cristiani, muri innalzati e rifiuto di emigrati, mentre i poveri sono diventati sempre più poveri per consentire ai ricchi di sentirsi più ricchi. Nonostante ciò continuiamo a credere che re di questo tragico mondo è Gesù per cui siamo obbligati a rispondere alla domanda di tanti scettici ed increduli: se è il re, come Cristo esercita la regalità se il male sembra prevalere sempre? Giunti alla fine dell’anno liturgico B, durante il quale abbiamo letto il vangelo di Marco, anche noi accendiamo la speranza per dire col centurione sotto la croce “”Davvero quest’uomo era Figlio di Dio”. L’esperienza liturgica ha ravvivato in noi la fiducia; domenica dopo domenica abbiamo riflettuto sulle parole e i gesti di Gesù di Nazaret e siamo pronti a trasformare quell’ ERA del centurione in un gioioso E’ il Figlio di Dio, il Veniente, che attendiamo perché nostro Signore. Ecco la verità che oggi celebriamo, premessa per rispondere alla domanda di Pilato, il quale non ha saputo riconoscere nell’uomo che aveva di fronte l’epifania del Figlio dell’uomo, il vero “Re dei giudei”, Messia inviato da Dio all’umanità. E’ vero, con la sola intelligenza umana, colma di cinico scetticismo e prona al potere risultava difficile riconoscere in Gesù un Re, soprattutto in quella paradossale situazione: era nudo, flagellato come uno schiavo colpevole, torturato e soggetto al dileggio di uomini violenti che inscenano la tragica parodia di un re ridotto ad oggetto di sadico trastullo. In effetti si confrontavano due poteri: l’impero romano e il regno di Dio e due uomini: Pilato giudice e l’imputato Gesù. Il primo titubante presiedeva, il secondo nel suo silenzio regale faceva trasparire l’amorevole libertà di chi si sente nel giusto e obbliga l’altro a porre la domanda sulla sua identità perché non accetta un mondo regolato dal potere della forza e ne rivendica uno diverso, collocato in una latitudine dove l’umanità non ha bisogno di soldati, non pratica la violenza e non ricorre alla guerra che produce distruzione e morte. Il suo è il regno dell’amore, dove il re si fa servo per rendere tutti più felici perché pronti a gustare il miele della vera vita. Questo re comanda di porre via la spada e procedere disarmati nell’affrontare i problemi quotidiani per divenire più umani. Così si rende testimonianza alla verità, che non è un sistema filosofico, un metodo d’indagine, un catalogo di formule, ma è l'uomo nel quale si specchia l’Amore. Gesù si mostra Re perché non ha paura e così riesce ad emergere e dominare su ciò che lo circonda, resta libero pur tacendo, fa parlare l’amore nell’ora della passione e della croce, quando il re viene mostrato alla folla avida di spettacoli cruenti. L’Ecce homo - indifeso, inerme, povero, innocente - rivendica la propria regalità mostrando i limiti e le paure di un potere oppressivo. Il suo è il regno che veramente deve venire per donare all’umanità liberazione, giustizia e pace. Nell’attesa del compimento di questa promessa partecipiamo alla liturgia gustando una porzione del pane eucaristico moltiplicato per noi e che misticamente svela la regalità di Gesù. Ecco il fondamento della celebrazione della festa di Cristo Re, riconosciuto tale nella passione e per questo Giudice veniente della misericordia di Dio. Così si comprende il vero potere di Cristo: sopprimere la radice della violenza, eliminare la prepotenza di chi tenta di sostituire la propria alla nostra volontà, testimoniare la verità anche a costo di accettare la croce che l’amore trasforma in trono di regalità. Gesù è Re perché è l’unica possibilità di redenzione per l’umanità manifestando il cuore misericordioso del Padre. Questi è più potente del peccato; il male non potrà vincere. Dio, molto paziente, attende resipiscenza anche dai cattivi, mentre invita noi a vincere la tentazione della pusillanimità e annunciare il Vangelo per suscitare la nostalgia del suo abbraccio pregando con i fatti: "Venga il tuo regno". Gesù sfida la presunzione dei potenti, l’orgoglio della falsa sapienza e pratica l’umiltà del servizio fino a portare la croce, che noi giudichiamo una sconfitta e che Dio, invece, accetta. Il dono, la bontà, il sacrificio di sé, che i potenti percepiscono come una perdita, rappresentano, invece, le radici di quel regno, che non ha come legge il dominio, ma il servizio, perché costruito non sulla prevaricazione, ma sulla giustizia. Da quel momento la vicenda umana è sospesa tra due versanti: quello del potere, attraente ma, in prospettiva, tenebroso per i tanti lutti che genera ed il sangue che fa versare, l’altro – il regno del re crocifisso - impegnativo, ma luminoso. Non è un progetto politico, non un sistema di potere o una strategia socio-economica e militare; si fonda sulla solitaria debolezza di Gesù che, nel momento supremo, affronta la forza bruta senza legioni. Si fronteggiano due regni antitetici e quello di Cristo è il regno della verità, la sua radice rimanda alla solidarietà tra Dio e l’uomo, esso conferire a chi vi aderisce una definitiva speranza ed una concreta certezza. La festa di oggi invita ad enfatizzare innanzitutto la verità di una relazione d’amore grazie alla dedizione totale di una Persona che, dal trono della croce, eleva la sua voce per ricordare a tutti che è ancora possibile costruire storie di pace e di solidarietà, trasformare la famiglia umana in testimone fedele dell’esodo di liberazione verso la pienezza del regno del Padre.

XXXIII domenica del tempo ordinario

Daniele 12, 1-3; Ebrei10, 11.14-18; Marco 13, 24-32

Durante l’anno liturgico, che volge al termine, ogni domenica abbiamo ascoltato l’invito dall’evangelista Marco a seguire Gesù che insegna, guarisce, incontra la gente più varia, pronta ad osannarlo, criticarlo, avversarlo. Nel brano di oggi Gesù fa riferimento alle cose ultime in un discorso escatologico ricco di espressioni apocalittiche. Sono parole d’incoraggiamento e di consolazione perché Dio è fedele e il Figlio dell’uomo trionfa sul male. La storia si svolge tra due estremi: il già della prima venuta del Figlio dell’uomo e il non ancora del suo trionfo totale. Il Vangelo propone una riflessione sugli avvenimenti ultimi della storia, orientata verso il pieno compimento del regno di Dio, Questo discorso Gesù lo fa a Gerusalemme prima della sua ultima Pasqua, contiene elementi apocalittici, ma non sono la cosa essenziale. Il nucleo centrale è il mistero della sua persona, presentata come la nostra meta finale.
Quanti pensano a ciò?
Noi non attendiamo un tempo o un luogo, ma l’incontro con una persona. Pertanto, il problema non e "quando", ma farsi trovare pronti, non si tratta di sapere "come" avverrà ma come comportarci oggi. Nell'attesa siamo chiamati a vivere il presente per costruire il futuro con serenità e fiducia in Dio. Nel cuore dell'autunno, quando le foglie ingialliscono e cadono, il vangelo ci suggerisce un'immagine primaverile: la parabola del fico che germoglia, segno dell'estate ormai vicina. Con questo racconto Gesù vuol ricordarci che la prospettiva della vita non ci deve distogliere dal presente, ma deve far considerare i nostri giorni in un'ottica di speranza. E’ una virtù difficile da praticare, ma ha un volto, quello del Signore Risorto. Egli manifesta il suo amore crocifisso trasfigurato; è il trionfo di Gesù alla fine dei tempi, dimostrazione che il sacrificio di sé per amore del prossimo è l'unica vittoria duratura tra sconvolgimenti e tragedie del mondo.
Gesù non è soltanto il punto di arrivo del pellegrinaggio terreno, ma presenza costante nella nostra vita, ci accompagna nell'attesa sostenendo la nostra vigile speranza: può anche apparirci vestita di stracci, ma a noi è riservato il compito di confezionarle un idoneo abito da festa. Nella sua efficacissima pedagogia Gesù ci invita a non avete paura; per questo motivo racconta non la fine ma il fine della storia: Dio è vicino, è qui; bello, vitale e nuovo come la campagna di primavera. Ecco il motivo per cui esorta ad imparare dalla pianta di fico. Il vangelo ci presenta l’immagine del ramo che rigonfia sotto la linfa, le gemme che si schiudono sotto la spinta della vita, annuncia l'imminenza: Gesù alla porta e dice “Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » (Ap 3, 20). Con linguaggio figurato, preso dai profeti, il vangelo afferma che scompariranno gli oppressori e progressivamente prevarranno giustizia, uguaglianza e solidarietà, processo di speranza e di gioia generato dalla crescente liberazione. L’annuncio si realizza con la collaborazione degli individui, dei gruppi, delle istituzioni e delle nazioni. Al termine dell’anno liturgico il vangelo ricorda “l’epoca del compimento delle promesse”: la signoria di Dio nell’umanità, non un momento concreto, non un avvenimento preciso, ma un processo lento e lungo. Dio umanizzato in Gesù si renderà presente tra gli uomini per umanizzare il mondo liberandolo dalla sofferenza e dall’oppressione.


XXXII domenica dell’anno

Re 17, 10-16; Ebrei 9, 24-28; Marco 12, 38-44

Ogni brano della liturgia della Parola è un insegnamento che aiuta ad affinare l’esperienza spirituale. In questa domenica sia il Vangelo che la prima lettura presentano circostanze ed esperienza che si verificano costantemente. Il Vangelo ci mostra un Gesù insolito, non è in viaggio, in movimento per annunciare la buona novella; é seduto davanti alla porta del tempio a guardare: un atteggiamento da giudice. Osserva la vedova e gli scribi e si pronunzia sui comportamenti dell’uomo senza condannare perché è venuto per salvare. Egli svolge questa missione svelando la verità oltre le apparenze alle quali pongono attenzione gli scribi desiderosi di rispetto. Gesù pronuncia parole che sovvertono religione, filosofia, etica perché invita non a leggere o a guardare, ma a prestare ascolto e ricavare direttamente dal suo insegnamento la salvezza, non essere solo spettatori ma solleciti nell’impegno di vita. Egli delinea l’immagine di uno scriba che, al perbenismo di facciata, accompagna un’insopportabile ipocrisia. Gesù non è tenero nei confronti di chi si riveste di ostentata religiosità, la cui esteriorità esaspera per la reazione di omaggio ossequioso ricevuto da chi si ritiene inferiore. Perfino la preghiera può essere strumentalizzata a questo scopo mentre si compra il consenso con l’offerte di monete alle quali si pretendere di assegnare valore per la loro quantità, In realtà è un gesto che perde valore perché accompagnato da superbia ed ambizione. Spesso si dispone di ricchezze frutto d’ingiustizia perché non si ha remora nel divorare “le case delle vedove”, vale a dire i più indifesi come allora erano ritenute queste donne assieme a orfani e stranieri. Per contrappasso Gesù esalta appunto una vedova che offre pochissimo in termini di quantità, ma che è un vero balsamo di bontà in termini di qualità perché “tutto quanto aveva per vivere”. E’ il gesto apprezzato dal profeta Elia sollecitando un po’ di pane ed acqua ad una vedove che possedeva un pugno di farina. La generosità di questa donna trova il suo premio nel fatto che la farina che custodiva in casa non si esaurisce divenendo incommensurabile come il gesto di carità compiuto; il Signore non si lascia vincere in generosità. La religiosità appariscente nulla può rispetto alla spiritualità umile dei poveri, carichi di fiducia e di speranza perché a dare loro sicurezza non sono beni materiali ma la Provvidenza. Alla religione dei benpensanti che ricercano successo e prestigio si oppone la fede generosa dei poveri sorretta dalla misericordia di Dio. Quel giorno nel tempio nessuno aveva notato la povera vedova, solo Gesù; eppure erano in tanti a gettare monete nel tesoro, ma molti erano lì solo per curiosare ed essere visti mentre il rumore del danaro che cadeva nei forzieri esaltava la sazia sicurezza del loro possedere cose. Gesù è attratto solo dal tintinnio appena percepibile di due spiccioli fatti cadere con discrezione da una mano calda di amore ma impacciata per non poter dare di più. Ma il Maestro riferisce ai suoi discepoli che la donna ha superato tutti in generosità perché ha donato quanto aveva per vivere. Gesù non fa rimproveri, fissa solo l’obolo della vedova; loda la liberalità del ricco Zaccheo, ma sente il bisogno di precisare in che cosa consiste e dove può condurre la povertà di una vedova, emblema della miseria materiale perché donna sola e incapace di guadagnarsi il pane, emarginata, sprovveduta di fronte alle difficoltà della vita. E’ una delle vedove e degli orfani che Dio vuole che i più fortunati aiutino in suo Nome. Povera per antonomasia, ella non ha altra speranza se non Dio, il quale é sempre pronto a prendersi cura dei poveri, di chi patisce la povertà materiale e una inguaribile solitudine affettiva perché l’Amore di Dio è l'unico tesoro del povero. La donna ne è consapevole ecco perché si priva degli ultimi spiccioli, ormai nessuna miseria può spaventarla. Gesù non esige questo livello di povertà, ma non può fare a meno di meravigliarsi e manifestare la sua gioiosa partecipazione ogni volta che incontra qualcuno in queste condizioni ma sereno, generoso, altruista al punto da non sentire il peso della propria indigenza, pronto a donare tutto a tutti perché alla fine non è mai questione di portafoglio, ma di cuore per gustare la pienezza della vita. Infatti, avere tanti soldi non libera dal senso di vuoto. Chiediamo al Signore di ammetterci alla scuola della vedova che Gesù, tra lo sconcerto dei discepoli, mette in cattedra presentandola come maestra di Vangelo. Ella rappresenta anche la vedovanza della Chiesa che aspetta la venuta definitiva dello Sposo, una Chiesa perseguitata dagli approfittatori (Mc 12,40), ma che continua a servire il Signore e dà tutto ciò che le resta per vivere (Mc 12,42), sacrificio in onore dello Sposo che aspetta nel suo cuore. A queste condizioni la storia della salvezza continua a progredire.

Spunti di riflessione

contrapposizione tra scribi e la vedova

la donna: maestra senza parole,

il bisogno porta a Dio: il suo modo di insegnare la fede

due centesimi: poteva tenersene uno, dà tutto

Stupore di G perché fuori dal calcolo e dalla logica.

due centesimi, piccole cose

cioè è possibile una religione senza calcolo:

amare senza misura, per primi, in perdita.

Il Vangelo non preferisce la quantità

ma l'investimento di vita

I richiami del papa attuali

Gesù fa questi discorsi nel tempio

di fronte alla sala del tesoro

dove i pellegrini mettono le monete

osserva e trae dalla concreta realtà lezioni di vita:

vedova in un mondo dominato da uomini

che ritengono il tempio qualcosa che appartiene a loro

Per Gesù la donna è vera offerente e

commenta in modo solenne: “Amen, io vi dico”.

La vedova, che non si accorge che Gesù la vede,

è l’icona del povero, esempio di dono totale:

non offre briciole,

si spoglia del necessario nel donarsi a Dio

I Novembre

«Venite a me, tutti voi che siete affaticati e oppressi e io vi darò sollievo».

Questo versetto descrive bene la nostra condizione di affaticati per le incertezze di una vita materiale a volte di stenti, oppressi dal peso dell’egoismo di tanti. Per non perdere la speranza e trovare sollievo l’unica possibilità è seguire Cristo. La festa odierna evoca questa prospettiva e la rende concreta; infatti, onoriamo gli amici di Dio nella gloria del cielo. La Chiesa gioisce nell’esaltare questi suoi eletti divenuti modelli e insieme intercessori; ad essi si rivolge per aiuto, esempio per irrobustire la speranza e ravvivare il desiderio di raggiungere la patria celeste, sempre pronta ad accoglierci.
Chi sono questi santi? Una moltitudine di ogni nazione, razza, popolo e lingua. E’ l’affresco che ci propone l'Apocalisse: il popolo eletto salvato da Cristo, numero immenso di uomini e donne: 144mila, secondo la mistica orientale frutto della moltiplicazione del 12, numero perfetto, col mille per elevarlo all’ennesima potenza. E’ una moltitudine senza segni di distinzione o gerarchie razziali, etniche e culturali, la pari dignità avvolge tutti, dono “del sangue dell’Agnello». Nel crogiuolo della storia questi santi a volte hanno sperimentato situazioni di “grande tribolazione”, ma hanno collaborato nell’opera di redenzione e completato nella loro carne ciò che mancava ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). E’ la radice della santità cristiana, «filiazione divina» che nasce dall’amore del Padre, vigoroso ed efficace perché in grado di trasformarci. In Cristo essa opera già agli inizi della nostra vita cristiana con battesimo per compiersi definitivamente realizzando la somiglianza perfetta col Figlio di Dio. Così, simili a Lui, potremo vedere Dio. Il perfetto discepolo si riconosce nelle beatitudini declamate da Cristo, il nuovo Mosè impegnato a cementare la comunità della nuova alleanza che esalta radici e cuore dell'esistenza umana, alla quale è proposto il modello della santità cristiana come donazione di sé nella povertà, che aiuta ad aprirsi a Dio, al suo regno e al prossimo. Comprende ciò chi ha fame e sete di giustizia perché desidera la pace, raggiunta con un atteggiamento umile e generoso. Ecco il motivo per rallegrarsi ed esultare: grande è la ricompensa nei cieli.
Papa Francesco ha invitato a riflettere su una particolare categoria di beati: la «classe media della santità», non modelli astratti o sovrumani, ma «una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, anziani che hanno tante ferite ma mantengono il sorriso perché hanno servito il Signore. Chi lavora e vive la santità nascosta “della porta accanto” non è in solitudine, ma in mezzo al popolo. Per continuare «a camminare verso la meta» egli pratica le Beatitudini, una contemplazione della vita di Gesù con parole semplici e valide per tutti, invito alla gioia evangelica riflessa nel volto di Maria. Giunto alla mia età, ritengo questa solennità liturgica una festa di famiglia, occasione per ringraziare Dio e pensare alla cena cui tra poco anch’io sarò invitato. Mi è facile vivere così perché alla mia età ho più amici che "mi hanno preceduto nel segno della fede e dormono il sonno della pace. Ne potrei enumerare tanti, mi fermo alle mie due nonne, note nella comunità per la loro carità. Il loro ricordo, oltre a quello dei genitori, mi è di stimolo nei momenti di stanchezza e di delusione. E’ il mio modo di vivere "la Comunione dei Santi" perché considero il Primo Novembre il giorno della festa di famiglia, che nella fede ci protegge, aiuta e conforta, ci sollecita ad aver coraggio. La celebrazione odierna è la festa del nostro futuro di luce, capace di consolidare nel nostro presente la santità, impegno a «cercare e trovare Dio in tutte le cose».


XXX per annum

Geremia 31,7-9; Salmo 125; Ebrei 5,1-6; Marco 10,46-52)

Il passo del vangelo di questa domenica conclude il racconto del viaggio di Gesù a Gerusalemme. Marco tracciato così l’itinerario del discepolo proponendo alla fine una riflessione sulla cecità, che genere povertà e fa precipitare nella solitudine tanti relitti umani confinati nel buio di un’esistenza senza speranza. Ma il Signore salva chi a lui si rivolge, come suggerisce la prima lettura: “Il Signore ha salvato il suo popolo, un resto di Israele” composto dalle categorie più deboli della società: “il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”, individui partiti nel pianto e ritornati “tra le consolazioni”. Come il popolo d’Israele, anche il cieco di Gerico attende l’intervento di un Dio che è Padre. Geremia riferisce della sua promettente salvezza che conduce “per una strada dritta in cui non inciamperanno” perché Egli é un padre per Israele”. Gesù fermatosi perché sente un grido, esclama: «Chiamatelo!». La folla viene spiazzata. Fino a quel momento aveva esortato il cieco a tacere ritenendo che il grido di chi soffre possa disturbare Dio. Ma il Signore, rispetto a noi, rimane sempre in sintonia col gemito dell’uomo; é pronto a ridare coraggio ed energia. L’evangelista sottolinea questo aspetto descrivendo i gesti, tutti eccessivi di Bartimeo. Infatti, egli non parla, grida; getta, non si toglie il mantello e balza in piedi e non semplicemente si alza di terra dove giace. In tal modo Marco descrive plasticamente l’empito di fede, la carica di sentimenti che riscaldano il cuore desideroso di riacquisire la bellezza della vita. Il cieco guarisce perché qualcuno si è accorto di lui, una voce amica lo salva dalla solitudine del naufragio nel buio pesto della cecità. Ancora non vede ma si precipita verso quel suono amico perché ne sente il partecipe amore. In questo grido vi è una grande spontaneità, vi è la sua fede giudaica nel Messia veniente, vi è l’attesa di una guarigione, della salvezza, ha la forza di gridare per farsi sentire perché convinto che quel rabbi può fare qualcosa per lui, ha capito che è un maestro capace di curare e di amore tutti quelli che incontra lungo il cammino. «Coraggio! Alzati, ti chiama!», gli grida la folla ed immediata è la reazione di questo naufrago della vita prostrato nel buio della polverosa strada di Gerico, città simbolo della storia umana. Bartimeo ha percepito che sta passando qualcuno che gli può cambiare l’esistenza e grida senza ritegno: ridammi la luce. Tutti lo sentono! “Coraggio, non temere, abbi fiducia!” E il presupposto per un incontro proficuo perché invito a superare la sfiducia. Se si è capaci di ciò diventa naturale alzarsi – il verbo egheíro esprime anche il risorgere – per ascoltare e comprendere il Signore che chiama. Balzare in piedi per venire da Gesù presuppone la disponibilità a lasciare tutto, anche il mantello, unica proprietà di Bartimeo, il quale si comporta in modo diverso dal giovane ricco condizionato dalla zavorra dei suoi beni. A tentoni il cieco si precipita verso Gesù ponendosi in gioco con molto ardimento; ora che è privo del mantello si attende tutto da lui. Si sente dire: “Che cosa vuoi che faccia per te?”. Sono parole che accendono la speranza e, manifestando l’audacia di una umile confidenza nel Rabbì famoso divenuto anche suo maestro, risponde: “che io veda di nuovo!”, preghiera-desiderio per immergersi nella luce dopo opprimenti anni di tenebre. Di fronte a chi chiede salvezza Gesù, come tante altre volte, risponde: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. In quel “Vai” è riassunta la relazione che egli intende intessere con tutti i Bartimeo del mondo: la libertà di un rapporto per gustare la l’emergere della fede-fiducia che anima chi si riconosce discepolo. E’ la salvezza integrale di tutto l’uomo, infatti Bartimeo “subito si mette a seguire Gesù lungo la strada”, cammino perseverante segno di una relazione quotidiana. Ognuno di noi può identificarsi con questo cieco di Gerico, prendere coscienza della cecità e gridare «Kyrie eleison». Non è solo esclamazione penitenziale; é il riconoscimento per fede di avere di fronte il Signore pronto a distribuire misericordia. Kyrie eleison, segno espressione di una fede semplice e spontanea; racchiude una supplica elementare dettata dalla sofferenza per essere stato privato di un bene goduto nel passato. Bartimeo non era, infatti, cieco dalla nascita, ma ha perso la vista-fede per cui si rende conto della condizione di miseria nella quale è precipitato. Egli riceve da Gesù più di quanto gli é richiesto; infatti, nel rispondere il maestro non parla di guarigione ma di salvezza, che ha un significato più ampio; essa include la guarigione dello spirito, evidenti le conseguenze: “riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada”. Non è solo un cieco guarito, oltre che un credente è divenuto anche un nuovo discepolo.

                               21 ottobre XXIX domenica per annum

Isaia 53,2-3.10-11; Ebrei 4, 14-16 Marco 10, 35-45

Il passo del vangelo di Marco proposto alla nostra attenzione è denso di insegnamenti e molto attuale. Inizia con la richiesta di Giacomo e Giovanni, tra gli apostoli quelli più vicini a Gesù. Ma in questa occasione il discepolo che il Maestro ama per il suo intuito e l’attenzione al suo insegnamento più profondo dimostra di non aver capito molto delle parole del Cristo. La richiesta dei due fratelli determina la risentita reazione degli altri, i quali si ribellano, gelosi per quanto vorrebbero i due figli di Zebedeo. Sembra quasi di poter concludere: ma allora Gesù ha veramente parlato a vuoto? Non hanno capito ancora nulla! Innanzitutto non hanno compreso l’insegnamento sulla preghiera. Il “Padre nostro” raccomanda di rivolgersi a Dio dicendo “Sia fatta la Tua volontà”! Invece, dalla bocca dei due fratelli esce una preghiera distorta. In effetti dicono: noi vogliamo che tu faccia, cioè che il Signore compia la loro volontà! Non sono pronti al dialogo costruttivo tra due libertà, dimenticano che Dio non realizza i nostri desideri, ma le sue promesse. Gesù, paziente, non li condanna, né si scoraggia, ricomincia a descrivere come è possibile rinnovare il mondo. Il desiderio di esercitare un potere è intima parte della natura umana e diventa un’aspirazione discutibile se obiettivi e modi sono sbagliati, quando non è controllato dall'amore e s’impone con la forza, impaziente di bruciare le tappe, fa considerare nemici tutti coloro che si frappongono; invece, il potere che viene dall'amore è paziente, mai violento, promuove gli altri, difende la loro libertà accordando fiducia. Gli altri dieci apostoli, che hanno sentito, mossi dalla gelosia, condannano i due irruenti fratelli, ma Gesù riprende ad insegnare invitando tutti ad avvicinarsi per prestare attenzione all’alternativa cristiana. Il potere che annuncia a Giacomo e a Giovanni contrasta con la loro richiesta di un primato di precedenze al suo fianco. Il Signore è nelle vicinanze di Gerusalemme, ad attenderlo è la croce, per questo mette in guardia evocando l’immagine misteriosa del Servo descritta da Isaia nella prima lettura. Egli non è venuto per circondarsi di servi, ma per servire, sorprendente auto-definizione del Messia che spinge a rivedere vecchie concezioni di Dio come padrone dell'universo. Il passo del vangelo descrive anche la Chiesa come la concepisce Gesù. I due fratelli apostoli con la loro richiesta in effetti danno la sensazione che la comunità esista per loro; mentre i veri discepoli sanno bene che sono loro a doversi spendere per la comunità. Perciò, occorre liberarsi da ogni atteggiamento di concorrenzialità e da ogni propensione al clericalismo per essere vera Chiesa di Gesù. Egli ha affermato chiaramente: “Tra voi non sia così” sollecitando un atteggiamento rivoluzionario rispetto al potere. Da Gesù servo nasce la Chiesa serva, comunità alternativa rispetto alla società liquida odierna, fragile perché immersa nel consumismo senza senso e senza gioia e condizionata da accattivanti ma tirannici poteri. Gesù desidera una Chiesa capace d’intessere relazioni durature; i suoi fedeli devono saper animare la mutua accettazione fondata sul perdono reciproco. Da questo convincimento deriva una condivisibile definizione della santità per una umanità capace di convertire le proprie passioni nell’abbraccio dell’amore mentre si specchia in Dio Padre. Agli apostoli che stavano discutendo di problemi di preminenza Gesù chiede di rinunciare alle proprie ambizioni. “Colui che vuol essere il primo deve essere il servo di tutti perché il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire ma per servire” Egli stesso dà l’esempio il giovedì Santo lavando i piedi ai suoi discepoli. L’Antico e il Nuovo testamento parlano spesso di servitori e il loro ruolo viene ad arricchire il significato del servizio cristiano. Nel contesto biblico diventare servitore di tutti non significa fare il domestico, essere lo schiavo degli altri. Farsi servitore di tutti consente di imitare il Cristo e diventare uno dei suoi che riporta a Lui il popolo. Imitare Cristo per servire Dio: l’originalità dell’umiltà non consiste nello stimarsi indegno o considerare gli altri più di noi, ma di avere un’abituale disponibilità a servire tutti perché così si manifesta la nostra volontà di servire Dio. La prima lettura descrive il Servo del Signore che, secondo la lettera agli ebrei, è il mediatore in grado di comprenderci perché è venuto non per essere servito; ma, mentre serve, libera dalla paura di Dio-giudice rivelandoci il volto del Padre. Infatti, Gesù servitore dimostra che Dio non è un padrone tirannico, non giudica, ma è pronto a comprende per salvare. Sono tutti spunti per considerare nella giusta prospettiva la “piena e suprema potestà” - come si legge nella Lumen Gentium 22 – del “ministero apostolico” di cui è investito l’episcopato. Il problema non sta nella sua esistenza, ma nell’esercizio perché Gesù, l’unico vero titolare di questo potere perché affidatogli dal Padre, non vuole che apostoli e successori lo esercitino come i capi politici pretendendo la incondizionata sottomissione dei laici, ma lo fondino sulla sequela di Gesù, esempio per il mondo di un altro modo di esercitare l’autorità.


                                             14 ottobre

Sapienza 7,7-11; Salmo 89; Ebrei 4,12-13; Marco 10,17-30

La Parola di Dio è per tutti e per sempre, per Salomone migliaia di anni fa e per i tanti giovani rappresentati da chi incontriamo oggi nel vangelo, passo attualissimo per i tanti disorientati, condizionati dal relativismo dei modelli che insidia certezze e moltiplica la corruzione. Questa domenica incontriamo Gesù che percorre una strada ed incontra un anonimo giovane che gli corre incontro. I particolari sono elementi chiave per cogliere a pieno il significato del passo perché il luogo - la strada - ricorda quella della semina infruttuosa, mentre la fretta nell’incedere di corsa non richiama una condizione onorevole perché nell’Oriente di allora correre così risultava disonorevole. Protagonista dell’episodio, come al solito, è Gesù che ancora una volta si dimostra un Maestro abile nell’insegnare l'arte dell'incontro. L’evangelista non riporta il nome del giovane perché vuole che anche noi ci interroghiamo formulando la stessa domanda: come faccio per ricevere la vita eterna? L’aggettivo usato deve far riflettere perché il giovane non chiede una vita senza fine, ma la stessa vita dell'Eterno. Gesù risponde elencando cinque comandamenti e un precetto (non frodare) che riguardano le persone. Per la vita eterna egli non cita i comandamenti che prescrivono gli obblighi verso Dio, ma solo quelli che enumerano i doveri verso gli uomini, quasi a dire: otterrai la vita eterna non sulla base di come hai creduto, ma di come hai amato. E’ facile immaginare il sorriso soddisfatto del giovane quando può asserire: l'ho sempre fatto. L’evangelista usa l’espressione “tauta panta” che nel pronunziarla quasi riempie foneticamente la bocca, come appunto doveva sentirsi l’animo del ricco interlocutore di Gesù. Intanto inizia un gioco di sguardi e di sentimenti, Il giovane incrocia gli occhi sereni e penetranti di Gesù, ma non riesce a lasciarsi andare mentre sperimenta l'incanto del Signore che lo fissa e entra nell’intimità del suo animo pronunziando tre imperativi: va, vendi, e dai, accompagnandoli dall’invito a seguirlo. Gesù ha posto su di lui uno sguardo pieno di tenerezza. Non chiede, propone solamente usando appunto il linguaggio dell'amore che culmina col «Vieni e seguimi ». Si era fermato a chiedere istruzioni, ora il giovane ricco torna indietro angosciato, non pronunzia il suo Sì perché possiede molti beni. Da qui il commento di Gesù col ricorso al paragone immaginifico del cammello. La liturgia di questa domenica con la seconda lettura invita a riflettere presentando la Parola di Dio pronta a penetrare nel più profondo dell’anima per giudicare intenzioni e pensieri, invito ad acquisire un’altra ottica nel valutare le vicende della vita come fa Salomone, la cui saggezza è rimasta proverbiale perché sceglie la sapienza e così riceve “una ricchezza incalcolabile”: il suo centuplo. Va', vendi, dona ai poveri significa dire: sarai felice se farai felice; così si segue Gesù capovolgendo la mappa della propria vita perché ci si arricchisce della valuta più pregiata che nel dare acquista amore. «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel Regno di Dio!». Ma quali ricchi? Coloro che si affidano al denaro. I discepoli, testimoni dell’episodio, sono spaventati perché hanno ben compreso per cui esclamano: «E chi mai si può salvare? », consapevoli che è difficile trovare chi non tenga al suo denaro per quanto poco sia. Ma Gesù sta provocando tutti: ricchi, meno ricchi e poveri ricordando: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio». Del resto nel vangelo si riscontra la prova della verità di questa affermazione, infatti molti ricchi si sono incontrati con Gesù: Zaccheo, Levi, Lazzaro, Susanna, Giovanna e tutti, al contrario dell’anonimo giovane, hanno creato comunione. Zaccheo e Levi non esitano a riempire le loro case di commensali; Susanna e Giovanna provvedono con i loro beni alle esigenze dei dodici; hanno compreso che, a proposito della gestione del denaro, le regole evangeliche sono due: non accumulare e condividere ciò che si possiede perché la sicurezza non risiede nell'accumulo, ma nella condivisione. Si comprende allora che la sequela di Gesù non è fatta di una continua meditazione sul sacrificio, ma é disponibilità a praticare la moltiplicazione lasciando tutto per avere tutto, cento volte tanto, cioè cento fratelli e un cuore moltiplicato. Al contrario del giovane ricco, Zaccheo rimane sconvolto dallo sguardo di Gesù. L’anonimo interlocutore pone fiducia nelle ricchezze, ma prima di tutto in se stesso; preoccupato della perfezione da conquistare, non presta adeguata attenzione all’interlocutore al quale si è rivolto. Conclusione triste e sconsolata alla quale Gesù pone riparo precisando: “impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio”. A dire: alla debolezza dell’uomo che prende il sopravvento supplisce la grandezza della misericordia di Dio.
 

05 ottobre 2018– Scomparsa di Angiola Maria Valletta –

Ricordo.

Angiola Maria Valletta, per tutti noi zia Angiolina, non mancava mai la domenica e in tutte le altre occasioni, liete o tristi, in cui ci riunivamo in Chiesa. Era una presenza fissa fra noi. Perciò vedere da qualche tempo il banco vuoto, quel posto che lei occupava insieme alla corale di fronte a me, mi riempiva di tristezza.

Tutti sapevamo che le condizioni di salute improvvisamente si erano aggravate e avevano richiesto ricoveri in ospedale e poi la degenza a casa nel letto.

Speravamo che potesse recuperare e riprendere il suo posto di membro attivo nella nostra comunità parrocchiale, con la sua saggezza, con la sua esperienza di una vita dedicata tutta alla famiglia, al lavoro ed alla preghiera, con la grande devozione alla recita del S. Rosario.

Zia Angelina era infatti impegnata al massimo per la sua parrocchia, si sentiva vicina agli anziani ed ai malati a cui dedicava molto del suo tempo e a cui cercava di portare un sorriso ed un conforto. Si rammaricava che per l’età non aveva potuto diventare ministro straordinario dell’Eucarestia.

Aveva una particolare capacità ad entrare in rapporto con tutte le persone. La sua silenziosa operosità era inesauribile. Nel coro, con la sua dolce voce, quando intonava i canti della nostra tradizione religiosa; nella catechesi, con i nostri bambini a cui cercava di trasmettere la sua profonda fede; nel diario che orgogliosa scriveva, in forma semplice ma sentita veramente, in cui raccontava tutti gli eventi della nostra comunità parrocchiale; con la disponibilità a partecipare sempre alle tante attività che si organizzavano, e sempre presente con le consorelle per le quali era costante punto di riferimento.

Purtroppo oggi celebriamo il suo funerale. La notizia della sua morte ha addolorato tutti. Lacrime copiose scendono su tutti i nostri volti, il pianto è per il distacco fisico, per la perdita di una persona cara ma non piangiamo perché Dio l’ha tolta a noi, lei ora è già nella gloria dei Cieli. Ringraziamo, invece, Dio per averci fatto dono di lei.

Il pensiero che Giovanni Coscia ci ha inviato oggi, come fa tutte le mattine e che ha voluto dedicare proprio a zia Angelina, penso sia giusto leggerlo all’assemblea tutta:

“Venuto il di del giudizio, noi non saremo domandati di quello che avremo letto, ma si di quello che avremo fatto, né quanto leggiadramente parlato, ma quanto religiosamente vissuto”.

Da adesso, tocca a noi non dimenticarci di lei nelle nostre preghiere.

Lucia Filpo Lucia Garifalos



Il saluto di Angiola Maria Valletta alla comunità

Vi rubo cinque minuti

Oggi, domenica 26 agosto 2018, inizio questo pensiero; non mi sento troppo bene. Non so se il Signore mi da ancora qualche giorno, se posso restare ancora in mezzo a voi, sia fatta la sua volontà.

Miei cari vi posso dire che ho passato più tempo in chiesa che a casa. Mi sono inserita in questa chiesa da bambina: mio padre suonava l’organo e io cantavo. Mi sono iscritta alla congrega di San Toribio il 7 marzo del 1947 e sono stata sempre presente. Poi grazie al professore Trotta ho insegnato con i miei coetanei catechismo, erano più grandi di me i bambini che lo frequentavano. Nel 1960 abbiamo avuto la fortuna di avere le suore nel nostro paese che hanno portato molta allegria. Ricordo la nostra brava suor Aurora. Ci hanno insegnato a cantare, abbiamo fatto dei teatri e gli attori, che adesso si sono sposati, lo ricordano ancora. Abbiamo formato anche l’Azione Cattolica, la quale è durata poco. Suor Aurora nel 1965 andò via da Cannalonga, alcune di noi ci siamo sposate, altre sono andate all’estero e le cose sono rimaste così.

In questa chiesa ho tanti ricordi: il mio matrimonio, il battesimo dei miei figli e i loro matrimoni. Ci sono anche tanti dolori che il Signore mi ha aiutato a superare. Io voglio ringraziare tutti. A cominciare da don Luigi che mi aiutato tanto, mi ha inserita nel catechismo e tanto altro. Quando iniziò il mese di luglio solo il pensiero della festa della cara Madonna mi ha dato sollievo. Le sue novene cantate sono state un sollievo. Ringrazio Sabato Coscia, che non so se è stato per me un fratello o un figlio. Ringrazio Mario e voi tutti. Se qualche volta ho offeso qualcuno, non volendo, chiedo scusa a tutti. Ringrazio la maestra per quello che mi ha insegnato. Chiedo scusa alle ragazze del coro se qualche volta mi sono comportata male. Ringrazio Rosetta che è poi per me come una sorella che non ho mai avuto. Vorrei che i miei figli e i miei nipoti prendessero il mio esempio e che andassero ad ascoltare la Santa Messa la domenica e di essere presenti come ho fatto io. Signore, ti affido i miei figli, i miei nipoti, il mondo intero. Ringrazio i nipoti più grandi e Sabatino, che non mi hanno mai lasciato. Un caro abbraccio alla mia Pasqualina, grazie per quello che hai fatto per me. Un abbraccio a tutti.

  1. un ultimo favore al coro: intonate “Ti ringrazio mio Signore”. Saluto tutta la popolazione di Cannalonga. Infine saluto tutti gli infermieri del reparto che mi hanno aiutato tanto. Grazie.



    Ricordo di Angiola Maria Valletta, per tutti Angelina

Lo scorso 4 ottobre è tornata al Padre Angiola Maria Valletta, donna di una fede profonda che è frutto dell’educazione ricevuta dai suoi genitori. Lei è stata una moglie fedele, una madre esemplare, una nonna affettuosa.

Nella mia qualità di priore della confraternita di San Toribio sento il dovere di ricordarla alla luce delle norme che regolano la nostra vita associativa che l’hanno vista fedele testimone in tutte le iniziative programmate per dare rilevanza al culto Eucaristico e a quello della Madonna e dei Santi. Ha fatto parte del coro parrocchiale fin dalla giovane età, quando a suonare l’organo era il padre, continuando fino a quando la salute glielo ha consentito. Membro della Confraternita, negli ultimi anni, dopo la dipartita di Giovannina Ranauro, è stata responsabile del gruppo delle consorelle.

Conciliava benissimo la sua missione di sposa e madre con quella di fedele consorella partecipe ai momenti di vita parrocchiale: mai ha pronunciato la frase “non vengo in Chiesa perché non tengo tempo”. Per tutti ha avuto una parola di conforto nei momenti di prova, una preghiera per ogni defunto o ammalato. Ha esercitato in pieno i precetti della Chiesa che sono alla base del vivere cristiano e che consentono di essere luce per gli altri. All’ultima processione della Madonna del Carmine, quando già la malattia faceva intravedere un cedimento delle sue condizioni, ha partecipato per un beve tratto, poi si è recata in Chiesa per suonare le campane a festa ed elevare al Cielo la preghiera sua e della comunità.

Ricordo con commozione lo scorso 11 agosto: ormai non poteva più venire in Chiesa e io mi recavo a casa per la comunione eucaristica; la trovai sdraiata sul divano che recitava il Santo Rosario per i defunti e mi disse che un pensiero particolare era per mio padre del quale ricorreva, quel giorno, il 46mo anniversario della dipartita. Mi fermai a parlare con lei dei figli, dei nipoti e delle sue condizioni; con molta serenità mi disse di non stare bene, che confidava nella Provvidenza e si rammaricava di non poter partecipare alla novena dell’Assunta. Ricevette con molta devozione l’eucarestia, alzandosi in piedi con qualche difficoltà nonostante la mia esortazione a non sforzarsi.

Nell’ultimo mese, da perfetta consorella e in unione con la Croce, ha offerto con amore le sue sofferenze per la Chiesa e per l’umanità trovandosi, così, pronta all’incontro definitivo con il Signore. Abbiamo la certezza, allora, che dopo una vita di lavoro per la famiglia e di impegno per la comunità, Angelina ha già ricevuto la corona della vita che l’Onnipotente riserva ai suoi fedeli.

Ai familiari vanno il nostro riconoscimento per come le sono stati vicini nella malattia e l’invito a continuarne l’opera; alla confraternita rimane il compito di conservarne la memoria e di seguirne l’esempio.

Ciao, Angelina; la terra ti sia lieve.

Cannalonga, 8 ottobre 2018

Sabato Coscia


XXVII domenica per annum

Genesi 2,18-24; Ebrei 2,9-11 Marco 10,2-16

Il vangelo di oggi invita ad una urgente e profonda riflessione sul matrimonio in una società che sperimenta una continua evoluzione, spesso negatrice di saldi valori per celebrare la fatuità di un “liquido” carpe diem, attento all’effimero presente senza prospettive pur di avere la sensazione di non aver problemi. Invece, abbiamo bisogno di riaffermare l’importanza dei valori di base per superare l’attuale deriva. A proposito del matrimonio e della coppia il papa ha definito la famiglia “eredità per il futuro, vero spazio di libertà, vero centro di umanità” invitando a parlare meno dei problemi che oggi investono le famiglie e ricordare che “sono prima di tutto un’opportunità” per crescere sperimentando il vero amore. I brani che la liturgia di questa XXVII domenica del tempo ordinario propone alla nostra attenzione ci aiutano in questa riflessione di coinvolgente attualità per rispondere alla domanda: «è lecito a un marito ripudiare la moglie?». Chi è pronto a rispondere affermativamente si scontra con la decisa presa di posizione di Gesù, il quale prende le distanze dalla legge biblica asserendo che si tratta di una disposizione frutto della durezza del cuore. Egli invita a tener presente qualcosa vale più della lettera scritta perché la Bibbia non è un feticcio da contemplare con atteggiamento immobile, ma il libro che più di tutti sollecita la nostra intelligenza e coinvolge il nostro cuore. Per inquadrare nel giusto contesto l’episodio riportato dal vangelo di Marco occorre ricordare che uno dei rabbini più seguiti ai tempi di Gesù, Hillel, aveva sentenziato che qualsiasi cosa dispiacesse al marito dava il diritto di ripudiare la moglie. Gesù non tollera assolutamente questa interpretazione divenuta prassi diffusa e che sanciva la riconosciuta disuguaglianza di diritti tra uomo e donna. Essa è contraria al Vangelo perché Gesù richiama l’uguaglianza dei diritti secondo il progetto originale di Dio. E’ questo l’oggetto del contendere, non altro. Perciò non bisogna far dire a Gesù cose frutto della manipolazione esegetica di chi vuole affermare propri convincimenti fondandoli sull’ignoranza dell’uditorio perché egli non intende fissare nuove norme; non è venuto per regolamentare la vita, intende rinnovarla accendendo la speranza accompagnandoci a scoprire le intenzioni di Dio che nella creazione non legifera, ma agisce e tutto quello che fa lo trova “buono”. Per quanto riguarda la coppia Egli provvede perché nessuno si senta solo, ma possa sperimentare la sicurezza dettata dalla presenza di una persona amica e la tenerezza di uno sguardo di amore. Ecco cosa devono fare i coniugi, agire insieme per essere protagonisti di una relazione di comunione nella quale si riflette l’amore di Dio. E’ interessante notare che la risposta di Gesù ai farisei determina la reazione dei discepoli. Profondamente impastati della loro cultura, non percepiscono che la legge non difendeva la parità di diritti, che il Maestro vuole esaltare schierandosi, come è suo solito, dalla parte dei più deboli. Per Lui uguale dignità significa non fare distinzioni di genere; di conseguenza è il cuore responsabile dell'adulterio, cuore che è uguale per tutti. Quindi il peccato grave consiste non tanto nel trasgredire una legge umana, ma nell’inficiare il progetto di Dio per l’uomo e per la donna rendendo adultero il cuore di entrambi. Adulterio e ripudio rimandano ad una mentalità maschilista, di cui erano portatori gli ebrei al tempo di Gesù. Per la loro durezza non sanno apprezzare la condivisione di gioie e di dolori caratteristica di un rapporto paritario di coppia, il cui successo è garantito dalla disponibilità alla rinuncia di parte della propria individualità per agevolare l’incontro e facilitare la fusione con l’altro in una dinamica di reciprocità che ricorda il circolo dell’amore trinitario.

 
30 Settembre, XXVI Domenica per Annum

Nelle ultime domeniche il vangelo letto durante la liturgia della Parola descrive una situazione d’incomprensione tra Gesù e i suoi discepoli. Motivo del contrasto è la sua annunciata disponibilità a radicalizzare la propria obbedienza alla missione accettando la croce, una prospettiva che fa sbandare i discepoli, nel cui animo sorgono gravi incertezze. Tutto ciò si percepisce bene perché il viaggio verso Gerusalemme che il gruppo sta facendo è segnato da una evidente tensione. Tra i tanti episodi riportati, Marco ricorda l’intervento di Giovanni, testimone della trasfigurazione e tra i discepoli uno dei più intimi, quindi dovrebbe essere preparato a comprendere meglio il messaggio del Maestro; invece, per zelo ed evidente gelosia, camuffata dalla pretesa unicità nel controllo dell’ammissione alla cerchia dei discepoli, denuncia di aver visto un individuo, non seguace di Gesù, operare guarigioni per cui glielo ha impedito. In effetti Giovanni si rattristava per il bene compiuto da uno sconosciuto, la stessa reazione di Giosuè riportata nella prima lettura perché altri profetizzavano. Si può sostenere che questa sia una malattia diffusa nella Chiesa, quella di ergersi a giudici autoreferenziali, quasi a dire: i malati sono un nostro problema solo se appartengono all’istituzione perché vanno rispettate prima le regole. Invece Gesù la pensa diversamente- Uomo senza barriere, muri o frontiere, esorta a non impedire di far fare il bene perché chiunque aiuta il mondo è dei nostri. Si può vivere il vangelo anche senza essere cristiani poiché il regno di Dio è più vasto di come noi possiamo immaginarlo. Gesù pone come ultima, definitiva prova di fede la capacità di condivisione del bene, la volontà di stare accanto a chi ha bisogno, il sogno di una comunità che supera ogni contrapposizione ideologica per seguire l’invito evangelico a dare un bicchiere d'acqua senza condizioni perché per il cristiano la vera distinzione è tra chi si ferma premuroso accanto al bastonato e chi invece prosegue per la sua via lasciandolo mezzo morto. E’ il fondamento dell’ottimismo del Vangelo perché la disponibilità ad assistere l’assetato esalta la vittoria del bene sull’invasività del male nella consapevolezza, asserita da Cristo, che il peggio non potrà mai prevalere. Da questa considerazione deriva l’uso da parte di Gesù di metafore molto dure per riproporre un mondo dove le mani sanno solo donare. Egli ricorda che scandalizzare significa mettere ostacoli sul cammino, azione gravissima soprattutto se si coinvolgono i piccoli, i semplici, gli indifesi. Come suggeriscono alcune immagini usate, le considerazioni di Gesù sono rigorose: la macina da mulino, la Geenna, l’occhio cavato, la mano tagliata sono un modo per imprimere urgenza alla scelta per il bene, la necessità di far primeggiare la giustizia, il bisogno di verità per realizzare una convivenza pacifica senza prevaricazioni. Il bene in nome di Cristo va riconosciuto non negato, è un liberante atto di fiducia perché “Chi non è contro di noi è per noi”. Si tratta cioè, di accettare che altri, diversi da noi, possano compiere il bene in quanto per pensarlo e farlo non è necessario anteporre un atto di fede. Viene così sconfitto ogni integralismo perché chi fa il bene può già ritenersi parte della comunità cristiana impegnata ad imitare il suo Maestro.


XXV per annum

Sapienza 2,12.17-20; Giacomo 3,16-4,3; Marco 9, 30-37 Nel definire le caratteristiche della perfezione la Bibbia non fa riferimento ad astratti ideali confermando l’implicito riferimento semantico all’evoluzione proprio del termine, un pellegrinaggio per compiacere Dio accogliendo Cristo nello Spirito. Di conseguenza, la perfezione si concretizza nell’accoglienza degli esclusi, nel sostegno dei poveri, nel collaborare alla promozione dei piccoli non per realizzare la giustizia sociale ma quella cristiana, modellata sull’esempio di Cristo.Nel passo del Vangelo di oggi mentre si approssima a Gerusalemme Gesù annunzia la conclusione della sua missione: “per crucem ad lucem”, particolare percorso di chi si mette alla sua sequela. In Mc si leggono tre annunzi della passione, il primo nel passo proposto domenica scorsa, oggi il secondo, al quale Gesù fa seguire una lezione in perfetto stile orientale: parole e gesti impegnano udito e vista dei presenti. Ma gli apostoli vi prestano scarsa attenzione, sono attratti dalla prospettiva di guadagnarsi una vantaggiosa ed onorevole posizione a fianco del Maestro. Sorprende che questi uomini, ai quali tanto doveva la Chiesa nascente, dai vangeli siano presentati con tutti i loro limiti umani, l’ignoranza, la codardia, le paure e le tante contraddizioni. Il Vangelo asserisce così che per la Chiesa il meglio non è costituito dalla buona immagine dei capi, ma dalla coerente e trasparente sequela di Gesù. Leggiamo che gli apostoli si mettono a discutere con la pretesa di essere loro i primi, ponendosi agli antipodi rispetto all’insegnamento del Maestro. Marco é molto audace nel presentare l’episodio: Gesù annuncia la sua passione, le sue sofferenze, la sua morte ormai imminente e gli apostoli continuano a discutere di potenza, potere e primati. Ma Gesù è chiaro: chi vuol essere il primo sia l'ultimo, il servo di tutti. Nel suo discorso esalta la condizione dell’ultimo, del servitore, del bambino e facendo ciò avvia un dialogo per orientare e gestire relazioni. Perciò, egli non rimprovera, non giudica, non accusa; la sua strategia educativa è fatta di gesti inediti da lui esaltati; in questo caso è l’abbraccio di un bambino. Il Vangelo viene riassunto in questo abbraccio che capovolge quanto si è insegnato su Dio del quale non si esalta la sua onnipotenza, ma il suo essere onni-abbracciante. Gesù pone al centro non se stesso, ma un inerme e disarmato fanciullo, indifeso e senza diritti invitando ad arrendersi all'infanzia perché significa esaltare al cuore e il sorriso, saper abbandonare senza riserve la propria mano in quella dell'altro. Scegliere il bambino come modello del credente è qualcosa d’inedito nella storia della religione. Cosa sa un bambino della teologia? Non sa di filosofia, non conosce le leggi, ma ha tanta fiducia. Quello di Gesù è un ribaltamento totale del modo di pensare orientale, secondo il quale un bambino è segno di debolezza, di marginalità, una imperfezione che niente di valido può insegnare agli adulti. Invece Gesù associa l’immagine del bambino all’idea di speranza, di mitezza, di apertura, tutte qualità richieste ai cristiani perché in tal modo manifestano di possedere la vera sapienza, quella indicata da Giacomo nella seconda lettura: “pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera”. I bambini non sono più buoni degli adulti, ma sono maestri di fiducia e sono pronti a stupirsi per le novità della vita perché sanno apprezzare i gigli del campo e contemplare estasiati gli uccelli del cielo, sempre incuriositi da cosa porta il nuovo giorno, disposti a sorridere anche se ancora non hanno smesso di asciugarsi le lacrime causate dalle delusioni della vita, la loro caratteristica è appunto quella di fidarsi perché sanno percepire che il mondo avrà un futuro migliore solo quando praticherà l'accoglienza senza muri e riserve. Modello per noi cristiani rimane Maria, la quale accoglie Dio in un bambino e nel fare ciò è stata esaltata al di sopra di tutte le creature.



XXIV per annum

Isaia 50, 5-9, Giacomo 2,14-18; Marco 8,27-35

Silenzio, solitudine, preghiera caratterizzano l’intimità di Gesù col gruppo di discepoli, momenti speciali per apprezzare amicizia ed amore. Durante una delle pause nel viaggi verso Gerusalemme Gesù pone una domanda dalla quale dipendono la fede, le scelte di vita, il futuro del Regno. Egli mette in moto lo spirito dei discepoli prendendo le mosse da un’avversativa. Il “ma” obbliga ad una risposta che coinvolge l’interiorità di una persona perché deve far riflettere su chi è Gesù per ciascuno di noi. Egli non cerca parole, non vuole sentire l’opinione di Pietro, ma sapere se Simone gli ha aperto totalmente il cuore. Da tempo Gesù svolge la sua missione, molti lo acclamano rabbi, profeta, un carismatico capace di sconfiggere il male, la sua fama a Gerusalemme preoccupa le autorità religiose; ma vi sono anche alcuni che lo calunniano, urge una chiarificazione perciò Gesù interroga i discepoli, i quali confermano che per la gente è un profeta. Ma egli vuole conoscere se i discepoli hanno compreso la sua vera identità. Per tutti risponde Pietro: “Tu sei il Cristo!”, il pescatore riconosce la vera identità, prima tappa della fede di Simone, una rivelazione che è dono di Dio (Mt 16,17). Ma questa proclamazione doveva concordare con la visione di un Messia crocifisso, non essere un’acclamazione di trionfo, obbligando Pietro a fare il pellegrinaggio dietro a Gesù per comprendere pienamente il significato. Perciò Gesù annunzia la necessità della passione. Nel mondo il giusto viene rigettato a causa della malvagità degli empi; egli ne è consapevole ecco perché liberamente s’incammina verso il Tempio per mostrare al mondo l’intensità sublime dell’amore di Dio per l’umanità. Nel brano di vangelo della XXIV domenica del tempo ordinario, Marco riporta l’episodio in modo sintetico rispetto a Matteo, che riferisce anche cosa diceva la gente di Gesù: «Tu sei il Messia » aveva esclamato Simon Pietro, ma Gesù riorienta il discorso avvisando che avrebbe espletato la missione secondo schemi diversi rispetto alle attese. E’ interessante osservare la dinamica psicologica di Pietro alle parole del Maestro. Gesù aveva confermato l’esattezza della risposta fissandolo con uno sguardo nel quale brillava l'affetto per l’accento sul nome di Pietro e di suo padre e l’aggiunta di un altro nome, segno della sua amicizia. Era un atto di fiducia che gli assegnava un compito ancora vago, ma importante. Pietro è colmo di gioia e di fierezza, ha tutti i motivi per conoscere bene Gesù, ma improvvisamente entra in rotta di collisione con lui. Lo ha salutato come Messia in uno slancio d'amore e Gesù aveva preso sul serio quel nome. Ma parla di sofferenza, rifiuto, morte per mano di sommi sacerdoti e scribi, affermazione inacettabile per Pietro, che protesta meritandosi un deciso rimprovero, una veemente sfuriata ed un epiteto di condanna senza appello: Satana! Un colpo per l’apostolo: Conosceva così poco Gesù? Il Messia non aveva raccomandato a chi intendeva seguirlo di rinnegare se stesso e prendere la croce per salvarsi?

Conoscere il nome di Gesù è meno importante che vivere ciò che egli avrebbe sperimentare. Pietro l’ha finalmente compreso?

Solo in parte; infatti, nel Getsemani brandirà la spada e soltanto un perentorio comando di Gesù gliela farà riporre, anzi per la paura subito dopo lo rinnegherà. Per conoscere veramente il Maestro Pietro deve sperimentare la propria debolezza e riconoscere la miseria del peccato incontrandosi con gli occhi di Gesù, sguardo di tenerezza che lo accompagnerà per tutta la vita (Lc 22, 61). In quel momento il cuore di Pietro si sente inondato dalla misericordia di Dio e piange, lacrime amare per chi lo scruta mentre corre via, in realtà pianto di gioia perché sente la dolcezza dell'amore del Signore. Così Pietro conosce veramente chi é Gesù e cosa rappresenta per lui. In quel momento riceve definitivamente le chiavi del Regno della misericordia e il compito di confermare i fratelli nella fede, divenendo la vera pietra, testata d’angolo della Chiesa perché è stato vagliato, rivoltato da cima a fondo per rinfrancare i seguaci del Maestro avendo sperimentato fino a che punto arriva l’amore salvifico di Gesù. Giacomo, nella seconda lettura domanda: "A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere?" La fede che salva si vive nella pratica della carità, dell'accoglienza, della misericordia, del perdono, della solidarietà. Per il cristiano non é filantropia, ma imitazione di Cristo, morto e risorto per l’uomo, e garanzia che solo così si guadagna veramente la vita.

XXIII per annum

Isaia 35, 4-7°; Giacomo 2,1-5 Marco 7,31-37

L’attualità del vangelo è veramente sorprendente. Oggi invita a riflettere sulla dinamica della comunicazione interpersonale proponendoci Gesù come esempio. Ne abbiamo veramente bisogno se riflettiamo sul progresso continuo e sorprendente delle tecnologie di comunicazione e, nonostante ciò, diminuisce la nostra capacità di comprensione perché all’abbondante mole di notizie, a volte eccessiva e fuorviante, non corrisponde un’adeguata comunicazione tra persone. Ogni giorno siamo inondati di news che non sempre contribuiscono a far conoscere la verità. Intanto un anonimo comunicare ci allontana dalle persone e dai loro problemi di chi è in difficoltà, fa diminuire la nostra capacità di condividere dolori ed esultare per la gioia degli altri. Così ci percepiamo più soli, dimensione dello spirito che non aiuta a vincere l’egoismo. Rispetto a questa condizione la liturgia della Parola invita a considerare l’operato di Gesù che passa tra gli uomini superando ogni frontiera, pronto a ricucire le ferite dello spirito perché vuole insegnare a ricercare la dimensione umana che accomuna e viene prima di ogni divisione culturale, religiosa o razziale. L’evangelista Marco, nel descrivere il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, precisa la mappa del percorso, che risulta molto strano: Gesù dovrebbe andare verso sud-est, invece prima si reca a nord verso il mare della Galilea, in territorio della Decapoli abitato da pagani. Una scelta poco chiara in termini geografici, ma logica in una prospettiva missionaria: mostra, infatti, la sua volontà di portare a tutti il messaggio della salvezza. Egli non si pone problemi circa l’orientamento religioso dei destinatari; anzi, anche quando opera prodigi si preoccupa di non offendere usi e costumi. A questo maestro accompagnato dalla fama di taumaturgo portano un sordomuto, un uomo prigioniero del silenzio, quindi obbligato a condurre una vita dimezzata. Da parenti o amici egli viene “portato” da Gesù al quale rivolgono la supplica d’imporgli le mani, particolare che richiama la nostra responsabilità nei riguardi dei fratelli sofferenti. E’ l’antefatto, da questo momento protagonisti della scena sono il sordomuto, che assiste attonito e speranzoso, e Gesù, i cui gesti sono un trattato di. pedagogia della comunicazione incentrata sulla successione di parole e di gesti. Il sordomuto viene preso per mano e condotto in disparte, un modo per fargli capire che a lui Gesù concede un’attenzione speciale, non è più un anonimo nella folla; il maestro gli riserva totale attenzione, che agevola la comunicazione appena iniziata e fatta di sguardi, di occhi che s’incrociano, ai quali fanno seguito gesti altamente significativi. Il Maestro fa parlare la sue mani senza ricorrere alle parole per dimostrare la propria partecipazione al dolore del sordomuto e la determinazione a fare qualcosa di significativo per lui. Gesù entra così in un rapporto non etereo, ma concreto, con i suoi gesti coinvolge chi gli sta di fronte donandogli qualcosa di sé che lo rende vitale. Fatto ciò, guardando il cielo in un atteggiamento d’implorante preghiera, Gesù emette un sospiro: Effatà, Apriti! Usa l’aramaico, un dialetto del luogo a testimoniare la familiarità raggiunta. Il suo non è un grido col quale manifesta la propria potenza, non è neppure un singhiozzo di dolore per significare la partecipata condivisione del dolore dell’uomo, ma è un promettente respiro di speranza. Gesù pronunzia calmo e in atteggiamento di umiltà una parola che evoca in coloro che l’ascoltano la nostalgia della libertà. Questo è il modo di comunicare del Messia, un ricorso costante alla forza rievocativa dei simboli per far giungere agli ascoltatori, anche ai pagani, il messaggio di salvezza: Lui è colui che dà a tutti la possibilità di ascoltare la parola di Dio. Rivelativo della capacità di comunicare di Gesù è anche il suo adeguarsi alle aspettative del sofferente, all’uso di elementi culturali non suoi per richiamare l’attenzione ed esaltare la coinvolgente potenza della sua parola. La guarigione del sordomuto testimonia così che la possibilità di salvezza giunge solo attraverso la potenza espressa dal quell’ “Apriti” che conferisce la possibilità d’iniziare una nuova vita. I gesti di Gesù esaltati dal passo del vangelo sono stati adottati nella liturgia battesimale per ricordare che il cristiano col battesimo inizia una fase nuova della vita, anzi gli viene donata la possibilità di una nuova vita. Il sordomuto, che finalmente può parlare, diventa l’immagine di quest’uomo nuovo nato col battesimo e capace di professare la propria fede lodando Dio perché ha aperto il suo cuore a Dio e agli altri.

XXII per annum

Deuteronomio 4,1-2.6-8; Giacomo 1,17-18.21b.27; Marco 7, 1-8.14-15.21-23

Gesù rimane sempre in ascolto del grido degli ultimi per sostenerli nella loro esperienze di lacrime; si carica del dolore dei corpi e delle anime per donare guarigione e l’esultanza di una serena amicizia. Per i farisei e gli scribi di tutti i tempi, i quali prestano attenzione soltanto alla esteriorità dei riti, i suoi sono gesti insignificanti. Non meraviglia quindi leggere la dura reazione riportata dal Vangelo verso questi ipocriti, il cui cuore è lontano da Dio e dall'uomo; mettono a rischio la religione perché la ritengono fatta solo di pratiche esteriori, formule e prassi, senza porsi il dovere di soccorrere chi ha bisogno, come si chiarisce nella secondo lettura della liturgia della Parola. L’interiore e l’esteriore indicano il passaggio capitale per comprendere l’origine del male cercato da desideri e pulsioni che fanno slittare la nostra libertà verso la sua negazione. Tutto ciò non ha importanza per i farisei che condannano i discepoli di Gesù perché non osservano prescrizioni igieniche; perciò Gesù mette a nudo le loro cattive intenzioni volte a costruire una religione di comodo. In effetti sono dei teatranti – vero significato del termine greco ipocrita – pronti a recitare la loro parte senza emozioni e profondi convincimenti perché il loro cuore di pietra non sa partecipare al dolore dell'altro. Di conseguenza non sono veri seguaci di Gesù, non sono cristiani impegnati a praticare la religione dell'interiorità sollecitata dal Vangelo. Gesù impartisce questo insegnamento scardinando i pregiudizi circa il puro e l'impuro. Infatti, nella creazione tutto è puro perché Dio ha sancito che tutto era cosa buona. Gesù benedice di nuovo la vita e attribuisce soltanto al cuore la possibilità di sporcare o illuminare il creato. Il suo é un messaggio festoso e attuale; invita a ridimensionare le sovrastrutture del nostro modo di pensare e tanti vuoti formalismi presenti nella tradizione degli uomini. Il massaggio di Gesù é liberante e rinnovatore, perciò vi congiurano contro i nemici della vita, che il capitolo 7 del vangelo di Marco individua nelle autorità religiose del tempo impegnate a vigilare sul rispetto di 613 precetti estrapolati dalla legge di Mosè; ma Gesù richiama all’essenziale ed enumera dodici atteggiamenti – da notare che nessuno di essi riguarda il culto e la religione - che si frappongono tra noi e il Signore ed ostacolano la comunione con Dio. Sono tutte azioni cattive compiute dall’uomo; perciò non è Dio che distingue tra puro e impuro, ma la cattiva relazione che l’uomo intesse col proprio simile. Nel porre la questione Gesù soppianta “ le tradizioni degli antichi” elaborate nel Deuteronomio per indicare cosa veramente sporca l’uomo. Nel far riferimento a queste prescrizioni Egli fa capire che avevano una funzione propedeutica per abituare l’uomo a inserire fede e culto nei dettagli della vita quotidiana, ma se si rimane a questo livello, facendo della fede solo un rito, si perde la possibilità di sperimentare la prossimità di Dio. La vera religione presuppone l’accoglienza della Parola che viene dal Signore, seme che vive e fermenta la nuova relazione, la quale trasforma il cuore dell’uomo consentendo a chi vive nel “non ancora” della storia di sperimentare il “già” di Dio.

XXI domenica per annum

Nella prima lettura viene presentato Giosuè impegnato a chiedere al popolo di scegliere se continuare a servire gli dei o il Signore. Prima della richiesta fa il resoconto degli avvenimenti più importanti dei quali è stato partecipe il popolo, un costante e sostanziale aiuto di Dio per liberarlo dalla schiavitù. Gli Ebrei sono invitati a fare una dichiarazione di fedeltà, spartiacque tra passato e futuro della loro storia di popolo chiamato a scegliere il proprio Signore con un’adesione di fede. E noi? Allora come oggi è essenziale scegliere. Anche noi dobbiamo liberarci dai condizionamenti del consumismo, dominati dall’egoismo. Se siamo capaci di leggere nella nostra esperienza di fede allora possiamo cantare il salmo 33: Gustate e vedete come è buono il Signore? Nella Seconda Lettura Paolo approfondisce la morale domestica, conseguenza della nuova vita in Cristo, iniziata col battesimo. Egli parte dalla condizione sociologica di allora, che sanciva il dominio dell’uomo sulla donna, conferendo nuovo significato alla richiesta sottomissione. Sì, essere sottomessi gli uni agli altri, ma come si ama il proprio corpo. Paolo indica il modello, individuandolo nell'amore di Cristo per la sua Chiesa. Quindi, chiamati a vivere nella reciproca sottomissione, gli sposi cristiani manifestano l’amore di Cristo, realizzando il disegno affidato all’uomo e alla donna fin dalle prime pagine della Scrittura “l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua moglie e i due diverranno una sola carne”. E’ un mistero grande che si specchia in Cristo, maestro e Signore perché si offre sollecitando un legame intimo, organico, di carne e sangue. E’ una scelta di vita ma anche religiosa, vissuta in spirito e verità, un invito fatto con parole difficili da ascoltare. Ancora oggi, leggendo il vangelo, spesso reagiamo dicendo con i discepoli «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?» e mormoriamo contro le pretese di Gesù. Mormorazione e scandalo sono le note dominanti nel cuore dei discepoli come vengono presentati nel passo del vangelo di oggi. Giovanni descrive spesso le reazioni degli ascoltatori alle parole di Gesù, si tratti di un dottore della Legge (Gv 3), di una donna del popolo (Gv 4) e di un funzionario (Gv 4,43-53). Oggi vengono presentati la folla e i discepoli che hanno appena ascoltato un discorso duro, che li ha messi di fronte ad un dilemma: credere o non credere? Gesù si è manifestato; i discepoli conoscono cosa comporti accettarlo. Molti non se la sentono e se ne vanno. Ciò che ha chiesto è troppo e rimangono imbarazzati di fronte ad una scelta che non ammette alibi o evasioni. Gesù non ammorbidisce: obbliga ad uscire da se stessi per seguire Dio; a superare «la carne » per vivere nello «Spirito». All’annuncio reagiscono scandalizzati e, pavidi, si danno alla mormorazione, che si diffonde generando un clima di ostilità condivisa al punto da isolare Gesù nella folla. Egli, rivolgendosi ai discepoli esclama: «Questo vi scandalizza?» E’ di capitale importanza comprendere i motivi di questa crisi in individui che seguivano con devozione Gesù ma non riuscivano ad accettare che fosse “disceso dal cielo” e che nella sua umanità fosse possibile incontrare il Dio vivente. Lo avevano acclamato “il grande profeta che viene nel mondo” (Gv 6,14), volevano farlo re (Gv 6,15), ma di fronte a questa pretesa si scandalizzano: profeta sì, ma corpo da mangiare e sangue da bere (Gv 6,51-56) no. I discepoli, come noi, sono impastati di debolezze e di difetti, lenti a comprendere il Maestro e incostanti nel seguirlo, talvolta, presumono di poter dettare leggi a Gesù, saccenti e superbi, altre volte impediscono persino di avvicinare il Signore proprio a quei piccoli, segno eloquente del cammino da compiere per entrare nel Regno. Il segreto per comprendere l’invito di Gesù è la grazia che viene dall’Alto perché la fede é dono dello Spirito Santo che il Padre effonde per attirarci a Cristo. L’uomo di oggi, non di diverso da ieri, non trova agevole superare le apparenze. Ecco perché questa scelta è dono di Dio e libera risposta dell’uomo: presuppone la consapevolezza dei propri limiti e il bisogno di salvezza. Quindi la fede cristiana è atto di fiducia e di abbandono ma anche riconoscimento della propria piccolezza, una confessione estremamente critica e matura che presuppone un continuo e severo esame di coscienza. Pietro prende la parola e le sue domande sono anche le nostre. Per avere parte alla vita eterna, risponde Gesù, è necessario mangiare e partecipare al pane e al calice precisando che il suo dono non è efficace se non accettiamo la sua Parola, cioè il senso materiale del “mangiare” non acquista valore se non siamo capaci di intravedervi l’amore che è significato. La crisi nelle relazioni tra Gesù e la sua comunità è tramandata dai quattro vangeli e lo testimoniano le parole di Pietro «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». Con questa affermazione egli intende dire che in Gesù c’è la Presenza di Dio, che non troviamo nel tempio ma nell’umanità del Cristo, il Figlio. Gesù invita a “Credere in Colui che ha mandato” per ricordare che occorre farsi guidare dalla Parola. Perciò non basta fare la Comunione col rischio di trasformarla in un rito riduttivo. L’Incarnazione non è di ostacolo alla comunione con Lui, anzi è il luogo ordinario dell’incontro con Dio, ricevendola, il cristiano vive come Gesù perché non è più lui, ma Cristo che vive in lui. Gesù ripete per otto volte che è necessario mangiare la sua carne e bere il suo sangue: banchetto al quale siamo invitati ed opportunità per poter dire di essere in comunione con Lui. L’Eucarestia mette i fedeli di fronte a Cristo e li interpella e sospinge alla scelta decisiva: un’adesione incondizionata perché è Maestro della fede



XX domenica per annum

Giovanni non ricorda l’istituzione eucaristica e la sostituisce con la lavanda dei piedi; ultimo degli evangelisti aveva intuito che la liturgia poteva scadere nel ritualismo o essere considerata un’azione magica. Egli prende posizione contro la spiritualizzazione dell'Eucaristia perché non ci può essere distacco tra la messa e vita di tutti i giorni. “Credere in Colui che ha mandato”, raccomanda Gesù per ricordare che occorre farsi guidare dalla Parola. Perciò non basta fare la Comunione col rischio di trasformarla in un rito riduttivo.Pagina scandalosa quella del vangelo di questa domenica, addirittura ripugnante per chi non ha vera intimità col Signore o la sua fede gnostica gli impedisce di accettare l’umanità come luogo dove s’incontra Dio.L’annuncio di Gesù aveva suscitato mormorazione e aspra discussione: bere il sangue era un’azione vietata dalla Legge. Eppure con espressioni ancora più dure Egli toglie ogni possibilità di interpretare queste sue parole in modo parabolico, raffinato ma gnostico. Per avere parte alla vita eterna è necessario mangiare – nel testo si usa il verbo trogein, cioè masticare con particolare cura per assaporare ogni frammento e non perdere nulla di quel nutrimento. Quindi partecipare al pane e al calice, sacramentalmente corpo e sangue, significa mangiare i segni e così ricevere la vita del Figlio veramente uomo perché l’Incarnazione va accolta senza riserve. Dio si fa uomo in Gesù affinché lo possiamo trovare e diventare come Lui, secondo i padri orientali. L’amore a parole non é sufficiente: occorre una carne umana che racconti Dio mentre ricorda la nostra debolezza, la fragilità, la morte, che non vanno dimenticate per ricercare una “vita spirituale”; l’Incarnazione non è di ostacolo alla comunione con Lui, anzi è il luogo ordinario dell’incontro con Dio: entrando in noi, carne e sangue di Cristo trasformano in figli di Dio e fanno conoscere la resurrezione. Quindi l’Eucaristia non è un secondo Gesù Cristo, separato dal Cristo della storia. Questi è l’unica soggettività, altrimenti si rischia di cosificare l’Eucaristia; invece, ricevendola il cristiano vive come Gesù perché non è più lui a vivere, ma Cristo in lui. Un contributo per chiarire significato e portata di questo complesso passo evangelico è fornito dalla prima lettura, nella quale si asserisce che il discepolo ha una vocazione precisa: fare esperienza. In questo modo è possibile rispondere anche alla preoccupata considerazione dei discepoli: “questo discorso è duro, chi può capirlo?” Ebbene non lo si comprende con la propria intelligenza, ma grazie all’esperienza di vita. Ora al verbo comprendere occorre dare un significato secondo l’uso che ne fa l’evangelista Matteo e che rimanda alle connotazioni storico-culturali del popolo ebreo: capire evoca il concetto di aver territorio, cioè spazio sufficiente; perciò non tutti comprendono perché non tutti fanno spazio alla Parola. La Sapienza, protagonista del passo proposto come prima lettura, ricorda che per fare esperienza é necessario sedersi al banchetto da lei offerto presentandosi con una condizione caratteristica dei piccoli, degli inesperti per poter imparare perché non si può confidare in se stessi. Inoltre, occorre aver fame e sete e non essere sazi: evidenti anticipazioni della celebrazione eucaristica. Il brano continua con la presentazione dell’azione della Sapienza, la quale si è costruita una casa fondata su sette colonne, implicito riferimento alla creazione, al mondo intero, casa di Dio dove avviene l’incontro: Dio si manifesta perché cammina con noi, non è mai fuori della nostra vita; si consegna a noi usando l'immagine della casa e del banchetto, non attraverso esperienze straordinarie. Fare la comunione significa dunque, mangiare un'azione di Gesù e viverla, mangiare una sua parola e farla propria producendo tre importanti conseguenze: partecipare alla vita eterna, sperimentare la piena realizzazione personale; dimorare con Gesù vivendo non per se stessi ma per gli altri. Gesù ripete per otto volte che è necessario mangiare la sua carne e bere il suo sangue: banchetto al quale siamo invitati ed opportunità per poter dire di essere in comunione con Lui, dimorare con Lui. Quest’ultimo è uno dei verbi più importanti usati dall’evangelista Giovanni e significa vivere con qualcuno che ci ama e che noi amiamo sperimentando la condivisione di tutta un’esistenza. Mangiare e bere esprimono quindi il modo migliore per realizzare l'accoglienza per assimilare un nutrimento e una bevanda che diventano propri perché accolgono dentro di sé la vita di Cristo, vangelo dell’amore. Donata e non trattenuta essa deve spingere a superare ogni remora che impedisce di attraversare lo spazio che separa i banchi dalla comunione con Gesù Eucaristia per iniziare a fare esperienza, leggersi dentro, partecipare della vita di Dio.

XVIII per annum

Esodo 16,2-4.12-15; Efesini 4, 17.20-24; Giovanni 6, 24-35

Il rapporto di Gesù con i suoi contemporanei non è stato sempre idilliaco. In effetti la folla che lo seguiva continuava ad essere massa amorfa nonostante tutti venissero stimolati a guardare oltre le apparenze per incontrare il Padre misericordioso. In effetti, preoccupazione costante era soddisfare i bisogni primari, un assillo del quale non riuscivano a liberarsi, , motivo per cui cercavano il Maestro. Infatti, egli aveva dimostrato di poter intervenire e risolvere i loro problemi materiali. Il popolo ebraico aveva manifestato questo atteggiamento anche negli anni dell’Esodo. Pur riconoscendosi come il popolo della promessa, ma non esitava a contestare Mosè ed Aronne impegnati a guidarlo fisicamente e moralmente fuori dall’Egitto e dalla schiavitù nella quale era precipitato vivendo nella terra dei faraoni. Sbandato e per anni nel deserto, dove era venuto a mancare il cibo, gli ebrei sono soggetti alla nostalgica tentazione di un passato quando almeno potevano mangiare anche se privi della libertà. Nella sua misericordia Dio è pronto a concedere ulteriori doni malgrado la loro mancanza di fiducia perché in Lui prevale la disponibilità al perdono; perciò attende che un popolo dalla testa dura divenga il fedele primogenito. E’ un’esperienza ancora valida ancora oggi malgrado gli uomini ritengano di poter scandire la tabella di marcia della storia. Invece Dio, che è buono, segue l’itinerario dettato dal suo cuore di Padre e, per salvare l’uomo, si manifesta generoso anche nei doni materiali.L’episodio evangelico è connesso a quanto si narra nella prima lettura richiamando quanto è stato oggetto di meditazione domenica corsa.Dopo la moltiplicazione dei pani Gesù aveva dovuto nascondersi perché la folla lo voleva fare re avendo sperimentato che nei momenti di necessità interveniva per soddisfare i bisogni della gente. In questo modo egli avrebbe potuto inaugurare il regno di Dio in questo mondo a vantaggio dell’umanità risolvendo definitivamente tutti i problemi. Ma le prospettive della folla non si conciliano con quelle di Gesù, il quale è consapevole che l’ansia di ricercarlo aveva interessate motivazioni materiali e non era dettata del desiderio di corrispondere al suo insegnamento. La gente si era concentrata sull’esperienza materiale della fame appena saziata, non era andata oltre per cogliere quanto per Gesù si celava oltre il segno. Perciò egli sollecita a procurarsi “non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna”.La folla rimane meravigliata alla richiesta del Maestro: credere in chi è stato mandato da Dio. Inizia un dialogo; il popolo sollecita altri segni per credere. Gesù spiega che il pane che calma la fame può giungere anche attraverso i profeti, invece quello che sazia lo spirito può venire solo Dio e da chi “dà la vita al mondo”. Finalmente comprendono che occorre saziare non il corpo, ma ricercare la vera vita. A questa loro richiesta Gesù annunzia solennemente:: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
 

XVIII Esodo 16,2-4.12-15; Efesini 4, 17.20-24; Giovanni 6, 24-35

2 agosto

Il rapporto tra Gesù e le folle dei suoi contemporanei bisogna riconoscere che non era proprio idilliaco. Molto probabilmente perché la folla continua ad essere folla nonostante Gesù; i bisogni percepiti erano quelli più immediatamente legati alla vita materiale e quotidiana e una persona particolare come Gesù era tanto più seguita e osannata quanto più si mostrava capace di soddisfare questi bisogni. Una situazione che si verificava anche nel Vecchio Testamento; così il brano dell’Esodo della liturgia di questa domenica ci mostra un popolo, quello d’Israele, il popolo che pure si riconosceva come popolo di Dio, che contesta le sue guide, Mosè ed Aronne che lo stavano conducendo lontano fisicamente e moralmente dall’Egitto, perché nel deserto - si noti bene, un posto dove certamente non poteva normalmente essere diversamente - gli era venuto a mancare cibo a sufficienza; si innesca così il pensiero nostalgico del passato, quando in Egitto gli Israeliti erano schiavi sì, ma erano “seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà”. La lamentela produce l’effetto sperato e così Dio risponde con ulteriori doni alla mancanza di fiducia. Prevale come sempre il perdono e la misericordia. Il popolo dalla “dura cervice” diventa il “gregge che Egli ama”, il “popolo che Egli conduce”, addirittura “il figlio suo primogenito”. In ogni circostanza la lezione per l’uomo di oggi è sempre presente. Spesso, infatti, capita che sono gli uomini a pensare di poter segnare a Dio la tabella di marcia nei propri confronti e cosa Egli debba fare per l’uomo e per il mondo. Ma Dio è “buono e grande nell’amore”, segue l’itinerario dettato dal suo cuore di Padre per la salvezza dell’uomo non facendo mai mancare i suoi doni, anche materiali, all’occorrenza. Il brano evangelico è strettamente connesso con l’episodio narrato nella prima lettura. Domenica scorsa abbiamo lasciato Gesù che, dopo la moltiplicazione dei pani aveva dovuto nascondersi perché la folla lo cercava per farlo re. Effettivamente un re che in momenti di necessità sapeva dove mettere le mani per soddisfare i bisogni immediati della gente poteva fare veramente la differenza per un popolo che ne aveva sofferte di tutti i tipi. Si trattava di mettere su il regno che l’esperienza storica poteva suggerire. Un regno di Dio senz’altro, ma in questo mondo e per questo mondo, in modo da poter risolvere una volta per tutte il problema. Solo che le prospettive della gente non corrispondevano a quelle di Gesù. E questi, quando viene ritrovato, a quelli che lo avevano cercato, anche un po’ a muso duro, fa notare che tutta quell’ansia di ricerca è molto interessata: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Gesù rimprovera la gente perché si era fermata al dato immediato e materiale che era stato quello di aver saziato la fame e non era stata capace di andare oltre il segno. La funzione del segno, infatti, è quella di richiamare qualcos’altro, e la gente sfamata non si rende conto che Gesù interviene con la sua potenza per soddisfare sì la fame di cibo, ma solo perché questa non sia di ostacolo a ricercare un’altra sazietà, quella nei confronti della quale nulla può il cibo materiale. Ecco perché giunge puntuale il suo avvertimento: “procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il figlio dell’uomo vi darà”. La folla rimane meravigliata della precisazione, pensava di aver fatto abbastanza nell’aver apprezzato la sua potenza taumaturgica. Credevano che già questo fosse nella linea delle “opere di Dio” ed invece anche qui Gesù chiede di più, vuole l’assenso della fede: “Questa è l’ opera di Dio, credere in colui che Egli ha mandato”. Il dialogo si fa più serrato, la gente vuole altri segni per credere. “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo?” Gesù spiega che il pane, quello che calma la fame fisica può giungere anche attraverso i profeti, ma quello vero lo può dare solo Dio ed è “colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Finalmente capiscono tutti quei cercatori, si sono resi conto che essi cercano non la sazietà del corpo, ma la vita stessa ed allora: “Signore, dacci sempre questo pane”. Ora sì, la richiesta è arrivata e Gesù si può qualificare per quello che veramente è; rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

XIX per annum I Re 19, 4-8; Efesini 4,30 – 5,2; Giovanni 6, 41-51

9 agosto

È la terza domenica consecutiva che la liturgia ci invita a riflettere su brani delle Sacre Scritture che parlano di cibo e specificamente di pane e non solo per l’analogia strettissima che questo ha con il sacramento cardine della vita cristiana, l’Eucaristia”, ma anche perché esso rappresenta il cibo per eccellenza, anche nell’immaginario generale. È entrato nel linguaggio comune per indicare l’indispensabile per vivere, ed era questo, forse, ciò a cui pensava Gesù, quando nell’insegnare ai suoi apostoli l’unica formula organica di preghiera che troviamo nei vangeli, indicava il pane come unico bene materiale da chiedere quotidianamente al Signore, invitandoli a dire: “…Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Purtroppo fu anche il segnale con il quale Dio indicava che il rapporto tra l’uomo, la natura e le cose a lui necessarie per la vita non sarebbe stato più proprio idilliaco, in conseguenza della fatale prima ribellione alla legge divina: “Ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte”. Ma sono tantissimi i riferimenti nelle Sacre Scritture a questo simbolo principe del nutrimento umano, come quello commovente nell’episodio dell’apparizione di Gesù ai due discepoli di Emmaus che risalirono alla identità del loro Maestro nell’amorevole gesto dello spezzare il pane. Era caratteristico, del resto, della predicazione di Gesù partire da esigenze effettive e primarie dell’uomo per insegnare che il suo piano di salvezza non era qualcosa di disincarnato rispetto alla vita reale dell’uomo, ma intimamente ad essa correlato. L’uomo ha bisogno di cibo per vivere e senza di esso la sua vita si spegne dopo essere passato attraverso la brutta sensazione della fame, uno dei segni della sua povertà e della precarietà della sua esistenza. Gesù Cristo non disprezza questo bisogno, anzi se ne serve per offrire la sua salvezza, proponendosi Egli stesso come pane venuto dal cielo: - “Sono io il pane disceso dal cielo” - nella speranza che i Giudei sarebbero stati capaci di andare oltre l’esigenza del pane e riconoscere in Lui l’ Inviato da Dio, l’unico che aveva il potere di accreditarli presso l’Eterno. Il profeta Elia sopravvisse grazie ad un pane misteriosamente fornitogli dall’angelo del Signore. Succede sempre così se si ha fede, quando proprio si è allo stremo perché la durezza del cammino ha fiaccato tutte le energie a disposizione e ci si vede circondati solo dal deserto umano, morale, affettivo, interviene la mano amorevole del Padre e solleva, rinfranca e si può riprendere il cammino, perché il pane che dà Lui non è come la manna del deserto che fu sì consumata dai nostri padri, ma comunque morirono: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Una chiara allusione da parte di Gesù all’Istituzione del sacramento dell’Eucaristia, nel quale è Lui stesso con il suo corpo e il suo sangue che si offre come cibo, come sostentamento per la vita eterna. La manna dell’Esodo, il pane di Elia, l’ Eucaristia: tre momenti della storia della salvezza, quasi un crescendo meraviglioso di come Dio ha fatto sperimentare la sua vicinanza all’uomo per condurlo alla salvezza, si potrebbe dire nonostante lui. Gesù si offre nel pane perché gli uomini vivano; offre se stesso come cibo e si lascia mangiare, si lascia assimilare, diventando carne della nostra carne, affinché l’uomo possa, con un’azione in se stessa così normale da apparire quasi banale, impossessarsi della vita stessa di Dio , attraverso un nutrimento capace di far diventare tutto il suo essere, pensieri, sentimenti, volontà altrettanti mezzi meritori di salvezza. I segni procurati nell’essere umano da questa trasformazione sono tanto semplici quanto evidenti ed efficaci: bontà, amore perdono. Un così stretto connubio tra divino ed umano non può che generare, quando l’uomo ne è cosciente e non fa mancare il suo assenso di fede, ciò che S. Paolo raccomanda, una volta che l’individuo è stato in tal modo “segnato per il giorno della redenzione”: essere, come l’Apostolo si esprime: “benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”, con la conseguente scomparsa di “ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità”. Che meraviglioso mondo sarebbe! Esso stesso al limite del divino!

Michele Santangelo

29.8

XVII domenica per annum

Perno della liturgia della Parola di questa domenica è il racconto della moltiplicazione dei pani narrato da Giovanni, fatto veramente eccezionale se è l’unico miracolo tramandato dai quattro evangelisti. La meraviglia degli ascoltatori è preparata già dalla prima lettura nella quale si riferisce di un analogo gesto prodigioso compiuto del profeta Eliseo per dimostrare che solo il Dio si prende cura dell’uomo ed è pronto a soddisfare provvidenzialmente i suoi bisogni materiali e spirituali. Il parallelismo tra il miracolo di Eliseo e quello di Gesù è evidente. Nella prima lettura si fa riferimento alle primizie che, pur appartenendo a Dio, diventano cibo per tutti. Così nella moltiplicazione dei pani e dei pesci raccontata da Giovanni avanzano dodici canestri, segno dell’abbondanza tipica dei banchetti messianici grazie alla generosità del Signore, premuroso nel preoccuparsi di sfamare la gente. Il mangiare è una funzione essenziale per cui le religioni l’hanno trasformato in un simbolo di salvezza, esperienza di abbondanza per i poveri. L'idea della sazietà é sottolineata nel vangelo con l’annotazione delle 12 ceste riempite dopo che la folla ha mangiato a sazietà perché con l'avvento di Gesù il tema messianico dell'abbondanza trova compimento. Il passo del vangelo ha un evidente riferimento eucaristico. La terminologia di Giovanni e dei Sinottici è tipica per l’uso degli stessi verbi per l'istituzione della Eucaristia: prese il pane, e dopo aver reso grazie, lo distribuì... E’ un evidente riferimento al fatto che la prima comunità subito riscontrò nel gesto questo significato: l'Eucaristia é abbondanza di vita per chi partecipa al banchetto messianico. La fame nel mondo rimane una angosciante emergenza e, nonostante dichiarazioni e propositi, non trova una efficace soluzione, mentre lo squilibrio tra paesi sviluppati e Terzo e Quarto Mondo registra drammatici incrementi. La Chiesa che può fare oltre a ricordare gli obblighi individuali e collettivi? Gesù saziò concretamente quella folla e, mentre faceva riferimento al pane della vita eterna, non esitò a provvedere concretamente ai bisogni di tanti poveri, quasi a dire che quanto egli dona non è solo simbolo del pane soprannaturale, che non si può gustare nella sua efficace pienezza senza solidarietà e amore dei poveri, test che misura la qualità della nostra carità. La Chiesa diventerà credibile se noi cristiani prendiamo coscienza delle responsabilità verso la crescente fetta di popolazione mondiale nel bisogno e che potrebbe vivere decentemente disponendo anche solo del nostro superfluo che sperperiamo in mille futilità. E’ una scelta indilazionabile per restaurare la dimensione evangelica del rapporto tra Chiesa e ricchezza materiale. La Chiesa diventa credibile per chi ha fame di pane e di vita eterna soltanto se accetta l’apparente paradosso di fare della sua povertà il segno dell'abbondanza di Cristo perché la grandezza della Chiesa è misurata dalla capacità di condivisione.Oggi Gesù chiede soprattutto la conversione del cuore, noi innanzitutto pane, pronti a dare il consenso a chi sostiene che è capace di soddisfare i nostri bisogni materiali. Il bisogno di dar da mangiare a chi non ne ha è un’esigenza attualissima, ma non deve indurre a strumentalizzare chi è nel bisogno. Gesù, percependo la reazione entusiasta della folla, si allontana, va a pregare in solitudine.


XVI Domenica per annum

Nella prima lettura Geremia analizza il fallimento del ceto dirigente d’Israele che ha determinato la deportazione del popolo a Babilonia come schiavo: il Regno è fallito. Ma Dio rimane fedele all’Alleanza e consolida la speranza nel Messia per rispondere al desiderio di chi cerca qualcuno di cui fidarsi. E’ la missione di Gesù, impegnato ad istruire per consolidare la speranza ed indicare la meta dove dirigersi. Questa è anche la nostra situazione dopo aver fatto esperienza di tante discutibili guide che ci hanno fatto precipitare in una condizione di vuoto ideale riempito solo da un compulso consumismo. Dove andare? Solo Cristo rivela una vera passione per l’uomo. Egli é la nostra pace perché invita a superare le divisioni dell’umanità, nella seconda lettura cristallizzate nell’opposizione giudei-pagani di cui parla Paolo. La rivoluzione di Cristo rimpiazza la volontà di dominio col suo messaggio di redenzione affidato ai discepoli i quali, senza cibo nella bisaccia o denaro nella cintura, pronti ad andare per il mondo privi del superfluo, anzi persino del necessario, testimoniano la loro fede fondata sulla fiducia in Dio. Cristo ha dato loro potere che garantisce successo e procura tanta gioia a questi inermi missionari. Il Vangelo presenta un altro aspetto del delicato animo di Gesù. Egli invita gli apostoli di ritorno dalla missione, stanchi ma entusiasti per i risultati, a rimanere un po’ in disparte con lui per riposarsi e radicare ancor più il senso di comunità, gesto delicato che oggi andrebbe reiterato con un certa frequenza per consolidare, ad esempio, il legame tra vescovo e suo presbiterio. Posto al centro il Signore, il senso di unione e di unità si sente più corroborante e coinvolgente. Fortunati allora se Gesù rivolge anche a noi l’invito a riferirgli tutto quello che abbiamo fatto e insegnato mentre in disparte cerchiamo di riposare in sua compagnia e così sentire la provvida presenza di Dio riempire il nostro cuore. Sembra quasi ascoltare l’invito: buone vacanze, auspicio ad intraprendere un viaggio di riposo, sperimentare una convivenza piacevole da tutti desiderata. Anche Gesù lo desidera. Certo, come ai suoi tempi, il numero limitato di missionari rispetto alle esigenze rende difficile questo momento di pausa, tanto necessaria, per far riposare lo spirito e consolidare mente e cuore, un modo per sentire viva la bontà della scelta vocazionale. I fedeli fanno pressione. Significativa la reazione di Gesù; lungi dall’infastidirsi, egli “si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise ad insegnare loro molte cose”. Questa connotazione circa l’anelito missionario di Cristo è capace di smuovere i cuori più duri nel vederlo così sollecito nel rispondere alle esigenze dell’umanità. Col suo sguardo egli sa scorgere, oltre le apparenze, il senso di stanchezza, di smarrimento, la mancanza di un approdo sicuro, perciò rassicura, incoraggia a scegliere sempre il bene, nonostante le delusioni e la mancanza di un premio immediato per le fatiche sopportate. Finché c’è chi si commuove per l’uomo, il mondo potrà continuare a sperare. Gesù mostra tenerezza di madre nei confronti dei discepoli, coglie la stanchezza nei loro occhi. Non considera prioritario conoscere i risultati positivi della loro missione; per Lui prima viene la persona e la salute del cuore perché gli interessa chi si è, non cosa si fa. A contraddistinguerlo è l'arte della compassione. Lo dimostra nel passo del vangelo letto oggi. Preso fra due compassioni - la stanchezza dei discepoli e lo smarrimento della folla - conferma la sollecitudine per il riposo dei primi e non si sottrae alla missione di consolare gli altri. Così esercita il proprio magistero e i suoi osservano e imparano come è fatto il cuore di Dio perché Cristo insegna, prima ancora delle parole, con lo sguardo partecipe, tenero e compassionevole.




XV domenica per annum

Amos 7,12-15; Salmo 84; Efesini 1,3-14; Marco 6,7-13).

In questa domenica si riprende il tema dei profeti chiamati da Dio quando e come vuole, senza esaminare il curriculum. Così Egli si comporta con Amos, un bovaro investito di un delicato compito, indirizzato non al potere religioso e politico ma a sente il bisogno di comunicare con Dio. Agli apostoli Gesù affida la sua stessa missione fornendo gli strumenti per rendere credibile il loro annunzio. L'insuccesso di Nazareth dove, non creduto, Gesù ha potuto compiere pochi miracoli, non determina scoraggiamenti, anzi spinge a moltiplicare gli sforzi. Egli percorre i villaggi per insegnare senza rimettere piede nella sinagoga. Ha compreso che chi gestisce quei luoghi di culto è refrattario al Vangelo; perciò non vuole perdere tempo e preferisce recarsi nelle periferie esistenziali, dove l'emarginazione agevola l’ascolto. Nella missione si fa aiutare dai Dodici, rappresentanti del nuovo Israele, la Chiesa. Li costituisce apostoli, cioè inviati, i quali operano in coppia per rappresentare meglio la comunità di cui sono membri. Egli conferisce il suo stesso potere e, per la prima volta, ordina loro qualcosa: non procurarsi o preoccuparsi dei mezzi materiali. Poveri tra i poveri, devono avere fiducia nel Padre, proclamare il vangelo e testimoniarlo con un comportamento coerente: amare il prossimo e avere il coraggio di manifestare la propria fede. Ogni volta che Gesù chiama invita a mettersi in viaggio. Il primo annuncio fatto dai Dodici è muto, sono una testimonianza: passi cadenzati insieme di chi è disposto ad unire le forze non portando con sé nulla, se non il bastone per appoggiarsi quando si sente la stanchezza e la presenza di amici per confortarsi a vicenda. Niente cibo nella bisaccia o denaro nella cintura, andare senza portare cose superflue, anzi privi anche del necessario. Per il successo della missione è sufficiente una fede testimoniata e fiducia in Dio; in tal modo, nomadi dell'Amore, si confida nella generosità della gente che apre la porta di casa ed è pronta a dar ristoro. Deboli e poveri, i discepoli vengono inviati nel mondo: apostoli privi di tutto ma ricchi della Buona Novella, impegnati ad incontrare gente senza preoccuparsi del cibo e dei vestiti. Così evitano l’impaccio del bagaglio ed hanno movimenti più liberi per contrastare i tanti in preda alla violenza, impauriti dal diverso, incapaci di controllare la volontà di dominio, pronti a togliere ciò che appartiene agli altri, gelose ed invidiose vittime di tante false notizie che propagandano effimere felicità. Cristo ha dato potere contro questi spiriti cattivi. Il Vangelo può guarire senza far ricorso a condizionamenti materiali; va annunziato in povertà fidando sulla bellezza del messaggio che genera libertà. Quando il vangelo viene custodito con semplicità si comprende che è un dono al quale deve corrispondere un preciso programma: curare i bisognosi. E’ la missione della chiesa: guarire le ferite del cuore, aprire porte, liberare gli oppressi, annunciare che Dio é buono e perdona tutto perché è un padre tenero, capace di attendere il momento giusto aiutandoci nel nostro discernimento. Sorprende l’insistenza di Gesù sulle modalità dell'annuncio. Egli sollecita la conversione con l’invito a vedere il mondo sotto un’altra luce, rivolgersi ai malati per rinverdire la loro speranza annunziando la prossimità di Dio, presupposto di ogni guarigione, perché lavoro dei discepoli è la semina, a raccogliere ci pensa il Signore entrando nell’intimo della coscienza di ciascuno.    LR.


Il nostro Carmelo: "Gaudete et exsultate": santi vivendo le Beatitudini

6 luglio

Non aver paura della santità della porta accanto: è l’imperativo di Gaudete et Exsultate, la terza esortazione apostolica di Papa Francesco dopo Evangelii Gaudium e Amoris Laetitia. Per un cristiano la missione sulla terra è un cammino di santità. Il Papa afferma che santi non sono solo quelli canonizzati, ma chi vive i piccoli gesti quotidiani che esaltano il volto più bello della Chiesa. Lo Spirito suscita santi come dimostrano i martiri, patrimonio condiviso con ortodossi, anglicani e protestanti. La santità del paziente popolo di Dio si riscontra nei genitori che crescono con amore i figli, in uomini e donne che lavorano per mantenere la famiglia, nei malati che continuano a sorridere. Questa costanza fa germogliare la santità nella Chiesa militante, santità della porta accanto appunto, come si riscontra sovente nel genio femminile, abile nel praticare tanti stili di santità che aiutano a meditare sulla presenza salvifica di Dio nell’universo.

Obiettivo dichiarato di Francesco in questa Esortazione non è un trattato ma un invito a far risuonare nel mondo contemporaneo la vocazione universale a diventare santi vivendo le Beatitudini, strada maestra controcorrente rispetto alle scelte del mondo. La Chiesa ha sempre insegnato che questa chiamata universale é possibile, come dimostrano appunto i tanti santi della porta accanto. E’ una scelta connessa alla vita di misericordia perché santo è chi si commuove e s’impegna per aiutare i poveri e sanare le miserie del mondo, senza elucubrazioni teoriche, pronto a testimoniare la gioia in un mondo sempre più aggressivo.

Rallegratevi ed esultate sono le parole che Gesù rivolge a chi si sente perseguitato o è umiliato per causa sua. Il papa le ripete nei cinque capitoli del documento spiegando come la Chiesa deve operare per far sentire al mondo la sua prossimità alla carne di Cristo sofferente. Nei 177 paragrafi Francesco non propone sofisticate definizioni ed acute distinzioni, ma in modo semplice ed accessibile a tutti enumera i rischi, le sfide, le opportunità della chiamata alla santità (n. 2). Ribadisce quindi che obiettivo di questa esortazione «è soprattutto la chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi la chiamata personale: «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44; 1 Pt 1,16). Il Concilio Vaticano II lo ha messo in risalto con forza, «ognuno per la sua via». «Lascia dunque che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità» (15).

Il papa ripete l’invito a non avere paura a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo: «Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. Lasciati trasformare, lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta». «La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia. In fondo, nella vita «non c’è che una tristezza… quella di non essere santi» (34).

Gaudete et exultate non è un trattato teologico sulla santità, ma una riflessione sulla sua essenzialità per vivere da veri cristiani richiamandosi alle indicazioni della Lumen Gentium. Il Pontefice depura il tema «da tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio» presenti in devozioni consolatorie per ribadire la centralità del dono fatto da Dio tramite il Vangelo. Esso si riassume nell’amore per Dio e per il prossimo, comandamento della carità e perno della Buona Novella che sollecita una vita di Beatitudini, carta d’identità del cristiano.

Il documento organizza quanto il papa ha ribadito nei primi cinque anni di pontificato sfidando la società liquida. Egli invita ad andare controcorrente e «vivere le Beatitudini e la regola di comportamento del giudizio finale ». Ciò è possibile praticando la santità della porta accanto per superare ogni tentazione che induce a vivere una «esistenza mediocre, annacquata, inconsistente» perché santo non é solo chi è stato canonizzato ma i genitori pazienti che crescono con amore i figli, uomini e donne che provvedono con lavoro ai bisogni della famiglia, i malati e gli anziani che continuano a sorridere perché non perdono la speranza (7). Occorre superare lo scoraggiamento di chi ritiene irraggiungibili i modelli di santità proposti; infatti dobbiamo seguire la «via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi». (11).

Nel primo capitolo il papa descrive le caratteristiche della classe media della santità, da intendere come una via di perfezione adatta per ognuno onde prevenire ogni sorta di scoraggiamento se si considerano modelli ritenuti irraggiungibili o poco idonei per noi (n. 11). Siamo chiamati alla santità dei piccoli gesti (n. 16) testimoniati da chi vive vicino e che appartiene alla “classe media della santità” (n. 7). Tutti possono divenire santi «vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno» (14), ricordando che la santità non rende meno umani, perché è sempre l’incontro della debolezza dell’uomo con la forza della grazia (34).

7 luglio

Nel secondo capitolo il Papa si sofferma su quelle che definisce «due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo». Egli fa riferimento a queste due eresie «sorte nei primi secoli cristiani», e che a suo giudizio «continuano ad avere un’allarmante attualità» dentro la Chiesa (35). Si tratta di «due forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo ad un elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare» (35). Se infatti la santità è un dono della grazia nella vita della Chiesa, queste due sottili forme di eresia ne sono un ostacolo proprio perché rimuovono la necessità della grazia di Cristo, oppure svuotano la dinamica reale e gratuita del suo agire. Per questo complicano e fermano la Chiesa nel suo cammino verso la santità. I «nuovi pelagiani» ad esempio «per il fatto di pensare che tutto dipende dallo sforzo umano incanalato attraverso norme e strutture ecclesiali – spiega il Papa – complicano il Vangelo e diventando «schiavi di uno schema che lascia pochi spiragli perché la grazia agisca» (59). Costoro s’impegnano a seguire un’altra strada, «quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore».

Francesco mette in guardia dall’autocelebrazione gnostica di una mente senza Dio e senza carne, vanità che si specchia nella fredda logica di chi pretende di addomesticare il mistero del Signore e della sua grazia per contentarsi di un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo” (nn. 37-39). Questo errore genera il neo-pelagianesimo pronto ad esaltare stoici sforzi personali animati da una volontà senza umiltà, che si esalta nell’osservare sterili norme e ritiene così di essere fedele a un certo stile cattolico (n. 49). L’ossessione per la legge, l’ostentata cura della liturgia, l’eloquio dottrinale e l’attenzione al prestigio della Chiesa per il Papa sono tipici frutti di questa eresia di ritorno (n. 57). Invece, è sempre la grazia divina a superare le capacità intellettive e volitive dell’uomo (n. 54), che talvolta tendono a complicare la limpida verità della Buona Novella per esaltare schematiche elaborazioni (n. 59).

Alcuni cristiani spendono così le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo» (57). Il Papa ha quindi ricordato che siamo chiamati a curare attentamente la carità che è il centro delle virtù e della Legge. Cristo ci ha consegnato «due volti, quello del Padre e quello del fratello», «o meglio uno solo, quello di Dio che si riflette in molti, perché in ogni fratello è presente l’immagine stessa di Dio» (61). L’amore per Dio e per il prossimo non possono perciò essere separati: «Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge» perché pienezza della Legge infatti è la carità» e «tutta la Legge trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (60).

NB. Per il giorno 8, domenica, si riflette sulla liturgia della Parola

9 luglio

4--- Il pellegrinaggio verso la santità si articola in otto tracciati frutto non del teorizzare cosa essa sia, ma nell’indicare la pratica realizzazione di quanto esortano a fare le Beatitudini. Francesco affronta questo argomento nel terzo capitolo che rimanda al discorso della montagna riportato dall’evangelista Matteo e nel quale Gesù spiega con sublime semplicità cos’è l’essere santi (n. 63). Ne deriva che l’unico stile di cita per il cristiano è praticare le beatitudini, l’unico percorso di santità possibile, una scelta controcorrente che può essere malvista, sospetta, ridicolizzata.

Il Papa passa in rassegna le modalità proprie della povertà di cuore, che comporta anche una certa austerità di vita (n. 70) e la necessità di reagire con umile mitezza in un mondo dove si litiga di continuo (n. 74). Egli invita ad avere il coraggio di sperimentare compassione per il dolore altrui e riparare all’indifferenza dei tanti che guardano dall’altra parte” (nn. 75-76). Invece di «osservare impotenti come gli altri si danno il cambio a spartirsi la torta della vita» (78) cercare la giustizia per bloccare il malaffare dei corrotti (nn. 78-79). Sollecitare questi comportamenti presuppone «Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore» (86), così diventa possibile (89) «Seminare pace intorno a noi». Antidoto ad ogni oscura mediocrità è superare la ricerca spasmodica di una vita comoda (90) per (94) «Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi».

Francesco rilegge il capitolo operando con serena determinazione pur consapevole della difficoltà nel gettare ponti tra persone e culture diverse (nn. 88.-89), accettare anche le persecuzioni per coerenza alle Beatitudini (n. 91), «la carta d’identità del cristiano».

Egli non esita a ripetere, come un mantra (68): «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli». «Le ricchezze non ti assicurano nulla - ricorda il Papa - Anzi, quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di sé stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli» (68). «Essere poveri nel cuore, questo è santità».

«Beati i miti, perché avranno in eredità la terra».

«È un’espressione forte, in questo mondo che fin dall’inizio è un luogo di inimicizia dove si litiga ovunque, dove da tutte le parti c’è odio, dove continuamente classifichiamo gli altri per le loro idee, le loro abitudini» (71). Osserva Francesco: «Qualcuno potrebbe obiettare: “Se sono troppo mite, penseranno che sono uno sciocco, che sono stupido o debole”. Forse sarà così, ma lasciamo che gli altri lo pensino. È meglio essere sempre miti e si realizzeranno le nostre più grandi aspirazioni: i miti «avranno in eredità la terra», ovvero, vedranno compiute nella loro vita le promesse di Dio» (74). La mitezza è propria di Cristo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Il Papa pertanto ricorda che «anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza, e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza. Nella Chiesa tante volte abbiamo sbagliato per non aver accolto questo appello» (73). «Reagire con mitezza, questo è santità».

«Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati»

«La persona che vede le cose come sono realmente - scrive - si lascia trafiggere dal dolore e piange nel suo cuore è capace di raggiungere le profondità della vita e di essere veramente felice» (76). «Saper piangere con gli altri, questo è santità».

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati»

«La giustizia che propone Gesù - spiega - non è come quella che cerca il mondo, molte volte macchiata da interessi meschini, manipolata da un lato o dall’altro. La realtà ci mostra quanto sia facile entrare nelle combriccole della corruzione, far parte di quella politica quotidiana del “do perché mi diano”, in cui tutto è commercio» e si resta «ad osservare impotenti come gli altri si danno il cambio a spartirsi la torta della vita» (78). «Cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità».

«Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».

«“Tutto quanto vorrete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”. Il Catechismo ci ricorda che questa legge si deve applicare “in ogni caso”» (80). Gesù, ricorda il Papa, «non dice “Beati quelli che programmano vendetta”, ma chiama beati coloro che perdonano e lo fanno “settanta volte sette”». «Guardare e agire e agire con misericordia, questo è santità».

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»

«Quando il cuore ama Dio e il prossimo, quando questo è la sua vera intenzione e non parole vuote, allora quel cuore è puro e può vedere Dio» (86). «Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore, questo è santità».

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».

Il mondo delle dicerie, fatto da gente che si dedica a criticare e a distruggere, non costruisce la pace», scrive Francesco (87). Mentre i pacifici «costruiscono pace e amicizia sociale» (88). Anche se «non è facile costruire questa pace evangelica che non esclude nessuno, ma che integra anche quelli che sono un po’ strani, le persone difficili e complicate... quelli che sono diversi» (89). «Seminare pace intorno a noi, questo è santità».

«Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli».

«Se non vogliamo sprofondare in una oscura mediocrità – avverte il Papa – non pretendiamo una vita comoda» (90). «Non si può aspettare, per vivere il Vangelo, che tutto intorno a noi sia favorevole» (91). Francesco spiega anche che «un santo non è una persona eccentrica, distaccata, che si rende insopportabile per la sua vanità, la sua negatività e i suoi risentimenti». Non erano così gli apostoli che «godevano della simpatia “di tutto il popolo”» (93). Quanto alle persecuzioni, esse «non sono una realtà del passato, perché anche oggi le soffriamo, sia in maniera cruenta, come tanti martiri contemporanei, sia in un modo più sottile, attraverso calunnie e falsità» (94). «Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri problemi, questo è santità».

10 luglio

Francesco rievoca le parole di Gesù nel Vangelo di Matteo (25,31-46) sul dar da mangiare agli affamati e accogliere gli stranieri e ricorda che queste sono la «regola di comportamento in base alla quale saremo giudicati». «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso... un problema che devono risolvere i politici...

Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità... un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!» (98).

«In questo richiamo a riconoscerlo nei poveri e nei sofferenti si rivela il cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte più profonde, alle quali ogni santo cerca di conformarsi – afferma Francesco – pertanto sottolinea con decisione «davanti alla forza di queste richieste di Gesù è mio dovere pregare i cristiani di accettarle e di accoglierle con sincera apertura, “sine glossa”, vale a dire senza commenti, senza elucubrazioni e scuse che tolgano ad esse forza. Il Signore ci ha lasciato ben chiaro che la santità non si può capire né vivere prescindendo da queste sue esigenze» (97).

La grande regola di comportamento è sancita nel capitolo 25 di Matteo, vivere cioè alla presenza di Dio attraverso l’amore per gli ultimi, che non deve risolversi in gesti secolarizzati, dai quali grondano comunismo e populismo o sono relativizzati da un’etica sostanzialmente egoista. Il nostro atteggiamento verso i deboli e gli indifesi deve essere fermo e appassionato” (n. 101). A questo proposito Francesco non esita a ripetere il dovere dell’accoglienza dei migranti perché in ogni forestiero c’è Cristo (n. 103), evitando di cedere alle lusinghe del godersi la vita, come propaganda il consumismo edonista, e spendersi invece nelle opere di misericordia (nn. 107-108).

Vivere la beatitudini nella loro interezza significa adeguarsi al protocollo su cui saremo giudicati, regole di comportamento che esaltano la disponibilità a riconoscere in ogni essere umano la mia stessa dignità perché un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!» (98).

Purtroppo, scrive Francesco, a volte «le ideologie ci portano a due errori nocivi». Da una parte, quello di trasformare «il cristianesimo in una sorta di ONG», privandolo della sua «luminosa spiritualità» (100). Dall’altra parte c’è l’errore di quanti «vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista». O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono. «La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo.

Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto. Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo (101).

Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)?» (102). «Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia» (107).

11 luglio

Nel quarto capitolo il papa enumera le caratteristiche indispensabili per un vero stile di vita santo: pronti alla sopportazione, rispondendo con mite pazienza a tutte le sollecitazioni per diffondere un clima di gioia, segnato anche dal senso di un sano umorismo per esaltare audacia e fervore di opere. In tal modo la strada della santità si trasforma in un cammino vissuto in comunità e scandito da una preghiera costante non per evadere dal mondo, ma per gustare, contemplandole, le bellezze del creato (nn. 110-152).

Rischi e limiti della cultura di oggi sono « l’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale», Possono essere vinti e superati grazie alla capacità di sopportazione, alla solidità della pazienza e alla determinazione della mitezza, virtù necessarie che preservano la fortezza interiore opera della grazia che « preserva dal lasciarci trascinare dalla violenza che invade la vita sociale». La grazia smorza la vanità e rende possibile la mitezza del cuore (117), che persiste malgrado le umiliazioni con un (120) atteggiamento che presuppone un cuore pacificato da Cristo, «libero da quell’aggressività che scaturisce da un io troppo grande» (121).

Questo stile di vita non presuppone « uno spirito inibito, triste, acido, malinconico (…) Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza» (122). Tutto ciò genera un senso di partecipata presenza nella comunità che non giustifica la propensione a «fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme» (134).

Il santo cerca di imitare Dio che è sempre novità, perciò sente l’urgenza di ripartire per andare verso periferie e frontiere dove già si trova il Signore (135) perché la santità invita a uscire dalla « mediocrità tranquilla e anestetizzante» (138).

Francesco presenta alcune caratteristiche che, a suo giudizio, sono indispensabili per comprendere lo stile di vita a cui Cristo ci chiama nel contesto attuale. Virtù necessarie diventano la sopportazione, la pazienza e la mitezza. Il santo, ricorda Francesco, «evita la violenza verbale» (116). «La fermezza interiore, che è opera della grazia, ci preserva dal lasciarci trascinare dalla violenza che invade la vita sociale – scrive il Papa – perché la grazia smorza la vanità e rende possibile la mitezza del cuore» (117).

12 luglio

L’umiltà può radicarsi nel cuore solamente attraverso le umiliazioni. Senza di esse non c’è umiltà né santità» (118). Non si riferisce solo alle situazioni violente di martirio, «ma alle umiliazioni quotidiane di coloro che sopportano per salvare la propria famiglia, o evitano di parlare bene di sé stessi e preferiscono lodare gli altri invece di gloriarsi, scelgono gli incarichi meno brillanti, e a volte preferiscono addirittura sopportare qualcosa di ingiusto per offrirlo al Signore» (119).

«Non dico – afferma – che l’umiliazione sia qualcosa di gradevole, perché questo sarebbe masochismo, ma che si tratta di una via per imitare Gesù e crescere nell’unione con Lui. Questo non è comprensibile sul piano naturale e il mondo ridicolizza una simile proposta» (120). È un atteggiamento che presuppone un cuore pacificato da Cristo, «libero da quell’aggressività che scaturisce da un io troppo grande.

La stessa pacificazione, operata dalla grazia – dice papa Bergoglio – ci permette di mantenere una sicurezza interiore e resistere, perseverare nel bene anche “se contro di me si accampa un esercito” (Sal 27,3)» (121).

«Dio è sempre novità – scrive Francesco – che spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere... là lo troveremo: Lui sarà già lì» (135). Ci mette in moto, ricorda il Papa, l’esempio di tanti preti, religiose e laici «che si dedicano ad annunciare e servire con grande fedeltà, molte volte rischiando la vita... La loro testimonianza ci ricorda che la Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante» (138).

E Francesco ricorda anche come sia importante «la vita comunitaria, in famiglia, in parrocchia, nella comunità religiosa», « fatta di tanti piccoli dettagli quotidiani» (143): anche Gesù «invitava i suoi discepoli a fare attenzione ai particolari». «Infine, malgrado sembri ovvio - precisa Francesco - la santità è fatta di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione» che non è evasione dal mondo intorno a noi.

13 luglio

Il quinto capitolo avverte che il cammino per la santità è anche «una lotta costante contro il male citato nel Padre Nostro. Può portare alla «corruzione spirituale», che «è peggiore della caduta di un peccatore, perché si tratta di una cecità comoda e autosufficiente dove alla fine tutto sembra lecito: l’inganno, la calunnia, l’egoismo e tante sottili forme di autoreferenzialità.

«Come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo – ricorda Francesco – è il discernimento», che «è anche un dono che bisogna chiedere» (166). «Senza la sapienza del discernimento possiamo trasformarci facilmente in burattini alla mercé delle tendenze del momento» (167). Pertanto il Papa chiede «a tutti i cristiani di non tralasciare di fare ogni giorno... un sincero esame di coscienza» (169).

Da qui la vigilanza che si avvale delle potenti armi della preghiera e dei Sacramenti per puntellare una vita intessuta di opere di carità (n. 162). Si tratta di un atteggiamento al quale abituare i giovani per superare le insidie di mondi virtuali lontani dalla realtà divenuti sempre più parte rilevante del loro quotidiano (n. 167).

«San Paolo invitava i cristiani di Roma a non rendere «a nessuno male per male» (Rm 12,17), a non voler farsi giustizia da sé stessi (cfr v. 19) e a non lasciarsi vincere dal male, ma a vincere il male con il bene (cfr v. 21). Questo atteggiamento non è segno di debolezza ma della vera forza». Solo «chi è disposto ad ascoltare – conclude Francesco – è realmente disponibile ad accogliere una chiamata che rompe le sue sicurezze ma che porta a una vita migliore» (172). Questo atteggiamento «implica, naturalmente, obbedienza al Vangelo come ultimo criterio, ma anche al Magistero che lo custodisce, cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ciò che può essere più fecondo per l’oggi della salvezza» (173). Il discernimento deve aiutare a riconoscere come compiere al meglio la missione ricevuta nel Battesimo” (n.174) e per questo Francesco invita ad invocare l’aiuto della Vergine Maria.

14 luglio

NB. Si segue la liturgia della Parola

8 luglio

Ezechiele 2,2-5; II Corinzi 12,7-10; Marco 6, 1-6

Nella sua patria sembra che Gesù registri un fallimento non avendo operato prodigi, invece trasforma le apparenze in un felice spargimento di semi imponendo le mani a pochi malati e guarendoli. Invece, la gente del paese tramuta lo stupore in scandalo perché l'insegnamento di Gesù è totalmente nuovo. Per loro è inconcepibile che la persona possa venire prima della legge, sono legati alla vecchia religione per cui non si riconoscono nel profeta, né ritengono possibile che Dio possa spargere misericordia senza porre delle condizioni. Del resto, quando parla, Gesù non usa un linguaggio religioso, adopera parole molto familiari, fa riferimento a vicende di tutti i giorni nel raccontare le sue parabole. In effetti, a scandalizzare i compaesani di Gesù è l'umanità di Dio, la sua prossimità, che Cristo ha trasformato nella sua buona novella. Non è facile accettare che un falegname senza studi specifici pretenda di parlare a nome di Dio pronunziando una profezia laica fuori, anzi contro il magistero ufficiale. Sempre pronti a credere al meraviglioso, gli abitanti di Nazareth hanno poca fede e non nutrono fiducia in Gesù; impediscono così che avvengano miracoli perché non li sanno riconoscere. Costoro fondano la propria posizione critica sulla biografia di Gesù, conoscono la sua famiglia, ordinaria e numerosa. Da piccolo Gesù ha aiutato il padre nella bottega, ha giocato con Giacomo, Ioses, Giuda, Simone e le sorelle sono imparentate con altri clan. La sua è stata una vita quotidiana senza che trasparisse la vocazione o fosse segnata da specifiche singolarità. Negli ultimi anni egli ha trascorso una oscura esistenza nel deserto di Giuda a leggere le sante Scritture e pregare, in seguito ha iniziato presso il Giordano il suo discepolato con Giovanni il Battista fino al giorno della chiamata e dell’unzione dello Spirito. Così è diventato un predicatore itinerante seguito da discepoli che vivono con lui. Non è un sacerdote, né un rabbi ufficialmente riconosciuto, ma quando entra in un paese di sabato esercita il diritto di leggere le Scritture e commentarle. L’evangelista Marco mette in evidenza la reazione dell’assemblea. La fama che lo ha preceduto ha suscitato stupore e ingenerato ammirazione: è un bravo predicatore, con autorevolezza prende la parola segnalandosi per sapienza. Ci si attenderebbe un plauso definitivo, invece s’insinua vischiosa la domanda: “Da dove viene tutto ciò? Che sapienza è quella? E i prodigi?”. S’interrogano, cioè, sull’identità di Gesù, il falegname il figlio di Maria, sfumatura denigratoria che fa male come un inatteso ceffone. Conoscono la sua famiglia, quindi cosa pretende? Perché avrebbe una missione speciale? Non è possibile, egli appare troppo umano, in lui non c’è nulla di straordinario, perché dovrebbero accogliere il suo messaggio? Dunque il ritorno di Gesù a Nazareth si tramuta in un fallimento; lo riconosce lo stesso Maestro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria”. E Marco nel terzo capitolo aveva già riferito dei familiari venuti a Cafarnao per portarlo via ritenendolo fuori di sé; ora è l’intero paese a pronunziarsi: è troppo umano, quel che fa è poco sacrale, il suo approccio non è rituale e non risponde ai canoni del Messia così come sono abituati a immaginarlo. Malgrado questa reazione, Gesù cura i malati che gli presentano dimostrando che il miracolo può sempre avvenire quando a prevalere non è l’incredulità ma la fede. Pur rifiutato, egli non si arrende. Sublime proiezione dell'amore del Padre, non è stanco, anche se rimane stupito della loro incredulità, non è capace di nutrire rancori.

XIII Domenica per Annum

Sapienza, 1, 13-15; 2,23-24;II Corinzi 8,7-9.13-15 Marco 5,21-43

Da secoli la Bibbia partecipa agli uomini di tutte le razze il disegno di Dio sull’uomo, progetto di vita e di felicità, perché l’umanità desidera non solo esistere, ma anche essere felice. Oggi si è portati a pensare che serenità e gioia dipendano solo dall’azione umana: si mette da parte Dio, ritenendolo addirittura un ostacolo alla realizzazione della felicità. Inevitabilmente si precipita nella solitudine, si vive nel dolore e si sperimenta la morte perché è impossibile conseguire la felicità solo con le proprie forze. La prima lettura della liturgia della Parola, tratta dal libro della Sapienza, invita a riflettere sull’agire di Dio partendo dal presupposto che Egli è all’origine di tutte le cose; si contesta la falsa idea che voglia punire perché, se la morte imperversa, lo fa a causa del male che l’uomo compie usando malamente la libertà accordatagli, dono per far sì che il bene possa essere ascritto a suo merito. Per la Bibbia gelosia e invidia sono la radice del peccato, che arma il fratello contro il fratello, spinge ad impadronirsi di ciò che l’altro possiede ed incita a dominare. Il mondo non è ancora umanizzato perché l’uomo non è evangelizzato; non riconosce che la sua verità è l’amore, parte essenziale del progetto per la vita, salvezza realizzata dal Signore donando il proprio Figlio. Il cristianesimo, che su quest’ultima verità fonda la propria missione, si presenta al mondo annunciando il progetto originale, fondato sull’autore stesso della vita. Quindi ciò che chiamiamo morte può somigliare anche ad una nascita; infatti, tutte le tappe della nostra esistenza sono un passaggio, quello alla vita adulta, ad esempio, segna la morte dell’infanzia. La seconda lettura propone l’invito di Paolo d’imitare Gesù anche a costo di impoverirci per ristabilire l’uguaglianza, operare cioè proprio il contrario di quanto sollecita l’invidia. Spogliarsi di qualcosa per donarla a chi ne ha bisogno significa ristabilire la giustizia e consolidare il senso di pace che deriva dal prendersi cura del bisognoso. Il Vangelo propone alla nostra riflessione due personaggi in cerca di salvezza, cioè di vita piena e felice: la donna malata e la figlia di Giairo. L’opinione degli uomini aveva indotto la donna affetta da emorragia ad avere perfino vergogna della propria infermità. In una società condizionata dal tabù del sangue ella non osava uscire allo scoperto per chiedere la grazia della guarigione. E’ Gesù che opera in nome della vita colpito dalla fede della sventurata. Contro ogni spietata prescrizione manda in pace la donna guarita perché, rispetto alla condanna causata dall’invidia di Caino, Egli invita ad alzarsi, ravvivare la speranza, risorgere a nuova vita e riprendere il cammino per dare e ricevere amore. Infatti, fondamento della Buona Novella non è l’osservanza religiosa, ma porre riparo alla sofferenza dell’uomo e Gesù, medico dell’anima e del corpo, restituisce non solo la salute, ma la dignità e la felicità, che norme insensibili ed una società crudele tendono a togliere, perché la sua vicinanza trasforma le persone.

E’ la scelta di Giairo. Nonostante l’annuncio della morte della figlioletta, egli continua a stare vicino a Gesù che lo esorta a non temere e avere fede perché, asserisce pronunciando parole di conforto e di speranza: “La bambina non è morta, ma dorme”. Poi, constatato l’atteggiamento di fiducia di un padre in lacrime, con voce decisa proclama “Fanciulla, io ti dico: alzati!”.

Nella casa di Giairo la reazione è duplica: i presenti lo deridono e così scelgono di non partecipare all’esperienza della risurrezione, preferiscono suonare flauti stonati contentandosi della sterilità di un sogghigno di commiserazione. Giairo invece, lascia fare al Maestro e così rende possibile la realizzazione di ciò che il suo nome significa, cioé Jahvè irradia. Gesù è pronto ad irradiare la sua misericordia. Entra col padre e con la madre nella stanza della bambina, vuole creare vicinanza e ricomporre il cerchio degli affetti per dimostrare che l’amore vince la morte, una lezione per i tre discepoli presenti. Essi dovranno riferire e tramandare l’accaduto ed acquisire la sapienza del vivere malgrado le ferite mortali, insegnando che l’amore non si apprende sui libri, ma presso il letto del dolore. Gesù entra nell’ambiente dove giace la bambina, un modo come penetrare nel luogo più intimo del mondo, quello senza luce proprio della morte per ricordare che Egli sarà lì per tutti perché possano essere con Lui. Non si preoccupa di dare spiegazioni sulle cause del male, basta la sua presenza che illumina con un bagliore di luce generato dal suo comando: Talità kum. La bambina si alza. Anche noi possiamo farlo tenendo per mano il Maestro e farci trasportare in alto: svegli ci alziamo proprio come capita al Risorto il quale non si attende che moltiplichiamo pratiche religiose, ma più bontà.

24 giugno

Questa domenica ricorre la solennità della Natività di Giovanni il Battista e nella liturgia della Parola prevalgono le relative letture su quelle della dodicesima per annum. La ricorrenza è attestata già sa Sant’Agostino: accanto a quello di Maria, il dies natalis in questo mondo di Giovanni è il solo che viene celebrato perché è il solo testimone di cui il Nuovo Testamento ricorda la nascita, intrecciata con quella di Gesù. Questo fatto ha indotto a scegliere il 24 giugno come ricorrenza collegandola al 25 dicembre, quindi sei mesi prima del solstizio d’inverno, durante il solstizio d’estate, giorno in cui il sole comincia a calare di declinazione perché, come afferma nella testimonianza più toccante per umiltà e fedeltà alla missione, Gesù “deve crescere e io diminuire” (Gv 3,30). Quindi Giovanni è il lume che decresce per cedere il posto a chi dalla stella cometa viene indicato come il Figlio di Dio. Ai nostri giorni, nella memoria della comunità cristiana e nella consapevolezza dei fedeli la sua figura non occupa più il posto che merita: dopo i primi mille e cinquecento anni, il suo culto è stato sopravanzato da quello verso molti santi più popolari. Ma, se si fa riferimento all’iconografia, emerge chiaramente la eccezionale frequenza delle icone di Maria e Giovanni Battista come intercessori accanto al Veniente. La centralità rivelativa di questa figura emerge se si consultano i sinottici tutti convergenti nell’affermare che la Buona Notizia del Regno si apre con l’operato di Giovanni. Meditiamo allora il primo capitolo del vangelo di Luca. Un bambino per crescere in maniera equilibrata deve avere un padre e una madre e nella cultura ebraica il nome del padre è essenziale per la sua identità; ma per volere della madre a questo bambino viene imposto un nome che non è familiare: Giovanni, che significa “Dio fa grazia”, cioè compie la sua Parola. I vicini, commentando meravigliati “Che sarà di questo bambino”, colgono la novità della scelta. Infatti, da grande sarà conosciuto come Giovanni il Battista perché ha trasformato il rito di purificazione, preparazione del rituale che rimette i peccati col sacrificio nel tempio, in un gesto che partecipa la misericordia di Dio. Infatti, Giovanni non è uomo del tempio, vive fuori della città, non è uomo delle istituzioni, ama il deserto, luogo di penitenza e di rinnovamento. Egli non è l’uomo della legge, ma della Grazia di Dio, precursore messo in carcere e ucciso perché insegna che l’amore è superiore a tutti i sacrifici. Così annuncia il Dio della novità e ci apre al Nuovo Testamento perché noi diventiamo cristiani attraverso il battesimo. Non è un caso, quindi, che Erode riguardo a Gesù asserisca: “È Giovanni Battista risorto dai morti” (Mc 6,16), o che i discepoli riferiscano al Maestro che alcuni di lui dicevano: “È Giovanni il Battista” (Mc 8,28). La festa di oggi segna il passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento. A dominare è il silenzio perché la parola viene tolta al sacerdote, che nel tempio dubita. Ad imporsi è la fiduciosa disponibilità di Elisabetta e di Maria a collaborare con Dio, il quale scrive la storia degli uomini fuori dai recinti del sacro perché è Padre di tutti. Zaccaria ha perso la parola; non ha saputo ascoltare, di conseguenza non ha più niente da dire, mentre Elisabetta non esita a dimostrare che il proprio è il figlio del miracolo. Infatti, volevano chiamarlo Zaccaria, ma lei decide differentemente, quasi a sottolineare che i figli non appartengono alla famiglia, bensì alla loro vocazione per collaborare col disegno di Dio da annunciare profeticamente. Il sacerdote tace perché a prendere la parola è la madre, una laica che realizza un rivoluzionario rovesciamento. Elisabetta ha saputo ascoltare perciò ha guadagnato autorevolezza per parlare: «Si chiamerà Giovanni» e nel nome che sceglie sintetizza l’azione del Signore perché esso diventa l’essenza del bambino in quanto significa appunto “dono di Dio”. Chiedono al padre cosa ne pensa, a lui non rimane che annuire con lo stilo riconoscendo che veramente il neonato è dono dell’Altissimo. Solo in quel momento riacquista la parola e può intonare il cantico di benedizione auspicando che viva veramente come un dono. Nei nomi dei genitori di Giovanni - il Dono di Dio - si riassume anche la funzione di Zaccaria, parola che significa: Jahvè ricorda, alla quale si affianca quella di Elisabetta, nome che ricorda appunto: “Dio ha promesso” e nella sua fedeltà mantiene sempre la parola. La predisposizione di questa coppia a vivere nella fedeltà fa crescere il loro amore, che s’irrobustisce col passare del tempo perché, come il granello di senape, quando è vero si sviluppa per dare frutti fecondi di gioia

                                                     
              XI Domenica per annum Ezechiele 17,22-24; II Corinzi 5,6-10;Marco 4,26-34
Dinanzi al comportamento di molti in contrasto con la propria fede e alle discutibili scelte politiche delle nazioni evangelizzate da secoli ci si chiede: ma il Vangelo ha cambiato il corso della storia? Il “Si” è legittimo se si fa riferimento all’intimo di tanti, la Buona Novella ha mutato le relazioni e trasformato i cuori; tuttavia, se si guarda con un prospettiva più ampia, sembra giustificato il dubbio. Gesù ne è consapevole, ecco perché ci racconta le due parabole riportate questa domenica. Intende rispondere a chi potrebbe sostenere che la venuta del Regno di Dio non è per nulla evidente. Usa parabole: parole di tutti i giorni, storie di vita per coinvolgere tutti e dimostrare che reale e spirituale coincidono. Nel Regno accade ciò che sperimenta ogni essere, la divina potenza opera però occorre saper attendere con fiducia i frutti. Dio agisce in modo positivo sollecitando speranza, come il terreno produce spontaneamente, così l'uomo deve dare perché quando è maturo il frutto deve essere donato. Quando è disposto a donarsi, l’uomo partecipa del Regno di Dio, una società alternativa rispetto al quotidiano perché, anziché accumulare mossi dall’egoismo, si condivide generosamente con tutti. A contatto col Vangelo nell’uomo si liberano tutte le potenzialità di bene; ciò non avviene, come dice il profeta Ezechiele, lontano sul monte dove svetta il cedro, ma nell’orto di casa. Questo messaggio porta con sé i caratteri dell’universalità; non é destinato ad una cerchia ristretta, ma al mondo intero. Tuttavia, a duemila anni dall’annuncio, i fedeli sono ancora una minoranza anche in Italia se si scorpora la moltitudine di cristiani solo anagrafici. Si vorrebbe essere più numerosi per dimostrare l’efficacia del messaggio e l’incisività del suo coinvolgimento, ma oggi non di rado succede il contrario. La società tende a contestare il messaggio, a sottovalutarlo, perfino a denigrarlo o a farlo segno di un’avversione tenace e sistematica. Anche al tempo di Gesù, quelli che lo seguivano, che accorrevano ad ascoltare i suoi insegnamenti erano quasi sempre una minoranza. Eppure Gesù faceva i miracoli, diceva cose stupende, affascinava con la sua predicazione; solo Lui – asserivano alcuni - “aveva parole di vita eterna”; era la bontà e la giustizia in persona, ma il mondo non ne voleva sapere. Oggi come allora il Regno di Dio appare lontano; la storia non è cambiata; le vie percorse non sono quelle del Signore, portano in tutt’altra direzione.
Dov’è finita la vicinanza del Regno annunciata nei Vangeli?
A rispondere è la pagina della Sacra Scrittura proclamata nella liturgia di questa XI domenica del tempo ordinario. Il profeta Ezechiele, che predicava durante l’esilio del popolo d’Israele, si appella all’azione rigeneratrice del Signore. Un ramoscello di cedro, piantato sul monte, diventerà un albero gigante e sotto di lui tutti gli uccelli troveranno riparo. Per Ezechiele, il popolo era quell’esile ramoscello, ma l’assistenza e l’efficace opera di Dio lo farà diventare un cedro maestoso, recuperando totalmente la dignità di popolo dell’Alleanza. La società nuova che nascerà sarà pura grazia di Dio; la parola del Signore compie il miracolo.
A riguardo il vangelo di Marco è ancora più esplicito con le parabole del granello di senape e del seme che cresce da solo. Il grano gettato non si vede e, quindi, potrebbe generare angoscia, ma la parabola riferisce che opera anche quando il contadino dorme. Questo incoraggiamento è rafforzato dalla riflessione sulla seconda parabola. La senape, così piccola e fragile, è frutto di una pianta rigogliosa, quindi non si deve perdere la fiducia sulla potenza del Vangelo. Tale appariva il ministero di Gesù agli occhi dell’uomo; una volta conosciuto per la sua energia vitale, nascosta ma potente, porta frutti rigogliosi: il Regno di Dio dal quale nessuno potrà sentirsi escluso. Il seme della parola e della grazia redentrice di Dio viene sparso tra gli uomini. Dovunque giungerà porterà salvezza perché - piccole o grandi che siano, le opere in cui si esprime - là dove viene seminato è presente la speranza. La sua efficacia non può essere misurata con i criteri umani del successo, quali il potere, la ricchezza, la notorietà, il prestigio sociale, il plauso della gente.
Oggi Gesù ci incoraggia a liberiamoci dalla paura che impedisce di operare condizionati dall’apparenza. La forza divina comunque agisce. A noi è offerto un percorso di maturazione che presuppone l’umiltà del seppellimento nella buia terra, passaggio necessario per festeggiare l’abbondanza del raccolto. Siamo partecipi del dono divino che diventa dinamismo che permette di aprirsi con generosità agli altri. Gesù con la sua vita ci ha fornito l’esempio più convincente. È un criterio valido per i singoli e per la Chiesa intera. Non si tratta di fare i clienti o divenire spettatori che applaudono, ma cristiani che, insieme e ovunque, costituiscono un grande albero dove tanti possono trovare riparo e conforto. Infatti, il terreno di coltura nel quale il seme della Parola sicuramente attecchisce e, quindi, il Regno di Dio si radica, cresce e si amplia. E’ amore e carità, come si esprime Paolo, verità nell’amore, amore nella verità, verità operante nell’amore che sublima i valori religiosi e sociali. 

                      10 giugno
Una commissione d'inchiesta di teologi è venuta dalla Giudea per costatare se il Maestro di Nazareth é posseduto dal demonio. La sua missione appare un mistero e gli scribi la considerano motivo di scandalo. Una manovra a taglia sembra circondare Gesù; infatti, anche il clan familiare dal paese si reca al lago; questa volta è presente anche la madre. I parenti sono preoccupati, lo ritengono fuori di sé per quanto dice ed opera; ritengono che vada contro il senso comune e la logica semplice che si respira a Nazareth, la cui vita gira intorno alla sinagoga, alla bottega e alla famiglia. L’accusa, che non sembra credibile essere inventata dalla chiesa primitiva, rispecchia l’opinione che si ha dei familiare: fedeli osservanti anche delle regole più minuziose se si fa riferimento all’atteggiamento di Giacomo il giusto. L’evangelista Marco, concreto e asciutto, ci rimette con i piedi per terra, dopo le ultime grandi feste. Non nasconde che le relazioni con la famiglia sono segnate da contrapposizioni e distanza. Riporta anche uno dei momenti più dolorosi della vita di Maria quando si sente dire dall’amatissimo figlio: chi è mia madre? Parole dure. Così l'unica volta che Maria appare nel vangelo di Marco è immagine di una madre che non capisce il figlio. I parenti non sono preoccupati solo della sua salute, ma anche dell’onore del clan, messo in pericolo da queste stranezze. Lo fanno chiamare, rimanendo fuori della casa dove si trova, quindi estranei rispetto a cosa sta avvenendo, plastico modo per sottolineare il loro distacco. Sono venuti a prendere Gesù con la forza se necessario – come induce a ritenere il verbo greco kratesai usato dall’evangelista-  per sedare lo scandalo. Lo considerano pazzo; siamo informati (Mc 6,1-6) che i familiari più vicini a Gesù non credono in lui; anzi – come si legge in Lc 4,28-29 – gli abitanti di Nazareth, delusi, volevano ucciderlo. E’ difficile e complicato comprendere Gesù! Il suo vangelo é duro da accettare. Di frequente, chi non comprende, invece di accettare la propria incapacità, insulta; a proposito di Gesù si arriva a dire che è indemoniato, un maestro fuori regola e fuorilegge condannato degli scribi venuti dalla capitale. Gesù è scomunicato perché figlio del diavolo. Ma i suoi accusatori non possono negare l’efficacia dell’attività salvatrice nella sua azione, di conseguenza il potere sui demoni. Inventano una giustificazione che si rivela subito assurda: il potere gli verrebbe da Beelzebul. Ma questo Baal, il principe, dio cananeo, non evoca nulla d’invincibile, il nome ha assunto l’irridente e sarcastico significato di dio del sudiciume, dio delle mosche. Tuttavia, l’accusa di magia si tramanda e qualche eco si riscontra nel Talmud babilonese. Invece,  quel che è certo è che ha infranto il potere del demonio. Gesù è l’uomo più forte e la proclamazione del suo regno inaugura la fine definitiva dell’avversario, il cui regno sta andando in rovina. Gesù, partendo dall’accusa, annuncia la vittoria su satana: sapienti in assoluta mala fede bestemmiano contro lo Spirito Santo, peccato che non sarà loro perdonato perché non riconoscono la verità che pur è frutto dei loro studi, mentono coscientemente contro lo Spirito, che é Verità. Ciò è diabolico, un male che non può essere perdonato perché bisogna convertirsi se si vuole la misericordia di Dio. Il peccato contro lo Spirito è orgoglio che non riconosce i propri errori, caparbietà che non accetta altra verità se non una presunta comoda certezza. Solo chi pecca contro lo Spirito Santo non partecipa alla Buona Novella per il consapevole rifiuto di accettare il perdono mediante il pentimento. L’evangelista Marco enfatizza questo aspetto facendo notare che peccare contro lo Spirito implica la scelta cosciente di considerare un male la presenza dell’azione divina.
Anche in questo episodio a sorprendere è la pedagogia di Gesù: egli invita chi l'ha giudicato da lontano ad avvicinarsi; parla con gli scribi per farli ragionare. Tutto è inutile; ma Gesù, anche se ha nemici, mostra che Egli non è nemico di nessuno. Il passo rafforza il tema dell’essere discepoli. La familiarità non risparmia incomprensioni, non rende meno difficile la fede: solo chi fa la volontà del Padre, questi è madre, sorella, fratello di Gesù; forma una nuova famiglia costituita dai discepoli e da coloro che si radunano attorno a Lui per conoscere i suoi insegnamenti chiamati a fare la volontà di Dio. Quindi non basta ascoltare, occorre un’autentica e solida unione con Cristo.
                                                                                      
Cari Bambini  e Bambine,
la comunità vuole esprimere il proprio affetto per voi che ricevete per la prima volta l’Eucarestia. Consapevoli che tutto è possibile per chi crede auspica in modo corale che la nuova vita di amicizia con Gesù, iniziata domenica scorsa, sia ricca di gioia e di serenità.

Il  sacramento che ricevete guidi ed illumini ogni vostro passo. L’Eucarestia, l’unico pane spezzato e farmaco d’immortalità, è l’antidoto per non cedere al male. Come l’acqua scava in profondità se cade frequentemente sullo stesso punto, così la Comunione penetra nel profondo del vostro animo e amplia la vostra capacità di amare. Infatti, nell’Eucarestia non ricevete solo qualche raggio, ma il Sole in persona, che penetra per illuminare col chiarore di Dio. Tuttavia non è possibile essere in comunione con Cristo se non si realizza l’amicizia con tutti. Questa disponibilità aiuta a vincere l’insidia a considerare la Comunione un gesto ovvio, che spazza via il senso di meraviglia e di stupore. L’Eucaristia è il colmo dell’amore di Gesù, il quale così non ci dà solo i suoi meriti, ma tutto se stesso nel più grande miracolo perché la sua presenza é sacramento incomparabile, conforto dell’uomo e baricentro della storia, ponte per entrare nel Regno di Dio. La scorsa domenica per la prima volta Gesù è entrato nel vostro cuore. Custoditelo affinché vi sia sempre vicino: pane per nutrirvi, amico per consigliarvi, luce per amarvi, benedizione di Dio che vi protegge con la sua luce.
L’augurio più bello è rivivere, attraverso i vostri occhi e la vostra anima, la stessa luminosa gioia che avete sperimentato la prima volta. Possa Gesù guidare la vostra esistenza infondendovi serenità. Trasformati in strumento di pace e di amore, il vostro cuore diventi la casa del Signore. La comunità parrocchiale vi è vicina col suo affetto e vi augura un luminoso avvenire perché il vostro cammino di fede sia sempre agevole e fecondo di bene. 

                                            3 Giugno: Corpus Domini 
E’ una festa che richiede un contesto di fede consolidata per ricordare la presenza reale del Corpo e del Sangue di Gesù sotto le specie del pane e del vino, sacramento e segno della presenza di Cristo ovunque si celebra la Messa, “fonte e culmine della vita ecclesiale”.
Il brano evangelico propone il racconto dell’ultima cena secondo Marco. Gesù sa di essere braccato, di non potersi fidare di tutti i suoi discepoli, uno l’ha tradito, ma predispone perché quella cena pasquale possa celebrarsi. Lo fa con circospezione, come dimostrerebbe il fatto che i due discepoli devono incontrare un uomo con una brocca d’acqua, probabilmente il segno convenuto perché di solito erano le donne a fare quel lavoro. A tavola Gesù compie gesti e pronuncia parole sul pane e sul vino: è la celebrazione della nuova alleanza con la comunità. Di questa scena si conservano quattro racconti, tre nei sinottici e il più antico nella Prima lettera ai Corinzi i quali si riportano parole un po’ diverse, prova che non si considerano formule magiche, importante è l’intenzione di Gesù spiegata dai suoi gesti. Così la cena del Signore è sempre e dovunque celebrata nelle chiese: azione rituale del pane azzimo della tavola pasquale, benedetto perché dono di Dio, spezzato e distribuito. Il gesto s’imprime nella mente e nel cuore dei primi commensali di Gesù per divenire distintivo dei cristiani di tutti i tempi e di tutte le latitudini. Si obbedisce al comando: “Prendete, questo è il mio corpo”, dono dell’intera vita di Gesù ai discepoli; costoro, mangiando quel pane, partecipano della sua vita. L’evangelista sottolinea che al calice “bevvero tutti”; il dono è per tutti, nessuno escluso: l’Eucaristia non è un premio per i giusti, ma un farmaco per i malati, viatico per i peccatori perché è la sintesi della storia di Salvezza. Il pasto eucaristico prelude al banchetto nuziale del Regno, dove Gesù, il Risorto, mangerà con noi e berrà con noi il vino nuovo della vita divina. La chiesa intende proporre la contemplazione, l’adorazione e la celebrazione del mistero eucaristico del quale viene fatto memoria il giovedì santo. La Frazione del pane, gesto tipico della cena ebraica, è utilizzato da Gesù il quale, come capo della mensa, doveva benedire, spezzare e distribuirlo, rito così caratteristico che i discepoli lo hanno riconosciuto quando è apparso loro dopo la risurrezione; perciò la frazione divenne espressione tipica dei primi cristiani per indicare l’assemblea eucaristica. E’ un gesto significativo, umanamente e cristianamente ricco pur nella sua semplicità; si ripete ogni giorno su tutte le tavole imbandite dalle famiglie riunite per condividere il cibo che sostenta. Evoca l’esperienza di Gesù che spezza la sua vita durante la passione per donarla agli uomini. Perché questo dono potesse accompagnargli nella loro esperienza storica Egli ha affidato ai discepoli il compito di perpetuarlo. Paolo, che lo aveva osservato nelle prime comunità, vi scopre un valore aggiunto che spiega ai cristiani di Corinto: la reciprocità del dono che crea comunione ed unitàPrendete, questo è il mio corpo, un ordine chiaro e preciso, senza alibi. Gesù non chiede di contemplare, ma manifesta il desiderio di stare nelle nostre mani come dono, pane pronto a divenire cellula, respiro, pensiero, Vita che partecipa della nostra vita realizzando una comunione che assorbe il nostro cuore e ci fa divenire una cosa sola. L’auspicio dei cristiani è divenire ciò che ricevono: corpo di Cristo perché Dio non è venuto nel mondo solo per perdonare, ma per portare il cielo in terra, vita divina in quella umana. Dio, Padre provvidenziale e Madre che nutre con amore esuberante è in attesa di risposta al dono che conferisce gioia intensa e fa sperimentare la tenerezza, la fecondità e la sua fedeltà grazie all’Eucarestia nella quale c’è tutta la storia di Gesù: parola e gesto. La solennità di oggi si pone alla fine delle feste pasquali in cui abbiamo fatto memoria dei momenti fondamentali della Redenzione. Rimaniamo nel cenacolo in  compagnia di Gesù, immersi nella preghiera e pronti a fare la grande scoperta della Resurrezione, momenti compresenti nell’Eucarestia. Silenziosi e grati davanti al mistero, non rimane che chiedere la grazia d’immergerci nella sua grandezza. La forza della chiesa e dei santi - persone semplici, umili, senza ostentazioni spirituali - si spiega proprio con l’Eucarestia che genera intimità con Dio: pregando e sperando in Lui il nostro intimo canta: Alleluja, Gloria, Amen.         

                         Chiamati a vivere nel vortice dell'amore trinitario. 
L'immagine di Dio, non nella solitudine individuale, e l’umanità riconciliata, una pur nelle sue diversità, diventano lo spunto di riflessione per la festa della SS. Trinità, alla quale è rivolto ogni rito liturgico, anzi ogni azione che inizia col segno della croce. La Chiesa celebra questa festa non come invito a speculare sul mistero, ma per fare esperienza nella propria vita e percepire la dolcezza dell’amore di Dio e della sua plurale comunione. Se esistiamo a sua immagine e somiglianza - come si legge all’inizio nella Genesi - allora il racconto di Dio diventa anche narrazione dell'uomo, non un dogma che impone di credere ad una fredda dottrina, ma generosa esperienza della sapienza del vivere in quanto, come il cuore del Signore, anche quello dell'uomo è relazione. Ecco perché la solitudine pesa e fa paura: è contro natura; invece ci si sente felici quando si ama e si condivide l’amicizia. Il nostro animo è specchio e senso ultimo dell'universo nel legame di comunione; all’uomo rimane la libertà di scelta; quando rifulge l’amore per i fratelli si proietta la vita di Gesù; così in Lui e con Lui si conosce quella eterna. Il Signore affida il mondo all’uomo perché lo custodisca e lo coltivi in modo da farne un giardino, come quello dell’Eden; perciò non bisogna avere paura di Dio. Egli non vive nella solitudine della sua perfezione, ma è continuo flusso di amore, casa aperta ed invitante per noi. Ecco la Trinità! Ci fa raggiungere la piena umanità nella comunione; ci chiama per creare legami, dono di amore per noi tutti, felici di sentirci abbracciati dentro questo vortice di amore che è il Padre creatore, il Figlio salvatore, lo Spirito sapienza che rende sapida la vita. Il messaggio di Gesù è brevissimo, ma pregnante: Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio, quindi Gesù è il vero volto di Dio, capace di accoglienza e di perdono, pronto a guarire e a mostrare anche col pianto il suo sentirsi solidale con tutti. Si tratta del mistero della fede che, come il sole, fa perdere la prospettiva se si pretende di fissarlo direttamente; invece una riflessione attenta, aiutata dalla fede, consente d’illuminare tutta la vita approfondendo l’idea di Dio. Si supera così il concetto di monade immersa nella solitudine della sua potenza infinita, come hanno scritto i filosofi alla ricerca di un Dominatore ragione di tutte le cose. Grazie alla rivelazione fatta da Gesù noi cristiani crediamo che Egli è in sé relazione per cui dire Dio è dire Trinità e così si afferma che Egli é amore; infatti, la Trinità è amore plurale, comunitario. Noi tentiamo di descriverlo, ma le nostre parole risultano poco efficaci rispetto ad un mistero che rimane appunto ineffabile. Ancora oggi l’intuizione di Agostino, che fa riferimento al Padre Amante, al Figlio Amato e allo Spirito Amore tra i due, appare il più adeguato tentativo di spiegazione, riassunto da san Bernardo con la poetica espressione del bacio circolare ed eterno. Essa ha trovato riscontro plastico e pittorico nella famosa Icona russa di Andrej Rublev, il monaco figlio spirituale di San Sergio. La relazione espressa in questo modo diventa la legge costitutiva della vita perché riflette lo scambio di amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: Amore dell’Io che si proietta nell’essere del Tu per costruire insieme il Noi Trinitario grazie allo Spirito Santo, che unisce l’Io del Padre ed il Tu del Figlio. L'amore diventa così la dinamica presente in ogni famiglia o comunità quando si è e ci si percepisce come un noi icona di Dio Trinità. L'umanità raggiunge allora la sua perfezione costruendo l’insieme globale dell’umanità. Nel parlare di Dio Gesù ricorre a termini familiari come affetto, Padre e Figlio che abbracciano e si abbracciano, Spirito vita che respira nell’uomo quando è accolta. Gesù fa sempre riferimento ad una relazione, ad un legame di amore. Grazie alla sua rivelazione i cristiani credono che Dio è in sé relazione, perciò dire Dio significa dire Trinità e affermare che Egli é Amore. Emerge allora la meraviglia incantata di fronte alla scoperta che Dio è Abbà, cioè Padre, o meglio Papà, termine usato nell’intimità familiare che non ridimensiona la dignità sacrale, ma la esalta perché l’avvicina al comune sentire. La festa di domenica insegna che non è l’uomo ad inventare Dio, ma è Dio a creare l’uomo assegnandogli un destino unico ed irripetibile: vale a dire la possibilità di essere suo figlio. Lo attesta lo Spirito di Cristo che guida ogni cristiano a fare l’esperienza della paternità di Dio, pronto a donare amore, frutto della comunione tra le Persone divine. LR
 
                                                       SS Trinità
Esodo 34, 4b-6.8-9 II Corinzi 13,11-13; Gv 3, 16-18
Nella prima lettura Dio pronto a manifestare misericordia e pietà si rivela a Mosè ed disposto a perdonare chi manifesta ancora durezza di cuore. Ma è il Vangelo a presentarci veramente il suo volto riflesso in quello di Gesù, impegnato a discorrere con Nicodemo, un maestro d’Israele e membro del Sinedrio, che decide d’incontrarlo per interrogarlo, ma di notte per non guastarsi la reputazione. La conversazione con Gesù, anche se difficile da comprendere, gli cambia l’esistenza perché ascolta parole di fiducia, speranza, pace. Così egli rinasce alla vita. Il messaggio di Gesù è brevissimo, ma pregnante: Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio, quindi Gesù è il vero volto di Dio, capace di accoglienza e di perdono, pronto a guarire e a mostrare col pianto il suo sentirsi solidale con tutti. Dio ama il mondo, lo affida all’uomo perché lo custodisca e lo coltivi in modo da farne un giardino, come quello dell’Eden. Perciò non bisogna avere paura di Dio. Egli non vive nella solitudine della sua perfezione, ma è un continuo flusso di amore che si trasforma in casa aperta per noi. Ecco la Trinità! Ci fa raggiungere la piena umanità nella comunione di cui noi dobbiamo essere riflesso; ci chiama per creare legami con gli altri, dono di amore per noi tutti, che dobbiamo sentirci abbracciati dentro questo vortice di amore che è il Padre creatore, il Figlio salvatore, lo Spirito di sapienza che rende sapida la vita.  L'immagine di Dio, non nella solitudine dell’individuo, e l’umanità riconciliata, una pur nelle sue diversità, diventano lo spunto di riflessione per la festa della Trinità, alla quale ci rivolgiamo in ogni liturgia, anzi ogni azione iniziata col segno della croce implica la sua evocazione. In Occidente si è sentito il bisogno di una festa per consentire una riflessione teologico-dogmatica, occasione di lode, di ringraziamento, adorazione del mistero che esalta la comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo. Si tratta del mistero della fede che, come il sole, fa perdere la prospettiva se si pretende di fissarlo direttamente; invece, una riflessione attenta, aiutata dalla fede, consente d’illuminare tutta la vita approfondendo l’idea di Dio. Si supera così il concetto di monade immersa nella solitudine della sua potenza infinita, come hanno scritto i filosofi alla ricerca di un Signore dominatore, ragione di tutte le cose. Grazie alla rivelazione fatta da Gesù noi cristiani crediamo, invece, che Egli è in sé relazione per cui dire Dio è dire Trinità e così si afferma che Egli é amore. La Trinità indica una vita di amore plurale, comunitario. Noi tentiamo di descriverlo, ma le nostre parole risultano poco efficaci rispetto ad un mistero che rimane ineffabile. Ancora oggi l’intuizione di Agostino, che fa riferimento al Padre Amante, al Figlio Amato e allo Spirito Amore tra i due, si rivela il tentativo di spiegazione più adeguato, riassunto da san Bernardo con la poetica espressione del bacio circolare ed eterno. Essa ha trovato riscontro plastico e pittorico nella famosa Icona russa di Andrej Rublev, il monaco figlio spirituale di San Sergio. La relazione che si esprime in questo modo diventa la legge costitutiva della vita che riflette lo scambio di amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: Amore dell’Io che si proietta nell’essere del Tu per costruire insieme il Noi Trinitario grazie allo Spirito Santo, che unisce l’Io del Padre ed il Tu del Figlio. L'amore costituisce perciò la dinamica presente in ogni famiglia o comunità umana nel momento che è e si percepisce come un noi. Così diventa icona di Dio Trinità e l'umanità raggiunge la sua perfezione quando riesce a costituire il Noi globale, l'universale famiglia umana. Il Vangelo asserisce che amare non è un sentimento, un emozionarsi ed intenerirsi, ma la disponibilità a dare e darsi con generosità, senza sé e senza ma. Gesù lo ha fatto e così ha salvato il mondo dall'unico grande peccato: il disamore. La scelta spiega i motivi della storia personale di Gesù e giustifica la croce e l’esperienza della Pasqua. Egli ha amato non solo gli uomini, ma il mondo intero perché la vita fiorisca in tutte le sue forme. Davanti alla Trinità, anche se ci sentiamo piccoli, percepiamo il grande abbraccio nel vortice del vento carezzevole dell’amore di Dio. Per conoscere l’amore di Dio il mondo deve coglierne l’epifania nella storia di Gesù, che duemila anni fa muore sulla croce “avendo amato fino alla fine”. “Dio ha tanto amato il mondo …” e “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” sono affermazioni che vanno lette in modo parallelo per comprenderne a pieno il significato e così credere e avere fiducia nel Cristo. L’ora di Gesù è quella della croce, manifestazione della sua gloria perché è l’ora dell’innalzamento del Figlio, dono gratuito di sé, che noi siamo chiamati ad accogliere con fede. Dio ha voluto diventare uomo per condividere la nostra esistenza, la lotta, la sete di vita eterna e Gesù, per raccontare la Trinità, ricorre ai termini famiglia, affetto, Padre e Figlio che abbracciano e si abbracciano, Spirito come vita che riprende a respirare quando è accolta: sempre una relazione, un legame. E se Dio si riflette in Cristo, la Chiesa consente ai fedeli di divenire immagine di Dio perché membri del medesimo Corpo mistico.
La Chiesa celebra questa festa non per invitare a fare speculazioni sul mistero, ma per fare esperienza della Trinità nella consapevolezza che - immagine perché nata nel cuore del Padre, fondata sul Figlio e radunata dallo Spirito Santo - è il luogo in cui è dato di fare esperienza del cuore di Dio e della sua plurale comunione. Inoltre, se noi esistiamo a sua immagine e somiglianza, allora il racconto di Dio è anche narrazione dell'uomo, non un dogma che impone di credere ad una fredda dottrina, ma generosa esperienza della sapienza del vivere in quanto, come il Cuore di Dio, anche quello dell'uomo è relazione. Ecco perché la solitudine pesa e fa paura: è contro natura, mentre quando si ama e si condivide l’amicizia ci si sente beati. Il nostro cuore è specchio e senso ultimo dell'universo nel legame di comunione; quindi essere salvati significa passare dalla morte alla vita definitiva, possibilità per chi accetta il dono col quale non si propone il giudizio sul mondo, ma salvarlo. All’uomo rimane la libertà di scelta, ma chi non lo accoglie si giudica da se stesso perché l’unica opzione possibile è entrare nella vita oppure allontanarsi dalla sua sorgente. In chi rifulge l’amore per i fratelli si proietta la vita di Gesù; così in Lui e con Lui conosce quella eterna. 
 
 
Festa della SS. Trinità Deuteronomio 4,32-34. 39-40;Romani 8, 14-17; Matteo 28,16-20
Nella domenica dopo la Pentecoste, la Chiesa ci invita a celebrarla Trinità, festa non antichissima; fino a metà del 1300 non se ne era avvertita l’esigenza. L’esistenza di Dio uno e trino riconosciuta e ricordata continuamente nella vita della chiesa e codificata nel Simbolo Apostolico. Del resto, il risorto, come riporta il vangelo di Matteo, aveva concluso l'esortazione alla missione di evangelizzazione nel segno della Trinità: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”.
La Chiesa invita a rinnovare il nostro atto di fede e a glorificare non la solitudine, ma la comunione infinita di Dio. Il brano della lettera ai Romani fa emergere la meraviglia incantata di fronte alla scoperta che Dio è Abbà, cioè Padre, o meglio papà, inserendo un  riferimento d’intimità familiare che ridimensiona la dignità sacrale, ma la esalta perché la rende più vicina al comune sentire. La festa c’insegna che non l’uomo ha inventato Dio, ma Dio ha creato l’uomo, assegnandogli un destino unico ed irripetibile: la possibilità di essere suo figlio. Lo attesta lo Spirito di Cristo che guida ogni cristiano a fare l’esperienza della paternità di Dio, condizione alla cui base c’è la stessa comunione d’amore tra le Persone divine.
Il concetto di Dio “uno e trino” è il mistero per eccellenza che, tuttavia, non è calato nella storia della fede cristiana come un corollario, ma è il cuore della Rivelazione, una specie di mistica intuizione soprannaturale che coglie la profondità dell’essere senza assoggettarsi a speculazioni intellettuali. Cristo ha annunziato questa verità al mondo vivendola. Senza trattare di unità della natura e di trinità delle persone, i vangeli descrivono l’intima unione di Gesù con il Padre nell’azione e nella parola, cementate da una costante relazione, come attesta il bisogno quotidiano di Gesù di raccogliersi in preghiera prima di procedere alla sua missione e la totale e incondizionata fiducia con la quale egli invoca Abbà.
Una Trinità annunciata, soprattutto vissuta è quanto emerge dall’insegnamento che Gesù affida alla Chiesa impegnandola  a interpretare nel modo migliore la novità della rivelazione per avere una più profonda conoscenza di Dio. 
                           Un Mistero rivelato dall’Amore    
Alla ricerca di un Signore dominatore, ragione di tutte le cose, molti filosofi per sciogliere il mistero hanno fatto riferimento al concetto di monade immersa nella solitudine della sua potenza infinita. Gesù, invece, nel parlare di Dio ricorre a termini familiari come affetto, Padre e Figlio che abbracciano e si abbracciano, Spirito come vita che riprende a respirare quando è accolta. Egli fa sempre riferimento ad una relazione, ad un legame di amore. Grazie alla sua rivelazione i cristiani credono che Dio è in sé relazione per cui dire Dio è dire Trinità e così affermare che Egli é Amore.
L'immagine di Dio, non nella solitudine dell’individuo, e l’umanità riconciliata e così una pur nelle sua diversità, sono state lo spunto di riflessione della scorsa domenica, festa della Trinità, alla quale ci si rivolge in ogni azione liturgica, anzi in ogni azione che inizia col segno della croce, esplicita sua evocazione.
In Occidente si è sentito il bisogno di una festa per consentire alla comunità di fare una riflessione teologico-dogmatica, occasione di lode, di ringraziamento, di adorazione del mistero che esalta la comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo. Si tratta del mistero della fede che, come il sole, fa perdere la prospettiva se si pretende di fissarlo direttamente; invece, se si procede ad una umile riflessione, aiutata dalla fede, consente di illuminare tutta la vita approfondendo l’idea di Dio.
La Trinità indica una vita di amore plurale, comunitario. Quando con le parole si tenta di descriverlo il risultato è poco efficace rispetto ad un mistero che rimane ineffabile. Ancora oggi l’intuizione di Agostino, che fa riferimento al Padre Amante, al Figlio Amato e allo Spirito Amore tra i due, si rivela il tentativo di spiegazione più adeguato, riassunto da san Bernardo con la poetica espressione del bacio circolare ed eterno. Esso ha trovato riscontro plastico e pittorico nella famosa Icona russa di Andrej Rublev, il monaco figlio spirituale di San Sergio.
Il passo del Vangelo letto domenica presenta Gesù impegnato in un faticoso dialogo  con Nicodemo, uomo di fede che però ha difficoltà a cogliere la portata dell’annuncio del Maestro di Nazaret, il quale asserisce che amare non è un sentimento, un emozionarsi ed intenerirsi, ma la disponibilità a dare e darsi con generosità, senza se e senza ma. Infatti, “Dio ha tanto amato da dare il suo Figlio”, affermazione di fondo per spiegare il motivo dell'Incarnazione ed il fondamento della Salvezza.
Per conoscere l’amore di Dio per il mondo è necessario coglierne l’epifania databile nella storia personale di Gesù, che duemila anni fa muore sulla croce “avendo amato fino alla fine”. L’ora della croce è l’ora di Gesù, la manifestazione della sua gloria perché è l’ora dell’innalzamento del Figlio, dono gratuito di sé, che l’umanità è chiamata ad accogliere con fede. Dio ha voluto diventare uomo per condividere la nostra esistenza, la lotta quotidiana, la sete di vita eterna. Gesù lo ha fatto e così ha salvato il mondo dall'unico grande peccato: il disamore, scelta che spiega la croce e l’esperienza della Pasqua.
La relazione espressa in questo modo è la legge costitutiva della vita che riflette lo scambio d'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: Amore dell’Io che si proietta nell’essere del Tu per costruire insieme il Noi Trinitario grazie allo Spirito Santo, che unisce l’Io del Padre ed il Tu del Figlio. Dio ama non solo gli uomini, ma il mondo intero perché la vita fiorisca in tutte le sue forme. Allora, davanti alla Trinità, anche se ci sentiamo piccoli, siamo invitati a percepire il grande abbraccio nel vortice del vento carezzevole dell’Amore. E se Dio si riflette in Cristo, la Chiesa consente ai fedeli di divenire immagine di Dio perché membri del medesimo Corpo mistico. Perciò, l'amore costituisce la dinamica presente in ogni famiglia o comunità nel momento che realizza e si percepisce come un Noi. Allora diventa icona di Dio Trinità e così raggiunge la sua perfezione nella globalità dell'universale famiglia umana.
Il nostro cuore è specchio e senso ultimo dell'universo nel legame di comunione; quindi essere salvati significa passare dalla morte alla vita definitiva, possibilità per chi accetta questo dono, rispetto al quale all’uomo rimane la libertà di scelta. Chi non lo accoglie si giudica da se stesso perché l’unica opzione possibile è entrare nella Vita oppure allontanarsi dalla sua sorgente. Quindi, la festa della scorsa domenica non è stato un invito a speculare sul mistero, ma una opportunità corale per fare esperienza di Dio della sua plurale comunione. Se ogni singolo uomo esiste a immagine e somiglianza della Trinità, allora il racconto di Dio è anche narrazione dell'uomo, non un dogma che impone di credere ad una fredda dottrina, ma generosa esperienza della sapienza del vivere in quanto, come il Cuore di Dio, anche quello dell'uomo è relazione. Ecco perché la solitudine pesa e fa paura: è contro natura; mentre quando si ama e si condivide l’amicizia ci si sente beati.                 LR

                                                              Pentecoste
La comunità cristiana ha un compito precipuo che deve rinnovare considerando il profondo significato della solennità di Pentecoste. Insieme alla Pasqua, della quale è compimento, questa festa costituisce il cuore della fede cristiana, momento fondante perché nasce la Chiesa, canale di trasmissione allumanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi della salvezza portata da Cristo.
Presso il popolo ebraico la Pentecoste era una allegra ricorrenza a carattere agricolo, chiamata festa della mietitura o dei primi frutti celebrata cinquanta giorni dopo la pasqua. In seguito ha assunto anche il significato di giorno del ringraziamento per il dono della Legge. Anche noi abbiamo lopportunità di ringraziare per unesperienza comunitaria soggetta al regolamento dellamore che produce la più dolce delle primizie. Per la chiesa lo Spirito effuso sugli apostoli rende abili a diffondere la freschezza della Buona Novella, nonostante decise e pervicaci resistenze. La forza dello Spirito trasforma linsegnamento di Gesù in parola rivolta a tutti per la capacità di parlare in altre lingue, cioè la predisposizione a saper inculturare la Buona Novella a tutti, giusti e peccatori, perché lo Spirito spira dove vuole.  Questo annunzio deve coinvolgere anche i giovani perché è un invito ad essere protagonisti per cambiare il mondo consolidando la fraternità universale; col loro innato ottimismo possono accettare ed esaltare ogni capacità di bene da qualunque parte provenga. E il modo più efficace per continuare lopera e linsegnamento di Cristo sperimentando personalmente e testimoniando agli altri lefficacia del perdono per accedere al regno del Padre. Così tutti, superando lattuale apparente condizione senza speranza, possono - come si legge nella sequenza della messa di Pentecoste - vivere lamore misericordioso che ridona fiducia in se stessi, rimargina le ferite della vita, sazia i poveri, fa scoprire i doni personali, riscalda i cuori, consola ogni anima afflitta, apporta il necessario sollievo per non sentire la fatica del vivere, conforta dal pianto grazie alla forza che scalda anche lindividuo più rassegnato perché capace di ravvivare ogni sviato donando a chi lo riconosce una gioiosa esistenza.  
Ad operare il miracolo di una rinnovata speranza di bene è lo Spirito Santo del quale Gesù descrive loperato di Paràclito, il soccorritore che elimina ogni causa di sofferenza divenendo garanzia di serenità. E vento di libertà, lingua di fuoco che illumina la vocazione di ciascuno. Il mondo stagnante ne ha urgente bisogno. Spirito di verità, esalta le dinamiche dell'amore divino impegnato non a ripete azioni del passato, ma ad annunciare prospettive future, pronto a dare risposte a chi preferisce altri tipi di consolazioni col rischio di “contristare lo Spirito Santo che è in noi” e rallentare lazione discreta che orienta verso Gesù. La Pentecoste, compimento della Pasqua, è il cuore della fede cristiana, esperienza dellamore che produce la dolce primizie del Vangelo trasforma linsegnamento di Gesù in parola viva.                                                                                                  

                             "Gaudete et exsultate": si diventa santi vivendo le Beatitudini                            
Non aver paura della santità della porta accanto: è l’imperativo di Gaudete et Exsultate, la terza esortazione apostolica di Papa Francesco dopo Evangelii Gaudium ed Amoris Laetitia. Per un cristiano la missione sulla terra è un cammino di santità. Il Papa afferma che santi non sono solo quelli canonizzati, ma nel popolo di Dio chi vive i piccoli gesti quotidiani che esaltano il volto più bello della Chiesa. Lo Spirito suscita santi come dimostrano i martiri, patrimonio condiviso con ortodossi, anglicani e protestanti. La santità del paziente popolo di Dio si riscontra nei genitori che crescono con amore i figli, in uomini e donne che lavorano per mantenere la famiglia, nei malati che continuano a sorridere. Questa costanza fa germogliare la santità nella Chiesa militante, santità della porta accanto appunto, come si riscontra sovente nel genio femminile, abile nel praticare tanti stili di santità che aiutano a meditare sulla presenza salvifica  di Dio nell’universo.
Obiettivo dichiarato di Francesco con questa Esortazione non è un trattato ma un invito a far risuonare nel mondo contemporaneo la vocazione universale a diventare santi vivendo le Beatitudini, strada maestra controcorrente rispetto alle scelte del mondo. La Chiesa ha sempre insegnato che questa chiamata universale é possibile, come dimostrano appunto i tanti santi della porta accanto. E’ una scelta connessa alla vita di misericordia perché santo è chi si commuove e s’impegna per aiutare i poveri e sanare le miserie del mondo, senza elucubrazioni teoriche, pronto a testimoniare la gioia in un mondo sempre più aggressivo. Rallegratevi ed esultate sono le parole di Gesù rivolte a chi si sente perseguitato o è umiliato per causa sua. Il papa le ripete nei cinque capitoli del documento spiegando come la Chiesa deve operare per far sentire al mondo la sua prossimità alla carne di Cristo sofferente. Nei 177 paragrafi non si propongono sofisticate definizioni ed acute distinzioni, ma in modo semplice ed accessibile a tutti si enumerano i rischi, le sfide, le opportunità della chiamata alla santità (n. 2). Nel primo capitolo il papa descrive le caratteristiche della classe media della santità, da intendere come una via di perfezione adatta per ognuno onde prevenire ogni sorta di scoraggiamento se si considerano modelli ritenuti irraggiungibili o poco idonei per noi (n. 11). Siamo chiamati alla santità dei piccoli gesti (n. 16) testimoniati da chi vive vicino e che appartiene alla “classe media della santità” (n. 7). Nel secondo capitolo il Papa stigmatizza gnosticismo e pelagianesimo riprendendo argomentazioni già esplicitate in precedenti documenti, derive vecchie di secoli ma che si ripresentano con allarmante attualità (n. 35). Francesco mette in guardia dall’autocelebrazione gnostica di una mente senza Dio e senza carne, vanità che si specchia nella fredda logica di chi pretende di addomesticare il mistero del Signore e della sua grazia per contentarsi di un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo” (nn. 37-39). Questo errore genera il neo-pelagianesimo pronto ad esaltare stoici sforzi personali animati da una volontà senza umiltà che si esalta nell’osservare sterili norme e ritiene così di essere fedele a un certo stile cattolico (n. 49). L’ossessione per la legge, l’ostentata cura della liturgia, l’eloquio dottrinale e l’attenzione al prestigio della Chiesa per il Papa sono tipici frutti di questa eresia di ritorno (n. 57). Invece, è sempre la grazia divina a superare le capacità intellettive e volitive dell’uomo (n. 54), che talvolta tendono a complicare la limpida verità della Buona Novella per esaltare schematiche elaborazioni (n. 59). Il pellegrinaggio verso la santità si articola in otto tracciati frutto non del teorizzare cosa essa sia, ma nell’indicare la pratica realizzazione di quanto esortano a fare le Beatitudini. Francesco affronta questo argomento nel terzo capitolo che rimanda al discorso della montagna riportato dall’evangelista Matteo e nel quale Gesù spiega con sublime semplicità cos’è l’essere santi (n. 63). Il Papa passa in rassegna le modalità proprie della povertà di cuore, che comporta anche una certa austerità di vita (n. 70), la necessità di reagire con umile mitezza in un mondo dove si litiga di continuo (n. 74), il coraggio di sperimentare compassione per il dolore altrui e riparare all’indifferenza dei tanti che guardano dall’altra parte” (nn. 75-76), cercare la giustizia per bloccare il malaffare dei corrotti (nn. 78-79), agire con misericordia e perdonare (nn. 81-82), mantenere un cuore pulito per non sporcare l’amore verso Dio e verso il prossimo (n. 86), seminare pace e amicizia operando con serena determinazione pur consapevoli della difficoltà nel gettare ponti tra persone e culture diverse (nn. 88.-89), accettare anche le persecuzioni per coerenza alle Beatitudini (n. 91). La grande regola di comportamento è sancita nel capitolo 25 di Matteo, vivere cioè alla presenza di Dio attraverso l’amore per gli ultimi, che non deve risolversi in gesti secolarizzati, dai quali grondano comunismo e populismo o sono relativizzati da un’etica sostanzialmente egoista. Il nostro atteggiamento verso i deboli e gli indifesi deve essere fermo e appassionato” (n. 101). A questo proposito Francesco non esita a ripetere il dovere dell’accoglienza dei migranti perché in ogni forestiero c’è Cristo (n. 103) evitando di cedere alle lusinghe del godersi la vita, come propaganda il consumismo edonista, e spendersi invece nelle opere di misericordia (nn. 107-108).
Nel quarto capitolo il papa enumera le caratteristiche indispensabili per un vero stile di vita santo: pronti alla sopportazione, rispondendo con mite pazienza a tutte le sollecitazioni per diffondere un clima di gioia, segnato anche dal senso di un sano umorismo per esaltare audacia e fervore di opere. In tal modo la strada della santità si trasforma in un cammino vissuto in comunità e scandito da una preghiera costante non per evadere dal mondo, ma per gustare, contemplandole, le bellezze del creato (nn. 110-152). Nel quinto capitolo si considerano gli aspetti della mentalità mondana che rischia di rende mediocri” (n. 159). Siamo chiamati ad un vigile combattimento contro il Maligno, che non è un mito ma un essere pronto a tormentare nei modi più subdoli (nn. 160-161). Da qui la vigilanza che si avvale delle potenti armi della preghiera e dei Sacramenti per puntellare una vita intessuta di opere di carità (n. 162). I cristiani devono praticare il discernimento in un’epoca che offre significative possibilità di azione e distrazione e che non aiutano a sentire l’eco della voce di Dio” (n. 29). Si tratta di un atteggiamento al quale abituare i giovani per superare le insidie di mondi virtuali lontani dalla realtà divenuti sempre più parte rilevante del loro quotidiano (n. 167). E’ un discernimento che deve aiutare a riconoscere come compiere al meglio la missione ricevuta nel Battesimo” (n.174), per questo Francesco invita ad invocare l’aiuto della Vergine Maria.                            LR 

                                                           11 febbraio
La prima lettura della liturgia domenicale descrive la reazione di paura per una malattia che rendeva il portatore una sorta di morto ambulante. Per gli Ebrei la lebbra prefigurava la morte; perciò, a questi malati era proibito frequentare luoghi pubblici, a loro era impedito perfino l’accesso al tempio. A questa situazione Paolo, nella seconda lettura, risponde invitando ad imitarlo perché anche egli è imitatore di Cristo. Il passo del vangelo fornisce un breve, intenso, rivoluzionario quadretto di cosa significa il Messia per l’umanità e di come è possibile imitarlo. Gesù manifesta una bontà per nulla mielosa in un mondo segnato da tentazioni, rinunce, obbedienze forzate e dolorosi rifiuti. Al centro del passo evangelico di oggi c’è l’uomo nella condizione di totale marginalità per le disposizioni dettate dalla paura del contagio che condannava questi malati ad una tragica esperienza. Le loro giornate passavano scandite dal dover gridare: Immondo! Immondo! per tener lontani i propri simili. Ogni istante consolidava la coscienza di essere diventati un rottame. Gesù prova concretamente che, se la legge non si preoccupa di loro, egli non esita a capovolge il rapporto tra disposizioni legali e uomo a favore dell’ammalato reintegrandolo nella comunità. Un lebbroso s’incammina verso Gesù. Ha sentito parlare del rabbi di Nazaret e delle meraviglie che compie, perciò in lui si riaccende un lumicino di speranza. Questo sentimento cresce quando nota che, al suo incedere, il rabbi non si scansa, presta attenzione alla sua condizione di dolore, dimostra di sapere ascoltare. Allora questo relitto umano, col volto nascosto perché rifiuto della società, prende coraggio. Con discrezione lo supplica: «Se vuoi, puoi guarirmi». Questa richiesta riassume la nostra condizione nella relazione con Dio, pronto ad prestare attenzione agli scarti dell’umanità. Gesù opera proprio a questo fine, prova compassione e stende la mano. Egli tocca l'intoccabile e con una carezza guarisce. Perciò risponde: «Lo voglio: guarisci!». È la bella notizia, il vangelo che risana la vita.
Gesù proibisce al lebbroso guarito di divulgare quanto era avvenuto. Marco riconferma questo orientamento: è il segreto messianico di cui parlano gli esegeti. Ma l’evangelista attesta altresì che chi soffre, i bisognosi, gli oppressi vanno da lui rendendo impossibile non divulgare le guarigioni di ciechi e storpi. Intanto i capi del popolo, farisei e scribi non nascondono l’irritazione perché Gesù aiuta i bisognosi anche contro le disposizione della Legge. Per questo lo chiamano indemoniato (Mc 3,22) da uccidere (Mc 3,6; Gv 5,16; 9,16) perché bestemmiatore (Mc 2,7; 14,64), un impostore sovversivo (Mt 27,63 e Lc 23,2), effettiva minaccia per il tempio (Gv 11,48). Per tutta risposta Gesù non cerca notorietà, si preoccupa di non essere scambiato per un populista o un nazionalista (Lc 4, 14-30), blocca chi intende proclamarlo re (Gv 6,15) e vince la tentazione del potere (Mt 4, 1-10) dichiarando a più riprese di esser venuto come servo di tutti (Mc 10,45). Ecco il motivo per cui raccomanda il segreto, vuole salvaguardare il suo essere profondamente umano. Gesù tocca l’uomo bisognoso senza timori, tende la mano amorevole di redentore che non solo guarisce, ma infonde fiducia e speranza a chi è precipitato in una angosciante solitudine di morte. Egli non compie miracoli per guadagnare seguaci o accrescere la sua notorietà; vuole solo che al lebbroso venga ridata la gioiosa possibilità di un abbraccio. Il suo è amore veramente gratuito, che si tramuta in modello ed invito per chi oggi prova compassione per i rifugiati, per i tossici, per i senza dimora e non esita a offrire un gesto di affetto, scambiare un sorriso che guarisce quando rigenera speranza. Se si è disposti a rendere concreto il Vangelo diventa possibile cambiare il mondo; inoltre, chi aiuta i malati nel corpo e nello spirito prova una grande gioia perché sperimenta il vero senso della vita.  

                                                                      4 febbraio
I brani proposti alla nostra riflessione presentano situazioni di dolore, sofferenza, malattia, realtà dalle quali nessuno é indenne e che lasciano segni indelebili sul corpo e sullo spirito. La Bibbia risponde ai quesiti posti da Giobbe, che rappresenta ciascuno di noi. Egli si lamenta che i giorni passano in fretta, amara constatazione alla quale risponde con un atto di fede affidandosi al Signore e così scopre che Dio non è responsabile della sofferenza umana. Egli non la determina; non è indifferente al nostro dolore e Gesù manifesta le opere misericordiose di Dio guarendo ammalati e liberando dai demoni. In questa domenica domina “il segreto messianico” imposto da Gesù. Non è un effetto letterario dell’evangelista Marco. L’inno ai Filippesi illumina (Ph 2,6-11) l’itinerario di obbedienza porta “fino alla morte e alla morte di croce”. Il nodo é l’identità di Gesù, Figlio di Dio. La missione di Cristo non implica essere accettato come Signore. Lo spirito del male asserisce “Sei tu venuto per rovinarmi?”, non accetta chi insidia la sua potenza.
Per gli uomini la scelta é seguire o rifiutare Gesù come Signore; le sue parole e i suoi gesti sono il nostro itinerario di salvezza e noi confidiamo in lui in ragione della sua potenza redentrice. Il segreto messianico gli permette di svolgere la missione di “servitore” realizzata quando guarisce; il segreto è superato solo a Gerusalemme nei giorni della passione. Allora a nome della comunità Marco gli darà il titolo di “Signore Gesù”. Il Maestro esce dalla sinagoga e va nella casa di Simone; inizia la Chiesa rispondendo alle esigenze di una persona malata: la suocera di Pietro. Gesù la prende per mano, la solleva, la libera e la donna, non più imbrigliata nei suoi problemi, è pronta a servire gli altri. Marco usa il verbo impiegato per gli angeli che servono Gesù nel deserto dopo le tentazioni; quindi, la donna, allora considerata una nullità, è assimilata alle creature più vicine a Dio. Finito il sabato e i 1521 divieti che proibivano di visitare persino gli ammalati, il dolore di Cafarnao si riversa alla porta della casa di Simone, luogo fisico e dello spirito. Le guarigioni all’inizio del nuovo giorno annunciano l’aurora del mondo nuovo, come riporta la Genesi: e fu sera e fu mattino. Intanto Gesù va a pregava in un luogo segreto, a tu per tu con Dio. È la fonte del suo parlare e del suo agire, è l’inizio del suo ritmo giornaliero, gli dà la determinazione per vivere tutta la giornata in compagnia degli uomini. Egli li fa   rialzare: l’egheíro il vergo usato per la figlia di Giairo (Mc 5,41) è il medesimo della sua resurrezione (Mc 14,28; 16,6). Sono “i segni” del regno di Dio veniente. Simone si reca a cercarlo e gli annunzia che tutti lo invocano. Come risposta Gesù va oltre, cerca altri uomini da curare. Egli è sempre l’inviato di Dio, colui che deve annunciarlo e, per questo, è sempre in cammino. A dargli forza è la preghiera piena di confidenza verso Dio, invocato come Abba, e che lo aiuta a discerne la volontà. Il far rialzare operato da Gesù è il servizio al quale la suocera di Pietro risponde con la diakonía. Gesù trascorre la vita pubblica e privata con i discepoli e tra la folla, una dimensione quotidiana che dovrebbe far riflettere perché scandita da gesti che guariscono non come un medico o un mago, ma perché, vedendo un malato, si rende prossimo e lo aiuta ad uscire dalla sua prostrazione. La piccola comunità, appena formata in casa di Simone, cerca Gesù; non è voler conoscere dove egli sia ma trovarlo per comunicargli che tutti desiderano  vedere, ascoltare, incontrare, chiedere guarigioni, invocare la liberazione dal demonio. Ai discepoli Gesù risponde invitando ad andare altrove, nei villaggi non ancora raggiunti dalla buona notizia per consolare malati, deboli, sofferenti, chi é affranto dal dolore fisico e morale. Costoro formano il gruppo privilegiato nell’azione della Chiesa. Perciò, per il cristiano alleviare il dolore, guarire i mali dello spirito, accompagnare chi affronta la morte sono doveri collegati all’impegno assunto col battesimo sull’esempio di Gesù.       

                                                                 28 gennaio
La liturgia della Parola richiama l’attenzione sull’autorità con la quale i profeti si esprimono ed il motivo per cui vengono inviati a parlare al popolo. Nel Vangelo si esalta l’autorevolezza di Gesù mentre insegna a Cafarnao, dove inizia il ministero annunziando la buona novella promessa da Dio, come si riferisce nella prima lettura. Marco presenta due episodi apparentemente senza relazione. Nella prima parte l’evangelista riferisce che Gesù insegna con autorità e non perché investito di potere  per controllare la gente ricorrendo all’intimidazione. La sua azione é dettata solo da amore. E’ un’autorità che non deriva da specifiche funzioni di controllo, ma esaltazione della nuova relazione tra Dio e l’uomo. Il primo miracolo riportato da Marco é il passaggio da una autorità che genera oppressione a quella che dona libertà. Ciò viene sottolineato dall’esorcismo compiuto da Gesù nella Sinagoga e che rivela l’autorità di Gesù con la quale Egli cambia il mondo. Infatti, se per la fede noi crediamo nel potere dell’amore di Gesù possiamo vincere  le prepotenze del male. Marco annota l’ammirazione suscitata da Gesù che insegna “come uno che ha autorità e non come gli scribi”. Questa qualità gli deriva non dall’appartenere ad una scuola rabbinica, ma dalla profondità del suo insegnamento che lo rivela come “il Santo di Dio”. All’incapacità degli scribi di convincere in modo amorevole e non per imposizione corrisponde il carisma di Gesù, che non opera per vantaggi personali, ma sa immedesimarsi nell’ascoltatore, pronto a venire incontro alle sue necessità. La sua parola trova pratica realizzazione nel liberare dal male chi ascolta con fede. Ecco il motivo dello stupore, felice esperienza portatrice di gioia e serenità. Leggere o sentire proclamare il Vangelo può ancora oggi incantare e riempiere il cuore di meraviglia. Quelle di Gesù sono parole che toccano il nucleo più intimo della persona, lo liberano da ogni angosciosa tentazione, lo aiutano a respirare la vera libertà, stimolata e benedetta dal vangelo di un maestro credibile perché il messaggio coincide con la vita del messaggero.
Gli effetti di questa buona novella diventano subito evidenti con la liberazione di un uomo prigioniero del male. Infatti, Gesù non si ferma a dibattere circa il diavolo, è pronto ad operare la guarigione di un uomo che si sta aprendo alla fede. A testimoniarlo é proprio il demonio che intesse un dialogo stringato e perdente col Rabbi paventando il proprio timore per l’imminente sconfitta. Ecco perché vorrebbe mantenere un’invalicabile distanza con Gesù di Nazaret, sa che Egli è venuto per demolire il regno di chi divora il cuore dell'uomo con l’aspirazione al successo, l’ansia di potere, l’anelito smodato di denaro per saziare l’egoismo. La sovrana potenza di Gesù viene enfatizzata da due parole: “taci, esci da lui”. Il demonio non può resistere perché a pronunziarle è “Il Santo di Dio”; non gli rimane che riconoscere la propria disfatta di fronte alla predicazione del Vangelo. La sconfitta del male e l’annunzio della Parola sono i primi due atti compiuti da Gesù all’inizio del ministero in Galilea riportati da Marco, momenti profondamente correlati. Traggono origine dalla potenza di un Dio pronto a salvare gli uomini dal male con l’insegnamento e con la protezione, vincenti manifestazioni di autorità.
Da dove viene questo potere a Gesù? Chi è il Maestro di Nazaret?
Con fine ironia l’evangelista riporta la risposta data proprio dal maligno mentre cerca di contestare quell’inattesa presenza: «Sei venuto a rovinarci!». Dove e quando? Nella sinagoga in un giorno di sabato mentre si spiega la Scrittura. A commentarla è la Parola; col suo intervento sradica da una esistenza malata ed in pericolo il male  grazie alla sua potenza che salva un uomo il quale da solo non riesce a liberarsi. All’inizio le esortazioni di Gesù sembrano un tormento che genera inquietudine. Il bisogno di comprendere la situazione per vincere il male che rischia di scindere quell’uomo in una doppia personalità, come fa ritenere l’interrogativo «Cosa c’è tra te e noi?». Gesù con un grido oppone il comando: ‘Taci!’ A questa condizione la pluralità di tendenze che spingono al male possono ritornare a ricomporsi nell’io della ritrovata identità davanti al Creatore. Così la Parola genera liberazione e salvezza anche se agli inizi può apparire traumatica per il ‘contorcimento’ che produce nell’uomo e lo strazio del suo animo. La buona novella di Gesù non è una autorevole nuova dottrina, ma la necessaria e salvifica esperienza dell’amore senza fine del Padre. Così “Noi siamo più che vincitori per colui che ci ha amati”, asserisce San Paolo ed i cristiani diventano portatori della Parola e testimoni del bene con le opere. Il Battesimo li ha innestati in Cristo perciò possono crescere in sapienza cogliendo le dinamiche quotidiane con gli occhi della fede che trasforma in operosi araldi della Verità.

                                                    III Domenica per annum
 Giona 3,1-5.10 I Corinzi 7,29-31; Marco 1,14-20
La nostra società malata trova un parallelo con Ninive, descritta nella prima lettura tratta dal libro di Giona. Il tema è l’amore di Dio per ciascuno di noi e si manifesta con l’assicurare la salvezza anche ai più lontani. A Ninive, metropoli pagana per antonomasia, l’assenza di Dio è radicata; Giona annuncia che sono rimasti soltanto quaranta giorni per convertirsi, il rifiuto comporta la distruzione. I niniviti, compreso il messaggio, credettero a Dio, opzione che impietosì il Signore. Sembra quasi d’intravedere la società occidentale, ricca nonostante la crisi, ma segnata dall’ingiustizia, da soprusi e corruzione, violenta contro gli inermi. La Chiesa, come Giona, nonostante le debolezze annuncia la Salvezza con pressanti inviti alla misericordia, al perdono, alla pace. I cristiani fedeli al proprio battesimo con la testimonianza diventano uno stimolo per chi nei dubbi della fede sente affievolirsi la tensione morale. Il cristianesimo è una sequela, tuttavia non è l’uomo ad andare incontro a Dio, ma Dio per insegnargli a vivere diversamente, una scuola di vita, un cammino; non a caso negli Atti i discepoli venivano designati col titolo di appartenenti alla Via che porta verso il mistero per lasciarsi prendere da Dio. Nella seconda lettura la liturgia sollecita la conversione come risposta all’opera di Dio annunciata da Gesù. Paolo esorta a prestare con urgenza attenzione perché il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, gli uomini devono mettere da parte le occupazioni abituali per mettersi alla sequela di Cristo. I primi discepoli “Lasciano tutto e lo seguono”. Il Regno è talmente importante da dover essere preferito a tutto. Lo si acquisisce spossessandosi delle proprie sicurezze per confidare in Gesù accettando un nuovo modo di vivere per emergere dalla mediocrità. Così si varca l’ingresso che porta alla civiltà dell’amore per diventare un giorno missionari votati all’annuncio.  In poche righe Marco riassume gli avvenimenti che si succedono dopo l’arresto di Giovanni. In cammino Gesù fa i primi incontri e chiama i primi discepoli. L’evangelista lo presenta come dotato di una forza che gli infonde l’assillo di lasciare casa, famiglia, paese per scegliere la strada come abitazione. Accetta di andare, sempre in cammino perché deve proclamare il Vangelo che fa della Bibbia, a volte minacciosa per giudizi e ingiunzioni ad osservare i precetti per glorificare Dio, grazie a Lui Buona Notizia per confortare la nostra esistenza. Egli annuncia che la felicità è alla portata degli uomini; è pronto a rivelarne il segreto: Dio si è avvicinato, ci ha raggiunti, è qui. Gesù è il volto che lo rivela; guarisce, perdona, toglie barriere a chi si sente escluso; invita alla conversione non per esigenze morali, ma perché ci si accorge di aver sbagliato direzione e perciò non si riesce a trovare la gioia, meta possibile fissando fiduciosi la Luce. Gesù cammina, non si precipita; quindi può osservare con attenzione luoghi e persone, individuare potenziali collaboratori, invitarli a seguirlo. Così essi emergono dall'oscurità di un monotono quotidiano e scoprono il tesoro dissepolto divenendo pescatori di uomini, esperti in umanità, docili alla chiamata di Dio, che non è un privilegio per pochi disposti alla sequela come religiosi e presbiteri, ma un seguire rivolto a tutti coloro che manifestano la disponibilità ad accettare come progetto di vita il messaggio di Gesù. E’ ora di prendere sul serio il progetto del Regno di Dio ed apprendere veramente chi è Gesù non consultando libri o ascoltando prediche, ma vivendo come Egli è vissuto.    

                                                                14 gennaio
Con questa domenica ritorna il tempo liturgico ordinario. Il tema di riflessione è la chiamata. La prima lettura presenta la vocazione di Samuele, il quale pronunzia il suo  “eccomi”, come Abramo e Maria. A volte è difficile comprendere che fare, confusa con altre non è facile individuare la volontà del Signore se non sperimenta il silenzio atto a spianare la strada alla voce di Dio. Per fortuna le Sue chiamate sono reiterate e fatte in vari modi: una folgorazione come per Paolo, un amico, un avvenimento. Dal vangelo apprendiamo che due discepoli, su indicazione del Battista, seguono Gesù. Questa pagina esalta le dinamiche dello sguardo ed invita a riflettere sugli attuali comportamenti condizionati dagli strumenti di comunicazione virtuale. Ad esempio, nell’intessere relazioni il cellulare non consente di utilizzare i messaggi visivi con i quali, invece, si cerca e si comunica affetto, si sollecita simpatia, si partecipa il dolore o i dispiaceri della vita, si accenna a rimproveri. La ricchezza e la potenza dello sguardo è il protagonista dell’episodio evangelico: il Battista, che è in compagnia di due discepoli, lo fissa su Gesù ed esclama: “Ecco l’agnello di Dio”, ancora scosso per la particolarissima esperienza fatta mentre Lo battezzava. Egli ha intravisto in Lui il Servo venuto a dare la vita; perciò invita i discepoli a seguirlo. L’evangelista riporta il nome solo di uno, Andrea, nell’altro, anonimo, possiamo riconoscerci per iniziare anche noi un dialogo stringente: Cosa cercate? Dove abiti? Venite e vedete sono brevi espressioni arricchite da una dinamica di relazioni fatta di sguardi. “Cosa cercate?” domanda Gesù, che si sente pedinare e risponde col suo agli sguardi inquisitori dei due. Sono le prime parole del Maestro riportate dall’evangelista Giovanni e  corrispondono alla domanda fatta alla Maddalena nei pressi del sepolcro: “Donna, chi cerchi?” E’ la sintesi della vicenda personale del Gesù storico, culminata nell’azione del Risorto. Egli non vuole imporsi, pronto a camminare al nostro fianco perché non si rivolge all’intelligenza dell’uomo di cultura, che Lo conosce grazie al portato teologico, ma all’uomo in grado di rispondere con l’amore ad un appello del cuore e comprendere così che la sua identità è quella di creature che ricercano animate dal desiderio di colmare un vuoto. Seguire Gesù significa percepire l’irresistibile attrazione per chi si offre con una vincente risposta di amore. Egli chiede: “Cosa cercate?”. A chi persiste, desideroso di conoscere dove egli abita, rivolge l’invito: “Venite e vedete”, evidente disponibilità a condividere una dimora dove egli attende tutta l’umanità per farle scoprire il mistero del Regno di Dio. Sono incontri che trasformano la vita, come capita ad Andrea, pronto a comunicare la gioia sperimentata ai suoi familiari, al fratello Simone che si sente mutare il nome in Pietro dopo aver incrociato lo sguardo del Signore che lo chiama per cementare la disponibilità ad un nuovo inizio. Uno sguardo ha segnato per sempre la sua vita: è quello della fede che fa scoprire dove abita il Signore. L’evangelista non descrive cosa avviene nella dimora, attesta solo che sono stati con Lui perché la fede vera non ha bisogno di dottrine nelle quali credere, ma di una persona da contemplare, come fa Paolo che scrive ai fedeli di Corinto “Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocefisso”. Il particolare cronologico “circa le quattro del pomeriggio” denota un riferimento temporale specifico che assume un pregnante significato. Perché questa annotazione e non la descrizione di cosa si sono detti e di cosa hanno fatto, di come si presenta la dimora dove vive Gesù? L’inciso non è un dettaglio ma un efficace modo di comunicare una sublime esperienza di profonda intimità, comunione mistica che sembra far trapelare il desiderio che quell’istante non fosse mai passato. Infatti, i due discepoli sperimentano quanto il Maestro raccomanderà in seguito: “Dimorate in me ed io in voi” (Gv 15,4) riconoscendo che il “Verbo ha posto la sua dimora in mezzo a noi” (Gv 1,14). La conseguenza è evidente: la fede implica una ricerca dinamica e costante perché non presuppone luoghi fisici. E’ invito a perseverare nella ricerca per poi comunicarla come fa Andrea. Questi annunzia: “Abbiamo trovato il Messia” e così consente a Simone di riceve una nuova identità, esistenziale conseguenza di una chiamata contagiosa, che non può essere tenuta nascosta. Essa passa attraverso la Croce: “Ecco l’Agnello di Dio” è la sintesi del ministero di Gesù nella prospettiva del Golgota fin dall’inaugurazione. A noi spetta praticare la raccomandazione di Agostino: “Divieni ciò che tu contempli; contempla ciò che tu ricevi; ricevi ciò che tu sei: il Corpo di Cristo”. Lasciandoci trasformare da Dio e il Signore potrà allora trasformare il mondo.   

                                                               Epifania
                                      Isaia 60, 1-6; Efesini 3,2-3.5-6; Matteo 2,1-12 
I Magi, rappresentanti qualificati delle nazioni, con la loro venuta realizzano la promessa fatta ad Abramo di divenire “padre di una moltitudine”, infatti sono i rappresentanti dell’intera umanità; ricercano il Dio dei sapienti e lo trovano in un bambino. Arrivati a Gerusalemme notano che la stella che indicava loro la rotta è scomparsa per riapparire soltanto quando riprendono il tragitto per Betlemme, luogo dove a precederli erano stati dei pastori. Abbandonato il palazzo, residenza dei potenti, s’incamminano e la loro ricerca termina quando giungono in un luogo che non trasuda ricchezza, ma è segnato dalla precarietà. Non esitano ad essere partecipi di una autentica rivoluzione e accettano il capovolgimento, come avevano previsto le Scritture. Ad un bambino, segnato dalla fragilità dell’esistenza e dalla povertà del contesto familiare, offrono doni per esaltare il significato di quella vita appena nata. Sanno leggere nella vulnerabilità di quella carne e vi riscontrano la tenerezza dell’amore divino che si dona. A loro è riservata la particolare benedizione di scorgere nel neonato la promessa realizzata e godere del sorriso dell’Innocente che rende fulgido l’avvenire. Perciò ritornano alle loro terre “per un’altra strada”, sentono la necessità di non incontrare Erode, tiranno sanguinario; la loro esistenza ha assunto ormai un’altra direzione, diversa dalla precedente.
Anche noi siamo invitati a seguirli, condividendo con loro la speranza del Regno di Dio per la cui gloria la Provvidenza di ha donato un altro anno da vivere. La prima lettura della liturgia della parola, indicando la stella, sollecita a rivestirsi della luce che brilla sopra di noi e consentire alla volontà di operare il bene. E’ a noi offerta questa possibilità perché il Figlio è nato per tutti; il passo del Vangelo chiarisce quest’aspetto.
La globalizzazione sembra aver compresso l’umanità in un unico villaggio generando paure xenofobe che animano l’odio. Invece, i nostri cuori intristiti devono farsi contagiare dall’amore per l’altro; per essere pronti dobbiamo dare inizio come i Magi al viaggio della conoscenza. Questi sapienti non appartengono ad una particolare etnia, incarnano l’universale attesa della salvezza che anima la sete di sapere, vera e propria dimensione dell’esistenza umana. Anche noi dobbiamo scorgere nel creato la firma di Dio, iniziare il pellegrinaggio senza fermarci ai primi ostacoli, attenti a non farci circuire dal potere, che alla verità preferisce il dominio sugli altri, se necessario anche imbracciando la spada.
La Liturgia odierna asserisce che sono le Scritture a svelare la vera via: il Verbo, Parola fatto uomo, come è stato annunciato a Natale. La stella rivela lo splendore della verità divina, è appunto Epifania. Senza temere di rimanere abbagliati perché abituati alla penombra dell’angoscia, entriamo nella casa che la stessa ci indica e godiamo del calore di affetti che riscaldano ed animano la speranza. Abbracciamo il Bambino che è pronto ad accoglierci: è il nostro futuro, l’unica vera novità, degna di essere condivisa perché capace d’innestare sull’uomo vecchio il soffio redentore dell’amore di Dio.
Con riverenza abbracciamo la Madre; prostrati e riconoscenti apriamo gli scrigni per far dono della nostra vita. Porgere al Bambino l’oro significa riconfermare la disponibilità a mettere a sua disposizione i nostri talenti per costruire un mondo migliore; consegnarli la mirra attesta l’impegno per una lettura concreta dell’esistenza, accettando anche il dolore e la morte perché, nonostante la sofferenza, non fanno più paura. Infatti, la presenza del Bambino conferisce senso a queste esperienze del limite. Bruciamo, abbondante, l’incenso della preghiera, segno che abbiamo accettato nella nostra vita il primato di Dio, l’Unico da adorare perché vero Salvatore dei popoli grazie alla fedeltà alla promessa fatta agli innocenti, alle comunità accoglienti, ai poveri. 

                                                     7 gennaio 2018
Una domenica particolare: la chiesa cattolica celebra il Battesimo di Gesù e si chiude il tempo natalizio che, al di là dei regali, dei botti, delle luci più o meno artistiche in qualche città, avrebbe dovuto portare una ventata di serenità, di voglia di pace, di apertura agli altri, di esaltazione dei sentimenti di affetto, amicizia, generosità, dei valori che per secoli si sono tramandati intorno alla nascita di questo Bambino celebrato come Figlio di Dio, annunciato per secoli prima che giungesse sulla terra come Salvatore dell’umanità, l’Emanuele, Dio con noi, eppure così umano, così vicino all’esperienza di vita quotidiana di tutti.
Quanti hanno percepito nel Natale questo significato più profondo? È difficile dare una risposta. Ciascuno dovrebbe rispondere nell’intimo della propria coscienza. Anche se molti hanno condiviso questi sentimenti, essi non si manifestano nel frastuono; sono come balsamo per l’animo, fanno sentire riconciliati con Dio, con se stessi, con i fratelli, col mondo. Eppure questo pressante invito non sembra essere ascoltato in tante parti del mondo. Le armi non hanno taciuto, si è continuato ad uccidere, a morire di fame; mentre in molti posti si è inneggiato all’opulenza, tanti hanno continuato a fuggire dalla dittatura e dalla miseria.
Il Battesimo di Gesù, festa antica nella Chiesa cattolica, l’evangelista è l’occasione per raccontare l’autenticazione che Dio ha fatto di Gesù come suo figlio, inviato in mezzo agli uomini per riconsegnare l’umanità al suo amore di Padre. Il passo contiene l’indicazione della strada da seguire per ricongiungersi a Lui: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. Nel passo corrispondente Matteo aggiunge: “Ascoltatelo”, un invito a imprimersi nella mente e nel cuore le sue parole, fatte per scavare nel profondo delle coscienze indipendentemente dal grado di cultura di chi l'ascolta, e lasciarsi conquistare dalle sue azioni concrete. Gesù inizia il suo ministero condividendo in pieno le condizioni di un’umanità che accorre al Giordano per ricevere da Giovanni un battesimo di penitenza e far capire che il cammino di conversione ci fa partecipi della tenerezza che Dio offre al mondo perché l’uomo gusti la bellezza di essere perdonato e sentirsi amato. Acquisita questa coscienza non vi potrà essere più posto per l’odio, per la violenza, per l’egoismo e per rivalità di qualunque tipo e di qualunque origine. La Misericordia non conosce confini di sorta. Gesù nel Giordano, uomo tra gli uomini, viene riconosciuto dal Padre davanti a tutti, come Suo Figlio prediletto, “primogenito di una moltitudine di fratelli che Dio vuole chiamare figli”.
Anche noi ci mettiamo in fila per ascoltare l’invito impellente di Giovanni Battista mentre le acque del perdono, fecondate dalla missione dell’Amato, ci fanno sperimentare la portata salvifica della misericordia di Dio. Egli opera grandi cose quando l’uomo pronuncia con umiltà il suo sì di collaborazione. Giovanni predica “un battesimo di penitenza per il perdono dei peccati” (Lc 3,3) e, vestendo i panni del profeta, sollecita senza mezze misure d’iniziare il cammino di conversione. Il Battista è consapevole della sua vocazione, non presume di essere un capo che deve guidare le folle che accalcano la riva del Giordano dove opera. E’ consapevole che la sua presenza è solo di passaggio. Egli suscita solo interrogativi alla coscienza di ogni uomo, non può dare risposte definitive, sollecita la conversione, invita alla penitenza per smuovere coscienze intorpidite e riscaldare l’anelito di una vita secondo Dio. La vocazione ad essere mera comparsa nel piano di Dio non gli genera sconforto o scoraggiamento ma consolida la sua umiltà, lo aiuta ad accogliere nell’obbedienza la Parola mentre nel deserto lascia che Dio gli ceselli l’anima. Così comprende che chi viene dopo di lui è più potente; la parola da lui gridata non è nulla rispetto a quella sussurrata da Dio. Il Battista continua però a spianargli la via aiutando ad andare oltre coloro che si rivolgono a lui per prepararsi all’incontro con Dio. Giovanni non è una canna al vento, non si lascia condizionare da quello che si dice di lui, non presta attenzione a voci di adulazione e di plauso, rimane nel deserto dove ha irrobustito il suo carattere all’essenzialità e all’austerità della penitenza. Nel fare deserto dentro il suo animo ha fatto anche spazio al Signore permettendogli di agire e parlare in lui. La sua vocazione, come ogni altra chiamata, non ha inciso sulle apparenze, ma sull’essenza della sua persona.                                                        

                                                       CHIUSURA ANNO 2017

                                                            Festa della Santa Famiglia
Genesi 15,1-6.21,1-3; Ebrei 11,8,11-12.17-19; Lc 2, 22-40
Nella prima lettura si riflette sulla discendenza di Abramo come realizzazione della promessa per la sua fede; l’obbedienza come manifestazione dell’adesione alla volontà del Signore è la considerazione che scaturisce dalla seconda lettura. Come rispondiamo all’interrogativo di questi passi della Bibbia? Il Vangelo ci presenta Maria e Giuseppe impegnati a rispettare le prescrizioni legali: portano il Bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore e fare la loro povera offerta. Sono avvicinati da due anziani attratti da quel Bambino nel quale vedono riassunta la speranza di un futuro migliore per l’umanità. Fin dagli inizi Gesù non è accettato dai poteri forti ma dagli umili e dagli inermi come quei due poveri vecchi i quali, a differenza di chi ha autorità presso gli uomini, sanno vedere oltre le apparenze e scorgere le fattezze divine perché continuano a sperare. Si fermano estasiati di fronte ad un infante perché in Lui intravedono il progetto di Dio. E’ fede salda come la roccia, sempre dono dello Spirito. La vita di Simeone ed Anna non finisce senza una risposta che conferisce senso perché quell’incontro riempie di luce il loro animo. Ecco il motivo dell’inno intonato da Simeone: il Signore viene per lenire le sofferenze, per corroborare e superare le prove della vita. E’ il fulgore Dio, Luce incarnata in Gesù per rischiarare la storia, illuminare l’umanità e fecondarla del suo amore salvifico. L’abbraccio di Simeone al Bambino rende fisicamente concreta la speranza perché Dio mescola la sua con le nostre esistenze. Dopo questa inattesa esperienza, Maria e Giuseppe tornano a casa e nel contesto di Nazaret il Bambino cresce beandosi della grazia di Dio scesa abbondante su quella famiglia, santa perché capace di fare della vita e dell’amore una continua festa. La liturgia propone a tutti noi come modello perfetto la famiglia di Gesù nonostante esperienze difficili e vicende traumatiche da affrontare e superare. Il modo come Maria resta incinta, i dubbi di Giuseppe, le minacce di morte al neonato, la fuga perché perseguitati sono problemi che non impediscono alla famiglia di esplicare a pieno il suo compito confermandosi l’istituzione basilare nel preparare il clima adatto per venire al mondo, per integrare nella società e formare dei buoni cittadini circondando di affetto tutti i componenti e provvedendo ad una idonea educazione ai valori fondamentali. La liturgia di oggi invita ad impegnarsi a proteggere la famiglia sollecitando amorevoli relazioni tra i componenti per prevenire ogni tipo di conflitto e di divisioni. La famiglia modello di Gesù sollecita una scelta per la santità, costruita e scandita nel nostro quotidiano anche quando risulta faticoso o si vivono momenti di crisi. Le situazioni difficili vanno affrontate con determinazione, ricorrendo sempre a un dialogo costruttivo perché la ricetta per una famiglia felice presuppone il camminare insieme, l’attenzione verso l’altro, la disponibilità a ricercare Dio insieme per porlo al centro. Maria e Giuseppe c’insegnano il segreto per superare le difficoltà: collaborano perché sanno che la crisi fa parte della vita, le modalità per risolverla spettano a noi ricucendo eventuali dissensi. La famiglia non funziona se ci si chiude in sé stessi e non si pone al centro il Signore. Guardiamoci intorno, quanti si recano insieme in chiesa? Sono tutti i componenti come famiglia? Condividono l’Eucarestia?  

                                                  1 Gennaio, Maria santissima Madre di Dio
                                                  Numeri 6,22-27;Galati 4,4-7; Luca 2,16-21          
Qualche anno fa una nota rivista sulla copertina dell’ultima settimana dell’anno rappresentò un vecchio seguito da un piccolo uomo, anche egli col viso di anziano, un modo per sottolineare che, nel passaggio da un anno all’altro, non ci si attendeva niente di nuovo. In realtà si evocava una situazione poco rispondente al desiderio comune se, a giudicare dalla spasmodica consultazione dell’oroscopo nella pretesa di conoscere quali esperienze riserva il nuovo anno, l’aspettativa del nuovo è ben radicata nel cuore umano. Molti, guardando in dietro, ritengono che l’anno appena terminato sia trascorso troppo in fretta, dimenticando che la sostanziale percezione psicologica della durata rimanda alla dinamica interiore di chi lo vive ed è capace di condividerlo con gli altri. Questa esperienza è la vera unità di misura. Infatti, ad esempio, l’operaio percepisce chiaramente la differenza di una settimana trascorsa senza paga o con la sola integrazione sociale; mentre due innamorati costretti a vivere lontano non sono per nulla disposti ad affermare che il tempo della separazione possa passere in fretta! A questa esperienza umana del tempo la Chiesa conferisce un significato unico trasformando il primo giorno dell’anno in opportunità di grazia posta sotto la protezione di Maria, che ha vissuto una straordinaria esperienza nella normalità di donna di popolo, con le sue difficoltà di accoglienza e di comprensione di un Gesù che deve accompagnare per tutta la missione. Iniziamo questo nuovo anno con la consolante consapevolezza che garantisce novella energia alla nostra esistenza accettando di trascorrere i giorni in compagnia della famiglia di Nazareth, pronti a respirare quell’atmosfera e bearci dei valori evangelici.  Dio, facendosi uomo, ha sperimentato la fondamentale presenza della mamma per un essere umano. Pur privandosi di tutto scegliendo una esistenza da povero, ha condiviso la ricchezza delle relazioni di affetto in famiglia, dove centrale è il ruolo di Maria, vera madre di Gesù perché lo ha generato ed educato provvedendo a lui in tutte le fasi della sua vita. Questo rapporto Madre – Figlio tocca il sublime di una coinvolgente semplicità quando si proietta l’immagine del Creatore del Mondo allattato da questa donna, imboccato perché ha fame, aiutato ad articolare il suo balbettio in parole per poter esprimere i propri sentimenti e comunicare i propri pensieri. L’azione educativa della Madre ha avuto un indubbio grande successo se consideriamo come il Figlio ha saputo amare e pregare.
Il Figlio di Dio fatto uomo non ha rinunziato alla sua natura divina, motivo per cui oggi celebriamo la festa della Madre di Dio, che è anche nostra madre perché  Gesù facendoci suoi fratelli ci ha resi anche figli di Sua Madre. La Chiesa propone di fare di questo inizio anche l’occasione per riflettere sull’impegno per la pace e gridare il proprio No alla guerra, da sempre rivelatisi per nulla efficace nel risolvere i problemi dell’umanità. A noi è richiesto di essere più umani considerando l’assoluta simpatia di Dio verso l’uomo. Di ciò dà conto la liturgia della Parola. Nella prima lettura si sollecita la benedizione del Signore, come si è fatto da millenni, in modo da sentire la sua presenza nel nostro quotidiano. Nella seconda Paolo afferma che Gesù è nato da donna nella pienezza dei tempi assumendo la nostra condizione per radicarsi nella cultura di un popolo. Il Vangelo presenta Maria che medita sul significato della presenza dei pastori, sulle parole degli angeli e sul programma salvifico di Dio collegato al nome di Gesù. L’invito a riflettere spinge a fare il bilancio dell’anno trascorso, chiedere perdono e ringraziare, mentre iniziamo a vivere il nuovo per cui chiediamo la benedizione e ci impegniamo a collaborare per la realizzazione del progetto d’amore salvifico per l’umanità. Questo nuovo anno potrà portare felicità se sapremo sorridere a un fratello mentre gli tendiamo la mano, se rimarremo in silenzio per ascoltare meglio l’altro che chiede aiuto, se sapremo opporci a situazioni che relegano gli oppressi ai margini, se condivideremo la speranza con chi se sente disperato perché in una condizione di povertà fisica e di sofferenza morale, se saremo disposti a riconoscere con umiltà i nostri limiti e la nostra debolezza per innalzare lo sguardo al Signore e gioire sentendolo rinascere nel nostro cuore. Ecco i veri auguri da vivere per tutto il 2018 alla ricerca della pace. Maria ci attende, basta invocarla e affidarci a Lei con rinnovata fiducia. Il proposito mariano col quale intendiamo vivere il nuovo anno sia impegno concreto per sentirci annoverati nell’amorevole e gioiosa famiglia dei figli di Dio. 

                                                          26 Novembre
Per un intero anno liturgico la Parola di Dio ci ha accompagnati nel pellegrinaggio interiore che dà senso alla nostra esistenza invitandoci ad approdare nel Regno collocato oltre lo spazio ed il tempo. Oggi raggiungiamo la meta che è Gesù conosciuto mediante il vangelo. Egli appare nella sua dimensione del Cristo, Re dell’universo. Il titolo potrebbe apparire eccessivo considerando la sensibilità post-moderna; infatti, nel democratico contesto occidentale la regalità evoca gloria, ricchezza, potenza, primato della forza, concezione prevalente nell’opinione pubblica del 1921 quando Pio XI istituì la festa di Cristo Re per invitare l’Europa e il mondo, appena usciti dalla carneficina della prima guerra mondiale, a chiedere la protezione del Salvatore contro le sofferenze inflitte da assolutismi e totalitarismi. Purtroppo sono condizioni che si riscontrano in molte regioni del mondo ancora oggi; ecco perché é opportuno celebrare questa festa. La regalità di Cristo dovrebbe aiutare a comprendere meglio le dinamiche del potere, modalità di distruzione delle ricchezze, pratiche truffaldine per garantirsi il consenso degli uomini perché Gesù come re non è assiso sul trono, bensì su una croce. “Tu lo dici, io sono re”: ognuno deve dare a questa ricerca personalissima un’adeguata risposta, anche se le apparenze rendono difficile l’analisi: umiltà delle origini, padre falegname, una sconosciuta ragazza galilea per madre, esistenza nell’indigenza, esilio da infante, nascondimento per trent’anni, crescente disgusto dei potenti per aver proclamato un regno di giustizia e di pace. Egli ne è consapevole, infatti afferma: “Il mio regno non viene da questo mondo...”, comunque è nel mondo e per affermarsi non vuole sudditi ma amici. Chi desidera farne parte deve essere disposto alla condivisione aiutando i più bisognosi e su queste basi sarà giudicato. La solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo, propone come riflessione evangelica la conclusione del discorso escatologico nel quale Gesù annuncia la sua gloriosa parusia. I capitoli 24 e 25 di Matteo riportano l’annuncio, l’ammonimento e tre parabole sulla vigilanza e sulla responsabilità. Il brano della liturgia della Parola di oggi è una descrizione profetica della grandiosa visione del Messia impegnato ad operare un discernimento simile a quello del pastore o del padrone di un campo che separa la zizzania dal grano, di chi procede alla cernita dei pesci cattivi pronunciando parole di giustizia, contemporaneamente misericordia e giudizio come affermiamo nel Credo. La doppia sentenza rimanda ai capi di accusa o di approvazione; essi non tengono presente la fragilità umana, il male fatto perché attratti da passioni, né i peccati contro Dio bestemmiando o non osservando il sabato. Ad essere giudicate sono le scelte fatte nei rapporti umani, in particolare come si reagisce di fronte alle situazioni di bisogno o di disgrazia di chi ha chiesto aiuto, cioè come ci si comporta di fronte alla fame, alla sete, all’emarginazione dello straniero, alla nudità, alla malattia, alla prigionia per meritare la benedizione o la maledizione. Questo processo in realtà avviene sulla terra; la sentenza é pronunciata nel giudizio universale, rivelazione della verità ultima sull'uomo e sulla vita. Allora emergerà l’importanza del percorso che fa capire come l’amore sia la sostanza della vita perché consente il felice cammino verso il Regno. Intanto é solennemente riaffermato il legame stretto tra Gesù e l’uomo al punto che egli s’identifica con i più deboli proclamando che quanto viene fatto a loro lo si fa a lui. Perciò, possiamo asserire che l’affamato, il malato, l’ignudo sono come Dio perché i corpi dei piccoli sono carne di Dio. Quando si tocca un malato si tocca il Cristo e questa é l'ultima rivelazione dalla quale dipende il bene fatto o non fatto nella consapevolezza che la memoria di Dio riserva spazio solo ai gesti di bontà e alle lacrime degli offesi.
Sarà allontanato da Dio chi ha commesso peccati d’omissione: cioè non ha compiuto il bene, non ha dato nulla alla vita; ha fatto del male rimanendo in silenzio di fronte a situazioni d’incresciosa ingiustizia, non si é impegnato per il bene comune; restando solo a guardare si diventa complici del male e della corruzione e si consolida la vischiosa rete della “globalizzazione dell'indifferenza”, come afferma il papa. La vera alternativa, che assicura la salvezza, è data da chi si ferma accanto all'uomo prostrato a terra bisognevole d’aiuto rispetto a tira dritto, tra chi spezza il pane con l’affamato e chi passa oltre. Non ci si salva praticando puntuali cerimonie di culto, ma per la concretezza di una relazione fatta d’amore non astratto, non mere intenzioni e mielati sentimenti, non solo  preghiere per qualcuno, ma una decisa azione di partecipe responsabilità.
Occorre approfondire le dinamiche delle motivazioni per evitare di stupirci dicendo, come riferisce il vangelo, “Quando mai?”. La reazione è significativa perché descrive quella di coloro che non sanno di essere stati misericordiosi anche verso Gesù, la cui presenza rimane nascosta per cui l’azione compiuta avviene in piena gratuità, senza attese di ricompense. Ebbene, davanti al Re alcuni saranno estranei al cristianesimo e giudicati in base alla relazione con i più piccoli, fratelli di Gesù, il povero per eccellenza. Diventa quindi essenziale porsi il quesito: quante volte ho compiuto omissioni e non ho fatto il bene? Tutti capi d’accusa nel giorno del giudizio. Posso sperare di essere annoverato tra i benedetti? Oppure a chi ha fame prostrato all’entrata dei supermercati ho dato solo monete che appesantiscono le tasche, allo straniero il superfluo della Caritas o il pasto di Natale non disponibile però ad invitarlo a casa perché ritenuto troppo disagevole? Al nudo ho ceduto un abito consumato, indegno del mio armadio? Non sono andato a trovare il carcerato perché pensavo che s’è meritata la pena? Sono tutte situazioni da ipocrita come dimostrerà il giudizio del Re. Fin dagli inizi i cristiani hanno pregato dicendo: Vieni Signore Gesù! Quindi per loro non costituirà una sorpresa l’ora; invece lo sarà ciò che avverrà. Allora molti esclameranno: “Quando ti abbiamo visto?” Tra costoro saranno annoverati i giusti che hanno compiuto opere di umanità senza riferimenti alla fede, sorpresi perché il vero Giudice alla fine dei tempi sarà il più povero di tutti.               LR

                                           19 novembre XXXIII per annum
Proverbi 31, 10-13.10-20.30-31; Tessalonicesi 5,1-6; Matteo 25,14-30
Nella penultima domenica dell’anno liturgico siamo invitati a tirare le somme e riflettere su come rispondere al Signore che chiama donandoci talenti, che sollecita un gesto di responsabilità per farli fruttare. Il Vangelo propone una parabola che sorprende per le possibili sottolineature: suddivisione ineguale dei talenti, modalità nel far fruttare il capitale, trattamento riservato al servo incapace, immagini molto forti che l’evangelista utilizza per sottolineare l'urgenza di doversi preparare al ritorno del Signore. Alla fine ci rendiamo conto che esistono momenti nei quali i servi vengono lasciati soli ad operare, anche se in realtà non sono abbandonati perché egli affida loro qualcosa sperando che il tempo da vivere non sia caratterizzato da scelte fatte per paura. Invece a spaventare deve essere l’idea di risultare inutile rispetto al progetto di salvezza che Dio prepara per l’umanità. A noi è demandata la responsabilità di scegliere come vivere l’attesa in una sorta di elogio del profitto come invito a realizzare il massimo reddito spirituale possibile mettendo in gioco i doni del Signore. Noi abbiamo ricevuto un deposito favoloso, come implica il valore del talento ai tempi di Gesù: infatti, due o più sono un’autentica fortuna, somma inestimabile a noi affidata gratuitamente: cioè il dono della vita, la collaborazione nel costruire il mondo gestendo i beni secondo la logica del fare quel che è possibile come azionisti della opera di Dio. Di conseguenza dobbiamo mettere in moto l’opportunità concessa dalla fiducia ricevuta. Il Signore non sorveglia le modalità con le quali valorizziamo il suo capitale; la sua assenza non è disinteresse, ma il modo di operare della Provvidenza, pronta a delegare perché intende dare spazio alla libertà e alla nostra creatività. Il leitmotiv della liturgia della parola va meditato facendo riferimento alla preghiera iniziale “O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza...”. I cristiani hanno sempre riconosciuto l’importanza dell’impegno come positiva disponibilità a collaborare per fare più ricca e bella la creazione. Ecco perché il lavoro non è solo una necessità per soddisfare bisogni materiali, ma un’opportunità per consolidare la propria dignità; non è solo lavoro-produzione-guadagno come pretende d’imporre l’attuale congiuntura mondiale segnata da una generalizzata crisi, che smentisce l’ottimismo di chi ritiene che la società si possa costruire esclusivamente sui rapporti di produzione e, quindi, ogni uomo vale quanto produce. Nella parabola il padrone consegna ai servi i suoi beni; é generoso e dà “a ciascuno secondo le sue capacità”, per questo esige che quanto ha donato non solo sia custodito, ma fatto fruttificare. Emerge ancora una volta la simbologia del seme e del lievito, si evoca un inizio che deve portare alla fioritura grazie al lavoro paziente e intelligente nel curare i talenti ricevuti. Noi possiamo divenire l'estate del creato se seguiamo in libertà le istruzioni: coltivare e custodire, amare e moltiplicare, non farsi condizionare dalla paura di sbagliare che rende perdenti e porta alla sconfitta sicura per la rinuncia a vincere. Occorre seguire il Vangelo che libera da questo timore, consapevoli che Dio non pretende la restituzione con gli interessi dei talenti; egli ripete a ciascuno «fedele nel poco, ti darò autorità su molto». Questa è la bella notizia che sgorga direttamente dal cuore di Dio, per nulla interessato alla quantità e sensibile alla qualità prodotta dalla nostra intelligenza, dai nostri sentimenti, dal nostro cuore, dal nostro carattere. Invece il codardo offende il Signore perché lo ritiene un padrone terribile. Questo modo di pensare potrebbe divenire l’insegnamento di una Chiesa paurosa perché si sente accerchiata, quindi si pone sulle difensive producendo frustrazione nei fedeli. Invece la prudenza cristiana presuppone anche il calcolo del rischio, il gusto di osare per superare la sindrome di una percezione del padrone esigente perché «miete dove non ha seminato», contestazione che rinveniamo negli operai impegnati dalla prima ora nella vigna e che si appellano ad una giustizia quantitativa, nelle recriminazioni del figlio maggiore che non riesce a valutare il tesoro di poter condividere ogni istante con un padre prodigo. Il servo infingardo, che per paura sotterra il talento, non vuole assumersi il rischio della responsabilità; perciò si scontra con la logica del padrone che ritiene possibile salvarsi attraverso il rischio e ricorda: «Sapevi che mieto dove non ho seminato...». In realtà non è la quantità dei talenti a dare sicurezza o a garantire un credibile alibi; lo è, invece, la capacità di farli fruttificare grazie alla creatività che rende fecondo l’impegno come la donna descritta nella prima lettura, zelante nel dedicarsi alla famiglia ella trova la propria realizzazione. Anche Paolo nella seconda lettura raccomanda ai Tessalonicesi, ansiosi di conoscere quando il Signore tornerà, di tenersi sempre pronti, di non dormire e d’impegnare i talenti nel piano di Dio in un quotidiano capace di trasformare, consapevoli che il servo pigro non viene punito perché ha compiuto del male, ma perché non ha fatto del bene, vive un cristianesimo sterile fatto di obblighi e di doveri, per nulla illuminato dalla fiducia e dalla condivisione, un cristianesimo rinunciatario, che non vuole assumersi responsabilità verso il prossimo.
La nostra attesa del Signore è sonnolenta come le vergini stolte, pigra come questo servo impaurito? Siamo convinti di essere chiamati a riconsegnare ciò che per grazia abbiamo ricevuto arricchito del nostro fattivo contributo, pensiero che aiuta a prevenire comportamenti negativi, votati al mero profitto materiale?
Siamo consapevoli che davanti al Signore contiamo per ciò che veramente ci arricchisce: il coraggio di un perdono richiesto ed accordato, gesti di bontà verso i fratelli, la tenerezza donata agli ultimi, l’empatia verso i deboli, il sostegno agli scarti di una umanità che non sa sentire la ricchezza della fratellanza.     lr 

                                                      12 novembre
Siamo alla fine dell’anno liturgico, la Chiesa invita a riflettere sugli avvenimenti ultimi non per incutere timore, ma per valorizzare ulteriormente il tempo che ci è concesso. Sovente esso appare ambiguo, tocca a noi valorizzarlo altrimenti scorre banalmente e lo viviamo da addormentati come le dieci vergini, tutte invitate alla nozze da uno sposo ritardatario. All’interno di questo gruppo quelle preparate si son procurate l’olio della costanza, della fedeltà, della forza d’animo e così attendono senza timori e con gioia il momento dell’incontro. La loro è un’attesa vigile e fruttuosa perché vivono in pieno la fedeltà all’alleanza col Signore.
Il Regno dei Cieli è paragonato ad una festa di nozze: pranzo, gioia e allegria, sposo e sposa sprizzanti giovinezza. Ma nessuno sa quanto ci si può entrare, perciò importa saper attendere col rischio di addormentarsi. Gesù, che è un realista, conoscendo il cuore umano non rimprovera. Lo hanno abituato ai nostri sonni gli apostoli sul Tabor e nell’Orto degli Ulivi. Il dramma inizia quando arriva lo sposo e un grido sveglia tutti ed alcuni si scoprono previdenti, mentre altri no. Si precipita nella tragedia quando a porte chiuse lo sposo a chi implora di entrare risponde “Non vi conosco!”. «Vegliate dunque perché non sapete né il giorno né l’ora»: è un invito alla vita, dimostrazione di sapienza per chi è capace di leggere la storia e così possedere la consapevolezza di sentirsi collaboratore di Dio; non si accontenta delle proprie sicurezze, pronto ad assumersi le proprie responsabilità perché non è consentito “prendere in prestito” i meriti dagli altri. La liturgia della Parola di questa domenica ci esorta ad avere la predisposizione per un’attesa attiva, operosa per prepararci all’incontro, consapevoli che la vigilanza presuppone la disponibilità a lottare contro torpore e negligenza, la tentazione ed il male. Sappiamo che Dio é continuamente presente nella nostra vita, a noi il compito di saper discernere le sue venute grazie alla vigilanza che consente di accorgersi della sfida che il mondo pone; a noi non è consentita la fuga, dobbiamo accettarla per non permettere alla società di riposarsi sulle posizioni conquistate, è nostro compito contrastare le tenebre come ceri posti sul candelabro. Ecco il significato del discorso escatologico che Matteo propone nel capitolo venticinquesimo con le parabole che presentano servi fedeli e prudenti, vergini sagge o stolte, chi ha paura di far fruttare il talento ricevuto e chi con ottimismo si mette in gioco per moltiplicarli. Oggi siamo invitati a riflettere sul comportamento da assumere per la prolungata attesa dello sposo, quindi come vigilare pronti all’accoglienza del tutto singolare di Gesù Cristo. Occorre prepararsi all’incontro prendendo dell’olio di riserva, cioè costruire la nostra casa interiore sulla roccia perché prestare ascolto è un operazione comune, ma a fare la differenza è la pratica di vita che consente a chi si è addormentato per il ritardo dello Sposo di destarsi: significativamente l’evangelista usa il vergo “egheíro” che implica il concetto di risurrezione! Nel giudizio al quale si è sottoposti si risponde per sé, come evoca l’olio, simbolo del desiderio dell’incontro col Signore, segno di saggezza nell’essere pronti, preparati perché quando la porta si chiude si é dentro o fuori, non esiste terza possibilità. L’incontro col Signore è festa, ma anche giudizio necessario per conferire senso alla storia e conoscere le conseguenze delle tante discrepanze tra il dire e il fare, tra un fare egoistico, autoreferenziale ed uno ispirato dalla misericordia. Così la vigilanza si trasforma nel sale che conferisce sapore al nostro agire, diventa la luce del nostro retto pensiero.
O Signore, sciogli ogni durezza del nostro spirito, aiutaci a metterci in marcia, a trovare olio sufficiente per riaccendere il nostro desiderio di Te, la nostra passione per Te. Siamo convinti che le occasioni della vita non si ripetono nelle relazioni con i fratelli, negli affetti, nella fede; il rischio è perdere l’opportunità se si aspetta troppo. O Signore, fa che sappiamo mantenere accesa la lampada per sfidare vittoriosamente le ombre che nell’esperienza quotidiana insidiano la nostra festosa attesa dello Sposo, Gesù Cristo Signore, nostro Salvatore, l’Amante Amato nel circolo radioso della relazione divina. Allora anche la notte più fitta non ci farà paura perché consapevoli che la vita è attesa non di una condanna, ma un invito alle feste di nozze. Questa fiducia rende pronti a sfidare la notte perché sicuri che il sonno non potrà appesantire le anime, convinti che le affermazioni di chi dice non c’è Sposo tanto idiota da presentarsi di notte risultano chiaramente fallaci. Possiamo assopirci perché stanchi o scoraggiati, come lo furono gli apostoli nel Getsemani quando tu solo, sudando sangue, ti preparavi all’estremo sacrificio. A volte abbiamo la sensazione che la vita riservi solo fatica, preoccupazioni e dolori. Ebbene proprio allora crediamo che l’annunzio del tuo arrivo scuote e ci toglie al sonno, pronti con la lampada che brucia olio per far luce ardiamo ancor più di amore per Te, di desiderio per una stimolante curiosità che moltiplica le nostre emozioni. Allora, conquistati da una corroborante passione, nutrita dal convincimento che soltanto noi possiamo decidere come alimentare la lampada, ci incamminiamo e, attraversando la soglia della sala del banchetto, ci predisponiamo a contemplare faccia a faccia, cuore a cuore il Padre.                          LR

                            5 Novembre XXXI Domenica del Tempo ordinario.
La liturgia della Parola invita a verificare l’autenticità della nostra risposta al Signore e il Vangelo pone due questioni a chi desidera una vita autentica. La prima fa riflettere sulla scelta tra essere o apparire, la seconda ci mette in guardia dalla bramosia del potere.
Nel capitolo 23 di Matteo si riflette la conflittualità tra la sinagoga farisaica e la comunità cristiana; iniziata al tempo di Gesù. A Gerusalemme si convoca un "concilio" per porre un riparo a velenosi antagonismi determinati dall'orgoglio, causa della caduta di Adamo. L’unico rimedio efficace è l'umiliazione, quella praticata da Gesù, il quale si è umiliato fino alla morte e per questo Dio lo ha esaltato, sintesi pregnante per esprimere il segreto salvifico della Pasqua
La contesa si è accesa per la differente concezione della Legge che può determinare atteggiamenti ipocriti di grave simulazione per ottenere vantaggi personali in termini di stima e prestigio religioso e sociale. L'uomo religioso ipocrita descritto in questo passo da Gesù procede alla sistematica scissione fra dire e fare, vive di apparenza, lontano da Dio anche se all'esterno ostenta devozioni finalizzate all'affermazione vanitosa del proprio io ammirato dal pubblico. Gesù rovescia l’idea di grandezza: si é grandi quanto grande è il proprio cuore; nel Regno i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi senza divisioni tra maestri e servi, il miglior servo sarà il vero maestro e Gesù ne fornisce l’esempio sublime. «Praticate ciò che vi dicono, ma non fate secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno»: ecco la messa in guardia contro l’ipocrisia. Anche in questa occasione Gesù si manifesta premuroso come il vasaio che è pronto a plasmare il vaso non è riuscito bene perché non intende buttar via l’argilla. Non si comporta come l’ipocrita moralista che invoca leggi dure per gli altri, come l’ipocrita l’uomo di Chiesa che manifesta severità e durezza verso gli altri e per questo si sente giusto e, quindi, pretende di essere vicino a Dio. Siamo agli antipodi rispetto a ciò che afferma e pratica Paolo rivolgendosi ai suoi fedeli di  Tessalonica (II lettura): «Avrei voluto darvi la vita». Invece l’ipocrita non ha remore a sostenere: vi ho dato la legge, ho fatto il mio dovere, adesso sono a posto!
Nel passo riportato da Matteo Gesù stigmatizza anche la bramosia di potere e l’attaccamento ad esso. Per questo motivo invita a non farsi chiamare maestro procedendo ad un significativo capovolgimento: il più grande è colui che serve; infatti per fiorire nello spirito l’uomo ha bisogno di amore e non di ricchezze materiali. Senza esitazioni Egli asserisce «Sono venuto per servire e non per essere servito». Assoluta novità di Gesù è l’annunzio che Dio è il grande servitore dell’umanità perché è Amore che crea e salva. In questo modo Egli smaschera la falsa religiosità di chi è pronto a sollecitare privilegi per ostentarli. Le affermazione del vangelo trovano una severa eco nella prima lettura, un passo di Malachia contro i sacerdoti del tempio divenuti inciampo per le fede e la salvezza del popolo. Se gli altri cercano la fama, il successo, applausi e consenso, i seguaci di Gesù devono comportarsi differentemente. Per seguire il maestro occorre superare l’insidia della ricerca del posto d’onore e praticare l’umiltà ricordando, come asserisce Isacco il Siro, che "L'umiltà è l'abito di Dio" ed è Egli stesso farne dono. Si può divenire umili contemplando Gesù, mite e umile di cuore, e desiderare di essere come Lui accettando le umiliazioni della vita praticando la saggia scelta di Charles de Foucauld che cercava sempre l'ultimo posto, sicuro che nessuno glielo avrebbe portato via.
La lezione di umiltà impartita da Gesù lo pone in rotta di collisione con i farisei che rivestivano un ruolo religioso preminente e con i cristiani che per un motivo o un altro hanno perso consistenza interiore perché non pongono al centro della loro vita Gesù. Oggi s’incontrano tanti fedeli senza Cristo, segnati dalla malattia dei farisei perché riscontrano la loro fede, le loro pratiche religiose, il loro essere cristiani in tanti comandamenti, ma rimangono senza Cristo perché intenti solo a moltiplicare pratiche devozionali. Senza Cristo sono anche quelli che preferiscono andare dietro a presunte rivelazioni private o inseguono apparenti prodigi per compensare il vuoto del loro spirito non seguendo il Vangelo! C’è anche chi cerca di adornare l'anima ma senza virtù perché privo di Gesù. Infatti, il cristiano è con Cristo solo se pratica ciò che porta a Lui ricordando che la Parola di Dio coinvolge tutti, anche i credenti non credibili, perché libera dall’incoerenza tra il dire e il fare.Gesù conosce bene quanto sono radicalmente deboli i suoi fratelli, conosce la nostra fatica. Il Vangelo lo descrive sempre premuroso verso la debolezza, come il pastore che si carica sulle spalle la pecora che si era perduta per facilitarne il ritorno, sempre attento alle fragilità, come quelle della samaritana dalla grande sete. Gesù non é mai severo contro la debolezza dei piccoli, ma condanna pii e potenti ipocriti. Non mostra intransigente severità per chi non riesce a vivere in pienezza il vangelo, ma è molto duro con l’ipocrisia di chi non ne coglie l’ideale e si rifiuta d’incamminarsi verso il Regno e pretende di appartenervi reputandosi modello di giustizia. Egli richiede non di essere già perfetti ma disponibili ad incamminarsi verso questa meta dello spirito alieni da ipocrisia e dalla vanità che condanna ad una continua recitazione per essere ammirati.
Servo è la più scioccante qualifica che Gesù si è attribuita perché ha scelto di vivere non per sé, ma porre riparo alle nefaste conseguenza di una umanità che egoisticamente coniuga i verbi avere, emergere, comandare. Ad essi Egli oppone invece la benedizione delle azioni significate dai verbi dare, scendere, servire, ricetta per la felicità assicurata dalla pace piena del proprio animo e della famiglia umana nel suo complesso.   

                                          XXX Domenica per annum
                    Esodo 22, 21-27; Tessalonicesi 1, 5c-10; Mt 22,34-40    
 
Il popolo entusiasta ascoltava volentieri Gesù perché “aveva parole di vita eterna”, ma le autorità civili e religiose ne diffidavano. Chiuse nel loro saccente senso di superiorità, non potevano assolutamente riconoscere nel figlio di un manuale la pretesa di parlare in nome di Dio.
Lo chiamavano Maestro, quale piacere, perciò, poterlo cogliere in fallo. A Gesù non sfuggiva l’intento tendenzioso nelle loro domande; intanto il loro risentimento aumentava perché le sapienti risposte chiudono la bocca a tanti nemici dichiarati, come capita a farisei, sadducei ed erodiani. Per tentare ancora una volta di metterlo in difficoltà gli propongono di dirimere una spinosa questione. Era difficile per l’uomo comune districarsi tra le prescrizioni derivate dalla legge mosaica: 613 precetti, dei quali 365, quanti i giorni dell’anno, considerati lievi e formulati in negativo e 248, quanti gli organi del corpo umano, ritenuti gravi e per questo un dovere.
Gesù non si sottrae e va subito all’essenziale rispondendo: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”.
Non é una formula nuova. Infatti nel Deuteronomio si legge “Tu amerai Jaweh tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze”, amore totalizzante se si considera che il termine cuore nella Bibbia indica l’insieme della persona, coscienza e capacità decisionale, mentre anima corrisponde a vita, esistenza quotidiana, continuo porsi di fronte al bene o al male. I dottori della legge conoscevano anche la seconda parte contenuta nel Levitico.
Gesù affianca l’identificazione tra l’amore di Dio e quello per il prossimo e la prima lettura della liturgia della Parola esemplifica praticamente tale identità. La legge mosaica regolava i rapporti col prossimo, specialmente chi era nel bisogno: il forestiero, l’orfano, la vedova, il povero; l’amore di Dio si rende visibile proprio nell’amore verso queste persone.
Gesù spiazza i rabbini: non cita le dieci parole, colloca al centro del Vangelo il motore della vita asserendo: tu amerai. Il suo desiderio è profezia di felicità coniugato al futuro perché è un’azione mai conclusa in quanto amare non è un dovere, ma una necessità per poter vivere. Quindi destino dell’umanità è che amerà. Gesù ci crede e, fidandosi, fonda salvezza e felicità del mondo sull’amore perché amare Dio con tutto il cuore dilata la capacità di amare gli uomini. Si tratta di un amore intelligente, praticato con tutta la mente per capire di più e più a fondo.
Ecco la differenza dai rabbini per i quali il grande comandamento era santificare il Sabato. La vera novità e che, posti insieme Dio e prossimo, costituiscono un unico comandamento perché in questo caso il prossimo è simile a Dio. Ne deriva la necessità di amarlo come se stessi partecipando al prodigio di questa scintilla divina perché se non si sa amare veramente se stessi non si è in grado di amare nessuno. Amare senza limiti Dio significa possedere una conoscenza che va vissuta come ascolto e realizzazione della sua volontà; su questa base si fonda l’amore per il prossimo, non una teoria: esso implica, infatti, fare “agli altri ciò che vuoi sia fatto a te”. Da questi due dipendono Legge e Profeti, perché “Non c’è altro comandamento più grande” in quanto chi non sa ascoltare il fratello che vede, non può ascoltare Dio che non vede (1Gv 4,20).
Quindi, “Tu amerai” è la nostra vocazione. Agostino commenta: “L’amore di Dio è primo nell’ordine dei precetti, l’amore del prossimo è primo nell’ordine della prassi (…) Amando il prossimo rendi puro il tuo sguardo per poter vedere Dio”, modalità scandita dall’invito di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”. Questo suo desiderio non implica simmetria, ma soltanto l’esaltazione di un amore diffusivo che abilita ad amare gli altri del suo amore, fino a dare la vita. L'amore comandamento è ancora amore? Non deve nascere spontaneamente per essere libero? La Bibbia precisa che quando si tratta di amare é sempre Dio a prendere l'iniziativa. Giovanni asserisce: "non è che noi abbiamo amato Dio, ma è Lui che ci ha amati e ha mandato suo Figlio". Quindi questo comandamento non è come gli altri precetti: noi siamo incapaci di amare Dio e prossimo se in precedenza non siamo stati inondati interiormente dall'amore che Dio nutre per l’uomo. E’ un comandamento divenuto dolce necessità. L'amore di Cristo morto e risuscitato, diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo al momento del battesimo, è un bisogno irresistibile. Perciò, la nostra vita è riassunta dalle ultime parole di Gesù prima della sua passione: "Dimorate nell'amore".      LR 

                                           22 ottobre          XXIX Domenica per annum
Isaia 45, 1.4-6;  Tessalonicesi 1, 1-5b; Mt 22, 15-21                                                     
Nelle scorse domeniche Gesù ha denunciato l’ipocrisia e l’infedeltà degli anziani che temevano le insidie al proprio ruolo di maestri e guide d’Israele. Costoro non volevano perdere la deferenza e la sottomissione del popolo ed erano invidiosi del giovane maestro. Consapevoli che risultava difficile tener testa ai suoi insegnamenti e non riuscivano a confutare il suo vangelo, si preoccupavano per le folle che lo ascoltavano con crescente stupore apprezzandone il messaggio. Lo avrebbero volentieri imprigionato, ma a trattenerli era il timore della reazione del popolo che riteneva Gesù un profeta. Negli ultimi giorni prima della vergognosa condanna in croce, Gesù si scontra con coloro che saranno i suoi accusatori al processo. Matteo dedica due capitoli alle polemiche intercorse tra il Maestro e i suoi nemici. Lo scontro con farisei ed erodiani è determinato dalla discussione circa il tributo a Cesare, con i sadducei il contrasto è sulla resurrezione, ancora con i farisei sul comandamento più grande e sulla signoria del Messia rispetto a David. Alla fine del contraddittorio risulta che ad obbedire veramente alla Legge è Gesù, mai un ribelle contestatore, ma pronto a chiarire la portata delle prescrizioni quando viene pervertita del formalismo sterile e presuntuoso dei capi del popolo. Per vendicarsi costoro ricorrono ad un espediente per metterlo in difficoltà d’intesa con i nemici erodiani, questa volta alleati per il comune odio nei riguardi di Gesù. Gli pongono un capzioso quesito nel quale s’intravede un coacervo di problemi religiosi, politici e di concreti interessi economici. Gli Ebrei non sopportavano la dominazione dei romani, ai quali dovevano consegnare molto danaro per le tasse e i balzelli loro imposti; mentre la minoranza erodiana aveva interesse a enfatizzare aspetti politici per consolidare la propria posizione. Gesù sembra senza scampo; rispondendo sì si sarebbe alienato il popolo, avrebbe rischiato il pugnale degli zeloti e la soddisfatta recriminazione dei farisei, un no lo avrebbe messo contro l’aquila romana perché accusato di essere un sobillatore del popolo ed un sovvertitore dell’ordine. Il Maestro non elude la questione ed in tal modo fa emergere la cattiva fede di chi lo ha interrogato, segnato da una gelosa ipocrisia malgrado il mielato sussiego delle parole: “sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio senza guardare in faccia a nessuno”. Queste espressioni di fatto sono una testimonianza di come egli veniva percepito anche dai suoi nemici: veritiero, impegnato a insegna la strada di Dio, per nulla intimorito, non si fa condizionare da nessuno. Gesù coglie la situazione e li apostrofa: “Ipocriti, perché mi tentate?”. Innanzitutto li ridicolizza considerandoli dei commedianti e, come altre volte, dimostra che la loro esistenza è una continua recita. L’evangelista in poche battute evidenzia con ironia la situazione racchiusa nella richiesta della moneta. Infatti Gesù non ne possiede; rispetta la legge e non usa danaro con l’immagine imperiale, al contrario degli avversari che, alla richiesta, prontamente ne mostrano una. Dimenticano di essere nel recinto del tempio e così mancano gravemente alla Legge che prescriveva di non usare altra moneta se non quella degli ebrei, motivo per cui nel recinto operavano tanti cambiavalute; inoltre i farisei portano nel luogo sacro una effigie umana, il volto dell’imperatore, gravissima offesa alla santità del luogo. Puri osservanti, come si qualificano, violano la norma per possedere denaro; infatti, l’uso della moneta implicava il formale riconoscimento della divinità imperiale in essa iscritto! Al gesto fa seguito la famosa risposta: Restituite a Cesare quello che è suo e date a Dio quello che è di Dio. Gesù volutamente usa due verbi per sottolineare la differente portata dell’azione; così afferma la netta separazione tra sfera religiosa e sfera politica, invita a rispettare le legge ma all’origine e al di sopra dell’autorità umana pone Dio perché i valori politici ed economici non possono prescindere da quelli religiosi, come non è accettabile l’invadenza della religione sulla politica. Gesù raccomanda l’equilibrio di elementi posti in dinamica relazione, affermazione che oggi conserva la sua evidente attualità e che per il cristiano comporta il dovere di consolidare nella società i valori che derivano dalla fede, senza parteggiare per un regime, interferire e allearsi. Intanto non bisogna dimenticare di rendere a Dio ciò che è di Dio: la terra e quanto contiene perché a Cesare possono appartenere cose, mentre le persone sono di Dio e nessun potere terreno può condizionare la loro libertà di figli. Gesù evita qualsiasi rischio di politicizzare Dio o di sacralizzare il potere politico. L’uomo è invitato a dare a Dio se stesso interamente e obbedire a lui; a Cesare deve invece restituire quanto gli appartiene, non il proprio cuore! Con questa risposta Egli dimostra di non essere un messia politico e contemporaneamente invita i suoi seguaci ad essere leali cittadini.  

                                          15 ottobre, XXVIII Domenica per annum
Isaia 25,6-10a; Filippesi 4, 12-14.19-20; Mt23, 1-14 
  
Il tema del banchetto è molto usato nella Bibbia. L'evento conviviale diradava la tristezza di una esistenza continuamente provata dal dolore, dalla povertà, dal sopruso subito, situazioni che facevano percepire la durezza di un esilio lontano dalla terra promessa.
Nel Vangelo al banchetto si assegna un valore positivo come comunione di convitati amalgamati dall'amicizia con Dio, pronti, quindi, a sperimentare la portata della gioia eterna. Gli evangelisti riportano diversi episodi per accreditare questa interpretazione. Le nozze a Cana, il pranzo in casa di Simone il fariseo o di Matteo e Zaccheo, l’esperienza conviviale ad Emmaus, la condivisione dopo la risurrezione sulle rive del lago del pescato arrostito, sono tutti episodi che fanno conoscere la paternità di Dio grazie alla mediazione del Cristo, suo Figlio; esperienze talmente coinvolgenti per chi vi partecipa da far mutare la propria vita consapevoli che la misericordia ricevuta genera serenità e gioia, consolida la concordia e rafforza l’amicizia.
Nella prima lettura la Liturgia della Parola propone il passo di Isaia che descrive il banchetto preparato da Dio sul monte Sion: ricco, abbondante, offerto a tutti, evidente dimostrazione di una regalità che non conosce limiti. Su questo monte i popoli gustano la salvezza definitiva in comunione col Signore grazie alla mediazione d’Israele, il quale in tal modo porta a termine il compito per il quale è stato scelto. Il dono più prezioso di Dio sul Sion è manifestarsi alle genti, le quali faranno esperienza della sua presenza. La piena comunione col Lui, simboleggiata dal banchetto, determinerà il definitivo mutamento della condizione umana con l’eliminazione del dolore, la distruzione del male, la sconfitta perfino della morte.
La premura annunciata da Isaia è presente e attiva; la speranza accesasi nell’animo non delude perché la garanzia si fonda sulla promessa di Dio, fedele per sempre. Per partecipare al banchetto occorre accogliere l’invito, condividere il pasto partecipando nei modi dovuti. Gesù ha in mente proprio questa idea quando nelle sue parabole parla del banchetto. La ricchezza del simbolismo umano e religioso prende forma nelle varie fasi del racconto non idilliaco perché segnato dal rifiuto degli invitati a partecipare: chi si giustifica adducendo pretesti, chi arriva persino a percuote i servi impegnati ad estendere l’invito. Al padrone non rimane che raccogliere altri individui per riempire la sala, situazione che enfatizza l’universalità della chiamata alla salvezza.
Le parabole, piccole storie tratte dalla vita quotidiana, presentano sempre una particolarità che Gesù usa come chiave per l’insegnamento che vuole trasmettere. Nel caso di questa domenica Egli ritiene incomprensibile che gli invitati da un re al matrimonio di suo figlio non solo non vadano al banchetto, ma bastonino chi porta loro l’invito arrivando persino ad uccidere. Chi rifiuta occupa emergenti posizioni sociali e possiede molte ricchezze perché dispone di terre e svolge proficue attività. Ma il Signore, che vuole celebrare il convivio con l’umanità, è animato dal desiderio di avere la sala piena. La festa è pronta, perciò non esita ad invitare tutti, anche ospiti non selezionati, “buoni e cattivi”, non importa. Nessuno si deve sottoporre a preliminare esami d’idoneità perciò nessuna scusa può risultare valida perché il suo desiderio è gratuito, non pretende nulla in contraccambio. Egli vuole solo “che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità”.
E’ un desiderio che ci insegue costantemente; Dio non si cura che gli invitati sono poveri, storpi, ciechi, incapaci di restituire alcunché. Egli pone solo due condizioni: accettare l’invito senza lasciarsi distrarre da altri interessi ed entrare nella sala indossando una veste adeguata. Per il cristiano si tratta della definitiva decisione di liberarsi dell’uomo vecchio per assomigliare, grazie al battesimo, all’uomo nuovo, vale a dire Gesù in persona. Chi partecipa al banchetto non ha nulla di proprio, la sua è la condizione dei vagabondi nelle strade, degli scarti dell’umanità, non di chi é sazio e soddisfatto o possiede più del necessario e, di conseguenza, non sa apprezzare l’invito perché pretende di conservare privilegi e differenze e, per questo, mantiene le distanze. E’ un atteggiamento offensivo verso il Padre, che non può tollerare queste discriminazioni perché vuole che tutti sperimentino il banchetto della convivialità e dell’uguaglianza. Nessuno è tagliato fuori, si devono solo rispettare le regole per parteciparvi. La veste richiesta implica la correttezza nei comportamenti, la volontà di orientare la propria vita secondo i dettami dell’amore di Dio. L’esperienza esaltante della sua bontà spinge ad aver fiducia e a produrre una reale conversione perché l'amore divino ricevuto in dono non può rimanere senza effetti.
Il Signore non cerca uomini perfetti, ma persone che si sono incamminate, anche se a tentoni o claudicanti, perché il paradiso, come la sala del banchetto di nozze della parabola, é pieno di peccatori perdonati! Il Signore lo sa perché anche Lui entra nella sala, non rimane un Dio lontano, separato. Egli condivide l’esperienza con gli invitati perché gli sta a cuore la gioia dell’umanità, motivo per cui se ne prende cura. Chi non è vestito in modo adeguato o si rifiuta d’indossare l’abito delle nozze di fatto nel profondo del suo animo è rimasto fuori, non ha compreso il significato della festa, cioè che in cielo si gioisce salmodiando per ogni peccatore pentito, per ogni figlio che torna ad abbracciare il Padre, per ogni mendicante d’amore che bussa alla porta dal Buon Samaritano.
Facciamoci sorprendere dagli inviti divini, nessuno può essere estraneo per il Padre, nessuno é impossibilitato ad accogliere la chiamata perché tutto possiamo nel suo nome come l’apostolo Paolo, il quale ha imparato ad adattarsi in ogni situazione, nel bisogno come nella tribolazione, conservando la serenità e l’anelito a partecipare al banchetto dell’amore nel Regno dei cieli.
La Salvezza è un mistero di grazie e di amore affidata alle nostre mani operose, al nostro cuore partecipe. Secolarismo, agnosticismo, materialismo pratico cercano nella Chiesa di minare alla base la vita cristiana, ma con umiltà e fiduciosa determinazione noi siamo invitati ad andare nei crocicchi delle strade del mondo per invitare tutti, specie gli scarti, gli sconfitti, i disperati, che il Padre è pronto ad accogliere, rincuorare, rifocillare, dare gioia ad una umanità affratellata, pronta a brindare grazie alla redenzione operata da Cristo. 

                                                             8 Ottobre 
Vite, uva, vino sono simboli ai quali Gesù fa spesso riferimento; non deve meravigliare quindi se da tre domeniche nella celebrazione della Parola si parla della vigna. Gesù evidenzia la continuità tra la parabola dei vignaioli omicidi narrata oggi e quella dei due figli domenica scorsa. Per descrivere la relazione tra Dio e popolo anche Isaia usa questo termine per indicare gli Israeliti, appellati piantagione amata anche se causa di continue delusioni perché produce solo amari chicchi d’uva selvatica benché il Signore abbia curato bene i filari. Il passo di Isaia può essere diviso in due parti: nella prima si descrive la vigna, dono del Signore al popolo dell’alleanza, un canto d’amore; nella seconda si mettono a confronto le attese di Dio e l’incapacità del popolo che determinano il disinteresse del padrone con le relative gravi conseguenze nella vigna.Il brano del vangelo riecheggia la prima lettura, ma l’attenzione dalla vigna passa ai vignaioli, ai quali il padrone invia per due volte i servi per ritirare il raccolto, ma inutilmente; ecco perché manda il figlio. Le ombre della mancata collaborazione alla salvezza non inducono il Signore a dimenticarsi dell’uomo; il campo sterile di quest’ultimo non vanifica il progetto divino che risulta più forte dei tanti tradimenti. E’ il contesto nel quale Matteo inserisce il racconto, collocato alla vigilia della passione di Gesù. Questi dimostra di essere cosciente della sua missione di Figlio inviato, mentre la conclusione della parabola risulta evidente: la vigna, tolta ai capi del popolo della promessa, sarà data ad una nuova collettività: la comunità dei poveri e dei miti.
Ad insidiare i raccolti dei campi del Signore e la vendemmia della grazia oggi è la violenza del non ascolto, il reiterato rifiuto di prestare attenzione, la progressiva emarginazione, la sottile calunnia o il dichiarato disprezzo, mentre la manipolazione di perfidi vignaioli nella Chiesa insidia la caritatevole azione di chi esercita autorità. E’ una situazione che c’interpella continuamente perché costituisce anche un esame di coscienza circa il progressivo affievolimento della nostra fede, il liquefarsi della testimonianza circa i valori cristiani, il raffreddarsi della vitalità missionaria. Ne deriva l’eventualità, non troppo remota, che la vigna possa essere affidata ad altri. E’ già avvenuto in passato e non solo con gli Ebrei. Tanti popoli cristiani una volta residenti nella mezza luna fertile dell’Africa del Nord e dell’Asia si son visti privare del dono della vigna. A noi è assegnata la responsabilità della risposta al quesito: siamo capaci di continuare ad apprezzare quanto il Signore ha fatto per l’umanità e gustare il vino inebriante della festa che redime?  Mentre riflettiamo su questo punto dobbiamo anche ricordare che noi siamo oggetto della pazienza di Dio. Egli si attende una sinergia di relazione tra vigna e vignaiolo perché generi un amore profondo, icona di quello tra Dio e il suo popolo. La Chiesa deve continuare a trasmettere il messaggio dell’immensa misericordia del Signore, pronto a donare il Figlio per la salvezza di tutti.  

                                                                       1 ottobre
Gesù riassume le caratteristiche dell’umanità nei due figli della parabola: uno ribelle, l’altro servile; non esiste un terzo che eventualmente possa rappresentare il figlio ideale, nel quale con coerenza si riscontra la corrispondenza tra il dire e il fare. Il primo figlio, impulsivo, sente il bisogno di misurarsi con le richieste del padre contestandole; l'altro, chiaramente immaturo, si accontenta di apparire ossequiente. Entrambi manifestano un’idea comune: esser convinti di avere a che fare con un padre-padrone; ma il primo si pente e comprende che la vigna dove va a lavorare non è solo il luogo della fatica, ma anche il terreno dal quale si ricava il vino da distribuire per la gioia della casa grazie alla propensione del padre a condividere tutto.
Nel commento Gesù accusa i farisei di non aver creduto a Giovanni perché refrattari all’azione di Dio. Costoro avrebbero dovuto insegnare al popolo come obbedire alla volontà del Signore, ma in realtà non credono; invece, quelli che si riteneva esclusi dalla promessa sono pronti a credere. I farisei non hanno scuse perché hanno “visto queste cose” e, nonostante ciò non si sono “nemmeno pentiti così da credergli»”. Il Maestro introduce il tema del pentimento nella prospettiva dell’evangelista Matteo, un ex pubblicano particolarmente severo nei confronti delle autorità del Tempio, completamente refrattarie, mentre egli ha sperimentato la misericordia giovandosi della forza del perdono. Chi fa la volontà del Padre? Chiede Gesù. Chi è consapevole che la fioritura della vigna è compito anche di coloro che abitano nella casa da figli liberi e non da servi sottomessi. Ecco il motivo perché i pubblicani saranno migliori dei farisei. Costoro conoscevano gli antichi profeti, ma non hanno lavorato dove li intendeva mandare il padre, formalmente non disobbediscono, gente religiosa ma incapace di aprirsi alle nuove prospettive della salvezza perché soddisfatti della Legge. Gesù parla al piccolo fariseo che è in noi: educazione, cultura, amici forse aiutano a non commettere gravi disobbedienze, una situazione che può rivelarsi anche una rischiosa mancanza di opportunità rispetto a chi, non partecipe di questa condizione, disobbedisce; ma - paradosso del Cristianesimo – questo demerito si trasforma in occasione di pentimento che fa scoprire la vera Legge, quella dell'amore, come capita al ladrone pentito. Questi si sente dire: "Oggi in Paradiso" nonostante il male commesso perché la sua disobbedienza è stata cancellata dalla misericordia, proprio come sostiene Gesù alla fine di questa pagina evangelica.
Allora dobbiamo porci la domanda: siamo cristiani di facciata o di sostanza? Solo credenti o anche credibili? Siamo pronti a testimoniare con la nostra vita che in Dio non c'è condanna, ma promessa di vita rinnovata perché ha fiducia in noi, nonostante gli errori commessi e i ritardi nell’incamminarci per la giusta via? Dio continua a fidarsi di noi perché non è un dovere al quale adattarsi, ma un Padre che genera stupore, libertà gioiosa, riscaldata dal vino della festa prodotto nella sua vigna. Il suo amore riesce a sbriciolare il peccato, ma non può nulla contro chi agisce per convenienza. Gesù, che chiede: “che ve ne pare?”, costringe a rispondere all’invito “Figliolo mio” vai a lavorare nella vigna”, collabora al mio disegno di salvezza dell’umanità. Non rispondiamo con un compromettente “sì signore” come il secondo figlio, impegnato ad osservare leggi che sente un legame stringente imposto da un padrone e non sollecito invito a sperimentare col Padre la bellezza di un impegno altruistico che genera serenità. A Gesù che incalza nel chiedere quale è la volontà del Padre, manifestiamo la nostra disponibilità a collaborare. E’ vero, non ci sentiamo i primi della società, ma il perdono di Dio consente a noi - gli ultimi – di passare avanti e prendere il posto nel regno perché se Dio, che rispetta la nostra libertà, non può nulla quando si vive nell’egoismo e nell’avidità, attenti solo al presunto interesse, può tutto con i peccatori disposti a convertirsi celebrando riconoscenti il perdono del Padre.

                                                    24 settembre
Dalla parabola del servo spietato di domenica scorsa passiamo a quella della scandalosa misericordia di Dio ottenuta non per meriti, ma solo per dono essendo “grazia” del Signore. La sua comprensione risulta a noi difficile perché condizionati da tanti atteggiamenti negativi tra i quali va annoverata la  gelosia, cioè il rattristarsi di un bene che non si possiede; essa si accompagna all’invidia per un bene che si intravede nell’altro. Nella parabola proposta da Gesù l’indignata reazione è nei confronti di un peccatore convertito da parte di chi ritiene che da anni ha prestato onorato servizio ma ha dimenticato di orientare lo sguardo verso ciò che conta veramente. Il Talmud di Gerusalemme riporta una parabola rabbinica che, al contrario di quella che si legge nel vangelo di questa domenica, esalta la logica meritocratica di chi, ben dotato, in due ore di lavoro opera più di chi è impegnato per un’intera giornata e perciò viene premiato con un trattamento migliore. Siamo agli antipodi rispetto all’esaltazione che Gesù fa della gratuità.
Tre sono le scene nel racconto. Nella prima si descrive la chiamata a raccolta fino alle cinque del pomeriggio, quando il padrone chiede ai disoccupati la ragione del non far niente. Costoro rispondono: “Nessuno ci ha presi a giornata”. Allora egli, non l’amministratore, li ingaggia manifestando così la sua sollecitudine. Nella seconda scena si applica quando prescrive la Legge: dare il salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché l’operaio è povero. Si procede però in ordine inverso creando attesa nei lavoratori della prima ora, alla fine delusi perché “anch’essi ricevettero ciascuno un denaro”. Inizia il mormorio di protesta, vero cancro nelle relazioni umane. Non si sopporta il fatto d’essere considerati alla stessa stregua: appare un’ingiustizia, non si ritiene che possano esserci altri criteri. Nella terza scena c’é il commento del padrone della vigna preceduto dall’esclamazione: “amico”, lo stesso termine usato nella parabola del banchetto per l’uomo sprovvisto dell’abito e per Giuda che tradisce! La sentenza di condanna è racchiusa nell’espressione: “Prendi il tuo denaro e vattene”. Il padrone rispetta la giustizia, ma dona di più perché gli operai dell’ultima ora, poveri come i primi, possano portare a casa il salario per la famiglia. Così Gesù esalta la giustizia non retributiva e meritocratica, consapevole che accanto a noi ci sono persone meno fortunate per nascita o per storia, individui deboli che non possono o non sanno lavorare come noi, ma comunque nostri fratelli e sorelle. Se non comprendiamo il comportamento di Dio allora anche per noi vale quanto afferma il padrone: “il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?”; ecco il meccanismo dell’invidia - da in-videre, cioè non voler vedere la felicità dell’altro, gelosia da combattere per saper giungere alla com-passione e all’empatia.
Le modalità pagamento pongono qualche problema per il capovolgimento dell’ordine naturale; ma è il segno della fantasia di Dio, non è arbitrario perciò noi dobbiamo individuarne la ragione. Il Vangelo ci ricorda che se vogliamo imitare Cristo dobbiamo spogliarci di tutte le pretese e sentirci ultimi con gli ultimi. Del resto non sappiamo perché questi fratelli sono stati tutto il giorno senza fare niente. Il padrone si prende cura di loro, li ritiene più importanti del mero vantaggio per la vigna: é un Signore impegnato contro la cultura dello scarto. Così Dio giunge insperato e benedetto ai quattro quinti dei lavoratori, assicurando ad ognuno il necessario per mantenere la famiglia, il pane quotidiano per il quale preghiamo con le parole che ci ha insegnato Gesù. E’ un padrone che non dà a ciascuno il suo, ma a tutti il meglio perché ritiene legge prioritaria che l'uomo viva; ecco perché non é ingiusto verso i primi e generoso con gli ultimi. Egli non paga, ma è pronto a donare. Dio della bontà non segue le regole dell'economia; ama in perdita per insegnarci che la nostra più bella speranza è la gioia del dare più che del ricevere in quanto l'uomo viene prima del mercato e il bisogno da soddisfare prima dei meriti da premiare. 
Qualcuno potrebbe chiedersi allora quali sono i vantaggi degli operai della prima ora: la soddisfazione di aver dato di più al mondo, di aver fatto fruttificare di più la terra secondo il comando di Genesi rendendo così più bella la vigna contenti della bontà di Dio. Già Isaia nella prima lettura precisa che il Signore ci dirige sulla strada giusta, che non è quella che possiamo immaginare; perciò, dobbiamo abbandonare i nostri criteri di giudizio dalle prospettive limitate e limitanti. Al termine del pellegrinaggio terreno ci attende non una ricompensa proporzionale alla distanza percorsa, ma rispetto alla qualità. Il Signore dona il suo amore a chi lo cerca con cuore sincero, libero da egoismi e della pretesa di veder riconosciuti presunti meriti ritenuti superiori a quelli degli altri. La ricerca di Dio non presuppone una gerarchia di diritti perché l’amore del Signore non si lascia valutare in termini quantitativi, è il dono della chiamata a collaborare per costruire il regno, nel quale non sono previste precedenze, gerarchie, posti privilegiati. Operai dell’ultima ora possono essere anche coloro che risiedono stabilmente nelle periferie, povera gente anche lontana dalla stretta osservanza e che ha risposto all’invito di Gesù. Egli rivolge a tutti un annuncio ricco di speranza, capace di generare fiducia in chi si comporta secondo i dettami del vangelo. 
Come viviamo il nostro rapporto col Signore? E’ una relazione nella grazia oppure una prestazione meritoria? Una risposta incoraggiante la fornisce Giovanni Crisostomo. Egli ricorda a chi ha lavorato dalla prima ora che può attendersi il giusto salario; chi dopo la terza deve rendere grazie e fare festa; chi inizia alla sesta non deve manifestare esitazioni di sorta perché non subirà decurtazioni di paga; chi si è attardato fino alla nona s’impegni ad operare con lena per il tempo che rimane; chi è giunto soltanto all’undicesima ora non abbia timore per il suo grave ritardo perché il Signore è generoso; infatti, accoglie l’ultimo come il primo perché è prodigo nella sua misericordia. 

                                                    17 settembre
«Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette», cioè sempre perché unica misura del perdono è farlo senza misura. Il Vangelo è proprio il lieto annunzio che l'amore di Dio non ha limiti; perciò, devo perdonare perché così fa Dio. Gesù lo racconta con la parabola dei due debitori, nella quale il re è campione di compassione; sente suo il dolore del servo, che ritiene valere più dei suoi diritti. Non c’è alternativa o acquisire un cuore regale o mantenere quello servile di chi "appena uscito" - cioè appena liberato e restituito alla famiglia, dopo aver fatto esperienza della compassionevole misericordia del re - vuole essere pagato dimostrandosi spietato e crudele nel sollecitare giustizia, quella umana del dare a ciascuno il suo. Gesù propone invece un nuovo equilibrio tra dare e avere: l'eccedenza, vale a dire perdonare sempre, amare i nemici, dare senza misura.
Perdonare significa liberarsi da tentacoli che ci annodano per guardare al futuro. E’ l’agire di Dio, che perdona non come un liberatore. Nel suo vangelo, Matteo che ha sperimentato personalmente la portata della misericordia, la estende anche al colpevole che ci ha danneggiato.
E’ possibile per un essere umano comportarsi così? La prassi sembra dire di no. Infatti, perdonare non è umano, é di Dio. Il suo perdono è infondere dentro di noi la sua forza purificatrice. Perciò, perdonare gli altri diventa la condizione necessaria per entrare nel Regno dei cieli, come si desume dalla conclusione della parabola. Quindi non va prosciugato in noi il fiume della misericordia che dovrebbe raggiungere i nostri debitori per non continuare ad essere sperduti girovaghi nell’arido deserto dell’egoismo.
La pedagogia praticata da Gesù prepara al perdono, un lungo cammino per sottrarsi alle passioni. Nel XX secolo si è ritenuto che religione del perdono fosse quella del debole. Ma perdonare non significa che le azioni inique commesse non siano un male, bensì rifiutarsi di giudicare una persona solo per un’azione riprovevole commessa, senza dimenticare che la misericordia non ignora l’esigenza di giustizia, anche se vanno tenuti separati il concetto di perdono e quello di riparazione, forieri entrambi di riconciliazione. Infatti, Dio concede il perdono a chi lo sollecita con vero pentimento, ma richiede sempre di riparare al male fatto; tuttavia, operare in tal senso risulta sempre estremamente arduo se nel cuore si porta rancore e la collera riempie la nostra vita, sentimenti che fanno morire nel nostro animo proprio l’amore che ci unisce a Dio. Mentre la propensione al perdono induce a contemplare l’esempio e mettersi alla scuola di Gesù che si dona. Egli è stato capace di chiedere perdono persino per i suoi crocifissori trasformandosi addirittura in loro avvocato difensore presso il Padre col sostenere: “Non sanno quello che fanno”.  

                                     10 settembre XXIII domenica per annum
Ezechiele 3, 7-9; Rm 13, 8-10; Mt 18, 15-20                 
Sovente si ritiene che la Parola di Dio debba essere un riferimento solo nelle questioni religiose; invece gli insegnamenti della Bibbia sono validi per tutte le esperienze, rivelandosi forza vivificante nella vita del singolo e nelle relazioni familiari o nella comunità. La liturgia della Parola costituisce un convincente esempio. Impegnati a capire il contesto nel quale viviamo, siamo invitati a confrontarlo con la volontà di Dio, come ha insegnato a fare Gesù. E’ stata la missione dei profeti impegnati a manifestare al popolo i disegni del Signore; perciò non esitavano a rimproverare quando gli Israeliti disobbedivano e così, praticando la correzione fraterna, rafforzavano la speranza nella terra promessa e nel Messia.
La giustizia cementa la solidarietà umana, coinvolgendo perfino giusto e prevaricatore, buoni e cattivi, perché chi si percepisce nel giusto deve preoccuparsi anche del fratello affinché il bene possa prevalere. Nella seconda lettura Polo esorta: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole”. Essere cristiani comporta l’impegno a collaborare per soddisfare il bisogno di salvezza che alberga in ognuno di noi, premura che deve spingere alla reciproca amorevole correzione per riportare sulla via del bene chi é caduto nell’errore e nel peccato. Infatti, per il cristiano l’altro non è uno diverso da sé, il Vangelo obbliga a considerarlo fratello.
Nel brano di oggi, l’evangelista Matteo, sempre prodigo di concreti suggerimenti per orientare la comunità, presenta correzione e perdono fraterno come la regola d’oro alla quale si devono attenere i membri della comunità per promuovere e consolidare l’unità e la concordia. Gesù commenta alcune usanze ispirate alla legge di Mosè prendendo le distanze da come i farisei l’applicano. Il rimprovero al fratello va fatto con discrezione e delicatezza. In caso di lite la presenza di testimoni o il ricorso alla comunità vanno rispettati, come le modalità nel pronunciare una sanzione dopo della quale il colpevole va considerato come un pagano e un pubblicano.
La domanda di Pietro: Quante volte devo perdonare? é la chiave del discorso. "Non sette volte ma settanta volte sette"; vale a dire sempre perché la legge è a servizio dell'uomo. Il perdono non è emozione, ma un atto concreto che mette in moto una decisione la quale non è stimolata da un singolo evento ma è frutto di un percorso di vita. Risulta molto difficile perché, superando i nostri istinti, induce chi ha subito un torto a convertirsi, ardua determinazione offerta all'uomo perché possa risanare la storia rattoppando la trama delle relazioni tra singoli e tra popoli. Il Vangelo ci propone una sorta di percorso che prende le mosse dalla disponibilità nel riconoscere altro come fratello, solida opportunità per iniziare un dialogo. A queste condizioni diventa proficuo il primo passo per superare il mutismo ostile dell’offeso, pronto a ricominciare un rapporto. Se l’altro ascolta, allora avrai guadagnato veramente un fratello trasformando la situazione in un tesoro personale e per la comunità. Se non ascolta non sia comunque uno scarto. Il perdono reciproco è anche perdono di Dio: lo asserisce chiaramente Gesù quando dice:“quello che legate sulla terra, resterà legato in cielo”. Imitiamolo, allora, quando siede con i pubblicani per annunciare il vangelo della tenerezza di un Dio Padre, prodigo di amore per farci divenire presenza trasfigurante nella comunità.
Gesù é venuto per portare a compimento la legge, cioè conferire pienezza di senso nella libertà di coscienza e nella preminenza dell'amore. In verità tutte le leggi venute da Dio hanno lo scopo di mostrare come rispettare e accettarsi gli uni gli altri per vivere insieme ed essere felici. Così dovrebbe essere per le leggi umane. Egli ha voluto rivelare il senso vero di "non uccidere", "Non imbrogliare", "Non commettere adulterio" asserendo che sono esplicitazione dell'unica legge: "Amerai il prossimo tuo come te stesso".
Oggi si critica la morale giudeo-cristiana fondamento delle leggi della chiesa. Ma essa è stata vivificata dal soffio liberatore di Gesù Cristo col dono dello Spirito Santo per cui il Vangelo non propone leggi supplementari, né può essere considerato un trattato di morale. Infatti, è appello a vivere secondo coscienza praticando le beatitudini, esaltazione della dignità dei figli di Dio. Per aiutare a vivere secondo questo modello la chiesa elabora le sue leggi, segnali comunitari per sostenere uomini imperfetti. Una sola è la legge assoluta: saper amare come Cristo, che chiede più di qualunque legge umana abbandonandoci allo Spirito Santo, che insegna a vivere in verità tale legge e tale amore. La Chiesa deve essere segno della presenza di Dio, ruolo e funzione dei quali il mondo ha urgente bisogno. Una comunità unita e solidale rende efficace la stessa preghiera “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.​​​​​​

                                                     3 settembre
XXII per annum Geremia 20, 7-9; Rm 12,1-2; Mt 16, 21-27
La liturgia della Parola ci ricorda quali sono le condizioni per essere veri discepoli di Cristo. Possono fare paura se non si comprende bene il significato e, quindi, reagire come Geremia, il quale tentava di negarsi all’invito ad essere profeta. Invece, Paolo ci esorta nella lettera ai Romani ad offrirci a Dio, darci interamente a Lui come sacrificio vivente.
Il passo del vangelo costituisce una sorta di spartiacque tra la prima fase del ministero di Gesù e la seconda, quella che porta a Gerusalemme e, quindi, alla croce. Egli vuole preparare i suoi a tutte le evenienze. Pietro coglie subito l’intenzione e, nella sua immediatezza, reagisce. E’ lo stesso Simone, figlio di Giona, elogiato la scorsa settimana per la sua fede, motivo per cui è diventato Pietro, ma la sua interpretazione del Messia lo confonde, ecco la reazione alla quale fa riferimento il vangelo di questa domenica. Per lui messia significa condottiero vittorioso, capace d’inaugurare il regno d’Israele, le parole di Gesù lo confondono e diventa per il Maestro un tentatore.
"Tu mi hai sedotto... mi hai fatto forza". Geremia esprime così la sua esperienza con Dio. Anche Pietro conosce la seduzione di Cristo: " Tu sei il Cristo il Figlio di Dio vivente". Pietro si aspettava un Messia trionfante ma Gesù comincia a smontare le sue illusioni parlando della sua morte. Pietro reagisce ma Gesù non molla: "Lungi da me satana....non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!".
La croce fa paura, incute terrore in Pietro e fa riflettere anche Gesù, consapevole di cosa lo attende e pronto a pregare il Padre perché allontani il calice. Ma Egli fa prevale il piano di Dio, sa che è la sua missione, deve insegnare ai dodici che la vocazione del vero discepolo comporta la disponibilità a prendere la croce, se necessario accettare sacrifici per rimanere fedeli. Egli non esorta all’autolesionismo, ma invita ad imitare Lui pronto a gesti d’amore senza misura.
Se si risponde rassegnati al suo invito, allora tutto diventa incomprensibile. Ecco la necessità della conversione per avere fede e, quindi, essere disponibili anche a perdere tutto perché, se riteniamo che morte e sofferenza siano soltanto un pericolo da evitare, allora diveniamo scandalo per i nostri fratelli rischiando di ostacolare il piano di Dio. Gesù, invece, è categorico: alla risurrezione del terzo giorno non si va scavalcando ma accettando la sofferenza.
Interpretato letteralmente il rimprovero di Gesù a Pietro suona durissimo: Va dietro a me, Satana. In effetti, collocato nel giusto contesto, è un deciso invito alla conversione. Come se Gesù dicesse: ritorna nei ranghi, mettiti dietro a me e continua ad essere un mio discepolo!
Pietro è preda della logica umana, non ha ancora compreso che Dio sceglie di non somigliare ai potenti perché sua prerogativa è la forza del suo amore. Egli lo dimostrerà il terzo giorno, quando il potere del mondo risulterà impotente. Egli pone come condizione il rinnegare se stessi, che non significa buttare i propri talenti, ma realizzare la propria esistenza oltre se stessi. Perciò non fraintendiamo l’espressione: prendere la croce. Infatti non si tratta di un invito alla rassegnazione. Gesù non dice sopporta, ma prendi: azione cosciente, generata dalla follia d’amore e che determina la stupefacente esperienza del chi perde la vita, la troverà, con l’evidente enfasi posta sul trovare, cioè sul realizzare pienamente la propria esistenza. Quindi l’insegnamento di questa domenica si sintetizza nell’espressione: perdere per trovare, consapevoli che noi siamo ricchi soltanto di ciò che siamo in grado di donare.
La logica della vita cristiana è la Croce. Gesù rivela ai suoi discepoli che la sequela di Cristo implica la logica della Croce. "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" La fede è una seduzione ma una seduzione esigente non può pretendere di aggirare la croce. Il Signore ci invita a rinunciare a noi stessi, ad immaginare un trionfo del Cristo che passerà dalle nostre mani. Non scendere a patti con la sofferenza ma entrare nel mistero di amore, nell'avventura del dono totale di sé. Ciò che crocifigge gli apostoli è soprattutto che l’esigente Parola di Dio, buona novella che offre felicità ma va anche controcorrente rispetto ai pensieri e desideri del mondo. Paolo, cosciente che l'autentico apostolo deve guardarsi da parole compiacenti e non avere  preoccupazioni se non di piacere a Dio, esorta fare della vita una liturgia rifiutando di modellare la vita sul mondo presente. Dinanzi a queste esigenze siamo tentati come Geremia, Mosè, Elia a fuggire dalle nostre responsabilità e a rinunciare di parlare di Dio. E’ la tentazione di Geremia " Io mi dicevo: non penserò più a Lui , non parlerò più in suo nome". Nell'ora della passione Pietro rinnega. Ma Geremia deve comunque dichiarare: "Io avevo dentro di me come un fuoco divorante nel più profondo del mio essere. Mi impegnavo a dominarlo senza riuscirci". Dio: fuoco divorante impossibile da dominare. Perciò lasciamoci guidare dalla Parola e trasformare dai pensieri di Dio.  

                                                     27 agosto
La settimana trascorsa è stata scandita da episodi che hanno fatto precipitare ancora una volta l’umanità nella barbarie e l’epicentro è stato a Barcellona. Nella nostra Valle si è continuato a trascinare l’esistenza, immersi nelle solite occupazioni di un’estate segnata da una sostanziale fatalistica indifferenza. I giovani, sempre più popolo della notte, probabilmente per non vedere e sentirsi responsabili di quanto sta accadendo, trovano il loro momento di maggiore socializzazione durante le ore piccole tra assordante musica dal ritmo binario e l’immancabile drink (solo uno?!).
A queste condizioni quanto un noto drammaturgo ha immaginato circa la reiterata condanna di Gesù sarebbe confermato perché, esaminando la storia degli ultimi duemila anni, nulla è mutato in meglio e, perciò, non sarebbe il Figlio di Dio!
Che ne dite? Mi pare che, partendo da queste premesse, sia abbastanza coerente il verdetto del giudice, ma a una condizione se, leggendo nel profondo della vita degli uomini, veramente il loro cuore è rimasto indifferente alla domanda: Chi dite che io sia?
Raccontare l’esistenza personale con le opere e testimoniare il bene ricevuto muta prospettiva e capovolge la sentenza, come avviene nel Processo a Gesù scritto da Diego Fabbri. Allora perché non gridiamo con la nostra vita che l’incontro con Gesù nel profondo ci ha cambiati?
Le domande poste non attendono risposte imparate a memoria durante i pochi minuti della lezione di catechismo, ma una coinvolgente esperienza quotidiana vissuta in sua compagnia.
La liturgia della parola di questa domenica invita a fare proprio ciò. Nella prima lettura emerge la chiave come simbolo del potere, la stessa che riceve Pietro nel passo del Vangelo. Nella seconda Paolo celebra la grandezza e la singolarità dell’intervento di Dio nella storia. Il passo del vangelo ci presenta ancora una volta Pietro. L’apostolo, nel dubbio due domeniche fa, oggi pronunzia il suo credo in Gesù. Simpatico, impulsivo, generoso e vile, nel suo personaggio è sintetizzata l’intera umanità con difetti e qualità.
I discepoli, a Gesù che chiede loro cosa si pensa di Lui, rispondo facendo riferimento a persone note e ritenute importanti, non hanno capito che il Maestro desidera una risposta personale. Ecco perché precisa con quel: Ma voi…
Pietro risponde facendo parlare il cuore e per questo riceve le chiavi, un episodio talmente importante da essere letto e meditato ogni anno. In effetti esso ci fa capire che Gesù ha preparato i suoi discepoli per la missione facendosi scoprire nell’intimo del suo essere. La domanda da lui posta è stata ripetuta lungo tutta la storia e di fatto prolunga la sua missione di Messia.
Il chi sono io per voi? invita ad intessere un rapporto vivo e vero. Simone lo comprende, ecco perché diventa Pietro, rivestendosi così di una funzione che lo contraddistingue da duemila anni nei suoi successori.
La risposta di Pietro consente una ulteriore riflessione. Egli asserisce: Tu sei il Cristo, non usa il nome proprio, ma evidenzia la funzione del Messia per tutti noi: Figlio del Dio vivente, cioè di Colui che anima la vita, presenza che ci trasfigura nelle esperienze difficili, che cambia anche i vili come Simone, figlio di Giona, in Pietro.
La mia vita è cominciata il giorno in cui ti ho incontrato: quanti possono fare tale affermazione? Uno sguardo, un invito, una conversazione, un servizio reso o ricevuto hanno segnato il destino di Pietro. Tutto è iniziato dopo che il Signore ha pronunciato la frase: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa". Allora fu scelto ed ha ricevuto un nuovo nome e la funzione di essere solida roccia per i fratelli.
La vicenda di Pietro dimostra che le scelte di Dio sono gratuite e misteriose. Egli preferisce i piccoli, i dimenticati, i fragili e imperfetti disposti a fare affidamento nell'amore insondabile del Signore.
Gesù chiede a ciascuno di noi: Chi sono io per te? Apriamo il nostro cuore, viviamo l’esperienza di essere la culla dell’amore di Dio e non la tomba.  Anche noi professiamo la nostra fede pasquale pronti a dire sì al Figlio del Dio vivente. Anche noi, come l’apostolo, dobbiamo divenire rocciaper dare solidità alla comunità, infondere forza nel fratello che soffre, coraggio in chi è assalito dal dubbio trasformandoci in chiave per aprire la porta di Dio e far gustare la Vita in pienezza.                                 lr  20 agosto
Riprendiamo il nostro viaggio domenicale per seguire le indicazione della Liturgia della Parola, impegno oggi particolarmente difficile dopo le immagini da incubo di Barcellona.
E’ possibile dare credito allo straniero che viene da noi? E’ possibile credere a chi asserisce di adorare lo stesso Dio e solo il suo modo di pregarlo è diverso?
Mentre nei nostri occhi scorrono, come in un film di terrore, le immagini di attentati fatti in nome di Dio noi dovremmo riconoscere che il mondo è pieno di cercatori del Bene. Difficile accettarlo quando la tensione per un futuro incerto diventa paura per un pericolo imminente.
Probabilmente questo è il nostro stato d’animo, allora facciamoci interrogare dalla Liturgia della Parola, in particolare dalla protagonista del passo del vangelo, la madre cananea che sorprende anche Gesù per la sua fede, semplice ma coinvolgente. Lo abborda per chiedergli la guarigione della figlia, gesto di profonda umiltà dovendosi rivolgere ad un esponente di un popolo che, preoccupato di emarginare in tutti i modi i pagani, la considera un cane.
Questa madre è pronta a tutto pur di salvare la figlia. Trasforma il suo doloroso grido di aiuto in una preghiera che stupisce lo stesso Gesù. Invocato come Salvatore, egli non può non rispondere alla supplica mutando completamente atteggiamento rispetto a quello assunto prima quando, in ossequio alla legge, non le aveva rivolto nemmeno la parola.
Ma la donna è insistente, anzi noiosa e irritante, al punto che i discepoli, ancora lontani dall’aver colto la situazione e compreso l’insegnamento del maestro, lo invitano ad esaudirla ma solo per evitare il fastidio del suo stridio alle loro orecchie di pii israeliti.
La situazione da Gesù viene subito trasformata in occasione per fare catechesi. Infatti egli precisa che la sua missione è radunare e confortare le pecore perdute d’Israele. La donna non desiste. Ancora una volta cerca aiuto; è disperata nel vedere la figlia ammalata nel corpo e nell’animo.
Ma Gesù sembra inflessibile: vengono prima i figli, poi il resto, anche i cagnolini, intendendo - secondo il costume degli Ebrei - riferirsi ai pagani come la cananea. A questo punto l’intuito disperato di una madre con un colpo di genio mette anche il Maestro alle strette ricordandogli che le briciole che cadono dalla tavola vengono mangiate dal cane. A lei è sufficiente questa opportunità!
Parole precise, taglienti, che non consentono risposte o tentennamenti e, di fatti, aggiunge l’evangelista, “da quell’istante la figlia fu guarita”!
Dio è un Padre universale, tutti hanno il diritto di approfittare delle sue “briciole”. Gesù, il Figlio, non ha alternative: fa sedere a tavola - quella della grazia e dell’abbondanza dell’amore - la donna, che rivendica appunto solo briciole.
Come ci comportiamo con chi bussa alla porta della chiesa suscitando il nostro sospetto perché straniero, miscredente, marginale, superstizioso, un battezzato che ha perso contatto da anni con la fede?
Apriamo la porta del luogo dove celebriamo il nostro banchetto a chi si avvicina forse solo per curiosità, ma ascolta, quindi può aprirsi al dialogo, cerca conforto e può sprofondare nella preghiera? Anzi sovente egli stesso invoca segretamente Dio animato dal senso di fraternità grazie allo Spirito che non conosce frontiere ed è capace di infondere in ogni uomo i "semi del Verbo".
Oggi a noi è richiesta la disponibilità a riconoscere nello straniero le potenzialità della Cananea e dimostrare con le nostre opere che siamo dei vigilanti discepoli di Gesù - fratello di tutta l’umanità - pronti a testimoniarlo.                                                            LR

                                                          30 luglio
Quando narra le sue parabole Gesù sa mantenere alta la nostra attenzione perché fa riferimento ad un mistero e propone sempre una interpretazione che ci coinvolge. La verità che trasmettono è innanzitutto un’apertura di senso per la nostra vita.
Nel capitolo 13 del vangelo di Matteo le tre parabole lette domenica scorsa sono state un invito a riflettere su tre tentazioni: quella della zizzania che insidia i raccolti, quella della senape che invita a superare l’orgoglio di essere materialmente grandi e potenti, quella del lievito che propone di vincere lo scoraggiamento perché, inseriti nel mondo, comunque esercitiamo una funzione importante e che fa crescere.
Oggi Gesù invita a considerare le caratteristiche del regno dei cieli da non collocare in un ipotetico aldilà. Come regno di Dio non è altro che la società alternativa proposta da Gesù ai suoi discepoli, tesoro che si deve acquisire costi quel che costi. Esso è paragonabile ad una rete gettata nel mare, quindi disponibile per tutta l'umanità. Sta agli uomini rispondere adeguatamente. L’espressione “butta via i marci” a proposito dei cattivi per Gesù non indica un inappellabile giudizio, ma è un invito a fare una constatazione: chi, roso dall’egoismo, ossessionato dall’avidità ed aspira al potere, è pieno di morte, che non è la pena successiva al giudizio di Dio, ma il tipo di esistenza che lo ha contraddistinto. Invece, chi sceglie l’amore, pratica la condivisione, si segnala per la generosità, chiede e concede perdono, quindi è parte del regno dei cieli.
Nelle due parabole proposte questa domenica la prima fa riferimento ad un tesoro invisibile, la seconda descrive una perla visibile. Si determina un diverso comportamento: di gioia per la scoperta del tesoro, di attenzione al valore per chi se ne intende a proposito della perla. Il significato è dato dalle risposte alle seguenti domande: chi cerca? Cosa rappresenta il tesoro e la perla? Cosa possono indicare le relative differenze?
Nella prima parabola il protagonista é un contadino scopritore, nella seconda un cercatore: due esempi di itinerari di fede diversi; infatti, il primo senza cercare trova un tesoro, il secondo, appunto cercando, scopre la perla. E’ evidente che con queste immagini Gesù ci presenta la bellezza di Dio, scoperta per caso dal contadino mentre è impegnato nel suo lavoro quotidiano, finalmente scoperta dal mercante intenditore dopo il patire di tante faticose ricerche. Il rinvenimento comporta un prezzo da pagare: la disponibilità ad una scelta radicale. Le modalità che emergono dai due racconti non determinano contraddizioni; sono l’esaltazione di un messaggio liberante: tesoro e perla sono due bellissimi sinonimi di Vangelo, forza vitale che cambia la vita degli uomini, i quali per questo sono inondati di gioia, primo movente del tesoro che deve spingere a saper lasciare per avere di più. E’ il proficuo investimento dei cristiani, che non sono necessariamente i più buoni, ma sono chiaramente i più ricchi perché investono in speranza di vita, in luce che illumina il loro pellegrinaggio, in cuore riscaldato dall’amore di Dio, consapevoli che credere è un verbo dinamico, capace di mettere in moto tutta la persona per arricchirla.
In un periodo di grandi disillusioni, come quello che stiamo vivendo, il Vangelo ci infonde coraggio ricordandoci che l'esito della storia umana sarà comunque positivo perché qualcuno ha preparato un tesoro seminando perle che sta a noi scoprire.
Avete compreso? E’ la domanda che Gesù rivolge ai suoi apostoli dopo aver raccontato loro le sette parabole del regno.
Siamo pronti a pronunciare un convinto e convincente Sì per divenire suoi discepoli, pronti a gioire per le “cose nuove” delle quali Egli ci fa partecipi?

                                                      23 luglio
Per la proliferazione del male e l'apparente inefficacia del Vangelo sovente si genera un diffuso scoraggiamento, che accompagna la nostra esistenza. A questa situazione Gesù ha dato una risposta narrando le sue parabole con le quali rivela un mistero inesauribile di realtà nascoste da scoprire, da accogliere, da invocare.
Le parabole che Gesù propone alla nostra attenzione in questa domenica dovrebbero indurre ad un solido ottimismo perché celebrano la pazienza dell'amore, che non è mielato buonismo, ma esigente perché pronto a ripetere "Va e non peccare più". Gesù ci ama, perciò c’invita a crescere per prepararci nel modo migliore alla futura mietitura, ricordando che Dio non giudica prima del tempo. I suoi interventi non sono intempestivi, ma si esplicano in un lavoro lento, un atteggiamento paziente, un abbraccio misericordioso.
E’ l’insegnamento della parabola della zizzania, mentre quella del granello di senape invita a porre attenzione ai germi di speranza, di bene e di verità presenti nella storia dell’uomo, il cui essere ha sempre maggiori opportunità nel guardare al suo avvenire che nel chiudersi in un passato segnato da tante sconfitte (Matteo 13, 24-43). Infatti, dando fiducia ai suoi poveri, Dio continua a compiere meraviglie dimostrando quanto sia fecondo il paradosso evangelico del "piccolo gregge" impegnato a svolgere la funzione di "sale della terra” e di “luce del mondo", quindi come cristiani essere icone dell'Amore di Dio.
Il nostro cuore è come un pugno di terra dove è stato seminato buon seme; per l’esperienza quotidiana si sente assediato da erbacce perché una zolla nella quale s’intrecciano bene e male. Alcuni vorrebbero intervenire con mano pesante e sradicare la zizzania. Ma il Signore con inequivocabile chiarezza pronuncia il suo «No» dimostrando che è guidato da una diversa prospettiva; infatti, non rivolge il suo sguardo al male, come i servi della parabola, ma i suoi occhi sono fissi sul bene. Egli sa che una sola spiga di buon grano vale più di tutta la zizzania del campo perché la luce da sempre conta più del buio.
Il significato della parabola è chiaro. Gesù ci dice che la morale evangelica non è evocazione di ideali assoluti, ma un invito a mettersi in cammino, iniziare il pellegrinaggio verso la terra promessa per entrare nel Regno indirizzando la coscienza a gioire di quanto è vitale, bello, buono e che la semina di Dio ha posto nel nostro essere, Eden affidato alla cura di ciascuno di noi. Il Signore, come la primavera, inizia il processo di redenzione, noi dobbiamo divenire protagonisti dei giorni estivi quando il profumo delle messi ondeggianti promette un raccolto abbondante; sono i nostri talenti, i semi della vita che avranno la meglio sulla zizzania perché progressivamente le sottrarranno terreno consentendo alla chiesa, questo misto di forti e di deboli, di semplici e di eruditi, di fedeli e d’infedeli, tutti amalgamati nell’abbraccio con Gesù, di crescere.
Nella spiegazione sollecitata dai discepoli Gesù non esita a dichiarare che la rigidità di una comunità tutta di giusti può essere anche pericolosa se dimentica che i confini tra giustizia e ingiustizia non sono sempre così netti da essere individuati facilmente, evidente ammonimento che deve indurre a rivedere uno stile ecclesiastico nel quale a prevalere sono l’intolleranza, la partigianeria, integralismi che cedano alle pericolose tentazioni del catarismo teologico e morale.
Nel precisare ancor più il suo insegnamento Gesù ricorre alla parabola del minuscolo granello di senape, un modo per richiamare la nostra attenzione sul momento iniziale e finale del processo di sviluppo della Parola nel cuore dell’uomo. Egli evidenzia il contrasto tra più piccolo e più grande nel far riferimento al Regno che, agli inizi, appare veramente piccolo, tuttavia nel suo nucleo è dotato di forza dinamica, capace di una crescita prodigiosa. Gesù ne è consapevole. Grazie a questa forza il Regno registrerà uno sviluppo che gli consentirà di divenire il sostegno di ogni individuo desideroso di nidificare alla sua salutare ombra. Occorre altresì notare che seme che diventa albero non sono i cristiani o la Chiesa, ma il Regno perché non è l’albero che infonde forza al seme, bensì al contrario per la sua forza questo si sviluppa in albero. La parabola propone la vicenda del Regno dichiarando che per comprenderla non si deve far riferimento ai criteri mondani perché la sua forza non va confusa col fascino della grandezza: numero, prestigio, potere non sono i criteri di riferimento per procedere ad una adeguata valutazione.
Nella stessa prospettiva si colloca la similitudine del lievito: esso è assorbito nella farina; diviene la forza nella pasta ed opera proprio perché scompare in essa. Questa metafora non si riferisce ai cristiani, il lievito è il Regno che fa fermentare il mondo; a noi il compito di confonderci con la pasta consapevoli che solo a queste condizioni e senza paura di perdere la nostra identità diveniamo i collaboratori del misericordioso disegno di salvezza dell‘umanità.           LR​​​​​

                                                                   16 luglio
La liturgia della Parola di questa domenica propone tre letture, le quali hanno una feconda relazione tra loro. Nella prima si descrive l’effetto dell’azione del Verbo che, come la pioggia, ritorna al cielo dopo aver irrorato la terra assicurando agli uomini, come si legge nel salmo, la gioia del raccolto. Perciò, seguendo quando scrive Paolo ai Romani, dobbiamo essere convinti che le sofferenze che incontriamo durante la vita non hanno paragone rispetto alla gioia futura che ci attende. Queste considerazioni sono una sorta di preparazione al passo del vangelo nel quale Gesù parla usando parabole, il genere letterario da lui portato alla perfezione e col quale non solo accende idee nella nostra mente, ma sa  suscitare coinvolgenti emozioni. Nel capitolo proposto egli, per parlare del Regno, fa riferimento all’azione del lievito, alla forza del granello di senape, al valore della perla per la quale ci si spoglia del resto, tutte metafore rassicurati perché descrivono le modalità di azione del disegno salvifico di Dio. 
Quello di Gesù è un messaggio che redime rivolto a tutti perché tutti ricevono il seme della Parola. Chi per incredulità o perché soffocato dai condizionamenti del contingente non la custodisce facendola crescere ed irrobustire alla fine non è partecipe del grande invito del Signore. Chi, invece, pone in Lui fiducia entra nel Regno, che è alla portata di tutti.
Il passo evangelico invita ad un serio esame di coscienza: quali sono le caratteristiche del mio terreno? Sono consapevole che, per portare frutto e collaborare per la evangelizzazione dei fratelli, devo uscire dal mio io per donarmi agli altri? 
Una ultima considerazione va fatta notando, che nel raccontare la parabola, Gesù parla non di un seminatore, ma del seminatore con  evidente riferimento al Signore. Ebbene, Egli usa una metafora che si rivela essere uno dei nomi più belli che possiamo usare per invocare Dio. Infatti, per Gesù non è il mietitore pronto a fare i conti del raccolto, ma preferisce esercitare tra gli uomini la funzione della primavera, promessa di abbondanza di vita per tutti.
A queste condizioni veramente possiamo sperare di far parte del Carmelo, un pensiero che dovrebbe essere al centro delle considerazioni in questo giorno di festa per la nostra comunità parrocchiale.  

                                          2017: novena della Madonna del Carmine
 14
Gli Ortodossi venerano con particolare devozione le icone, opere d’arte che suscitano sentimenti di grande spiritualità, finestre dalle quali promana la luce del mistero divino imprigionato nei colori e nel disegno calando nella storia dell’uomo scintille dell’eterno. L’immagine di Maria ci accompagna in questo percorso di meditata partecipazione alla Salvezza. Questa sera vogliamo riflettere sull’ultima sequenza biblica che la vede coinvolta e della quale troviamo riscontro negli Atti degli Apostoli, in seguito Ella si sottrae definitivamente alla ribalta, anche se continua ad accompagnare la Chiesa nei suoi primi passi dopo il dono dello Spirito Santo.
Maria, cosciente del suo sovrumano destino, non ha mai preteso riconoscimenti adeguati al suo status di Madre di Dio, non si è fatta costruire piedistalli di gloria. Dal suo comportamento capiamo che, invece delle nicchie che l’avrebbero isolata pur esaltandola, ha sempre preferito condividere la gioia con la gente comune, pronta a distribuire amorevole soccorso ai bisognosi.
Noi abbiamo scelto di imitarla; perciò chiediamo la grazia di superare la freddezza di comportamenti privi di carità, di ragionamenti schematici senza vera sapienza, di azioni compiute senza passione, di riti incapaci di coinvolgere. Sollecitiamo la sua costante compagnia nella nostra vita, cadenzata da situazioni che ripercorrono il suo rosario di misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, pronti a gustare i momenti gioiosi, a ringraziare per fugaci  vittorie, riconoscenti per la buona salute, non scoraggiarti nei giorni di malattia, pieni di speranza anche quando il dolore ci assilla, senza temere la morte perché Lei è pronta a prenderci per mano, perciò siamo sicuri di non precipitare nel vuoto.
Con Maria, la piena di grazia, lodiamo il Signore per il mistero della vita, per la ricchezza dei doni ricevuti. Viviamo il tempo che ci è dato senza abbandonarlo al soffio maligno delle nostre roventi cupidigie, senza farci depistare dall’effimero. Accanto a Lei, tutti i giorni e quale sia la stagione, fissando i suoi occhi possiamo apprezzare la lucente bellezza del creato nei sogni festivi e nelle asprezze feriali pronti a darci una mano, contagiati dalla speranza che traspare dal suo viso che con struggente purezza fa sentire il bisogno di Dio.
Oh Maria, hai profetizzato che tutte le generazioni ti avrebbero proclamata beata, quindi anche la nostra. Queste tue parole sono di grande conforto perché possiamo aspirare ad una tua partecipe  vicinanza ai nostri problemi, donna di oggi in un contesto che si rivela anche nel nostro paese sempre più postmoderno e postcristiano.
Sostienici nel nostro proposito di praticare una caritatevole gratuità, di obbedire alla volontà del Signore, di consolidare la nostra fiducia nel tuo Figlio aspirando alla tenerezza del suo perdono. Così sperimentiamo la tua rassicurante presenza adesso e nell’ora della nostra morte, come preghiamo recitando l’AVE. In quell’ora, che ancora mette paura, apri le tue braccia sotto la nostra croce e sorvegliaci nel tempo delle tenebre perché la morte ci possa trovare pronti ad entrare nella cattedrale sfolgorante di luce.
Al termine del nostro pellegrinaggio deporremo la fiaccola della fede, mantenuta accesa grazie alla tua generosità di madre; allora non avremo più bisogno della sua luce, che ha illuminato il nostro cammino, gli splendori del Tempio del Padre faranno dilatare all’infinito le nostre pupille, riempiendole di una felicità senza fine.

                                            2017: novena della Madonna del Carmine 13 luglio
Maria è la donna del sabato santo e nostra madre nel terzo giorno.
Dopo la sepoltura di Gesù il gruppo dei discepoli si sentì ancora più solo e sbandato. Fu Maria a incoraggiare custodendo sulla terra la fede in Lui, che il vento acre del Golgota aveva cercato di spazzare via. Le lucerne dei discepoli, come quelle delle vergini stolte della parabola, stavano per spegnersi, solo Maria ha conservato brillante la sua lampada, rimanendo l’unico fecondo punto di contatto tra terra e cielo in quei tragici giorni di morte.
 
Oh Maria, imploriamo la grazia di tenerci per mano e guidarci fino alla soglia della luce che promana dalla Pasqua del tuo Figlio. Noi siamo consapevoli che nessuna amarezza umana può resistere di fronte al tuo sorriso e la misericordia redentrice del Signore è sempre più forte del peccato. Riempi la nostra vita della tua presenza perché nei tuoi occhi è sempre impresso il riflesso del Risorto. Rimuovi dal nostro animo il sudario della disperazione e sistema in un angolo le bende dei nostri limiti peccaminosi.
Facci sperimentare l’aggregante forza della tua amorevole presenza di madre. Trasforma la nostra parrocchia in una comunità viva, aggregazione di persone che sanno presentarsi all’esterno come una icona della Trinità perché capaci di vivere relazioni vere promuovendo l’uguaglianza ed impedendo una omologazione che fa precipitare nell’anonimato della massa. Fai in modo che diventi una vera comunità cristiana nella quale abbondino i beni di comunione che riflettono solo l’amore di Dio, Uno e Trino.
 
Come la parrocchia, trasforma anche le famiglie manifesto di questa gioiosa esperienza. Oh Maria, se ti accorgi che la tua immagine sulla parete di un talamo nuziale non dice più nulla a coloro che abitano in quella casa perché il loro animo è diventato freddo e i sogni dei loro propositi noiosa routine o, peggio, angosciosa sensazione di prigionia, riconvoca sposo e sposa alla tua presenza, sostienili, ricomponi gli antichi propositi, ridesta l’amore di un tempo, riaccendi le speranze perdute, fa’ capire che c’è sempre tempo per ricominciare e riprendere insieme il viaggio della vita condividendone la meta.

                                                  novena della Madonna del Carmine 12 luglio
Maria, donna obbediente alla chiamata di Dio, aiutaci a saper dire sì con gioiosa partecipazione alla chiamata del Signore.
L’obbedienza non si pratica azzerando la propria volontà per una supina rinuncia, invece è l’occasione per esaltare la libertà. Non mortifica i nostri talenti, non avvilisce facendoci precipitare nella condizione di automa. Invece, diventa l’occasione per abbandonarsi ad un ascolto più coinvolgente e iniziare un dialogo che contribuisce ad arricchire il nostro animo.
Tutto ciò è possibile se, nel praticare l’obbedienza, facciamo riferimento al vero significato della parola: “ascoltare l’altro stando in piedi”, non in ginocchio soggiacendo al comando; questa non è obbedienza, è un soccombere rassegnati. Chi obbedisce, come ha fatto Maria, non smette di volere, anzi  s’identifica con la persona cui dice sì; fa combaciare le due volontà abbandonandosi liberamente e con fiducia, come la Madonna con Dio
Perciò, oh Maria, donaci gli occhi della fede per saper leggere nel nostro quotidiano la volontà di Dio intessendo con Lui un dialogo che non sarà mai effimero.
Nel rapporto con gli altri aiutaci a non scambiare per obbedienza la cortigianeria dettata da squallido tornaconto.
Donaci la fierezza dell’obiezione ogni volta che la coscienza ci suggerisce che si deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini.
Sovente riteniamo difficile metterci alle dipendenze di Dio. Maria, invece, si è proclamata serva del mondo dopo che si è dichiarata ancella del Signore ed è corsa ad aiutare la cugina per sottoporsi ad un servizio gratuito con gesto discreto e senza le scorie dell’asservimento come spesso può capitare a noi.
La sua scelta è stata una evidente manifestazione di pienezza della femminilità riassumendo nella sua vita esperienze che scandiscono i momenti dolorosi di tutte le soggezioni delle donne, quelli gaudiosi dell’esodo dell’antica condizione servile e i gloriosi della definitiva e vera liberazione da ogni servaggio di genere.
Ti preghiamo perciò, oh Maria, di purificare la chiesa dalle persistenti desinenze al maschile nell’articolazione della sua struttura. Tu le sei Madre, ricordale che sei anche Icona del mondo femminile approdato finalmente alla terra promessa della perfetta parità personale.
Per rendere migliore la storia Dio chiede il contributo dell’uomo, anche se deve costatare che i risultati sono scarsi, perciò per addolcire l’animo umano conta sull’impegno della donna.
Il Signore ha visto Maria sempre tra la gente comune; l’ha scelta perché sapeva che parlava il linguaggio del popolo, intonava le sue canzoni nei momenti di gioia, piangeva con dignità nei giorni di lutto e nel silenzio operoso viveva la dignitosa povertà. Questa condizione non ha fatto precipitare Maria nella tristezza, ma è sempre stata la donna dell’esultanza, come quando ha cantato il Magnificat.
Donaci, Maria, la grazie di comprendere e convincerci che la festa in Dio è l’ultima definitiva nostra vocazione. 
                                               
                                             2017: novena della Madonna del Carmine
                                                                        11 luglio
Il Vangelo presenta Maria sempre in cammino per le vie della Palestina; ella rimane seduta solo al banchetto di Cana, ma anche in quella occasione non è ferma perché impegnata ad anticipare la venuta dell’ora di Gesù perché la gioia pasquale potesse irrorare la mensa imbandita per quei giovani sposi.
Il cammino di Maria è sempre in salita da quando parte per raggiungere Elisabetta, bisognosa di aiuto, fino all’ascesa del Golgota per assistere il Figlio; questo suo ascendere simboleggia la fatica di un esigente itinerario spirituale che richiede un interminabile andare verso la perfezione.
Noi possiamo vivere questa situazione da soli per l’impazienza d’incontrare Dio; allunghiamo il passo distanziando i compagni di strada per l’ansia tutta metropolitana degli uomini d’oggi, specialisti del sorpasso perché conquistati dalla frenesia della velocità a prezzo di una sempre più labile tenerezza ed indisponibilità alla compassione. Invece, occorre investire tempo in questa ricerca per individuare sull’effimero tracciato di sabbia del quotidiano le orme dell’eterno e apprezzare il sapido gusto della ricerca interiore e così dare una risposta all’inquietudine che traspare dal nostro essere turisti senza meta del sacro.
Maria, quando ci scorgi sul ciglio della strada stanchi, sbandati e privi di entusiasmo, fermati accanto a noi, bisognosi del tuo gesto di dolce samaritana. Tu sei veramente la donna del riposo perché hai vissuto nel modo migliore il sabato del Signore cantando i versi del salmo 22 per auspicare il ristoro nei freschi pascoli dell’abbraccio col Signore. Perciò, accorcia le notti quando ci lasciano insonni, sorveglia il riposo di chi è solo in casa, allunga ai vecchi il ristoro per le stanche membra, tonifica il dormiveglia di quanti in ospedale sperano nella guarigione, rimbocca gli stracci dei senzatetto e preserva dalla frenesia della sola azione tanti operatori pastorali. Dona a tutti noi il gusto del riposo domenicale, liberaci dall’affannoso stillicidio della ricerca di cose, aiutaci a fare una pausa per ripensare meglio la nostra meta, comunicaci il segreto della pace interiore che sa gustare solo chi decide di trascorrere tempo prezioso parlando con Dio.
Questo è il vino nuovo che, per tua intercessione, tuo Figlio ha fatto distribuire a Cana quando ha dissolto i legacci del piccolo mondo antico introducendo al banchetto della storia della salvezza. Egli ha fatto brindare con i nuovi boccali ricolmi del liquore della festa, così il precipitare nella malinconia si è trasformato in opportunità d’interminabile gioia quando ha trasformato il liquido di sei giare di pietra, ingombranti ed inutili perché semivuote. Anche allora tu sei intervenuta perché hai intravisto la traiettoria di un mondo che boccheggiava nella tristezza e, invocando non uno strappo alle leggi di natura, hai fatto intravedere la prospettiva salvifica di uno strappo alla natura della legge umana. Così i commensali hanno sperimentato un acconto della nuova alleanza annunziata da tuo Figlio al quale hai gridato: non hanno più vino, allarme per evitare la morte del mondo se il liquore della festa si esaurisce e nelle botti, sempre più vuote, non resta che l’amaro spurgo di ributtante aceto. Ti sei mossa a compassione ed il sorriso è tornato ad aleggiare nella sala imbandita.
Dopo le parole da te pronunziate in quella circostanza hai scelto il silenzio. Infatti, dopo il potente Sì all’angelo, il ritmo melodioso del Magnificat, l’ansia delle parole indirizzate a tuo Figlio dodicenne nel tempio, dopo aver raccomandato ai servi di ubbidire hai deciso di tacere, partecipe silenziosa fino al grande dramma della Croce continuando ad essere per tutta la vita il grembo custode della Parola. Hai serbato nella tua mente quanto hai condiviso con Gesù e in questo modo hai concretamente insegnato che, solo quando si è capaci di tacere, Dio può finalmente parlare al nostro cuore.
Bisbiglia a tutti noi quanto ti sei detta con Gesù per quasi trent’anni, ammettici alla tua scuola, insegnaci a saper ascoltare, convincici che le grandi esperienze della vita maturano solo nel silenzio, quando proponiamo di convertici, accettiamo il sacrificio, ci prepariamo alla morte consapevoli che in questi gesti in tua compagnia ad emergere e prevalere è sempre l’amore.

                  Relazione alla parrocchia circa i lavori del convegno diocesano
Nella società attuale si sperimenta una diffusa emergenza educativa per la difficoltà nel trasmettere valori e principi, aiutare i singoli e concorrere al bene comune. Famiglia, parrocchia, scuola sono luoghi di educazione alla vita, alla fede, allo sviluppo culturale, alla formazione professionale. La loro funzione è molto complessa per cui bisogna reinventare i metodi e trovare nuove risorse per essere vicini ai giovani, rivolgersi a loro con semplicità e amore, essere a loro fianco nell’affrontare le sfide quotidiane, vigilare senza imposizioni, aiutare a sviluppare un senso critico, generare fiducia, ispirare rispetto, dialogare usando linguaggi propri dei ragazzi per un annuncio gioioso del Vangelo. La migliore omelia è l’esempio, la testimonianza convinta che trasmette la fede facilitando la sua crescita, essere solidali verso i poveri e i più bisognosi, aperti alle diversità delle persone, tutti impegnati a custodire il Creato. Di ciò si è discusso al Convegno Pastorale della Diocesi di Vallo tenutosi la scorsa settimana. Il migliore commento sui lavori dell’assise lo hanno fornito i protagonisti. Nella mia parrocchia i partecipanti hanno esternato le proprie impressioni dalle quali si deduce non solo l’urgenza, ma la grande opportunità per una collaborazione sempre più intensa tra presbiteri e laici. 
Lucia ha scritto che per lei è stata un’esperienza interessante e costruttiva. Hanno partecipato numerosi “provenienti da tante parrocchie della Diocesi, comunità di fedeli con energie e disponibilità nuove, soggetti attivi del vivere e dell’agire della Chiesa nella conversione e crescita nella fede”. Dell’intervento di mons. Galantino i punti che hanno maggiormente colpito sono stati la passione e l’amore nell’educare e la convinzione e credibilità dell’educatore-testimone. Ad attirare l’attenzione di Melina è stato il verbo educare, desiderosa di apprendere contenuti e strategie per trasmettere, nel suo piccolo, la gioia della fede. A proposito dell’intervento del relatore ha sottolineato il richiamo alla disponibilità ad incontrare l’altro con amore, a darsi senza riserve, a trasmettere con passione il messaggio di una fede che procura gioia e pienezza interiore. “La Chiesa, comunità educante, deve essere testimone di amore – ha scritto - e solo chi ha fatto esperienze di amore più andare verso l’altro, sicuro di poterlo trasmettere. Oggi si parla tanto di giovavi lontani dalla Chiesa: è la nostra sfida, educare i giovani alla luce del Vangelo, accompagnarli verso la maturità, far loro scoprire il progetto di vita. Per fare ciò è indispensabile essere disposti ad ascoltarli, far sentire loro forte la voce, essere esempio di fede, incontrarli nel loro mondo senza giudicarli ma tendendo loro amorevolmente la mano. Solo quando ci si pone nella condizione di veri educatori e di testimoni, è possibile far venire fuori ciò che è bello e che vale la pena vivere. Educare alla fede significa dare alla vita la forma del Vangelo, che può interessare i giovani solo se la si fa comprendere con l’esempio e l’esperienza concreta”. Il parere complessivo sulla relazione introduttiva del segretario della CEI è stato così sintetizzato da una docente: “carico di passione nei toni e nei contenuti, anche se, proprio come i giovani, anch’io avrei voluto tornare a casa non solo con un bagaglio teorico, ma anche ricco di nuove idee, di attività e azioni concrete da proporre e da svolgere nelle nostre comunità parrocchiali”. 
La seconda giornata del Convegno è stata dedicata ai lavori di gruppo. Una delegata parrocchiale ha partecipato a quello su “Educare e ambiente”, nel quale si è relazionato su crescita, benessere, profitto. Dalla discussione è emerso che è necessario educare ogni persona a gestire i propri comportamenti in rapporto all’ambiente col fine di vivere senza alterare gli equilibri naturali, mirando al soddisfacimento delle esigenze presenti e non compromettere la possibilità delle future generazioni. A proposito della portata educativa del tema una delle delegate parrocchiali ha annotato: “Bisogna formare giovani consapevoli, responsabili e attivamente protagonisti delle sfide ambientali, informati sul cambiamento climatico, sulle varie forme di inquinamento, sull’utilizzo di risorse rinnovabili, sulle caratteristiche fisiche dei territori in cui vivono i giovani. Nel corso dei lavori del gruppo, forse per il poco tempo a disposizione, da un confronto delle parrocchie è risultato che dobbiamo impegnarci di più in questo campo”. 
Particolarmente intenso è risultato il dibattito nel gruppo “Educare in famiglia”. Nel riportare le esperienze delle parrocchie di provenienza è emersa la convergenza nel descrivere la crisi della famiglia, che ha perso gran parte del suo ruolo. E’ poco presente nell’esperienza di chiesa e i bambini dopo la Prima Comunione in genere frequentano poco. Molta perplessità ha suscitato l’intervento di un sacerdote che ha denunciato il disinteresse della scuola in Italia nell’educare i giovani alla fede. Questi ha sostenuto che gli insegnanti non trasmettono le regole enunciate nei comandamenti che, a suo avviso, dovrebbero essere dettate in maniera “ferrea”. Con molto garbo una docente,  rappresentante della parrocchia nel gruppo, ha commentato: “Mi è sembrato che il suo pensiero fosse troppo proiettato nelle scritture del Vecchio Testamento a discapito degli insegnamenti che Gesù ci ha lasciato attraverso la testimonianza degli apostoli. Mi è venuto da pensare che, spesso, proprio là dove la legge di Dio viene impartita scolasticamente esistono guerre e guerriglie che compromettono la pace nel mondo”. Ha continuato sintetizzando la sua idea di educazione: “Umilmente penso che le regole che segnano l’educazione dei giovani vanno date facendo sperimentare, fin dalla nascita, l’amore e la bellezza della condivisione innanzitutto in famiglia e poi nelle altre agenzie educative che ruotano loro intorno: parrocchia, scuola, enti locali, associazioni, ecc. Ecco perché siamo chiamati a fare opera pastorale con le famiglie perché corresponsabili della loro crescita della fede. Sono necessarie attività capaci di attrarre gli adolescenti e farli sentire protagonisti”. A questo proposito ha richiamato il discorso ai genitori sull’educazione dei figli di Papa Francesco tutto incentrato sull’invito a far sentir loro il calore della “casa” per essere felici in un modo nuovo. 
La terza e conclusiva giornata è stata dedicata all’ascolto delle riflessioni dei gruppi sulle sfide educative. Sono venute fuori proposte operative, iniziative che devono coinvolgere e accompagnare i giovani, ai quali occorre dedicare tempo e attenzione, senza paura, con fiducia e tanto amore, consapevoli che per educare si deve donare qualcosa di se stessi. Una comunità che ama con passione contagia, una comunità convinta di quello che dice e che fa è una comunità ascoltata e seguita. In tutti i gruppi di lavoro è emersa l’incapacità della famiglia, in primis, e dell’adulto in genere ad accompagnare attivamente i giovani in un percorso per scoprire la bellezza di una vita cristiana coerente e la necessità di fare rete per non sentirsi soli. 
Il commento finale, che accomuna tutte le rappresentanti della parrocchia, può essere riassunto con quanto ha scritto una di loro: “posso dire che le mie attese erano quelle di arricchirmi di più sul piano pratico ma ho ricevuto, comunque, nuova linfa per continuare a impegnarmi a collaborare nella mia comunità in un processo di crescita umana e religiosa dei nostri giovani”. 
La condivisione dell’analisi e il proposito di un rinnovato impegno dovrebbe indurre la chiesa locale a convocare una sorta di stati generali per dare direttamente voce ai giovani, per la verità non molti tra i quasi trecento partecipanti al convegno diocesano.                                                                      LR
                                       2017: novena della Madonna del Carmine 
                                                       9 luglio
Dopo aver pronunciato il suo Sì a Dio, Maria diventa la missionaria del Figlio che, “nato da donna”, aveva il compito d’innestare l’Eterno nell’umanità. Ella partecipa al progetto salvifico del Signore fin dal momento che, entrata nella casa di Elisabetta,  pronuncia il Magnificat cantando la liberazione operata dal Signore con parole che richiamano l’audacia dei profeti nel descrivere il futuro. In tal modo celebra anche la sua forte determinazione. Infatti, nel suo operare Maria non risulta mai neutrale. Nel rivendicare la giustizia non si ferma al contesto terreno; il suo convinto abbandono alla povertà non è accettazione passiva di una condizione subalterna, ma un chiaro indicatore della sua capacità di abbandonarsi all’azione della Provvidenza perché percepisce costante la presenza di Dio nella propria vita. Così diventa esempio per la Chiesa tutta, invitata ad uscire da una sterile neutralità, che la fa apparire pavida e rinunciataria, per esercitare la funzione di critica coscienza delle strutture di peccato nelle quali è immersa l’umanità, motivo per cui continua a soffrire condizioni d’indicibile ingiustizia. A noi, pronti a chiudere le palpebre per la deludente stanchezza determinata dallo scrutare oltre per intravedere la felicità e generatrice di un’inguaribile malinconia per il diffondersi del convincimento di non essere esauditi, col suo ammiccante sorriso di chi ne ha sperimentato la bontà, Maria mostra l’Emanuele. Lo ha chiamato così per mettere in moto la speranza nel mentre riscalda i nostri cuori. Simone ne ha fatto esperienza nel Tempio, felice di averlo contemplato prima di morire. Oh Maria, dona anche a noi questo salvifico stupore. Impareggiabile operatrice della nostra rinascita, infondi convinta speranza alle nostre solitudini e perdonaci se continuiamo a volgere lo sguardo altrove, invece di essere protesi costantemente verso la meta che tu continuamente ci indichi. Sii anche per noi la donna di Betem, cioè la casa del pane, nome del paese dove sei vissuta. Ne abbiamo bisogno, è essenziale per la nostra vita. La sua mancanza causa un angosciante tormento, mentre suscita un’estasi di gioiosa pienezza il suo aroma quando si spande per il vicinato. Il  suo sbriciolarsi nella condivisione moltiplica i gesti di carità, passando di mano in mano è capace di saziare la fame di tutti i poveri, anche di quelli che, privi di abitazione, sono adagiati sull’erba in spiazzi assolati. Tu sai cosa significa disporre di questi mezzi perché, come tutte le madri, ti sei preoccupata di preservare dagli stenti tuo Figlio adolescente. Hai sopportato continue fatiche perché a Lui non mancasse il pane, pronta a bagnare la terra del tuo sudore perché Gesù, bambino e ragazzo, avesse il necessario. Oggi l’abbondanza che la Provvidenza mette a disposizione dell’umanità diventa motivo di scandalo per una ingiusta distribuzione. La partizione fatta dai prepotenti contribuisce a insidiare la nostra fiducia sull’attuale ordinamento economico che difende le presunte ragioni dei più forti. Nella contabilità fatta dagli esperti a mancare non sono i coperti a disposizione della famiglia umana, ma i posti a tavola perché tanti vogliono ridurli per stare più larghi ed esaltare la loro ingordigia prendendo a piene mani dalla tavola colma di vivande nella presunta convinzione di poter saziare, oltre alla gola, il cuore, destinato, invece, a rimanere vuoto perché insensibile alla palese verità che siamo tutti fratelli della stessa famiglia che non può tollerare divisioni. Maria, tu hai sperimentato il trauma della frontiera perché obbligata ad uno espatrio forzato per salvare tuo Figlio. Hai cercato un asilo politico per fuggire a una concreta minaccia di morte; per questo motivo non hai esitato a metterti in viaggio, a fuggire ritenendo necessario trovare rifugio in un paese dalla cultura diversissima dalla tua. Con coraggio hai superato lo spartiacque che divideva due mondi, civiltà così diverse, divenendo oggi icona per tutti noi. Fai comprendere ai più fortunati che è un dovere non innalzare muri perché non esiste un diverso che non possa essere assimilato dopo che tu hai contribuito a far superare la frontiera suprema consentendo che nella storia del limite umano entrasse il Figlio di Dio per trasformarla definitivamente in storia della Salvezza. Superare quel confine a Te è costata una continua esperienza di lacrime, fa’ che i tempi nuovi della giustizia siano vissuti dagli uomini incrementando la loro disponibilità alla misericordia per meritare quella tanto necessaria del Signore. Così è possibile porre riparo alla marginalità di chi soffre oltre la frontiera e tutti facciamo finalmente i conti con i poveri, gli oppressi, i rifugiati, i diversi che mettono in forse nostre antiche certezze che generano solo irrazionali paure. Tu, Porta del cielo, riscalda la nostra solitudine; la tua mano sul limitare ci aiuti a superare la frontiera dell’egoismo. Infondi in noi il coraggio da te dimostrato nel non temere l’angelo il quale ti prospettava una vita molto complessa nella sua assoluta unicità, che richiedeva l’incredibile forza d’animo da te dimostrata in ogni occasione.
                                                         8 luglio
Maria non è un'algida persona assisa in trono, ma una donna veramente innamorata, che nel suo cuore ha sperimentato questa splendida stagione dell’esistenza umana quando a fare compagnia allo spirito sono gli stupori per gli incontri, le lacrime per indifferenze patite, trasalimenti per momenti di gioia sublime seguiti dal grigiore dei dubbi, speranze animate da gesti di tenerezza, trepidazioni per lunghe attese, esperienze fatte partecipando a feste, intessendo amicizie, cedendo ad innocenti lusinghe per un complimento ricevuto, abbandonandosi alla felicità per un piccolo dono, momenti di un mistero contraddistinto da calorosa trasparenza. Maria, giovine ragazza, ha sperimentato tutto ciò nel suo cuore riuscendo ad armonizzarlo con i mistici trasporti verso Dio anche quando ha iniziato a frequentare il futuro sposo. Con abilità veramente unica Ella ha declamato questi due emistichi a rima baciata, trasformando la sua vita in una salmodiante poesia che insegna a tutti noi come mettere insieme l’esperienza delle piccole cose di quaggiù. Maria è divenuta maestra insegnando come è possibile amare le creature ricomponendo la frattura tra azioni per il cielo, in noi sempre troppo misere, e le terrene, ricche di voci ammiccanti ma sovente anemiche per i contenuti. Ella ha saputo coniugare nella completezza armonica dei significati il verbo amare, pronta ad uscire dal proprio io per donarsi senza chiedere nulla in cambio. Un esempio convincente l’ha fornito nei mesi vissuti, pur gestante, accanto ad Elisabetta immersa nei compiti più umili per aiutare la cugina nel mentre dipanava il mistero della sua condizione, decisa ad affrontare con serenità i problemi ai quali va incontro ogni donna in attesa e per Lei segnati da prevedibili gravi complicazioni Rifletteva sulle prospettive del bambino che portava in grembo ripetendo all’infinito domande che le suscitavano immagini di luce gioiosa, ma anche angoscianti inquietudini, tuttavia rimase sempre una donna accogliente, provvida dimora di un altro essere. Così cominciò ad adattarsi al ruolo di madre; accettò i ritmi del suo specialissimo ospite modificando abitudini perché la vita del nascituro s’irrobustisse, pronta a fare sempre, se necessario, il primo passo con risolutezza perché donna intraprendente nella sua caritatevole sollecitudine per gli altri. Lo dimostra quando senza indugi - “in fretta” si legge nel vangelo di  Luca – si recò dalla cugina o quando, precedendo tutti, a Cana risolse un problema che altrimenti sarebbe risultato imbarazzante per gli sposi in festa. Oh Maria, che molte volte liberamente al dimandar precorri, accettaci sotto la tua ombra ed aiutaci ad accogliere la Parola nell’intimo del nostro cuore. Fa’ comprendere che perdonare significa fare il primo passo, come hai insegnato al tuo Gesù. Come hai portato nel grembo tuo Figlio, consenti anche a noi di frequentarti, di sentirti presente nella nostra vita per apprezzare quanto sei disposta a fare nel proiettare l’immagine delle tue fattezze mentre modelli il volto dei tuoi figli qui sulla terra.                                                    
                                         2017: novena della Madonna del Carmine                                                                                                                   7 luglio 
Maria è stata una donna feriale perché ha vissuto sulla terra una esistenza comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro, quindi una donna concreta che richiama l'immagine di una vicina di casa con i piedi per terra. Questo tipo di ferialità non deve farci ritenere che la sua giornata fosse banale, anzi. La sua esperienza è stata un misto di problemi di salute, di assilli economici, di rapporti sovente conflittuali, di continui adattamenti a situazioni impreviste. Come tutte le madri, la sua giornata è stata assillata dall'avvicendarsi di timori e speranze per la costante attenzione prestata al suo specialissimo Figlio. Sovente la sua condizione di vedova l'obbligava ad una esistenza di solitudine, nella quale univo vero gaudio era la preghiera a Dio. In effetti, la sua vita terrena si colloca agli antipodi dell'immagine che riempie i nostri occhi di una Madonna con l'aureola della gloria, ricoperta di un manto di stelle; invece, occorre immaginarla a capo scoperto mentre di aggira in una abitazione segnata dalla povertà e dall'essenzialità del suo arredamento. Proprio vedendola così possiamo sentirla più vicina e scoprire veramente l’unicità della bellezza di una persona che si esalta nella più grande libertà di spirito. Entrare nella casa di Maria a Nazaret significa diventare partecipi delle esperienze di una donna segnalatasi per la sua antieroica femminilità, scelta di umiltà che trasforma il suo quotidiano in un fecondo laboratorio dove Dio elabora il tracciato della storia della salvezza per l'umanità. Maria, regina del Carmelo, prima di assidersi su questo trono di luce ha pronunziato un Sì che l’ha obbligata ad accettare la prostrazione del dolore più lancinante senza la minima ombra di retorica. Potremmo dire che Lei è rimasta la classica ragazza acqua e sapone, gesti segnati da pochissime parole, comportamento dal quale si desume il vero carattere di una persona per nulla timida, pur se discreta, risoluta fino a sfidare i rigori della Legge, colma di sentimenti di amore espressi in modo sublime come sposa, madre, amica, donna completa. Il segreto di Maria è la sua disponibilità a farsi afferrare dalla Parola vivendo con coerenza la sua impegnativa essenzialità, scelta cosciente e coerente, contrassegnata da un sì e da un costante e definitivo amen, frutto di una trasparenza di spirito che rende con musicale coralità di suoni dei pochi monosillabi che Lei ha detto a Dio. Maria inizia la sua avventura sulla terra segnalandosi come la donna dell'attesa, una dimensione dello spirito che ha accentuato in Lei il gusto per la vita crogiolandosi nell'immaginare le tappe della sua esistenza e cosa gli riservava la disponibilità a reiterare il suo “eccomi” al Signore. Da questi anni di giovinetta si diparte la cadenza dei misteri gaudiosi della sua attesa di Lui, inebriatasi della situazione che la rende unica tra le figlie di Eva: vergine-madre, figlia del suo Figlio. Ma questo grande destino è anche la causa delle tante sue trepidazioni, iniziate quando finalmente può abbracciare il suo bambino, e segnalatasi con un progressivo assillante crescendo fin quando il Figlio lascia casa per percorrere le vie della Palestina preparandosi all'ORA, scansione salvifica dell'approdo al terzo giorno.L'attesa di Maria diventa una progressiva catechesi che porta ad apprezzare l'infinita capacità di amore di Gesù, grande opportunità per riflettere sulla irrequieta incapacità dell'uomo di oggi, che vuole tutto e subito per cui perde il sapiente gusto dell'attesa perché a corto di speranza per la crisi di desiderio e la miope disponibilità ad accontentarsi di effimeri surrogati. Allora, come primo proposito e richiesta di grazia, preghiamo la Vergine perché ci doni la capacità di essere vigilanti per saper cogliere anche in situazioni complesse,e che ci appaiono crepuscolari per l'incombenza delle tenebre, una vera opportunità per un nuovo avvento di grazie.  


                                                2 luglio 
Nella Valle di Novi si celebra la festa della Madonna delle Grazie e a Lei vogliamo chiedere una particolare intercessione per il piccolo Charlie. La sua vicenda colpisce tutti perché non riusciamo a capire cosa vuol dire sentire la vita che si spegne lentamente, mentre qualcuno fa il possibile per tenerla tra noi. Come scrive una nostra parrocchiana, il bambino della vita ha avuto solo una goccia ma a rendere meno duro il suo destino ha contribuito l'amore dei genitori. Ci chiediamo, perciò, se un giudice abbia la potestà di decidere per la vita o la morte di questa creatura. Non credo e non voglio, continua la nota citata. Anche noi, increduli, prendiamo atto di una decisione che fa precipitare l'opulento ma liquido Occidente nel buco nero della barbarie. Se ricordo bene, in un'altra civilissima nazione, prostrata sotto il tallone di Adolfo, si sentenziò in modo analogo sottraendo i diversamente abili alla patria potestà in nome della grandezza suprema di una razza pura e vincente. Sappiamo come è andata a finire non solo alla Germania, ma all'intera Europa! A chi  si è pronunciato, centellinando - immagino - le parole mentre analizzava la situazione con il bilancino del farmacista, vorrei rivolgere una domanda: e se Charlie fosse stato l'erede al trono, nipote della regina, si sarebbe assunto lo stesso criterio e pervenuti alla stessa sentenza? La democrazia dovrebbe riconoscere che, se un figlio nasce per amore, destinarlo a morte sicura significa pronunciare una condanna anche per i genitori! Sarebbe interessante analizzare l'eventuale motivazione dei giudici. Mi auguro che, alla fine, non sia prevalsa la preoccupazione relativa alle risorse materiali rispetto ai diritti inalienabili della persona; un pericoloso rischio perché significa incamminarsi per una viottolo oscuro che, alla fine, fa approdare nella condizione di tragico relativismo etico col conseguente trionfo dell'homo homini lupus! Ma in questi minuti - che scorrono troppo in fretta - è opportuno concentrarsi su Charlie e, non potendo fare altro, affidarlo ad una Mamma che sa cosa è il dolore, come si ama un figlio, come lo si possa sostenere fino alla fine, come lo si può portare nel cuore per sempre. E Maria, alla quale fin da bambini rivolgiamo una preghiera che si conclude con il desiderio di essere da Lei protetti adesso e nell'ora della nostra morte. Le parole racchiudono sensazioni indicibili pensando a quell'ora e al passaggio difficile che ci attende. E' un viaggio che incute paura perché avvia verso una destinazione ignota. Maria è divenuta esperta di quest'ora quando il figlio Gesù sotto la croce Le ha consegnato i suoi fratelli. Tra questi c'era anche Charlie; perciò la preghiamo di prendere per mano questo bambino inchiodato ad un supplizio che proietta su tutti noi le tenebre dell'insensibilità e apre alla nostra coscienza un baratro senza fondo. Oh Maria, che la morte lo trovi veramente vivo. L'amore l'ha fatto approdare sulla terra promettendogli l'ingresso in una cattedrale di luce e la gioia di una esperienza di crescita e di successi. Menti filistee e cuori aridi hanno deciso che per lui non ci dovesse essere spazio tra i presunti vivi. Allora fai risplendere nelle sue pupille la luce della vera Vita e proteggi anche noi. Ci sentiamo provati da questo doloroso schiaffo ai nostri sentimenti; abbiamo la sensazione che fuori nel mondo a sibilare sia solo il vento della disperazione, mentre l'affanno per continue delusioni rende a tutti più nera la prospettiva della fine. Liberaci dai brividi di queste tenebre, proteggi col tuo manto una umanità che vede stringersi sempre più gli spazi della vera libertà. Accarezza con gesto materno noi malati nello spirito e con la tua discreta presenza addolcisci il calice amaro dell'egoismo nel quale siamo immersi. Suscita in chi ha perso ogni fiducia nella vita un barlume di speranza perché quando è chiamato a far giustizia sappia difendere gli oppressi, i deboli, i piccoli, gli infanti. Solo così non ci sentiremo soli quando, angosciati, tentiamo di esorcizzare le nostre paure. Vieni, con te vicina potremo riacquistare sicurezza. Guidaci verso la Luce dove tu stai accogliendo Charlie, pronto a svegliarsi nell'aurora rosata oltre il tempo e lo spazio.                                            LR 
 25 giugno
"Non abbiate paura", un invito ad esprimere con fermezza le proprie convinzioni cristiane nella disponibilità al dialogo con chi non le condivide. E’ una ricetta per liberarsi da ogni forma d’inquietudine determinata dalla storia personale: paura di non essere amato e di amare, sofferenza determinata dalla mancanza di generosità che fa precipitare in una sterile solitudine. La paura di soffrire, del rischio fisico, morale e della morte domina la società liquida nella quale siamo immersi. I cristiani sanno che solo il Signore può liberare da questa sindrome paralizzante perché ha sofferto, ha amato, è, quindi, rimane la nostra sicurezza più profonda. Ma i passeri continuano a cadere, gli innocenti a morire, i bambini ad essere venduti; ci chiediamo perciò: è Dio che fa cadere?  La risposta di Gesù è un motivato No. Egli assicura che neppure un passero cadrà  senza che Dio ne sia coinvolto. E’ vero. Molte cose accadono contro il volere di Dio: l’odio sembra trionfare, la guerra segna la storia dell’umanità, la violenza genera situazioni di grave ingiustizia, ma tutte queste esperienze di dolore coinvolgono Dio perché nessuno muore senza che Lui non ne patisca l'agonia, nessuno è crocifisso senza che Cristo non sia riposto in croce. Non abbiate paura, ripete Gesù, perché valete più di molti passeri, La sua affermazione genera grande commozione per Dio, che compie ciò che nessuno ha mai fatto e farà: un nido con le sue mani per accogliere e proteggere. E’ l’annunzio gridato all’umanità. che può morire quando langue nella superficialità, precipita nell’indifferenza ipocrita di chi si lascia corrompere, deride gli ideali e così diffonde la paura del nulla. Gesù rassicura dichiarando che agli occhi di Dio valiamo più di quanto possiamo sperare se sappiamo discernere la sua presenza che genera fiducia e fa vincere la paura. Il Signore è fedele e se lo percepiamo a noi vicino possiamo suscitare diffidenza, una reazione di chiusura, l’ostilità che porta al rifiuto, ma vinciamo la tentazione di nascondere la speranza nel cuore e rimanere silenti per celare la nostra identità. Gesù avverte: viviamo il tempo della missione. E’ l’apocalisse, cioè il momento della ri-velazione: ciò che Egli ha detto nell’intimità deve essere proclamato a tutti, annuncio che pone la vita sotto una forza che viene da Dio ed alla quale non ci si può sottrarre. E’ lo dýnamis (Rm 1,16) che attraversa la storia e non fa temere chi uccide il corpo, ma non può togliere la vera vita. L’unico timore è quello verso il Signore che decide della condizione terrestre e di quella eterna, ma la scelta rimane nelle nostre mani: la nostra esistenza può essere vissuta come un dono per umanizzazione il creato o essere segnata da scelte mortifere che ci fanno precipitare nella metaforica Gehenna. Gesù eleva lo sguardo verso Abba e testimonia la potenza con cui si prende cura delle creature. Cosa sono due passeri? Eppure cadendo a terra non sono abbandonati: Dio vede, come un padre, sempre con amore, non abbandona mai, neanche quando cadiamo. I discepoli, ben più preziosi, possono essere perseguitati e messi a morte, ma il Padre è là, nelle tentazioni e nelle sofferenze. La comunione con Lui non può essere spezzata che da noi, mai dagli altri. Perciò dobbiamo essere preparati a riconoscere Gesù davanti agli uomini: con mitezza, senza arroganza, senza vanto e, se necessario, anche a caro prezzo.  In Occidente non corriamo il rischio della persecuzione, tuttavia non siamo esenti da prove. Quando manchiamo di coraggio nel testimoniare la verità, rifiutiamo di servire la giustizia, operare per la pace, impegnarci per la carità, scegliamo di non essere riconosciuti da Gesù nel Regno. Del resto, per rinnegare è sufficiente accettare il “così fan tutti”, l’ignavia pigra di chi teme solo di non godere del favore di qualche potente. Oggi l’esempio viene dai cristiani del Medio Oriente che continuano a partecipare alla liturgia pur sapendo che rischiano la cieca violenza anticristiana. Il martirio è ricomparso, dunque è l’ora del coraggio, sapendo che Gesù è accanto a noi e lo Spirito, l’altro Paraclito, è il nostro avvocato davanti al Padre. Coraggio! Se la paura è la più grande minaccia alla fede perché induce al dubbio e questo a rinnegare, rafforziamo l’umile fiducia nella forza invincibile de Padre che fa delle sue mani il nido per proteggere noi passeri sperduti in un mondo confuso ed avverso!                                          LR

                               Il messaggio per tutti noi dai bambini della PRIMA COMUNIONE 

Come asserisce Sabato, Gesù da questo momento diventa per sempre il nostro amico, un amico generoso perché, come prega Paola, sia sempre pane per nutrire, amico per consigliare e luce per illuminare. Con Giovanni anche noi rifacciamo il proposito di mantenere nel nostro cuore un posticino per Gesù anche perché, come dichiara Roberta, con Lui vicino non si avrà più paura. Con Manuel vogliamo affermare che oggi anche noi abbiamo un amico in più. I vantaggi di questa scoperta sono subito evidenti a tutti perché condividiamo quanto sostiene Benedetta: con Gesù al fianco saremo sempre felice, anzi - come scrive Raffaella - ognuno di noi può ritenere che in sua compagnia più bella è la vita.
Allora concludiamo con questa preghiera, una scoperta, un impegno, un proposito, un bisogno, una gioia scritta da Gianna, la quale ha messo in rima i suoi sentimenti a conclusione della preparazione alla Prima Comunione:
Sin dalle prime volte, seguendo la Messa, ti accorgi che manca qualcosa.
Sei  soltanto una spettatrice, non sei ancora pronta per l’ostia desiderata.
Pian piano ti avvicini alla Chiesa e cresce la fede religiosa.
Son pronta, siam pronti, in questa calda e splendida giornata.
Una nuova coscienza mi appartiene,   con l'’aiuto di Dio ed il Suo bene.  La mia preghiera d’ora in poi cambierà, sarà viva e ricca di verità.
     
Auguri di tutta la comunità parrocchiale a Sabato, Paolo, Giovanni Roberta, Manuel, Benedetta, Raffaella e Gianna.
P_20170618_111432

Sabato, Paolo, Giovanni, Roberta, Manuel, Benedetta, Raffaella e Gianna pregheranno per tutti noi chiedendo a Gesù di far crescere nella gioia, nell’amore e nella pace la comunità di Cannalonga.     

19 giugno

Eucarestia, cibo per la vita: è il messaggio della festa odierna, una evidente provocazione per tutti noi perché implica l’esame di coscienza su come partecipiamo alla Messa domenicale, se riceviamo degnamente la Comunione, se sentiamo il bisogno di ringraziare visitando il SS. Sacramento. Non si tratta di una possibilità a noi offerta, ma di una autentica necessità, come la manna nel deserto per gli Ebrei. Infatti, se non si mangia si muore, così capita anche per la vita spirituale se non ci si nutre del pane eucaristico. L’esperienza liturgica di questa domenica costituisce anche la parte centrale del nostro credo: è l’evocazione complessiva della Pasqua. Infatti tutta l’esperienza cristiana vi converge e da essa prende inizio. E’ il motivo per il quale l'Eucarestia si pone al centro del nostro itinerario verso il Regno illuminato dall’azione di Gesù che è passato per il mondo facendo del bene e annunciando la buona novella: Dio è amore e viene a stabilirsi in mezzo a noi. Gesù è morto nelle condizioni che sappiamo, ma è risorto, ha inviato la Spirito Santo, che è lo Spirito del Padre. Questa esperienza per noi culmina nell'Eucarestia, il sacramento che consente di appropriarci qui e ora di tutto ciò che Cristo è stato, è e sarà quando la chiesa, nella quale noi siamo inseriti, avrà compiuto il suo itinerario di salvezza partecipando a tutti la redenzione. Il vangelo di oggi ci invita a riflettere sul discorso eucaristico riportato nel capitolo VI di Gv. Fa riferimento al mangiare e al bere, un’azione centrale nella Bibbia; infatti in Genesi è proprio il mangiare o meno del frutto “dell'albero della vita" a mettere in moto una vicenda che si conclude con 'esaltazione nell’Apocalisse dell'acqua viva. Tra questi due estremi si sviluppa la storia della tentazione, del peccato, dell’espiazione e della salvezza espressa in termini di nutrimento e di dono per indicare il rapporto uomo-Dio, uomo-natura, degli uomini tra loro, pronti a contendersi i beni, ma anche a riunirsi a tavola per celebrare nella pace i legami di amicizia. Se mangiare e bere esprimono i bisogni primordiali, richiamano anche la comunione della famiglia umana, vero substrato del sacramento per risolvere il rapporto traumatico tra violenza e comunione grazie all'Eucarestia riconciliazione per violenza fatta all’Agnello di Dio, il quale però in questo modo toglie il peccato del mondo, un sacramento, quindi, che consente all’umanità, piegata e piagata dal peccato, l’approdo alla vita beata, comune ingresso nel Regno dove l'universo è riconciliato. E’ Dio a donare questo nutrimento: il Cristo, pane del cammino che consente di attraversare i deserti della sete e della fame al popolo che cammina verso l'unità. Il ricordo della propria condizione nel deserto della vita diventa un convincente appello per attualizzare l’esperienza della salvezza, di conseguenza prestare fede all’affermazione di Gesù: “Io sono il pane vivo”, cioè la realtà santa che fa vivere realizzando la prima legge del Signore, vale a dire che l'uomo viva. Ogni domenica ci è data questa possibilità celebrando Cristo che si dona, in particolare oggi, festa del “prendete e mangiate, prendete e bevete”, del dono non meritato, ma che va preso e mangiato. Che questo sia il riferimento principale della festa lo si ricava dalla struttura della lettura che si fonda sul mangiare e bere, ripetuti rispettivamente sette e tre volte. Così Gesù parla del sacramento dell'Eucaristia, della sua esistenza, che diventa pane vivo per ciascuno di noi se da esso si riesce a prendere l’energia, l’innesto del seme, gli effetti del lievito per sentire nel proprio cuore le radici del coraggio di Cristo vivendo della sua esistenza, curando gli altri, il creato e se stessi. Così egli veramente rimane in noi realizzando un legame d’intimità, che nutre la fede di abbagliante semplicità. Cristo in me e io vivo in Lui se seguo in suo invito: prendete, mangiate. Le parole possono risultare dure. L’espressione usata andrebbe tradotta “Chi mastica la mia carne”, in greco primitivo trogon, cioè masticare, spezzettare; in realtà è il modo con cui Gesù manifesta il suo amore per l’uomo: voglio stare con te dono di pane per la tua vita, affermazione che deve generare stupore: il mio cuore assorbe Dio che è in me e così diventiamo una cosa sola. Sono parole solenni che Gesù evidenzia con la formula “In verità, in verità io vi dico”. Egli rimanda all’immagine dell’agnello pasquale, alimento che fornisce la forza per intraprendere il  viaggio verso la piena libertà, oltre il deserto della schiavitù. E’ il suo modo di sottolineare che non si attende una adesione meramente ideale, ma concreta perché la vita eterna promessa non è premio meritato in futuro per la buona condotta in questo mondo, ma qualità di vita già nel presente indistruttibile perché partecipe dei meriti del Risorto, la vita eterna, che è conoscere l’unico vero Dio e colui che Egli ha mandato, conoscere così come invita a considerare nella sua pregnanza il linguaggio biblico, cioè una conoscenza d’amore che si tramuta in esperienza vissuta. Sono parole gravi, che confondono la maggioranza dei discepoli; infatti lo abbandonano scandalizzati quando col suo “Io sono” rivendica la condizione divina ed adopera il termine carne per indicare l’uomo nella sua debolezza e farlo partecipe della vita di Dio non al di fuori della realtà umana. Il dono di Dio che passa attraverso la carne debole è in evidente contrapposizione col tentativo degli uomini che si innalzano per incontrare Dio lontano, inavvicinabile, inaccessibile. Un Dio che scende per incontrare l’uomo diventa perciò una evidente eresia da condannare. Gesù è consapevole che il linguaggio da lui adoperato è duro, ma non desiste. Anzi aggiunge: volete andarvene anche voi?, rivolto agli apostoli. Intanto risponde alle autorità, quei Giudei che si guardano esterrefatti scambiandosi un “Come?”, prima sussurrato, poi sempre più incalzante perché per loro un Dio che, anziché pretendere doni, si dona è inaccettabile; un Dio che vuole essere accolto per fondersi è decisamente intollerabile, anzi pericoloso perché insidia tutta la struttura della religione del Tempio. Ma Gesù continua il suo evangelo: Dio non assorbe gli uomini, li potenzia comunicando loro la sua energia, perciò raccomanda la piena fusione degli uomini con lui. Infatti, Dio chiede di essere accolto per dilatare la capacità d’amore poiché la vita ricevuta deve essere comunicata ai fratelli: ecco il significato dell’Eucaristia. Egli non nasconde il fallimento dell’Esodo. Rispetto agli ebrei tutti morti, i suoi discepoli sono destinati a realizzare pienamente questo progetto di vita con Gesù e come Gesù, a favore degli altri, una vita che la morte non potrà interrompere perché la moltitudine dei seguaci partecipa ad un solo pane e diventa così un solo corpo, la Chiesa, costruita insieme ad immagine della Trinità, vera ragione del continuo ringraziamento racchiuso nella Eucarestia.                                         LR 

                                                              11 giugno 

L'immagine di Dio, non nella solitudine dell’individuo, e l’umanità riconciliata, una pur nelle sue diversità, diventano lo spunto di riflessione per questa domenica, festa della Trinità, alla quale ci rivolgiamo in ogni liturgia, anzi ogni azione che iniziamo col segno della croce implica anche la sua evocazione. In Occidente si è sentito il bisogno di una festa per consentire una riflessione teologico-dogmatica alla comunità, occasione di lode, di ringraziamento, di adorazione del mistero che esalta la comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo. Si tratta del mistero della fede che, come il sole, fa perdere la prospettiva se si pretende di fissarlo direttamente; invece, una riflessione attenta, aiutata dalla fede, consente di illuminare tutta la vita approfondendo l’idea di Dio. Si supera così il concetto di monade immersa nella solitudine della sua potenza infinita, come hanno scritto i filosofi alla ricerca di un Signore dominatore, ragione di tutte le cose. Grazie alla rivelazione fatta da Gesù noi cristiani crediamo, invece, che Egli è in sé relazione per cui dire Dio è dire Trinità e così affermare che Egli é amore. La Trinità indica una vita di amore plurale, comunitario. Noi tentiamo di descriverlo, ma le nostre parole risultano poco efficaci rispetto ad un mistero che rimane ineffabile. Ancora oggi l’intuizione di Agostino, che fa riferimento al Padre Amante, al Figlio Amato e allo Spirito Amore tra i due, si rivela il tentativo di spiegazione più adeguato, riassunto da san Bernardo con la poetica espressione del bacio circolare ed eterno. Essa ha trovato riscontro plastico e pittorico nella famosa Icona russa di Andrej Rublev, il monaco figlio spirituale di San Sergio. La relazione che si esprime in questo modo diventa la legge costitutiva della vita che riflette lo scambio d'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: Amore dell’Io che si proietta nell’essere del Tu per costruire insieme il Noi Trinitario grazie allo Spirito Santo, che unisce l’Io del Padre ed il Tu del Figlio. L'amore costituisce perciò la dinamica presente in ogni famiglia o comunità umana nel momento che è e si percepisce come un noi. Allora diventa icona di Dio Trinità; quindi l'umanità raggiunge la sua perfezione quando riesce a costituire il Noi globale, l'universale famiglia umana. Il passo del Vangelo presenta Gesù impegnato in un dialogo faticoso con Nicodemo, uomo di fede che ha difficoltà a cogliere la portata dell’annuncio del Maestro di Nazaret. “Dio ha tanto amato da dare il suo Figlio”, è l’affermazione di fondo per  spiegare il perché dell'Incarnazione ed il fondamento della Salvezza. Il Vangelo asserisce che amare non è un sentimento, un emozionarsi ed intenerirsi, ma la disponibilità a dare e darsi con generosità, senza sé e senza ma. Gesù lo ha fatto e così ha salvato il mondo dall'unico grande peccato: il disamore. Questa scelta spiega i motivi della storia personale di Gesù e giustifica la croce e l’esperienza della Pasqua. Egli ha amato non solo gli uomini, ma il mondo intero perché la vita fiorisca in tutte le sue forme. Allora, davanti alla Trinità, anche se ci sentiamo piccoli, percepiamo il grande abbraccio nel vortice del vento carezzevole dell’amore di Dio. Per conoscere l’amore di Dio per il mondo è necessario coglierne l’epifania databile nella storia di Gesù, che duemila anni fa muore sulla croce “avendo amato fino alla fine”. “Dio ha tanto amato il mondo …” e “Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” sono affermazioni che vanno lette in modo parallelo per comprenderne a pieno il significato e così credere e avere fiducia nel Cristo. L’ora della croce è l’ora di Gesù, la manifestazione della sua gloria perché è l’ora dell’innalzamento del Figlio, dono gratuito di sé, che noi siamo chiamati ad accogliere con fede. Dio ha voluto diventare uomo per condividere la nostra esistenza, la lotta, la sete di vita eterna e Gesù, per raccontare la Trinità, ricorre ai termini famiglia, affetto, Padre e Figlio che abbracciano e si abbracciano, Spirito come vita che riprende a respirare quando è accolta: sempre una relazione, un legame. E se Dio si riflette in Cristo, la Chiesa consente ai fedeli di divenire immagine di Dio perché membri del medesimo Corpo mistico. La Chiesa celebra questa festa non per invitare a fare speculazioni sul mistero, ma per fare esperienza della Trinità nella consapevolezza che - immagine perché nata nel cuore del Padre, fondata sul Figlio e radunata dallo Spirito Santo - è il luogo in cui è dato di fare esperienza del cuore di Dio e della sua plurale comunione. Inoltre, se noi esistiamo a sua immagine e somiglianza, allora il racconto di Dio è anche narrazione dell'uomo, non un dogma che impone di credere ad una fredda dottrina, ma generosa esperienza della sapienza del vivere in quanto, come il Cuore di Dio, anche quello dell'uomo è relazione. Ecco perché la solitudine pesa e fa paura: è contro natura, mentre quando si ama e si condivide l’amicizia ci si sente beati. Il nostro cuore è specchio e senso ultimo dell'universo nel legame di comunione; quindi essere salvati significa passare dalla morte alla vita definitiva, una possibilità per chi accetta il dono col quale non si propone il giudizio sul mondo, ma di salvarlo. Rispetto a questo dono all’uomo rimane la libertà di scelta, ma chi non lo accoglie si giudica da se stesso perché l’unica opzione possibile è entrare nella vita oppure allontanarsi dalla sua sorgente. In chi rifulge l’amore per i fratelli si proietta la vita di Gesù; così in Lui e con Lui conosce quella eterna.                         LR26 febbraio
La paura di essere dimenticati genera angoscia. Le esperienze traumatiche della vita inducono a ritenere che non siamo più nei pensieri di Dio, dimenticando che egli è come una madre, più di una madre! Ne deriva il radicarsi di una sorta di costante paura di un domani apocalittico perché privati del nutrimento e del vestito. Gesù invita ad osservare con attenzione la creazione nella quale siamo inseriti per intessere un rapporto armonico e con parole semplici, come Lui sa fare, descrive come dobbiamo vivere la nostra esistenza per venire a capo dell'affanno che toglie il respiro e ruba la serenità condannandoci ad una traumatica convivenza con lansia. Egli osserva con attenzione la vita, è capace di silenzio per sperimentarne il ritmo e gustarne il vero significato, perciò invita ad avere fiducia; ma pone come condizione una scelta decisa e precisa: non è possibile specchiarsi contemporaneamente in Dio e nel danaro dimenticando che questultimo è solo un mezzo, non il fine dellesistenza. 
La scelta quindi è in chi riporre fiducia. Se è Dio possiamo essere sicuri che Egli non abbandona il suo fedele perché sa che ha bisogno. Non rimane allora che fidarsi di Lui ed affidarsi alla sua Provvidenza, pronta a prendersi cura degli uomini in cammino verso il Regno e, lungo il tragitto, disposti a sperimentare la solidarietà e praticare la generosità per rinsaldare la loro fiducia nel Padre.
La scelta radicale per Dio fa scoprire la bontà della sua Provvidenza e irrobustisce il discernimento nella convinzione appunto che a ciascun giorno basta il suo affanno.  Scegliamo momenti di silenzio per riflettere soprattutto durante la Quaresima ormai prossima prendendo spunto da un episodio vissuto da un eremita nel deserto. Stava attingendo acqua al pozzo quando un viandante gli chiese: Cosa hai imparato da una vita di solitudine con ritmi lenti e tanti silenzi?
Rispose: Spia dallorlo del pozzo e dimmi che vedi. 
Nulla  di rimando il viaggiatore - solo una superficie increspata. 
Intanto seduti i due riposavano. Dopo qualche tempo leremita invitò il viandante a riguardare nel pozzo. Questi, solo per rispetto verso il santo uomo si alzò e con scetticismo si sporse; subito notò con chiarezza i lineamenti del suo volto. Quellimmagine stampata negli occhi era il frutto dellinsegnamento impartito dalleremita!  Il silenzio per meditare anche solo per pochi minuti aiuta a ricordare che a Dio occorre offrire un cuore indiviso. Disponibilità al dono totale di sé, ecco il tesoro nel Regno. Per esso innalziamo il canto di gratitudine per linvito a vivere lesistenza non come una collezione di giorni sempre uguali, scanditi con un calcolo meramente cronologico delle preoccupazione che assillano, ma come la redenzione del Kronos nel Kairos, momento favorevole, quello di grazia che fa apprezzare la provvida azione del Padre con tutti perché Egli è tutto Amore.                                       LR 

                  26 FEBBRAIO

"Ah, Signore, eterno! Ecco, tu hai fatto il cielo e la terra con la tua grande potenza e con il tuo 1braccio disteso, non V'è ,nulla di troppo difficile per te.   (Geremia 32,17)

                                                                         L'ARTISTA DIVINO

In una notte chiara d'estate, con un bel vento soave, viene spontaneo volgere lo sguardo in alto e fissare il cielo splendente per il chiarore della luna e delle stelle Quei corpi celesti sospesi nel nulla come piccolissimi diamanti non ti portano a pensare ad una mano onnipotente, a Dio? Al Creatore? Egli è onnipotente, grande, immenso, meraviglioso, creativo ed artista! Per Lui non c'è niente che sia difficile. I discepoli di Cristo della primitiva chiesa davano inizio alle loro preghiere enumerando le opere grandi di Dio (Atti 4,21). Dio è creatore e artista non soltanto per le cose grandi che vediamo e tocchiamo, ma anche di quelle infinitamente piccole e invisibili. Il fisico Alfredo Kastler ha detto "Un solo atomo è cosi complicato, strutturato con tanta intelligenza, che l’universo materiale e fisico non ha senso. L’idea che l'universo si sia creato da solo mi sembra assurda. Concepisco il mondo soltanto con un Creatore, quindi un Dio. Permetti a Dio di entrare nella tua vita, e Lui sarà con te interamente, per sempre. 

                      27 FEBBRAIO

"In ogni cosa rendete grazie, perché tale e la volontà di Dio verso di voi" (I Tessalonicesi 5,18)

                                                                         L'ATTEGGIAMENTO DELLA GRATITUDINE

Considerate questa domanda: "Possiedo l’atteggiamento della gratitudine?" La lode, il ringraziamento e la vera gratitudine glorificano sempre Dio, per tanto e uno dei doveri e delle occupazioni più importanti di ogni cristiano Gli inventori con le loro scoperta ed invenzioni straordinarie hanno reso la nostra vita più facile e più felice. Gli scrittori hanno composto molti volumi di eccellente letteratura. Dei cantanti sono stati dotati per affascinare grandi folle con le loro voci piene di talento. Artisti di rara capacità hanno dipinto quadri magnifici e noi ci meravigliamo delle loro opere. Presidenti e re hanno pronunciato sentenze rivoluzionarie che hanno mutato il corso delle nazioni. Ma nessuno degli uomini e delle donne più grandi del mondo è mai riuscito a fare neanche la meta di quanto può fare un figlio di Dio quando loda, esalta e glorifica Gesù. Nessuno ha mai fatto qualcosa di così nobile come quando si loda e ringrazia Gesù per quello che Lui è e per quello che ha fatto. 

                       28 FEBBRAIO

Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli.  (Filippesi 3,20)

                                                                          L'ATTESA

Viviamo in tempi particolarmente difficili, di realizzazioni delle profezie bibliche e, tutto ci par la con forza della prossima venuta del Signore. Nell’attesa del ritorno di Cristo, i credenti sono continuamente messi alla prova, noi dobbiamo sottometterci alla suprema volontà di Dio, sapendo che in ogni circostanza Egli continuerà: a prendere cura di noi. Il principale scopo della prova è quello di distaccarci dalle cose di questo mondo ed avvicinarci di più al Signore, nell'attesa del Suo ritorno. Dio potrebbe anche esimerci dal dolore dei tempi che corriamo, ma permette la prova  per farci realizzare più che mai che siamo cittadini del cielo (Filippesi 3,20). Noi aspettiamo il momento in cui saremo trasformati in corpi incorruttibili per incontrare il Signore, per essere nella sua patria celeste, dove il dolore, il pianto, la fame, le sofferenze, le paure cesseranno per sempre e realizzeremo le parole del salmista "Beati quelli che abitano nella Tua casa e ti lodano di continuo" (Salmo 84,4). 

                       1 MARZO

"Se ti perdi d'animo nel giorno dell’avversità, la tua forza è poca". (Proverbi 24,10)

                                                                           L'AVVERSITA'

Perdersi d'animo significa svenire. Se la realtà della crocifissione di Gesù è veramente il centro d'ogni manifestazione di una vita umana, se la consacrazione al servizio di Dio è totale e disinteressata, tale vita avrà sicuramente a che fare con l'avversità. Dio permette le difficoltà, ma subito assicura che Egli ha già pronto un atto della Sua  grazia liberatrice. Egli userà l'avversità per fortificare la fede dei suoi figlioli affinché si accertino appieno del Suo aiuto e della Sua vittoria. Il cristiano sa che esiste il pericolo di svenire sotto il peso delle prove, ma resiste avendo fiducia nella grazia del Signore. Se i discepoli di Gesù svengono al momento dell'avversità, chi apporterà l'ancora della salvezza a questo mondo perduto? Facciamoci animo perché “se Dio é per noi chi sarà contro di noi?" (Romani 8,31). 

                        2 MARZO

"Vi prego datemi un segno sicuro che salverete la vita a mio padre e madre, ai miei fratelli e sorelle e a tutto quel che appartiene a loro" (Giosuè 2, 12 e13)

                                                                            L'ESEMPIO Dl RAHAB

Rahab, una meretrice, stava per soccombere con il popolo di Gerico, ma fu risparmiata con la sua famiglia grazie all'aiuto dato, a suo tempo, alle due spie d'Israele per averle nascoste e poi fatte fuggire. Ora trovandosi in grande pericolo di morte, la preghiera di Rahab non fu tanto per se stessa quanto per i membri della sua famiglia che citò uno ad uno, dal più grande al più piccolo e per tutto ciò che apparteneva loro. L'esempio di Rahab è da tenere in viva considerazione ogni volta che preghiamo, quando o per mancanza di tempo o per pigrizia, troppo spesso si prega solo per se stessi e non per tutti gli uomini o coloro che sono in autorità (1 Timoteo 2,14): "Questo è buono al cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano sali e vengano a conoscenza della verità ed ancora "affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità" perché dal loro bene dipende anche il nostro. 

                   3 MARZO

Avendo in Dio la speranza che nutrono anche costoro che ci sarà una risurrezione de' giusti e degli ingiusti (Atti 24, 15)

… l'ora viene in cui tutti quelli che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne verranno fuori quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; e quelli che hanno operato male in risurrezione di giudizio (Giovanni 5, 28 e 29).

                                                                              L'ETERNITA'

Molte persone tremano davanti ad una piccola. parola: morte. Io credo invece che si dovrebbe meditare un'altra parola: eternità, che deve attirare la nostra attenzione. Dove passeremo l'eternità? Dopo la morte che e solo un passaggio, ci sarà la risurrezione e da quel momento inizierà l'eternità. Il problema è che a quel punto non potremo fare più nulla perché la nostra eternità sarà condizionata da ciò che abbiamo fatto quando eravamo in vita. Non ci sarà nessuna possibilità di modificare la nostra condizione. La Bibbia però, oltre a metterci in guardia riguardo a questo problema, ci rivela anche la soluzione che è in Cristo Gesù, Lui, che è stato la primizia della resurrezione, ha lasciato anche l'esempio che noi possiamo seguire e soprattutto accettare, il suo sacrificio per la nostra salvezza. Se noi assumiamo questa decisione oggi né la parola morte, né l'eternità ci faranno paura, sarà per noi, come scrive l'apostolo Paolo, “Poiché per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno" (Filippesi 1, 21) 

                           4 MARZO

Iddio mostra la grandezza del proprio amore per noi, in quanto mentre eravamo ancora peccatori Cristo è morto per noi (Romani 5, 8)

                                                                              L'ETERNO AMORE Dl DIO

Egli ci ha amato e ci ha lavato. Qualcuno pensa: se Dio mi ama perché non mi rende buono? Mentre eravamo peccatori Dio ha fatto questo, ora vuole che restiamo con Lui perché ci vuole come figliuoli nel cielo, non macchine o schiavi. Egli desidera che noi andiamo a Lui coi vincoli dell'amore. 
                                                                  19 FEBBRAIO

Il passo del Vangelo inizia con la reminescenza che Gesù fa della “legge del taglione”, un tentativo di umanizzare i codici della vendetta senza limiti, un progresso rispetto al grido di Lamec, il figlio di Caino, che orgoglioso asserisce di aver ucciso per ritorsione ad una semplice scalfittura inflittagli. Chi ritiene che si faccia riferimento a vicende di millenni fa non si rende conto dei tanti Caino che circolano per l’Italia e per il mondo dimentichi che il primogenito di Adamo, dopo l’omicidio, andò errando accompagnato dalla persistente paura di essere vittima di sventure percependosi perseguitato dagli uomini e da Dio. Rispetto all’etica dell’occhio per occhio, Gesù cambia radicalmente prospettiva ed invita ad essere “perfetti come il Padre celeste", consapevole che le relazioni umane non devono essere vissute facendo riferimento a comportamenti improntati alla vendetta, ma ponendo al centro la disponibilità alla misericordia. Egli invita a cercare il bene per gli altri non per annullare i diritti, ma come disponibilità ad anteporre i loro interessi, effettiva rivoluzione della convivenza, l’unica regola che può finalmente umanizzarla. Ecco il significato del volgere l’altra guancia, invito ad essere disarmato, a non incutere paura. Non è un cadere nella passività morbosa che contraddistingue il debole privo di volontà e di mordente, ma un assumere coraggiose iniziative per compiere con coraggio il primo passo incamminandosi per la via del perdono per ricominciare con rinverdita speranza di bene. Ecco perché il cristianesimo non è una religione di schiavi; non delinea una morale per i deboli negando la gioia di vivere, ma è il vangelo degli uomini liberi, capaci di scelte consapevoli anche davanti alle insidie del male, pronti a disinnescare la spirale della vendetta facendosi protagonisti di reazioni nuove, inaspettate e imprevedibili fondate su rispetto di un’altra esigenza proclamata da Gesù: la pratica dell’uguaglianza totale ad imitazione del Padre celeste, il quale tratta allo stesso modo buoni e cattivi bandendo intolleranze, fanatismi, parole di disprezzo, gesti di rifiuto, sentenze di condanna. E’, quella di Gesù, una posizione radicale, ma anche l’unica che può veramente trasformare il mondo. Infatti, se il diritto è necessario per regolamentare il nostro quotidiano, ancora più importante è la predisposizione alle misericordia, unica opzione che pone fine alle vendette e ha ragione dell’odio. Gesù conosce bene il cuore dell'uomo, complicato e malato, come asserisce il profeta Geremia. Oggi il male opera subdolamente con metodi rinnovati coinvolge anche i cristiani, i quali come singoli e come comunità hanno molto da farsi perdonare per i limiti manifestati nel resistere alle seduzioni del potere, a volte sfociate anche nella violenza. Ecco perché non guasta mai reiterare il gesto profetico del chiedere perdono per rinnovare il mondo nella consapevolezza della gravità di una situazione che induce tanti a strumentalizzare perfino Dio. L’antidoto a tutto ciò per Paolo è nel non cedere a rivalità di sorta, ma gareggiare in carità. E’ la creatività dell'amore che Gesù riassume nell’invito ad amare i nemici, sintesi di tutto il Vangelo. Se non si pratica con coerenza e costanza, l’umanità rischia di autodistruggersi perché la palma della vittoria sarà sempre del violento, di chi  - perché più crudele - è armato degli strumenti che riescono ad infliggere dolore mortale. Per Gesù si supera tutto ciò se si elimina perfino il concetto di nemico e, di conseguenza, la sorgente della violenza, cioè di quella forza malevola che produce una catena di morte. Essa deve essere spezzata ed il vangelo fornisce gli strumenti elencandoli in alcuni verbi che richiedono di compiere gesti a primo acchito difficili: amare, pregare, porgere, benedire, prestare, compiere gesti di fraternità per primi ad amici e nemici. E’ la concretezza della santità cristiana che non ha niente di astratto; essa è possibile se profuma di generosità. Non si tratta di osservare precetti, ma farsi inebriare dall’energia divina perché figli del Padre che fa sorgere il sole su buoni e cattivi. Perciò, quando preghiamo: “Donaci un cuore nuovo", noi chiediamo di avere i sentimenti di Dio, la sua perfezione. Oggi siamo consapevoli che il nostro cuore fatica a imparare l'amore, ma se sapremo imitare quello di Dio allora saremo capaci di vero amore. Ecco realizzato il "siate perfetti", che si traduce in misericordiosi. Sovente si pensa alla santità come ad un regime di vita austero, segnato da grande rigore e gravità di stile, come assoluta fedeltà a ciò che si crede, come reciso e puntiglioso rispetto delle pratiche di religione. Per Gesù la santità non s’identifica con tutto ciò che è esteriore, ma corrisponde al calore interiore di un cuore che si sente figlio di Dio. La legge senza amore ha poco valore perché l'amore è la vera legge del Signore e su di esso si fonda la riuscita della nostra vita. Paolo non esita ad asserire: anche se dessi il corpo alle fiamme senza la carità questo gesto non servirebbe a nulla. Gesù invita ad una scelta ancor più radicale, un comandamento che sovente genera in noi resistenze perché consapevoli di non saper amare come Lui; tuttavia egli ci ha avvertiti: saremo giudicati sull'amore, su questo e su null'altro.             LR

                             19 Febbraio

La mia carne  il mio cuore possono venir meno, Dio è la rocca del mio cuore e la mia parte in terno. (Salmo 73,26P)

                                                  IL NOSTRO CUORE

A volte, di fronte alle circostanze avverse della vita, il nostro cuore è turbato e confuso; non riusciamo a trovare una risposta ai nostri interrogativi e spesso perdiamo la pace interiore. Il salmista qui ci racconta la sua esperienza angosciosa, il suo smarrimento e la sua liberazione. Egli non sapeva spiegarsi come mai i malvagi prosperano e non hanno difficoltà e dolori come gli altri mortali. “Perché gli empi accrescono la loro ricchezza e apparentemente sono tranquilli, mentre i giusti soffrono?”, si chiedeva. Il suo cuore si era quasi smarrito, ma poi entrò nella presenza di Dio, poggiando completamente la sua fede su di Lui, la rocca del suo cuore. Solo allora trovò una risposta ai suoi interrogativi, la pace interiore e poté esclamare: "quanto a me, il mio bene è stare unito a Dio; io ho fatto del Signore, di Dio, il mio rifugio". Tu hai fatto questa esperienza?

                            20 Febbraio

"L'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza e l'esperienza speranza".    (Romani 5, 3-4)

                                                  IMPARARE DALL'ESPERIENZA (I)

Tutto ciò che accade nella vita, buono cattivo, può servire a Dio per manifestarci la sua volontà e la grandezza della sua

grazia in noi. E’ un incoraggiamento per noi tutti il credere che molti errori dei passato non sono senza significato per la nostra vita. Nel passo di oggi possiamo vedere l'importanza delle esperienze e quale efficacia hanno quando i nostri cuori si mantengono uniti a Dio. Si narra di un giovane cassiere di banca il cui lavoro e comportamento facevano ben sperare per la sua carriera. Notate le sue capacita, la direzione decise che sarebbe potuto essere un buon successore dei presidente della banca che stava andando in pensione. Un giorno il giovane si recò dall'impiegato più anziano. Un po' timidamente gli disse "Come lei sa sto per diventare il presidente di questa banca, le sarei grato per ogni consiglio che lei vorrà darmi” Osservate l'umiltà di questo giovane (Segue)

                               21 Febbraio

 "L'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza e speranza" (Romani 5, 3-4)

                                                    IMPARARE DALL'ESPERIENZA (Il)

L'anziano signore rispose "Figlio mio, ho due parole per te, solo due parole “giuste decisioni”. Il giovane riflette un istante

e poi osservò “Signore il consiglio è molto utile, ma quale mezzo usare per prendere le giuste decisioni?". “Una sola parola, esperienza". Questo e ancora un buon consiglio, ma come fare per acquistare esperienza? Cheise ancora il giovane, “due parole” - disse l'anziano - "decisione sbagliate". Con questo non voglio dire che solo quando facciamo brutte esperienze possiamo imparare ciò che è giusto, ma se nella nostra vita non lasciamo dietro di noi delle zone d'ombra, non potremo apprezzare nuovamente la grazia e l'amore di Dio verso noi. Le conseguenze dei nostri peccati sono irrevocabili, nessuno potrà risparmiarcele, ma se da esse impariamo a consacrarci di nuovo a Dio, dalle esperienze del passato avremo nuove speranze per il futuro.

                                 22 Febbraio

"Egli mi ha condotta nella casa del convito e l'insegna che spiega su di me e Amore". "La Sua sinistra sia sotto al mio capo, e la sua destra m'abbracci". (Cantico dei Cantici 2, 4-6)

                                                     L'AMORE DELLO SPOSO

Iddio sia ringraziato perché, se vogliamo, anche noi possiamo andare sotto la sua bandiera. La sua bandiera d'Amore è su di noi. Benedetto Vangelo, benedette queste preziose notizie. Credi oggi stesso e ricevi queste verità nel tuo cuore, entra in una nuova vita. Lascia che l'amore di Dio sia effuso nel tuo cuore dallo Spirito Santo oggi stesso. Egli ti porterà fuori delle tenebre e illuminerà ogni oscurità, abbatterà il peccato e allora tue saranno la pace e la gioia di Dio. Chi ci separerà dall'amore di Cristo?. Sara l'afflizione, o la persecuzione, o la fame, o la nudità, o il pericolo, o la spada? (Romani 8, 35). L'insegnamento di Cristo intorno all'amore deve essere mantenuto vivo e d'accordo con la verità che Egli è venuto a portare; e se ciò genera guerra e spada solo contro il male, il peccato e le falsità, di ciò non ti devi meravigliare e non ti deve scoraggiare (Giovanni 17, 23).

                                23 FEBBRAIO 

"Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e serbano le cose che sono scritte in essa, poiché il tempo e vicino! (Apocalisse 1, 3)

                                                     L'APOCALISSE :..

Nell'ora stabilita da Dio, il Signor Gesù ..ritornerà sulla terra e tutto il mondo saprà che Egli è il Signore dell’universo! Coloro

che lo amano gioiranno e accoglieranno il loro Savatore, con un cuore traboccante di gioia canteranno inni di lode. Questo è il messaggio che Dio rivelò all'apostolo Giovanni. L'Apocalisse è un libro di speranza indirizzato a tutti i credenti, quelli del primo secolo e quelli di tutti i tempi. S. Giovanni proclama che il loro vittorioso Signore sicuramente ritornerà per vendicare i giusti e per giudicare il malvagi. I nemici di Cristo saranno invece pieni di paura, gli alleati di satana ed i suoi eserciti, lotteranno contro Cristo stesso e contro tutti i credenti, ma chi potrà resistere all'ira di Dio? Chi potrà sconfiggere il Re dei Re e il Signore dei Signori? Cristo vincerà la 'battaglia" e regnerà vittorioso per sempre! Gesù, l'umile servo sofferente, è anche il potente conquistatore e il giusto giudice.

                              24 Febbraio

L'uomo guarda all'apparenza, ma il Signore guarda al cuore (I Samuele 16, 7)

                                                       L'APPARENZA

L'uomo guarda all'apparenza perché non può fare diversamente. Nessun uomo è in grado di sapere quello che c'e nel cuore del proprio simile. A volte è anche difficile sapere quello che c'è nel profondo del nostro cuore. Dio solo può comprendere quello che preoccupa il nostro essere, Lui solo può dare la soluzione. L'uomo si affatica invano e non si rende conto che basterebbe rivolgere i suoi pensieri a Dio per avere la risoluzione a tutti i problemi L'uomo continua a guardare all'apparenza delle cose e giudica in base a quello che vede o che pensa di vedere. Dio solo è la vera luce, Colui che conosce i pensieri del nostro cuore.- Dio vede al di là di quello che noi pensiamo di vedere e sa già la soluzione. Non affidarti a te stesso, guarda a Gesù e Lui ti darà ciò che il tuo cuore desidera, quello che neppure tu stesso riesci forse a comprendere. Dio vuole darti una mano e desidera più d'ogni altra cosa risolvere ogni tuo problema. Non rifiutare il suo aiuto!

                             25 Febbraio

Non giudicate secondo l'apparenza (S Giovanni 7,24); L'uomo riguarda l'apparenza, ma l'Eterno guarda il cuore (1 Samuele 16, 7).

                                                    L'APPARENZA INGANNA

Non bisogna credere che tutti quelli che ridono e scherzano siano felici. Spesso sotto un'apparenza gioiosa si nasconde un dolore profondo e lancinante. Si racconta di un tale che andò da un dottore e gli confidò di sentirsi tanto oppresso al punto che la vita gli era divenuta insopportabile. Il dottore lo visitò con cura e, non avendo trovato nulla di grave, gli disse: il suo organismo è sano, ha solo bisogno di un poco di distrazione, il paziente dichiarò che quel rimedio non lo persuadeva. A questo punto il medico gli suggerì -«È qui in piazza da qualche giorno un baraccone dove tutte le sere un pagliaccio fa sbellicare dalle risate quanti vanno ad udirlo. Se un pagliaccio simile non riuscisse a distrarlo non saprei proprio che altro consigliarle. «Ahimè» esclamò allora il disgraziato «quel pagliaccio sono io!» Quanti potrebbero fare la stessa confessione! Ma solo Gesù ha il rimedio infallibile. Egli dichiara: venite a me, voi tutti che siete stanchi e pensierosi, ed io vi darò riposo (Matteo 11,28). Il riposo che Gesù offre è il migliore farmaco per tutti i mali, di qualunque natura essi siano.
                                                              12 febbraio

La prima e la seconda lettura di questa domenica ci invitano a riflettere sulla legge, per un cristiano non un codice giuridico, ma luce che illumina i suoi passi, fonte di vita e gioia per il suo cuore.

Il Siracide sintetizza il messaggio sapienziale della tradizione biblica adattandolo ai nuovi contesti culturali del II secolo a. C. per orientare nelle scelte decisive a livello etico ed esistenziale legate alla vita e alla morte. Paolo nella sezione teorica della I lettera ai Corinzi delinea la vera sapienza cristiana con l’invito ad accettare e collaborare al disegno di salvezza per entrare nella profondità del rapporto di amore con Dio. La fede e il suo rifiuto si scontrano continuamente per cui l’apostolo ripete l’appello all’adesione feconda e totale per il Signore. Ecco perché egli contrappone alla Legge mosaica la Grazia condannando i cavilli dei rabbini, impegnati a moltiplicare minutissime e intricate osservanze sulle quali fondare la salvezza. La sua reazione si fonda sull’impegno missionario pronto ad esaltare l’opera-dono di Dio, il quale gratuitamente e per amore salva l’uomo. In questa cornice si colloca il passo del Vangelo ed il termine greco “plearoun” vien utilizzato dall’evangelista per evoca la pienezza definitiva della legge non il mero compimento. Dopo le beatitudini e l’operare come il sale e la luce, Matteo propone tre capitoli sulla Legge per chi vuole viverla secondo l’intenzione di Dio. Da qui la contrapposizioni tra ciò che è “sta scritto” e una interpretazione più autorevole. Gesù non intende abrogare la Torah, ma svelarne il significato più pieno. Egli continua il discorso della montagna con quattro antitesi dopo la solenne precisazione “Fu detto, ma io vi dico”. Si il riferimento simbolico alla minuscola lettera jod e all’apice necessario ad alcune consonanti per significare che il cristiano non è chiamato ad essere l’uomo della minuzia, ma della totalità perché con Gesù la legge non ha risvolti formali ma acquisisce la sua definitiva radicalità. Infatti il vangelo per essere tale deve educare ad una severa disciplina, quindi non usa mezzi termini perché deve trasformare i rammolliti della società liquida in individui forti e decisi che non cedono facilmente di fronte al male, persone di carattere, capaci di amare, cristiani disposti a seguire l’ascetica medievale che insegnava  osserva l’ordine e l’ordine ti salverà. Gesù impartisce il suo insegnamento facendo riferimento a tre comandamenti: non uccidere, non commettere adulterio, non giurare. A proposito del primo il “ma io vi dico” non è una contrapposizione, ma la proposta di una alternativa radicale che autentica la legge con l’invito a considerare la portata morale del comando, atto d’amore che parte dall’interiorità della persona capace di esprimersi in uno sguardo, in un’intenzione, in un desiderio. Nel cuore dell’uomo va colta la radice della scelta.  I rabbini insegnavano “chi odia il suo prossimo è un omicida”, Gesù ne svela la profondità precisando: non uccidere significa sii mite, dolce e così sarai beato. Il cuore che deve essere purificato, non le mani o il volto; quindi il non uccidere viene esteso fino ad includere l’indifferenza nel rapporto, grave mancanza perché le persone non sono oggetti, quindi non vanno strumentalizzate. I rapporti interpersonali vanno vissuti in modo nuovo. Il SI' SI', NO NO diventa il dramma della nostra vita: abbiamo la possibilità di scegliere, ma sovente tergiversiamo e la Bibbia descrive le conseguenze delle buone e delle cattive scelte. L'obbedienza servile non serve. Del resto la chiave per capire la Legge del Signore non è la paura, la condizione di servitù alienante, ma il timor di Dio. Un comandamento è osservato solo quando si va fino in fondo per ottemperare alle esigenze dell’amore. Senza scoraggiamenti il Vangelo invita alla perseveranza e alla pazienza, senza cedere al compromesso perché la misericordia avrà sempre ragione della nostra debolezza. Gesù non viene ad insegnare una nuova morale, ma a portare la liberazione svelando l'anima segreta della legge. Egli non è lassista o rigorista, porta la norma avanti nelle due direzioni che a lui interessano, quella del cuore e quella della persona. Egli porta a compimento la legge e fa nascere la religione dell'interiorità invitando ad andare alla sorgente. Perciò, se si guarda per desiderare, se ci si avvicini ad una persona per sedurla e possederla trasformandola in oggetto si commette adulterio nel senso originario di adulterare, cioè alterare, falsificare, manipolare, immiserire la persona minando, di conseguenza, il disegno di Dio. “Non commetterai adulterio” per Gesù non è sufficiente. Egli invita a fare i conti col desiderio per cui possedere l’altro con lo sguardo, la brama che non fa vedere la persona ma una cosa di cui impadronirsi sono già adulterio nel cuore. Un aspetto ancora più rivoluzionario in questo insegnamento di Gesù è il suo attribuire la colpa più che alla donna sedotta, giudicata causa di peccato, a chi seduce e non sa resistere al desiderio. Infatti, tutti i sensi con i quali viviamo le relazioni devono essere ordinati dalla potenza dell’amore, non dalle passioni anche se la vigilanza e la disciplina del cuore non sono facili. La quarta antitesi in riferimento alla verità richiama la radicalità del “vi dico di non giurare mai” perché la norma è salvaguardia della vita, custode di ciò che fa crescere. Queste parole pronunciate da Gesù sono tra le più radicali, ma anche le più umane perché pronunciate in difesa della umanità; partendo da queste considerazioni il vangelo diventa facile, umanissimo, non aggiunge ulteriore fatica alla nostra esistenza perché non sollecita ad essere eroi o santi, ma si rivolge a uomini e donne dal cuore sincero. Alla casistica della tradizione si oppone la semplicità del linguaggio, la responsabilità della parola di un linguaggio limpido per cui non c’è bisogno di chiamare Dio a testimone e garante della verità. Perciò quella di Gesù non una nuova legge, ma è l’insegnamento dato a Mosè interpretato con autorità e soltanto Gesù, Figlio di Dio, poteva farlo.                                                                       LR

        Uno spunto di riflessione per ogni giorno della settimana

                                                 12 Febbraio

E asciugherà ogni lacrima dagli occhi loro e la morte non sarà più, né ci sarà più cordoglio, né grido, né dolore, poiché le cose di prima sono passate    (Apocalisse 21,4)

                                               GIOIA ETERNA

La serenità del cristiano nella vita e nella morte trova la sua spiegazione nella speranza. Egli accetta la vita con i

suoi impegni e le sue difficoltà perché sa che è un percorso obbligatorio che lo porta verso la “gloria”. Egli guarda serenamente alla morte perché non vede in essa una nemica, ma un'ancella che lo introduce alla presenza del Signore "Nella casa di mio Padre ci sono molte stanze ed io vado a prepararvi un posto". Con queste parole Gesù si è accomiatato dai suoi discepoli precisando: Io tornerò di nuovo e vi accoglierò presso di me affinché dove sono io siate anche voi". Il piano della salvezza ha la sua conclusione nella “Gloria” Il credente esperimenta sin da quaggiù gli effetti benefici dell'opera divina, ma non è stato chiamato solo per godere in questa vita terrena. Cristo ci vuoi far vedere la sua gloria e vuole che ne abbiamo parte con lui nell'eternità (Apocalisse 22 1-5)

                                                   13 Febbraio

Avendo pur nondimeno riconosciuto  che l'uomo non e giustificato per le opere della legge ma lo e soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù. (Galati 2,16)

                                                    GIUSTIFICATI PER FEDE

Solo per la fede nella persona e nell'opera di Cristo possiamo essere considerati giusti davanti a Dio. Questa dottrina fa del cristianesimo qualcosa di unico e costituisce un capovolgimento rispetto a tutte le altre religioni. Per la natura umana è impossibile la totale esclusione dei suoi meriti ai fini della salvezza. Ci sono moltissime persone che, pur definendosi cristiane, cercano di raggiungere uno stato di giustizia davanti a Dio attraverso opere e azioni meritorie. L'apostolo Paolo scrive "se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge (opere giuste), Cristo sarebbe dunque morto inutilmente". Le cose non stanno così. Cristo è morto per espiare i nostri peccati e poterci così presentare davanti al Padre giustificati per grazia, attraverso la fede in Lui. 

                                                       14 Febbraio

Ed egli disse loro: Perché avete paura, o gente di poca fede?  Allora, levatosi, sgridò i venti ed il mare, e si fece gran bonaccia (Matteo  8,26)

                                                        FECE GRAN BONACCIA

Un giorno Gesù era in barca con i suoi discepoli. Si levò una grande tempesta. Gesù fu svegliato d’improvviso dai discepoli preoccupati di affondare e perire. Gesù rimase sorpreso di fronte alla loro poca fede. Se tu sei impaurito di fronte ai vari pericoli non hai fede! Se hai fede non hai preoccupazione di nulla. Non importa quanto vicino tu possa essere a Gesù, potresti essere anche nella stessa barca ed essere assillato dalla preoccupazione. Ciò che annulla il timore è la fede in Gesù. Se la tempesta nella tua vita è grande, tanto più grande deve essere la tua fede in Dio. Pensa che Dio è il creatore dell'universo intero, non sarà difficile credere che Lui possa calmare una piccola tempesta. La scintilla che fa scattare tutto, è la fede in Cristo. Oggi stesso abbandona ogni tuo timore, siediti accanto a Gesù e impara a restargli vicino perché solo allora la tempesta si calmerà e non te ne accorgerai neppure.

                                                          15 Febbraio

L'Eterno degli eserciti ha fatto questo piano, Chi lo frusterà? La sua mano è stesa, chi gliela farà girare? (Isaia 14,27)

                                                           I PIANI DEL SIGNORE

Il Signore ha stabilito dei piani secondo la sua meravigliosa visione del mondo fisico e spirituale che ci circonda. A volte noi vorremmo contestare Dio per quello che vediamo e udiamo nella religione, nella politica, nei disastri atmosferici ed ecologici. Il nostro problema maggiore sta nella mancanza di conoscenza della Parola di Dio e ciò limita la nostra mente ed abbiamo così delle reazioni negative nei confronti di Dio. Se riconoscessimo Dio per quello che effettivamente è! La sua bontà, la sua misericordia non hanno limiti. Sono le debolezze umane che fanno entrare in conflitto l’uomo con Dio, Egli ci cerca e vuole porre riparo alle nostre cadute. Notate le parole dell'apostolo Pietro alla folla e ai capi del popolo: "Io so che lo faceste per ignoranza” (Atti 3,17). Noi molto spesso parliamo, ci muoviamo e agiamo con una mente distorta e le nostre azioni sono dettate dalla mente e dalla coscienza incallita. Dio non opera secondo il metro umano;  è sovrano. Egli è nel cielo e tu sei sulla terra.

                                                             16 Febbraio

Figlioli, guardatevi dagli idoli. (1 Giovanni 5:2 1),

                                                             GLI IDOLI

Chi sono gli idoli? O meglio, cosa sono gli idoli? La Parola di Dio ci ammonisce di non farci sculture e immagini (dei) con sembianze angeliche, umane o di animali per adorarle, perché Dio è geloso. Chi ama Dio non può rivolgersi ad una statua per ricevere benedizioni e miracoli che solo l'Eterno può compiere non opera. Oltre a quelli descritti sopra ci possono essere altri idoli nella vita di ciascuno di noi, idoli che il Signore vuole che rimuoviamo dal nostro cuore perché ci tengono legati in una condizione di schiavitù. Sono idoli più subdoli, che sembrano non darci fastidio e invece sono come degli intoppi per noi e al cospetto di Dio. Tutto ciò che prende il posto che spetta a Dio nella nostra vita è un idolo: amore per il denaro, egoismo, egocentrismo. Ciò che riceve importanza uguale o addirittura maggiore del Signore diventa un idolo che si adora e si serve. Se Dio è la cosa più importante della nostra vita non ci saranno allora altri idoli in noi (Esodo 204). Tutto quello che ci allontana dalla vera divinità è un idolo nella nostra vita.

                                                                17 Febbraio

L'occhio del Signore è su quelli che lo temono. (Salmo 33,18)

                                                                IL GIUSTO TIMORE

La Bibbia insegna che, secondo la volontà di Dio, quanto più alto è il favore accordato all'uomo tanto maggiore è la sua responsabilità. Gesù lo ha ribadito dicendo. “A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto; a chi molto è stato affidato, molto più si richiederà”. Questa regola etica appare in netto contrasto con i principi che regolano la società umana, nella quale, col crescere del potere e dell'importanza sociale, cresce il desiderio di fare ciò che si vuole, spesso in contrasto con le leggi stesse. Il versetto di oggi, quindi, da un lato afferma la straordinaria benedizione attribuita a coloro che credono in Dio, che sono protetti dalla costante cura di Colui al quale si sono affidati, tanto che nulla può loro accadere che sia in contrasto con la Sua volontà. Dall'altro, ricorda che Dio segue particolarmente le loro azioni e si aspetta che la loro vita sia una reale testimonianza, anche nei fatti, di quella fede che essi dichiarano di avere. Non vi è comportamento più scandaloso di quello di colui che, affermando di credere in Dio, agisce come coloro che dicono di non credere

                                                                    18 Febbraio

La tua Parola è una lampada al mio piede ed una luce sul mio sentiero. (Salmo 119,105)

                                              IL LIBRO DELLA VITA

Perché la Bibbia è tanto amata e altrettanto combattuta, avversata e temuta? Quale potenza racchiude in sé? E’ il libro dei libri perché ha Dio stesso per autore. E’ il libro per eccellenza perché manifesta il volere di Dio, lo stato dell'uomo, il piano della salvezza per ogni credente. La Bibbia è la guida sicura dell'errante, è il sostegno dell’uomo in questa terra di sofferenza; è la lampada che illumina e rischiara il sentiero nella notte oscura della vita. Essa è il vanto di ogni fedele, il vessillo d'ogni cristiano. "Essa è la potenza di Dio per la salvezza di ogni credente" (Romani 1,16). Il salmista, ispirato da Dio, dice: La tua Parola è una lampada al mio piede, una luce sul mio sentiero. Infatti, come la luce dirada le tenebre, rischiara ed illumina affinché il piede non inciampi, così la Parola di Dio con la sua luce elimina le tenebre dell'ignoranza e guida ognuno al bene e alla verità. Per mezzo della Bibbia Dio si rivela direttamente ad ogni uomo, gli parla personalmente. Egli ha una parola per tutti, per i piccoli come per i grandi, per i sapienti come per gli ignoranti, per i buoni come per i cattivi. Tutti possono trovare il rimedio ai propri mali e la via della salvezza per godere eternamente.


                                                          5 febbraio

Col discorso della montagna, domenica scorsa Gesù ha annunziato la felicità delle Beatitudini, il Regno di Dio che ha per protagonisti poveri, afflitti, umili, amanti della giustizia e della pace pronti a perdonare. Da questa consapevolezza promana il nostro essere Chiesa sale e luce nel mondo. La luce della lucerna è un dono per la vita familiare perché illuminava tutta la casa. Nel nostro quotidiano sono molteplici gli usi del sale; ha un indubbio valore culturale per il rimando alla funzione purificatrice e all’utilizzo nei cibi. E’ un elemento comune ma prezioso, essenziale per il gusto se usato in giusta misura. La sua caratteristica è dissolversi confondendosi con la pietanza per cui non lo si distingue mentre esalta il sapore dei singoli ingredienti. Scontato l’uso metaforico del sale, preserva ciò che nel mondo vale e merita di durare, mentre il suo perdersi dentro le cose diventa un segno di umiltà, come anche la luce.Questa luce sorgerà come aurora, si legge nel III Isaia, segno dell’impegno quotidiano nelle opere di giustizia e di amore, modo di operare del fedele nel quale risulta inconcepibile la frattura tra culto e vita. Luce e sale non servono a se stessi: il sale che perde sapore non serve a nulla, come la luce posta sotto il moggio. La stessa cosa avviene ai cristiani se perdono il gusto per il Vangelo e smettono l’umile servizio dell’annunzio che, come asserisce Paolo nella II lettura, fa risplendere le quattro componenti della fede: la testimonianza di Dio, il riferimento a Gesù crocefisso, la manifestazione dello Spirito e la potenza di Dio, tutto ciò mediante il Vangelo sale e luce, sapore e luminosità che trasformano la massa amorfa dell’umanità e la problematica esperienza di una storia problematica e spesse volte oscura. E’ la feconda azione della Chiesa se viene accettata come luce impegnata a togliere gravami sul cuore dell’uomo, un cammino che prende le mosse dall’interno, come il sale che conferisce sapore soltanto quando si mischia col cibo e quasi si perde in esso. Questa Chiesa-sale deve svolgere il proprio compito con umiltà per esaltare e fecondare, tramite la Parola, la famiglia umana; non è funzionale a se stessa, ma è impegnata a valorizzare l’opera di Dio facendo scoprire sapore e bellezza della vita e del creato, divenendo sale di sapienza che dischiude a relazioni ricche di senso nell’incontro con Gesù. La Chiesa-luce irradia raggi che fanno cogliere i colori ed aiutano a distinguere e orientarsi tramite l’impegno di evangelizzazione con la parola, con l’esempio di vita e con un annuncio che sa calarsi nel contesto secondo l’invito di Gesù a vegliare per impegnarsi senza ostentazione. Egli, luce del mondo, invita a prendere coscienza di essere illuminati dalla verità e mettersi a disposizione di chi la cerca. A queste condizioni è possibile incontrare una manifestazione visibile di Dio invisibile nei cristiani “luce del mondo”, impegnati col calore della loro carità a sgelare le freddezze del cuore, riempire le solitudini del dolore, superare gli egoismi della cupidigia del possesso.Il vero credente non dice mai basta; consapevole di essere in Gesù sacramento, segno rivelatore del Padre, promuove speranza e serenità perché, discepolo-luce, ogni giorno accarezza la vita e ne rivela il bello. Egli respira il Vangelo che trasforma in dono chi respira Dio. A queste condizioni il cristiano diventa luce e sale per chi lo incontra; opera i gesti di luce di chi ha un cuore di bambino, degli affamati di giustizia, dei cercatori di pace, di chi pratica le beatitudini che si oppongono alla prepotenza del danaro e della forza. E’ una luce che non viene da noi ma dall’alto ed irradia la carità cristiana di persone che, in tal modo, diventano sale della terra, disposte ad accogliere un messaggio di fede che si radica nell'azione di chi ha manifestato il più grande amore possibile per l’umanità: Gesù sulla croce. In Lui la debolezza umana rivela la potenza di Dio. Ecco la luce che deve illuminare i nostri giorni, il sale che deve dare sapore alle cose, sapienza che riconosce il valore e la portata della realtà e nel quotidiano infonde senso guidato dall'amore che invita al rispetto e alla benevolenza per tutti, soprattutto per i più piccoli, per i poveri, per chi soffre.                                                            LR 

                                  Un pensiero per ogni giorno della settimana

                                                      5 FEBBRAIO

E Gesù disse al centurione: "Va' e come hai creduto, ti sia fatto, "e il servitore fu guarito in quell'ora stessa". (Matteo 8,13)

                                           FEDE NELLA SUA PAROLA.

Il centurione voleva la guarigione per un suo soldato e la ottenne. Egli aveva fede, gli bastava soltanto che il Signore pronunciasse una "Sua" parola. Allora perché non andare a Lui con la certezza che ciò che Gli chiediamo sarà fatto anche a noi? Non, naturalmente, per quello che siamo, ma solo perché ogni cosa e possibile a chi crede! Dio gradisce la fede, "infatti e impossibile piacergli senza aver fede' (Ebrei 11, 6). Per realizzare il miracolo, nella nostra vita dobbiamo poggiarci non su noi stessi, né sui nostri pensieri o sentimenti, ma su ciò che è realmente in sintonia col pensiero di Dio descritto nella Sua Parola. Ecco perché la fede di quel centurione è gradita dal Signore, perché quell'uomo ha riconosciuto nella persona di Gesù l'autorità divina. 

                                                     6 FEBBRAIO,

Perciò l'uomo lascerà il padre e la madre e si unirà con sua moglie e i due saranno una sola carne. Non più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio unisce l'uomo non lo separi (Matteo 19,5)

                                                     FEDELTÀ (I)

Per un cuore fedele è un'esperienza dolorosa il tradimento. I libro dei salmi, lo dipinge con grande intensità! Se leggiamo il salmo 41 troviamo queste parole "l’amico mio stesso, colui che aveva la mia fiducia e mangiava il mio pane, ha alzato il tallone contro di me" “Non è stato un nemico che mi oltraggiava, altrimenti l'avrei sopportato, non è stato un avversario che voleva atterrarmi, altrimenti l'avrei tenuto lontano da me - ma sei stato tu, un altro me stesso, il mio amico, il mio confidente Noi avevamo insieme dolci intrattenimenti- insieme andavamo con la folla alla casa di Dio - le tue parole erano più dolci della crema, ma la guerra era nel tuo cuore - le tue parole erano come unte d'olio, ma mi hanno ferito come acerrime spade, chi può sopportare il tradimento di un amico? Eppure il solo rimedio a questo gran dolore e la preghiera.  

                                                        7 FEBBRAIO

Cercherò colui che l'anima mia ama; l'ho cercato, ma non l'ho più trovato..(Cantico dei Cantici 3,2)

                                                       FEDELTA (Il)

Il libro di Giobbe ricorda: Dio ha ristabilito il suo servo Giobbe in tutta la sua gloria e in tutto il suo onore, quando egli fu capace di perdonare i suoi amici, intercedendo per loro (Giobbe 42,10). Pregare per l'amico difettoso, amarlo nonostante tutto e una grande cosa davanti a Dio. Ma chiediamoci "Potrebbe il nostro cuore sopravvivere se a tradirlo fosse nostro marito o nostra moglie? Certamente, suggerisce la fede, nelle mani di Dio ogni affanno trova il suo riposo.

Ma quando questo accade proprio attorno a te per opera di chi non t'aspettavi vorresti solo che a regnare fosse il silenzio e preghi che la grazia di Dio ritorni a brillare. Il vero credente non va avanti con vaghe speranze ma si mette ogni giorno nel crogiolo di Dio, che può dare la forza di superare senza ribellarsi contro il prossimo o contro il Signore. 

                                                         8 FEBBRAIO

Ecco, Iddio è la mia salvezza, io avrò fiducia e non avrò paura di nulla; poiché l'Eterno è la mia forza ed il mio cantico, ed egli e stato la mia salvezza". (Isaia 12, 2)

                                                       FIDUCIA IN DIO

Solo accanto a chi ci fidiamo ciecamente, riusciamo ad essere sicuri e sereni. Se qualcuno di cui ci fidiamo ci protegge non avremo paura di nessuno perche saremo sicuri al riparo della sua protezione. Così si sente il credente quando si abbandona completamente nelle mani del suo Signore, del suo Dio. Dio è la nostra fiducia, la nostra salvezza, il nostro alto ricetto. In Lui abbiamo pace e serenità perché sappiamo che Egli è sempre al nostro fianco per combattere le mille battaglie che ogni giorno la vita ci presenta. La nostra fiducia è in Dio perché sappiamo che Egli non ci ha mai deluso, non ci ha mai tradito, non si è mai tirato indietro nel momento del bisogno. Quando abbiamo gridato a Lui ci ha ascoltato pronunciando le parole di conforto di cui avevamo bisogno. Quando gli eserciti vanno in battaglia cantano per darsi coraggio. Il nostro Dio è il nostro canto e noi siamo certi che è Lui la nostra forza e la nostra salvezza, colui che ci trarrà fuori da ogni situazione difficile e col suo aiuto saremo vincitori.  

                                                           9 FEBBRAIO

Allegri nella speranza, pazienti nell'afflizione e perseveranti nella preghiera (Romani 12,12).

                                              ALLEGREZZA CRISTIANA

Molto spesso l'uomo è allegro per le cose che possiede ed anche per quelle che un giorno spera di raggiungere e possedere, purtroppo, però, le cose offerte dal mondo e dalla vita sono passeggere e fugaci e, anche, quell'allegrezza e il risultato delle cose materiali e sentimentali, quindi il tutto e precario e passeggero. Non cosi, pero, per il vero cristiano. Le realtà capaci di generare allegrezza sono infinite ed eterne per lui, ed egli può far festa ogni giorno per l’abbondante grazia che ha ricevuto e che possiede. Il suo nome è scritto nel cielo, egli è figlio ed erede di Dio, gode della Sua assistenza e della Sua provvidenza e gioisce per la benedizione della sua presenza Anche se vengono le prove e le tentazioni, il credente continua ad essere un "Vaso" pieno dell'eccellenza della grazia di Dio ed ha tutta la ragione per essere sempre allegro (Filippesi 4,4). 

                                                             10 FEBBRAIO

Io sono la Via, la Verità e la Vita, nessuno arriva al Padre se non per mezzo di me (Giovanni 14,6)

                                                      GESU UNICA VIA

Gesù fu categorico nel dire che l'unica via per incontrare Dio è la Sua persona. Dobbiamo capire innanzitutto una cosa essenziale: non è l'uomo che può trovare Dio con le sue ricerche, pratiche o ideali, ma è Dio che si rivela all'uomo. Fin dagli albori dell'umanità, gli uomini nel loro sforzo di arrivare a Dio si sono inventati idoli e religioni, col risultato che oggi ci sono centinaia di religioni e milioni di persone più o meno sincere che vi si consacrano. La verità è che nessuna religione può salvare l'uomo. La salvezza dell'anima non si trova in una religione, ma in una persona: Gesù Cristo, il Figlio di Dio vivente mandato da Dio per guidarci a Lui. Pertanto è la fede viva e personale nel Cristo vivente che ci fa incamminare sulla via che porta a Dio, ci fa scoprire che Dio ci ama ed ha risolto il problema dei peccati che ci separava da Lui. Ora Egli vuole dare una nuova vita se si accetta Gesù Cristo il Suo Santo Figliolo come personale SALVATORE. "Credi nel Signore Gesù Cristo e sarai salvato tu con la tua casa". (Atti. 16,31) . 

                                                              11 FEBBRAIO

Essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa cui aggrappassi tenacemente l'essere uguale a Dio". (Filippesi 2,6).

                                                      GESU', UOMO E DIO

Da uomo è stato perfettamente obbediente a Dio “Io sono venuto per fare la volontà del Padre mio", "Non la mia ma la Tua volontà sia fatta". Poi, a colui che è stato inchiodato su una croce come un malfattore, Dio gli ha rivolto l'invito 'Siedi alla mia destra...'' Il figliolo dell’uomo ha provato la fame come essere umano, ma ha nutrito moltitudini in quanto Dio. E vissuto provando la stanchezza, eppure ha offerto il riposo dell'anima. E stato angosciato, ma ha calmato le tempeste e il nostro spirito. Fu accusato di avere un demonio, ma Egli scacciava i demoni. Pregava  ed ha esaudito le preghiera. Ha pianto ed ha asciugato le lacrime. E stato venduto per trenta monete d'argento ed ha riscattato il mondo intero. È il principe della vita, ma ha dovuto attraversare la morte. Egli è pane di vita disceso dal cielo. "La Parola fatta. carne" ed ha abitato per un determinato tempo tra noi e "noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come quella . dell'Unigenito venuto da presso al Padre". (Giovanni 1,14). Colui chet è l'Acqua della vita ha terminato la sua esistenza terrena sulla croce dicendo: 'Ho sete".
                                       29 gennaio : Le Beatitudini vera speranza cristiana

Per Gandhi le parole “più alte del pensiero umano” sono quelle pronunziate da Gesù sul monte e che questa domenica la liturgia propone alla nostra meditazione. Il discorso della montagna esige la perfezione, non meraviglia che oggi venga contestato dove di aborre il nome di cristiano. Le Beatitudini fanno riflettere e disarmano mentre animano la nostalgia per un mondo diverso da quello che si sperimenta ogni giorno; anche se si ritiene difficile metterle in pratica, generano fiducia perché rivelano la decisione di Gesù di farsi carico della felicità umana proponendo di camminare con lui controcorrente per seguire l’itinerario verso il Padre. Il Vangelo non fa riferimento ad una terra promessa da raggiungere, mostra invece un regno che ci raggiunge, come ha asserito Gesù la scorsa domenica: “Convertitevi, il Regno di Dio è vicino”, l’invito alla conversione del cuore. Per la mentalità ebraica alla quale fa riferimento Gesù è la coscienza, sede di pensieri, volontà e affetti, punto di convergenza delle decisioni e delle azioni. La sua purezza lo trasforma in cuore vivo e palpitante. Come si può essere beati? Il nuovo Mosè dà la legge della perfezione perciò il Regno di Dio si attua quando le beatitudini diventano certezza quotidiana, progetto che contrasta con l’ambizione del potere e il desiderio smodato di possesso che scatenano la loro forza distruttiva insultando, perseguitando, mentendo, calunniando. E’ stata l’esperienza di Cristo; di conseguenza dobbiamo convenire che senza la croce sarebbe un’illusione, mentre considerare la croce senza Cristo farebbe precipitare nella disperazione: le Beatitudini sono la prova del nove della verità di quanto asserisce Gesù. I gesti descritti dall’evangelista sono molto evocativi. Gesù sale su una altura e, come Mosè sul monte riceve la legge, propone la carta costituzionale del Regno che rende beati promettendo la felicità. E’ la buona novella come risposta al desiderio di felicità che pervade ogni uomo. E’ la felicità di Cristo nascosta ai sapienti e agli intelligenti e rivelata ai semplici. Essa promana dalle beatitudini che sono il vissuto di Gesù, umile di cuore e partecipe della sofferenza, perciò compassionevole e misericordioso; subisce la persecuzione per la giustizia del Regno fino al dono totale, conosce la difficoltà e il prezzo richiesto per vivere le beatitudini e, perciò, si pone al nostro fianco. Egli non progetta una vita di miseria, non invita a coltivare la povertà economica o culturale; propone di essere disponibili per questa esperienza per accedere alla gioia di vivere in quanto la povertà del cuore si traduce in rifiuto a lasciarsi investire dal possesso materiale, dal potere e dall'orgoglio. E' la scelta di vivere liberi, di ambire alla dolcezza evangelica come rigetto della violenza e del disprezzo, di accogliere l'altro senza pregiudizi, di versare lacrime di compassione cordiale quando si entra in simpatia con chi soffre, di ornarsi della purezza di cuore fatta di trasparenza senza doppiezze tese a travestire la verità. La condizione per sperimentare questa dimensione è essere poveri in spirito, cioè avere una disposizione globale. Rispetto a quello analogo in Lc, il passo non è riduttivo, ma puntualizza il senso radicale della proposta. Essa presuppone un impegno continuo e sistematico per sottrarsi alla tentazione dell’auto-affermazione. Nel proclamare beati gli afflitti, Gesù pone l’enfasi non sul dolore come ultima parola; l’esperienza della sofferenza è il penultimo termine da Lui pronunciato. Egli ricorda che il mite è il vero conquistatore perché non consente alla violenza temperamentale, al potere, al possesso di prevalere; invece, chi si comporta con mitezza incontra il Signore e, perciò, possiede la terra. Le Beatitudini declamate da Gesù reinterpretano i rapporti umani per cui diventano felici i poveri in spirito, chi piange, i perseguitati per la giustizia, i misericordiosi, chi opera per la pace. Del resto, come sancisce la seconda lettura, Dio ha scelto ciò che è debole e così si rivela il vero centro del cosmo: Gesù, portatore di sapienza, giustizia, santificazione, redenzione. Ecco perché bisogna ricercarlo. Ci riescono bene i poveri. Questo piccolo resto non si deve spaventare per l’esiguo numero, ma impegnarsi a costituire un popolo operoso, retto, sincero e leale; in tal modo vive ed opera per la pace, come profetizza Isaia nella prima lettura.  Per costoro l’ultima parola è il regno dei cieli perché, consolati, erediteranno la terra, saziati troveranno misericordia e vedranno Dio. Figli di Dio sono i poveri che cercano la giustizia in umiltà, sono la nuova umanità: ecco il regno dei cieli. Dio sceglie chi ha il cuore aperto e sincero per innervare il Regno nella storia. Da notare che il Regno non è collocato in un indeterminato futuro per cui con rassegnazione occorre attendere la sua realizzazione nell'aldilà. Il Regno è già in mezzo a noi, Dio anticipa la realizzazione grazie ai fedeli che vivono lo stile del Regno descritto nelle Parabole e ci fa partecipi di una felicità che progressivamente si realizza; non è apologia di una tranquillità passiva, ma impegno concreto per la beatitudine.                                           LR

                                  Spunti per la riflessione quotidiana 

                                29 GENNAIO

 Gesù disse: chiedete e riceverete, affinché la vostra  allegrezza sia completa. (Giovanni 16,24)

                                         DIO TI CERCA

Niente di ciò che riguarda la tua anima è stato abbandonato al caso. Dio nel Suo grande amore e attraverso circostanze preparate unicamente a questo scopo, ti sta attirando a Lui. Ti vuole dare una nuova vita, se accetti Gesù Cristo il Suo Santo Figliolo come tuo personale Salvatore. Il Suo piano è di renderti felice perché Egli sa motto bene che sei in ansietà per il domani: paure e preoccupazioni ti tormentano. Non trovi un sostegno sicuro dove appoggiarti. Sei portato qua e là dalla marea di questo mondo in grand'agitazione.

Alza gli occhi al cielo e invoca Gesù con tutto il tuo cuore. Egli sta aspettando la tua richiesta! Prima di tutto per salvarti l'anima, poi per consolare e riempire la tua vita di pace, sicurezza e amore, ricchezze che non potrai trovare altrove all'infuori di Gesù che ha sacrificato la Sua vita per te. "Ringraziato sia Dio del Suo dono ineffabile". (2 Corinzi 9,15)

                               30 GENNAIO

Gli apostoli, essendosi raccolti presso Gesù, gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato.                                                    (Marco  6,20)

                                           IL VERO DISCEPOLO Dl GESÙ

Il termine apostolo può tradotto come discepolo di Gesù oppure fedele o missionario. Siamo tutto questo se seguiamo i suoi insegnamenti e lo imitiamo. (Giovanni 15,14). C’è, poi, una cosa importante che dobbiamo fare, senza la quale tutto rischia di perdere il suo significato. Occorre raccogliersi presso Gesù, dimorare in Lui ed essere suoi imitatori. Da chi potremo apprendere con profitto le parole e l'atteggiamento di una vita consacrata a Dio, se non da Colui che è il fedele e il verace per eccellenza? Restiamo ai piedi di Gesù, restiamo a Lui accanto e, attraverso la sua Parola, la sua vita, Egli parlerà ai nostri cuori svelandoci tutti i segreti per una vita santa che conduce a Dio. Volendo imparare un mestiere, una professione occorre fare un apprendistato che ci permette di acquisire i segreti del maestro e, poi, operare. Da chi Possiamo acquisire tutto ciò se non imitando Colui che consacrò interamente la Sua vita al Padre (Giovanni 4,34).

                                 31 GENNAIO

Ricordarsi delle parole del Signore Gesù, il quale disse: più felice cosa è il dare che il ricevere. (Atti 20,35).

                                                       IN PRIMA PERSONA

L'apostolo Paolo non si limitava ad insegnare soltanto ma si affaticava affinché la missione che Gesù gli aveva affidato fosse portata a termine nel migliore dei modi e in nessun caso si fosse trovato mancante. Dio affida un compito a ciascuno di noi; non ha importanza quello che facciamo, ma come lo facciamo. Noi siamo collaboratori di Cristo nella missione che Lui stesso è venuto a compiere su questa terra. Noi non operiamo per essere salvati perché le opere sono preparate davanti a noi. Donare al Povero e al bisognoso è un comandamento come non rubare e uccidere, che Dio ha dato al suo Popolo affinché lo mettesse in pratica ogni giorno. Nel vangelo di Matteo 25, 42-46 è scritto "Ebbi fame e non mi deste da mangiare. ebbi sete e non mi desto da bere, fui straniero e non mi accoglieste, nudo e non mi vestiste, malato e in prigione e non mi visitaste. In verità vi dico che in quanto non l'avete fatto ad uno di questi minimi, non l'avete fatto neppure a me…”

                                   1 FEBBRAIO

…quanto l'avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, voi l'avete fatto .a me. (Mt 25,40)

IO EBBI SETE E MI DESTE DA BERE, EBBI FAME E MI DESTE DA MANGIARE

Il cristiano non deve soltanto «guardare» o sapere parlare e compatire, deve necessariamente saper operare. Tante volte l'opera che gli è concessa di compiere può sembrare insignificante o del tutto inutile, ma egli la deve compiere, fosse anche solo un  bicchiere d'acqua  ad una persona assetata o un pezzo di pane ad un affamato. Possiamo, forse, pensare che a ciò sono demandati tanti enti e associazioni assistenziali, quindi non c’è più bisogno del nostro aiuto diretto. Non è in questo modo che. va interpretata la Parola di Dio. Il nostro prossimo, pur non avendo bisogno forse di assistenza materiale, rimane sempre bisognoso di sostegno morale e conforto spirituale, che è alla pari o quasi più importante di quello materiale. Siamo chiamati a prestare la nostra opera assistenziale che manifesta a chi ha bisogno tutto il contenuto di umanità, di amore che può risollevare pienamente e profondamente l'individuo. Discerni anche tu le opportunità preparate da Dio sul tuo sentiero. (Giacomo 2,15-16).

                                   2 FEBBRAIO

Neemia ... lavorò aIle riparazioni fin dirimpetto ai. sepolcri di Davide, fino al serbatoio che, era stato costruito, e fino alla casa dei prodi. (Neemia 3,16)

                                                EROI PER LA LORO FEDE

A Gerusalemme c'era una Sala famosa chiamata la "casa degli Eroi", una fonte artificiale. Nella lettera agli Ebrei leggiamo di una fonte di famosi eroi che stanno vicino alla croce di Cristo, Questi eroi sono un grande .numero di testimoni che sono piaciuti a Dio per la loro fede in Cristo, la vera fonte di forza:e di vita.

Durante i Giochi Olimpici molti atleti giocano d'azzardo e, molti raggiungono la fama di eroi nazionali perché a loro è data una medaglia d'oro, rappresentando la vittoria per il loro paese d'appartenenza. Ma quanti di noi Cristiani cercano di diventare "eroi" del paese che noi proclamiamo e vinciamo la corsa di Dio che ha messo davanti a noi?

Il nostro Dio ci dia la grazia di lottare e vivere in tale modo affinché possiamo avere un luogo tra quelli che Egli ricompenserà. Paolo parla di. una corsa che ha portato a termine per cui gli è riservata la corona della vita (2° Timoteo 4,7).

                                    3 FEBBRAIO .

Che andiate .a destra o. che andiate a sinistra, le orecchie udranno dietro a te una voce che dirà: Questa è la via, camminate per essa (Isaia 30, 21)

                                    IL MIO MODO Dl CREDERE NON CAMBIA LE COSE

La sincerità non basta. Quante volte si sente dire: "Io penso, che importi poco ciò che si crede, basta che è sincero". È un'affermazione che pare giusta, ma non è esatta.. Un uomo si dirigeva verso la stazione, era in ritardo e, temendo

di non trovare un posto, entrò subito in un treno in partenza. Sistemò il bagaglio e si sedette comodamente, ma nella

fretta era salito sul treno che andava nella direzione opposta rispetto alla sua meta. Quando gli fu chiesto il biglietto, egli scoprì di essere più lontano dalla località da raggiungere di quando era partito. Per quanto riguarda la nostra posizione spirituale, non basta essere sinceri, bisogna anche essere sicuri che ciò che crediamo è la verità. Dio ci ha dato la sua Parola affinché ognuno possa conoscere il suo pensiero, che è il solo perfetto, giusto e vero.

                                       4 FEBBRAIO

Poi Dio disse "Facciamo l'uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza ed abbia dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sul bestiame e su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra". (Genesi 1,26)

                                 FACCIAMO L'UOMO A NOSTRA IMMAGINE

Quando Dio creò l'uomo, parlò a se stesso "Facciamo..." L'uomo è stato creato all'immagine é somiglianza di Dio per uno scopo ben preciso: avere una relazione d'intimità con Lui,. Un ramo tagliato da un albero, un albero sradicato dalla terra, un pesce tolto dall'acqua hanno qualcosa in comune: sono destinati a morire. Così è per l'uomo: lontano dalla sua sorgente di vita è destinato a morire. Dio desidera avere con tutta l'umanità una relazione come quella che aveva con Adamo. Ma una relazione d'intimità per essere autentica ha bisogno che le due parti siano disposte a donarsi. Perciò tu devi scegliere di entrare in intimità con Dio. Oggi lo puoi fare grazie a Gesù Cristo. Egli ha ripiantato l'albero, rinnestato il ramo. Seguendo la raccomandazione di Paolo evitiamo di essere troncati per la nostra incredulità e di continuare a sussistere per la fede, senza insuperbirci, ma pieni di timor di Dio (Romani 11,20).

                                   22 gennaio    III domenica del Tempo ordinario 

Luce e gioia animano la liturgia di questa domenica: la luce cancella le tenebre, simbolo del nulla e della morte; inizia una nuova creazione dominata dalla gioia nella Galilea delle genti, dove invece della divisione tra razze e culture tutti sono invitati a vivere in perfetta unione.

 Il Vangelo di Matteo pone attenzione al compimento delle Scritture nella vita di Gesù, Parola di Dio che inizia il ministero pubblico, una libera decisione del Maestro obbediente al Padre. Sceglie come sua dimora Cafarnao, città di frontiera e luogo di transito, come si legge nella prima lettura. Così si adempie la Scrittura ed un popolo immerso nelle tenebre può vedere la luce. In quella città, nei pressi di quel lago vediamo Gesù all’opera. La sua presenza è un’esperienza di grande luce che illumina l’oscurità del nostro animo ed inonda il nostro quotidiano di calore. Egli è la buona novella; cammina e guarisce, si dirige verso di noi con amore. 

Il Battista è stato arrestato, Gesù prende il suo posto perché sente l’urgenza del ministro; abbandona quindi tutto: casa e lavoro, non porta nulla con sé, tutto concentrato nell’annunzio. Sceglie una frontiera disprezzata dai giudei per iniziare la predicazione. La grande luce del Vangelo si riassume nello slogan: “Convertitevi, perché il regno dei cieli si è avvicinato”. E’ un invito a cambiare mentalità, stile di vita; non si sollecita un gesto isolato, ma un altro modo di vivere, segno del ritorno a Dio.

La conversione presuppone un prima e un dopo e richiede d’imprimere alla propria esistenza una dinamica da verificare giorno dopo giorno perché non ci si converte una volta per tutte. Scopo di questo impegno al cambiamento è dimostrare che Dio è l’unico Signore per il credente, il quale è consapevole che il Regno è dove si permette a Dio di regnare. La presenza di Gesù trasforma la nostra vita impegnata a sperimentare la bontà del Regno dei cieli in un rinnovato rapporto fra persone. E’ la rivoluzione cristiana che fa mutare la visione delle cose e di Dio, fa cambiare la strada già imboccata e che porta al buio per incamminarsi per la via che scalda il cuore e rende la vita buona, bella, beata. Ecco il Regno vicino, grazie al quale l’umanità può vivere meglio la sua storia perché è possibile la felicità, infatti Dio è venuto. Gesù convoca persone per invitarle a condividere il passaggio dalle tenebre alla luce superando divisioni e incomprensioni divenendo pescatori di uomini. Quattro, sedotti da queste parole,  abbandonano subito tutto e, lasciata la barca e il padre, lo seguono come chi trova un tesoro. Lo accompagnano mentre Gesù percorre la Palestina insegnando, predicando e curando; questa sua attività li attira rendendoli capaci di conversione.

L’episodio della chiamata dei quattro diventa un esempio per ogni lettore del vangelo. Gesù passa, vede con uno sguardo capace di discernimento due fratelli e li chiama. Il suo “Convertitevi” come prima quello di Giovanni, sarà rivolto da Pietro e, dopo di lui, dalla chiesa a quanti sono incamminati nel pellegrinaggio verso il Padre.

 Un particolare induce a fare anche una riflessione sull’ecumenismo in questa settimana che ci vede sollecitati a pregare perché tutti cristiani si sentano parte di una unica grande assemblea di lode alla SS. Trinità.

 Pietro ed Andrea, Giacomo e Giovanni sono fratelli. Le chiese da loro fondate lo devono ricordare sempre. Perciò non vi siano più divisioni, come a Corinto ai tempi di Paolo, quando la comunità era frantumata in sette dominate da capi. Occorre ricordare sempre che è la potenza della Parola a fare di quattro uomini, diversi e divisi, una comunità e una comunione impegnata a insegnare, predicare, curare illuminata dall’esempio di Cristo.                                      LR

            22 Gennaio

Tre volte sono stato battuto con le verghe; una volta sono stato lapidato; tre volte ho fatto naufragio; ho passato un giorno e una notte sull'abisso. (II Corinti 11,25)

                                     VICISSITUDINI DI UN APOSTOLO

Dal racconto di Paolo Apostolo ai Corinzi apprendiamo delle esperienze di quest'uomo di Dio, Apostolo e missionario, nonché delle sue imprese per la divulgazione dell'Evangelo come avanzamento del Regno di Dio sulla terra. Le sue vicissitudini, disgrazie, come incidenti di percorso, sono esperienze positive atte ad incoraggiare gli altri Dio, però, gli e sempre vicino e lo segue nelle sue difficoltà, in tutte le tempeste, anche se Egli non interviene nella maniera desiderata da Paolo. Tutto questo non ha anche un significato spirituale per tutti i credenti, e per tutti gli uomini? Paolo fu frustato, fu lapidato, naufrago e passo ore lunghissime sull'abisso… Inesperto? Troppo sicuro di sé? Troppa fiducia che nulla di male gli sarebbe mai capitato? Imparò senz'altro la duplice lezione "semplici come colombe, ma prudenti come serpenti". (Matteo 10,16)

              23 Gennaio

 L'Eterno disse "non temere Abramo Io sono il tuo scudo e la tua ricompensa sarà grandissima. (Genesi 15,1)

                                        IO SONO IL TUO SCUDO

Dio parlò ad Abramo in visione e gli rivelò delle meravigliose realtà che ormai gli appartenevano. Egli avrebbe combattuto per lui e lo avrebbe protetto da tutti i "dardi infuocati del nemico". Efesini 6,16: «Io sono il tuo scudo", queste parole esprimono tutta la realtà della vita di Abramo, così Dio si rivolge nei nostri riguardi, Egli, è un riparo sicuro dietro al quale conviene rifugiarci. La vita cristiana non

è fatta sempre di cose belle ma anche di momenti duri, che mettono a dura prova la nostra fede in Dio e, senza un porto sicuro, dove approdare fino a che la tempesta infuria, di certo la nostra fiducia verrebbe meno, ma l’Eterno ci ha promesso la sua protezione, come ha fatto con Abramo. Anche Paolo nella Lettera ai Romani dimostra la continuità di quanto è stato promesso ad Abramo, quindi abbiamo pure noi la certezza della vittoria se dimoriamo nella Parola (Gv. 1, 1-14). Amico, chi potrà essere contro di noi, Dio e con noi e vuole istruirci affinché non ci scoraggiamo Nel momento in cui ti senti solo nel deserto, abbandonato da tutti, sappi che Dio ti ha promesso "lo sono il tuo scudo", è la tua compagnia: anche se tua madre e tuo padre ti abbandonasse Egli non ti abbandonerà mai. Se confidiamo in Lui avremo la stessa vittoria di Gesù, che ha detto "lo ho vinto il mondo (Giov. 16,33).

            24 GENNAIO

 L'Eterno conosce la via .dei giusti, ma la via degli empi mena alla rovina. (Salmi 1,6)

                                                DIO CONOSCE OGNI COSA

Dalla lettura della Parola di Dio nasce in noi la certezza che Dio conosce ogni cosa della sua creatura. Conosce il nostro entrare e il nostro uscire, il nostro stato d'animo, le perplessità, le paure, le angosce. A volte ci sentiamo tristi e scoraggiati, sembra che tutto il mondo ci cada addosso e non ci rendiamo conto del perché. Vorremmo come il salmista Davide fuggire, ma dove? 'Oh avessi io delle ali come la colomba' Me ne volerei via e troverei io riposo Ecco me ne fuggire lontano, andrei a dimorare nel deserto, m'affretterei a ripararmi dal vento impetuoso e dalla tempesta" (Salmo 55,6-8). L'Eterno conosce i pensieri dell'uomo, sa che sono vanità (Salmo 94,11); quindi Dio conosce le nostre debolezze ed ogni altra cosa ed è pronto ad intervenire se gli diamo la possibilità. Dio non vuole far violenza su nessuno, ma vuole condurre tutti verso la via della salvezza e santità; nella Sua immensa sapienza e misericordia e conoscendo il profondo del cuore umano, debole e mutevole, sa quello di cui abbiamo bisogno. Se solo ci abbandoniamo a Lui, Egli potrà risolvere i nostri problemi e indicarci la via da seguire.

          25 GENNAIO

 Non vi ingannate, non ci si può beffare di Dio. (Galati 6,7)

                                                                DIO ESISTE!

Molti uomini si comportano come se Dio non esistesse e perciò come se non dovessero mai essere chiamati a rendergli conto dei pensieri e delle azioni; altri, addirittura, hanno un linguaggio e un comportamento volutamente provocatorio nei suoi confronti. Pensano evidentemente di farla franca, ma la faranno franca davvero? Bene, se così fosse, che tipo di giustizia sarebbe quella di Dio? Chi crede di farla franca, ci ricorda il testo biblico, sta ingannando se stesso, perché sta vedendo una realtà ben diversa da quella che è.

Dio stesso, poiché mi ama, si è preoccupato d'informarmi che dovrò rendere conto a Lui dei miei pensieri e delle mie azioni e che farò bene a fare attenzione a quello che dico e a quello che faccio. E, in primo luogo, farò bene a decidere cosa farne di Cristo Gesù che Dio, nel suo grande amore, mi ha donato come perfetto Salvatore!

            26 GENNAIO

 "Sia la luce”,  E la luce fu (Genesi 1,3)

                                DIO LA NOSTRA LUCE

Trasferiamoci per, un attimo agli inizi dei tempi. Tutto era buio e informe, non c'era niente sulla terra, massa informe e senza vita, resa buia dalla mancanza di 1uce e di tutto il resto. Poi, per la Parola di Dio, ogni cosa prese forma, ogni cosa ha avuto la sua consistenza secondo quello che il Creatore aveva pianificato già nella sua mente

Dio disse "Sia la lucei! e la luce fu”. Fu un atto creativo e soprannaturale di Dio, per Lui tutto fu normale e semplice perché Egli e l'onnipotente Egli è Colui che con la Sua Parola creò e formò dal nulla tutte le cose. Dio può operare questo ed altro per il nostro bene, può mettere ordine là dove regna il disordine più assoluto, può rischiarare quello che era tenebroso e illuminarci. PermettiamoGli di entrare nella nostra vita e di operare affinché quello che prima era informe assuma giusta forma e significato.

           27 GENNAIO

 Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito? (Salmi 22,1)

                                 DIO NOSTRO AIUTO

Il Salmista ci porta ad una considerazione che spesso vi cadiamo anche noU Invochiamo soccorso da Dio, ma non avendo risposta immediata concludiamo che Dio ci ha abbandonato. Forse il grido non è proprio di sfiducia, è solo di dolore, comunque indice che qualcosa ci manca, che qualcosa e venuto meno e che dobbiamo comunque porvi rimedio. Sentiamo il nostro Dio lontano, preghiamo e Lui non ci risponde. Facciamo delle richieste e Lui è lontano. Ma e proprio così? Quando un nostro amico non risponde alle nostre aspettative rimaniamo male perché credevamo in lui e invece ci ha deluso. Con Dio non è così! Dio è Padre ed amico di sempre Colui che ci consola in ogni momento, anche quando sembra lontano. Egli opera nella nostra vita in maniera a noi sconosciuta (Romani 8,28) Il credente deve avere fiducia del Suo grande amico. Gesù disse:"Abbiate fiducia in Dio e in me” (Giovanni 14,1), Egli opera in tutte le cose per il nostro bene. Se siamo convinti di questo non potremo mai essere delusi e in ogni cosa renderemo grazia a Dio per quello che ci ha dato, ci da e ci darà.

             28 GENNAIO

 L'ora viene che né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre; ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori, adoreranno il Padre in spirito e verità.  (Giovanni 4,21 e 23)

                                                 ADORA DIO SOLAMENTE

Il culto a Dio, che ci spetta di rendere a Lui è semplicemente, ma veramente, la espressione sincera della nostra riconoscenza. Cogliere l'occasione, e non sono poche, di ringraziarlo, celebrarlo e adorano per la Sua grandezza. La Bibbia insiste sulla differenza fondamentale fra il vero culto e ciò che s'intende generalmente per religione. L'uomo vuoi fare e portare qualcosa a Dio (opere), e pensa, che Dio ne tenga conto passando sopra alle sue iniquità. Dobbiamo invece capire che è Dio che ha fatto il primo passo col farci grazia, che a noi tocca credergli e rendergli grazie per ciò che lui e non ha fatto.

Il nostro amore, che si esprime con la lode, non e altro che la giusta risposta al Suoi favori. Noi l'amiamo perché Egli ci ha amato per primo Quest'amore. ovviamente deve esprimersi nel nostro modo di vivere e agire. (I Corinti 4,19)   
                                                                15 gennaio
Con questa domenica la liturgia ritorna al “Tempo Ordinario”, opportunità per fare esperienza della presenza del Signore nella nostra quotidianità. 
Il Vangelo presenta Giovanni Battista protagonista dell’annunzio della presenza del Messia in mezzo a noi. Egli ha fatto una un’esperienza nuova. Credeva di sapere, di conoscere; aveva dedicato la vita per prepararsi con trepidante attesa all’incontro. Ma ha visto Gesù venire verso di lui, l’evento muta radicalmente la prospettiva e i suoi convincimenti. E’ Dio che si fa presente, sceglie di farsi prossimo dell’uomo ribaltando la storia perché annulla le distanze in quanto vuole salvare. Non è il Messia vendicatore del quale nel Libro hanno scritto gli uomini cercando d’interpretare i segni dell’Alleanza, ma l’agnello.
Ecco l'agnello di Dio: è la rivoluzione cristiana che vede protagonista Gesù. Non si sollecitano più sacrifici a Dio, ma è Lui che si sacrifica per l’uomo. Il Vangelo lo annuncia e continuamente fa riferimento ad episodi che lo significano ed esplicitano perché non è un Dio che s’impone. Egli vuole solo proporsi per liberare il mondo dal peccato.
Alcune considerazioni grammaticali sull’espressione “toglie il peccato dal mondo” aiutano a comprendere meglio il significato di questo annunzio.
Innanzitutto si fa riferimento al peccato al singolare. Quindi non si intende richiamare i tanti singoli gesti che fanno precipitare i figli di Adamo ed Eva in una condizione di disagio, sconforto, odio, recriminazione, invidia, prepotenza che genera sangue e morte.
Nell’espressione del Battista va individuato il riferimento al peccato profondo, la radice malata della nostra natura umana, la predisposizione al disamore che fa decadere nell’indifferenza, che genera violenza, che si nutre di menzogna e determina profonde fratture. Gesù si propone e diventa il guaritore di tutto ciò e lo fa non ricorrendo all’imperio prediligendo la forza del Signore onnipotente, al contrario dà vita alla rivoluzione della tenerezza per sconfiggere la violenza e venire a capo della sua nefasta logica. 
Anche nell’espressione “Agnello che toglie” è racchiusa una consolante verità per tutti noi. Il verbo ancora una volta è al presente. Cosa si vuol sottolineare?
Non è un verbo che evoca un’azione futura per cui sollecita solo un atteggiamento di speranza; tanto meno è un verbo al passato, quasi a significare che l’annunzio si riferisce al un evento già avvenuto ed irrimediabilmente conclusosi. No!
E’ un presente che induce ad un liberante atteggiamento di promettente attesa per le meraviglie che può generare l’adesso che continuamente accompagna l’esperienza quotidiana. Ciascuno di noi può farla mentre si dirige verso il Padre, pronto ad abbracciarlo.                                                                        LR.
                                     
                       15 GENNAIO
…Affinché, mediante la consolazione onde noi stessi siamo da Dio consolati, possiamo consolare quelli che si trovano in qualunque afflizione. (II Corinzi 1,4)
                                                           LE CONSOLAZIONI DI DIO
Dio si serve sempre d'uomini che sono stati consolati per quello che hanno ricevuto da Lui: salvati e ripieni di Spirito Santo. Le nostre afflizioni sono poca cosa in confronto alle benedizioni che potremo ricevere quando la nostra vita è al servizio di Dio.
Leggiamo il salmo 100 “servite l'Eterno con gioia venite davanti a Lui con grida d'allegrezza". Il salmo 149 è pieno di esultanza “lodate il suo nome con danze, poiché l'Eterno prende piacere nel suo popolo". Ed ancora e scritto "mandate grida di gioia anche sul vostro letto, quando siete ammalati o a riposo”. Noi non siamo altro che degli strumenti che vibrano ed emettono suoni. Da noi stessi potremmo solamente far sentire dei rumori, ma grazie all'intervento dello Spirito Santo possiamo consolare quelli che sono nell'afflizione e far sì che anche altri possono gioire della grazia. Dio non ci ha promesso sempre il sole Pero ci ha detto che le nostre sofferenze serviranno a darci nuova forza in attesa della gloria (2 Corinti 4,17).
                   16 GENNAIO
Dio ha fatto ogni cosa bella a suo tempo; egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero della eternità, quantunque l'uomo non possa comprendere dal principio alla fine l'opera che Dio ha fatto. (Ecclesiaste 3,11)
                                                    COSA È DIO
Nell'ora che pel bruno firmamento comincia un tremolio di punti d'oro, d'atomi d'argento; guardo e domando: dite o luci belle, dite che cosa e Dio, ordine, mi rispondono le stelle.
Quando all'april, la valle e il monte e il piano, ogni campo dai fiori e festeggiato, guardo e domando dite o bei colori, dite che cosa e Dio, bellezza mi rispondono quei fiori.
Quando il tuo sguardo innanzi a me scintilla amabilmente pio, io chiedo al lume della tua pupilla dimmi se il sai bel messagger del cuore, dimmi che cosa e Dio, e la pupilla mi risponde è amore.
Secondo la rivelazione biblica, Dio è anche Potenza, Giustizia e Santità. "Poiché le perfezioni invisibili di lui, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente sin dalla creazione del mondo, essendo intese per mezzo delle opere sue" (Romani 1, 20).
                    17 GENNAIO
Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro, perché questa è la
legge ed i profeti. (Matteo 7,12)
                                   COSA CI ASPETTIAMO DAGLI ALTRI
Cosa facciamo per gli altri? E, soprattutto, cosa ci aspettiamo dagli altri? A volte sembrano cose senza senso eppure hanno un grande significato. Spesso pretendiamo che gli altri si comportino in una determinata maniera nei nostri confronti, ma non facciamo niente per comportarci in maniera corretta nei loro riguardi. Perché? Pretendiamo dagli altri stima e rispetto, ma non siamo disposti a darlo ai nostri simili. Ci lamentiamo del loro comportamento, ma se ci guardassimo allo specchio scopriremmo che non sappiamo comportarci in  maniera migliore. L'invito di Dio e proprio questo: guardare al nostro simile con affetto e con stima, comportarci con lui come se fosse il nostro migliore amico, la persona alla quale vogliamo veramente bene. Diamogli quello che noi ci aspetteremmo da lui e non dimentichiamo che Dio si serve di ciascuno di noi, dando una sana testimonianza, per compiere in tal modo la Sua volontà. Non siamo egoisti. C’è chi soffre ed ha bisogno, diamogli un poco del nostro affetto, del nostro tempo e, se, necessario anche il nostro denaro e Dio ce ne darà il contraccambio.
  
                18 GENNAIO
La salvezza ìion e in virtù d'opere, affinché nessuno se ne vanti. (Efesi 2,8-9)
                                    COSA DEVO FARE PER ESSERE SALVATO?
Questa é stata la domanda a Paolo del carceriere di Filippi e continua ad essere la domanda dell'uomo. Se riconosci di avere in qualche modo bisogno di salvezza, allora chiediti "Cosa devo fare?" Le risposte umane a quest'interrogativo sono tante. Ogni religione o teoria elenca ciò che un uomo deve fare per cambiare la sua vita. Anche la tradizione cristiana si adeguata: devi osservare certi riti religiosi, devi fare del bene, perdonare le offese, ed altro. Tutto va bene, all'infuori di credere alla verità che la Bibbia ci mette davanti e che è umiliante: non possiamo fare nulla per essere salvati, perché il nostro meglio non sarà mai abbastanza per cancellare la distanza che ci separa da Dio. Ma se riusciamo ad accettare ciò, allora avremo in cambio pace e certezza. Se dobbiamo fare da noi non siamo mai certi di avere fatto abbastanza, ma se non dipende dalle nostre opere e si tratta di avere fiducia in quello che Dio ha fatto, allora abbiamo pace e sicurezza.
                 19 GENNAIO 
L'uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché gli sono pazzia, e non le può conoscere, perche si giudicano spiritualmente(I Corinti 2, 14)
                                        COSE RIVELATE
Le cose di Dio: il Suo amore, le Sue promesse. Dio ha tanto amato il peccatore mandando Gesù, (Romani 5 8), nato di donna, dandolo come offerta per la nostra salvezza. Chi accetta questo ha vita eterna (Giovanni 3:16). Per credere questo e riceverne i suoi benefici dobbiamo averne la rivelazione. Dio dona con generosità; basta infatti chiedere per ricevere! Iddio vuole spandere su di noi tutte le cose che appartengono alla vita divina. L'amore di Dio in Cristo ci aiuta a credere in Lui e sovviene alle nostre debolezze perché Egli è la nostra forza. Se hai bisogno del suo soccorso, non dimenticare che Egli ama così come sei. Guarda a Dio d'ogni grazia.... la cui essenza è amore. Egli è contento di darti il perdono dei peccati, la pace nel cuore e la vita eterna.
                    20 GENNAIO
"Gesù rispose adesso credete?" (Giovanni 16, 31). "Abbiate fede in Dio, e abbiate fede anche in me!"
(Giovanni 14,1)
                                                  COSA SIGNIFICA CREDERE
Vi sono tre passi da fare nella via della fede che salva. Essi sono simili ai tre gradini di una scala. I primi due non bastano, ma il terzo vale ad ottenere lo scopo. Tuttavia non si può arrivare al terzo senza aver prima percorso gli altri due: "Come crederanno in Colui del quale non hanno udito parlare?". È necessaria una conoscenza del piano di salvezza in Cristo Gesù morto per, i nostri peccati, prima che sia possibile credervi. Credere, significa semplicemente "Acconsentire con la mente". Quando, dunque, tu hai dato il tuo consenso intellettuale ad una verità, tu hai creduto, hai fatto il secondo passo, ma non sei ancora salvato! Il terzo passo, il solo che salva è la fiducia! “Confidate nell'Eterno», puoi essere salvato non per il solo «Credere» intellettuale, ma quando avrai riposto tutta la tua fiducia nei Signore. La parola fiducia esclude qualsiasi idea di sforzo, richiede un abbandono totale. Ti sei affidato a Gesù? Oppure credi in Lui con la tua mente e non hai ancora fatto l’ultimo passo che è il più importante?
                       21 GENNAIO
...Venne Gesù, a porte chiuse, e si presentò in meno a loro, e disse: "Pace a voi!" (Giovanni 20:26)
                                     IL DESIDERIO Dl PACE
Non si è mai parlato tanto di pace come nel nostro tempo: tavole rotonde, congressi, incontri ad alto livello. Sembra un progresso, ma la Bibbia avverte "Quando diranno: pace e sicurezza, allora subito una improvvisa rovina verrà loro addosso". Si parla di pace ma si fa la guerra. Perche? Perché non vi può essere pace vera senza Cristo, principe della pace. E se non c'è pace nel cuore dell'uomo, non vi sarà pace nelle sue intenzioni, nelle sue azioni d'ogni giorno Non si conosce pace perché si è in perenne guerra con Dio, con il prossimo e con se stessi. Ecco pertanto secondo la Bibbia, l'origine delle guerre: “Da dove vengono le guerre e le contese fra di voi? Non è da questo: cioè dalle vostre passioni che guerreggiano nelle vostre membra. La guerra inizia con le passioni che dominano la vita di un uomo. La scrittura parla di tre cose indivisibili la pace, l'ubbidienza, la giustizia "E la pace sarà l'effetto della giustizia”. "Oh fossi pur attento ai miei comandamenti! La tua pace sarebbe come un fiume e la tua giustizia come le onde del mare!”. (Isaia 48,18)                                                  
                                                    CHIUSURA ANNO 2016
                                                                    
                                                               20 novembre
                              Fine dell'anno liturgico, Solennità di Cristo Re dell'universo

La festeggiamo contemplando Gesù sulla Croce, luogo di morte trasformatosi in trono di regalitàE’ anche l’occasione per fare il bilancio dell'anno santo della Misericordia. Gli avvenimenti che ci hanno accompagnato con scadenza quotidiana sono stati di guerra, di paura d’attentati, di martirio di cristiani, di muri, di rifiuto, di egoismo verso gli emigrati, di poveri sempre più poveri perché pochi ricchi possano sentirsi più ricchi.Noi oggi asseriamo che di questo tragico mondo Gesù si presenta come il Re, ne deriva perciò la domanda: come Cristo esercita la regalità e, di conseguenza, quale è in nostro compito?

Gesù è Re perché creatore e redentore, cuore misericordioso del Padre che è più grande e potente del peccato. Perciò nel mondo il male non potrà vincere perché Dio ha la pazienza di attendere anche i cattivi.

E’ nostro compito vincere la tentazione di starcene fermi in attesa. Invece di un pusillanime "Chi me lo fa fare", siamo invitati ad annunciare il Vangelo per suscitare la nostalgia del Regno e testimoniarlo concretamente nella famiglia, nella parrocchia, nel posto di lavoro perché l’impegno dei cristiani si riassume nella preghiera "Venga il tuo regno" rafforzata dalla fede nel Re morto amando in modo inverosimile mentre provocatoriamente gli gridavano: Se sei il Cristo, salva te stesso! Erano sacerdoti del tempio scandalizzati perché non potevano concepire che Dio lasciasse morire il suo Messia. Erano soldati abituati al primato della forza sul quale fondavano il riconoscimento del proprio re! Erano spettatori curiosi, convinti che nulla potesse valere più della vita.

Ma Cristo Re dimostra che esiste qualcosa di maggior valore: l'amore del re che muore amando. Noi possiamo anche rifiutarlo, ma Egli non ci rifiuterà mai perché ha sostanziato la sua scelta col sigillo della risurrezione.

Questa considerazione preliminare rende comprensibile il passo del vangelo di Luca per la liturgia della festa di oggi e che vede in azione un malfattore appeso alla croce il quale chiede di non essere dimenticato.Gesù risponde assicurandolo che lo avrebbe preso con sé. Orbene in quel bandito si riflette tutta l’umanità, perché in quel malfattore si rinviene la dignità di ogni persona ed il grande messaggio: pur se decaduto per Dio l'uomo è sempre amabile, anche se non ha meriti come quel ladro.Dio non guarda al peccato o al merito, ma considera sofferenze e bisogni. Ricordati di me: è la preghiera del malfattore. Gesù, in modo stupefacente, non solo asserisce che si ricorderà, ma s’impegna a fare qualcosa di ancora più eclatante: lo porta con sé, lo conduce a casa perché la storia della salvezza da lui realizzata non prevede esclusioni, separazioni, respingimenti; infatti, il Regno di Dio è la terra nuova che avanza procedendo sempre per inclusioni.

Del Vangelo di oggi, della celebrazione di oggi dobbiamo portare nel nostro quotidiano proprio questo brevissimo dialogo: 

Ricordati di me, prega il peccatore

sarai con me, risponde l'amore.

E’ la sintesi di tutte le preghiere.

La paura prega: ricordati di me

L’amore risponde: sarai con me per sempre.

Questa dinamica di redenzione trova il suo fondamento nelle ultime parole pronunciate da Cristo sulla croce: oggi, con me, paradiso.

Oggi: evoca l’adesso dell’istante che si apre sull'eterno.

Con me: assicura l’esperienza della condivisione per l’amorevole accoglimento.

Paradiso: fin dall’inizio era destinato all’uomo; esso si concretizza come il luogo i cui confini sono segnati soltanto da una esperienza di luce e di amore.La nostra speranza viene rafforzata dal fatto che ad entrarvi per primo è un uomo dalla vita sbagliata. Se un malfattore sulla croce può aspirare a tanto, allora nulla e nessuno sono definitivamente perduti. Le braccia del re-crocifisso resteranno spalancate fino alla fine dei tempi di fronte all'umanità in attesa. Non rimane che fissare lo sguardo su Gesù con gli occhi del malfattore che ha compreso. Anche se non vede un re glorioso, egli non esita a dirgli "ricordati di me” perché riconosce la sua regalità nell'impotenza, nella fragilità, nel silenzio e nel perdono.

Questa è la Buona Notizia per la quale oggi ci allietiamo inneggiando a Cristo Re.  

                                                                                                                                  LR   

                                                                 13 Novembre

La liturgia della Parola nella seconda lettura invita a riflettere su cosa fare nell'attesa del ritorno di Cristo e l’apostolo con un categorico “chi non lavora non mangi” sollecita una concreta responsabilità d’impegno nel quotidiano, senza cedimenti a fantasie collegate a paure apocalittiche che potrebbero indurre a buttare la spugna ed attendere inermi la fine. 
Nel passo del Vangelo si parla ancora del Tempio e per l’ennesima volta Gesù prende le distanze da questo luogo sacro, dai suoi Sacerdoti e dai relativi rituali. In effetti non si è mai recato al Tempio per pregare, invece il costante rapporto col Padre concentrandosi nell’orazione lo ha fatto sempre in luoghi solitari. È andato al Tempio perché lì poteva parlare al popolo che vi accorreva numeroso. Egli pronunzia su quel luogo di culto parole amare e di fatto oggi di quel Tempio è rimasto soltanto il muro delle lamentazioni. Già da questi primi versetti del passo evangelico è chiaro l’insegnamento: attenzione a dare più importanza ai templi - cioè al clero, ai rituali, alle devozioni -
perché più rilevante di tutto ciò è la messa in pratica del Vangelo. In effetti, ancora una volta Gesù ribadisce quanto sia necessario trasformare la religione ricordando che essa è mediazione per incontrare Dio, non una relazione col Tempio ma disponibilità a prendersi cura degli altri.
Nel passo di Luca si fa riferimento anche alla paura del presente ed alle incertezze del futuro; ma l’elemento dominate è la possibilità di riflette sulla storia considerata come scenario delle azioni degli uomini e luogo dove il Signore si rivela come il salvatore.
Poter considerare in profondità le dinamiche dell’esistenza, superare la tentazione di voler  vedere segni della seconda venuta di Cristo, attendere invece vigili e con responsabilità il suo ritorno  quando Egli farà nuove tutte le cose è il vero significato del passo di Luca che viene proposto alla nostra attenzione in questa penultima domenica dell’anno liturgico. L’invito è vivere di speranza mentre si costruisce in terra l’armonia che il Creatore ha impresso da sempre nel cosmo come proiezione dei desideri del suo cuore.
Il passo evangelico inizia con il dialogo tra alcuni osservatori colpiti dalla bellezza del tempio e Gesù, che invita a non fermasi all’apparenza ed impegnarsi a discernere le cose che passano da quelle che rimangono. Egli stimola ad andare all’essenziale considerando ciò che è destinato a finire dalle cose che restano perché fondate sulla roccia, che è Cristo. Il suo è il tentativo di trasformare dei passivi osservatori di bellezza in attenti valutatori del vero senso della storia, dei responsabili costruttori del proprio futuro perché in grado di analizzarne la direzione e l’azione del Signore. Da qui l’importanza del quando e del come riconoscere i tempi nuovi. Nel fare ciò Gesù si dimostra un esperto educatore che non anticipa le domande perché il termine educare presuppone l’uso adeguato di parole per prevenire ogni tipo d’illusione e guardare senza timore alcuno il futuro nella consapevolezza che si è chiamati a vivere il quando dei segni dei tempi nuovi. 
Egli fornisce a tutti noi anche degli utili consigli. Il primo è non farsi ingannare e credere al primo venuto perché non abbiamo bisogno d’indovini o di profeti improvvisati. Per noi è sufficiente la Rivelazione, trasmessa dagli Apostoli, e la Chiesa, comunità di battezzati accomunati dalla stessa fede in Cristo e pronti ad aiutarsi vicendevolmente grazie alla dignità battesimale, dono dello Spirito, e con animo fraterno per prendersi cura di chi è in difficoltà.
Il secondo consiglio è di saper discernere ciò che accade, sia vicende negative opera dell’uomo, come la guerra, sia il ritorno del Signore, da considerare non la fine, ma il vero compimento di tutte le speranze della storia. Infatti, tante calamità non sono frutto della volontà di Dio, ma conseguenza delle cattive scelte degli uomini e la stessa natura si ribella quando la logica del profitto determina opzioni politiche che minano l’armonia del pianeta, un vero tradimento del mandato ricevuto di essere i custodi del creato.
Il rispetto di queste raccomandazioni determina la possibilità di evitare false paure, saper discernere la presenza di Dio nella storia e vivere eventuali persecuzioni sapendo di non essere mai soli. Infatti, il discepolo di Cristo attende il Signore nella consapevolezza che il momento attuale può essere quello della prova che lo spinge a dare testimonianza vivendo per il suo nome. Non si tratta di subire passivamente l’imprevedibile, ma vigilare nella fedeltà, operare perseveranti, pronti a sopportare le avversità con amore perché si vive la vita di Cristo.
La lotta del cristiano non è mai contro gli altri ma per affermare il Regno considerando il crinale della storia col suo versante oscuro fatto di violenza ed un cuore di tenebra pronto a distruggere  distruggendosi e con la disponibilità a sperimentare la tenerezza che salva rendendo prezioso anche un capello. Perciò il Vangelo non anticipa le cose ultime ma ne svela il senso facendo intravedere di ogni crisi il tornante verso orizzonti nuovi, breccia di speranza ristoratrice.  
Il nostro impegno, quindi, è una decisa resistenza a quanto nel mondo sembra vincente. Gesù ci ripete rincuorandoci: “Ma voi agite, non rassegnatevi”. E’ il canto terapeutico dell’impegno umile nel quotidiano che aiuta a curare la terra e fasciare le sue ferite perché il filo rosso della storia rimane saldo nelle mani di Dio, la cui presenza paterna assicura sempre un dopo, ecco perché nemmeno un capello è perduto.
Questo discorso apocalittico di Gesù rivela che il mondo fondato sulla violenza comincia a essere rovesciato dalla sua stessa logica, perciò ci invita ad alzare il capo in quanto la liberazione è vicina: si approssima il Liberatore, il suo Regno viene, Gesù lo ha profetato.
Gli uomini, ignorando Dio, vogliono costruire il mondo sulla mutua violenza coinvolgendo tutta la natura per cui alla sua creazione si risponde con la distruzione e la violenza; perciò è un errore ritenere che è Dio a distruggere il mondo, esso si autodistrugge a causa del peccato che segna continuamente le azioni dell’umanità. Nonostante ciò Dio ci invita a non perderci d’animo perché sarà Lui ad ispirarci “un linguaggio e una sapienza" e così la violenza sarà disarmata. Il testo invita alla speranza anche quando si è costretti ad attraversare le catastrofi perché Dio non ignora il male che fa l'uomo, ma lo fa concorrere al suo disegno di bene. Egli ci lascia liberi perché possiamo fare la nostra parte non seguendo qualcuno o qualcosa ma confidando nel suo amore.                                   LR 
                                                                     
                                                                    6 novembre
L’incontro tra Gesù e i Sadducei non è un’occasione per scambiare idee e convincimenti, ma è dettato dal desiderio di uno scontro per vendicarsi di precedenti sconfitte patite. E’ un finto dialogo che non può sfociare in opportunità d’intesa perché si propongono di umiliare il giovane rabbi. A questo fine scelgono un argomento come la resurrezione, ridicolizzata tramite l’uso di un apologo sulla donna sposata a sette fratelli per rispettare la legge del levirato, disposizione che consentiva ad un uomo morto di divenire legalmente padre di un figlio generato dal fratello che intanto aveva preso in moglie la vedova. Per tutta risposta Gesù conferma la bontà della risurrezione dei morti. I tre sinottici nel riportare l’episodio dimostrano quanto fosse importante per Gesù credere in essa e nelle conseguenze per la vita dell’uomo. Il fatto che il Cristo sia la primizia contribuisce a zittire tutte le chiacchiere imbastite dai Sadducei perché è tema decisivo e inevitabile per tutti noi.
Gesù è arrivato a Gerusalemme quando viene interrogato da questo potente gruppo di conservatori, i quali si distinguono nel panorama culturale e religioso di Israele per essere degli accesi ed intransigenti tradizionalisti legati ad una lettura fondamentalista delle Scritture delle quali privilegiavano il Pentateuco, ritenuto santo, e non i libri relativi ai profeti e gli scritti sapienziali. Non trovando la parola resurrezione nella Torah costoro rigettano l’idea, a differenza dei farisei e degli esseni per i quali era il destino ultimo dei giusti. Per mostrare l’assurdità dell’assunto i Sadducei utilizzano un apologo paradossale citando il levirato per ridicolizzare la credenza senza rendersi conto che, in tal modo, proprio facendo riferimento al loro apologo essi riducono la vita solo ad opportunità per la sopravvivenza del patrimonio genetico dell’uomo da trasmettere da padre in figlio.
Indubbiamente si tratta, allora come oggi, di un tema difficile; tendenzialmente si pensa alla resurrezione come ad una rianimazione del cadavere, un ritorno alla vita corporea secondo l’esperienza di Lazzaro e degli altri miracolati da Gesù, concezione che aprirebbe numerosi problemi se per vita eterna si evoca la mera eventualità di una durata indefinita nel tempo. Invece, nel valutarne l’intensità e la profondità dei rapporti occorre concentrarsi sul dono di amare con il cuore di Dio, quindi non un'ombra di amore. Rispetto a questo mondo che passa, Gesù descrive la novità del Regno, che non prevede di perpetuare comportamenti inscritti nella vita biologica. Egli invita a volgere lo sguardo oltre l’orizzonte del visibile e trovare il Regno promesso come fa col ladrone pentito al quale dice: Oggi sarai con me in paradiso, parole pronunciate in una irreversibile condizione di morituri per entrambi. 
La resurrezione è vita senza fine perché noi siamo i Figli della resurrezione, i figli di Dio, rappresentato come roveto sempre ardente, fuoco di amore che rende fertile la vita riscaldando gli altri. Rispetto a questo messaggio, ogni interpretazione relativa alla frase “I figli di questo mondo prendono mogli ma quelli giudicati degni della vita futura no”, per secoli ritenuta un invito al celibato per il Regno  - come hanno fatto i monaci che hanno descritto il proprio stato vita angelica - non è appropriato. Oggi prevale una ermeneutica diversa, più conseguente rispetto alla dinamica interna del testo. Gesù era solito utilizzare immagini della sua cultura per rendersi comprensibile al suo uditorio. Per porre l’accento sull’annuncio della resurrezione della carne quale speranza per i suoi discepoli asserisce che vivremo come gli angeli nella contemplazione del volto d’amore di Dio, protesi verso di Lui, nella reciproca amicizia di saperci figli e partecipi della sua vita beata. In questa realtà altra da quella che conosciamo noi vi entreremo secondo il codice esposto da Gesù nel capitolo 25° di Matteo. Disponibili all’impegno nelle opere di misericordia verso gli altri si viene ammessi alla ri-creazione, alla trasfigurazione radicale per cui cessa l’attività per la prosecuzione della specie in quanto non si morirà più. Gesù contrappone un mondo nuovo non per dire che finiranno gli affetti, ma per sottolineare che l'unico a persistere per sempre, quando non rimane più nulla, è l'amore.
Il punto teologico e rivelativo culminante con i Sadducei si rinviene nel brano parallelo a Luca: “Voi vi ingannate, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio” (Mc 12,24; Mt 22,29), cioè non prendono in considerazione la dýnamis che crea e ri-crea, accusa pesante rivolta a chi, come i Sadducei, doveva operare per consentire al popolo di conoscere Dio! 
I risorti vivono la gioia umanissima e immortale di dare e ricevere amore perché amare è la pienezza dell'uomo e di Dio, ciò che vince la morte. A noi che abbiamo faticato per imparare ad amare sarà possibile col cuore stesso di Dio in una comunione dove nulla andrà perduto dell’amore vissuto; amando e accettando di essere amati si realizza l’eterna comunione d’amore, condizione senza più pianto, lutto, separazione, dolore, perché saremo per sempre i “figli di Dio”. Proprio questa ultima affermazione consente a Gesù di procedere alla correzione della grave non-conoscenza dei Sadducei: “Che poi i morti risorgano, afferma evocando il roveto e Mosè, è un dato che si collega al fatto, incontrovertibile per i suoi ostili interlocutori, che ‘Il Signore è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe’, espressione della quale fornisce la sua originalissima esegesi: Dio non è dei morti, ma dei viventi perché in lui tutti vivono. La preposizione ripetuta 5 volte esalta il motivo ultimo della risurrezione: infatti esplicita la forza di un legame indissolubile e reciproco: Dio appartiene a loro, loro a Dio in un totale legame per cui Dio non può pronunciare il proprio nome senza anche quello di chi ama perché è Dio di uomini: ecco la garanzia per cui vivremo per sempre con Lui. Infatti, l’alleanza tra Dio e popolo è tale che nulla e nessuno potrà romperla, tanto meno la morte. Egli è fedele e nella morte si presenta a noi con le braccia aperte per prenderci con sé come figli e figlie amati per sempre. Ecco chiarita l’ignoranza dei Sadducei, la loro incapacità di leggere le parole di Dio a Mosè e, di conseguenza, la loro mancanza di fede nella potenza di Dio. I credenti invece, essendo in alleanza con Dio, sono convinti che, quando muoiono, vivono per Dio e in Dio perché Dio è fedele. La riflessione evangelica di oggi ci pone di fronte al grande mistero dell’esodo pasquale che sfocia nella trasfigurazione della nostra persona - spirito e corpo - partecipi della vita in Cristo nel Regno eterno dell’amore.  .                                                                           LR
                                                        I Novembre
  «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò sollievo»
Il versetto dell’Alleluia della Messa di oggi descrive bene la nostra condizione di affaticati per le incertezze di una vita materiale a volte di stenti e di oppressi dal peso dell’egoismo di tanti. Per non perdere la speranza e trovare sollievo l’unica possibilità è data dalla sequela di Cristo. 
La solennità odierna evoca e concretizza questa prospettiva. Infatti, siamo chiamati ad onorare gli amici di Dio in possesso della gloria del cielo. La Chiesa gioisce nell’esaltare qui sulla terra questi suoi membri eletti, assemblea festosa di fratelli divenuti modelli e insieme intercessori ai quali potersi rivolgere per aiuto, stimolo efficace in noi per irrobustire la speranza e ravvivare il desiderio di raggiungere la patria celeste, la quale è pronta ad accoglierci. 
Chi sono questi santi? Una moltitudine di ogni nazione, razza, popolo e lingua. L’affresco che ci propone l'Apocalisse presenta il popolo eletto salvato da Cristo. Così è diventato santo un numero immenso di uomini e di donne, come invita a considerare il dato espresso dal 144mila il cui significato, secondo la mistica orientale, è dettato dalla moltiplicazione del 12, numero perfetto, col mille, un’operazione che lo eleva all’ennesima potenza.
In questa moltitudine non ci sono segni di distinzione o gerarchie legate a distinzioni razziali, etniche e culturali perché una pari dignità avvolge tutti. E’ il  dono “del sangue dell’Agnello» che questi santi nel crogiuolo della storia a volte hanno sperimentato  in situazioni di “grande tribolazione”; ma così hanno collaborato nell’opera di redenzione e completato nella loro carne ciò che mancava ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Perciò, questi santi ora sono nella gloria stessa di Dio. Lo vedono come Egli è perché in comunione con Lui nella giustizia e nell’assenza del peccato. 
Questa è la radice della santità cristiana, cioè la «filiazione divina» che nasce dall’amore del Padre, vigoroso ed efficace perché in grado di trasformarci. In Cristo essa opera già agli inizi della nostra vita cristiana per compiersi definitivamente realizzando la rassomiglianza perfetta col Figlio di Dio. Allora saremo simili a Lui e, quindi, potremo vedere Dio.
Il perfetto discepolo si riconosce nelle beatitudini declamate da Cristo, il nuovo Mosè impegnato a cementare la comunità della nuova alleanza che esalta radici e cuore dell'esistenza umana, alla quale è proposto il modello totalizzante del Santo per eccellenza. E’ la santità cristiana come donazione di sé nella povertà, che aiuta ad aprirsi totalmente a Dio, al suo regno e al prossimo. Può comprendere ciò chi ha fame e sete di giustizia perché desidera la pace, raggiunta con un atteggiamento umile e generoso.
Come si proclama nell’ultimo versetto del brano del vangelo oggi proposto alla nostra riflessione: ecco il motivo per rallegrarsi ed esultare, , perché grande è la ricompensa nei cieli.                                                 LR

                                                        30 ottobre

La liturgia della Parola di questa domenica descrive le modalità della misericordia di Dio grazie all’esperienza che ne ha fatto Zaccheo. Questi cerca di vedere Gesù, ma trova un ostacolo nella folla perché piccolo di statura; si rende contro che per poter incontrare il Maestro deve uscire da questo abbraccio anonimo e trasformare il proprio limite –la statura – in una opportunità per un personale cammino, conclusosi col raggiungimento dello scopo prefissato. La grandezza del piccolo Zaccheo è, quindi, nell’intelligente riflessione sul proprio limite e nel ricercare un aiuto, anche solo un albero di sicomoro su cui salire, per poter vedere Gesù. Anche i limiti fisici, morali, intellettuali, se analizzati con acutezza, non possono irrimediabilmente impedire l’incontro col Signore quando persiste l’anelito a conoscere Gesù come Zaccheo. Il capo dei pubblicani, peccatore e ricco disonesto, se interpretiamo con precisione l’espressione usata da Luca -“cercava di vedere Gesù, chi fosse – nel <tís estin> della versione greca è possibile sostenere che questo desiderio non era motivato da mera curiosità, ma dal bisogno di una conoscenza profonda di quella straordinaria personalità.
Rispetto a questo anelito, Gesù non si fa condizionare dal  giudizio esteriore, il cliché popolare che descrive quell’uomo come un peccatore impenitente, non può farlo perché Egli è il desiderio di Dio d’incontrare ogni uomo. Così nel testo troviamo descritte le due aspirazioni convergenti di Dio e dell’uomo, entrambi portatrici dell’anelito di salvezza: Uno di darla, l’altro di riceverla.
Zaccheo tenta di vedere Gesù e scopre di essere visto e già conosciuto; il Maestro manifesta l’intenzione di fermarsi a casa sua, quasi fosse una vecchia conoscenza. Il pubblicano che corre avanti per evitare la folla si rende conto che Gesù era già in cammino per incontrarlo. La circostanza consente di affermare che le nostre ricerche sono in realtà una predisposizione personale all’evento della grazia che è già in azione.
Tutto avviene per la forza magnetica dello sguardo di Gesù, che non vede il pubblicano, l’uomo di bassa statura dalla ricchezza colpevole, ma anche in lui riconosce “un figlio di Abramo”. Questo incrocio di occhi determina in Zaccheo la conversione,  infatti redime il suo sguardo quando riconosce nei poveri ai quali ha sottratto denaro i fratelli in Abramo; in effetti la sua intenzione agli inizi è vedere Gesù (Lc 19,3) ma in realtà incontra il Signore (Lc 19,8); da qui il consequenziale desiderio di porre riparo con gesti di conversione che non nascono da un rimprovero ricevuto, ma dall’incondizionata accoglienza di un amico. 
Purtroppo, a fronte di ciò, esiste sempre la possibilità di scandalizzarsi: infatti, anche rispetto a questo incontro tra Gesù e Zaccheo tanti mormorano perché il Signore ‘È andato ad alloggiare da un peccatore’” (19,7).
Sono due modalità che descrivono bene l’atteggiamento che si riscontra nell’attuale crisi della società liquida. In tanti, in troppi, guardano e si scandalizzano, guardano e giudicano, guardano e condannano, guardano e tirano dritto. 
Poi c’è Lui, Gesù che guarda singolarmente, si ferma e si muove a pietà. 
Il Vangelo di oggi descrive proprio questa dinamica e le relative conseguenze. Esaminate con attenzione costituiscono l’unico rimedio al nodo gordiano che egoismo, prepotenza, sopraffazioni hanno generato assillando l’umanità e togliendo speranza ai suoi aneliti di salvezza. 
Gesù, passando per Gerico, alza lo sguardo e così Zaccheo scopre di essere guardato, di essere un cercatore ricercato che riceve l’invito a scendere dall’albero perché Gesù sente il dovere di fermarsi a casa sua, lo chiama per nome, segno di una conoscenza personale di chi distribuisce misericordia, il quale prima incontra, poi converte senza richiedere nessuna espiazione. E’ un Gesù che dichiara il proprio bisogno di stare insieme precisando che con i suoi gesti non vuole inserire Zaccheo nel suo mondo secondo una prospettiva fondamentalista; è Lui ad entrare in quello del pubblicano senza porre condizioni all'incontro. 
La misericordia di Gesù anticipa per delineare nuovi orizzonti e può scandalizzare perché incondizionata. Infatti, Gesù non solo chiede di entrare in casa, ma addirittura è disposto a sedersi a tavola, segno dell'amicizia più radicata perché è il luogo dove ci si nutre delle esperienze gli uni degli altri, ci si rallegra consolidando intese che rendono veramente compagni. 
L’episodio evangelico proposto questa domenica costituisce lo specchio e la frontiera del programma messianico che genera salvezza: tutti possono avere Dio alla propria tavola. E’ il metodo sconcertante di Gesù, la cui efficacia si misura dalla capacità di mutare la vita ai peccatori mangiando con loro, cioè condividendo col cibo nuove prospettive di vita, senza ammonizioni ma sorprendendo con l’intensità di un'amicizia dalla quale promana la grazia che ripara esistenze in frantumi. Zaccheo reagisce alla presenza di Gesù cambiando vita, compie quanto il Maestro non gli chiede e va oltre le disposizioni della Legge: distribuisce metà dei suoi beni ai poveri; se ha rubato, di fatto restituisce quattro volte tanto. Quale è il motore di questa radicale trasformazione? 
Lo sbalordimento per la misericordia e lo stupore che genera quell’invito all'amicizia. Gesù, che non giudica, dà credito consentendo al peccatore di scoprirsi amato non per propri meriti e così è disposto a rinascere.                                        LR

                                                       Come pregare?

Domenica scorsa, facendo salire in cattedra una vedova, Gesù ci ha ricordato che occorre pregare sempre e non con le parole, ma con una dimensione dello spirito rivolta costantemente e con riconoscenza al Padre. Oggi continua il suo corso di formazione alla preghiera descrivendo la vera predisposizione d’animo perchè la preghiera risulti efficace. 
Gesù lo fa a modo suo, semplice, diretto, dirompente. Presenta due personalità agli antipodi nel modo di entrare in relazione con Dio. Il primo, delineato con rimarchevoli pennellate, è un fariseo, uomo della legge profondamente religioso, puntuale nelle pratiche fino allo scrupolo. Sono caratteristiche che dovrebbero suscitare nei suoi confronti ammirazione e rispetto, invece il suo modo di porsi, sicuro di sé nel Tempio mentre entra in contatto con Dio “in piedi”, determina già una reazione non positiva, che diventa sostanziale condanna quando si riflette sulle parole che Gesù gli mette in bocca. Anche se apparentemente di  lode e di ringraziamento, sono l’enfatica manifestazione di come egli si percepisce e si giudica. Infatti, il fariseo rende grazie per ciò che fa, al punto di sentirsi in credito con Dio, dal quale non si attende misericordia e il dono della salvezza, ma un meritatissimo premio!
L’altro personaggio descritto da Gesù è un pubblicano, il tipo di uomo allora più disprezzato perché da usuraio fa affari in connivenza con gli odiatissimi romani. Eppure, già da come si presenta esteriormente, dimesso, il suo animo umile suscita in noi un moto simpatetico. Compunto, si ferma a distanza, non ha il coraggio di alzare gli occhi: sono gesti ed atteggiamenti che bene descrivono il suo stato d’animo immerso in una preghiera di pentimento e di fiducia nella bontà di Dio. Egli chiede di essere accolto e perdonato consapevole della propria pochezza, degli errori fatti e della difficoltà nel trovare la giusta via. 
Il commento finale di Gesù, come al solito, è sconvolgente: il pubblicano può ritornare a casa e godere della compagnia e degli affetti di chi lo attende perché si è riconciliato con se stesso. Ha sollecitato il perdono, quindi ha riallacciato la relazione con gli altri e con Dio. Il fariseo, invece, non ha più parole; il silenzio che lo circonda è conseguenza della sua scelta di fidarsi del proprio dall’ego. Egli ha fatto della preghiera un continuo dialogo con se stesso, a parole si rivolge a Dio, in realtà per tutto il tempo rimane concentrato su se stesso, sul suo IO presuntuoso che ha dimenticato il TU e l’amore di Dio. Ecco perché il mondo gli appare un covo di ladri che blocca la sua preghiera, tutta tesa a disprezzare gli altri perché la sua anima è paralizzata nella contemplazione delle proprie presunte virtù. 
Ecco l’avvertimento che Gesù ci fa questa domenica: persino la preghiera può separarci da Dio e renderci “atei” se il Dio al quale ci rivolgiamo è solo la proiezione di noi stessi, incapaci di pronunciare le parole cardine “abbi pietà” per attrarre l’attenzione del Signore. 
Il pubblicano, invece, che appare come un grumo di umanità curva nei precordi nascosti di una coscienza che si sta risvegliando all’amore del Padre, pronunzia questa invocazione cardine,  invoca la misericordia perché si percepisce peccatore. 

Ecco la grande differenza tra i due personaggi delle parabola: il fariseo identifica la religione con tutto ciò che egli compie per Dio; il pubblicano, invece, medita e considera quanto Dio fa per lui, perciò può ritornare “a casa sua giustificato». Egli riceve il perdono non perché divenuto migliore o più umile del fariseo, ma perché si apre senza remore alle meraviglie della misericordia di Dio.                                                                              LR

                             ANNO C XXX domenica del tempo ordinario

La vita quotidiana, per come essa si svolge a livello individuale e sociale, e dovunque, in questo mondo ormai qualificato e a ragione globalizzato, avrebbe dovuto insegnare un po’ a tutti che a ben poco serve, anche se fosse vero, convincersi di essere superiori agli altri né per ciò che si ha, né per ciò che si è. Sembra perfino banale fare un’affermazione del genere, eppure tutti ne abbiamo incontrate di persone che vanno tronfie della loro superiorità, guardando dall’alto in basso gli altri, stabilendo una specie di continuo confronto non soltanto per misurare quanto si sia superiori agli altri, ma anche, e forse soprattutto, per avere contezza di quanto gli altri siano inferiori nel confronto, quasi ad assegnare le basi su cui poi fondare anche l’eventuale disprezzo. Siamo così di fronte a ciò che potremmo definire le coordinate della superbia che si esprime non solo attraverso la convinzione di essere migliori degli altri, ma anche sottovalutandoli fino al disprezzo. È il quadro che viene presentato dalla parabola che racconta Gesù ai suoi ascoltatori nel brano di vangelo dell’evangelista Luca in questa domenica. Solo che in questo caso il tutto avviene con un’aggravante, quella di pretendere dal parte del fariseo di turno, di stabilire la differenza tra sé e gli altri, perfino rivolgendosi a Dio nella preghiera. In altri casi Gesù aveva fatto ricorso a racconti analoghi per comunicare l’idea che Dio protegge il debole, difende e favorisce l’oppresso, come quando aveva notato di fronte alla cassa per le elemosine la povera vedova che vi gettava solo due monetine ed era tutto quanto possedeva ed alcuni ricchi invece che mostravano con aria di sufficienza le loro generose offerte, traendo da questo la sua lezione: il grande valore davanti a Dio delle due monetine, e il niente spirituale delle ricche offerte degli altri. I protagonisti del racconto odierno: da un lato il fariseo, ritto, impettito davanti all’altare in solenne atteggiamento di preghiera, dall’altro, in fondo, quasi nascosto, un pubblicano, un esattore delle tasse, che naturalmente non godeva di nessuna simpatia da parte degli altri, anche questo in preghiera, con capo chino, in atteggiamento dimesso, convinto anche interiormente, nella sincerità del proprio animo, di essere povero ed umile davanti a Dio. Tutti e due sono uniti dal sottile filo della preghiera, ambedue pregano, ma opposto il loro modo di pregare. Il fariseo narcisisticamente approfitta dell’occasione per presentare a Dio i suoi meriti nel non essere come gli altri, “ladri, adulteri, ingiusti e neppure come questo pubblicano”. Non loda Dio il pubblicano ma incensa, ipocritamente, se stesso. Il pubblicano invece, in atteggiamento di umiltà interiore ed esteriore, tanto da non osare “nemmeno di alzare gli occhi al cielo”: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. È il dialogo con Dio che tutto vede e tutto salva. Una preghiera che mette tutto nelle mani di Dio, riconoscendone la paternità misericordia. È la fede che salva, quella a cui il Signore non rimane indifferente. “La preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata non si contenta”. Quella del fariseo si ferma davanti al muro del proprio orgoglio, uno schermo impenetrabile perfino alla preghiera. Purtroppo l’orgoglio spirituale conduce alla convinzione di poter fare a meno anche della misericordia di Dio, porta a pensare di non aver bisogno di nessuno per salvarsi, un senso di arrogante autosufficienza che porta a tramutare in tenebra la luce che il fariseo si auto-attribuisce, mentre l’intima umiltà del pubblicano gli vale la giustificazione di Dio. Così Gesù ci ricorda oggi il primato di Dio nella nostra salvezza e la potenza della preghiera che è tanto più efficace, quanto più è grande la coscienza che solo Cristo è il Santo e solo Lui è Salvatore.                                                 MS        16 ottobre 
La liturgia della parola di questa domenica invita a riflettere sulla necessità di pregare sempre. E’ prevedibile la reazione di alcuni: impossibile! Certamente, se si considera la preghiera una recita formule, ma è Gesù a ricordare che, quando si prega, non occorre moltiplicare le parole. Altri potrebbero chiedersi: perché pregare oggi, quando scienza e tecnica stimolano il nostro senso di soddisfatta onnipotenza? Non abbiamo bisogno di ulteriori interventi da parte di protagonisti sconosciuti!
A queste note critiche si può rispondere facendo riferimento ad una bella considerazione di Sant’Agostino per il quale pregare è come voler bene, un desiderio che prega sempre, anche se la lingua tace.
Dal passo del vangelo desumiamo uno spaccato della comunità alla quale si rivolge Luca. La sua assemblea liturgica fa fatica a credere che Dio difende gli oppressi perché l’ingiustizia regna e nulla sembra cambiare questa tragica situazione. Gesù invece rassicura tutti ricordando che la perseveranza nel pregare ha sempre degli effetti perché Dio è giudice giusto, mentre noi siamo sempre miopi nel riconoscere la sua azione nel mondo. 
Alla fine del passo l’evangelista riporta anche un triste interrogativo: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”, la domanda che deve inquietare tutti noi perché nulla è garantito per sempre. La chiesa sarà sempre presente nella storia di una regione e di un popolo? Il Nord Africa fino al VII secolo dell’era volgare è stata la regione che ha visto operare una cristianità vivace e culturalmente avanzata, poi la catastrofe, il capovolgimento! Perché?
La stessa domanda ci possiamo porre per l’Europa, dalla quale rischia di scomparire la chiesa per il suo progressivo dissolversi nella mondanità, magari con qualche sprezzo di religiosità naturale, ma sempre meno autentica comunità di Cristo, il Signore. Ciò avviene per la morte della fede non animata dalla vera preghiera cristiana. Così si mina la fiducia nell’umanità e nel suo futuro, prima ancora che nel Dio vivente. La tentazione di abbandonare la fede è presente e la sua mancanza è il motivo di tante patologie.
Queste considerazioni si desumono analizzando la parabola evangelica di questa domenica, della quale Gesù fa anche l’esegesi. Già in precedenza, dopo aver insegnato il Padre Nostro, egli aveva commentato narrando la parabola dell’amico inopportuno. Oggi fa in modo che alla scuola di preghiera ci accompagni una vedova, simbolo del debolezza, essere indifeso e senza valore, secondo la mentalità del tempo, ma che Gesù trasforma in una donna forte e dignitosa, che non si arrende all’ingiustizia. La sua azione ci fa considerare la preghiera non un rassegnato grido al “così vanno le cose”! Nella sua insistenza emerge la fede nella possibilità di cambiare il cuore dell’uomo; infatti, nel contemplare Dio, chi prega lentamente si trasforma perché intreccia il respiro della propria vita con Lui. Ecco la vera preghiera cristiana che scaturisce dall’ascolto della Parola e si trasforma in eloquenza della fede (Gc 5,15). Perciò occorre saper ascoltare, ripetendo mentalmente: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (1Sam 3,9). L’ascolto diventa così un pensare davanti a Dio e con Dio, una invocazione del suo amore, manifestazione di lode che sfocia nell’adorazione. 
Inoltre occorre non giudicare mai la preghiera degli altri per non commettere lo sterro errore del sacerdote Eli, che ritiene un borbottio senza senso pronunziato da una ubriaca la preghiera di Anna, che Dio gradisce e per questo l’ascolta (1Sam 1,9-18)! L’implorazione di questa donna era insistente, perseverante, un dialogo continuo. Proprio come raccomanda Paolo nelle lettere per cui invita a pregare “ininterrottamente” (1Ts 5,17), ad essere “perseveranti” (Rm 12,12) “in ogni occasione” (Ef 6,18), vegliando “in essa rendendo grazie” (Col 4,2) per offrire la vita di ogni giorno “come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1), senza mai dimenticare che, come a scritto un martire dal nazismo, il pastore protestante Bonhoeffer: “Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse”.                                                           LR

                                                          16 ottobre

Cronaca giudiziaria al tempo di Gesù, potremmo definire così l’argomento su cui impostare la nostra riflessione in questa XXIX domenica del tempo ordinario e che ci viene suggerito dall’evangelista Luca nel riportare la parabola raccontata da Gesù ai suoi ascoltatori per insegnare loro la necessità della preghiera anche se questa dovesse risultare insistente fino ad apparire inopportuna. Argomento, peraltro, ai nostri giorni sensibile, come si suole dire, se sganciato dal contesto religioso cristiano nel quale è inserito liturgicamente. Infatti le cronache giudiziarie dei nostri tempi non di rado rivelano certe tristi situazioni che si determinano nell’ambito, dalle quali, come è dato osservare, nessun contesto civile può dichiararsi assolutamente immune. Nel nostro caso due personaggi occupano la scena, da una parte un magistrato, come ne esistono anche tra noi, che per la professione esercitata, pensano di essersi spogliati definitivamente della loro natura umana che, al di là della preparazione scientifica e professionale, rimane pur sempre debole e fallace, non autonomamente in possesso della verità; dall’altra una povera vedova,  vittima di una palese ingiustizia e che non riesce a far valere le sue giuste ragioni, di fronte all’arroganza di un giudice che continua a rimanere sordo alle sue innumerevoli suppliche affinché le venga resa giustizia. Da notare che nella Sacra Scrittura gli orfani e le vedove sono il simbolo delle persone socialmente più deboli, vittime di soprusi di ogni tipo, senza nessuno che si erga a loro difesa. La vedova della parabola non può fare altro che dare fondo a tutta la disperazione che le viene dalla sua più che precaria situazione e prima di soccombere definitivamente di fronte alla pervicacia del suo avversario e alla ostinata insensibilità del magistrato, noncurante degli ovattati e freddi ambienti della giustizia supera tutti i filtri frapposti tra lei e il depositario della cosiddetta giustizia per arrivare a gridargli per l’ennesima volta la sua pressante richiesta: “fammi giustizia contro il mio avversario”. Finalmente il miracolo avviene, il giudice più annoiato e supponente che convinto, emette la sentenza così attesa. Il contenuto morale e civile della parabola è più che evidente e già questo sarebbe bastevole per una fruttuosa riflessione da parte di chiunque. Ma va subito precisato che l’oggetto primo dell’insegnamento di Gesù è con chiarezza enunciato dallo stesso evangelista in apertura del racconto: “Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”, com’è evidente, si tratta della perseveranza, della costanza e della fedeltà nella preghiera, tutte qualità che sottintendono una ferma fiducia sull’efficacia della preghiera, soprattutto in ordine alla bontà e misericordia di Dio e in relazione al sostegno della fede, tanto più forte il sostegno quanto più sentita e sincera è la fede di chi prega. La preghiera non è qualcosa di facile quanto potrebbe esserlo la ripetizione di una formula magica alla quale è affidata la soluzione di qualunque tipo di problema. Una sua qualità indispensabile è rappresentata dalla costante fiducia nella paternità del Signore, anche nei momenti di apparente Suo silenzio. È questo, un altro sottile ma importante insegnamento, quello della certezza che ci deve animare mentre preghiamo ed è quello della certezza dell’ascolto da parte di Dio, data dalla incondizionata fiducia nella Sua paternità. Uno stato d’animo verso il quale ci indirizza una delle più belle e significative immagini contenute nei salmi e riferita a chi si rivolge a Dio nella preghiera ed è quella di un bambino svezzato in braccio a sua madre, a lei totalmente abbandonato.                                                                          MS

                                                                      9 ottobre

Gesù è sempre in viaggio per incontrare l’uomo e salvare l’umanità. Questa domenica il vangelo di Luca Lo presenta mentre s’imbatte in un gruppo di dieci uomini ormai senza futuro, segnati dal dolore ambulante di chi non può avere relazioni ed è condannato a vedere cadere, con la pelle e con i muscoli, ogni speranza di vita. Appena vede questa icona del dolore senza senso, Gesù non attende una loro richiesta di aiuto, subito li accarezza con il timbro della sua voce suadente non potendoli toccare per rispettare le disposizioni della legge mosaica. I dieci ricevono un invito: andare dai sacerdoti secondo la prescrizione, perché solo loro possono dichiarare che son guariti. I lebbrosi manifestano un primo barlume di fiducia nelle parole ascoltate obbedendo all’invito, profetica anticipazione della sospirata guarigione. 
A questo punto del racconto evangelico entra in scena il samaritano e sorprende tutti perché rappresenta la evidente sconfitta degli stereotipi: i non religiosi a volte sono più pronti a prestare fede di chi è inserito a pieno titolo nel popolo eletto. In effetti, il samaritano ha sperimentato che il rito al quale si è sottoposto gli ha restituito a pieno titolo l’integrazione sociale, non sarà più considerato un paria maleodorante. Ma non si ferma a questa considerazione, non si fa distrarre dalle apparenze immediate, comincia a riflettere e si pone la domanda: chi ha operato in me meraviglie?
“Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono?” Sono le parole di Gesù a commento, una sorta di considerazione laica del Maestro. Cosa è avvenuto? I nove credevano profondamente nel rito, lo hanno osservato e, soddisfatti, felici, con la coscienza tranquilla non sentono il bisogno di riflettere sul vero protagonista della guarigione, di conseguenza dimenticano perfino di dire grazie!
Evidente l’insegnamento: una religione senza gratitudine non salva, un clero che rispetta alla lettera il diritto canonico e non considera la persona non sempre riesce a comprendere le esigenze dei diritti umani. Nell’episodio evangelico narrato tutti vengono guariti, ma in effetti uno solo è salvato. La fede salva perché consente alla vera vita di penetrare nel nostro essere, rimarginare le ferite, ridare speranza ed un nuovo inizio perché con la fede si entra in Dio e Dio entra in noi.                                                                                                                          LR  
                                                                9 ottobre
Intorno alla malattia della lebbra, si è sviluppato, nel corso del tempo, una specie di naturale repulsione tale da accreditare frasi come: “fuggire uno come un lebbroso”, anche se poi dal punto di vista strettamente medico essa si è rivelata meno grave di quanto una certa mitologia, in uso già al tempo della Bibbia, porterebbe a credere. Forse perché, gli studiosi sono concordi nel ritenere che uno dei primi focolai dell’infezione sia sorto tra i Fenici che, essendo un popolo di navigatori,  l’avrebbero diffusa in tutto il bacino del mediterraneo. Certo, è innegabile che ancora oggi essa suscita una forte impressione anche al solo nominarla.
Nella Bibbia poi, aveva acquistato un forte valore simbolico, fino ad evocare  l’idea che essa potesse essere la dimostrazione di un durissimo castigo divino per chi si era macchiato di colpe molto gravi ed innominabili. Il brano di vangelo di questa XXVIII domenica del tempo ordinario ci mostra un Gesù che, quasi a sfatare la così negativa fama di malattia impura, rompe con il suo atteggiamento quella tradizione sacrale che condannava all’isolamento e alla vergogna il malcapitato che ne fosse colpito. Egli, ci racconta il vangelo, si fa incontro ad essi, li tocca, li sana riportandoli ad avere la “carne come quella di un giovinetto”, come fa del resto anche il profeta Eliseo, con il generale siro, ma li reintroduce a pieno titolo nella normale vita comunitaria. È il motivo perché i dieci lebbrosi guariti da Gesù vengono invitati a presentarsi ai sacerdoti per far accertare anche ad essi l’avvenuta  guarigione. Viene subito in mente, di fronte a questo racconto, l’evidente misericordia di Gesù, attento all’integrità fisica, morale e sociale dell’uomo, strappandolo non solo dalla sofferenza fisica, ma anche dall’umiliazione morale proveniente a quei poveretti dall’essere portatori oltre che di una malattia grave ed invalidante dal totale isolamento al quale erano condannati. Questo gesto di Gesù ha spinto tante persone coraggiose a spendersi generosamente per aiutare materialmente e spiritualmente questi malati così particolari. Ricordiamo alcuni che poi si sono guadagnati l’onorevole appellativo di “Apostoli dei lebbrosi” come, solo per fare qualche nome, innanzitutto S. Francesco d’Assisi, che in segno di assoluta comunione con il dolore di un lebbroso, lo abbracciò e addirittura bevve l’acqua nella quale aveva lavato le sue piaghe. Tutti inoltre abbiamo almeno sentito nominare personaggi come Raoul Follerau, il protestante Albert Schweitzer, padre Damiano e tanti missionari e suore che prestano il loro amoroso servizio nei lebbrosari sparsi in tutto il mondo. Nel racconto di Luca, c’è un particolare che spesso viene sorvolato ed è il fatto che i lebbrosi la guarigione la constatano mentre, su invito di Gesù, si recano dai sacerdoti per renderli partecipi dell’avvenuta guarigione, credendo al momento solo alla sua parola; si tratta di quella prova di fede che sempre Gesù richiede a quelli che vengono beneficati e poi viene da lui ascritta a loro merito, diventando nel contempo anche radice di qualunque forma di liberazione sia materiale che spirituale, che Gesù esprime attraverso le parole: Va’, la tua fede ti ha salvato”. Uno solo però la sua fede la mostra al completo ed è il lebbroso che torna a lodare e “a rendere gloria a Dio”. Tutti e dieci vengono purificati, ma solo questo è destinatario della salvezza totale, quella materiale e quella interiore e spirituale. Oggi, tanti cristiani si impegnano con la loro generosità a collaborare perché i portatori della malattia siano sanati e purificati, ma tutti siamo chiamati a rinnovare il nostro atto di fede in Cristo misericordioso e salvatore di tutti quelli che credono in Lui.                          MS

                                                                 2 ottobre

Gesù è diretto a Gerusalemme, riferisce il passo evangelico di oggi. Noi siamo invitati a camminare con Lui per essere come Lui nella consapevolezza, Paolo lo ricorda a Timoteo, che non abbiamo ricevuto “uno spirito di timidezza, ma di forza, amore e saggezza”. 
La liturgia ci propone di riflettere sul capitolo XVII di Luca nel quale si tratta il problema dello scandalo (17,1-3a), si riceve l’invito alla correzione fraterna (17,3b-4), si esalta la forza della fede (Lc 17,5-6) e la necessità di sentirsi servi inutili (17,7-10). La pericope continua con l’episodio dei dieci lebbrosi (17,11-19), riflessione di prossima domenica, ed alla fine istruisce sulla venuta del Regno di Dio (17,20-21) e sul ritorno glorioso del Signore (17,22-37). 
Dopo la meditazione sulla parabola del ricco Epulone della scorsa domenica, oggi la riflessione parte dalla richiesta degli apostoli di essere aiutati a fare un balzo in avanti nella fede consapevoli che con le sole loro forze non potranno essere dei buoni discepoli: “Accresci la nostra fede!”, una invocazione che dimostra quanto fossero consapevoli della loro povertà e, quindi, del bisogno di un intervento del Maestro. Gesù aveva appena proposto una missione che appariva impossibile: alla domanda “quante volte devo perdonare?”, aveva risposto “fino a 70 volte 7”! Spontanea allora la richiesta: accresci la fede o non ce la faremo. Ma Gesù non esaudisce la preghiera perché non tocca a Dio aggiungere fede, che è libera risposta. E poi, precisa, ne basta poca per ottenere risultati sorprendenti: un granello di senape, tipico pensiero di Gesù: l'infinito si rivela nel piccolo; egli parla del Regno ed esemplifica facendo riferimento a briciole, al pizzico di lievito, alla foglia di fico, al bambino tra i grandi: è la logica dell'Incarnazione.
L’esperienza quotidiana con Gesù aveva determinato nei discepoli un modo diverso di percepirsi e di percepire, quindi sollecitano l’aumento della fede in termini di quantità, ma Gesù fa riflettere invece sulla qualità, sulle potenzialità del rapporto di fiducia con un’inversione di prospettiva che radica l’amicizia col Padre perché la vera fede è sempre una risposta personale, consapevole, obbediente e filiale.
“Se aveste fede quanto un granello di senape…”, vale a dire il rapporto con Dio è come un albero, si vede la chioma, ma le radici nascoste sono più importanti per lo sviluppo. Anche questa affermazione di Gesù contribuisce ad arricchire il suo Vangelo della piccolezza e dell’umiltà che ha fatto grandi i santi, come  Teresa e Francesco, dei quali facciamo memoria in questa settimana. La fede si misura per la capacità di fare spazio a Dio nella vita divenendo piccoli e docili; come un granello di senape appunto, che ha in sé la capacità di produrre alberi. La certezza della presenza di Dio, la sicurezza dell’amore misericordioso, la confidenza nell’abbraccio del Padre, il perdono incondizionato sono i frutti che fanno crescere la fiducia e legano al Signor con  un’amicizia salda, che nulla può spezzare. Quindi, la potenza della fede proviene dalla certezza che è il Signore ad operare. Paolo ne è profondamente convinto quando nella lettera ai Galati scrive: “Vivo, ma non vivo io, in me vive Cristo”.
La fede dona la capacità di vivere alla presenza del Signore e vivere di fede significa comprendere che nella mia vita non sono io l’attore unico della mia storia, con me c’è il Signore; diventa indispensabile, perciò, riscoprire che la fede non è pensiero, sentimento, emozione, ma familiarità col Signore, frequentazione della Parola, esperienza del suo amore, presenza nell’apparente assenza, un parlare con una Persona che non vedo, relazionarsi e accogliere i suoi consigli, dialogare con un silenzio che fa risuonare la sua voce perché Dio, come afferma Agostino, è “più intimo a me di me stesso”.
Dalla fede procede il servizio, oggetto della seconda parte del brano evangelico odierno (17,7-10), un’ammonizione perché la fede in Dio induca a servire la sua volontà non con umiliante servilismo, ma prestando un servizio d’amore. E’ la fede leggera e forte che sradica gelsi, seme che si schiude nel silenzio; non è una fede sicura e spavalda, nella sua fragilità ha bisogno di Lui. Il Vangelo termina con una piccola parabola circa il rapporto tra padrone e servo conclusa con parole spiazzanti: servi inutili, non perché il servizio è tale, ma perché non cerca il proprio utile con rivendicazioni o pretese. La gioia è riposta nel servire la vita. Del resto, servo è il nome che Gesù ha scelto per sé ritenendo che questo sia l'unico modo per dare inizio ad una storia diversa, che umanizza, libera, pianta alberi nel mare e faccia crescere foreste nel deserto. Servi inutili lo si è nel senso che la forza che fa germogliare non è nelle mani del seminatore, ma nella Parola perché, come prega Rumi: «Noi siamo i flauti, ma il soffio è tuo, Signore».                     LR
PS Auguri a tutti i nonni.

                                                   25 settembre 

Oggi nella Liturgia della Parola Gesù racconta una parabola pensata per noi che viviamo nella società dell’abbondanza.Egli mette a confronto l’esperienza di un anonimo ricco, che rinviene nel denaro la propria identità, e Lazzaro.Una prima annotazione va fatta a proposito del nome del povero: è l’unica volta che Gesù nelle parabole ne fa uso, un modo per enfatizzare il significato di  El’azar, Lazzaro appunto, cioè: Dio che viene in aiuto del bisognoso.Dall’economo ingiusto della scorsa domenica, elogiato per la sua astuzia, Gesù passa a descrivere il ricco epulone che usa dell’iniqua ricchezza per banchettare e così ostentare la propria posizione; festeggia se stesso ma, come afferma papa Francesco di tanti ricchi di oggi, è ”solo col proprio egoismo, dunque è incapace di vedere la realtà”.Infatti, egli non nota chi è gettato come una cosa, coperto di piaghe e, più che un mendicante, appare un essere abbandonato, le cui ferite sono leccate dai cani ai quali non ha la forza di contendere le briciole dei resti del banchetto.Gesù condanna il ricco non per la dovizia dei suoi averi, ma per la totale indifferenza; infatti, non ha un gesto, non rivolge una parola, non getta una briciola; il suo è un comportamento veramente contrario all’amore. L’indifferenza da lui mostrata fa precipitare Lazzaro nella condizione di ombra fra i cani, il massimo del ludibrio nel contesto socio-culturale palestinese.Rispetto a questa situazione, la parabola continua e, in una dinamica da contrappasso, descrive la collocazione dei due protagonisti, sulla terra collocati ai due estremi della piramide sociale, anche dopo la morte.Perdura la separazione iniziata durante gli anni della loro esistenza terrena. E’ la conseguenza del comportamento del ricco, nel quale sono stati assenti le azioni descritte da tre verbi: vedere, fermarsi, toccare, proprio quelli che Gesù usa per esaltare l’azione del buon samaritano.La parabola potrebbe terminare a questo punto, ma l’evangelista descrive la reazione del ricco epulone, un modo per rendere più evidente l’insegnamento.Vana la richiesta di sollievo, vana anche la preoccupazione per gli altri ricchi, i quali non potrebbero convertirsi anche di fronte al prodigio dell’incontro con i morti. Le Scritture sono chiare a questo proposito per rispondere alla domanda di senso che va posta durante l’esistenza terrena e comprendere che il grido dei poveri è la vera guida per approdare nel seno di Abramo.

                                                                                                                               LR                                                    18 settembre

Dopo le tre parabole della misericordia nella scorsa domenica, il Vangelo invita ad una profonda meditazione sulla nostra vita per dare risposte concrete a quanto è emerso nel finale della parabola del padre misericordioso (Lc 15,11-32) aperto ad ogni possibile conclusione. Siamo noi a dover decidere dopo la sollecitazione a praticare misericordia come Dio, sempre disposto ad usarla con noi.

In questa domenica il Maestro continua a parlarci in parabole per svelare il mistero del Regno e sembra quasi che sia colto da scoramento considerando il nostro modo di vivere. Per scuoterci mette in cattedra un peccatore, un figlio di questo mondo segnalatosi per la sua scaltrezza. Egli impartisce una lezione a noi amministratori del dono del creato e chiamati a renderne conto.

Nel suo amore Dio continua ad avere fiducia dell’uomo. Infatti, nella parabola Gesù  mostra ai discepoli la necessità di sperimentare la misericordia amministrandola, custodirla per farla fruttificare. L’Evangelista ci fa intendere ciò invitando ad essere elargitori della grazia e non freddi amministratori di doni gratuitamente ricevuti tramite un esempio al negativo; infatti, l’amministratore è accusato di sperperare i beni del padrone per cui è rimosso dall’incarico e deve rendere conto della gestione.

Il primo insegnamento di Gesù è un invito ad usare l’astuzia dei corrotti per la diffusione del Regno. Come? Farsi amici i debitori del padrone, aiutarli sperando in un loro aiuto nel momento del bisogno. Gesù descrive l’operato di un malfattore che diventa benefattore mutando senso al danaro; così si consolida la rete di amicizie, programma di vita che si tramuta nel più umano dei comandamenti per la gioia che riesce a garantire. E’ un altro avvertimento per tutti noi: il Signore richiede impegno e responsabilità, amore e maturità operando con astuzia come le volpi e rimanendo semplici nell’animo come le colombe. Questo modo di agire è una felice sintesi del vero amore cristiano che ci rende persone di pensiero e di azione. E’ un amore che non si ferma dinanzi agli ostacoli se la nostra intelligenza è permeata di amore che fa usare la ricchezza per il bene dei fratelli e ci avvicina alla porta santa del cielo, che per Gesù sono i poveri.

La breve parabola di questa domenica, analizzata in profondità, si rivela veramente rivoluzionaria perché inverte radicalmente il paradigma economico attuale. La troviamo solo nel vangelo di Luca, in più intransigente nell’esaltare la povertà senza se e senza ma, come si desume dal passo relativo alle beatitudini. Per comprendere la sua portata occorre qualche piccolo riferimento tratto dalla tradizione patristica. Crisostomo spiega che la “disonesta ricchezza” è tale perché all’origine del suo accumulo c’è sempre qualche frode. Infatti, il Creatore non ha fatto i ricchi e i poveri, ma a tutti ha donato la stessa terra. E’ un capovolgimento di prospettiva perché, rispetto al culto di Mammona, che in aramaico significa “ciò che conta, che conferisce sicurezza”, Gesù invita a considerare preminente la liberante e salvifica cura dei fratelli, amici consolidati per la generosità nell’amministrare la ricchezza e, quindi, pronti ad accoglierci nella dimora eterna.         LR                                   

                                                      4 settembre                                                               Dopo un periodo di vacanza, riprendiamo le riflessioni settimanali felici per aver costatato l’intensità dell’impegno della comunità nel realizzare coralmente il film.Un saluto ai giovani del gruppo della Cresima, per un mese attivi nell’animare la vita del paese, un grazie va anche alla Pro loco e alle altre associazioni che hanno organizzato nella serata del 31 scorso “l’amatriciana” per i terremotati.Il paese si presenta come un cantiere, impegnato a preparare quanto è necessario per ospitare i visitatori che verranno la prossima settimana. Li salutiamo  contenti di poter dare loro un saggio della nostra ospitalità. Riprendiamo anche il commento settimanale della Liturgia della Parola, che oggi si apre con l’invito della Sapienza (I lettura) a considerare nel profondo nella nostra coscienza come il volere di Dio non corrisponda a quello umano. Perciò, la conseguente sequela diventa praticabile soltanto se si praticano i consigli di Gesù proclamati del Vangelo di questa domenica.Nel passo all’inizio si annota che erano in tanti a seguirlo; ma Gesù, per nulla impressionato dal numero, non blandisce, in modo estremamente chiaro enumera le tre radicali condizioni per la sequela, che richiede la disponibilità ad avere un cuore ed una mente fissi sul modello, che è Cristo.La prima condizione, la cui formulazione potrebbe generare qualche perplessità, invita ad avere un più di amore, un suo potenziamento che si riverbera anche sugli altri amori, pronti a riconoscere che la vera arte di amare si acquisisce imitando il Maestro.La seconda condizione fa riferimento alla croce giornaliera, che non comporta un sadico prurito per la ricerca del dolore e della sofferenza, ma invita ad affrontare i problemi di ogni giorno seguendo l’insegnamento impartito dalla croce abbracciata da Gesù, vale a dire essere pronti a vivere tutte le evenienze manifestando un amore senza misura, disarmato, coraggioso, che non si arrende e, soprattutto, non inganna o tradisce.La prima e la seconda condizione s’illuminano a vicenda ed aiutano a praticare anche la terza, la rinuncia agli averi per essere un vero discepolo. Anche a questo proposito occorre un precisazione: non si richiede un sacrificio, ma un atto di libertà perché non si sollecita la pratica della rinuncia delle cose, ma liberarsi dall’ansia del loro possesso che alla fine rende schiavi, convinti – come asserisce Gandhi – che l’uomo vale quanto vale il suo amore.Il bene da possedere è la rinuncia ai beni e l’arte da imparare è quella di saper perdere, di non cadere nelle maglie del possesso condizionati dalla logica dell’avere. Se si è capaci di ciò, si consegue la libertà e la leggerezza che agevolano il cammino della sequela di Cristo. Il crescente amore che si acquista si trasforma in gesti di responsabilità e di libera perseveranza; così rinuncia e purificazione diventano un gesto di amore che illumina tutta persona per la durata della sua vita. Chi, scettico, dovesse nutrire qualche dubbio sulla bontà di questa prospettiva di sequela, può meditare la vicenda personale di Madre Teresa di Calcutta, oggi dichiarata santa dalla chiesa, e trarne le dovute considerazioni.                                                                                                                          LR

                                    7 agosto    ANNO C – XIX domenica del tempo ordinario
La liturgia di questa XIX domenica del tempo ordinario ci fa giungere, attraverso le letture della parola di Dio, un forte richiamo sull’importanza della fede, che spesso viene contestata come caratteristica di persone visionarie, credulone, avulse dalla realtà, termine, quest’ultimo, spesso confuso con materialità. Nella pratica, invece, la virtù della fede viene da ciascuno esercitata quotidianamente; è per fede che noi crediamo alle affermazioni degli amici, dei parenti, anche quelli più stretti. È per fede, per fare un esempio di quelli deteriori, che noi crediamo alle parole e ai messaggi che pervengono dal mondo delle comunicazioni, dalla pubblicità, non parliamo poi di quelli che ci propina certa politica o certi politici e via dicendo. Solitamente ci riserviamo di aspettare la cosiddetta prova dei fatti, che sistematicamente non arriva. Invece, nel sottolineare quanto sia fondamentale la fede come virtù cristiana la lettera agli Ebrei ci sottopone una sequela di prove inconfutabili, tutte fedelmente registrate: "Per fede Abramo obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità…, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre… Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco,” suo figlio. E l’autore della lettera agli Ebrei assegna alla fede una funzione nobilissima: “Fratelli, la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”. Tutto sta alle garanzie che offre chi richiede questo esercizio della fede. Abramo aveva capito che colui che gli richiedeva il sacrificio del figlio, a fronte della promessa che attraverso quel figlio avrebbe avuto una discendenza “numerosa come le stelle del cielo”, era Dio, “capace di far risorgere dai morti”. Certamente, difficilmente alla maggior parte dei cristiani verrà richiesto, come ai citati personaggi della Bibbia, di scommettere tutto sulla parola di Dio, sulla sua promessa, sulla sua Alleanza, mettendo da parte progetti e anche realtà attualmente da essi possedute. Pur tuttavia anche a noi cristiani di questo ventunesimo secolo, per fede ci viene richiesto di intendere la famiglia in modo tipicamente cristiano, anche se la mentalità corrente sembra orientata in modo diametralmente opposto, magari basandosi su pseudo conquiste scientifiche o sociali, o presentate come affermazione di discutibili conquiste di libertà, così il rispetto e la promozione della vita a tutti i livelli, ponendola per definizione come valore assoluto sul quale nessuno, né singoli, ne stati, può mettere le mani, anche se dal punto di vista pratico, tante sono le violenze perpetrate contro di essa. Non si può decidere, sempre e comunque singolarmente, ciò che è bene o male facendo riferimento solo a se stessi, cadendo in un relativismo selvaggio che faceva esclamare a Plauto “homo homini lupus”, l'uomo è un lupo per l'uomo, tristissima constatazione, che solo un messaggio come quello evangelico è capace di annullare. Non si può essere felici da soli o peggio ancora contro gli altri. Il proprio tesoro un cristiano lo accumula facendo partecipi gli altri, specialmente i più poveri, dei propri beni. La valuta della carità finisce in portafogli dove non vi sono ladri né tigna. Se la fede è viva, la carità ne è la conseguenza naturale. “Il mondo ha bisogno di Perdono”, ha rilanciato Papa Francesco al mondo dal podio meraviglioso della Giornata Mondiale della Gioventù, dove qualche milione di giovani riuniti in nome di Dio riempie di speranza per un futuro migliore. Misericordia e Perdono i canali su cui si muove la Giustizia divina sono il legame nuovo che può dare all’umanità il carattere di grande famiglia in cui l’amore è l’unica moneta spendibile.
MS 
                                                               31 luglio
I brani di Sacra Scrittura di questa XVIII domenica del tempo ordinario sono l’evidente dimostrazione che il messaggio cristiano va al di là delle circostanze di luogo, di tempo e di ogni situazione particolare, comprese quelle riguardanti la razza, la religione e la condizione sociale di ogni essere umano, per rivolgersi ad ogni uomo che vuol cogliere ciò che è veramente importante nella vita e non confinarla nell’affannosa quanto inutile corsa alla conquista di beni che prima o poi bisognerà lasciare, indipendentemente dalla quantità e qualità di essi. Tutte e tre le brevi letture della liturgia domenicale suonano, per così dire, all’unisono nell’impartire una lezione  morale che appare connaturale ad ogni cultura e religione e derivante da una altrettanto universale disillusione conseguente a quell’esecranda fame dell’oro. 
L’aveva definito così Virgilio, nell’Eneide, qualche decennio prima dell’avvento di Cristo, quell’insaziabile desiderio dell’uomo di accumulare ricchezze sopra ricchezze, descrivendone anche l’abisso di crudeltà a cui può condurre chi da esso si lascia soggiogare: “a cosa non spingi i petti mortali”. Gli scrittori sacri si soffermano  sull’amara e triste prospettiva di chi coltiva, a prescindere, la smodata corsa al possesso esclusivamente dei beni terreni. Non lascia adito a dubbi l’espressione, diventata un assioma anche nel linguaggio non religioso, dello straordinario scrittore biblico, Qoelet, che in riferimento al fenomeno dell’accumulo senza limiti delle ricchezze parla di “vanità delle vanità”, anche quando esso è conseguito lavorando “con sapienza, con scienza e con successo”, e il motivo è semplice e indiscutibile: “dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male”. Viene così sottolineato l’immenso vuoto, tale il senso finale del termine “vanità”, a cui è condannata la ricchezza che spesso l’uomo considera come assicurazione e garanzia di gioia e felicità su cui costruire il proprio futuro. Si sa, la delusione è tanto più grave alla fine quanto maggiori erano le attese riposte nello sforzo compiuto. Come dire che non ne vale la pena, anche solo umanamente parlando. 
Il completamento del ragionamento dello scrittore dell’Antico Testamento è contenuto nella parabola che Gesù racconta a quel tale tra la folla che gli aveva chiesto di raccomandare al proprio fratello di assegnargli la parte di eredità che gli spettava. A parte la dichiarata incompetenza nel decidere di cose non strettamente aderenti alla sua missione, il Maestro indica all’interlocutore il comportamento giusto da tenere rispetto a certi atteggiamenti interiori da tenere nei confronti della cose materiali: “tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. E la parabola con cui Gesù cerca di far capire che in fondo a nulla vale tutta la fatica impiegata dall’uomo nell’accumulare, nel guadagnare a qualunque costo, gli serve anche per introdurre nelle considerazioni un elemento nuovo rispetto alle riflessioni del Vecchio Testamento, la decisione di impegnarsi nella vita in vista della realizzazione del regno di Dio nel quale non contano l’aver guadagnato molti beni per molti anni. 
Davanti a Dio non conta il presentarsi con le mani piene di cose che comunque bisogna lasciarsi alle spalle, ma è importante essere ricchi di buone opere compiute, di fede vissuta, di carità praticata. S. Paolo traccia, in sintesi anche il percorso: “Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria”. In fondo si tratta di un programma che rasserena e rende più accettabile anche l’esistenza su questa terra.
MS                                                            
                                                                          17 luglio
Se proprio avessimo bisogno di una riprova che Dio è colui che ama, preferisce la compagnia degli uomini, accettandone per questo e gradendone anche i più semplici e spontanei, nonché umani, gesti di ospitalità e solidarietà, ebbene, i brani della Scrittura proposti nella liturgia di questa XVI domenica del tempo ordinario fanno proprio al caso nostro e in qualche modo ci rassicurano che nonostante tutto il male, le sofferenze, le ingiustizie, diciamo pure le crudeltà, che gli uomini sanno farsi e fare agli altri, la circolazione del bene è in qualche modo assicurata e Dio la riconosce, l’apprezza e conferisce ad essa il giusto valore. E questo è pure un andare controcorrente se ci soffermiamo a considerare i fatti che le cronache di questi giorni, con cadenza quotidiana ci somministrano in modo instancabile. Sembrerebbe proprio che il sopravvento lo stia prendendo la parte più cattiva e crudele di questo, per molti versi misterioso, miscuglio di bene e di male che è la vita dell’uomo sulla terra. Il tema al centro dei due episodi raccontati nella liturgia: l’uno  tratto dal libro della Genesi e l’altro dal vangelo di Luca, è quello dell’ospitalità, che nella visione cristiana, ma anche in quella più genuinamente umana, nobilita e arricchisce chi la offre, più ancora di chi la riceve. Infatti l’invito all’ospitalità come attenzione verso lo straniero, l’affamato, l’emarginato, il povero, il perseguitato, quello che in una visione evangelica è il vero prossimo, è uno dei primi elementi che identificano la fede. 
Papa Francesco, nell’indicare praticamente come si possa praticare la virtù della misericordia, nell’anno del giubileo della Misericordia, ha indicato le opere di misericordia corporale e spirituale, praticate senza chiedere una identità di tipo religioso ai destinatari, in stretta sintonia con il racconto della Genesi, in cui Abramo ospita nel migliore dei modi tre anonimi viandanti, uno dei quali poi si manifesta come il Signore, che ricompensa il Patriarca con il dono più prezioso che si potesse attendere: la paternità. Il Salmo 14, che  viene recitato nella liturgia, tratteggia nel modo seguente colui che è destinato ad essere a sua volta accolto nella tenda Signore:“Abiterà nella sua tenda,  colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia, e dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua. Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino. Non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente”. E in uno dei documenti di maggiore attualità del Concilio Vaticano II, (Gaudium et spes) è contenuto un avvertimento altamente significativo: “Urge l’obbligo che diventiamo generosamente prossimi ad ogni uomo e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto…, rievocando la voce di Gesù: “quanto avrete fatto a uno di questi miei fratelli, lo avrete fatto a me”. Lo spirito di generosa accoglienza è anche quello che anima le due sorelle nel Vangelo di Luca, Marta e Maria, sia pure con manifestazioni pratiche diverse. È vero, esse sapevano che l’ospite era veramente eccezionale, Gesù stesso. Tuttavia ambedue accolgono l’ospite con grande premura, l’una, Marta, si adopera per rendere l’ospitalità offerta la migliore possibile, l’altra, Maria, mostra attenzione a quanto il Maestro dice: “seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola”. Come a dire che l’attenzione per gli altri non deve essere solo materiale, ma che la medesima attenzione va posta anche all’aspetto spirituale, interiore, senza lasciarsi sopraffare solo dagli impegni materiali.    
                                                            16 luglio
Auguri a tutti Coloro Che Oggi festeggiano l'onomastico.
La Madonna del Carmine e La protettrice del Nostro Paese e noi Oggi l'ABBIAMO Onorata con Una solenne S. Messa, Durante la messa è stata amministrata la Cresima a un folto gruppo di ragazzi e ragazze.
Alle 11 Hanno Confermato la Volontà di Ricevere il Sacramento rispondendo all'appello Fatto alla Presenza di mons. Ciro Miniero, il Che ha presieduto la Solenne Celebrazione.
I giovani si Sono Presentati Ed Hanno sintetizzato per l'assemblea il lavoro di Preparazione svolto.
Prima di prendere la Parola e Stata Luana, Che ha rivolto il following Indirizzo di saluto a mons. Vescovo. 
eccellenza Salve, Oggi noi ragazzi siamo pronti per Ricevere il Sacramento della Cresima DOPO Aver partecipato Accuratamente Al Corso di Preparazione con Il Nostro Caro don Luigi ed ALCUNE catéchiste.
Siamo un gruppo di 26 persone: Luana Aloia, Luigia Enza Carbone, Carmela Veneri, Angelo Carbone, Carmine De Vita, Elena Cortazzo, Francesco Cortazzo, Giovanna Cortazzo, Giuditta Pagnotto, Giulia Troncone, Giuseppe Cortazzo, Graziella Pasca, Maria Giovanna Veneri, Marilena Troncone, Manuela Aloia, Mario Valletta, Mattia Cortazzo, Nello Mariano Carbone, Mattia De Luca, Pasquale Tangredi, Raffaella De Vita, Saverio Troncone, Silvia Guzzo, Simone Guzzo, Tommaso Palumbo, Vincenzo Cortazzo.
ABBIAMO Iniziato il Corso di Preparazione nel mese di Gennaio e ci siamo riuniti Tutti i Sabati. La prima parte di Esso has been Dedicata ad Una Riflessione Sulla sublime Capacità narrativa delle parabole per avvicinarci all'insegnamento di Gesù. Nella Seconda parte invece ABBIAMO Trattato i Sacramenti in generale Ed in particolar modo Quelli dell'Iniziazione cristiana. Siamo STATI InOLTRE contenti di partecipare a diocesane iniziativa dovuta, organizzate un Vallo della Lucania, in Occasione dell'Anno della Misericordia.
Passo La parola un Luigia Enza Carbone Che le spiegherà Nei dettagli Quanto Fatto Sulle Parabole.
Eccellenza, un nome di noi Giovani cresimanti e della Comunità parrocchiale Tutta, La ringrazio per Essere con noi Oggi.
Dire Che this SIA Un giorno Importanti Non E Un luogo comune; Il percorso Che ABBIAMO Seguito in QUESTI MESI ci ha permesso di avvicinarci sempre di Più e di Comprendere nel profondo Quello che Vuole Essere il sacramento della Confermazione. Tutto Questo e Stato possibile Anche grazie alla lettura e Agli approfondimenti delle parabole di Cristo, Contenute Nei Vangeli, il Che racchiudono in sé Insegnamenti Fondamentali per la Crescita Umana e spirituale di Tutti Noi.  
Le parabole Sulla Perdita, ci Hanno insegnato Che Dio è infinitamente misericordioso Nei Confronti delle Sue creature. Egli non conside Il Motivo del Nostro allontanamento ma la Volontà di riavvicinarci a lui. Il Regno dei Cieli dunque posta aperto a tutti indistintamente, ma la Condizione Essenziale E che SIA avvenuto in noi il riconoscimento dei propri Limiti e dei propri peccati e Una consecutiva conversione alla Volontà divina. Il Nostro Dio non E vendicatore e non guarda alla amount del Nostro operato venire Gli Antichi credevano, ma alla Ricchezza del Suo Contenuto, Contenuto Che si imprime di umiltà verso se Stessi e Gli Altri, di amore incondizionato ed unilaterale Verso il prossimo, nell ' accezione di "cum - pati", ovvero partecipare all'altrui patimento, e also di rinunce e di sacrifici, di cui farci Carico col bene di purificare La nostra anima e renderci Degni della Grazia divina. Le parole di Gesù Hanno rimarcato, Ancora, Quanto SIA Importanti mantenere le distanze dal mero APPARIRE e Dai Giudizi FACILI, Pratiche vacue Anche Dei Nostri giorni; Andare Oltre l'egoismo, saper cogliere le Opportunità Che Si presentano un noi.
Un altro grande Insegnamento Deriva Dalle parabole Sulla preghiera. Il Signore ci Invita un perseverare Nella preghiera, comprendendone il Suo vero significato. Talvolta le circostanze della vita possono metterci a dura prova e indurci a perdere le speranze in Una risposta divina, ma e proprio in QUESTE circostanze Che bisogna Essere Più Forti e Più saldi Nella preghiera, Perché Dio non è indifferente alle Nostre Richieste, ma Misericordioso e Nella SUA infinita misericordia Egli Vuole il coraggio a tutti Gli uomini la possibilita di convertirsi. 
Cosi Come Gesù si è servito di QUESTI racconti per elargire Insegnamenti Importanti ai di ascoltatori Suoi, allo Stesso modo noi ce ne siamo Serviti per affrontare this percorso di Formazione, il Che condurre all'apposizione del sigillo dello Spirito Santo Su di noi. Solo Facendo proprie QUESTE Nozioni, mostrandoci Più Maturi e Consapevoli Sotto un Profilo also spirituale Oltre Che Umano, POSSIAMO continuare un SEGUIRE con convinzione e rinnovare Le nostre promesse battesimali. L'auspicio per noi Tutti E che this Possa Essere Non Solo un traguardo Importanti mA Soprattutto l'inizio di un nuovo percorso di ascesa verso Dio. Grazie.
Un Grazie Anche da parte del parroco A Tutta la Comunità di Cannalonga, Che ha voluto festeggiare la SUA nomina un cittadino onorario del paese.
La Corale Manifestazione, Che lo ha commosso, has been Una ennesima Dimostrazione della Capacità di Tutti nel saper contribuire alla buona riuscita di Qualsiasi evento.
Apparentemente la serata era iniziata male: fredda ed uggiosa, non ha Consentito di utilizzare la bella piazza.
Ma senza scoraggiamenti e senza demordere il nutrito e coinvolgente Programma e Stato svolto in chiesa. Bambini di tre anni Hanno date inizio alla Maratona di canti e balli, Seguiti da Tutti Gli Altri Gruppi, in un crescendo di Età e di coinvolgimento culminato Nelle notare dell'ultimo insieme, Durante il which Si e notata Il Tentativo del festeggiato Alle Prese con La difficile Esecuzione di un pezzo scandendo il ritmo sul tamburello.
Alla fine la Comunità ha Avuto il plauso also della Signora pioggia, il Che ha dovuto cedere all'evidenza di un inusitato Ardore comunitario e ritirarsi in buon ordine per consentire il Che in piazza Avessé Luogo un gustoso ed abbondante buffet Preparato Dalle abili mani di tante nel paese .
          
 Il Vangelo di domenica esalta il primato della prassi precisando Che vada vissuta la Bibbia, il criterio Più appropriato per Comprendere la bontà del Suo Messaggio.
La Riflessione INIZIA col considerare la solitudine del sofferente, del "mezzo-morto" Vittima dei soprusi di Uomini malvagi. E 'Una situazione triste, ma also ESSA Una Opportunità per risvegliare nell'uomo Buoni Sentimenti e le Migliori Azioni. 
Vieni?  Rispondendo alla Domanda: Chi è il mio prossimo?
Per Gesù racconto E non chi entra nel Nostro Mondo, ma siamo noi QUANDO CI Prendiamo cura DEGLI ALTRI Perché in gioco C'è chi si ama non, Ma Quando si ama.
Il Centro di Dinamica this E La Capacità di Avere compassione, Vale a sentire un terribile crampo allo stomaco d i fronte Ad ogni sorta d'ingiustizia e sopruso e Trasformare l'empito di ribellione in un gesto di misericordia.
Il samaritano della parabola di Gesù Vede, si ferma, tocca con mano. Nel VEDERE Le Ferite di Uno sconosciuto prova compassione, perciò si ferma, gesto Che inserisce l'altro nel Suo quotidiano mutandone l'ordine del giorno. S'impegna Una Versare olio Nelle Ferite dello sconosciuto, cioè un lenire il dolore, e fargli sorseggiare del vino, Vale a dire rincuorarlo Perché non perda la speranza.
La cura si Trasforma in Amore senza Condizioni, Una scelta unilaterale Che E vangelo, cioè buona notizia per l'umanità frastornata da Una esperienza del male che fa precipitare in un legalistico egoismo, Disposto un DIRITTI solista rivendicare. 
                                                                      10 luglio
This XV Domenica del tempo ordinario e un ?? altra delle Domeniche dell ?? anno liturgico Che si caratterizzano dal brano Che VIENE Proposto Nella liturgia. E ?? La Volta della parabola del Buon Samaritano ?? ??, Da Tutti conosciuta E che la Chiesa continua a sottoporre Tutti ?? ATTENZIONE dei Suoi Fedeli, per poterne trarre Stimolo e incoraggiamento per l ?? AGIRE dei Cristiani, Anche se SEMBRA Che in Fatto di DIRITTI inalienabili e non, ndr Anche di Doveri, tutto SIA Stato Già Detto ea ciascuno Siano Chiare le Linee del proprio AGIRE Corretto. Eppure Quante Volte Che capite a fronte di this Coscienza Personale, il bene non Venga compiuto, o addirittura Venga rifiutato, o si rimanga nel Dubbio Sulla Scelta Tra Cio che e Bene e Cio che ë maschile. forse per this Gli ebrei avevano creduto di Risolvere Tutti i Problemi attrezzandosi di un Sistema di Oltre cinquecento comandamenti e Divieti, che doveva permettere Loro di Compiere in tutto la Volontà di Dio, Perché non avevano Più Una visione chiara di che cosa Fosse assolutamente Essenziale Agli occhi di Dio e si perdevano nei dettagli. in un ambiente di Tal Fatta, CI rACCONTA L ?? Evangelista Luca, Gesù Venne interpellato da un dottore della legge, Uno di Quelli che la torah la conosceva bene: ?? Maestro, Che devo del Cosa Tariffa per ereditare la vita eterna ??? Fa ?? Quello che sai Già, e La Risposta di Gesù. Ma al Suo interlocutore non basta, anche perchè il Suo Scopo era Quello di Mettere un po ?? in difficolta Gesù. Ed ecco il supplemento di Indagine :? Si, il prossimo, e chi è il mio prossimo, Gesù Risponde con la solita parabola Che, Dicono Gli esegeti, proprio Una parabola non e trattandosi di un racconto esemplare, pertanto Che Gesù alla bene concludere: ?? va ?? e anche tu fa ?? LO STESSO ??. e qui l ?? Accento VIENE Messo da Gesù sul dovere di Fare il possibile per il bene also concreto e fisico del prossimo. qui Pinna, tutto normale, tutto in linea. Solo Che nel Caso raccontato da luca, alla multa il beneficato SEMBRA Essere Stato il samaritano e non Il malcapitato bisognoso di Aiuto. Per Gesù il "prossimo" non è colui al Quale Posso e devo Tariffa del bene, ma colui che fa del bene a me. e un modo nuovo di presentare il primato della carità Che costringe anche noi ad un cambio di Prospettiva, ponendoci Dalla parte di chi ha bisogno, del carcerato, del profugo, dell ?? affamato, dell ?? infermo, dell ?? assetato. InOLTRE Quello che Colpisce di Più e La discrezione del benefattore. e Probabile Che il beneficato non conobbe mai l ?? Identità di chi l ?? . AVEVA aiutato Si fa il bene, Perché E un bene FARLO; . Non si cercano riconoscimenti ufficiali, in Quanto il bene ha un Valore intrinseco Che non va paragonato con la bontà del Destinatario, né con lo Stato di necessità se momentaneo o cronico Per Chi ha desiderio di Fare il bene, chi sta male, sta male e . Basta, né devono Essere invocati Meriti Particolari per Ricevere il bene Tutta la vita di Gesù insegna this: ?? Dove e abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia ??. Quell ?? uomo mezzo morto, RIMASTO lì, in mezzo alla strada e L ?? emblema di tanti Altri Che rimangono soli e Abbandonati Lungo la strada. Accanto a lui potremmo Oggi Collocare tanta gente cacciata Dalla Loro Terra e condannati a vagare senza meta Lungo le strade del mondo, Gli Anziani delle Nostre città, condannati quasi Ai Margini della Vita. E la lista potrebbe allungarsi tutto ?? infinito. Beati noi se ci lasceremo prendere Dalla compassione del Signore per I piu poveri ed I piu Deboli.
                                                        3 luglio
Il mese di luglio e un mese Che dal punto di vista devozionale, Nella Chiesa cattolica, E Dedicato al Preziosissimo Sangue di Gesù. Un altro mese, quindi, il Che POSSIAMO considerare mese della Misericordia, sentimento particolarmente presente Nome Nome Nome Nome Nella mente di OGNI Cristiano, Prima Perché siamo nell'anno giubilare della Misericordia, poi per l'insistenza di Papa Francesco su questo tema, che sta imprimendo Una svolta Anche all'orientamento generale Nei rapporti Tra Chiesa e mondo, ivi COMPRESI Anche i non Cristiani. Penso, perciò, Il che Possa FARE BENE nell'animo di un qualunque uomo che avverte il bisogno di procedere ad un restauro delle relazioni pubbliche Gli Altri all'insegna di Sentimenti di fratellanza e condivisione. I Cristiani Soprattutto dovrebbero Ricordare sempre che Cristo e Il Vero, ma Anche L'Unico volto della Misericordia di Dio e Padre che e, Venuto Affermo Giovanni Paolo I, il Papa del Sorriso, un Una memorabile udienza in piazza S. Pietro, e Anche Madre, EA CIO alludere Anche la frase della prima Lettura della Liturgia delle presente XIV Domenica del tempo ordinario, Tratta dal libro del profeta Isaia :. "Così dice il Signore ... Come una madre consola un figlio, Così io vi consolerò" Ed Anche nel Vecchio Testamento Spesso vengono attribuite a Dio "viscere materne", segno di amore spontaneo, istintivo, assoluto. Per insegnarlo a tutti Gli uomini questo amore Dio scelse per il proprio Figlio Venire cattedra la Croce, non venire Usano Tariffa Gli uomini che Dalle cattedre terrene Arrivano annuncio Insegnare anche l'odio, il rancore, la divisione, la contrapposizione. Ed anche in questa Domenica, in fondo al racconto del Vangelo Che ci Presenta Gesù nell'atto di INVIARE 72 Discepoli, una causa di un di una causa, Davanti a sé, in oGNI Luogo Colomba Stava per recarsi ", Si puo leggere Che Quello dell'amore vicendevole e la prima testimonianza Che oGNI Cristiano, il discepolo di Cristo appunto, dovrebbe offrire Agli altri. e L'Interpretazione che un grande padre della Chiesa, Gregorio Magno, Da al Fatto che Gesù manda i Suoi Discepoli Una causa di Una causa annuncio Insegnare Perché la prima predica Fosse Quella dell 'vicendevole amore. Cosi Come il numero 72 riferito al numero dei Discepoli era un numero simbolico, in Quanto Esso, nELLA TRADIZIONE Ebraica, era il numero delle nazioni. L' Evangelista quindi Vuole Mettere l'accento, Ancora Una Volta, sull'universalità del Messaggio, affinchè nessuno rimanesse escluso dall'annuncio del Vangelo. Al Centro di questo annuncio, Gesù lo ripete in moltissime Occasioni, C'è Il dono del Perdono e della pace. Già Isaia, vieni segno di predilezione per Gerusalemme, fa dire al Signore: "Ecco, io Farò scorrere verso di Essa, vieni fiume ONU, la pace". E S. Paolo, nel brano della Lettera ai Galati, Una Quelli Che accoglieranno La novità del rinnovamento totale della persona nel simbolo della Croce di Cristo augura : ". ... su quanti seguiranno questa Norma SIA Pace e Misericordia, vieni su tutto l'Israele di Dio" e la Pace e il biglietto di Presentazione del Discepolo di Gesù: "In qualunque casa entriate, prima dite :. "Ritmo un questa casa" e la Missione alla Quale OGNI Cristiano SI DEVE sentire Votato, SE La Liturgia di questa XIV Domenica del tempo ordinario individua Nella Chiamata derivante dal battesimo la Piena Disponibilità all'annuncio del regno di Dio, implorandolo affinchè ci doni " Il coraggio apostolico e la Libertà evangelica, Perché rendiamo Presente in OGNI ambiente di vita La tua Parola di amore e di pace ".
                                                                                                                                     SIGNORINA   
                                                       26 Giugno
La Liturgia della Parola di domenica questo Invita ad imitare Eliseo, il Che Segue Elia in Spirito di libertà, vieni raccomanda Paolo II Nella Lettura. MA e il Vangelo ad attirare la Nostra ATTENZIONE per la densita dell ?? Insegnamento Che si desume Dalle poche battute riportate. una meta del racconto di Luca, DOPO Che ha predicato ed insegnato Nella Galilea, Gesù decide di Andare a Gerusalemme e le parole dell ?? Evangelista evidenziano la SUA Determinazione Perché Prevede cosa lo Attende.
Manda avanti di Discepoli, i Quali devono Attraversare la Samaria, Regione Dove sono marcati i contrasti per Motivi Religiosi. Alla Reazione degli abitanti, Giacomo e Giovanni, Tra i dodici I piu Vicini di Gesù, dimostrano di non Aver Compreso l ?? Insegnamento del Maestro; rimangono Ancora Profondamente abbarbicati al Loro contesto culturale, non Hanno Compreso Che la ritualità ebraica DEVE evolversi nel pieno amore del fratello. Pregare per distruggere il nemico: questa intenzione E La Loro, Una Manifestazione d ?? Che intenti TROVA tragica rispondenza nell? ? Esperienza di QUESTI anni!
La Risposta di Gesù e Rivoluzionaria Nella SUA disarmante semplicità: non si distrugge chi non accetta Il Nostro Modo di Pensare. Egli difende la libertà di chi la Pensa Diversamente e Così elimina LO STESSO Concetto di nemico. Invita i Discepoli annuncio Andare Oltre Perché esiste ha ha ha ha sempre un Nuovo Paese E tuffato Poter operare il bene. 
Gesù non prova risentimenti per chi lo Minaccia, DECISO nel continuare Il Viaggio verso Gerusalemme Colomba lo attendono i Sacerdoti con Tariffa tutt ?? ALTRO CHE Amichevole Perché Egli non accetta l ?? egemonia del Potere costituito, lo accarezza sempre di contropelo per smontare Quanto d ?? iniquo si nasconde Nelle sue pieghe e Così Seminare un futuro di pace per tutti.
Gesù c ?? Invita un non fermarci Tutti ?? apparente evidenza dell ?? esistente, ma assaporare la freschezza delle tante Opportunità Che Offre la vita. Raccomanda di non Essere incoerenti RISPETTO AI Profondi Principi Che Guidano La nostra Coscienza, di non Essere titubanti di Fronte Ai di Fallimenti, di non GUARDARE indietro. Per convincerci di Cio Egli ricorre tutto ?? illuminante Esempio dell ?? aratro: Nella nostra vita dobbiamo continuare ad APRIRE solchi, Apparentemente SEMBRA Che feriscano La Terra, invece Sono dei nidi, ricettacolo della Semente Che Generi Vita nuova.
Ecco la sequela di Gesù, il cui presupposto e La coinvolgente esaltazione della libertà Che, per Essere veramente cristiana, DEVE Vincere OGNI riduttiva ricerca di Sicurezza Materiale, il Superare RISPETTO solista Formale della prassi religiosa o Vincere i condizionamenti degli affetti Familiari QUANDO pretendono di tarpare le ali alla Nostra possibilita di gran lunga fruttificare i talenti Ricevuti.
                                                                                                                       LR
                     
                                 Testimonianze su MARZIA
Ho Davanti Agli occhi la SUA fotografia risalente a Meno di un mese prima della SUA Partenza per il Paradiso.
Sì per il Paradiso, infatti Così scrissi subito nel Messaggio Che inviai al mio figlioccio, IL Confronta Tonino, papà di questa Meravigliosa creatura, vero fiore destinato al giardino del Cielo.
Ma ecco la fotografia, il Profilo morale di Marzia.
Donna coraggiosa: Fortezza attinta alla fonte, l'Eucaristia!
Esempio Solare di fede genuina!
Monito un dispera chi!
Memoriale, non memoria, di virtù, ai Suoi ea quanti ebbero la sorte di conoscerla!
Parlando di Marzia, nessuna esitazione da parte mia nel dire: è Stata Una Persona Che Nella SUA non lunga vita ha insegnato Venire si vive e si muore Soprattutto Venire.
Non temo di sbagliare affermando Che avendola conosciuta Dalla Nascita - l'ho battezzata nel 1977 - e poi Seguita Nella SUA Crescita e Nella ricezione degli Altri sacramenti - Eucaristia-Cresima - Fino al matrimonio, anno 2010, ho notato in lei Una Personalità di Particolare interesse, quasi fascino, Una ossimora riservatezza accogliente.
E poi, non capite Spesso di Notare - Venire capitava di Notare invece in Marzia - Giovani di ambo i Sessi sostare in preghiera Davanti al Deus absconditus - Non più nascosto ora per lei - Davanti al tabernacolo dell'Eucaristia: Clauditur exigua inimensus AEDE Deus, Marzia SAPEVA Sempre valida e penetrava con gli occhi della fede Il Grande Mistero. e non per Una devozioncella calcolata in termini di ... Compenso.
Mi spiego. L'accettazione di Una situazione compromettente seriamente il proprio Corpo non e cosa da poco!
Marzia E Consapevole della Gravità della Malattia ma la segue con la compostezza di chi sa di dover Lontano riscorso a tutti i Mezzi Che la scienza di Ippocrate Mette a Disposizione, lasciando poi ... decidere - e qui entra in gioco Quella bella immortale fede Benefica - Ai misteriosi imperscrutabili disegni del Creatore, la conclusione.
QUESTI Sentimenti ha suscitato in me la privazione della Presenza fisica di Marzia, lasciando però Molto Presente il Suo Spirito, evitando di piangere Venire morta chi vive in Dio.
E mi piace Ricordare, Soprattutto alla mamma di Marzia, Quanto scriveva A Sua Madre Il Santo dei Giovani, Luigi Gonzaga: Dio ci Toglie Quello che prima ci AVEVA Dati, Solo per riporlo in Un luogo Più sicuro e inviolabile e per ornarci di Quei beni Che noi Stessi sceglieremmo ...
Addio, Marzia carissima, Ricorda anche a me Presso il Tuo Signore. 
Vallo, 21 giugno 2016, memoria liturgica di S. Luigi Gonzaga.
don Mario
                                                        Domenica 12 giugno

Perdonare E segno di amore donato, ma Soprattutto E coscienza di amore Ricevuto. Questo VIENE in mente nel leggere il brano di vangelo Che La Liturgia di questa XI Domenica del tempo ordinario Propone alla Nostra considerazione. La scena, Oltre Che da Gesù, e Occupata da una donna, una delle tante donne Che Fanno La Loro comparsa nel racconto dei Vangeli e Soprattutto nel Quello di Luca. Ma questa e particolare, e l'unica Che accorre da Gesù non Perchè colpita da Una tomba Malattia, per cui va alla ricerca di colui che Ormai era conosciuto Venire Quello che guariva Gli infermi, li Faceva rivivere di nuova vita: Gli Storpi Tornano Una Camminare, ho ciechi riacquistano la vista, i muti La parola, i Lebbrosi si vedono ricostruita la propria pelle Venire d'incanto, Qualcuno addirittura, essendo morto, ritorna a vivere, vieni Il figlio della vedova di Naim di domenica scorsa. Questa, invece, no, e sana, non sofferente e, e in buona salute, ndr Anche Piuttosto sicura di sé, Almeno Apparentemente. Tanto Che lei, Abbastanza conosciuta Nella zona, e non proprio per Essere una donna Importante, Appartenente alla Società Bene, diremmo Oggi, ma anzi individuata Come una pubblica peccatrice, osa Entrare Nella casa di Una Persona per bene, il Che, forse per aumentare la SUA Pubblica visibilitÃ, AVEVA invitato a pranzo uno del Quale Correva fama Che Fosse un profeta, Anche se Personalmente Qualche riserva mentale una questa Proposito doveva Averla, Visto Quello che Pensa DOPO, constatando l'atteggiamento della donna Nei Confronti di Gesù. questo senza entra Essere Stata invitata; d'altra parte, le porte erano aperte Perché Tutti potessero VEDERE Che in Quella casa Le cose si facevano secondo Le regole previste per uno del rango del padrone di casa, un fariseo ligio e obbediente a tutte le prescrizioni ufficiali. Solo che, impudenza chiama impudenza, la donna scompagina Completamente le ritualità previste: si prostra Ai Piedi del Maestro e scoppiando a piangere, li bagna con le lacrime citare in Giudizio, li COPRE di baci e li asciuga con i Suoi capelli. la Meraviglia del fariseo non e tanto per cio che fa la donna, era una, secondo lui, il Che non AVEVA remore una Tariffa Cio che le suggeriva il Suo istinto; epoca Piuttosto per l'atteggiamento di Gesù di fronte a tanto ardire: "Se costui Fosse un profeta, saprebbe chi è, e di cui Genere e La donna Che lo tocca: è Una peccatrice! ". Ma non fa in tempo ad arrivare in fondo al Suo Stupore, SIA puro solista Pensato, Che Gesù lo chiama per nome:" Simone , ho da dirti Una cosa ", e, Venuto al solito per impartire il Suo Insegnamento, continua con Una brevissima parabola alla multa della Quale sollecita la Partecipazione Attiva del Suo interlocutore, chi chiedendo, Tra due Che Hanno Avuto condonato un debito di Entità Diversa , AMERA di Più il creditore. Com'era prevedibile, Simone Risponde Che ad amare di piu sarebbe Stato Quello che AVEVA Avuto condonato Il debito maggiore. La Regola vigeva Anche per la donna. Un Gesù importava Molto Passa alla IL MESSAGGIO Che il metro di . Giudizio di Dio e l'amore, e Simone Stava Imparando Anche lui la lezione L'amore è L'Origine del Perdono, anche Quello che accorda Dio per il compiuto di sesso maschile; . ha inviato il Suo Figlio alla ricerca di Altri figli Che rimangono Tali anche quando sbagliano E Una Condizione questa Che sperimentano Tutti i personaggi Che entrano in campo Nella Liturgia domenicale: Il re Davide VIENE reso grande da Dio Quando, Messo di fronte alle proprie Responsabilità dal profeta Natan, riconosce le proprie colpe: ". Ho Peccato Contro il Signore» Natan rispose a Davide: «Il Signore ha Rimosso Il Tuo Peccato:. Tu non morirai" LO STESSO avviene per Paolo Che Si Rende Conto Che la legge di per sé STESSA uccide, solo l'amore del Padre, nel Figlio donato per amore, salva. Ma avviene per Tutti Noi nel Momento Che ci rendiamo Conto Che Amati e perdonati da Dio, Redenti e Salvati, ABBIAMO sperimentato Nella nostra vita la tenerezza del Padre, diventando un Nostra Volta Capaci di Misericordia e di Perdono.                                                                                       MS

                                                              11 Giugno
                           La Comunità parrocchiale piange e Prega per Marzia
Difficile cercare di Rispondere ai tanti quesiti Che pone l ?? Esperienza di questa giornata segnata dal crescendo del dolore. Il peso e racconto da indurre ad esorcizzare Anche le parole per cui si Usano perifrasi del tipo: ci ha Lasciati, SE NE E andata a miglior vita, vieni se Marzia Avessé Scelto di Rimane inerme Nella bara. Dobbiamo veramente registrare Ancora una volta la vittoria della Regina del nulla, la Quale risucchia Tutti nel buco nero della multa senza senso?
Comprensibile Lo Stato d ?? animo dei Familiari, impegnati con Marzia Una drammatica Una partita a scacchi con la Malattia, subdolo avversario Che suscita Illusioni, accarezza Speranze, ma alla multa Determina sconfitte Certe. 
Per EVITARE di dire banalità ALCUNI consigliano Il silenzio dello Stoico, Altri si adattano ad Una impotente rassegnazione, ma Certamente non Sono di sollievo alla religione degli affetti Che registra un ?? Assenza, un vuoto, l ?? amaro dell ?? addio! Allora e giustificata la protesta di Giobbe!
Una Prospettiva Migliore Consiglia di CONDIVIDERE Il grido straziante di Gesù ad Eloi. In Esso si si si si si riflette La misura della sconfitta di chi è sottoposto allo strazio di un indicibile dolore ed osceno. E ?? Un grido Che pretende Una risposta AI Perché il Che . angosciano La SI COMINCIA uN trovare in sé, tumulto nel della rivolta o nel coacervo di Reazioni Contro un destino baro, si si si si si riflette su Dati delle Nazioni Unite sperimentato nel profondo dell ?? io grazie alla fede: nell ?? inventario minuzioso e preciso della morte Manca tutto ?? appello Uno di noi, Che l ?? ha sconfitta.
Allora Ê possibile Aver ragion di lei anche quando Si e Crocifissi Dalla Malattia, Esperienza Che ha segnato Marzia. Vieni i poveri cristi impotenti della storia, ella trae Ragioni per sperare e Motivo di riscatto Dalla propria Pasqua. Un Darle Forza e il Crocefisso Innocente, Risorto dal Padre, il Quale ha atteso Marzia Nella fulgida luce alla Quale siamo anche noi Destinati. L ?? incrollabile Fiducia di Giobbe si Trasforma Così nel Speranza Realizzata, un immergersi definitivo nell ?? amore di Dio, Consapevoli Che per la SUA grazia continuiamo Essere annuncio per l ?? Eternità PERSONE Nella Nostra individualità arricchita Dalla Luce della Benevolenza del Padre.
Se si conside questo Prospettiva parole solista Allora non Rimane Che precipitare nel dolore senza senso Circondati dall ?? assurdo solista dell ??. Invece, chi si si si si ritiene Che abbiano Almeno Una Probabilità vi si aggrappi, non ci Sono alternativa Migliori.
Chi, nuovo Giobbe, si si si si ritiene Dio l ?? Unico vero consolatore, nonostante apparenze di sconfitta e pianto impotente intoni un inno di preghiera Perché, se Tutto è grazia, Certamente cio e vero per Marzia Che Oggi Dalla sofferenza e approdata Nella Terra promessa per sbocciare Nella Pasqua del Signore. 
                                                                                                                    lr
                                             Noi, Gesù e la vedova di Naim
Protagonisti del passo del Vangelo di Oggi (Lc 7,11-17) Sono una vedova e Gesù. Alla Porta di Naim, fuori del paese, s ?? incontrano Una causa cortei, Quello funebre, il Che ESCE, e Quello del Maestro di Che Vuole Entrare. SEMBRA Che Una confrontarsi Siano l ?? evidenza della morte e le ragioni della vita nell ?? Esperienza quotidiana dell ?? umanità. L ?? Azione salvifica di Gesù e messa in moto da Uno sguardo:. Lacrime Che suscitano compassione La Reazione e L ?? AGIRE per consolare, ridare un chi è nel dolore Ragioni di vita e di speranza. Ne beneficia Chi è precipitato Nella periferia dell ?? Esistenza Umana:. Vedova Una La donna, il Che ha pianto Già una volta per La Perdita del marito, Ora e in ?? un ambascia Ancora Più Profonda: ha perso il figlio, e diventata un nulla, senza motivi per amare e senza Prospettive concreto per mantenersi. Donna indifesa autorizza La Domanda: Perché il maschio si accanisce sempre sui Più Deboli e ?? Il quesito di Giobbe, di Oggi, di sempre. L ?? Uomo, Che Vuole capirne il Perche, affronta il Problema solista con la ragione e non TROVA Risposte. Gesù differentemente opera, si concentra non Nella Esempi teorica della causa, ma Propone un Rimedio concreto, dettato Dalla sua immediata Reazione nel VEDERE le lacrime. dolore Egli prova per chi soffre, la ferita di Quel cuore lo ferisce. Egli sa GUARDARE NEGLI OCCHI e leggere l ?? Animo, perciò si ferma e Stende La Mano.
La Reazione di Gesù diventa Insegnamento per noi: provare compassione, fermarsi, Toccare, gesti impegnativi Perché coinvolgono Tutta la persona, non ?? un . Automatica Azione, forza richiedono di Volontà Infatti, la decisione di Toccare la bara va Oltre la norma Perché Comporta l ?? . impurità legale Secondo le Disposizioni rabbiniche Ma per Gesù e Piu Importanti interessarsi della Vedova: bloccare il Corteo della vita attraversata Dalla tragedia e Prendersi cura di Una madre inghiottita dal buco nero del dolore. Egli penetra nel Cuore Quel Guidato Dalla grande compassione per le Sofferenze della donna. Da qui il Suo asserire con forza: Alzati, cioè Risorgi, Termine Che in greco evoca appunto la risurrezione.
Il Vangelo di Oggi ci coinvolge Venire prossimo di chi è nel dolore, ci Invita un consolare, Una speranza ridare, venite fa Gesù Che nell ?? Incontro con la Vedova restituisce alla madre Il figlio. Egli mi Pronto Una Tariffa CIO in Tutte le Naim del mondo. Incontrare il Suo sguardo significa beneficiare della SUA compassione, Capace di Trasformare una bara in culla. Ogni volta Che noi decidiamo di sostare Accanto a chi soffre e accettiamo di farci ferire Dalle citare Ferite condividendo la compassione Facciamo sbocciare un nuovo mondo grazie alla Nostra Azione di buon Samaritani.
                                                                                  LR
                                                                        5 GIUGNO
Dopo Il Lungo Periodo della Quaresima, del tempo pasquale e delle Domeniche Nelle Quali in un modo Diretto o indiretto Si e Continuato Nella liturgia di meditare e farsi animare Dalla considerazione del Più ​​Importanti mistero della fede cristiana, Quello della passione, morte e risurrezione di Gesù cristo, con questa domenica e Ritornato il tempo cosiddetto ordinario, nel Quale comunque dobbiamo sentirci impegnati a Mettere in Pratica il suggerimento di S. Paolo il Quale tracciava per i Suoi Fedeli di Filippi un Programma di vita di che Oltre ad Essere particolarmente rivolto : ai Cristiani, potrebbe Essere lodevolmente Seguito da oGNI uomo che voglia rendere la propria Esistenza Il Più ​​possibile rispondente al disegno di Dio per l'umanità Che E un disegno di salvezza a cominciare Dalla vita quotidiana. S. Paolo, infatti, Così scriveva: ". In conclusione, fratelli, tutto Quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, Quello che è virtù e merita lode, tutto questo SIA Oggetto dei Vostri pensieri" Ed e questo il tempo ordinario della Chiesa, cioè Quello di Mettere in Pratica TUTTI GLI Insegnamenti di Gesù e di meditare la Parola SUA. Certo, a leggere i brani della Sacra Scrittura di Oggi, almeno Secondo Il Nostro Modo di VEDERE Le cose e in un'ottica Puramente Umana, C ' ê. Molto poco di ordinario infatti SIA Il Primo brano tratto dal primo libro dei Re, SIA Il Terzo tratto dal Vangelo di Luca ci raccontano di grazie Miracoli e non di poco Conto; SI Tratta, infatti, della risurrezione di causa fanciulli, l'Uno avvenuto per intercessione del profeta Elia, l'Altro operato da Gesù Stesso, ma tutti e due con Elemento in Ed Comune e lo strazio di causa mamme colpite Dalla Più tremenda delle disgrazie, Quella della morte del proprio figlio e, in questo Caso, per di Ancora piu Fanciulli. No, nessuno, proprio nessuno riesce ad Accettare tranquillamente che un bambino, Agli albori della vita Debba vedersi stroncata l'Esistenza, Magari QUANDO COMINCIA ad assaporarne la bellezza. Lo constatiamo Tutti i giorni, Specialmente di QUESTI Tempi, io Tanti Morti per disgrazie, per omicidi, per Malattie, per disastri naturali ecc., Se Sono Adulti o Anziani e Vecchi, impressionano, rattristano, ma alla multa CI SI convincere che la morte e Una Dimensione dell'esistenza, ma i bambini, i fanciulli procurano Una tristezza indicibile. In un contesto di tipo questo, il Profeta Elia VIENE Riconosciuto "uomo di Dio e la vera Parola del Signore è sulla Tua Bocca" gli dice la vedova di Sarepta. ma lo dadi DOPO. Che il Profeta Gli ha " consegnato "vivo il figlioletto Che AVEVA cessato di respirare Allo Stesso Modo, Alle Porte di Naim, e Il racconto di Luca, la gente riconosce:" un grande profeta e sorto tra noi e Dio ha Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Visitato Il Suo popolo ". Ma il riconoscimento avviene DOPO Che Cristo ha restituito ad Una povera vedova il" figlio unico "che veniva Accompagnato al Sepolcro. Sono QUESTI Gli uomini di Dio Che la Bibbia accredita Presso il popolo. E questo il Gesù dei Vangeli, un Gesù Vicino Agli Uomini, un Gesù Che ha pietà delle vedove, degli orfani, dei senza tetto, e Vicino a chi soffre nel Corpo e nello Spirito e Lui mi Pronto un Sanare nel Corpo e nello Spirito. Forse Oggi Più che in Altri momenti della. Storia ABBIAMO bisogno di Pensare a un Dio che salva l'umanità chinandosi su di lei e ridandole speranza ? e noi Cristiani Certo, i miracoli li Tariffa non POSSIAMO, Ma la condivisione del dolore, delle lacrime e Nelle Nostre possibilita; Anche commuoverci, non ê debolezza e PUÒ aiutare Più delle parole.
SIGNORINA 
                                              IL NOSTRO Corpus Domini

?? Conceda la folla, Perché vada Nei Villaggi e Nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poichè siamo in Una zona deserta ??.

In QUESTE parole si riassume il Consiglio dei Dati Dai Discepoli di Gesù, impegnato a Parlare alle folle del Regno di Dio e guarire.

Cinquemila Individui erano Rimasti incantati e, Per tutta Risposta, dodici Meschini nel Momento Cruciale, Quando emergerà la Necessità di operare concretamente, consigliano di mandarli via, spogliandosi delle Loro Responsabilità.

La Risposta di Gesù e Precisa e tagliente: il destino Il Primo Passo, provvedete condividendo!

Egli Invita ad operare la prima Necessaria Moltiplicazione: un ?? inversione di comportamenti per Riempire Il Cuore Ricordando Che la vera Traduzione del verbo amare E il coraggio, Come Dio, Che ha tanto amato da osare il Suo Figlio Unigenito, Gesù Venuto Che ha manifestato l ?? Amore Più Grande riservandolo Anche al nemico. Procede percio al rito della frazione del pane e pane questo Condiviso pone bene alla fama.

La ?? Frazione del pane ??, rito ebraico utilizzato da Gesù, sempre pronto a benedire, spezzare e distribuire, Si e tramutato nel gesto Che ha Consentito Ai primi Discepoli di Riconoscere il Risorto, Nella Seguito ha Indicato le Assemblee Che si riunivano per ripeterlo in SUA memoria. in tal modo la frazione del pane o eucarestia Si e tramutata nella festa della vita donata, del laboratorio del Regno di Dio in azione. Si e perpetuata la Presenza del Cristo, Vicino e pronto a guarire le carni dei Lebbrosi, un riaccendere occhi spenti, un paralizzati Lontano muovere arti, collaudando un Mondo Nuovo, sanando l ?? umanità, liberando l ?? animo dell ?? uomo. Il segreto?

Non magiare da soli tutto il Riquadro Che Si ha Nella bisaccia; Ricordare Che Una causa pesci, un bicchiere d ?? Acqua, cinque pani,

olio per le Ferite del Vicino e vino per rianimare il prossimo scoraggiato, un po ?? di tempo da dedicare un assolo di chi è, ATTENZIONE verso chi è sbandato apportano sazietà a tutti.

Con Quel TUTTI s ?? Proprio intende Tutti i cinquemila Che ascoltavano Gesù Nella Arida collina di Quel Landa palestinese di causa mila anni fa Perché il Maestro non Praticò distinzioni prima di operare, ammise Tutti alla mensa della condivisione.

Dio Così Vuole la SUA chiesa: ad impegnata Insegnare, Pronta a guarire, Disposta a saziare, Attenta ad accogliere, MENTRE Pratica La più coinvolgente comunione mettendo a diposizione dell ?? umanità tutto Cio che ha e Che Non E Suo, ma dono di Dio . VI non pare un miracolo? e ?? La Moltiplicazione dell ?? amore nel Cuore Umano che fa osare il ma poco SUFFICIENTE per sfamare e raccogliere Avanzi promettenti per il futuro! LR   
                                                               28 maggio

Certamente, per Celebrare degnamente Una festa Venire questa Che la Chiesa Propone Ai Di Suoi Fedeli con la solennità del Corpo e Sangue di Cristo, forse Più comunemente denominata con l ?? Espressione latina dl ?? Corpus Domini ??, ?? del Corpo del signore ??, c ?? e bisogno di un contesto di fede Già CONSOLIDATO, Specialmente se con ESSA SI intende Ricordare ?? la Presenza reale del Corpo e del Sangue di Gesù sotto le specie del pane e dl vino ??. Tale Aspetto del Sacramento dell ?? Eucaristia, del resto, Storicamente, fu Quello che maggiormente influì nel suggerire un papa Urbano IV, nel 1264, ancor Più sensibilizzato dal miracolo di Bolsena dell ?? anno prima, la decisione di estendere A Tutta La Chiesa La Celebrazione dell ?? Eucaristia con Una ?? Più Onorata e solenne memoria ??, Almeno Una Volta Tutti ?? anno proprio per sottolineare il Che ?? in questa sacramentale Commemorazione del Cristo (la Santa Messa), Anche se sotto altra forma, Gesù Cristo e presente con noi nella propria Sostanza ?? (Bolla Papale Transiturus de hoc mundo, 8 settembre 1264). Definito Così il sacramento dell ?? Eucaristia potrebbe sembrare Lontano Riferimento solista tutto ?? Aspetto, Certamente Fondamentale, Perché questo in base e poi per Tutti Gli Altri Aspetti teologici ed ecclesiali, Quello di Essere sacramento cioè segno della Presenza Reale di Cristo in qualunque Luogo VIENE una celebrata a Santa Messa. Invece, il Suo significato e senza alcun Dubbio ricchissimo e Molto Ampio tanto da Essere Definito nel Catechismo della Chiesa Cattolica ?? . fonte e culmine della vita ecclesiale ?? Tale Ricchezza e compiutamente Espressa, e sempre il Catechismo Che l ?? afferma, ?? Attraverso i Diversi nomi Che Gli si Danno. Ciascuno di Essi ne evoca Aspetti Particolari ??. Ricordiamo: Cena del Signore , Frazione del pane, Memoriale, Assemblea eucaristica, Santo Sacrificio , Santo Sacrificio della Messa, « Sacrificio di lode » Sacrificio spirituale, Sacrificio puro e santo , di Santa e Divina Liturgia , Comunione , a cura di Altri. Ciascuno di Essi potrebbe Essere illustrato , e Chiarito nel Merito e nel significato Diretto. Uno di Essi però Appare particolarmente suggestivo e coinvolgente ed e ?? Frazione del pane ??. L ?? Espressione fa riferimento ad un rito tipico Che avveniva Nella Cena Ebraica, utilizzato da Gesù Spesso Che , da capo della mensa, benediceva, spezzava e distribuiva il pane e da questo gesto i Discepoli lo riconoscevano QUANDO appariva Loro DOPO la risurrezione. Era Anche l? ? Espressione che I Primi Cristiani usavano per INDICARE le Loro Assemblee eucaristiche. Spesso, Nella Chiesa La preoccupazione ma Anche il fervore, di sottolineare la Presenza Reale di Cristo con il Suo Corpo e il Suo sangue nel pane e nel vino, ha Portato un Lontano Switch to al Ordine Secondo il gesto cardine operato da Gesù Stesso nell ?? Ultima Cena, prima di Invitare Gli Apostoli a ripeterlo in sua memoria:. AVEVA Preso Il pane lo AVEVA spezzato e lo AVEVA Distribuito Ed e lecito Pensare Che Gesù nell ?? affidare Ai Suoi Discepoli sedare ?? Incarico non si riferiva alle parole ma anche solista al gesto. A pensarci bene e un gesto Altamente significativo e umanamente e cristianamente Ricco. semplicissimo nel Suo svolgersi, MA Anche Carico Di Una solennità Tutta SUA. TUTTI avviene IN giorni, su Tutte le tavole imbandite e con Una famiglia riunita Insieme per CONDIVIDERE il cibo Che sostenta La Vita. Lo spezzare il Riquadro designava il rito dell ?? Eucaristia Nelle prime Comunità Cristiane, Quando Ancora non AVEVA assunto il nome di Che usiamo Oggi. Gesù lo compì subito prima di spezzare la SUA Vita Nella passione per donarla Agli Uomini dall ?? Alto di Una croce e Perché questo dono Fosse sempre Sotto Gli occhi degli Uomini di Tutti i Tempi Affido Ai Suoi Discepoli il Compito di perpetuarlo raccomandando Loro di continuare un Riquadro spezzare il. In questo gesto, S. Paolo, il che AVEVA Avuto modo di osservarlo Nelle prime Comunità, vi scopre un Valore aggiunto Che Presenta Ai Suoi di Cristiani di Corinto, Quello della reciprocità del dono Che crea comunione Ed Unità: ?? ? Riquadro Il Che noi spezziamo non E forse comunione con il Corpo di Cristo Poiche C ' e Riquadro un solo, noi, pur essendo MOLTI, siamo un Corpo solista: Tutti infatti partecipiamo dell'unico Riquadro.

SIGNORINA 
                                            L'anticlericale e l'ateo devoto   
Questa settimana a Colpire la mia ATTENZIONE e Stato l'antitesi Evidente Tra un anticlericale Ed un ateo devoto nel porsi Nei Confronti del Magistero e dell'Azione di Papa Francesco. Da una parte Marco Pannella con la SUA Lettera del 22 aprile Dalla "Tutto strofa 'piano ultimo ", colomba la sofferenza affinava il Suo spirito e lo Faceva sentire" vicino al cielo ". Egli ha Inviato al papà una lettera; Motivo della missiva il bisogno di commentare il gesto del Pontefice a Lesbo, Quando ha abbracciato" la carne martoriata di Quelle donne, di Quei bambini, e di quegli Uomini che nessuno Vuole accogliere in Europa ". Il gesto concreto di Francesco ha Fatto affermare al capo radicale" Questo e Il Vangelo Che io amo e che voglio continuare a vivere Accanto Agli Ultimi, Quelli che Tutti scartano ". Un racconto Riflessione si affianca la feroce presa di Posizione di Giuliano Ferrara, il Quale ha sentito la Necessità di stigmatizzare, da par Suo, l'Intervento del Pontefice sui cani e sui gatti per osare libero sfogo all'acredine Ed accusarlo di Essere un tuttologo Pronto a dire la SUA pur di rimanere al centro dell'attenzione. Eppure Francesco non ha Fatto ALTRO cHE Ricordare la Necessità di Amare di Più i propri Vicini in difficolta Piuttosto che Gli Animali Domestici. Il noto giornalista-opinionista , con l'ironia Degna di un elefante in vetreria Una, sul "Foglio" di lunedì ha scritto:. "un Ratzinger piacciono i gatti, un Francesco no, cani e gatti entrano Venire Esseri disdicevoli nelle sue parabole del buon Vicinato" Poi ha Continuato con Una pelosa e non richiesta giustificazione di non avere "Sentimenti di ostilità preconcetta" verso questo Papa per rendere Più penetrante l'affondo "Contro Gli Aspetti Più Convenzionali e Banali" del Magistero Suo. Ha asserito, InOLTRE, di attendersi "da lui di tutto, quindi niente "distratto dal Suo inopportuno bussare Alle Porte del Vicino invece di preoccuparsi veramente di Porre Qualche Riparo al" Paesaggio di rovine "al cui. centro il papa sarebbe impegnato a "insediare la Chiesa" Il protagonista di "Radio Londra", informatore di potenti Esteri e consigliere di potentati italici, una volta al centro del panorama mediatico, si Appella al Papa per invitarlo a occuparsi della non "privacy di amore solitudine ", del" gaudio di Conversazione e abbaio "nel Quale il giornalista, Oggi un po 'offuscato, AMA crogiolarsi, raccomandando il Che, se proprio Tariffa Vuole crociate, Venire dovrebbe OGNI buon papà, di occuparsi di" aborto e, della Società neutra di genere "o del pervadente soggettivismo che mina l 'Essere e la Realtà che ci circonda. Il Fondatore del" Foglio "Si e intruppato Nella galassia degli ATEI Devoti, i Quali Al tempo dell' Impero ruiniano Hanno tentato di dettare l ' agenda anche inglese Alla Chiesa, Oggi sempre Più marginale ed emarginata RISPETTO Ai Processi di Che Animano La cattolicità Venire SI Dalla evince Lettura Sinottica del discorso del Papa, patriarca della Chiesa italiana, all'apertura dei Lavori della CEI e di Quello del Cardinale Bagnasco, presidente dell'assemblea dei Vescovi. Parole, Concetti e prospettive delineano causa Diversi mondi, l 'Uno, ecclesiale, e Attento al futuro, L'Altro, ecclesiastico, cerca di difendere le rovine di un Fumanti Passato Che PUÒ RITORNARE non ma che ha Fatto La Fortuna di cordate ora confondere e silenti. Forse l'attacco di Ferrara al Papa, sproporzionato RISPETTO all'occasione Che l'avrebbe Determinato, e Stato causato Più dall'intervista Che Francesco ha rilasciato al quotidiano cattolico francese «La Croix» e Che ha Avuto per Oggetto le relazioni con la clientela Stato-Chiesa. Il Papa, rispondendo annuncio Una Domanda su Matrimoni gay e eutanasia, ha asserito il Che e Compito del Parlamento Discutere, argomentare, Spiegare, ragionare e, Quando si approva Una legge lo Stato DEVE da da da da rispettare le coscienze, un Umano diritto rivendicato Dai Cristiani dall fin 'inizio della Loro Storia e per questo perseguitati. Il Papa ribadisce Che Uno Stato DEVE Essere Laico, ma senza esagerare, annotando il Che Quelli confessionali finiscono Perché Maschio " Vanno Contro la storia ". Chi ha Fatto della devozione per il nulla - significato effettivo dell'espressione ateo devoto Perché presta la propria devozione ad un'entità Che non esiste ha ha ah ah -. un Riferimento Costante della Battaglia condotta NEGLI Ultimi anni TROVA Certamente ostico l'Orientamento della Chiesa di Bergoglio che, invece, pare risultare Molto Più Vicino ad un anticlericale Venire Pannella questo Personaggio dell'Italia repubblicana, Estremamente ostico per i Poteri Forti e ferocemente critico della Chiesa e, per questo, esacrato da Tanti preti, Venire mi è capitato di sentire in QUESTI giorni in Giudizi pronunciati da Esponenti del presbiterio diocesano, alla Essere SEMBRA bene Più Vicino al Vangelo del Crocefisso Quando, in calce alla Lettera seleziona una delle Nazioni Unite Francesco, in un significativo post Scriptum, rivelativo del Suo Stato d'animo e del pensiero di Che nel profondo lo assillava, ha scritto: "Ho Preso in mano la Croce Che portava Mons. Romero, e non riesco a staccarmene". Vero ateo e chi non s'impegna per legami Creare, comunione , Accoglienza, chi diffonde Gelo Attorno a se. Chi è incapace di coinvolgenti relazioni pubbliche Amichevoli non e Ancora entrato in Dio, il Dio Che e Trinità, il Che non e Complicata formula matematica Perché, asserisce S. Agostino :. «Se vedi l'amore, vedi la Trinità» . Allora si comprende Perché QUANDO SI Accogli e Si e accolto si Realizza la Vocazione dell'Uomo LR 
                                                            22 MAGGIO
In questo domenica, il Che si colloca alla multa della serie delle Domeniche in cui la Chiesa cattolica ha celebrato un gruppo di solennità particolarmente Importanti per la vita del cristiano, Dalla ONU cominciare Pasqua, per finire con la Pentecoste, ricorre la solennità della SS. Trinità Che le compendi tutte. 
Il Concetto di Dio ?? Uno e trino ??, Venire Si e soliti INDICARE Dio Nella religione cristiana, e Il mistero per eccellenza, Il mistero dei Misteri Che, tuttavia, non e calato nella storia della fede cristiana Come un corollario di ESSA, intuito o dedotto con Ragionamento particolarmente profondo, ma e Il Cuore della Rivelazione divina Fatta da Gesù Cristo nel breve Periodo della SUA predicazione o Vita Pubblica, Una specie di lampo conoscitivo soprannaturale Che attinge la Profondità dell ?? Essere senza Neppure Passare Attraverso le speculazioni intellettive. Anzi QUANDO Gli studiosi di cose di Dio, i teologi ei filosofi, VI Hanno voluto impegnare La Ragione Umana, con speculazioni forse Ben Oltre le Capacità di questo, senza lasciarsi avvolgere, rapire quasi Dallo slancio di Fede e di amore che innanzitutto e Contenuto nel Messaggio di Cristo, non Hanno Fatto ALTRO CHE Creare Discussioni, Difficoltà e Divisioni, le eresie, cosiddette, ma Soprattutto Gli eretici. Eppure Cristo Annuncio questa verità al mondo, innanzitutto vivendola. senza disquisire sull ?? della Unità natura divina è sulla trinità delle PERSONE, i Vangeli ci Parlano Soprattutto della stretta e intima unione di Gesù con il Padre, SIA nell ?? Azione che nella Parola, con l ?? Unica preoccupazione di Portare a Compimento la missione affidatagli, in totale e incondizionata Fiducia. 
L ?? Ultimo Grido terreno del Cristo fu l ?? Affido al Padre del Suo ultimo respiro: ?? . Padre, NELLE TUE mani consegno il mio spirito ?? E prima di arrivare un'epoca questo epilogo si rivolto un pregando Dio :? ? Di Coloro Che mi hai dato, perduto nessuno non ho ??. E MENTRE compiva l ?? Opera, l ?? Unica SUA guida, in OGNI lo Istante epoca Spirito Santo, Fino al Sacrificio totale di Sé, e prima di RITORNARE, da Risorto, nel seno del Padre, preannunciò l ?? Invio dello Spirito sui Discepoli, Secondo la promessa del Padre, Perché li istruisse interiormente su tutto cio Che AVEVA insegnato; . Così, infatti, avvenne il giorno della Pentecoste . Una Trinità Annunciata, e Soprattutto vissuta Certamente tutto questo non Vuole Essere un Giudizio di Merito sull ?? Ampio e sofferto lavoro puro entusiasticamente Portato avanti Nei primi SECOLI della Chiesa, non per Spiegare razionalmente il mistero, opera peraltro impossibile, ma per apportare il migliore Contributo possibile tutto? ? Interpretazione della novità della Rivelazione di Gesù in vista di Una Più Profonda Conoscenza di Dio, non teorica Solamente, MA anche e Soprattutto Pratica, di testimonianza quotidiana di Essere Destinatari di un Processo d ?? amore che si svolge nella Vita Trinitaria, tutto ridondante verso l? ? uomo.  
Oggi c ?? e Una Sensibilità generalizzata nel Mondo Cristiano, anche meglio diffusa e Portata avanti da papà Francesco, in sintonia con i bisogni Più Profondi dell ?? Uomo contemporaneo, sempre Più Povero, nonostante le apparenze, di approdi sicuri e coinvolgenti, Verso Una Percezione della Trinità Venire Espressione dell ?? amore divino Che mai abbandona l ?? Uomo dall ?? inizio del Mondo e Fino alla fine dei Tempi, la Trinità Venire immagine di Dio Che e Padre e Creatore, tutto ?? origine di Ogni cosa , e L ?? Insegnamento della prima Lettura della liturgia odierna, immagine di Dio Che, facendosi Figlio, e quindi Fratello anche dell ?? uomo in Cristo Gesù, ci ha riportati in pace con Lui; . immagine di Dio Che per mezzo dello Spirito dona Sostanza alla Nostra Speranza, il Che non delude Perché E LO STESSO Spirito Che Abitando a noi ci fa partecipi dello Stesso amore di Dio                                                 MS

Continuano le riflessioni di Luigia Sulle Parabole

La Pecora Smarrita (Lc 15, 4-7; Mt 18, 12-14)
La Pecora Smarrita E senza Dubbio Una delle parabole di Gesù Più conosciute. E ?? Presente nel Vangelo secondo Matteo, nel Vangelo secondo Luca e nel Vangelo apocrifo di Tommaso (107). Nel Vangelo di Luca e La Prima di tre parabole in Risposta ai farisei, che accusavano Gesù di Ricevere i Peccatori e di Mangiare con Loro. Le Altre dovuto Sono ?? la moneta perduta ?? e ?? Il figlio perduto ??; ciascuna delle tre si riferisce alla Perdita e al ritrovamento di Qualcosa di Prezioso ( Pecora, Moneta e figlio).
La parabola della pecora smarrita racconta di un pastore Che possiede cento pecore e ne smarrisce Una. QUESTI invece di continuare ad occuparsi delle novantanove rimaste, Che ne rappresentano la Maggioranza, si inoltra nel deserto per cercare Quella perduta. Ritrovatola, non la punisce e non Le Spezza le gambe, Secondo le usanze dell ?? epoca, ma la carica Sulle Spalle e la Riporta Dalle Altre, contento di Averla di nuovo con sé.
  Il Pastore si fa Chiaramente metafora di Dio e il gregge rappresenta i Suoi Fedeli, La Pecora Smarrita invece simboleggia il peccatore Che, a causa del Suo cattivo Comportamento, si allontana dal Signore. Dio Allora E Il Pastore delle Nazioni Unite cui Stanno a tutte Cuore Le Sue Pecore, Soprattutto sedare ?? Unica Che, pur essendosi allontanata, non provocherebbe Perdite di profitto, Perché ognuno di e unico e ha un Valore incommensurabile Agli occhi del Padre.
Ancora una volta, quindi, VIENE Messo in risalto l ?? immenso amore del Signore verso le causa creatura e VIENE posta in auge la SUA infinita misericordia. In questo parabola infatti il punto focale non e L ?? allontanamento della pecora, bensi Il comportamento . Benevolo del Suo padrone La vicenda si svolge InOLTRE nel deserto, Luogo di morte, solitudine insicurezza ed, Dove e Importanti rimanere in gruppo; . colui Che vi si smarrisce, allontanandosi dal gruppo, si rischia la Perdita della SUA Sicurezza Interiore Il racconto si configurazioni Cosi Come Chiara Una risposta di Gesù Agli scribi e ai Farisei sostenitori di Una religione Che Si imponeva Venire Giudizio e non venire misericordia.
LA MONETA Perduta (15, 8-10)
La parabola della moneta perduta e presente da solista nel Vangelo secondo Luca (15, 8-10). Essa Segue la parabola della pecora smarrita e precedono Quella del figlio perduto e ritrovato, pertanto anche in questo Caso si Tratta di un racconto di Gesù in Risposta ai Farisei che lo incolpavano di Avere Una Tariffa che con i Peccatori.
La parabola questa volta racconta di una donna Che possiede dieci dracme, ma ne Perde Una. Venite Il Pastore della pecora smarrita, non si accontenta delle Altre monete rimaste, ma SI Mette alla ricerca spasmodica dell ?? Unica moneta perduta, controllando OGNI SUA angolo della misera abitazione, finchè non la si ritrova. Le similitudini con la parabola precedente sono dunque molte, ma non Si Può non considerare Quella che e Una Differenza sostanziale Tra I Due racconti: La Moneta, Diversamente Dalla Pecora, si Perde senza allontanarsi, rimanendo in casa. Cio vuol dire Che la perdizione e multiforme, puo Avere diversificazione Aspetti e diversificata Manifestazioni, ma cio non legittima darsi un per vinti. La donna del racconto, il Che, Ancora Una Volta, Incarna la figura di Dio, non piange o si dispera, ma INIZIA subito la ricerca. In particolar modo si AIUTA per mezzo di Una Fonte Luminosa, il Che rappresenta la luce divina, per Poter Lontano brillare la moneta e Così individuarla. Questo insegna Che POSSIAMO perderci, ma che non dobbiamo smettere di brillare ?? ??, Perché POSSIAMO Essere RITROVATI Più Facilmente. Tante Volte, Secondo la logica Umana, si desiste dal cercare Qualcuno o dal perseguire un Obiettivo, Perché non lo si ama davvero o non sufficientemente Si e Motivati ​​un FARLO. Dio invece VIENE un cercarci senza sosta, non Lascia perdere nessuno, se non siamo con lui non si da pace.
IL FIGLIO PERDUTO (Lc 15, 11-32)
Questa parabola SI TROVA solista nel Vangelo secondo Luca e concludere la trilogia COMPOSTA da ?? La Pecora Smarrita ?? e ?? La moneta smarrita ??. E ?? Soprattutto conosciuta Venire ?? Il figlio prodigo ??, ma non e questa la denominazione Che Si TROVA nel Vangelo. Prodigo infatti vuol dire ?? dissipatore ?? e questo Termine non e in sintonia con le Altre dovuto parabole per Quanto riguarda la dinamica dei Fatti. questa aggettivazione infatti Deriva dal mondo dell ?? arte in cui la rappresentazione della parabola ha Avuto Una cospicua Diffusione nel corso del tempo. Denominazioni Più appropriato e con cui e meglio conosciuta in ambito religioso Sono: ?? La parabola del figlio perduto e ritrovato ?? O ?? La parabola del Misericordioso padre ??. 
La Trama e ampiamente conosciuta:. Un uomo ha dovuto figli e, nonostante non abbiano nulla di cui lamentarsi, il Più ​​Giovane pretende la SUA parte di eredità in anticipo . Ottenutala, si reca in un Paese Lontano Colomba sperpera Tutte le Sue ricchezze alla Ridotto Fama, per Sopravvivere e costretto Una Tariffa Il Mandriano di Porci. Questo Esperienza Gli fa Comprendere i Suoi Errori e lo spinge un RITORNARE A Casa, dal padre, con la Volontà di ammettere i Suoi sbagli e di Essere posto alla pari della servitù e quindi di non Essere Più Riconosciuto Venire figlio. ma prima di che Possa arrivare alla SUA abitazione, il padre lo scorge per strada, Gli corre incontro e lo Abbraccia. Il figlio Allora Tenta di coraggio le spiegazioni citare in Giudizio, ma il genitore lo interrompe e Fa preparare Una grande festa per l ?? Occasione, Facendo uccidere addirittura il ?? vitello grasso ??. il primogenito, di Contro, non comprende questo tipo di Trattamento nei Confronti del fratello, in particolar modo Perché lui, e Stato sempre obbediente, ma non ha mai Ricevuto nulla in cambio. Il padre Allora Spiega Che La Era festa Perché doverosa Il fratello, Una SUA Differenza, ?? epoca SI perduto ed e Stato Ritrovato ??.
Cio che emergono dal racconto non Sono solo le tematiche Che Fanno da raccordo alle le parabole Precedenti, MA Anche Elemento alquanto significativo: il Perdono del figlio non ê condizionato Dai buoni propositi del Giovane, difatti il padre lo Accoglie ancor prima di Che Abbia possibilita Parlare di o di esprimere il proprio pentimento. Tale Misericordia e Espressa Dalle Azioni del Padre Stesso, in Quanto parabola nella e lui un Compiere il primo passo, correndo incontro al figlio ancor prima di Sapere Che QUESTI SI epoca nella pentito Effetti. e ?? un Questo Aspetto Che risiede il Motivo per il Quale ALCUNI commentatori preferiscono identificare il racconto Venire ?? La parabola del Misericordioso padre ?? Più che de ?? Il figlio perduto e ritrovato ??.
In conclusione, le tre parabole, benchè incentrate Sulle identiche tematiche e benchè le Dinamiche Che le contraddistinguono Siano Simili (la disperazione della Perdita e la conseguente gioia per il ritrovamento di Qualcuno / Qualcosa), racchiudono Sfumature Uniche Che invitano il Lettore ol ?? Una ascoltatore Più approfondite riflessioni. non e solista l ?? immenso amore di Dio, neanche la possibilita della salvezza, del Perdono, vieni conseguenza del pentimento, il Che travolge il Destinatario, ma ALCUNI Aspetti Che portano a riconoscersi Nella pecora smarrita, nel figlio perduto e addirittura Nella moneta perduta.
  La parabola della pecora smarrita conside infatti l ?? allontanamento in termini di movimento, Venire QUANDO CI SI allontana da Situazioni Particolari o da PERSONE cura, Perché si VIENE coinvolti da altro; La parabola della moneta perduta Mette in luce lo smarrimento interiore, infatti la Moneta VIENE persa in casa, non a Luogo un Lontano, e fa Riflettere sul Fatto che ci Si Può perdere pur restando Colomba Si e sempre STATI, Magari Tra i propri cari; la parabola del figlio che ritorna, un Ultimo, Prende in esame sempre un allontanamento fisico, ma questo Volta Si e Completamente attratti da altro, perseguendo Una Volontà ben Precisa, si enfatizza Così l ?? ATTENZIONE sul Comportamento di chi perdona Più che tariffa Quello di chi si pente. 
Si Può dire, quindi, Che le parabole considerano Tre Diversi Tipi di perdizione nda Quali CI Si Può ritrovare e Riconoscere, Cio che Rimane invariato e L ?? Amore e la Misericordia di Dio, Che Si spinge Oltre la circostanza in Particolare. Non e Il Motivo Che Porta a perdersi annuncio Essere determinante, ma la Volontà di ritrovare la strada giusta e rimettersi in cammino. L ?? Elemento Essenziale e che ci si metta nelle Condizioni di Essere ritrovati, ?? brillando ?? Sotto la luce divina.

                                  Ai Ragazzi del Corso della Cresima

Carissimi,
Ieri, MENTRE tentavo di richiamare la Vostra ATTENZIONE sul significato della Festa di Oggi - La Pentecoste -. Ho costatato tanta distrazione . Mi Avete tacciato di pessimismo, ecco perchè non uso Il Termine disinteresse Vi scrivo questa nota per invitarvi a considerare Venire E possibile sottoporsi ad un innesto di Fiducia, generatrice di Determinazione e apportatrice di gioia operosa.
Cosa è la Pentecoste? Paolo VI ha Riposto asserendo: "La grande ora della Chiesa".
Leggete il passo degli Atti degli Apostoli e comprenderete il Perche. Uomini e donne colmati di Spirito cominciarono Una Comunicare con tutti, indipendentemente Dalla Loro provenienza, Dando inizio alla Più grande opera di Inculturatione della storia.
Lo Spirito esalta OGNI Capacità di bene, quindi concedere anche a voi Una grande possibilita Perché, vieni asserisce S. Tommaso, tutto Cio che e Bene proviene Dallo Spirito Ed in questo modo Avete la possibilita di continuare l'opera Cristo.
Quanto vi scrivo non e Poesia per suscitare in voi un po 'd'interesse. Lo dice LO STESSO Gesù nel passo del Vangelo proclamato Oggi Nella liturgia della Parola. Afferma Egli: "Ancora ho qualcosa da dirvi", Abbia quasi lavoro Lasciato il Suo incompiuto. per questo invia lo Spirito al Quale e Affidato un Compito Centrale per la vitalità della Chiesa e, quindi, di Tutti Noi.
Lo Spirito Ricorda Quello che Gesù ha Detto. 
Ragazzi, se pensate al significato Preciso della Parola RI / CORDARE Allora potete convenire con me Che Si Tratta Di Una Esperienza Che coinvolge tutto il Nostro Essere Perché passa per la mente e per Soprattutto Il Cuore   
personificata Lo Spirito E la liberta ', Soffia colomba Vuole, da solista non coinvolge i Preti. Di conseguenza ciascuno di voi ha tutto lo Spirito Necessario per collaborare Nella Chiesa.

La Cresima Che riceverete v'infonderà Così La conoscenza, Che DEVE stimolare la riconoscenza ed il riconoscimento; vi circonderà del balsamo della Consolazione per la certezza della Protezione divina e, di conseguenza, v'infonderà Il coraggio di Tariffa tutto Cio che E Necessario E Che la Vostra Capacità di discernimento vi suggerisce. Quindi, tuffatevi nel futuro con Ottimismo. La nostra Comunità, Il Mondo Intero vi attendono. LR  

                                                           15 maggio

Il pontefice Paolo VI defini La Pentecoste "La grande ora della Chiesa"; Ed effettivamente ESSA rappresenta il Più ​​Grande dono del Cristo Risorto, il Più ​​Prezioso Che il Padre e Il figlio potessero Tariffa Agli Uomini. E La Pasqua di Gesù Giunta al Suo Compimento. Pentecoste, Perché Ricorda l'evento Che si verificò il cinquantesimo giorno DOPO la Pasqua (Dalla Parola greca Pentecoste = cinquantesimo (giorno). Venite festività,   riprende ebraica La Tradizione in cui si celebrava, Sette Settimane DOPO la Pasqua, La Rivelazione di Dio sul Monte Sinai con il dono della Legge al popolo ebraico. NEGLI Atti degli Apostoli la discesa dello Spirito Santo Sugli Apostoli riuniti nel Cenacolo e raccontata mettendo in luce Soprattutto la Profonda Trasformazione interiore Che avviene in Essi, Trasformazione Che attinge Anche il Loro modo di ESPRIMERSI e di diffondere la Parola di Dio. "Tutti Furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a Parlare in Altre lingue, nel modo in cui lo Spirito Dava Loro Il potere di ESPRIMERSI" Particolare Che non Poteva rimanere confinato Ai Discepoli Soli, Dati MA la forza insita Nella novità del Messaggio Portato da Cristo, doveva Necessariamente ripercuotersi su Quelli che li ascoltavano Una Tempi Gerusalemme un Quei, C'era gente di provenienza OGNI :. "di OGNI Nazione Che e Sotto il cielo" ... " siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia, dell'Egitto e delle parti della Libia Vicino A qui residenti Cirene, Romani, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo Parlare Nelle Nostre lingue delle grandi opere di Dio ". e la forza dello Spirito che fa sì Che l'Insegnamento di Gesù, la Parola di Dio Fatta carne, diventi Parola rivolta a tutti Gli uomini. Ma Perché lo Spirito Santo e per tutto il mondo, per tutta l'umanità. "parlare in Altre lingue" in fondo il, vieni avvenne nella Pentecoste, indica Venga non Solo che la Chiesa racconto e Capace di "inculturare" il Vangelo in Tutti i Tipi di Popoli, con le Loro tradizioni, con le Loro cultura, appunto, ma che è LO STESSO Spirito Che si riserva la possibilita di Parlare a tutti, Ai di Giusti e ai Peccatori "Lo Spirito spira Colomba Vuole», "chi non raggiunge e buono e bello ", dice un noto teologo contemporaneo," Rende buono e bello chi raggiunge ".   L 'anno giubilare della Misericordia Rende Ancora Più attuale il significato della Pentecoste Che Alimenta OGNI UOMO, OGNI Esperienza, OGNI tappa dell'Umanità. e se lo Spirito anima sempre e tutti, POSSIAMO ben dire Che la Pentecoste e La festa della Fraternità universale. di conseguenza la Chiesa ei Cristiani Tutti Sono   Chiamati ad Accettare ed esaltare OGNI Capacità di Bene da qualunque parte provenga ESSA, Venire puro OGNI ricerca e scoperta della Verità , Perché, dice S. Tommaso, "Tutto Cio che e vero, da chiunque Venga Detto, proviene Dallo Spirito Santo",   ea continuare l'opera e l'Insegnamento di Cristo Stesso in cui nulla e Piu Essenziale del Perdono. Egli, infatti , ha proclamato il regno futuro del Padre Venire regno dell'Amore Misericordioso.

SIGNORINA

                                                                      8 maggio

Oggi celebriamo l ?? epifania di Gesù Risorto Nella SUA Ascensione. 
La nostra Risposta tutto ?? Invito della liturgia e Una riconfermata fede Nella Resurrezione e un consolidato impegno per la Missione Che si estrinseca nel Nostro Proposito di testimoni.
La seconda Lettura e Una sorta di omelia della Chiesa Primitiva, La Quale elabora il tema del Cristo sacerdote perfetto e glorioso e per questo l ?? unico mediatore della nuova e definitiva Alleanza con Dio, da Lui Annunziato Venire Padre Provvido e Misericordioso.
La Liturgia della Parola di questa domenica e incentrata sullo schema Elaborato da Luca a noi comunicato nel prologo degli Atti. Egli ci Invita un legare Insieme il Suo vangelo e Gli Atti degli Apostoli e ci Presenta Il Grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme Iniziato nel Capitolo 9 , DOPO Che il Maestro Si e Presentato in Galilea annunziando Il Regno di Dio. Il Suo Viaggio si concluderà con l ?? Ascensione QUANDO INIZIA Il Cammino dello Chiesa, un Pellegrinaggio nella storia Umana Che Porta Fino ad Oggi e ci pone Continuamente l ?? interrogativo: La tua e Una fede operosa? 
Oggi celebriamo Il Sigillo della vicenda pasquale con il Quale Luca pone bene al Suo Vangelo: è la conclusione trionfale della vita terrena del Sommo Sacerdote Gesù, il Quale alza le mani per benedire, gesto Che si riverbera nei secoli ed arriva fino a Bon Bon Bon Bon Noi tramite La Celebrazione liturgica, gesto di Adorazione, Azione di lode, Motivo di festa.
Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà Dai morti il terzo giorno, e nel Suo nome Saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il Perdono dei Peccati ?? Di questo voi siete testimoni. 
POSSIAMO anche noi asserire di esserlo? 
Facciamo dell ?? Ascensione di Gesù Uno Stimolo alla ricerca con Cristo di un crocevia Tra Terra e Cielo, di Una fessura aperta Nella vischiosa Atmosfera Di Una umanità dubbiosa e triste e Invitare Tutti a seguirci nel cammino spirituale intrapreso Che consente di Crescere per affinare la Coscienza, gustare la Libertà e piatti della nostra vita un continuo gesto di amore.
Tutto cio E Racchiuso Nei tre Ultimi gesti di Gesù, il Quale ci invia e, per rendere fecondo Il Nostro viaggio, ci benedice, poi da buon pedagogo Scompare per esaltare Il Nostro impegno.
Da Quella collina, collocata verso Betania fuori di Gerusalemme, E Uscita la Chiesa che ha visto le mani citare Benedicenti e continua a gioire MENTRE annunzia Che Quella Benedizione sospesa tra cielo e terra veglia Ancora sul Mondo. 
Con QUESTI Sentimenti partecipiamo alla Messa di Oggi Ricordando in modo Particolare Le nostre mamme, il cui amore incondizionato e Il Più ​​fulgido e concreto Frutto del Cristo asceso al Padre. LR

                                                               I maggio

Il cristiano, e con lui la Chiesa Intera, E Chiamato a vivere la propria vita Venire proteso Tra due Estremi: da Una parte Egli E Immerso nella Vita Pratica, nda Problemi di Tutti i giorni, Tra mille bisogni, impegni di famiglia, di lavoro e quant altro ?? e legato tutto ?? Esistenza, dall ?? Altro, però, non Rimane abbarbicato solista al Presente, mA e proteso verso il futuro, Un futuro, Tra l ?? altro, Illuminato Dalla speranza Che Rende Più facile ed agevole delle Nazioni Unite presente molte Volte segnato Dalle rinunce, Dalle Difficoltà. e il destino, questo, anche della Chiesa Che e per SUA natura Pellegrina. Essa e in cammino Sulle strade del mondo, ma, ed e anche la lezione della Pasqua Che Ancora CI VIENE Resa Presente in QUESTE Domeniche, e in attesa di VEDERE Realizzata in modo compiuto la SUA speranza di salvezza per sé e per l ?? Intera umanità. CIO, tuttavia, non vuol dire Che ESSA non partecipi Tutti ?? Insieme delle Realtà Presenti , Cercando di Alimentare la Fiducia Facendo da Sostegno Ai Più Deboli, una Quelli che Hanno Più bisogno, il Che sperimentano la solitudine e la sofferenza. Senza dire Che ESSA STESSA SI TROVA una volte a interne scontare confronto e Tensioni, Vieni Già succedeva Nei Suoi Primi Tempi, Situazione a cui si riferisce la prima Lettura della liturgia domenicale Tratta Dagli Atti degli Apostoli, Quando un ridosso del Concilio di Gerusalemme, si trovavano una confrontarsi causa teologici Orientamenti, l ?? uno di Tendenza giudaica Che sosteneva la Necessità di conservare Certe prescrizioni ebraiche per Quelli che abbracciavano il cristianesimo, el ?? altro improntato maggiormente Tutti ?? Insegnamento di S. Paolo Che sottolineava l ?? originalità del Messaggio evangelico, nel Quale e Contenuto Già tutto Cio che Servire un caratterizzare il cristiano, cioè la conversione del cuore e la fedeltà al Vangelo. A ben VEDERE, Ancora Succede Oggi con Modalità diverse e con Oggetti di discussione e confronto di altro tenore, Nello Sforzo da parte delle Differenti Sensibilità Presenti Tutti ?? interno della Chiesa dei Nostri Tempi, di rendere Più IL MESSAGGIO attuale di Cristo, in modo Che tutti, ?? Fino Agli Estremi confini della terra ??, Passano sentirsi figli di Dio e Destinatari del Suo Progetto di salvezza. Lo Dimostra Il Dibattito Che si sta animando Intorno tutto ?? ultima esortazione Apostolica di Papa Francesco intitolata Amoris Laetitia, (La gioia dell ?? amore), sull ?? amore nella famiglia, colomba il Pontefice assegna ad ESSA un Ruolo Che risulta Ancora Più proprio Ricco in considerazione della Complessità dei Problemi Che ne attraversano l ?? Esistenza :. «La Bibbia e popolata da Famiglie, da Generazioni, da storie di amore e di Crisi Familiari» La «coppia Che ama e Generi La vita è la vera ?? Scultura ?? vivente, Capace di MANIFESTARE il Dio creatore e salvatore. percio l ?? amore fecondo VIENE annuncio Essere il simbolo delle Realtà intime di Dio ». Al di là delle prescrizioni e delle Norme regolatrici con cui Anche la Chiesa umanamente cerca di Regolare il Suo andamento, il Papa vuol Lontano Capire Che Anche per lei, sempre, C? ? e un Presente da da da da da rispettare con i Suoi Tempi e con le Sue problematiche. Tutti ?? interno della Comunità ecclesiale CI Sono tanti Suoi figli Nei Confronti dei Quali va maggiormente esercitata la virtù della Misericordia per Attendere Anche Quelli Che mostrano maggiore lentezza nel cammino dello Spirito e nda Confronti dei Quali Certe Disposizioni possono Rappresentare un Ulteriore freno. Pur Nella Presenza dell? ? Invito alla perfezione da parte della fede cristiana, c ?? e un legame con la storia, con la Realtà quotidiana Che non PUÒ Essere Tagliato, pena la Creazione di Altri steccati, di Altre Esclusioni. Osservare la Parola di Dio, come ci avvisa Il brano di Vangelo di S. Giovanni, non PUÒ ridursi annuncio un semplice richiamo moralistico tutto ?? osservanza dei comandamenti, ma Contiene l ?? Invito ad aprirsi un Dio, Presente nel Mondo con la Parola e, Quel che e Fondamentale, con la persona di Gesù, con l ?? Aiuto dello Spirito: ???? . Lo Spirito Santo Che il Padre Mandera nel mio nome, lui vi insegnerà Ogni cosa e vi ricorderà tutto Cio che io vi ho Detto ?? Al Culmine di questo cammino C ?? e il dono della pace: ?? vi do la mia pace? ?, dadi Gesù, Quella vera, ?? non vieni La Da Il Mondo ??. Li Conosciamo Quelli che annunciano ritmo Ad ogni torta ?? sospinto e poi non Fanno ALTRO CHE Creare confusione ed anche Altre tragedie. La comunione con Dio crea Ritmo , Perché Dio è solista amore e misericordia.

                                                                                                                                       SIGNORINA

                                                                       24 aprile
In questo domenica La Liturgia della Parola descriva l'Azione degli Apostoli, fondatori di Comunità, i Quali vedono Crescere il numero dei Fedeli per la feconda Azione dello Spirito. Nella Seconda Lettura, Tratta dall'Apocalisse, si riconferma l'impegno di Dio un detergere le lacrime dei Suoi Fedeli grazie alla Missione del Suo Figlio. Il passo del Vangelo Presenta Gesù impegnato a dettare il Suo testamento, lascito della SUA Presenza. Egli ha Appena lavato i Piedi Ai di Discepoli, i Quali avrebbero dovuto Comprendere il significato profondo del gesto da lui spiegato; invece i RISULTATI confortanti non Sono. Infatti Giuda ESCE, la SUA dipartita Rende Ancora Più scura la notte Fuori e dentro il Suo animo. La SUA e un'occasione di salvezza perduta, Esperienza Tante Volte Fatta dall'umanità QUANDO , Come l'apostolo, Si e sentita sola, immersa in pensieri Azioni Ed Contrari a Dio e ai di di di di fratelli. 
Intanto Gesù continua il Suo Discorso di addio, testamento spirituale Che Spiega Il senso della SUA Venuta. Giuda ESCE, ma Gesù continua ad amare, anzi ama Fino alla fine, ama perfino QUANDO IL DISCEPOLO Pensa di tradirlo. Gesù proclama il comandamento nuovo PROPRIO MENTRE sperimenta Una causa tradimenti: QUESTE citare parole vengono pronunziate DOPO Quello di Giuda, al Quale si accenna nel versetto 26, e prima di Quello di Pietro, riportato nel versetto 38.
Quanto Egli afferma E Anche Il Nocciolo della SUA gloria Perché conferisce senso alla Croce. A noi non Rimane Che amare non Quanto Gesù ha amato, risulterebbe impossibile per La nostra finitezza, MA Venire ha amato. Ecco perchè é un comandamento nuovo; La SUA reciprocità Rende Presente tra noi e nel Mondo il Risorto, Trasforma Spazi e Opportunità relazionali nel riflesso dell'amore di Dio. 
Gesù non intende lasciare un Messaggio di astratto amore per l'umanità, ma si riferisce alla concretezza della persona con la Quale ci accompagniamo, il Che e parte del Nostro quotidiano ed alla Quale indirizzare un gesto di amore Venire Lui sa Tariffa; annuncio CI Invita imitare Lo stile Tutto suo Fatto di tenerezza combattiva, gesti liberi e creativi Venire Quello di lavare di di di di i Piedi, la Disponibilità di amare per primo e in Perdita, Venire fa Lui MENTRE e impegnato un Raccontare della tenerezza del Padre. un diveniamo QUESTE Condizioni dei credenti credibili e, Venuto Paolo e Barnaba, rendiamo fecondo l'annunzio di Dio, il Quale non si Dimostra, ma si mostra.
Il comandamento dell'amore E nuovo Perché Cristo ci fa nuovi. Egli rinnova e Trasforma Noi e Tutte le Generazioni Perche, Grazie a Lui "Le cose di prima Sono Passate", Vieni asserisce l'Apocalisse, e questa unica eredità di Cristo consente di distinguere la Città di Dio anche Sulla Terra. non basta Più amare il prossimo Venire se Stessi (Mt 22,39), "Ma Venuto io vi ho amati"; Lo Chiede Gesù, modello ed anima del nostro amore, Lui, l'Emmanuele , Nostra speranza Perché Provvido Pellegrino in mezzo un Noi. 
                                                                                            LR
                                    Anno C IV domenica di Pasqua
Una delle immagini Più nota e maggiormente amate dal popolo Cristiano e Quella di Gesù raffigurato Venire Buon Pastore, categoria, Quella dei pastori, Che Insieme a Quella dei pescatori ha Grande Importanza Nei Vangeli. Infatti, Gesù Stesso se ne servono Anche per qualificare l? ? Azione evangelizzatrice dei Suoi Discepoli definendoli SIA Pescatori di Uomini, SIA Pastori di anime. Ed era Anche comprensibile Che nell ?? immaginario dei Seguaci di Gesù Fosse familiare la figura del Pastore Visto Che buona parte della vita del Maestro si svolse Nella Giudea, Una Regione Che per la maggior parte era un altipiano Piuttosto arido e sassoso e quindi Più Adatto alla pastorizia Che Tutti ?? agricoltura. D ?? altra parte l ?? . assimilazione di Dio alla figura del Pastore veniva da lontano Già nel Vecchio Testamento, Dio VIENE Indicato Venuto Il Pastore del Suo Popolo: "Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla"; ". Egli e Il Nostro Dio e noi il popolo Che pasce Egli", preghiamo Ancora Oggi con le parole del salmista e Il Futuro Messia VIENE preconizzato dal profeta Isaia "Come un pastore che fa pascolare il gregge e con il Suo braccio lo raduna; Porta Gli Agnellini sul seno e condurre pianoforte pian Le. Pecore madri " Questa figura TROVA poi la SUA Piena Realizzazione proprio in Cristo ed e Quella Che ci fa percepire noi Cristiani Uno dei Lati Più Umani e teneri del rapporto con Gesù: Egli e Il Buon Pastore Che va in cerca della pecorella smarrita; ettari compassione del Suo Popolo, Perché lo Vede ?? Venire pecore senza pastore ??. il brano del Vangelo di S. Giovanni Che VIENE Proposto Dalla Liturgia in questa IV domenica di Pasqua SEMBRA PROPRIO Voler Andare a fondo di questo rapporto Particolare Tra Gesù ei suoi Seguaci ricorrendo proprio alla similitudine del rapporto Tra Le Pecore. Il Pastore e Loro mettendo in risalto ALCUNE delle Caratteristiche di Gesù Buon Pastore La prima e La reciproca Conoscenza Tra pecore e pastore: ?? . Le mie Pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono ?? Anche questa Aspetto e particolare se riferito al tipo di pastorizia in uso in Israele. Capita Che in MOLTI posti Gli ovini allevati siano Soprattutto per le carni, MENTRE Presso Gli Israeliti Essi venivano allevati Specialmente per la lana e per il latte . Le Pecore quindi rimanevano per MOLTI anni con il Loro Pastore, per cui Poteva realizzarsi una specie di intesa Particolare Tra Loro, al punto Che Realmente Il Pastore finiva per Conoscere il Carattere di ciascuna delle Sue Pecore, Arrivando a chiamarle Anche per nome. e chiaro che Gesù vuol dire che Egli CONOSCE I Suoi Discepoli Ed essendo Egli Dio la SUA Conoscenza e ESTESA a tutti Gli uomini. Ma il rapporto di Tra Gesù e Quelli che credono in lui si concretizza in altro un Aspetto, nel Fatto cioè che Gesù e Il Signore delle Pecore citare in Giudizio e quindi QUESTE Gli appartengono e nessuno PUÒ portargliele via. Egli, infatti, Ê Disposto Una sfida la vita per le Sue pecore. Questo Sicurezza Fonda Anche La incrollabile speranza dei Suoi Discepoli ed e Quello che fa la Differenza Tra i pastori veri e Quelli falsi. QUESTI, infatti, Sono pronti Soprattutto un spendersi per la salvezza Loro e non per Quella delle Loro Pecore. ma Il Vangelo non stigmatizza solista le qualità del Buon Pastore, ma si sofferma anche Sulle qualità del gregge un lui Affidato:. un gregge Che sta Attento alla voce del Suo Pastore, lo ascolta, lo CONOSCE, lo segue Riesce a distinguerne la Voce Tra mille Altre, né si Lascia trasportare da Quelle Che Apparentemente Sembrano Più carezzevoli, piu Piene di lusinghe, il Che Spesso si rivelano ingannevoli e inconsistenti. Il Cristiano e colui che Opera Le Scelte citare in Giudizio di Base di Sulla di della Parola di Dio Perché i L ?? Unica non Fallace, l ?? Unica che da Cio che Promette. SIGNORINA

Papà Francesco Nella SUA ansia pastorale e nello Spirito dell ?? anno della Misericordia ha donato alla Chiesa Una esortazione apostolica Che in nove capitoli comunica i RISULTATI del Recente sinodo.

La gioia dell ?? amore Nelle Famiglie E Giubilo per la Chiesa e coinvolgente speranza per l ?? umanità. Con questo Spirito nel I capitolo Egli raccomanda Una Lettura Attenta alla luce della Sacra Scrittura. Nel II Tratta della Realtà delle Famiglie e delle tante SFIDE con le Quali SI DEVE confrontare per il marcato mutamento antropologico e culturale in Atto. nel III Francesco   si si rivolge lo sguardo a Cristo per delineare la Vocazione della famiglia sintetizzando l ?? Insegnamento della Chiesa sul matrimonio. nel IV, parafrasando l ?? inno paolino della Carità, in modo Molto Lirico il papa descriva le Modalità dell ?? Amore Tra Coniugi predisposto alla p azienza per irrobustire l ?? atteggiamento di Benevolenza, antidoto Ad ogni sentimento d ?? INVIDIA uN uN rapporto paritario Che non ricerca Motivi di vanto Individuale, ma con delicata ATTENZIONE Pratica, se Necessario, un generoso distacco per Superare Qualsiasi tentazione di Violenza interiore, pronti al Perdono con gesti Che trovano NEGLI altri Motivo per rallegrarsi. E ?? La ricetta per c rescere serenamente Nella carità coniugale, nel Generosi Mettere per l ?? Intera vita tutto in comune e gustare Così la Profonda gioia Che scaturisce Dalla bellezza dell ?? anima.

Nel V capitolo si descriva Venire l ?? amore diventa fecondo; MENTRE nel VI l ?? esortazione diventa Più operativa e descriva ALCUNE Prospettive pastorali per annunciare il Vangelo della famiglia guidando i fidanzati nel cammino di Preparazione al matrimonio, senza dimenticare il Che per la Comunità cristiana Sono una preziosa Risorsa per rinnovare il tessuto del Corpo ecclesiale. Nel Capitolo VII Francesco richiama La Necessità d ?? l ?? incrementare Impegno per l ?? Educazione dei figli Nella Prospettiva di trasmettere la fede.

Il Capitolo VIII probabilmente richiama Maggiore ATTENZIONE Perché si Propone di accompagnare, discernere e Integrare la fragilità Umana, causa di tanti Fallimenti matrimoniali. Il papa assegna Ai Di Preti Il Compito di aiutare chi intende incamminarsi Sulla via del discernimento Secondo l ?? Insegnamento della Chiesa e Gli Orientamenti del Vescovo, garantendo Condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa. Percio, citando l ?? Evangelii gaudium , raccomanda di non Trasformare il confessionale in sala di tortura e Ricorda Che l ?? . Eucaristia «non e un premio per I Perfetti, ma un generoso Rimedio e alimento ONU per i Deboli » La storia della Salvezza percorre la via caritatis, prima legge dei Cristiani; ESSA ?? COPRE Una moltitudine di peccati» Venire si legge in 1 Pt 4,8.

E ?? La logica di base della Misericordia pastorale MENTRE SI Continua a proporre l ?? Ideale pieno del matrimonio. DOPO AVER Preparato il terreno annuncio Una Apertura Alla Speranza di Misericordia, Francesco Invita i Fedeli Che Vivono Situazioni complesse un capitolo colloquiare e col IX CHIUDE L ?? esortazione affrontando la specificità della spiritualità coniugale e familiare. Il papa descriva Gli Effetti della comunione soprannaturale Che Generi Unità sé, ponendosi in preghiera, ci si fa illuminare Dalla Pasqua. Così è possibile Comprendere nella SUA interezza la Portata di un amore Esclusivo Liberamente Donato, la confortante Carezza di una spiritualità pronta a farsi Carico dell ?? altro curandolo in Caso di bisogno, consolando nei momenti di dolore, stimolando l ?? impegno per non perdere la Speranza nella Consapevolezza Che se nessuna Famiglia e perfetta, Tutti . Hanno la possibilita di Crescere tramite un Graduale Sviluppo della Capacità di amare L ?? Esperienza quotidiana Conferma Che Le nostre relazioni con la clientela non Sono interpersonali perfette Perché purezza d ?? Intenzioni e Coerenza abitano solista nel Cuore del Padre; Ecco perchè non bisogna giudicare con durezza chi sperimenta Le conseguenze della propria fragilità. Ma nel continuare il viaggio della vita Sulla via di Gerico non dobbiamo perdere la speranza per il peso dei Nostri Limiti, infatti, Il padre si accontenta della Nostra Disponibilità Una Ricercare la Pienezza del Suo amore e della SUA comunione.                                                                                                                                   LR

PER UN MAGGIORE APPROFONDIMENTO Si rimanda ALLA NUOVA CARTELLA "AMORIS LAETITIA" in intestazione Indicata.

                                10 aprile III Domenica di Pasqua.
Al centro delle liturgie di QUESTE Domeniche di Pasqua Troviamo costantemente la figura del Signore Risorto, Anche se le Prospettive Sono Diversi, Una seconda degli Scritti del Nuovo Testamento che ce lo propongono. E L'onda lunga della Pasqua Che continua ad effondersi Su di noi , ne rinnova in Qualche modo l'atmosfera Particolare che ci ha pressoché avvolti nei giorni che ABBIAMO meditato sul passaggio di Gesù Attraverso il mistero della SUA passione, morte e risurrezione, Mantiene Viva la Nostra ATTENZIONE verso la Chiesa di Cristo che Si muoveva i primi Passi di un cammino Lungo SECOLI e SECOLI per Portare a tutti Gli uomini la salvezza Realizzata da Dio Attraverso il Suo figlio, scrivendo Così una storia, Quella della costruzione della Città di Dio, Venire la chiama S. Agostino, Basata su Dio Che ama l 'umanità Fino a donare se Stesso per lei. Tre brani, Quelli che vengono Proposti all'attenzione dei Fedeli, Tutti e tre Tratti dal Nuovo Testamento, nda Quali CI VIENE Presentata la Chiesa nascente, il Che un Differenza di quella Che ABBIAMO considerato Nelle Letture di domenica scorsa, quasi Ancora nascosta in casa per timore delle Reazioni dei Giudei, vistisi sconfitti Dalla notizia Che Cristo era risorto, in questa terza domenica la Troviamo Già proiettata all'esterno, conscia del grande Compito di dover diffondere il Messaggio di Gesù e Pronta ad affrontare Anche le Sofferenze in nome di Lui. Così Gli Atti degli Apostoli, che vengono Chiamati "Il Tempo della Chiesa" ci presentano la predicazione degli Apostoli che sare da un lato sperimenta l'accoglienza delle folle, dall'altro Tariffa svi I Conti Anche con il Rifiuto e l'Opposizione della classe dirigente, Soprattutto Quella religiosa; . Rifiuto Ed Opposizione Che si va man mano trasformando in aperta Persecuzione Al Centro di questa C'è il Rifiuto di Dio e del Progetto di salvezza Realizzato in Gesù, e il che Gli ebrei, peraltro Molto Religiosi, non Sono riusciti a cogliere Nella persona e Nelle parole del Maestro di Nazareth. per questo i Sacerdoti "fecero flagellare Li (Gli Apostoli) e ordinarono Loro di non Parlare nel Nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà ". questa conclusione ci fa intravedere quasi la soddisfazione del Sommo Sacerdote che Pensa di Avere regolato i conti con Quella banda di esaltati ed Avere, in questo modo, chiusa la Faccenda. Tutt'altro, le persecuzioni diverranno sempre Più Feroci, ma. nulla possono Nei Confronti dei Portatori del lieto annunzio Uno scrittore cristiano latino, Tertulliano, Meno di Un secolo DOPO I fatti raccontati Dagli Atti degli Apostoli Dira:. "Il Sangue e seme di Cristiani" Una Missione, quindi, Quella della Chiesa, Il Che non conoscerà mai sosta né bene, non per pregio e Virtù propri, ma Perché con lei C'è la Presenza continua, effettiva e reale del Suo Fondatore, Cristo. PUÒ prescinderne non, Anche se, per assurdo, lo volesse. Rischierebbe , Venire i Discepoli della pesca miracolosa raccontata dal Vangelo di Giovanni, di Compiere un lavoro senza Frutto, di RITORNARE un RETI Vuote e, Soprattutto, di gettarle Dalla parte sbagliata. Essi erano proprio del mestiere. Intanto, il Fallimento insegna Loro che devono porsi in ascolto e SEGUIRE Gli Insegnamenti di Gesù. Insieme a non Solo lui arriva il Successo, ma riescono Anche a reggerlo, cosa non sempre agevole:. "e benchè fossero tanti (ben 153 grossi pesci), la rete non si Squarcio" Spesso nel leggere questo brano dell'evangelista Giovanni Si e presi Dalla meraviglia del Miracolo e sfugge un Aspetto puro presente nell'episodio ed e Quello della grande Sensibilità Umana di Gesù; CI VIENE Presentato il Signore Che, Davanti al fuoco, prepara la colazione Ti Ai Suoi Discepoli, un po 'di pesce l'ha Messo lui Sulla brace, ma Vuole Che ne Portino altro di Quello Appena pescato da Loro: "Portate un po'. del Pesce Che Avete Preso ora " un Gesù, si potrebbe dire, conviviale, aperto, Che discorre con i Suoi amici, il Che SI INTERESSA AI Loro Problemi, si Lascia coinvolgere nel Loro lavoro, Attento ai Loro crucci. un po 'l' immagine di Chiesa che Papa Francesco, Anche con la Recente esortazione post-sinodale Sulla famiglia., cerca di partecipare a tutti i Cristiani . una chiesa Nella Quale vige il primato dell'amore Del resto, l'argomento di esame che Gesù fissa un Pietro per poterlo promuovere verte proprio Sulla SUA Capacità di amare: "mi ami tu Piu di costoro", Chiede prima di affidargli le causa Pecorelle. L'unico titolo Che Giustifica l'Autorità E quindi l'amore Più Grande.
SIGNORINA 
Continua La Riflessione di Luigia Carbone Sulle parabole
                                           IL SERVO Spietato (Mt 18, 23 - 35)
La parabola del servo spietato E contenuta nel Vangelo secondo Matteo e si configurazioni Come una similitudine del Regno dei Cieli dal Momento Che principia con l'Espressione << Il Regno dei Cieli E un similitudine ... >>. Il contesto della parabola dei Dati e. da Gesù che parla Ai Suoi uditori del Perdono e Pietro Gli Chiede se DEVE perdonare Fino a sette Volte Il fratello Che sbaglia Nei Suoi Confronti Gesù Allora Risponde emblematicamente :. << non ti dico fino a Bon Bon sette Bon Bon, ma fino a Bon Bon Bon Bon Sette Settanta Volte >> DOPO di che introdurre la parabola del servo spietato. Essa riferisce di un re servo Che condona un Debito di un Suo, nonostante si Tratti di Una grande somma di Denaro, Perché QUESTI non possiede il quantitativo Necessario. Il servo , in un Secondo Momento, si ritrova nelle Condizioni di Dover riceve del Denaro da un Suo compagno, servo sempre del Re, mA Anche QUESTI non ha la possibilita di estinguerlo. Diversamente da Quanto accaduto in precedenza, il primo servo non si Dimostra magnanimo con il Suo compagno e addirittura lo fa rinchiudere in Prigione fino a Bon Bon Bon Bon QUANDO non Sara a Grado di estinguere il Suo Debito. un Punto questo, gli altri Servi, dell'ingiustizia Consapevoli, riportano l'accaduto al re Che prontamente punisce il servo , avendo dimostrato QUESTI, Attraverso il Suo atteggiamento, di non Essere Realmente Degno della grazia ricevuta in precedenza. La Somma Che il re condona al primo servo, diecimila talenti, Assumere Solo Un Valore iperbolico non, simbolico ma Soprattutto, in Quanto Mette in risalto La Gravità incommensurabile del Debito Che l'uomo contrae con Dio Una causa del peccato. La seconda Somma di Denaro, Che L'Altro servo DEVE restituire al primo, invece di e inferiore Ai di Diecimila Talenti (SI Tratta di Cento denari, Uno Corrispondenti Una giornata di paga dell'epoca), ma risulta Essere eccessiva per le Sue possibilita. Essa simboleggia i peccati degli Uomini verso i propri Simili. Cio che risalta E che non ritroviamo la medesima bontà che il re AVEVA Avuto Nei Confronti del primo servo, ma addirittura Una certa prepotenza e arroganza da parte di quest'ultimo Nei Confronti del Suo compagno. Il re quindi simboleggia Chiaramente Dio ei suoi servi rappresentano l'umanità. Cosi Come il re si Dimostra Magnanimo con il primo servo, anche QUESTI avrebbe dovuto Tariffa LO STESSO con il Suo compagno, trovandosi, Tra l'altro, Una Una circostanza del tutto simile. 
Alla misericordia divina, quindi, VIENE contrapposta l'intransigenza degli Uomini verso i propri Simili e cio FA SI ​​Che diventi impossibile Ricevere da dio IL Perdono Dei propri peccati. Egli non PUÒ perdonare il peccatore Che non Dimostra il Suo pentimento, il Suo Cambiamento e. Cio che ha appreso Dalla sua Esperienza L'Insegnamento della parabola e quindi Evidente:. non Si Può auspicare al Perdono divino, se non Si e pronti a tendere la mano verso il prossimo, Anche di fronte una mancanza di una certa Entità Il Perdono quindi E Il punto focale del racconto, mA anche Una tematica Molto delicata. 
Dalla parabola si evince Che Non E un gesto di assoluzione di un Senso Unico, cioè soltanto di Dio nda Confronti degli Uomini, ma un gesto Che DEVE attuarsi in primo Luogo Tra Gli Uomini Stessi. L'uomo però fino a Bon Bon Bon Bon Che Punto e Disposto un perdonare? Questo un mio Avviso e Uno spunto di Riflessione sul Quale la parabola Invita un Porre l'accento, Anche se indirettamente. Il Perdono e Una Condizione Essenziale per Poter accedere al Regno dei Cieli, ma l'Esperienza insegna Che non e Così semplice o immediato concederlo, Soprattutto di fronte a Situazioni Sensibili. Vieni Muoversi in QUESTI Casi Allora? Dal mio canto credo Che il Tempo SIA uN Fattore determinante, purche SIA impiegato Venire Strumento di Riflessione, di Crescita Personale, di revisione interiore e conseguentemente di Cambiamento con l'auspicio di Una vera e propria conversione. Se non PUÒ identificarsi sempre Venire Elemento risolutore, il Tempo e quantomeno un mezzo Che ci permette di Mettere in Discussione Noi Stessi, riconoscendo Quei Limiti Che Tutti possediamo e che non devono dividerci dall 'altro, ma lui avvicinarci Nazioni Unite, in Quanto Nostro prossimo, cioè colui Che non e alieno da noi, ma che è un Noi Vicino Più di Quanto crediamo di Sapere. di conseguenza, la DISTANZA Che ci separa dall'altro non e Che fittizia e, Anche se agiamo in modo contrastante, non POSSIAMO Restare nelle Condizioni di biasimare l'altro per sempre, Perché C'è un filo conduttore Che ci tiene uniti irrimediabilmente: L'Essere figli Tutti dello Stesso Padre.
                       L'AMICO CHE DOMANDA (Lc 11, 5-8)
La parabola Dell'Amico Che Domanda e presente nel Vangelo secondo Luca, ALL'INIZIO del capitolo 11, DOPO L'Insegnamento del Padre Nostro, cui è collegato, e fa riferimento ad un tema particolarmente caro all'evangelista, ovvero La Preghiera cristiana. Gesù racconta di un uomo che, nel Cuore della notte, Bussa ripetutamente alla porta di un Suo amico, finchè QUESTI, sebbene inizialmente recalcitrante, Gli APRE e Gli Dà Cio che Vuole, ovvero dei pani Che sarebbero Serviti per ristorare un amico dell'Uomo Appena tornato da un Lungo Viaggio. La parabola Termina con un'esortazione di Gesù Molto esemplificativa per i Suoi uditori << Chiedete e vi Sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi Sarà aperto >>.
Oltre alla preghiera cristiana, un altro punto focale del racconto e l'amicizia. Non Si Può non considerare infatti Che i Protagonisti della vicenda Sono Tre uomini E che ognuno di posta amico dell'altro. Il Primo e proprio colui che torna dal Viaggio E Che indirettamente e Il motore della vicenda; . se non Fosse Stato per Lui L'Altro Uomo non si sarebbe recato Dall'Amico quella notte . Questa prima Situazione, InOLTRE, Mette in risalto IL CONCETTO di Accoglienza nda Confronti Dei propri fratelli Il secondo e L'uomo che Domanda, il Quale rappresenta l'insistenza della richiesta, ma Anche la certezza dell'esaudimento. e 'colui Che Si reca nel Cuore della notte, Una fase del giorno poco consona alle visite, dal Suo amico per CHIEDERE Aiuto e non smette finchè non ottiene un riscontro positivo. Tale atteggiamento non si sarebbe Verificato nel Momento in cui QUESTI non Fosse Stato Certo di Avere Una Tariffa Che con un Suo amico, verso cui il Grado di confidenzialità e Molto alto, e non estraneo delle Nazioni Unite , e in questo che si esplica la certezza dell'esaudimento. un Ultimo Troviamo l'uomo importunato che, nonostante tutto, non si sottrae alla richiesta rivoltagli D'Aiuto. I tre Diversi comportamenti assunti Dagli Uomini Fanno Riflettere su Quello che è o dovrebbe Essere un vero amico, ovvero: un Punto di Riferimento cui rivolgersi nel bene e nel male, pronto ad Esserci anche quando le Condizioni o le Situazioni non lo rendono Facilmente attuabile.
La parabola Prende il via e si incentra pertanto sul Comportamento Umano, per poi disvelarsi nel Concetto di preghiera e nel Suo significato. L'insistenza Che sta alla base di di di di Comportamento del Dell'Amico Che Domanda DEVE Essere Presente Anche Nelle Preghiere Che L 'Uomo si rivolge a Dio, Vale a dire il Che e opportuno perseverare Nella preghiera e rimanere Costanti nel FARLO, Soprattutto QUANDO SEMBRA Che speranze Siano non ci, Perché nulla Rimane inascoltato dal Signore. Dio però non agisce Venire amico delle Nazioni Unite, Nella parabola infatti Nessuno si fa metafora del Signore; io Protagonisti sono uomini SIA dentro Che fuori il racconto. Dio è Molto di più e, Ancora Una Volta, e La SUA immensa bontà Che lo qualifica: Egli e sempre Disposto un Venire incontro all'uomo , e L 'uomo che non lo e sempre nia Suoi Confronti. la Preghiera Costante Allora non Servire un Dio ma un noi, affinchè Il Nostro Cuore SIA pronto per cogliere la SUA infinita grazia. Pregare non equivale a CHIEDERE di per sé, ma per Chi è un Noi prossimo Ed ha bisogno. L'uomo che importuna il Suo amico, infatti, non Chiede per sé ma per il compagno da ristorare. L'atteggiamento Dell'Amico Che VIENE importunato E Fortemente stridente con Quello divino, quindi, Ancora Una Volta e del tutto Umano. Ma proprio questa dicotomia fra la Reazione Umana e Quella divina, Mette in luce l'immenso amore di Dio verso Gli uomini. per Dio Nessuno è importuno, riceve un qualunque ora e non s'infastidisce mai QUANDO VIENE Cercato. 
La parte finale della parabola, Allora, non e Altro Che la Conferma della sconfinata Disponibilità del Padre ad esaudire le Richieste dei Suoi figli, un incoraggiamento a perseverare Nella preghiera ea confidare in Lui, il Che e sempre pronto a osare un Chiede chi, Lontano delle Nazioni Unite. trovare un chi cerca e ad APRIRE UN chi bussa alla porta SUA Tutto Essa puo però Alimentare un grande Dubbio: se Dio ascolta sempre le Preghiere dell'Uomo, Perché non vengono costantemente esaudite? e 'Una Riflessione lecita Che A Sua Volta predispone Una Considerazioni. Più profonde un mio Avviso, Una chiave di Lettura Emergere Già da Quanto e Stato analizzato sopra, Ossia il significato di preghiera; per il resto, per Quanto a Volte SIA Molto delicato o difficile pensarlo, bisogna ricordarsi di Restare umili verso la Volontà del Signore : non sempre potra Essere affine alla nostra, ma Egli sa Cosa è giusto per La nostra salvezza. 
                                IL FIGLIO CHE Chiede DA MANGIARE 
Questa parabola segue Quella relativa all'amico Che Domanda, per cui e collocata nel Vangelo secondo Luca (11,11 - 13), ma e presente Anche nel Vangelo secondo Matteo (7, 9 - 11). Il contesto di Riferimento E rappresentato sempre dal tema della Preghiera, il Che per Gesù assume un ruolo e dai ricercatori e Dai Ricercatori e Dai Ricercatori e Dai Ricercatori di Massima Importanza, in questo Caso però l'attenzione posta Volta al Rapporto Confidenziale padre - figlio. 
La Domanda che fa da Elemento portante al breve racconto di e contraddistinta da Una serie di opposizioni. Un figlio affamato Chiede da Mangiare al padre e, in senso retorico, Gesù Domanda se il padre potra mai osare l'Opposto al proprio figlio RISPETTO un Cio Che Gli VIENE Chiesto:. Una pietra al posto del pane, Una serpe al posto del pesce o Uno scorpione al posto di un uovo Per Gesù e impensabile Che un padre Venga Meno Alle Richieste del figlio affamato, ancor Più Il Signore, il Che e prima di tutto Padre, non PUÒ ricusare lo Spirito Santo a chi glielo Chiede pregando, non PUÒ nON APRIRE uN chi bussa alla porta SUA. L'Insegnamento precipuo della parabola, però, posta innanzitutto Quello di Comprendere il vero significato della preghiera prima di effettuarla , evitando di sperperare il Suo Valore con Richieste essenzialmente Materiali o Personali.
                                         Il giudice iniquo (Lc 18, 1-8)
La parabola del Giudice iniquo, conosciuta Anche Venire la parabola della vedova insistente o del Giudice e Della Vedova, e contenuta nel Vangelo di Luca. Venite per la parabola Dell'Amico Che Domanda e del figlio Che Chiede da Mangiare, anch 'ESSA E incentrata sul tema della preghiera. In questo Caso, però, l'attenzione posta alla volta "Necessità di Pregare sempre, senza stancarsi mai", Venuto LO STESSO Evangelista Riporta poco prima del racconto.
I protagonisti della parabola Sono un giudice e Una Vedova. Il primo VIENE Continuamente importunato Dalla Donna Che Vuole ottenere Giustizia e, nonostante QUESTI SI dimostri Più Volte recalcitrante Nei Suoi Confronti, alla bene fa il proprio dovere, Più per Liberarsi della molestia Che per un sentito Trasporto. Il giudice e descritto Venire la figura tipica dell'empio, il Che non teme Dio e non si cura del Suo prossimo, MENTRE La vedova non e Disposta annuncio Accettare l'ingiustizia di cui e Vittima e insiste Fino alla fine, Perché L'insistenza posta L'unica arma Che ha Una propria Disposizione. 
Cosi Come la vedova di e perseverante Nella SUA richiesta, allo Stesso Modo L'Uomo DEVE Essere insistente Nella preghiera anche e Soprattutto se questo tarda ad Essere esaudita. Non bisogna mai perdere le speranze e cercare di Avere sempre un atteggiamento Costante e fiducioso nel rivolgersi un Dio. Egli, nonostante il ritardo, FARA Giustizia Agli Uomini e lo fara "prontamente". Questo e l'uso Che originariamente VIENE Fatto della parabola. Attualmente e utilizzata per Spiegare il ritardo della parusia, ovvero della Seconda Venuta di Cristo. L 'attesa ha Motivo di Essere e non e segno di indifferenza da parte del Signore, ma di misericordia, Perché Egli Vuole Il coraggio a tutti Gli uomini la possibilita di convertirsi. 
Nella Tradizione liturgica Oggi è la Domenica in Albis, Così Chiamata Perché La Bianca giacca-del battesimo veniva mostrata riconoscenti per la grazia ricevuta. Altri tempi a giudicare da un particolare del Quale Sono Stato testimone ieri pomeriggio Nei pressi del botteghino del cinema. Entrano dei Ragazzi, non del Nostro gruppo, e nell ?? osservare la locandina si rendono Conto Che la trama del film avrebbe fatfo Riferimento annuncio argomenti per Loro irrilevanti, superflui RISPETTO al Loro quotidiano!
MA e proprio così?
Il Vangelo di Oggi descriva Una Stanza Chiusa, delle Finestre sbarrate, un ambiente saturo di paura e dall ?? Aria viziata, Situazione e contesto non molto distante da Quanto l ?? E umanità abituata a sperimentare. 
Il Passo proclamato Durante la Messa fa riferimento ad un uomo che si segnala differenziandosi Dagli Altri. E ?? Tommaso, un galileo radicale, idealista, cocciuto, pragmatico, Attraversato da un Dubbio Generatore Dalla concretezza del Suo Essere Razionale. Ha trascorso Gli ultimi mesi Nella Compagnia di Gesù, sa Che è morto ed ora vogliono Gli Lontano credere Che E possibile godere della SUA Presenza nia fratelli. Assurdo: è un Suo discepolo, ma non PUÒ Essere testimone di Cio!
Intanto i Suoi compagni di avventura, Che Hanno Condiviso con lui l ?? Esperienza unica di frequentare il Maestro di Nazareth, sono stati Protagonisti di un Fatto  
Eccezionale:. Hanno incontrato di nuovo Gesù, Che Si e manifestato per invitarli ad Una Missione di pace promettendo Loro lo Spirito Devono diffondere Nella Terra il Perdono di Dio, essenza del Suo respiro Perché e Padre. Ecco la nuova e prima evangelizzazione: fermarsi Presso Gli ultimi, i Deboli, i malati, i sofferenti, i peccatori e perdonare!
Ma i Discepoli non Hanno Ancora Ben Compreso: Otto giorni DOPO Sono Ancora Li al Chiuso, storditi Dalle parole udite, ma titubanti, Incerti, impauriti: Hanno ascoltato, ma non Hanno capito!
Gesù, Paziente, si mostra di nuovo per incoraggiarli. Questo Volta e presente Anche Tommaso al Quale il Maestro si Propone per sciogliere i Suoi Dubbi. Da grande educatore E Consapevole Che DEVE da da da da rispettare I Tempi di Maturazione di OGNI psicologia. Gli mostra Le Ferite e lo AIUTA Una Capire.
La Resurrezione non annulla la Croce Perché noi saremo Quello che siamo Capaci di plasmare Facendo fruttificare I nostri talenti. Le piaghe mostrate Sono incontrovertibili testimoni dell ?? amore salvifico, vendita e lievito per la nostra vita. (LR)  
                               3 Aprile Anno C - II domenica di Pasqua
Le Domeniche Che seguono la Pasqua, Nella Liturgia, vengono INDICARE con l'Espressione "Domeniche di Pasqua" e non "Dopo Pasqua". Sembra un Particolare di poco Conto, invece ha SUA Una ragione. Tutte QUESTE Domeniche, infatti, Sono un ' Espressione Piena della Pasqua di Risurrezione Che ABBIAMO da pochissimo celebrata, quasi un segnare, le Domeniche, tante tappe sul cammino della speranza Iniziato con l'evento unico ed irripetibile nella storia dell'Umanità, la risurrezione di Cristo, un suggello del patto di salvezza concepito da Dio. nel passato, nell'azione pedagogica della Chiesa Si e insistito, forse troppo, sull'obbligo precettistico di partecipare alla Messa domenicale. Questo gesto HA MOLTI Portato Cristiani Una Pensare alla Partecipazione all'Eucaristia Venire L'Unico Ed Anche Isolato Che caratterizza Il giorno del Signore - This, infatti, e Il significato della Parola domenica - giorno Che appartiene al Signore Perché e Il giorno della Nuova Creazione, un tempo inaugurato Dalla risurrezione di Gesù, tempo che sfocia nell'eternità. Si e Così privilegiato L'Aspetto dell'assolvimento ad un Obbligo, Come un dovere dal Quale bisogna Liberarsi, Quasi una Tassa da Pagare un Dio, Facendo Passa Una nel Secondo pianoforte l'Aspetto Più vero e significativo di un giorno in cui il Battezzato, L'uomo Rinato per mezzo della morte e risurrezione di Cristo, posticipare un gesto di salvezza per sé e per i fratelli, chiunque Siano Essi. I segni del pane spezzato e del Sangue versato sono Il Punto di Partenza della testimonianza concreta dei Cristiani verso i fratelli Loro Più Deboli, Più Poveri, Ammalati Più nel Corpo e nello Spirito, more soli. Ed e Dalla fede Nella risurrezione che i Cristiani, SIA Venire singoli che Venire Comunità, Venire chiesa, trovano l'Impulso e la forza, ma Anche il carisma, per Tariffa tutto cio. Dalla parte risurrezione Anche la storia della Chiesa, Una storia lunga e tormentata, ma mai priva della Presenza di Cristo. Lo AVEVA affermato lui Stesso, DOPO la risurrezione e QUANDO Anche qualcuno dei Suoi nutriva Qualche Dubbio Sulla verità della notizia Che . SI diffusa epoca Al Momento di affidare Ai di Discepoli il Mandato di continuare la SUA opera di evangelizzazione e per liberare il Loro animo da OGNI forma di timore Disse Loro: "Andate dunque e ammaestrate Tutte le Nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando Loro ad osservare tutto Cio che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi Tutti i giorni, Fino alla fine. del Mondo " Ed e Il dono della Missione, concesso Perché Lui Stesso era Stato l'Inviato. del Padre Ce lo Ricorda S. Giovanni nel brano di vangelo Che si proclama in this II domenica di Pasqua: «Pace a voi . Venga il Padre ha Mandato me, anche io mando voi» Immediatamente prima, racconta Giovanni, AVEVA Presentato le Sue credenziali - e Che credenziali! - Ai Suoi Discepoli Che erano rannicchiati nel cenacolo, schiacciati Dalla paura, temendo la Reazione dei Giudei di fronte alla notizia Secondo la Quale Il Gesù Che avevano accusato, torturato, ucciso e Messo in croce, era Risorto, autentico un smacco Della Loro superbia e cattiveria, Che metteva a nudo Tutte le Loro falso macchinazioni per mandarlo a morte: "Venne Gesù, Stette in mezzo e Disse Loro:". ritmo voi un " . Detto this, mostro Loro le mani e il Fianco Segni Inconfondibili della SUA identità Che li AVEVA Spinti una liberare finalmente la gioia: ". ei Discepoli gioirono al VEDERE Il Signore" In piu c 'epoca Quel saluto: "Pace a voi", ripetuto quasi con insistenza Anche QUANDO, DOPO una settimana, arriva Il drittone di Tommaso, al Quale non era proprio Scesa Giù la Faccenda di Quel:. "ABBIAMO Visto il Signore" Egli reclamava le stesse credenziali Già Offerte Agli Altri, con un supplemento di prova Fatto per PERSONE smaliziate:. doveva Toccare con mano Gesù non arretra, né si infastidisce, ripete: "un voi ritmo" e poi fissa le coordinate della fede: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; ! beati Quelli che non Hanno Visto e Hanno creduto ." Rimane senza parole Tommaso, TRANNE quell'accorato Quanto invocante Atto di fede di fronte all'evidenza: ". Mio Signore e mio Dio", nel contempo una richiesta di Perdono . Il tutto Nella linea della Pasqua SIA per Tommaso Che per noi La Pasqua, infatti, a tutti RISPETTO Gli uomini DISPONE di tre Elementi Essenziali :. la Pace, la Gioia, il Perdono QUANDO vengono da Dio Sono indistruttibili e incondizionati, il Tutti e tre Passano Attraverso Il Cuore di Dio infinitamente Misericordioso. 
SIGNORINA
                                                        BUONA PASQUA
Noi siamo Cristiani Perché dal Sabato sacro della legge antica siamo Passati al Giorno del Signore. Se E avvenuto this epocale Cambiamento vuol dire Che in Quel primo giorno della settimana Qualcosa di particolare e veramente avvenuto. Cosa? 
Sappiamo Che Maria di Magdala corre nel buio di un giorno Ancora incerto Spinta dal Suo cuore irrequieto, SA solista Che non ha paura. E QUANDO L'alba sperimenta il Suo incontro di Pasqua. Lei e la prima Perché ha amato intensamente e la STESSA Esperienza capite chi un Più DEGLI ALTRI ha amato il Maestro :. Le Donne, Pietro Giovanni Essi Sono partecipi non di un'apparizione gloriosa, ma constatano Che un sepolcro vuoto E Nella brezza mattutina. 
E Capire non facile; infatti Sulle prime si Pensa Che Hanno Portato via la salma per cui have been privatizzazione also di un Corpo per piangere. ; Tuttavia INIZIA Una Corsa E La Loro ricerca: fa capolino l'idea di una cosa grandiosa pur Nella confusione dei Segni, si COMINCIA Una considerare l'Esperienza e la Situazione Nella Quale si trovano alla luce delle Scritture, si evocano frasi pronunciate da Gesù QUANDO erano Ancora in Galilea. Del resto, Posati teli, Sudario Piegato con cura Sono Tutti Segni Che non vi e Stato un furto. Si convincono Allora Che Una forza misteriosa ha liberato Quel Corpo dal Sudario e da Gesù e Stato Rimosso il velo opprimente della morte . 
La ricerca di un Corpo assente continua :. E UN Fatto Che stimola La Ragione Ed Illumina La fede Senza cadavere non c'e morte, Allora Questo e Stato Vinta Almeno una volta, quindi E possibile sconfiggerla e con ESSA Il Male Che l'ha Generata.
Incomincia, correndo con QUESTE donne e con QUESTI Discepoli, Anche per noi la possibilita di caricarci Di Una energia di bene Fatte di piccole cose, ma Sono tanti gesti alla multa vincenti Perché compiuti da Uomini e Donne nati di nuovo Nella mattina di Pasqua Quando, Venire Maria, al sentirci chiamare per nome rispondiamo Rabbunì, riconoscendo Che Egli non solista e Il Risorto, ma Anche la Risurrezione Che ora ci appartiene, Forza Che ci Proietta verso una luce luminosa e senza fine.
Il passo del Vangelo proclamato E un particolare e specialissimo racconto storico :. Narra di un Fatto Che, per comprenderlo, va collocato al di là della storia dei mortali e Così accende la speranza in Una Esistenza Che va Oltre la Condizione mortale Esse indica la Realtà della promessa che solista Dio PUÒ mantenere Perché evoca Gesù, immagine di Dio in terra, Venuto il Risorto, l'immagine dell'Uomo a Dio; perciò I Nostri auguri sono fecondi Infatti, con Cristo Risorto Fiorisce la nostra fede, rinasce la speranza , l'amore diventa vita.

Schema Relativo alla catechesi parrocchiale di ricerca ?? anno dal titolo: Il racconto della Misericordia di DIO

    Si tiene OGNI Alle 16,30 del Sabato minerale Venire Preparazione alla Settimana di Santa.

 I Partecipanti Sono invitati a munirsi di Vangelo per SEGUIRE In modo Attivo e partecipato alla Esegesi delle parabole.

Site Map