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                                              Cristo Re 2015
Con la solennità di Cristo Re dell’universo si chiude l’anno liturgico del ciclo B, iniziato con la prima domenica di avvento del 2014. È una festa, stando alla storia della sua istituzione, non  molto antica liturgicamente,  anche se il titolo di Re a Gesù compare alcune decine di volte nei vangeli e, può apparire paradossale, avviene specialmente nei racconti della passione, quando lungi dall’assumere sembianze di re, Gesù si presenta come il più derelitto degli uomini e, per di più, trattato, anche nell’esecuzione della ignominiosa condanna, come uno dei peggiori malfattori. Il centurione di guardia sul Calvario, gli attribuisce il titolo in tono quasi canzonatorio, a rimarcare il contrasto tra l’epilogo della storia della sua vita trascorsa, come è detto negli Atti degli apostoli, “andando dappertutto facendo del bene e guarendo tutti quelli che erano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui” e il volume di sofferenze inflittegli dal potere terreno per cancellarne il ricordo. È vero che il titolo di Re dei Giudei compariva inciso sulla tavoletta affissa in cima alla croce, ma ciò avvenne non  per riconoscerne la regalità, così come l’intendono gli uomini, ma per rendere pubblico il motivo per cui stava morendo sulla croce. Pilato, che pure conosceva bene il peso del titolo, lo attribuisce a Gesù pensando di trovarsi davanti a uno dei soliti visionari che, forse fuori di testa, si erano illusi di potersi opporre al potere di Roma, e gli oppositori a quel potere, posseduto o ricercato dovevano morire e di morte esemplare. 
Ma torniamo alla solennità odierna. Pio XI, con l’enciclica “Quas Primas” dell’11 dicembre 1925, dando seguito, peraltro, ad una serie di suppliche provenienti da tutta la Chiesa cattolica, a partire dalla fine del secolo precedente, istituì la festa di Cristo Re dell’universo, “Poiché, mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per l'odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Gesù Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno”. Una esemplificazione delle parole lapidarie pronunciate da Gesù quando il governatore di Roma, più per confermare l’accusa dei sommi sacerdoti che per chiarirsene i motivi, nel pretorio chiese a Gesù: “Tu sei il re dei Giudei”? E il Maestro, al quale pesava molto di più il tradimento della sua gente che avrebbe dovuto sostenerlo, che quello dei “sommi sacerdoti”, notoriamente collaborazionisti per interesse, risponde anche spiazzando Pilato: “Il mio regno non è di quaggiù”, spiegando, a scanso di equivoci, che se egli avesse perseguito questo tipo di regno, avrebbe ben saputo come difenderlo. Il suo non si fonda sulla forza, sull’esercito, sui servitori costretti a combattere per difenderlo, ma, come si afferma nella liturgia”, il suo è un “regno eterno e universale, regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace”. “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”, l’unica capace di strappare l’uomo alle sue logiche di potere, di  successo, di dominio. Continua a ripeterlo ancora oggi Gesù agli uomini di tutte le razze, di tutte le religioni. La salvezza e l’affermazione dell’umanità risiedono nella luce della verità e nell’adesione al progetto di Dio, assolutamente altro rispetto a quello che continuano a concepire i potenti, i re umani, quelli che scelgono la ragion di stato o il trionfo sugli altri. Questo è un progetto che lascia in giro solo ansia, paura, insicurezza, infine cadaveri, pianto, disperazione, perché si fonda sull’orgoglio, sulla sopraffazione, sulla falsità, sull’odio; mentre il progetto di Dio segue la logica dell’amore fraterno e il suo fine è l’affermazione  della verità e della giustizia.
Michele Santangelo



XXXIII DOMENICA DEL TEEMPO ORDINARIO – ANNO B
Durante questo anno liturgico che volge al termine, nel cammino di fede che abbiamo compiuto siamo stati accompagnati passo passo dal vangelo di Marco che ci ha invitato a seguire  Gesù che insegna, guarisce, si incontra con la gente più varia  la quale esprime nei suoi confronti, di volta in volta, una grande varietà di atteggiamenti: alcune volte è osannato, altre volte criticato, altre volte addirittura avversato. Il brano che viene proposto in questa XXXIII domenica del tempo ordinario ci parla delle cose ultime e lo fa riportando un discorso di Gesù che, per questo, è chiamato escatologico. In esso sono contenute espressioni dal tono apocalittico, profezie annuncianti catastrofi più o meno vicine, messaggi di tragedie e quant’altro: “il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”. Alla luce di quanto è successo ultimamente, potremmo aggiungere che veramente sull’orizzonte dell’umanità si addensano nubi nere, specialmente se pensiamo all’esclamazione di papa Francesco il quale con tono veramente preoccupato ha detto “ Stiamo vivendo un pezzo di terza guerra mondiale”. E ci si interroga sul senso di quanto sta accadendo, se sia comprensibile che a fronte di un livello di progresso eccezionale raggiunto dagli uomini in tutti i campi, tanti siano capaci di esprimere ancora odio e desiderio di distruzione verso altri uomini. Di fronte a tanto: libri sacri da un lato, avvenimenti reali dall’altro, si è proprio tentati di accordare credito a certi gruppi religiosi, come i testimoni di Geova, che annunciano che la fine del mondo è veramente vicina. Ma i cristiani non si lasciano rubare la speranza. Il discorso escatologico di Gesù, paradossalmente è un messaggio di incoraggiamento e di consolazione. L’affermazione deriva dal fatto che Dio è fedele e il Figlio dell’uomo trionferà  sul male, sulla morte. Nonostante le tante e dure opposizioni, le molte sofferenze, egli radunerà intorno a sé, da ogni angolo della terra tutti i suoi amici e la loro gioia sarà senza fine. Le immagini e i simboli usati nel vangelo e la loro fine catastrofica vanno inquadrati nel contesto delle credenze ebraiche che volevano indicare con i termini astri, stelle, il sole, la luna, le divinità nelle quali anche il popolo ebraico aveva creduto nei primordi della sua storia. La fede nell’unico Dio era il traguardo raggiunto alla fine di un processo di purificazione durato secoli. Poi con la definitiva affermazione del messaggio del vangelo di Gesù, tutte le antiche credenze giudaiche scompariranno definitivamente e altrettanto definitiva sarà l’affermazione del regno di Dio. Certo è pur vero che si tratta di un cammino niente affatto semplice, la grande tribolazione è sempre in agguato, ma non si può abbandonare la speranza, né smettere di essere vigilanti ed operosi. D’altra parte l’umanità già gode del dono della presenza di Dio  nella storia attraverso la venuta del suo Figlio ed è protesa verso il non ancora della definitiva affermazione. E questa attuale presenza è una garanzia, perché si tratta pur sempre di una presenza di “Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre”, dice l’apostolo Giovanni nell’Apocalisse. Tra questi due estremi, tra il già della prima venuta del figlio dell’uomo e il non ancora del trionfo totale, quando finalmente la giustizia trionferà, si svolge tutta la storia dell’uomo e l’epilogo sarà la totale salvezza dell’umanità, in quanto nessuna goccia del sangue di Cristo può essere stata versata invano.
Michele Santangelo


“Il credente non conduce una vita da faraone”

2 magisteri a confronto:
farisei-teologi e la vedova
Farisei: primi posti, avidità dei beni, insensibili ai soprusi
Sono dei Narcisti per loro è importante
Perfino la religiosità viene ostentata
Mentre “divorano le case delle vedove”,
cioè le classi sociali più indifese

Gesù di fronte al tesoro esalta il come si dona
La sua è una bilancia qualitativa e non quantitativa perché  conta quanta vita si è disposti a donare
Egli coniuga i verbi essere, discendere, servire, donare

Quale è il risultato del gesto del vedova:
La I Lettura lo descrive
L’ultimo pugno di farina ed po’ d’olio per Elia
Per farlo la vedova riduce la già scarsa razione per lei ed il figlio.
La conseguenza è nel fatto che Dio non si lascia vincere in generosità.

Il passo del Vangelo è posto al capitolo 12° di Marco, quando Gesù ha terminato l’annunzio e si sta dirigendo a Gerusalemme: in quelle monetine c’è Lui.


Lo schema di riflessione relativo alla liturgia della Parola della XXXII domenica per annum vuole sollecitare riflessioni da condividere sul sito per dar vita ad una lettura comunitaria.
 Si invita anche a rispondere al quesito: quale episodio di questa settimana si riflette nella parola di Dio sottoposta alla nostra meditazione?

8 novembre 2015

Una delle costanti che attraversano sempre la Parola di Dio è quella che ci fa incontrare in fondo a ciascun brano che ci viene proposto nella liturgia un insegnamento per la vita che può aiutare il cristiano ad affinare la propria esperienza spirituale con il confronto continuo tra quanto viene suggerito e quello che si è soliti fare o pensare nella vita quotidiana. E non invecchia mai la parola di Dio, nonostante le migliaia di anni di storia umana che ha attraversato e il numero pressoché infinito di coscienze che ha illuminato.

Le letture bibliche di questa XXXII domenica del tempo ordinario sono quasi emblematiche a questo riguardo, anche perché sia Gesù nel Vangelo sia il brano tratto dal  primo libro dei Re della prima lettura partono da situazioni che si verificano anche oggi con grande frequenza. Partiamo dal brano del vangelo di Marco. Gesù traccia in poche battute l’immagine di uno scriba, la classe dei “perbene” dei suoi tempi che spesso, però, nascondevano sotto quella patina di perbenismo di facciata, una dose consistente di perversità ed ipocrisia messe in atto non solo in campo civile, ma anche in campo religioso. è fin troppo ovvio che si tratta di una tipologia di atteggiamento non esclusiva del giudaismo; infatti non è difficile rintracciare la stessa situazione anche nel volto spirituale di molti cristiani dei nostri tempi e, stando alle cronache dei nostri giorni, non proprio sconosciuti ai più, ma molto in vista. Gesù non è affatto tenero nei confronti di una religiosità ostentata, in modo artificioso e falso, ammantata  di retorica ed esteriorità esasperata, il tutto finalizzato a suscitare l’omaggio dell’applauso e dell’acclamazione dei passanti, ad assaporare l’ossequio timoroso degli inferiori di grado, o appartenenti ad un gradino sociale più basso; perfino nella preghiera sono pronti a mostrare la loro falsa superiorità con lunghe e forbite invocazioni e, nell’offrire le monete per il tempio, abbondano in quantità ma con l’animo colmo di superbia e ambizione. Con la stessa malcelata impudenza, però, sono pronti ad infierire sul debole e sul bisognoso: “divorano le case delle vedove” dice il Vangelo, per citare una delle classi sociali più indifese, assieme agli orfani e agli stranieri. Ed è proprio ad una vedova che Gesù assegna il compito di impartire la lezione: la poveretta getta nel tesoro l’equivalente di un quattrino, pochissimo a paragone delle ricche offerte degli altri. Ma sottolinea Gesù: “Questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri, …era tutto quanto aveva per vivere”.

Il risultato del gesto, Gesù non lo spiega, ma lo si può intuire, l’apprezzamento del Maestro va senz’altro alla vedova. Il brano del libro dei Re è più esplicito. Anche qui, al profeta Elia che sollecita da una vedova un po’ di pane ed acqua, essa risponde che quello che possiede è giusto l’ultimo pugno di farina e un po’ d’olio, quanto basta per confezionare e cuocere un pezzo di pane e mangiarlo insieme al figlio prima di morire. Su invito del profeta la vedova prepara la focaccia per Elia a costo di ridurre ancor più la già scarsa razione per lei e il figlio. E il prodigio avviene: “La farina nella giara non venne meno e l’olio nell’orcio non diminuì”. Il Signore non si lascia vincere in generosità.

Due esempi semplici, ma di grande efficacia e molto toccanti quelli delle due vedove. A fronte della religiosità appariscente ma falsa degli scribi, si pone la spiritualità umile e semplice dei poveri, così come a questi appartengono la fiducia e la speranza per cui non fondano la loro sicurezza sui beni materiali ma solo sulla Provvidenza divina che non delude chi a lei si affida. Ad una religione che può generare successo, stima, prestigio, si oppone la fede generosa e totale, capace di riscattare, sorretta dalla misericordia di Dio, da qualunque forma di bisogno e di povertà.

 

Michele Santangelo


1 Novembre "TUTTI I SANTI"

     

Questa XXXI domenica del tempo ordinario, coincide, quest’anno, con la solennità di tutti i Santi e questa, anche dal punto di vista liturgico, prevale sulla celebrazione della domenica; quindi se si partecipa alla liturgia domenicale, si ascolterà la proclamazione dei brani di Sacra Scrittura dedicati a questa particolare festività nella quale la Chiesa più che invitare al ricordo dei singoli Santi, quelli che noi veneriamo con il loro nome e cognome e che troviamo scritti sulla maggior parte dei calendari che capitano nelle nostre mani, o che sono impressi nella memoria delle nostre famiglie o delle comunità cristiane, vuole in qualche modo celebrare la stessa Santità, quella particolare condizione dell’anima posseduta da tutti quelli che dopo aver lavato "le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello", hanno trovato la loro felicità muovendosi nelle strade della vita seguendo l’insegnamento proposto da Gesù, e per questo vengono definiti "beati", cioè felici, di una felicità che non si disperde nonostante tutto. Sono quelli che la Chiesa ha riconosciuti ufficialmente tali e che ne hanno accompagnato e ne accompagnano la storia, ma anche quelli che sono portatori di una santità che potremmo definire anonima, ma non di secondo ordine - tutti infatti partecipano dell’unica santità di Dio  che già vivono in Dio, avendo vissuto soffrendo, faticando, amando in rettitudine di cuore e in armonia con i fratelli, o che possiamo incontrare lungo le nostre strade e che all’apparenza sono come tutti gli altri, non hanno l’aureola in testa, non vivono in una nicchia, ma sono impegnati nel quotidiano con dentro la testa i fastidi, i problemi, le preoccupazioni di tutti, ma sono stati "toccati" dall’amore di Dio e per gli altri e cercano di rispondere proprio a quell’amore di cui si sentono beneficiari. Sono quelli che non cercano la gioia e la beatitudine nel chiasso, nel frastuono, nelle ricchezze, nell’andare in giro tronfi e insuperbiti dal successo, rimanendo insensibili alle richieste di aiuto, alle situazioni di bisogno oggi così diffuse e continuamente sotto i nostri occhi. Si sono convinti che la gioia vera esiste in quelle beatitudini proclamate nel vangelo della liturgia di questa festa di "tutti i Santi": beati coloro che si riconoscono poveri…, beati i miti…; beati quelli che patiscono per la giustizia…; beati i costruttori di pace…; beati i misericordiosi…; beati i perseguitati; sembrano tutte contraddizioni se confrontate con il sentire più comune, eppure su ciascuna di queste contraddizioni si innesta l’azione di Dio, sono esse che provocano l’intervento della paternità misericordiosa di Dio, il dispiegamento della sua forza e quelli che si sentono poveri riceveranno in eredità il Regno dei Cieli, i miti erediteranno la terra, i misericordiosi troveranno sempre misericordia, gli operatori di pace saranno i veri figli di Dio, ecc.; sarà una promozione generalizzata di ogni umanità, la santità percorrerà le nostre strade; i santi potremo sfiorarli, incrociarli sui marciapiedi, confusi in mezzo a noi nei supermercati, nella folla, non essendo santi solo quelli capaci di compiere coloro che noi chiamiamo "miracoli", ma anche quelli impegnati a produrre un po’ di pulizia, di onestà, di bontà vera, non buonismo pietoso, perdono, fedeltà quotidiana, dimenticanza di sé, poi potranno anche succedere i "miracoli", ma il mondo funzionerà meglio soprattutto grazie a queste cose che non sono "veri miracoli", ma che dovrebbero essere la normalità di ciascun cristiano o uomo di buona volontà. La santità, oltre che un dono, è una possibilità offerta a tutti. A questa santità tutti siamo stati chiamati, per i cristiani soprattutto non è un lusso, ma la condizione normale, obbligatoria.

Michele Santangelo

25 ottobre

Capita, purtroppo, abbastanza spesso che chi è deprivato nel corpo sia in una situazione di bisogno anche dal punto di vista sociale; anzi sembra che le due situazioni siano strettamente legate al punto che i poveri che stanno bene in salute, per muovere gli altri a compassione, arrivano a fingere anche una sofferenza fisica.

 Ma non è il caso raccontato nel vangelo della XXX domenica del tempo ordinario. Il cieco era veramente cieco ed anche in stato di grande povertà. 

Infatti l’evangelista Marco lo da proprio per scontato anche perché ne cita il nome, Bartimeo, e l’appartenenza familiare, figlio di Timeo, e probabilmente era anche conosciuto nella città di Gerico. Insieme alla cecità, alla povertà, ci sembra di intuire anche un’altra grave indigenza, quella della solitudine. 

Un vero e proprio relitto umano, quindi, confinato nel buio dell’esistenza, una situazione, dove solo la potenza di Dio poteva risistemare radicalmente le cose. Egli, infatti, opera solo per salvare, e lo fa da sempre. 

è, questa la linea di significato che ci suggerisce anche la prima lettura della liturgia di questa domenica: “Il Signore ha salvato il suo popolo, un resto di Israele” e per di più in quel resto sono ben rappresentate le categorie deboli della società del tempo: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente. “Essi erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni”. 

Due situazioni, quindi, quella del popolo d’Israele e quella del cieco di Gerico che hanno un carattere in comune, quello dell’attesa della salvezza da parte di un Dio che è Padre; tale lo  presenta il profeta Geremia nel promettere al popolo d’Israele la salvezza: “li condurrò a fiumi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno; perché io sono un padre per Israele”, e Gesù che ridona la luce degli occhi al cieco, rivela a questi la tenerezza dell’amore paterno di Dio; ma è quello che la Chiesa fa chiedere ai fedeli nella liturgia di questa domenica quando li fa pregare affinché riconoscano in Gesù proprio la tenerezza di Padre del Signore. 

Alla base di tutto c’è sempre la forza della fede. Bartimeo ne avrà vista di gente passare davanti a lui rimanendo sorda e indifferente alla sua richiesta di aiuto, un gesto ormai abitudinario che non lo smuoveva dalla sua abituale posizione. 

Quel giorno, nel chiacchiericcio anonimo della folla riconosce una voce particolare  che lo colpisce, quella di Gesù Nazareno, e comincia a gridare, noncurante del rimprovero di molti: “Figlio di Davide, abbi pietà di me”, corre addirittura verso di Lui e gli chiede di poter rivedere la luce: “Rabbuni:  che io riabbia la  vista! E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. 

Gesù raccoglie in quel grido proprio l’espressione genuina di una fede semplice e spontanea e la sua è una supplica elementare, quasi istintiva, spontanea quanto la sua fede, dettata dalla sofferenza per essere stato privato di un bene da lui goduto nel passato; non era, infatti, cieco dalla nascita.  

E da Gesù riceve più di quanto gli era stato richiesto, perché il maestro non parla di guarigione, nella risposta, ma di salvezza che ha un significato più ampio, include anche una guarigione dello spirito: “…riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada”. Bartimeo non è più un cieco guarito, ma anche un nuovo discepolo oltre che un nuovo credente.        

Michele Santangelo


                             18 ottobre 2015

Il passo del vangelo di Marco proposto alla nostra attenzione è denso d’insegnamenti e molto attuale.

Inizia con la richiesta di Giacomo e Giovanni, tra gli apostoli quelli più vicini a Gesù. Ma in questa occasione il discepolo che il Maestro ama per il suo intuito e l’attenzione al suo insegnamento più profondo dimostra di non aver capito molto delle parole del Cristo.

La richiesta dei due fratelli determina la risentita reazione degli altri, i quali si ribellano, gelosi per quanto vorrebbero i due figli di Zebedeo. Sembra quasi di poter concludere: ma allora Gesù ha veramente parlato a vuoto? Non hanno capito ancora nulla!

Innanzitutto non hanno compreso l’insegnamento sulla preghiera. Il “Padre nostro” raccomanda di rivolgersi al Padre dicendo “Sia fatta la Tua volontà”! Invece, dalla bocca dei due fratelli esce una preghiera distorta. In effetti essi dicono: noi vogliamo che tu faccia, cioè che Dio compia la loro volontà! Non sono pronti al dialogo costruttivo tra due libertà, dimenticando che Dio non realizza i nostri desideri, ma le sue promesse.

Il passo del vangelo ci descrive anche la Chiesa come la concepisce Gesù, un invito alla riflessione utile per tutti noi e per i padri sinodali impegnati a Roma.

I due fratelli apostoli con la loro richiesta in effetti danno la sensazione che la comunità esista per loro; mentre i veri discepoli sanno bene che sono loro a doversi spendere per la comunità. Perciò, occorre liberarsi da ogni atteggiamento di concorrenzialità e da ogni propensione al clericalismo per essere vera Chiesa di Gesù.

Egli lo ha affermato chiaramente: “Tra voi non sia così”. Occorre un atteggiamento rivoluzionario  rispetto al potere perché da Gesù servo nasce la Chiesa serva, cioè una comunità alternativa rispetto alla società liquida odierna, fragile perché immersa nel consumismo senza senso e senza gioia.

Gesù desidera una Chiesa capace d’intessere relazioni durature; i suoi fedeli devono saper animare la mutua accettazione fondata sul perdono reciproco. Da questo convincimento può derivare una condivisibile definizione della santità per una umanità capace di convertire le proprie passioni nell’abbraccio dell’amore mentre si specchia in Dio Padre.

La prima lettura della liturgia della Parola richiama il passo di Isaia che descrive il Servo del Signore. Questi, secondo la lettera agli ebrei, è il mediatore in grado di comprenderci perché è venuto non per essere servito; ma, mentre serve, ci libera dalla paura di Dio-giudice rivelandoci il Padre. Infatti, Gesù  servitore dimostra che Dio non è un tirannico padrone, non giudica, ma è pronto a comprende per salvare.

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                                                                                                                11 ottobre

Non esiste un tempo più adatto di un altro per poter ricevere l’insegnamento della Parola di Dio, così come non ci sono luoghi o persone ai quali questo insegnamentonon possa essere diretto. La Parola di Dio è per sempre, è per tutti, è per dovunque. Essa coglieva nel segno migliaia di anni fa quando era rivolta attraverso i profeti ai popoli dell’Antico Testamento e coglie nel segno oggi, quando viene rivolta agli uomini del secolo presente e dei futuri e in ciascun luogo dove si trova un uomo. è la sensazione che si prova nel riflettere sui brani della Bibbia di questa domenica. Essi, infatti, sembrano costruiti su misura per questo nostro tempo in cui gli uomini sembrano disorientati, il relativismo regna sovrano, tanti predicano certezze che poi alla verifica dei fatti si rivelano menzogne ed indicano agli altri percorsi che essi stessi non sono capaci di seguire, propongono sistemi per abolire la corruzione ed essi stessi sono corrotti. Con chi e con che cosa si confronta il proprio agire, il proprio modo di pensare? I termini di paragone sono forse il prestigio, la ricchezza, il benessere esclusivamente materiale. Eppure esiste un termine di paragone, la Parola di Dio, che, ci avvisa S. Paolo, è viva, efficace, capace di dirigere i sentimenti e i pensieri del cuore e nulla può rimanere nascosto al suo passaggio. Il messaggio che ne deriva è un messaggio esigente,  che capovolge gli schemi abituali e soprattutto mette a nudo l’ipocrisia  e certa “rispettabilità” solo di facciata che poco incide sulla pratica di vita. La liturgia ci presenta nella prima lettura l’esempio di Salomone, la cui saggezza è rimasta proverbiale. Il giovane re, al Signore che in sogno gli dice di chiedere qualunque cosa voglia, risponde pregandolo di concedergli prudenza e  lo spirito di sapienza, (che non è l’istruzione o la cultura intesa come somma di conoscenze, ma il senso profondo della vita), preferendo questo a “scettri e troni, stimando un nulla la ricchezza”, “tutto l’oro al suo confronto, un po’ di sabbia … e fango l’argento”; salute e bellezza e la stessa luce, agli occhi del figlio del  re Davide appaiono meno importanti di essa. Il brano del libro della Sapienza, letto alla luce del brano del vangelo acquista  un significato ancora più vivo. D’altra parte si sa che il Nuovo Testamento è un completamento e un’attualizzazione del Vecchio. Lo  Spirito di sapienza, così amato da Salomone, interpretato dallo stesso Gesù produce effetti ancora più radicali, va verso la sublimazione richiesta da un termine di paragone che è l’ amore di Dio nei confronti dell’uomo ed espresso da Gesù stesso con la sua morte in croce. Al giovane, ricco e certamente contento del suo stato, vissuto, peraltro, nell’osservanza dei comandamenti, non basta la retta coscienza di non aver fatto il male, cosa che è già in linea con la vita eterna alla quale egli tende; aspira a qualcosa che va oltre il normale che ogni uomo deve fare già solo perché esiste. E per questo Gesù gli indica una strada veramente ardua, quella della rinuncia totale a tutti i suoi beni e soprattutto a beneficio dei poveri. Una richiesta che gli procura però tristezza: egli “se  ne andò afflitto, perché aveva molti beni” e la condivisione con i poveri era veramente troppo anche per lui che vede più ciò che deve lasciare che ciò per cui il Signore lo chiama. Ma non per questo Gesù lo disprezza, lo aveva già guardato con sguardo d’amore; osserva però che è molto difficile per quelli “che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!” E tra i discepoli si commentava: “E chi può essere salvato?” “Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio”. Dove la debolezza dell’uomo prende il sopravvento, supplisce la grandezza della misericordia di Dio.

Michele Santangelo


                            4 Ottobre

I brani della Bibbia che la liturgia di questa XXVII domenica del tempo ordinario propone alla nostra attenzione ci indirizzano verso una problematica di grandissima attualità che attiene alla stabilità del legame matrimoniale a base della famiglia tradizionalmente intesa, quella, cioè, costituita dall’unione di un uomo con una donna. Precisazione, come si può facilmente comprendere, d’obbligo, dati i tempi e il dibattito molto vivo in atto relativamente ad altre forme di unione tra due esseri umani, la cui legittimità è da più parti rivendicata. Come appare altrettanto utile sottolineare che in ambito cristiano cattolico, il principio della indissolubilità del vincolo matrimoniale, nonostante le diverse aperture che anche in campo religioso si vanno facendo strada, non viene messo in discussione. Il che, chiaramente, non significa trincerarsi dietro l’affermazione di principio e mettere da parte l’urgenza di una aggiornata riflessione sulla famiglia, sul suo significato e sulla sua importanza all’interno di una società molto cambiata e ancora in continua evoluzione, che per quanto “liquida” possa dimostrarsi ha comunque bisogno di riaffermare e tenere forti determinati valori per non correre il rischio di pericolose derive. Prova ne sia la grande attenzione che la Chiesa come tale, e specialmente l’attuale pontefice, senza nulla togliere a quanto hanno sempre fatto i suoi predecessori in questo campo, sta dedicando al problema. Si apre, infatti il 5 ottobre, il sinodo ufficiale sulla famiglia, al quale papa Francesco da quasi un anno a questa parte ha dedicato la catechesi delle udienze del mercoledì, non solo, ma la famiglia è stato al centro dei suoi discorsi anche durante alcuni viaggi nelle altre nazioni, con ispirate espressioni cariche di afflato umano prima ancora che religioso, come nel recente incontro mondiale delle famiglie a Philadelphia, il 26 settembre scorso, dove ha dichiarato che “Nelle famiglie sempre, sempre c’è la croce. Sempre. Perché l’amore di Dio, il Figlio di Dio ci ha aperto anche questa via. Ma nelle famiglie, dopo la croce, c’è anche la risurrezione, perché il Figlio di Dio ci ha aperto questa via. Per questo la famiglia è – scusate il termine – una fabbrica di speranza, di speranza di vita e di risurrezione, perché è Dio che ha aperto questa via”, e già a Cuba aveva definito la famiglia “eredità per il futuro, vero spazio di libertà, vero centro di umanità”. Forse,  e come giustamente faceva rilevare sempre il papa, a forza di parlare dei problemi che oggi investono le famiglie, è passato in secondo piano o addirittura si è dimenticato che le famiglie “sono prima di tutto un’opportunità. Un’opportunità che dobbiamo curare, proteggere e accompagnare. è un modo di dire che sono una benedizione”. Ma torniamo alla Parola di Dio di questa domenica. Certamente oggi certe parole che pure ricorrono nella Bibbia, come “adulterio”, “ripudio”, non sono più tanto di moda ed è forse un bene, visto che esse evocano ancora una mentalità maschilista, di cui erano portatori soprattutto gli ebrei al tempo di Gesù, dei quali il Maestro stigmatizza la durezza di cuore, che nel brano di vangelo appare chiaramente e che li induceva a ritenere che l’uomo fosse l’arbitro indiscusso dell’unione con la donna, mentalità dalla quale non è stata completamente immune neppure la Chiesa nel corso dei secoli. Gesù, invece sottolinea che uomo e donna devono diventare “una sola carne”, quasi recuperando lo spirito suggerito già nel libro della Genesi, dove viene sottolineata l’esigenza da parte dell’uomo di lasciare il padre e la madre ed unirsi alla donna e con questa  creare una nuova comunità  d’amore, basata sulla condivisione di gioie e dolori, essendo pronto anche alla rinuncia di parte della propria individualità per agevolare l’incontro e la fusione con un’altra individualità, presupponendo che uguale disponibilità esista dall’altra parte. Quando invece si persegue solo l’accostamento delle due, rimanendo indipendenti, si creano anche i presupposti per  “separare ciò che Dio ha unito”. Che ciò sia possibile è dimostrato dal fatto che tante coppie, il sogno di dare luogo con il matrimonio ad “una carne sola” l’ hanno realizzato e non si sono lasciate sopraffare dalla quotidianità, dalla quale non si possono totalmente abolire le incomprensioni, le discussioni, la diversità dei punti di vista, tutte fragilità che se messe insieme, possono paradossalmente diventare dei punti di forza. “I due, dice Gesù nel Vangelo, diventeranno una carne sola”, per significare che ciò potrà avvenire solo se si è convinti che quella comunità di amore è un edificio quotidianamente in costruzione, senza prescindere dall’aiuto di Dio.  


                               27 settembre 2015

Bonum est diffusivum sui, massima della filosofia tomista, che significa, pressappoco, che il bene si diffonde per se stesso. Ciò vuol dire, al di fuori di ogni contesto religioso, che il bene, o il fare il bene, non è un’esclusiva di questa o quell’altra religione, né di uno piuttosto che di un altro gruppo sociale o ideologico. è più o meno questa la direzione verso cui può essere indirizzato uno degli insegnamenti – ve sono altri infatti - che sono contenuti nella parola di Dio di questa XXVI domenica del tempo ordinario. Come dire che per pensarlo e farlo il bene non è necessario porre alla base un atto di fede, neppure di quella cristiana. E da ciò può essere desunto un altro principio che chi non è cristiano non può esimersi dall’obbligo di pensare e fare il bene. A maggior ragione il cristiano, quindi. “I doni della grazia, infatti si aggiungono alla natura in modo da non toglierla di mezzo, ma da perfezionarla”.

Ma torniamo alla sacra scrittura della liturgia di questa domenica. Racconta l’evangelista Marco che Giovanni, il portavoce del gruppo dei discepoli, riferisce a Gesù di aver incontrato uno che scacciava i demoni in suo nome ma senza appartenere ai suoi seguaci. L’apostolo riteneva, in modo integralista, che la verità, fare il bene come gli altri valori o la salvezza in genere, fosse una loro esclusiva. La reazione del Maestro è pronta e nello stesso tempo molto ferma per sgombrare subito il campo dalla ristrettezza di vedute anche dei suoi discepoli che si appellavano a Lui e al suo insegnamento: chi fa il bene con cuore sincero può già dirsi appartenete alla comunità del Cristo. Anche se il legame non è visibile, tra Gesù e tutti coloro che operano per sostenere, per aiutare, confortare, far rivivere la speranza c’è già un’unione effettiva. è, in fondo, il ragionamento di Mosè nell’episodio della prima lettura della liturgia,  di fronte alla gelosia di Giosuè perché due semplici ebrei avevano ricevuto il dono dello spirito profetico: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!“ è la reazione del patriarca.

E’ una tentazione ricorrente anche oggi quella di monopolizzare il bene in un gruppo escludendo gli altri, anziché cercando di coinvolgere. Capita a volte anche nella chiesa, se il cardinale Martini, dall’alto del suo punto di osservazione e con la sensibilità che lo caratterizzava incoraggiava a portare il Vangelo, la Buona Novella a tutti come dono gratuito di Dio, anziché preoccuparsi solo di accrescere i proprio gruppo “magari percorrendo mare e terra pur di fare un altro proselito”; se ciò si verificasse si ridurrebbe la Chiesa  ad una corporazione che alimenta se stessa.

C’è un altro messaggio forte nella sacra scrittura di oggi portato dall’uso ripetuto del verbo “scandalizzare” nel senso di far inciampare e cadere chi è indifeso, chi è ancora debole nella fede, usando strumenti cattivi come specchietti per le allodole. Le considerazioni di Gesù, come poche altre volte nel suo messaggio, sono di un rigore assoluto. Suggerisce ciò l’uso di certe immagini, come la macina da mulino legata al collo e l’annegamento in mare, l’essere precipitati nella Geenna, una specie di discarica della città di Gerusalemme dove venivano bruciati i rifiuti della città, per chi  è autore di scandali. L’ immagine di cavare un occhio, di tagliare una mano o un piede pur di salvarsi, può apparire truce e non deve apparire come un invito al disprezzo del corpo, ma è il modo usato da Gesù per imprimere nella mente di tutti l’urgenza di una scelta chiara e totale per il bene, per la giustizia, per la verità, come via per la salvezza finale, ma anche per una convivenza pacifica nelle famiglie, nei gruppi, nelle nazioni; senza prevaricazioni, senza lasciarsi fuorviare dalle suggestioni dei sensi, dell’egoismo, rimanendo sordi alla richiesta di aiuto che da tante parti si leva sempre con maggiore insistenza.


La comunità parrocchiale ringrazia tutti coloro che hanno reso possibile la realizzazione del film LA MADONNA DELLE CANDELE. E' un lavoro ben fatto che merita l'Oscar della simpatia per la coralità dell'impegno. Quando sarà proiettato tutti potranno ammirare i talenti di tanti di voi. Attendiamo tutti alla prima prevista tra qualche settimana.


                            20 settembre

E’ sulla via di Gerusalemme che incontriamo i punti forti dell’annuncio di Gesù circa l’epilogo della sua venuta nella storia degli uomini per trasformarne il destino, per assegnare alla loro esistenza uno scopo che va oltre la storia, che trascende la loro stessa vita e che trasforma tutti i regni terreni possibili in un unico regno, il regno di Dio. Ma la via che indica Gesù per questo non è un via che si percorre si cocchi di oro, né è un percorso trionfale, è la via della croce: “per crucem ad lucem”, sintetizzavano gli asceti il particolare percorso al quale sono chiamati coloro che si mettono alla sequela di Cristo. Percorso che, diciamocelo con franchezza, attiene a tutti i percorsi umani che si propongono il raggiungimento di un fine nobile, durevole ed onorevole. è da qualche domenica che nella liturgia ci viene proposta la lettura del vangelo di Marco, nel quale gli studiosi della Sacra Scrittura hanno individuato nel cammino di Gesù verso la croce tre annunci della passione. Quello inserito nel brano di questa domenica XXV del tempo ordinario è il secondo - il primo lo abbiamo incontrato nel brano di domenica scorsa, a cui era legato un primo insegnamento, una prima lezione – così, come a quello di oggi è legata una seconda lezione, un secondo insegnamento che poggia, quasi obbedendo ad un vero e proprio progetto didattico, su due elementi l’uno costituito dalla parola, l’altro da un’azione, secondo lo stile orientale che troviamo confermato anche oggi nei criteri per un insegnamento chiaro ed efficace, capace  di far presa sugli ascoltatori, impegnando la facoltà di ascoltare, l’uno e l’altro di vedere. Tutte e due le modalità, nel vangelo, tendono ad un unico scopo, quello di colpire l’orgoglio e la superbia. Erano, Gesù e i suoi discepoli, sulla via di Cafarnao e Gesù avrà intuito il tenore dei discorsi di questi, per cui andava insegnando loro: “ Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Sull’argomento, che risultava duro alle loro orecchie, essi non avevano neppure il coraggio di chiedere spiegazioni, temendo, forse, di ricevere conferma di quanto, magari vagamente, già sospettavano e che non era assolutamente in linea con i loro pensieri. Essi ormai pensavano piuttosto ad una onorevole e vantaggiosa posizione da conquistare a fianco del Maestro. Infatti poco più avanti Marco racconta che Giacomo e Giovanni, in un momento di maggiore riservatezza gli chiedono, anche in modo abbastanza sfrontato: “di sedere nella sua gloria, uno alla destra e l’altro ala sinistra”, nella posizione di maggiore prestigio. La prima doccia fredda se la buscano all’arrivo in casa, a Cafarnao, quando Gesù chiede loro di cosa stessero discutendo per strada e senza attendere risposta, giunge lapidaria la sentenza di Gesù: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. E come se questo non bastasse, ecco il gesto per rendere più chiaro ed incisivo il discorso: “E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Già, il modello da imitare, rispettare, quasi venerare e che è secondo il cuore di Gesù, è un bambino. Un ribaltamento totale del modo di pensare orientale, secondo il quale un bambino è segno di debolezza, di marginalità, imperfezione che niente di veramente valido può insegnare agli adulti. Ed invece  Gesù si identifica con lui e vorrebbe che anche i suoi discepoli scoprissero la vera grandezza dell’umiltà. L’immagine di un bambino si associa subito con l’idea di fiducia, di speranza, di mitezza, di apertura e queste sono qualità che sono richieste anche ai cristiani. Ci avviciniamo all’apertura del giubileo della misericordia proclamato da papa Francesco, ricordiamoci che chi è mite è anche misericordioso. è  nel segno della mitezza che lo stesso Gesù si pone come esempio da seguire: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” e promette: “Beati i miti perché possiederanno la terra”, non gli arroganti, i superbi, i prepotenti. è la sapienza che ci viene indicata anche da S. Giacomo nella seconda lettura: “La sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera”.


"La comunità di Cannalonga porge un caloroso arrivederci a tutti coloro che, a vario titolo,  hanno partecipato alla fiera di quest'anno, invitandoli per il 2016 a condividere ancora momenti di serenità in spirito di fratellanza".


                          13 settembre

Chi ha una certa dimestichezza con la lettura del vangelo, se non altro perché, frequentando gli appuntamenti liturgici della domenica, gli capita di ascoltare i brani di sacra scrittura che di volta in volta vengono proposti all’attenzione dei fedeli, si sarà reso conto  che i dialoghi  che si instauravano tra Gesù e i suoi discepoli diverse volte servivano al Maestro per sondare cosa questi avessero maturato nel loro intimo intorno agli insegnamenti che Egli andava impartendo, impegnandoli anche in modo diretto con domande che chiedevano di manifestare le loro personali convinzioni. Nel brano di vangelo di oggi, XXIV domenica del tempo ordinario, riportando l’evangelista Marco l’episodio in modo più sintetico rispetto a Matteo, che invece abbonda di più in particolari, questo aspetto non appare così evidente, mentre Matteo riferisce che alla domanda di Gesù su cosa dicesse la gente di Lui, la risposta dei discepoli, anche in modo coerente, secondo la nostra logica, riferisce appunto l’opinione della gente: alcuni dicono che tu sei il Battista, altri Elia, altri Geremia ecc. A Gesù, invece interessava conoscere il parere personale dei suoi discepoli: “E voi, chi dite che io sia?” Risponde per tutti Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. è una risposta giusta, di fede, diremmo proprio “azzeccata”; potrebbe, Pietro, perfino impettirsi e alzare la testa, inorgoglito per aver passato l’esame, ma Gesù spegne sul nascere i probabili entusiasmi, perché gli precisa: “…non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli”. La fede, infatti, è azione dello Spirito che rivela. Sulla base di questo, secondo Marco, Gesù riorienta il discorso avvisandoli, prima di tutto di non andare in giro a raccontare di questa cosa, anche perché sapeva che le aspettative della gente rispetto il suo ingresso nella storia erano di tutt’altra natura, che mal si conciliavano con la sua vera missione che si sarebbe espletata secondo schemi assolutamente inediti rispetto alle attese: “E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso”. A nulla valsero le proteste di S. Pietro, che, anzi gli procurarono una risposta piccata da parte del Maestro: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». E ce n’era per tutti quelli che avrebbero voluto seguirlo; la sequela di Gesù non è il paradiso in carrozza, ma: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Di fronte a questo grande mistero della fede nel Redentore, è quanto mai ovvio che l'Apostolo Giacomo, nel brano della seconda lettura della parola di Dio di questa domenica si domandi e ci domanda: "A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo?".  La fede che salva è quella che si vive nella pratica della carità, dell'accoglienza, dell'amore misericordioso, del perdono, della solidarietà. In questi giorni il Santo Padre, Papa Francesco, sta continuamente chiedendo un impegno concreto a favore di quanti sperimentano il dramma della guerra e sono profughi e rifugiati in tante parti dell'Europa e del mondo. Non chiudiamo il cuore, come cristiani, a questa pressante richiesta di aiuto umanitario, ma apriamo tutte le porte di ogni istituzione religiosa ed ecclesiastica per vivere concretamente il vangelo della carità, per fare della fede, una vita vissuta nell'amore e nel servizio. Per il cristiano non si tratta solo di filantropia. Dietro questa pratica c’è l’esempio stesso di Cristo, morto e risorto per l’uomo e garanzia che solo così si guadagna veramente la vita.


                           6 Settembre
Non so se qualcuno, anche tra gli esegeti o gli studiosi in genere dei vangeli, si sia mai preoccupato di individuare una sia pur vaga pianificazione da parte di Gesù nei suoi spostamenti da un posto all’altro della Palestina e fuori di questa, per portare avanti la sua predicazione. Certo  è  che se si volesse per questo fare riferimento  all’informazione che ci da l’evangelista Marco col brano di questa XXIII domenica del tempo ordinario, non vi si troverebbe alcun aiuto. Infatti, il giro che fa Gesù per andare verso il mare della Galilea in pieno territorio della Decapoli, territorio peraltro dei pagani, è ben strano, andando prima a nord per poi andare verso sud-est. E per quei tempi non dovette essere proprio una passeggiata. Ma Marco, forse, vuole mettere in luce piuttosto la volontà di Gesù di far giungere a tutti il messaggio della salvezza, senza guardare neppure alla provenienza religiosa dei destinatari. Anzi, anche per operare i suoi prodigi, come quello della guarigione del sordomuto raccontato nella liturgia, si preoccupa di non buttare all’aria in modo indiscriminato  usi e costumi di altri. Infatti all’uso delle dita e della saliva, elementi a cui ricorre anche Gesù, venivano attribuite in quel tempo proprietà curative. è chiaro che il Maestro usa la forza rievocativa di certi simboli per far giungere ai suoi ascoltatori, sia pure pagani, il messaggio che Lui è colui che dà a tutti la possibilità di ascoltare la parola di Dio e contemporaneamente proferirne le lodi. Infatti, pur di guarire una creatura umana che gli si rivolge con fede supplicandolo di aiutarla non teme di apparire nel ruolo di semplice guaritore, obbedendo alle urgenze innescate dalla sofferenza umana e dal dolore delle creature. Al massimo si accerta se l’interessato crede veramente di poter essere guarito da Lui. Anche di fronte all’eccezionalità dell’evento rievocato da Marco, ciò che colpisce di più in Gesù è il suo adeguarsi alle aspettative del povero sofferente, al modo di fare  di una cultura, peraltro non sua, per indirizzare l’attenzione verso la potenza della sua parola. Non è tanto la sua saliva e il suo tocco che operano il prodigio, ma la forza della sua parola; nel caso della guarigione del sordomuto, la salvezza giunge solo attraverso la potenza espressa dal suo imperativo:“Apriti”, “E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”. è evidente il parallelo con le parole dei messaggi messianici proclamati dai profeti del Vecchio Testamento che ci è dato leggere nella prima lettura di questa domenica con le parole che il profeta Isaia pronuncia al popolo d’Israele per infondergli fiducia: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi”. Molto opportunamente, i gesti fatti da Gesù in questa circostanza sono stati adottati dalla Chiesa nella liturgia battesimale e accompagnati dalla stessa parola pronunciata da Gesù: “Apriti”.  Per il cristiano, con il battesimo si apre una fase nuova della vita o, meglio ancora, una nuova vita. Il sordomuto che finalmente parla è l’immagine dell’uomo nuovo che nasce col battesimo e che diventa capace di professare la propria fede e di lodare Dio. Il linguaggio ha una grande forza rievocativa che il cristiano deve aver presente. Lo affermava già Seneca: “Il linguaggio è specchio dell’anima: quale  è l’uomo tale è il linguaggio”. L’appello che ci giunge dal vangelo è quello di lasciarci penetrare dal Signore perché si aprano le nostre orecchie e le nostre labbra si schiudano per essere  uditori ed annunciatori della Parola che è verità e non inganno e falsità o vaniloquio e volgarità, come ci è dato osservare ai nostri giorni. Questo proposito dovrebbe toccare tutti, anche, (o forse soprattutto) quelli che del parlare agli altri hanno fatto una scelta di vita, per esempio gli uomini di chiesa, i politici, i divulgatori di notizie, quelli che si rivolgono agli altri attraverso i potenti  mezzi di comunicazione, come radio, televisione, il web e quant’altro, tenendo presente ciò che dice l’apostolo S. Giacomo: “E’ dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione”.

Michele Santangelo


Un pensiero per te Amerigo, uomo

dall’autentica nobiltà d’animo

 

Amerigo  siamo qui riuniti , come ti sarebbe piaciuto che fosse quando eri ancora tra noi . Ora che sei in Cielo, tra le braccia del Padre Celeste e della  Vergine del Carmine , che tanto hai amato, ti vogliamo dire che resterai sempre nel cuore di quanti ti hanno amato e conosciuto . Grazie per essere stato un amico  , fratello e compagno di  ogni cannalonghese , di cui sei stato l'orgoglio e il vanto. Per la tua nobile carriera che ti ha fatto qualcuno nella storia di Cannalonga resterai sempre il buon Samaritano di tutti.

Grazie Amerigo , il tuo  passaggio  su questa terra è stata una carezza di Dio per tutti e per ognuno.

Dal Cielo , continua ad amare le tua Cannalonga ed aiutarla come lo hai sempre fatto. Il Signore ti faccia felice, perchè quell'abbraccio te  lo sei meritato, per la nobiltà del tuo cuore che sarà per noi cannalonghesi la preziosa eredità  testamentaria. Ciao Amerigo, ricordati ancora di noi nel regno beato. E tutta questa realtà di presenza ce la conferma il brano che viene che segue.

Clelia Onorati


                                               30 agosto

Questa XXII domenica del tempo ordinario, ha al centro della riflessione sulla parola di Dio, la situazione affatto tranquilla tra Gesù e il popolo che spesso veniva a contatto con Lui, quello dei farisei e, come è raccontato nel brano di vangelo di Marco, “alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme”, come dire la società bene di quel tempo; non tutta chiaramente, perché anche allora in mezzo a questa vi erano le persone per bene, oneste intellettualmente e praticamente. Si tratta di quella parte, saldamente arroccata su un perbenismo di facciata, conseguito attraverso un’osservanza puramente esteriore delle ritualità imposte dalla legge ebraica; essa accorreva dove predicava Gesù non tanto perché mossa dal desiderio di ascoltare parole nuove, insegnamenti di vita, ma quasi indispettita dal fatto, che uno qualunque, “il figlio di un falegname” di Nazareth, si permetteva di mettere in discussione le loro certezze con un linguaggio che scavava nel profondo, che turbava le loro coscienze adagiate sulla convinzione che bastasse osservare il sabato per  mettersi apposto davanti agli uomini e anche a Dio, presentarsi a mensa dopo aver fatto le abluzioni rituali per sentirsi purificati fin dentro al cuore. Erano impressionati, al contrario, che i discepoli di Gesù assumessero cibo con “mani impure”, rimanendo ininfluente che essi avessero fatto una chiara scelta di campo, quella di seguire Gesù, preoccupandosi di ascoltarne gli insegnamenti che tendevano a trasformare l’uomo fin dal proprio intimo. Gesù, del resto, era uno che le cose non le mandava a dire e alle loro domande capziose misurate sull’adesione o meno a banali prescrizioni, metteva innanzitutto a nudo le loro cattive intenzioni: “Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. Infatti, anche i profeti del Vecchio Testamento dovevano spesso misurarsi più o meno con lo stesso problema: il popolo era portato ad eludere i comandamenti del Signore, magari adattandoli a proprio uso e consumo, per cui era necessario richiamare alla necessità di osservare i comandamenti di Dio senza aggiungere o togliere nulla, ricordando alla fine che un’osservanza fedele della legge del Signore era anche un segno d’intelligenza e di saper vivere bene: gli altri popoli avrebbero esclamato: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Si può essere perfetti esteriormente, ma ciò che conta  è quello che si ha nel cuore.  Nella tentazione di costruirsi una religione a proprio uso e consumo possono cadere tutti, anche gli uomini di chiesa, cercando di costruire una religione di comodo, che annuisce ai desideri degli uomini senza guardarli alla luce della parola di Dio che poi è la sola capace di salvare l’uomo anche dal punto di vista puramente umano. È la ricchezza interiore che nobilita, arricchisce e indirizza su strade giuste anche gli atteggiamenti esteriori. Gesù dice con molta chiarezza che ciò che rende impuro l’uomo è quanto proviene dal suo animo. Infatti “dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo». L’ insegnamento di Gesù cade proprio a proposito di questi tempi e specialmente nel nostro amato meridione dove dappertutto si celebrano le feste religiose che finiscono molto spesso per avere ben poco di  religioso, quasi sempre a confine con manifestazioni paganeggianti che anziché rendere più autentica la vita cristiana, la riducono solo ad inutili se non dannose esteriorità. Una riflessione corale di tutte le comunità sarebbe più che opportuna, come per la verità ha già fatto la Conferenza Episcopale Campana, per riportare il tutto nell’alveo di una religiosità coerente che abbia un riflesso oltre che sull’oggetto della fede e sulla vita pratica a qualunque livello, per porre un argine alla corruzione dilagante e a tutte quelle cose che, come ci ha ricordato Gesù, procedono da un cuore guasto interiormente che evita il confronto serrato con la parola di Dio. 

Michele Santangelo

                                          9 agosto

È la terza domenica consecutiva che la liturgia ci invita a riflettere su brani delle Sacre Scritture che parlano di cibo e specificamente di pane e non solo per l’analogia strettissima che questo ha con il sacramento cardine della vita cristiana, l’Eucaristia”, ma anche perché esso rappresenta il cibo per eccellenza, anche nell’immaginario generale. È entrato nel linguaggio comune per indicare l’indispensabile per vivere, ed era questo, forse, ciò a cui pensava Gesù, quando nell’insegnare ai suoi apostoli l’unica formula organica di preghiera che troviamo nei vangeli, indicava il pane come unico bene materiale da chiedere quotidianamente al Signore, invitandoli a dire: “…Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Purtroppo fu anche il segnale con il quale Dio indicava  che il rapporto tra l’uomo, la natura e le cose a lui necessarie per la vita non sarebbe  stato più proprio idilliaco, in conseguenza della fatale prima ribellione alla legge divina: “Ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte”. Ma sono tantissimi i riferimenti nelle Sacre Scritture a questo simbolo principe del nutrimento umano, come quello commovente nell’episodio dell’apparizione di Gesù ai due discepoli di Emmaus che risalirono alla identità del loro Maestro nell’amorevole gesto dello spezzare il pane. Era caratteristico, del resto, della predicazione di Gesù partire da esigenze effettive e primarie dell’uomo  per insegnare che il suo piano di salvezza non era qualcosa di disincarnato rispetto alla vita reale dell’uomo, ma intimamente ad essa correlato. L’uomo ha bisogno di cibo per vivere e senza di esso la sua vita si spegne dopo essere passato attraverso la brutta sensazione della fame, uno dei segni della sua povertà e della precarietà della sua esistenza. Gesù Cristo non disprezza questo bisogno, anzi se ne serve per offrire la sua salvezza, proponendosi Egli stesso come pane venuto dal cielo: - “Sono io il pane disceso dal cielo” - nella speranza che i Giudei sarebbero stati capaci di andare oltre l’esigenza del pane e riconoscere in Lui l’ Inviato da Dio, l’unico che aveva il potere di accreditarli presso l’Eterno. Il profeta Elia sopravvisse grazie ad un pane misteriosamente fornitogli dall’angelo del Signore.  Succede sempre così se si ha fede, quando proprio si è allo stremo perché la durezza del cammino ha fiaccato tutte le energie a disposizione e ci si vede circondati solo dal deserto umano, morale, affettivo, interviene la mano amorevole del Padre e  solleva, rinfranca e si può riprendere il cammino, perché il pane che dà Lui non è come la manna del deserto che fu sì consumata dai nostri padri, ma comunque morirono: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Una chiara allusione da parte di Gesù all’Istituzione del sacramento dell’Eucaristia, nel quale è Lui stesso con il suo corpo e il suo sangue che si offre come cibo, come sostentamento per la vita eterna. La manna dell’Esodo, il pane di Elia,  l’ Eucaristia: tre momenti della storia della salvezza, quasi un crescendo meraviglioso di come Dio ha fatto sperimentare la sua vicinanza all’uomo per condurlo alla salvezza, si potrebbe dire nonostante lui. Gesù si offre nel pane perché gli uomini vivano; offre se stesso come cibo e si lascia mangiare, si lascia assimilare, diventando carne della nostra carne, affinché l’uomo possa, con un’azione in se stessa così normale da apparire quasi banale, impossessarsi della vita stessa di Dio , attraverso un nutrimento capace di far diventare tutto il suo essere, pensieri, sentimenti, volontà altrettanti mezzi meritori di salvezza. I segni procurati nell’essere umano da questa trasformazione sono tanto semplici quanto evidenti ed efficaci: bontà, amore perdono. Un così stretto connubio tra divino ed umano non può che generare, quando l’uomo ne è cosciente e non fa mancare il suo assenso di fede, ciò che S. Paolo raccomanda, una volta che l’individuo è stato in tal modo “segnato per il giorno della redenzione”: essere, come l’Apostolo si esprime: “benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”, con la conseguente scomparsa di “ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità”. Che meraviglioso mondo sarebbe! Esso stesso al limite del divino!

Michele Santangelo


                                                      2 agosto

Il rapporto tra Gesù e le folle dei suoi contemporanei bisogna riconoscere che non era proprio idilliaco. Molto probabilmente perché la folla continua ad essere folla nonostante Gesù; i bisogni percepiti  erano quelli più immediatamente legati alla vita materiale e quotidiana e una persona particolare come Gesù era tanto più seguita e osannata quanto più si mostrava capace di soddisfare questi bisogni. Una situazione che si verificava anche nel Vecchio Testamento; così il brano dell’Esodo della liturgia di questa domenica ci mostra un popolo, quello d’Israele, il popolo che pure si riconosceva come popolo di Dio, che contesta le sue guide, Mosè ed Aronne che lo stavano conducendo lontano fisicamente e moralmente dall’Egitto, perché nel deserto - si noti bene, un posto dove certamente non poteva normalmente essere diversamente - gli era venuto a mancare cibo a sufficienza; si innesca così il pensiero nostalgico del passato, quando in Egitto gli Israeliti erano schiavi sì, ma erano “seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà”. La lamentela produce l’effetto sperato e così Dio risponde con ulteriori doni alla mancanza di fiducia. Prevale come sempre il perdono e la misericordia. Il popolo dalla “dura cervice” diventa il “gregge che Egli ama”, il “popolo che Egli conduce”, addirittura “il figlio suo primogenito”. In ogni circostanza la lezione per l’uomo di oggi è sempre presente. Spesso, infatti, capita che sono gli uomini a pensare di poter segnare a Dio la tabella di marcia nei propri  confronti e cosa Egli debba fare per l’uomo e per il mondo. Ma Dio è “buono e grande nell’amore”,  segue l’itinerario dettato dal suo cuore  di Padre per la salvezza dell’uomo non facendo mai mancare i suoi doni, anche materiali, all’occorrenza. Il brano evangelico è strettamente connesso con l’episodio narrato nella prima lettura. Domenica scorsa abbiamo lasciato Gesù che, dopo la moltiplicazione dei pani aveva dovuto nascondersi perché la folla lo cercava per farlo re. Effettivamente un re che in momenti di necessità sapeva dove mettere le mani per soddisfare i bisogni immediati della gente poteva fare veramente la differenza per un popolo che ne aveva sofferte di tutti i tipi. Si trattava di mettere su il regno che l’esperienza storica poteva suggerire. Un regno di Dio senz’altro, ma in questo mondo e per questo mondo, in modo da poter risolvere una volta per tutte il problema. Solo che le prospettive della gente non corrispondevano a quelle di Gesù. E questi, quando viene ritrovato, a quelli che lo avevano cercato, anche un po’ a muso duro, fa notare che tutta quell’ansia di ricerca è molto interessata: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Gesù rimprovera la gente perché si era fermata al dato immediato e materiale che era stato quello di aver saziato la fame e non era stata capace di andare oltre il segno. La funzione del segno, infatti, è quella di richiamare qualcos’altro, e la gente sfamata non si rende conto che Gesù interviene con la sua potenza per soddisfare sì la fame di cibo, ma solo perché questa non sia di ostacolo a ricercare un’altra sazietà, quella nei confronti della quale nulla può il cibo materiale. Ecco perché giunge puntuale il suo avvertimento: “procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna,  e che il figlio dell’uomo vi darà”. La folla rimane meravigliata della precisazione, pensava di aver fatto abbastanza nell’aver apprezzato la sua potenza taumaturgica. Credevano che già questo fosse nella linea delle “opere di Dio” ed invece anche qui Gesù chiede di più, vuole l’assenso della fede: “Questa è l’ opera di Dio, credere in colui che Egli ha mandato”. Il dialogo si fa più serrato, la gente vuole altri segni per credere. “Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo?” Gesù spiega che il pane, quello che calma la fame fisica può giungere anche attraverso i profeti, ma quello vero lo può dare solo Dio ed è “colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Finalmente capiscono tutti quei cercatori, si sono resi conto che essi cercano non la sazietà del corpo, ma la vita stessa ed allora: “Signore, dacci sempre questo pane”. Ora sì, la richiesta è arrivata e Gesù si può qualificare per quello che veramente è; rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

                                                         26 luglio

I brani di Sacra Scrittura che la liturgia sottopone alla nostra attenzione in questa XVII domenica del tempo ordinario, sono fortemente caratterizzanti e soprattutto per via del racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci da parte di Gesù, così come viene raccontata dal vangelo di Giovanni. E dovette essere veramente un miracolo eccezionale agli occhi dei discepoli; esso, infatti, è l’unico ad essere raccontato da tutti e quattro gli evangelisti. Un po’ come l’impressione esercitata dal miracolo del profeta Eliseo che viene raccontato nella prima lettura biblica della liturgia, tratta dal II libro dei Re del Vecchio Testamento.  Anche qui, il profeta, “uomo di Dio”, ordina all’individuo che gli aveva offerto venti pani d’orzo e farro, di distribuirli alle oltre cento persone che lo seguivano. Di fronte alle legittime riserve per l’esigua quantità di cibo rispetto al numero delle persone, il profeta rinnova l’ordine di distribuire i pani perché il Signore si era pronunciato: “ne mangeranno e ne avanzerà anche”. Una chiara anticipazione di quello che viene raccontato nei vangeli, ma anche una sottolineatura che solamente il vero Dio si prende cura dell’uomo e dei suoi bisogni, della sua vita e del suo corpo, oltre che del suo spirito. Gli altri dèi “hanno bocca ma non parlano…hanno orecchi ma non odono”, dice il salmista e mai potranno esprimere amore nei confronti dell’uomo; anzi nei racconti e nei miti che li riguardano, ci vengono presentati irascibili, vendicativi, gelosi, adornati, si fa per dire, dei peggiori vizi e difetti degli uomini, magari spinti a gradazioni diaboliche. Al di là di questo, salta subito agli occhi il parallelismo tra il racconto del miracolo del profeta Eliseo e quello narrato dall’evangelista Giovanni nel brano di vangelo della liturgia di questa domenica, come d‘altra parte spesso capita nel raffronto tra i libri della Bibbia del Vecchio Testamento e quelli del Nuovo. Nella prima lettura, ciò che solitamente veniva portato al tempio, le primizie, perché queste di per sé nella tradizione biblica appartenevano a Dio, diventano cibo per tutti, come nota la Scrittura, “tutti ne mangiano e ne avanza anche”. Anche nella moltiplicazione dei pani e dei pesci raccontata dal vangelo di Giovanni ne avanzano ben dodici canestri dopo che tutti avevano mangiato a sazietà. Ritorna anche qui il tema dell’abbondanza, tipico dei banchetti messianici. Il Signore distribuisce i suoi doni a tutti e con generosità, cosa che non è un invito allo spreco. Gesù disse ai discepoli: “raccogliete i pezzi avanzati perché nulla vada perduto”. È un Dio premuroso quello che si preoccupa di sfamare la gente. Ed anche nel Vecchio Testamento ci sono molte pagine sulla tenerezza di Dio, che si china sul suo popolo, che ha compassione, che nutre con amore; ritorna alla mente una bellissima pagina di Osea, in cui è presentato come una madre che dà da mangiare al suo bambino.  Come si può vedere, in tutti e due i racconti della moltiplicazione dei pani troviamo un Dio sensibile anche ai bisogni materiali delle folle, non fa niente che queste, purtroppo, si fermino alle esigenze corporali. Nessuna meraviglia, per la verità. Anche oggi siamo abituati a fare lo stesso. Mentre Gesù chiede a noi soprattutto la conversione del cuore, noi cerchiamo innanzitutto il pane. E non succede solo nell’ambito religioso, ma anche nel campo della vita civile. Siamo portati ad assicurare il nostro consenso specialmente a coloro che si mostrano capaci di soddisfare i nostri bisogni materiali. Cosicché la grande sfida delle società democratiche è quella di riuscire a trasformare nel profondo il sistema di attese, facendo spostare il centro della politica dalla sfera degli interessi a quella dei valori. Il bisogno di dar da mangiare a chi non ne ha è un’esigenza ancora attualissima, ma non certamente per carpire il consenso dei bisognosi. Gesù, al sentore che una volta sfamata,  quella folla accorresse per proclamarlo re,  fugge sulla montagna a pregare in solitudine. Il messaggio che giunge alla sua Chiesa è che promuovere la libertà dal bisogno debba servire alla promozione di una maggiore libertà per la verità e la scarsità di mezzi non è un impedimento per far crescere opere gigantesche di carità. Nello spezzare il pane, il Risorto fu riconosciuto dai discepoli di Emmaus. La grandezza della sua Chiesa sarà misurata nella capacità di condivisione che saprà dimostrare: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito…”.

Michele Santangelo

                                                19 luglio


Uno dei fenomeni più appariscenti dei nostri  giorni, connessi con  la vita religiosa è l’accorrere di vere e proprie folle di persone nei luoghi dove in qualche modo si parla di Dio e di tutto quanto connesso con l’esperienza religiosa in genere: santuari, luoghi dove si dice che sia apparsa la Madonna, i posti dove si recano i pontefici della chiesa cattolica, specialmente quelli degli ultimi decenni, a cominciare da Giovanni XXIII, il primo che quasi timidamente cominciò ad uscire fuori dalle mura vaticane per andare lui incontro ai fedeli, fino all’attuale papa Francesco che dall’inizio del suo pontificato richiama milioni di pellegrini in piazza S. Pietro, dove giungono da ogni parte del mondo per andare a vederlo da vicino, magari con la speranza di poterlo toccare, sia pure con un dito, sfiorare il lembo del suo bianco vestito - e molti testimoniano del grande senso di pace, di tranquillità, di emozione e soddisfazione interiore,  nel sentirsi vicini destinatari del suo largo e schietto sorriso, oltre che delle sue semplici parole, che giungono dritte al cuore perché parlano di misericordia, di perdono, di amore. Succede, così, spesso, oggi in proporzioni di gran lunga maggiori,   quello che, stando a quello che ci riferisce il vangelo di questa XVI domenica del tempo ordinario, succedeva ai tempi di Gesù, quando Egli, per poter rimanere un po’ in disparte con i suoi discepoli era costretto a cercare luoghi in disparte, magari partendo sulla barca. Ma le folle intuivano e li precedevano a piedi là dove presumevano che essi sarebbero sbarcati. E Gesù, lungi dall’infastidirsi essendo risultato vano il suo tentativo: “…vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise ad insegnare loro molte cose”. È questa un’osservazione capace di smuovere i cuori più duri perché per Gesù vedere è amare. Col suo sguardo egli va ad attingere quello che è oltre le apparenze, il senso di stanchezza, di smarrimento, il correre di tanti dietro falsi idoli e quindi senza un approdo sicuro, e si commuove. Non è la reazione di narcisistico autocompiacimento di certi imbonitori che nel vedersi circondati da molte persone, rivolgono ancora di più l’attenzione su stessi, pensando in cuor loro di essere legittimati a continuare a vendere a quelli che li circondano solo fumo, sempre al limite dell’inganno, della falsità, del raggiro. È un Gesù, quello del vangelo di oggi, che in qualche modo ci rassicura, ci incoraggia a scegliere sempre il bene, nonostante le delusioni, la mancanza di un premio immediato per le nostre fatiche. Finché c’è ancora chi si commuove per l’uomo,  questo mondo può continuare a sperare e quando anche noi avremo imparato la compassione, avremo ritrovato la capacità di commuoverci, veramente non saremo più soli, il mondo si sarà innestato nella nostra anima. Noi tutti oggi siamo il mondo di internet, della comunicazione globale,  dove un semplice click ci da la sensazione di tenerlo a portata di mano, e invece ci rendiamo conto che gli siamo estranei e il senso di solitudine si rinnova. Fortunati noi, se in tutto questo anche a noi giunge l’invito di Gesù ai suoi apostoli che si erano riuniti intorno a lui per riferirgli “tutto quello che avevano fatto e insegnato”: “Venite in disparte e riposatevi un po’”, per ritrovare Dio, per imparare il cuore di Dio. In questo atteggiamento di distacco dalle corse quotidiane, perfino quelle imposteci dal nostro lavoro, ritroveremo l’unità prima di tutto con le persone che ci sono più vicine, come la famiglia. Tante persone anche quando tornano a casa continuano con la loro mente a correre dietro a quello che hanno fatto per tutto il giorno, facendo diventare la famiglia forse un elemento di disturbo, anziché un luogo di libertà, protezione, vicinanza e incontro. E questo non fa bene all’anima. Con il pensiero di Dio al centro, il senso di unione e di unità sarà più forte e corroborante.

Michele Santangelo


Il fratellino di una delle due ha letto questa preghiera, che può costituire uno stimolo per una feconda meditazione:  

È nata nuova come una pagina bianca:

fa’ che nessuno vi scarabocchi sopra

 

Col viso pieno di gioia,

fa’ che nessuno le tolga il sorriso

 

È nata originale, unica, irripetibile.

Fa’ che conservi sempre la sua mente per pensare e il suo cuore per amare

 

È nata piena di voglia di vivere

Fa’ che non perda dai la grinta per gustare la vita e non subirla

 

È nata aperta a te

Fa’ che nessuno le sbarri la strada o le rubi la bussola

 

È nata preziosa perché figlia tua,

custodiscila Signore, amala come sai amare tu…

 

Sono anche i nostri sentimenti e gli auguri alle due famiglie in festa.


                                       12 luglio


La liturgia di questa XV domenica del tempo ordinario riprende il tema dei profeti orientando la riflessione sulla chiamata e sull’affido della missione da parte del Signore, che chiama, quando, come e chi vuole, senza esame dell’eventuale curriculum, e senza preferenza di persone, come fa con il profeta Amos che fu chiamato all’esercizio della profezia, preso quasi di peso dal “di dietro al bestiame” e investito della delicata missione: “Il Signore mi disse: va’, profetizza al mio popolo Israele”. Il tipo di chiamata, per Amos, chiarisce anche la tipologia del profeta biblico rispetto agli altri profeti, quelli che, come Amasia si ponevano al servizio di chi deteneva il potere religioso e politico. Amos infatti fu cacciato via dai territori del regno del Nord dove il tempio era il santuario del re e il tempio del regno, dove la scelta dei profeti era funzionale alle esigenze e alle attese di chi regnava. Ed è per questo che Amos viene invitato, senza tanti complimenti, ad andare a profetizzare altrove. Il profeta biblico, infatti, si pone al servizio dell’uomo che avverte il bisogno  di comunicare con Dio, di ascoltarne la Parola. Proprio questo bisogno è in cima ai suoi pensieri, alle sue preoccupazioni. In questa direzione si muove anche il brano del vangelo di Marco. Gesù manda i suoi apostoli a due a due per città e villaggi, dove Lui stesso fino allora aveva provveduto ad annunciare il suo regno e la paternità di Dio al popolo messianico che aveva avuto inizio nella e attraverso la sua persona e nella sua Pasqua. La missione che affida loro è la stessa da Lui portata avanti per tanto tempo fornendo loro gli strumenti giusti per rendere più credibile la loro predicazione, come quello di avere “potere sugli spiriti immondi”. Non tanto strumenti materiali, quindi; “ordinò loro che oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane,  né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche”, così come aveva fatto Gesù, povero tra i poveri, e totalmente fiducioso nell’amore del Padre. Gesù aveva compreso che nel fondo del cuore di tutta quella gente che lo seguiva nei suoi spostamenti c’era un’ansia di felicità, anche di libertà nei confronti delle tante realtà terrene, e che il mondo di cui quella gente era espressione, anche quello religioso, non  appagava, nonostante, come nel mondo di oggi, i tanti diversivi più o meno durevoli, gli interessi più o meno profondi che tenevano agganciata la gente. Ma in fondo a questi, come oggi ancora, ciò che regnava era un individualismo sempre più accentuato, che produceva solitudine, angoscia, incapacità a guardare oltre i propri bisogni materiali, oltre le quotidiane tristezze, ad aprirsi verso le attese degli altri. Gesù aveva compreso tutto ciò e non voleva lasciare nessuno solo a confrontarsi con queste tristi realtà e quasi sempre senza via d’uscita. Ed ecco il rimedio da Dio immaginato da tutta l’eternità e partecipato da Gesù stesso e, su suo mandato, prima dai dodici apostoli e poi dalla Chiesa a tutti gli uomini di tutti tempi. "Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato". In fondo questo è il compito primario degli apostoli ed anche il motivo principale per cui Egli ha istituito la Chiesa, quello di proclamare il vangelo, la “bella notizia” che nonostante tante cose di segno contrario: le discordie, le guerre, l’egoismo, così spesso l’apparente trionfo del male che si manifesta in svariate forme, Dio ama gli uomini e li invita a vivere per sempre con lui; proclamarlo a tutti, di generazione in generazione, nel mondo intero; annunciarlo a chi ancora non lo sa, ricordarlo a chi tende a dimenticarsene o a trascurarlo. Compito che non è esclusivo del papa, dei vescovi , dei preti. Tutta la Chiesa come tale è missionaria, dunque tutti quanti ne fanno parte, ciascuno  a suo modo, secondo i doni ricevuti e le circostanze in cui viene a trovarsi, ma secondo itinerari comuni: come, ad esempio,  un comportamento coerente, la pratica dell'amore del prossimo, e la non-reticenza, cioè il coraggio di dichiararsi, quando occorre, per quello che si è; il coraggio di manifestare la propria fede.

Michele Santangelo

 


               RESOCONTO del convegno diocesano da parte dei nostri delegati.


Nei giorni 16-17-18 Giugno 2015 si è tenuto presso il teatro “La Provvidenza” il Convegno Pastorale Diocesano avente per tematica “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”Vi abbiamo partecipato con la stessa voglia e la stessa certezza dello scorso anno di vivere un’esperienza comunitaria positiva volta a operare il bene. E, in effetti, avere la possibilità di incontrare persone con le quali condividere, manifestare e confrontare idee ed operosità è senz’altro stimolante e fruttuoso. Nel II giorno, ognuna di noi ha fatto parte di un gruppo di lavoro coordinato da un capogruppo che, attraverso spunti di riflessione, ha cercato da dire risposte e di indicare percorsi per andare verso un umanesimo concreto. Nell’ambito del lavoro di gruppo, non abbiamo vissuto la stessa esperienza; infatti l’una ne è uscita pronunciando la frase “mi sento arricchita, l’altra pronunciando la frase “mi sento confusa”. Entrambe abbiamo cercato, come altri componenti dei nostri gruppi, di portare la testimonianza della nostra esperienza di vita familiare, sociale e professionale che, a nostro avviso, non si discosta da quella cristiana se nelle azioni di vita quotidiana c’è onestà, senso del dovere, apprezzamento e cura per quanto di bello c’è intorno a noi. In questo contesto l’uomo è cristiano e in questo uomo traspare il disegno e la pienezza di Dio.  Per una il confronto è stato soddisfacente ed arricchente, per l’'altra, alquanto riduttivo e poco sviscerato negli aspetti offerti dagli spunti e nei concetti registrati durante gli interventi. Nel III giorno poi, ascoltando le relazioni dei vari gruppi, curate benissimo nella forma e nei contenuti, ci siamo dette entrambe e non solo tra d noi: ”Ma non è che cercando di ‘aggiustare’ si rischia di vanificare la realtà? E se non la si legge nella sua nudità, come si possono attivare percorsi formativi che portano ad un umanesimo nuovo, concreto e operoso?Naturalmente resta  la positività dell’esperienza in sé che va al di là di qualsiasi altro aspetto e per questo ringraziamo tutti coloro che si sono adoperati per organizzarlo. Grazie.

                                                                              °°°°°

Salve, cercherò di darvi qualche impressione sul convegno. Però mi sento di fare una premessa.Da qualche anno, grazie all’esperienza dell’Istituto e alle uscite a livello foraniale e diocesano, ho maturato la convinzione che i problemi nella nostra realtà diocesana sono da ricercare nell’assenza di uno spirito di comunione e nella mancanza di una sincera voglia di lavorare tutti insieme, presbiteri  tra di loro e poi con i laici, per costruire una chiesa locale matura, capace di dare anche delle risposte concrete alle tante problematiche che la nostra realtà sociale si trova ad affrontare.Tante volte mi sono chiesta: ma documenti come la Lumen Gentium o la Chistifideles Laici li fanno conoscere solo negli Istituti di Scienze Religiose, così a titolo informativo, poi nella prassi, a parte qualche caso particolare, sembrano sconosciuti o non tenuti in considerazione.Usando l’immagine del piccolo seme si vuole far finta che le cose tutto sommato, “a piccoli passi”  vanno avanti e che tutto funziona. A me sembra una lettura opacizzata della realtà. Tornando al Convegno, sull’intervento di mons. Di Donna nulla da eccepire, semplice e focalizzato sul tema proposto. Però già dagli interventi successivi si percepiva l’assenza di quell’idea di ecclesiologia di comunione di cui parlavo prima. Per non parlare dello scollamento dalla realtà che ho avvertito da parte dei vertici della nostra chiesa locale.Quando hanno affermato che partecipavano al convegno tutti quelli che avevano fatto il cammino nelle parrocchie e nelle foranie, onestamente dovevano uscire quasi tutti. Può essere che i nostri vertici non fossero a conoscenza di come realmente  sono andate le cose nella fase preparatoria? Perché si fa sempre finta di niente? La seconda sera i gruppi, la metà circa dei delegati assenti, nel mio gruppo alla fine nessuno aveva capito come focalizzare il tema proposto, si è andati per lo più a intuito e la maggioranza dei laici non ha proferito parola.La terza sera, come per magia, è andato tutto benissimo.  Per chi non ha partecipato dopo aver preso un impegno, non c’è problema. Così si dà l’idea che i convegni diocesani sono inutili e che partecipa solo chi non ha niente di meglio da fare.Alla fine il resoconto dell’anno pastorale, positivo, l’esperienza delle piccole comunità, a “piccoli passi”, va avanti. Ma come mai allora su 7 incontri programmati, se ne è realizzato giusto qualcuno in qualche parrocchia? Io sinceramente sono molto confusa, tante volte penso che forse sarebbe meglio tornare alle nostre radici. Fare come quei monaci che tanto bene hanno portato nelle nostre realtà, ritirarci da tutto e dedicarci alla contemplazione e alla preghiera, forse si otterrebbero maggiori risultati. Poi ritorna in testa l’appello di Gesù in Mt: “Andate anche voi nella mia vigna”, è la missione affidata a ognuno di noi e non possiamo tirarci indietro nonostante le difficoltà. Dobbiamo sperare e impegnarci tutti insieme per far migliorare le cose.

                                             5 Luglio

A giudicare da come i profeti nel Vecchio Testamento, e Gesù stesso nel Nuovo,  trattano il popolo d’Israele, gli ebrei in genere, può sembrare strano, almeno a prima vista, che esso sia il popolo scelto dal Signore per essere il Suo popolo, quello attraverso il quale doveva essere attuato nel mondo il suo piano di Salvezza. Un popolo “dalla dura cervice”, sempre sull’orlo della rottura definitiva del patto di alleanza con Dio e quando  il Signore gli mandava i profeti, questi non venivano ascoltati, anzi, a volte, addirittura venivano  ammazzati. Ma perché il loro discorso spesso era duro, accusatorio, metteva il popolo eletto difronte alle proprie responsabilità ,in quanto la storia per loro non era un semplice succedersi di fatti, ma il risultato  della fedeltà o della infedeltà all’alleanza con Dio e al suo progetto di vita. Una lettura questa che non avveniva per caso, ma era comunque un  dono di Dio, che però andava propiziato attraverso quella che i profeti chiamavano “conversione”. Per poter proporre questa vera e propria inversione di marcia nelle scelte di vita, orientare pensieri ed azioni, Dio si serve di uomini dalla personalità forte che devono essere abilitati con tutta la potenza del suo spirito e con tutta l’efficacia di cui è rivestita la parola di Dio. Ed è proprio ciò che era avvenuto nel profeta Ezechiele che si sente investito da una potenza interiore che lo porta a definire gli Israeliti “popolo di ribelli”, “figli testardi e dal cuore indurito”, avvisandoli che in mezzo a loro si trovava non un uomo qualunque, l’ultimo arrivato, ma “un profeta”, che non indietreggia di fronte alle difficoltà, al rifiuto, alla durezza di cuore, né alla prospettiva di rimanere solo nell’annuncio. Il breve brano del profeta Ezechiele si collega molto bene con il brano del vangelo di Marco. Anche qui Gesù andò nella sua patria e di sabato cominciò ad insegnare nella sinagoga. Insieme a lui c’erano i discepoli che osservavano come veniva accolto  e soprattutto che effetto facevano sugli ascoltatori i suoi insegnamenti. Non meravigliava ciò che egli insegnava, né si fermavano a sindacare  sulla validità o meno delle sue affermazioni, cosa che in qualche modo li avrebbe costretti ad accettare o rifiutare il suo messaggio. Si stupivano, invece, che il “carpentiere, il figlio di Maria…”potesse mostrare autorevolezza e dire cose che mettevano inquietudine, scuotevano le coscienze, potevano suonare rimprovero, costringevano ad interrogarsi su se stessi, e allora svicolavano, aggiravano l’ostacolo, chiedendosi se uno come lui avesse proprio l’autorità per parlare in un certo modo. E allora “si scandalizzavano di Lui”. Da  qui l’amara constatazione di Gesù: “Un profeta  non è disprezzatoche nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. È un po’ la situazione di tanti cristiani oggi che di fronte alla grazia che proviene dalla parola di Dio preferiscono far finta di niente. Anzi evitano il confronto con essa per paura di dover abbandonare certe posizioni di comodo, di essere spinti a passare al vaglio delle esigenze della correttezza evangelica le proprie scelte nell’ambito professionale, nel lavoro, nei rapporti con gli altri. Questo rimanere estranei al suo messaggio, il non sentirsi coinvolti, impenetrabili alla luce che proviene dalla parola di Dio, tutto sommato concilia il torpore e l’insensibilità verso l’esigenza di scegliere innanzi tutto il regno di Dio con l’adesione sempre e comunque ai suoi comandamenti che salvano non solo il cristiano ma l’uomo come tale. In fondo è sempre in questione la responsabilità del battesimo, la quale, se tenuta nella debita considerazione può venire in rotta di collisione con la società circostante, costringendo a scegliere, per fare un esempio, tra gravidanza e aborto o, per un operatore pubblico, tra correttezza morale e tangente ecc. È sotto gli occhi di tutti quanti benefici trarrebbe la società odierna, nel suo complesso, già nel lasciarsi tracciare un percorso di vita dall’adesione ai comandamenti di Dio. Si può anche snobbare ciò che dice la parola di Dio, la Chiesa, il Papa, ma mai addurre ragioni di ignoranza. I profeti, quelli veri, esistono, come esistono gli strumenti per distinguerli dai falsi.

Michele Santangelo


                                                   28 giugno

 

Ormai sono molti secoli che la Bibbia, intesa nella sua totale estensione, Vecchio e Nuovo Testamento, continua a partecipare agli uomini di tutte le razze e di tutte le epoche il progetto di Dio sull’uomo e sull’intero creato, progetto che è di vita e di felicità, perché l’uomo, ma tutte le creature desiderano vivere e non solo nel senso di esistere, ma anche di essere felici. Solo che se anche si arriva a pensare che l’esistenza dipende da Dio, capita che per quanto riguarda la ricerca della felicita e la felicità stessa si è portati a pensare che esse dipendano solo dall’azione umana, mettendo da parte Dio, o addirittura vedendolo come un ostacolo alla realizzazione della essa, finendo inevitabilmente per produrre, invece, solitudine, dolore e mortee, mai come oggi, siamo costretti a toccare con mano che l’uomo pone sempre in essere condizioni nuove per dimostrare la propria incapacità a conseguire la felicità con le sue sole energie. Situazione quest’ultima che è antica quanto è antica la Bibbia. La prima lettura, presa dal libro della Sapienza, scritto non molto tempo prima della venuta di Cristo e redatto in lingua greca, ci invita a riflettere sull’agire di Dio nei confronti del mondo. Si parte dal presupposto che Dio è all’origine di tutte le cose: “Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte”. Se questa esiste, imperversa nell’uomo e nella natura in genere, è a causa del male che l’uomo è capace di fare usando in negativo la libertà che Dio gli accorda anche per far sì che, al contrario, il bene fatto possa essergli ascritto a merito. Infatti il progetto di Dio, progetto per la vita, viene messo continuamente in discussione dall’esistenza del male, volontariamente messo in atto dalla creatura, per cui parte essenziale di questo progetto per la vita è anche il progetto della salvezza, concepito dal Signore da tutta l’eternità, realizzato donando tutto se stesso, la sua stessa vita, nella morte e risurrezione del Figlio di Dio, Gesù Cristo. Il cristianesimo, che su quest’ultima verità fonda il proprio essere, può così presentarsi al mondo come annunciatore di quel progetto originale di vita, che continua ad aver ragione di essere perché è fondato sull’autore stesso della vita.  Pertanto la vita per il cristiano ha un particolare valore sacro, che nessuna particolare situazione esistenziale, di salute o malattia, di benessere o di sofferenza, può mettere in discussione perché è un bene appartenente totalmente e unicamente a Dio, tanto che per restaurarla, laddove l’uomo la perdesse è intervenuto facendosene garante con la vita del Figlio Suo. Ecco perché per il cristiano la vita è sacra e va accolta sempre e comunque; nessuno ha il diritto di sopprimerla, né la propria, né l’altrui, né all’inizio né alla fine,né il singolo né lo stato. La dimostrazione di tutto questo è significata negli episodi che leggiamo nel vangelo di questa XIII domenica del tempo ordinario. Due personaggi in cerca di salvezza, cioè di vita piena e felice, potremmo dire, parafrasando il titolo di una famosa commedia di Pirandello: la donna malata di emorragia e la figlia di Giairo. Per la prima l’opinione degli uomini l’aveva ridotta ad avere perfino vergogna della propria infermità, tanto che, pur pensando in cuor suo: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”, non osava uscire allo scoperto; ma dove fallisce il potere umano, in nome della vita Gesù agisce con efficacia: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. A Giairo che nonostante l’annuncio della morte della sua figlioletta continua a stare vicino a Gesù, viene ripetuto un annuncio abituale nella parola del Maestro: “Non temere, soltanto abbi fede!”. E di fronte alla fanciulla morta: “La bambina non è morta, ma dorme”. …“Fanciulla, io ti dico: àlzati!”. In ambedue i casi, ma anche in tutti gli altri simili raccontati nei vangeli c’è un dato costante: La vita vince sempre sulla morte, perché essa è nelle mani di Dio, ma l’ambiente in cui Gesù-Dio opera è sempre quello della fede.

Michele Santangelo



                                
Laudato Si'

 

L'enciclica di papa Francesco invita tutti noi ad

avere cura della casa comune,

la TERRA nostra sorella e madre.

 

Egli inizia col proporci un breve percorso sull'attuale

crisi ecologica, per poi precisare

gli effetti della ricerca scientifica invitando ad

approfondire il nostro impegno

 etico

e spirituale. A questo fine richiama

la tradizione giudeo-cristiana per accrescere

 la nostra sensibilità nei confronti dell'ambiente.

 

Non esita a delineare le vere cause della situazione

 attuale descrivendone i sintomi e individuandone

le cause per indurre l'uomo a svolgere un ruolo

 propositivo nel mondo ed entrare in una positiva,

salutare e feconda relazione

 con la realtà che lo circonda.

 

Da queste premesse devono scaturire

le linee di dialogo e l'azione in grado

 di coinvolgere tutti, in particolare

 i responsabili delle scelte politiche,

 attenti all'improcrastinabile cambiamento

 delle motivazioni e sensibili

ad una adeguata proposta educativa.

 

Si tratta di occasioni di maturazione umana

 che possono trovare adeguata

ispirazione nel cristianesimo se siamo disposti

a cogliere l'intima relazione

tra i poveri e la fragilità del pianeta nella

consapevolezza che il mondo è

intimamente connesso.

 

Ne consegue la necessità di rivedere

 l'attuale paradigma, che richiama

forme di potere condizionate dalla tecnologia,

per sollecitare altri modi

 d'intendere l'economia e il progresso ponendo

 attenzione al valore di ogni creatura,

mentre il senso umano

dell'ecologia aiuta a superare la

 cultura dello scarto alla ricerca

di nuovi stili di vita che esaltano la

fraternità del genere umano, grato

a Dio per il generoso dono della

creazione.


                                               
                              21 Giugno

Due elementi si impongono subito all'attenzione di chi, in questa XII domenica del tempo ordinario, si sofferma a riflettere sui brani di sacra scrittura che vengono proposti ai fedeli nel corso dell'azione liturgica: il mare e la paura. Nella simbologia degli antichi, anche in quella religiosa, il mare è una realtà che esprime potenza e forza indomabili da parte dell'uomo e che si contrappongono perfino alla divinità. Questa, infatti, nei confronti dell'uomo è buona, accogliente, il mare, invece, è  un elemento ostile e pericoloso per la vita dell'uomo, presso i pagani addirittura una divinità ostile da placare. Anche nella Bibbia e specialmente nei salmi, l'uomo prega Dio affinché lo liberi dalle “grandi acque”, dal “grande abisso”, “dai flutti profondi”. Solo il Dio della Bibbia, infatti, è capace di tenere testa alla forza tremenda e misteriosa della enorme massa delle acque. È la rassicurazione che Dio stesso pronuncia a Giobbe in mezzo alla tempesta “Gli (al mare) ho fissato un limite e gli ho imposto chiavistello e porte e ho detto: fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”.   Poi la paura. Un'emozione primaria comune a tutti gli esseri viventi, sia nel mondo umano che in quello animale. Da sempre l'uomo è stato circondato dalla paura e dall’angoscia: dalle piccole paure individuali alle grandi paure della vita collettiva, specialmente quella attuale, sia per i potentissimi mezzi di distruzione di cui gli uomini stessi dispongono, sia per le catastrofi ecologiche che sembrano incombere sull'intera civiltà. Per cui le parole del Signore rivolte agli apostoli nel racconto del vangelo sulla tempesta sedata si attagliano perfettamente anche all’uomo di oggi: “Perché siete così paurosi”? E non c’è neppure bisogno di immaginare situazioni straordinarie per sentirsi così interrogati da Gesù. La paura percorre il nostro quotidiano: Molti dei  nostri incontri con le persone, invece di essere dominati dalla fiducia e dalla gioia, sono caratterizzati dalla diffidenza, dall'apprensione, dalla paura. Abbiamo paura della malattia, dei ladri, degli assassini; abbiamo paura della miseria. E se proprio, quasi come per  miracolo, tutte queste si riuscisse ad esorcizzarle, rimane pur sempre quella ineludibile della morte, che non spiega tutte le altre, semmai le assomma.  Un riscontro annichilente - se non si riesce a vedere oltre – del fatto che la vita se pure tra paure, vittorie e sconfitte, altro non è che un'essere per la morte”, come affermava il filosofo Heidegger. A questa paura che a volte ci prende e  si moltiplica quando siamo chiamati a vivere le paure che, anche se non sono personali, investono le persone care, oppure la nostra capacità di metabolizzare avvenimenti e situazioni che vanno oltre il limite dell'umana sopportazione come le morti inspiegabili, quelle di tanti bambini innocenti, magari solo per mancanza di cibo; le atrocità di certi delitti; quando il baratro è ad un passo e lo stesso Dio sembra rinchiudersi nel silenzio, quasi insensibile al grido di dolore che s'innalza dalle creature che Egli stesso  ha voluto, Gesù ci chiede, come fece con gli apostoli che lo richiamarono, anche un po’seccati, a prendersi cura di loro che stavano annegando, anziché dormire: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?” Certo, non è una risposta razionale o consolatoria, alla pressante richiesta di aiuto: “Maestro non t’importa che moriamo?”. Semmai è un’altra domanda che viene però da un interlocutore che ha già detto al mare: “Taci,calmati!”. È una richiesta di fede e credere vuol dire essere pronti a contare su Dio e sulla sua potenza anche quando il gorgo del mare sta per chiudersi su di noi.


                            14 Giugno

È strano il destino del messaggio cristiano. Anche, o forse soprattutto, quando esso è proclamato da Gesù stesso porta con sé i caratteri dell’'universalità. Come dire che per natura sua non può essere destinato ad una cerchia ristretta di persone, ma al mondo intero. È chiaramente affermato nei vangeli, ma è  soprattutto l’'apostolo Paolo che si fa annunciatore di questa verità. Tuttavia, allo stesso modo è fuor di dubbio che a duemila anni da questo annuncio i cristiani sono ancora una minoranza e questo anche in Italia. Certo, essi stessi vorrebbero essere molti di più, con un’'efficacia del messaggio più forte e più incisiva in modo da farlo accettare ad un numero molto maggiore di persone. Anzi non di rado succede il contrario. La società tende a contestare il messaggio, a sottovalutarlo, perfino a denigrarlo o a farlo segno di un’avversione tenace e sistematica. Anche al tempo di Gesù, quelli che lo seguivano, che accorrevano ad ascoltare i suoi insegnamenti erano quasi sempre una minoranza. Eppure Gesù faceva i miracoli, diceva cose stupende, affascinava con la sua predicazione; solo Lui, riconoscevano alcuni, “aveva parole di vita eterna”. Era la bontà e la giustizia in persona, ma il mondo non ne voleva sapere. Anche oggi come allora il Regno di Dio appare ancora lontano; il mondo non è cambiato, le vie da esso percorse non sono le vie del Signore; portano in tutt’altra direzione. E allora dov’è finita quella vicinanza del Suo Regno annunciata nei vangeli? La sacra scrittura proclamata nella liturgia di questa XI domenica del tempo ordinario sembra voler dare una risposta plausibile a questo interrogativo. Il profeta Ezechiele che predicava durante l’esilio del popolo di Israele, in un momento in cui sembrava che esso fosse distrutto, si appella all’azione rigeneratrice del Signore. Un ramoscello di cedro, piantato sul monte alto diventerà un albero gigante e sotto di lui tutti gli uccelli troveranno riparo. Per Ezechiele, il popolo era ridotto ad esile ramoscello, ma sotto l’assistenza e l’efficacia dell’opera di Dio diventerà cedro forte e maestoso,  recuperando totalmente la dignità di popolo di Dio, destinatario del piano di salvezza per tutta l’umanità. La società nuova che ne nascerà sarà pura grazia di Dio; sarà la Sua parola a compiere il miracolo. A riguardo il vangelo di Marco è ancora più esplicito con le due parabole del granello di senape e del seme che cresce da solo. Il granello di senape, “Il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra”, apparentemente senza efficacia e forza, crescerà e diventerà uno degli ortaggi più grossi. Tale appariva il ministero di Gesù agli occhi dell’uomo; una volta seminato, dotato di un’energia vitale nascosta e potente, porterà un frutto grandioso, il Regno di Dio dal quale nessuno potrà sentirsi escluso. Allo stesso modo si comporta il seme che viene sotterrato; scompare quasi nel terreno, poi germoglierà e crescerà da solo spinto dall’energia contenuta nel suo DNA, diremmo oggi. Con il ministero di Gesù il seme della sua parola e della grazia di Dio che salva viene sparsa nel terreno dell’umanità. Dotato dell’energia salvifica di Dio, germoglierà e crescerà fino a raggiungere i più lontani confini della terra.  Dovunque giungerà porterà salvezza. Così sarà per il  Regno di Dio: piccole o grandi che siano le opere in cui si esprime, là dove viene seminato là è presente l’unica forza che salva il mondo, presenza la cui efficacia non può essere misurata con i criteri umani del successo, quali il potere, la ricchezza, la notorietà, il prestigio sociale, il plauso della gente ecc. È un criterio valido per i singoli e per la Chiesa intera. Così come gli onori mondani attribuiti agli uomini di chiesa o alle istituzioni ecclesiastiche non sono la garanzia del successo della loro missione di trasmettere la salvezza. Per la Chiesa non si tratta di fare clienti o spettatori che applaudono, ma cristiani che, insieme e ovunque, costituiscano come un grande albero dove tanti possano trovare riparo e conforto. Infatti il terreno di coltura nel quale il seme della Parola sicuramente attecchisce e il Regno di Dio si radica, cresce e si amplia è l’amore, la carità; come si esprime S. Paolo, la verità nell’amore; l’amore nella verità; la verità operante nell’amore, in cui si sublimano anche i valori religiosi e sociali dei comandamenti di Dio.

Michele Santangelo


                            7 giugno


Dopo l’interruzione del periodo pasquale e delle feste dell’Ascensione, di Pentecoste e della SS. Trinità, riprende oggi, nella suddivisione dell’anno liturgico, il tempo cosiddetto ordinario. Ma come abbiamo visto recentemente anche per la festa dell’Ascensione, nella chiesa italiana in questa domenica, la decima del tempo ordinario appunto, dopo che con una legge, nel 1977, lo Stato italiano abolì l’effetto civile di alcune feste religiose, si celebra la festività del Corpus Domini, più propriamente chiamata Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, che invece, nella maggior parte delle altre nazioni europee, continua ad essere celebrata il giovedì seguente alla domenica della Trinità. Essa vuole essere, anche se dal punto di vista liturgico in modo emotivamente meno denso, la rievocazione della messa in Coena Domini del giovedì santo, in cui viene ricordata l’istituzione del Sacramento dell’Eucaristia nell’ultima cena del Signore con i suoi discepoli, consumata prima della sua passione e nella quale affidò ai discepoli il grande comandamento dell’amore: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”, dopo aver loro lavato i piedi, dando così un segno tangibile della cifra di umiltà e servizio con cui il comandamento stesso va attuato da quelli che credono in Lui. La festa del Corpo e Sangue di Cristo fu istituita nel 1247, nella diocesi di Liegi ed estesa alla chiesa universale dal papa Urbano IV nel 1264, anche sull’onda dell’emozione provocata dal miracolo di Bolsena avvenuto l’anno prima. Nella relativa bolla papale se ne precisa anche il significato; vi si afferma infatti che a differenza di tutte le altre cose di cui si fa memoria, “Nella sacramentale commemorazione del Cristo (che avviene nella messa), anche se sotto altra forma, Gesù Cristo è presente con noi nella propria sostanza. Mentre stava infatti per ascendere al cielo disse: ”Ecco io sono con voi fino alla fine del mondo”. E il Concilio di Trento, facendo riferimento alle parole pronunciate da Gesù nell’ultima cena, affera: "Poiché il Cristo, nostro Redentore, ha detto che ciò che offriva sotto la specie del pane era veramente il suo Corpo, nella Chiesa  di Dio vi fu sempre la convinzione, e questo santo Concilio lo dichiara ora di nuovo, che con la Consacrazione del pane e del vino si opera la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo del Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue”. È la proclamazione solenne di uno dei più importanti dogmi della fede cristiana ed è un mistero, vale a dire una verità che il credente accetta come tale senza che ne possa penetrare con la sua sola ragione l’essenza.  Certo, al di fuori di una logica di fede diventa difficile aderirvi senza lasciarsi sopraffare dal dubbio, né al di fuori di essa esiste un rimedio che possa in qualche modo renderci immuni per sempre dall’insorgenza di esso. La constatazione che per secoli e secoli milioni e milioni di fedeli, dai più semplici ed umili ai più grandi santi della storia, vihanno aderito e si sono lasciati conquistare, può corroborarla la nostra fede, una volta che il nostro assenso è stato pronunciato; ma è fondamentale l’adesione forte e sincera di ciascuno - ed è una grazia - fino a farne la ragione stessa del nostro credere e della nostra pratica di vita. Logica di fede che parte da una constatazione, quella secondo la quale “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”. Donazione avvenuta storicamente una volta con l’effusione del sangue del suo Figlio e che per il mistero eucaristico misticamente si rinnova ogni qualvolta sulla terra si celebra l’Eucaristia. In questa occasione è ancora il popolo di Dio che nel solco di quanto  viene raccontato dal libro dell’Esodo e di quanto S. Paolo afferma nella lettera agli Ebrei che ascoltiamo nella liturgia di oggi, offre a Dio il sangue dell’alleanza nel quale il popolo stesso viene salvato. Ma questa volta è un sacrificio perfetto perché si tratta dell’offerta del Sangue di Cristo stesso “il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio” per purificare le nostre coscienze “dalle opere di morte”.

 

Michele Santangelo


                               31 maggio

Nella domenica dopo la Pentecoste, la Chiesa ci invita a celebrare la festa della SS. Trinità, secondo la preghiera del prefazio: “Trinità di una sola sostanza pur nella differenza delle persone”: Dio Padre, creatore del cielo e della terra, Padre trascendente e celeste del mondo;  il Figlio generato dal Padre prima di tutti i secoli, fatto uomo nella persona di Gesù Cristo nel seno della Vergine Maria, il Redentore del mondo; lo Spirito Santo che è l'"amore" perfetto e divino (in greco agàpe) che il Padre e il Figlio mandano ai discepoli di Gesù per far loro comprendere e testimoniare le verità rivelate. Non è antichissima la celebrazione della solennità; e ciò dipende proprio dal fatto che, almeno fino alla metà del 1300, non se ne era avvertita l’esigenza, essendo l’esistenza di Dio uno e trino riconosciuta e ricordata continuamente nella vita della chiesa e codificata già nel Simbolo Apostolico; né bisogna dimenticare che il vangelo di Matteo si conclude proprio con l'esortazione del Risorto alla missione evangelizzatrice nel segno della Trinità: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”. La festa attuale, del resto, non è l’invito a discutere più o meno dottamente sull’impenetrabile mistero di Dio Uno nella sostanza e Trino nelle persone. A questa esigenza hanno assolto e continuano ad assolvere da sempre i teologi. La Chiesa piuttosto ci vuole spingere da un lato a rinnovare continuamente il nostro atto di fede, dall’altro a glorificare non la “solitudine infinita” di Dio, ma la “comunione infinita”, aspetto quest’ultimo che, dopo l’enfasi posta dal Vecchio Testamento sul passaggio del popolo ebreo con Abramo dalla mentalità politeistica a quella dell’Alleanza con il Dio vero, l’Unico, appunto, l’Altissimo, viene manifestato ed esaltato in modo definitivo da Cristo, rivelatore della vita intima dell’Unico Dio, come “comunione infinita” di Padre, Figlio e Spirito Santo e Santificatore. Una circolarità di amore che nel suo svolgersi coinvolge l’intera umanità ed ogni singolo individuo, la storia dei quali diventa così storia di salvezza. In questa direzione va il brano della lettera di S. Paolo ai Romani che viene proclamato durante la celebrazione eucaristica di oggi. In esso traspare in tutta evidenza la meraviglia incantata dell’Apostolo delle genti di fronte alla scoperta che Dio è Abbà, cioè Padre - papa Francesco direbbe tranquillamente “papà”, inserendo nella relazione affermata un carattere di intimità familiare e di sentimento che non ne abbassa la dignità, semmai la esalta rendendola più vera, più vicina al comune sentire, più umana insomma. Quando poi certi maestri: Marx, Nietzsche, Freud, giusto per citarne qualcuno, con la pretesa di essere maestri di tutto, affermano che Dio è una proiezione dei desideri dell’uomo, pensando così di liberarlo da condizionamenti e sovrastrutture, non si rendono conto che lo rendono prigioniero di se stesso e dei propri prodotti, riducendolo in confini ristretti, impastoiandolo con la sua finitezza. La festa di oggi c’insegna che non l’uomo ha inventato Dio, ma Dio ha inventato l’uomo, assegnandogli un destino unico ed irripetibile: la possibilità di essere suoi figli ed è lo Spirito di Cristo che lo attesta, lo stesso Spirito che guida ogni cristiano a fare l’esperienza della paternità di Dio. “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio”. Si tratta di una condizione alla cui base c’è la stessa comunione d’amore tra le Persone divine che nel contempo fonda e consolida l’insopprimibile esigenza comunitaria della vita umana. La comunità è indispensabile per far viverela persona: persona e comunità, binomio all’ interno del quale può veramente fiorire la vita individuale, familiare, sociale e politica.


                               15 Febbraio

Leggendo i brani di sacra scrittura di questa VI domenica del tempo ordinario ho pensato che la prima e la terza lettura, l’una tratta dal libro del Levitico, l’altra dal Vangelo di Marco, sono strettamente legate tra di loro e, paradossalmente, per contrasto.  Al centro c’è sempre l’uomo, caso portatore di un’umanità ferita, miserevole, in condizione di totale marginalità. Nel Levitico è presentata la condizione del lebbroso, portatore di un’esperienza tragica, agghiacciante, condannato a girare per le strade  gridando: “Immondo! Immondo!” affinché tutti ne stessero lontani per non correre il rischio di essere contaminati. Nel Vangelo, il protagonista è sempre lui, il lebbroso, lo stesso rottame di uomo, ma questa volta decisamente più fortunato, in quanto sulla sua strada non incontra solamente gli obblighi della legge ebraica, preoccupata di apprestare ogni possibile difesa della società contro un contagio sempre incombente, legge che non si preoccupa di chi sta male ma di chi sta bene; incontro a Lui va Gesù  che non solo non lo evita, ma gli stende la mano, lo tocca e addirittura lo guarisce. Sono presentate così due situazioni assolutamente contrastanti: da un lato, l’immagine del lebbroso secondo la legge è quella dell’uomo escluso, allontanato ed emarginato, un uomo disgregato nel corpo che cade a pezzi, ma disgregato anche nello spirito, perché la sua malattia racconta a tutti che egli porta addosso gli effetti del peccato, secondo la visione della Legge ebraica.  Nell’esperienza d’Israele , infatti,  la sanità del corpo e la malattia erano legate alla fedeltà o meno all’ alleanza. Il modo assolutamente nuovo di Gesù di rapportarsi con la malattia potrebbe indurci a pensare che con ciò Egli volesse rinnegare tutte le tradizioni religiose di cui egli stesso era figlio. Ma a riguardo egli è chiaro: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento”.  Nel portare a compimento la legge antica, comunque spesso a Gesù capita di apportare una vera e propria rivoluzione, come nel caso raccontato da Marco. La tradizione ebraica metteva al centro la legge e le sue prescrizioni, per Gesù, invece, la legge è per l’uomo e non viceversa. Nel caso della lebbra soprattutto, esisteva un vero e proprio “statuto del lebbroso” che comportava per il poveretto l’esclusione dalla convivenza comune, in quanto con la malattia sopraggiungeva per l’individuo una condizione di impurità. Pertanto il malato era escluso perfino dalla frequenza dei luoghi di culto. Ma Gesù, opera in favore dell’ammalato una reintegra totale. Una volta liberato il lebbroso dalla malattia, lo reintroduce nella frequenza della città e in quella della comunità e, anche per non accreditare per sé l’immagine di uno che turbava l’ordine costituito, lo invita ad osservare le prescrizioni previste nel caso di guarigione: “…va’, presentati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha ordinato a testimonianza per loro”. Voglio sottolineare un particolare della scena che si svolge tra Gesù e il lebbroso. Questi, nel vederlo, intuisce che in Lui sta la sua salvezza, ed al grido di “immondo” che gli impone la Legge nell’incontrare le persone sostituisce, con fede ma anche con umile franchezza, l’invocazione: “se vuoi, puoi purificarmi”. A questo punto si innesca una specie di meraviglioso crescendo: “Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». ”E subito la lebbra scomparve…” Quello di tendere la mano e toccarlo non è il tocco distaccato della bacchetta magica, ma è il gesto amorevole per infondere fiducia, speranza, sicurezza e il miracolo avviene. Dopo di che Gesù non va alla ricerca di meriti, né gli interessa farsi propaganda: “Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote…” La lezione per noi: anche il bene va fatto con discrezione, prestando attenzione  alla dignità di chi riceve, affinché non si senta umiliato e schiacciato dal proprio bisogno.

Michele Santangelo


                                      8 febbraio


I brani proposti dalla liturgia domenicale ci conferiscono un velo di tristezza per la scena di dolore, sofferenza, malattia che rappresentano, realtà dalle quali nessuno può ritenersi indenne ED i cui effetti sul fisico e sullo spirito lasciano segni indelebili.. Malattia e dolore vanno ad intaccare i desideri più profondi dell’animo, come quello di vivere ed essere felici. Malattia, dolore e, quindi, la morte, soprattutto quando essa appare inspiegabile e ingiustificata al comune sentire, mettono in discussione la stessa esistenza umana, il suo senso e il suo fine, esperienze che evocano drammaticamente il problema di Dio. La Bibbia, che mette continuamente a confronto i problemi dell’umanità con l’esistenza di Dio, non lascia cadere nel vuoto simili domande. Un esempio è fornito dal brano del libro di Giobbe. Il personaggio biblico, che rappresenta ogni uomo, si lamenta con il Signore che “i giorni passano come tela che viene arrotolata e presto finiranno senza speranza”. Di fronte a questa amara constatazione restano solo due alternative: la disperazione o la fede; Giobbe sceglie la seconda e si affida completamente al Signore. Scopre così che Dio non ha nulla a che fare con la sofferenza umana, nel senso che non la determina, anzi è tutt’altro che indifferente al dolore dell’uomo, così come non può essere accettata la conclusione semplicistica secondo la quale chi commette il male è castigato da Dio, chi invece si comporta bene è premiato. Questa mentalità viene ribaltata da Gesù quando, di fronte al cieco nato, alla domanda  della gente: “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?,” Egli risponde: “ Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”, opere, secondo il racconto di Marco, esemplificate nella guarigione degli ammalati e nella liberazione dai demòni. Così guarì la suocera di Simone e tanti altri, manifestando assoluta solidarietà verso chi soffre nel corpo e nello spirito. Lo fa nella casa di Simone,  nell’ambito privato e familiare, nella sinagoga, ambito religioso, poi “davanti alle porte della città”, in ambito pubblico, dove – precisa il vangelo di Marco – “guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”; come dire che tutti i contesti della vita umana, sia singola che associata, erano percorsi dal potere sanante di Gesù. Il mondo dei malati, dei deboli, dei sofferenti, di quelli che sono affranti dal dolore fisico e morale costituiscono, per dir così, anche la prima linea della Chiesa nel suo complesso, essendo essa fondata da Cristo per continuarne l’opera fino alla fine dei secoli, destinando le sue premure a tutti, senza distinzione alcuna. Per il cristiano, l’impegno ad alleviare il dolore, a guarire i mali, come a rimandare la morte, è un dovere che discende dalla sua condizione di battezzato, perché Gesù stesso lo ha fatto. Il vangelo della sofferenza, dice il cardinale Biffi, invita alla speranza, ed una speranza operosa. È anche l’unico capace di rianimare gli uomini che da sé sono tutti facili candidati alla disperazione.

Michele Santangelo


                            1 febbraio

Senza nulla togliere alla validità di tante cose dette e scritte, spesso si è constatato che  gli scopi perseguiti da tanti profeti e predicatori sono frutto di interessi di parte alla ricerca del potere. Sui profeti la liturgia di questa quarta domenica del tempo ordinario richiama la nostra attenzione, sull’autorità ed autorevolezza con la quale essi si esprimono, sugli scopi per i quali parlano. E’ diventata familiare l’immagine di Papa Francesco che sempre e con forza richiama tutti e specialmente i cristiani all’impegno per estirpare illegalità, schiavitù, corruzione, grandi mali della società attuale.

Per ben due volte, nel brano di vangelo proclamato durante la celebrazione liturgica si fa riferimento all’autorità con cui Gesù insegnava nella sinagoga di Cafarnao, città da Lui scelta per inserirsi nel pieno della vita degli uomini del suo tempo e trasfondere in essa la forza del vangelo, essendo Lui il profeta promesso da Dio al suo popolo per bocca di Mosè. All’annuncio di Mosè fa eco il racconto di Marco, che presenta Gesù proprio nell’atto di insegnare, suscitando ammirazione e stupore perché “insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi”. La sua autorità non si fonda sull’appartenere ad una scuola, ma sulla dottrina stessa da lui impartita e sul fatto che Egli è il Santo di Dio, come constata l’uomo posseduto dal demonio che lo stava ascoltando. La gente si rendeva conto che l’autorità che promanava dai suoi insegnamenti lo distingueva dagli scribi che non ne erano dotati. Di questi, forse, era stata sperimentato il potere di coercizione, l’imposizione nei confronti del più debole.

L’autenticità del messaggio si desume anche dal fatto che non risulta a vantaggio di chi lo pronuncia, ma va incontro alle necessità di chi l’ascolta. La forza della parola di Gesù viene subito sperimentata con la conseguente liberazione di chi l’ascolta e crede in lui. Parola e insegnamento suoi sono incompatibili con la presenza del male. In tal senso, tutti i cristiani sono chiamati ad essere un po’ profeti, quando si fanno portatori della parola di Dio e per questo testimoni del bene con l’insegnamento e con la vita perché col Battesimo essi sono stati innestati in Cristo e crescendo nella sapienza di Cristo possono leggere la realtà umana con gli occhi della fede che illumina la ragione. 

                                                                          

Michele Santangelo


                            25 Gennaio

Qualche giorno fa, uno dei telegiornali Rai ha diffuso la notizia secondo la quale in Calabria una madre avrebbe lasciato morire il proprio bambino appena partorito per intascare i soldi dell’assicurazione. Il tutto sarebbe avvenuto con la complicità di personale sanitario dell’ospedale presso il cui pronto soccorso la donna si sarebbe recata per ricevere assistenza a fatto avvenuto. Una volta ricevuto l’indennizzo assicurativo, la donna avrebbe diviso l’incasso, mentre - particolare sconvolgente – il dirigente del reparto investigativo afferma che il neonato, comunque nato vivo, “sarebbe bastata una boccata di ossigeno e oggi sarebbe vivo”. Sicuramente non è l’unico né l’ultimo degli episodi di violenza efferata cui ci è dato assistere e per di più contro un essere umano assolutamente indifeso e in balia anche degli appetiti più bassi e venali che si possano immaginare. Se non l’unico o l’ultimo episodio di violenza, è comunque emblematico di una società malata; pur tuttavia l’epoca che viviamo mostra segni di grandissimo progresso scientifico, civile, sociale, con punte di sensibilità umana eccezionale in moltissimi campi che sarebbe qui troppo lungo esemplificare. Non è azzardato scorgervi un parallelo con la città di Ninive di cui si parla nella prima lettura  della liturgia di questa III domenica del tempo ordinario, lettura tratta dal libro di Giona, uno dei libri biblici più brevi - consta di soli quattro capitoletti - ma dal contenuto molto importante. Il tema di fondo è l’amore di Dio per ciascun uomo, amore che si manifesta nel dare salvezza anche ai  più lontani. Ninive è la città immagine di un progetto umano improntato all’efficienza e a criteri di modernità eccezionali per quei tempi. È una città “molto grande di tre giorni di cammino”. Ma è anche la città pagana per eccellenza, nella quale l’assenza di Dio è fin troppo evidente, tanto che Giona annuncia che le rimangono solo quaranta giorni per convertirsi e poi, in mancanza, la distruzione. Ma i niniviti capiscono la lezione del profeta: “credettero a Dio…Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì…”

Sembra di vederla questa società italiana, europea, occidentale soprattutto, ricca nonostante la crisi, progredita, efficiente, che ha, in linea di massima, conquistato la democrazia. Eppure, quanta ingiustizia, quanti soprusi, quanta corruzione, quanta violenza palese e nascosta contro i bambini, contro la vita fin dal suo nascere, contro i più deboli. Insieme al progresso in tutti i campi, sembra che siano stati raffinati anche gli strumenti del male. Eppure anche questo tipo di società ha i suoi Giona, la Chiesa che nonostante le sue debolezze non fa mancare l’annuncio della Salvezza, Papa Francesco con i pressanti richiami alla misericordia, al perdono, alla pace, alla conversione, i tanti cristiani che si sforzano di essere fedeli al proprio battesimo e perciò stesso possono rappresentare  uno spunto di riflessione per tutti quelli che sperimentano un affievolimento della tensione morale.

S. Paolo, nella seconda lettura della liturgia, raccomanda di vivere nel mondo non come se tutto dovesse esaurirsi nell’arco circoscritto dell’esistenza terrena, ma con il pensiero rivolto alla seconda venuta del Signore. L’umanità sta vivendo appunto la fase finale della storia della salvezza, non nel senso che la fine dei tempi è lì, dietro l’angolo; la Parola di Dio non opera una specie di conto alla rovescia, ma annuncia la necessità della conversione dell’uomo come risposta al tutto compiuto della salvezza da parte di Dio. “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo”, ammonimento che rappresenta la sintesi di tutta la predicazione di Gesù.  

Michele Santangelo


                            18 gennaio

Ritorna, con questa domenica, il tempo che nella liturgia viene indicato con l’appellativo di ordinario, non perché meno importante, ma perché è la parte dell’anno, nella quale non vi sono  i tempi forti dell’Avvento, Quaresima e Pasqua e ci accompagnerà fino al mercoledì delle ceneri.

Il tema principale di riflessione è quello della “chiamata” , suggerito dalla prima lettura tratta dal libro di Samuele, un passo molto bello e suggestivo nella sua semplicità. Figlio del prodigio e per questo affidato al Tempio sotto la guida del vecchio sacerdote Eli, Samuele sente la chiamata, ma all’inizio non riconosce il vero mittente. Su suggerimento di Eli, quando la chiamata diventa insistente, con animo aperto, generoso, disponibile, egli risponde: “eccomi”. È il classico “eccomi” della Bibbia pronunciato in risposta ad un invito del Signore e perciò produce effetti prodigiosi: a Samuele di diventare giudice e profeta del suo popolo, ad Abramo assicurò una discendenza numerosa, quello risuonato  nell’umile casa di Nazaret ha cambiato il corso della storia. Il signore chiama insistentemente, ma il prodigio avviene quando la piena disponibilità del chiamato. Così la risposta di Samuele è la docilità totale, l’obbedienza incondizionata: “Parla perché il tuo servo ti ascolta”, ma ancora più importante è l’impegno a fare la volontà di Dio: “Non lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole”. Certo, non sempre è agevole riconoscere  la chiamata di Dio. A volte è difficile comprenderla, ascoltarla; può arrivare confusa con altre chiamate, soprattutto in tempi di rumore assordante come i nostri, e poi, quanti falsi idoli e profeti; non si riesce sempre a ritagliarsi uno spazio di silenzio per spianare la strada alla Sua voce. Se poi a ciò si aggiungono i tanti vitelli d’oro di cui si va alla ricerca: denaro, successo, carriera, competizione, intorno alla “chiamata” si costruisce una specie di cortina fumogena che impedisce di scorgerla non solo, ma si corre il rischio di rimanervi avviluppati, con la perdita, a volte,  anche della tensione, della voglia della ricerca. Per fortuna, Dio è “Padre, ricco di bontà e pieno di misericordia”. Le Sue chiamate sono reiterate, come per Samuele. E non è detto che debbano avere le caratteristiche della folgorazione come successe a Paolo di Tarso, né che debbano verificarsi necessariamente all’interno del Tempio o in un contesto religioso. Spesso si tratta di piccoli segnali: la parola di un amico, un’orma appena accennata nella vita familiare, un avvenimento all’apparenza insignificante che però provoca una strana sensazione nel cuore. Altre volte c’è bisogno  di qualcuno, come Eli per Samuele o Giovanni Battista per i due discepoli, che magari con autorevolezza indichi: “Ecco l’agnello di Dio”. Può bastare un accenno di risposta perché poi intervenga il segnale più profondo, veramente autentico. I due discepoli all’indicazione di Giovanni seguirono Gesù che vedendoli chiese loro: “Che cercate?”, sottolineandone appunto il desiderio di ricerca che non viene, peraltro, immediatamente appagata: “Venite e vedrete”. Mentre continua la ricerca, l’identità del ricercato si fa sempre più marcata: Agnello di Dio, Maestro, Messia, e si avverte l’esigenza di comunicarla ad altri. Uno dei due, Andrea, incontrando il fratello, Simone, comunica la più grande scoperta della sua vita: “Abbiamo trovato il Messia”, incontro che a Simone ribalta la sua stessa identità: “Tu sei Simone; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)”.

Un po’ quello che è successo per ciascun cristiano al momento del battesimo: si è giunti al fonte battesimale con una paternità e maternità definite e se ne esce con una identità  da costruire giorno per giorno, quella del cristiano. Le linee guida di questo sviluppo discendono dalla stessa identità acquisita e servono a conferire un contenuto, per così dire esistenziale, esemplificativo, alla chiamata divina. Siamo chiamati concretamente ad essere con tutto il nostro essere membra vive di Cristo e tempio dello Spirito Santo. In ciò risiede il fondamento dell’agire morale del cristiano.

Michele Santangelo

11 gennaio

Con la festa dell'’Epifania abbiamo visto i Magi adorare il Bambino, con la celebrazione del Battesimo la liturgia  ci fa compiere un salto di circa trent’'anni nel considerare la vita di Gesù, dopo aver raccontato l’'episodio della sua visita al tempio dove appena dodicenne e all’'insaputa dei genitori si ferma a discutere con i maestri. Subito dopo scrive  l’evangelista: "Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. E la madre custodiva nel suo cuore tutte queste cose. E Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia davanti a Dio e davanti agli uomini". In questa domenica lo ritroviamo sulle rive del fiume Giordano, dove Giovanni Battista predica un cambiamento di vita e annuncia il tempo della liberazione ai poveri e agli oppressi. Il battesimo che Giovanni “il Battezzatore” amministra non é un gesto sacramentale come lo é nell'’esperienza cristiana. Esso ha valore morale: rappresenta un evento di conversione e di preparazione dell’'avvento del Messia. Ed è proprio al culmine di questa attività che avviene un fatto straordinario, dopo che tanta gente si è convinta della necessità di un radicale cambiamento di vita per poter essere degna di un mondo dove regna la giustizia e la pace, che Giovanni annuncia come  prossimo venturo.
In mezzo a quella folla che attende d'’immergersi nelle acque del fiume arriva Gesù, si mette in fila con i peccatori, umile tra gli umili, in spirito di assoluta condivisione, senza clamore e annunci particolari. Nel raccontarlo, l’'evangelista sembra quasi volerlo far passare come un fatto assolutamente normale, ordinario ed invece è una vera e propria Teofania: “E, subito, uscendo dall’'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’'amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Con il Battesimo Dio per mezzo dello Spirito Santo proclama Gesù suo Figlio, l’'Unico, l’'Amato e lo fa nel momento in cui Gesù stesso manifesta di essere assolutamente solidale con l’uomo, essendo egli entrato nella famiglia umana prendendone su di sé la fragilità e il peso della “carne”. 

Michele Santangelo

                     27 Gennaio: PER NON DIMENTICARE


 

Oggi più che mai è utile riflettere sul bisogno di memoria e quale migliore occasione della settimana che l'Occidente dedica all'Olocausto o, meglio, alla shoah, il cui significato di distruzione richiama i campi di sterminio ed introduce il dibattito sul male assoluto di cui è capace l'uomo, a partire dal contesto di riferimento che è l'antisemitismo.

Facile ironia ha accompagnato la battuta del papa sull’aereo in riferimento al pugno contro chi offende la madre; commenti prevenuti di chi non vuol comprendere e non sa mettere insieme i pezzi di un magistero che, per farsi capire, ricorre ad espressioni di facile presa, che non confondono i semplici, ma provocano i sapienti! Il pontefice da alcuni mesi ha asserito che il mondo è precipitato nella terza guerra mondiale, combattuta in un modo inedito. La barbarie da essa scaturita in chi la subisce é fonte  di disgusto, mentre per chi le provoca facile strumento di scontro e di propaganda.

Il pugno sferrato all'inizio degli anni Quaranta del secolo scorso ha determinato il crollo di un progetto criminale che ha portato lacrime e sangue, distruzioni materiali e macerie morali a tutta l'Europa. Alcune letture storiografiche e sociologiche tendono a sminuire le responsabilità degli assassini ritenendo quell'esperienza inevitabile e i carnefici pedine della Storia. In effetti si tratta di astrazioni alle quali non corrisponde l'effettiva vicenda, come pure capziose risultano affermazione di una psicostoria pronta ad evocare teorie psicoanalitiche per cui, alla fine, Hilter risulterebbe vittima degli ebrei. Il furher, prima di andare al potere, pur frequentando un ambiente torbido, non è mai stato un malato mentale. E' dunque assurdo nutrire quasi un compassionevole sentimento, come è dovuto a chi non ha capacità d'intendere e volere, verso chi è stato dotato di una drammatica normalità d'intelligenza, come HitlerSi ridimensionano così anche le posizioni d'internazionalisti e fuzionalisti rispetto alla shoah, per non parlare dei negazionisti rispetto alle modalità delle articolazioni circa la macchina di morte.

Lager e logica dello sterminio sono un crimine contro la diversità umana, quindi interessano anche altri, non solo gli ebrei. Le cifre sono impressionanti, come il numero di burocrati esecutori, persone consapevoli, quindi responsabili, perché sarebbe risultata impossibile la realizzazione del criminale disegno senza la loro collaborazione. Si tratta di una ferita per l'intera Europa che non può superare la macchia e il tormento della Shoah. Da qui, evitando sterili cerimonie, occorre ravvivare la memoria contro revisionismo e negazionismo e parlare di Auschwitz senza ridimensionare o banalizzare l'evento, paradigma della barbarie moderna con una specifica singolarità per la mobilitazione di risorse statali e culturali che hanno rivelato la potenzialità distruttiva della razionalità impegnata a giustificare l'antisemitismo.

La purificazione della memoria implica la viva consapevolezza delle tragedie quando, nell'arco della storia, ci si è allontanati dal proprio senso di umanità ed è mancato discernimento, divenuto talvolta persino acquiescenza di non pochi di fronte alla violazione di fondamentali diritti umani. Ricordare significa soprattutto tracciare una strada verso il futuro, riflettere sulla pace e sulla giustizia e impegnarsi per la loro causa perché solo un mondo in pace e disposto a garantire giustizia a tutti può evitare il ripetersi degli errori e dei terribili crimini del passato. Quindi, il destino dell’umanità si lega anche ad una memoria compassionevole, capace di assumere e partecipare il dolore altrui e rianimare i legami di fraternità nella storia del mondo per riportare l’equilibrio, accogliere i dissenzienti, accettare la diversità nell’unità sull’essenziale, onorare la libertà con azioni lungimiranti a favore dell’emancipazione dalla paura. A queste condizioni è possibile anche il perdono, non come mero oblio, solo apparentemente terapeutico, in realtà un pericoloso anestetico e prodromo di morte, come si legge nel salmo 88.                                      




   Sono francese, europeo, cristiano anche se non sono Charlie           

I fatti avvenuti in Francia questa settimana sono una tragedia per tutta l’Europa e confermano la pericolosità della crisi che attanaglia l’Occidente. In effetti da un’analisi senza pregiudizi dell’azione di quei francesi emerge innanzitutto l’attacco dell’uomo comune all’uomo comune, la deriva dei giovani  europei tenuti ai margini della società del benessere e profondamente radicati nelle periferie esistenziali. Perfidi individui sparsi per il mondo, per sete di potere, tirano i fili trasformando  ragazzi, prima delusi e poi illusi, in marionette. In effetti, più che ad uno scontro di civiltà, si assiste al precipitare della nostra società liquida.

La pancia dell’opinione pubblica, strumentalizzata da politici irresponsabili, grida allo scandalo della tolleranza e chiede  misure severissime e pena di morte! Tanti esperti ed intellettuali interpellati, menti eccelse della civiltà occidentale, hanno proposto analisi ed avanzato rimedi non sempre convergenti; altri, non molti, hanno invocato una profonda conversione dei cuori, ritenendola condizione indispensabile per venire a capo di questo cancro che distrugge lentamente una identità e mina inesorabilmente una civiltà.

Tutti, con la matita appuntita nel pugno,  dichiarando a gran voce di non aver paura e di non voler abbassare la testa, si sono impegnati alla strenua difesa dei valori laici.  Questo programma di intenti non coincide necessariamente con l'arroganza laicista, ma induce ad una  riflessione: l’aggettivo “laico” richiama un problema se lo si pone in contrasto con “religioso”.  I valori, infatti, sono tali se non hanno aggettivi limitanti e la libertà ha vero significato solo se si rapporta con il bene, la giustizia, la dignità di ciascuno, il diritto al proprio credo nel rispetto di quello degli altri.

Così, per risolvere quest'angosciosa situazione, occorre prima di tutto  bloccare chi intende minare la possibilità di far vivere insieme gli individui, quali che siano le origini. Contemporaneamente risulta imperativo opporsi all’odio e a tutte le forme di violenza che distruggono la vita. La promozione della cultura della pace e della speranza, nella quale è plausibile il dialogo interreligioso, costituisce la via da percorrere insieme anche per dissipare i pregiudizi generati dalla diversità.

Gli attacchi di certa stampa a papa Francesco sono sintomatici del malessere determinato dalla sua condanna dell’indifferenziata vendetta che egli denuncia costantemente. Mille culture affratellate dalla stessa fede nell’uomo costituiscono una indubbia ricchezza, della quale può giovarsi soltanto chi è disposto all’incontro, consapevole che la diversità deve indurre a lavorare insieme per favorire lo scambio e la conoscenza reciproca. E’ possibile porre riparo alla tragedia sperimentata a Parigi se si è disposti a preparare case  che accolgono  tutti. I contrasti determinati dalla diversità si appianano con l’amore che fa aprire i cuori, non innalzando i muri  della paura. Bisogna costruire allora ponti per facilitare la comunicazione e rendere agevole la conoscenza!

La polarizzazione a favore o contro la violenza in nome di Dio  è soltanto freddo e sterile odio. Oggi si è davvero ad un  bivio: o si sceglie l’autentico senso religioso, oppure la fede sarà ridotta a mera ideologia per giustificare disegni di potere che fanno precipitare nella barbarie.

Non esiste alternativa all’integrazione e l’Occidente rischia di suicidarsi tanto se fa prevalere al proprio interno indifferenza ed arrendevolezza, quanto se fa aumentare l’odio per il diverso. L'Europa cristiana ha la saggezza e la forza per contrastare le insidie del momento; per riuscirvi deve fare ricorso ai valori che tante volte dimentica o lascia timidamente e consapevolmente sullo sfondo della sua  facciata che sembra luccicare, ma che ha bisogno di urgenti restauri.   


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