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 Epifania 2015

La liturgia della parola indica la stella e invita ad alzarsi per rivestirsi della luce che brilla sopra di noi in modo da consentire alla volontà di operare il bene (I lettura). Ciò è possibile perché il Figlio è nato per tutti. Il passo del vangelo chiarisce ancora meglio questa prospettiva di salvezza, attuale soprattutto oggi. Con la globalizzazione l’umanità si vede racchiusa e compressa in un unico villaggio, sovente la paura xenofoba dell’altro anima l’odio ed intristisce il cuore, invece dobbiamo farci contagiare dall’amore per l’altro pronti al viaggio della conoscenza.

I Magi non indicano una particolare etnia, ma incarnano l’universale attesa della salvezza che anima la sete di sapere, vera e propria dimensione dell’esistenza che ci caratterizza. Come i Magi anche noi dobbiamo vedere nel creato la firma di Dio e, quindi, iniziare il pellegrinaggio di ricerca senza fermarci ai primi ostacoli o farci circuire dal potere che alla verità preferisce la possibilità di continuare ad esercitare il dominio sugli altri se necessario non utilizzando la ragione, ma il fil di spada.

Dopo reiterate esperienze, mentre il viaggio continua, solo le Scritture svelano la vera via: il Verbo, la Parola fatto uomo, come abbiamo proclamato a Natale, la stella che rivela lo splendore della verità divina, l’Epifania appunto. Premio per questo incontro salvifico è la grandissima gioia che genera la sua vista.

Possiamo rimanere abbagliati perché abituati alla penombra dell’angoscia; perciò, senza scoraggiamenti, entriamo nella casa che ci mostra la stella e godiamo del calore di quegli affetti che riscaldano il cuore ed animano la speranza. Abbracciamo il Bambino che ci accoglie: è il nostro futuro, l’univa vera novità degna di essere condivisa perché capace di innestare sull’uomo vecchio il soffio redentore dell’amore di Dio. Con riverenza abbracciamo la Madre che ci mostra di cosa è capace la  concretezza del provvido altruismo. Solo così ha senso prostrarsi e, riconoscenti, aprire i propri scrigni, vale a dire far dono della nostra vita.

Porgere al Bambino l’oro vuol significare la disponibilità a mettere a sua disposizione i nostri talenti per costruire un mondo migliore, mostrargli la mirra significa riconfermare l’attenzione per una lettura concreta della vita e, quindi, accettare anche il dolore e la morte, che, nonostante la sofferenza, non fanno più paura in quanto il Bambino con la sua presenza conferisce anche a queste esperienze del limite un senso. Soprattutto diamo possibilità all’incenso della preghiera di aleggiare nella nostra vita per aver accettato il primato di Dio, l’Unico da adorare perché vero salvatore dei popoli grazie alla fedeltà alla promessa fatta agli innocenti, alle comunità accoglienti, ai poveri. Questo è il vero senso della Befana.

Tra noi ha assunto significato diverso ed evoca altri personaggi, ma nella sua evoluzione linguistica a ritroso prima era befanìa, pifanìa, epifanìa. Come il glottologo, ripuliamo la parola dei significati folkloristici, fantastici, arcaici. Tolte queste incrostazione, ne verrà fuori il vero significato tratto dal sobrio racconto del vangelo di Matteo, nostro viatico, stimolo e guida per tutto il 2015. 

 


                                       4 gennaio 2015

L’atmosfera festosa delle celebrazioni ha attirato l’attenzione su aspetti che potrebbero anche aver fatto perdere di vista il significato più profondo della venuta di Gesù, Figlio di Dio fatto carne. Per essere nella storia con le caratteristiche di ogni uomo, egli ha ripercorso le tappe esistenziali in situazioni perfino più precarie della maggior parte di noi: nasce in una stalla, fugge in Egitto, cresce nella fatica, soffre il freddo, il caldo, la fame, la stanchezza. Matteo e Luca hanno descritto la nascita di Gesù dal punto di vista terreno e noi ci siamo emozionati nel contemplare questo bambino la cui unica sicurezza erano le braccia della Madre.

La luce del Natale continua ad effondersi in questa II domenica e tramite il vangelo di Giovanni ci invita ad una  riflessione  teologica sull’ingresso del Figlio di Dio nel mondo. Nel prologo al suo vangelo eleva l’inno al Logos: l'unigenito Figlio di Dio, Dio come il Padre, è il Verbo, la Parola divina che ha creato il mondo; è Colui nel quale sta la vita, che egli ha voluto comunicare agli uomini diventando uno di noi, così noi con la sua venuta siamo stati trasferiti alla portata di Dio, dopo essere stati  liberati.

Il centro del ragionamento di Giovanni sta proprio nella frase: “Il Verbo si è fatto carne”. Egli in principio era presso Dio, in dialogo, in comunione di vita all’interno della Trinità. In questo misterioso dialogo siamo entrati in campo anche noi, secondo l’insegnamento di Paolo: “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo”. Essere adottati da Dio come figli è dono incomparabile che non avviene in automatico; la condizione per riceverlo è la disponibilità ad accoglierlo. Dio lascia tutti pienamente liberi di accettare Gesù il Suo inviato, l’unico capace di rivelarlo agli uomini, il Maestro  che insegna le Sue verità ed è la via per giungere al Padre.

Per far comprendere la grandezza del dono all’umanità, Giovanni paragona alla luce la venuta del Figlio di Dio. Quello della luce è simbolo di facile ed immediata comprensione ed è molto presente nel linguaggio comune. Basti pensare che per indicare la nascita, si usa dire “venire alla luce”. Le prime parole del Creatore furono: “Sia la luce”. Giovanni dice ancora, parlando della venuta del Figlio di Dio: In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le  tenebre non l’hanno accolta”. Come sul piano fisico senza la luce che promana dal sole non c’è vita, così sul piano spirituale, senza la luce divina, regnerebbero sulla terra tenebre e morte.

La luce è Lui, Cristo, mandato nel mondo ad accompagnare e rischiarare i giorni così spesso tenebrosi dell'umanità. Gesù stesso lo dice di sé: "Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita".

Michele Santangelo


            

                               L’Anno della Luce

Rispetto al 2014, particolarmente critico, l’Unesco ha titolato il 2015 “Anno mondiale della luce” allo scopo di far riflettere e sollecitare l’impegno di tutti per favorire il miglioramento della qualità della vita, non solo, ma per illuminare altri aspetti nella società come il promuovere l’istruzione fra i giovani e ribadire le pari opportunità per tutti. A queste condizioni si spera che possa risultare un anno luminoso, che aiuti cioè ad allargare le conoscenze, ma soprattutto prenda spunto dal primo atto del Creatore che, nel pronunciare “Fiat lux”, separa le tenebre dalla luce, operazione quanto mai necessaria in una umanità dalla luce sempre più sbiadita e sempre meno disposta a dissipare le tenebre che sono dentro il suo animo. Ciò diventa possibile se poniamo attenzione al prossimo e consideriamo gli altri essere la nostra storia. Essa può divenire luminosa se tutti i protagonisti operano con mitezza e contribuiscono ad abbassare l’aggressività che ha dominato il 2014 con le sue competizioni egoistiche, col cinismo del potere, con l’orgoglio dei mediocri, con l’ambizione degli arrivisti.

Possiamo superare la dittatura del pensiero unico basato sull’esaltazione dell’io abbarbicato su posizioni superate e per le quali si è disposti anche a scendere in guerra lamentandosi poi della persistente condizione di depressione fisica e morale. Occorre impegnarsi per costruire un futuro che assegna al prossimo un posto rilevante perché disposti a concedergli fiducia, sentimento che aiuta ad immaginare qualcosa di diverso per cambiare finalmente le cose manifestando disponibilità ad accettare le novità ed esaltare il mondo che si rivela ricco proprio perché vario.

Occorre aver fiducia, ma in chi riporla? In se stessi innanzitutto per pensare un futuro diverso da condividere con i propri simili. Così la fiducia diventa atto di fede che aiuta a scoprire di non essere destinati a vivere soli. Il bisogno di costruire insito nell’uomo viene realizzato e goduto solo se condiviso, segno di saggezza che fa accettare questo messaggio di pace. Allora trascorriamo il nuovo anno pronti a prenderci cura del prossimo, rendiamo veramente solida la speranza in un futuro sereno, soprattutto se operiamo in un clima di fiducia, atteggiamento che sgorga dalla disponibilità a vivere in mitezza il nostro quotidiano. Questi sentimenti, atteggiamenti e virtù costituiscono la prova migliore che abbiamo iniziato il pellegrinaggio verso l’incontro stimolante, sereno, gioioso e fecondo con la Luce della Sapienza. 

                    

                       

Auguri di buon anno


In ciascuno di noi persiste l’aspirazione all’incontro con l’amore pieno, capace di scandire fruttuose esperienze di pace nel desiderare una vita segnata da benevolenza, fedeltà, mitezza grazie al costante dominio di sé per un continuo esercizio di pazienza. Il progressivo divario tra quotidianità ed aspirazione al bene pare irraggiungibile per cui si è portati ad una spontanea richiesta di aiuto. Insegnaci, o Luce della Luce, la via da percorrere.


Noi, piccole anime di confine, viviamo in una condizione d’incertezza; tanti dubbi inducono a ricercare antidoti alla disperazione, viaggio possibile se c’impegniamo a guardare oltre. Allora riusciremo a vedere e cogliere il sottile filo di Luce che passa oltre la porta che delimita la nostra esistenza ed impedisce di scorgere il giardino dell’Eden.


“Mater mea, Fiducia mea”,è la preghiera che sgorga dalle nostre labbra. Chiusi gli occhi, queste parole evocano i momenti più belli della esperienza di ciascuno di noi. La vita di Maria per tutti costituisce un dolce esempio. In essa riscontriamo l’impegno per una costante riflessione teologica, ma sopratutto la discreta e continua adesione del suo cuore alla volontà di Dio.


Maria abbozza un sorriso invitante che sollecitare ogni grazia al Padre. Figlia, Madre e Sposa è la tutta Santa. Perciò è Madre Purissima, radice feconda dell’Albero del Bene, icona dell’amabilità, ammirata perché fonte di Buon Consiglio e soccorso continuo. Degna di venerazione, esempio da esaltare, scudo potente contro il male, clemente nel comprendere la nostra indole diventa per noi lo specchio della giustizia divina, fondamento della sapienza e sorgente di letizia nell’abbraccio premuroso di chi ha bisogno. Scrigno di tutti i doni dello Spirito, è la mistica rosa, delicata nei suoi profumati petali. In Lei si riassumono le promesse dell’Alleanza, sicuro accesso al cielo, segna la rotta come la stella del mattino, garantendo la salvezza a tutti gli infermi. Consola chi è tentato di perdere la speranza, pronta a sostenerci nei momenti di maggiore difficoltà, quando ci si sente impotenti come una nave nella tempesta.


Ricordi, memorie, volti, situazioni, esperienze, presenze improvvise di persone scomparse o lontane ci affiancano in questo pellegrinaggio di ritorno dal passato ad un arido presente. Maria è a noi sempre vicina: nei momenti esaltanti dell’estasi, come nelle fasi della ricerca delle ragioni della fede, che suscita dubbi, rigetto, insensibilità; sempre con noi, appunto perché l’Odighitria; è la donna che indica la via e descrive il tragitto del viaggio nel Magnificat, celebrazione del Dio dei poveri, degli ultimi, degli umili, degli oppressi, esaltazione dell’impossibile che diviene storia grazie al tocco rigeneratore del dito di Dio.


Ella è piena di grazie perché il Signore è con Lei: presenza costante, compagnia che conferisce vigore, forza che rende vincitori generando la vita, perché consente di far innestare la natura umana nella santità di Dio. Immacolata fin dal primo momento; il Signore è stato sempre con Lei in una comunione di vita senza ombra di peccato, mai soggetta a separazione, mai precipitata nella distanza dell'abbandono.


Dio ha scelto la persona che doveva essere la Madre di Gesù in uno straordinario contesto di avvincente semplicità, di umiltà regale, di doviziosa povertà, di autenticità di vita testimoniata e condivisa con la gente del villaggio in un continuo primato del dono, trasformatosi in solido pilastro della fede.


Il Padre, tramite Maria, ci offre il Figlio, unica speranza in ogni cammino possibile. In una storia di peccatori, intensificatasi per la nostra pretesa di continuare a definire autonomamente dove si trova il vero, il bene, l’utile e il dilettevole distorcendo i rapporti e rovinando l’esperienza dell’amore, Dio non abbandona l’umanità al suo destino, ma vi entra per merito di una donna che schiaccia il capo al nemico, sconfiggendo ogni malvagità; perciò Maria, madre della fiducia, è continua speranza per il mondo.


 “Regina Immacolata Concezione, ora già partecipe della gloriosa visione beatifica, ascolta la nostra preghiera scandita da una corona che descrive la tua gloria. Essa ci lega a te rafforzando la speranza ed incoraggiando la confidenza in un legame familiare che fa gustare il sapore dell’intimità che ha unito saldamente Te a tuo Figlio in una esperienza di lavoro, affetti e reciproca comprensione per la costante attenzione alla volontà di Dio. Perciò non puoi non essere la Regina di tutti noi immersi in un mondo di sangue, dolore, ingiustizia e sofferenze, ma che attendiamo fiduciosi la pace perché l’Agnello si è offerto, ha vinto il male col suo sacrificio e ci ha concesso la sua misericordia, capace del perdono che gli hai sempre insegnato, Tu, sua e nostra amorevole Madre.”


In questa invocazione sono anche gli auguri per il 2015, che sia prospero per tutti e vissuto in gioiosa serenità.

 



Considerazioni di fronte al presepe


Il Bambino campeggia nella nostra chiesa parrocchiale come risposta alle tragiche esperienze dei conflitti che angustiano l’umanità per enfatizzare la centralità dell’Incarnazione come Salvezza. Egli è il fondamento degli auguri che ci scambiamo, icona di profonda umiltà e di estrema povertà, manifestazione della Gloria di Dio nei cieli e di Pace in terra per gli uomini buona volontà. E’ il desiderio di Shalom realizzato, benessere con un preponderante aspetto anche materiale grazie al patto con Dio da cui provengono i doni dell’alleanza, della salute, della benedizione, della felicità, della tranquillità senza turbamento nel pellegrinaggio verso la terra promessa. Da qui l’attualità degli auguri per il Natale e per tutto il 2015 radicati sul Bambino, che si pone agli antipodi dei poteri forti.

Tutti possono comprendere il significato dell’immagine, perfetta catechesi che invita tutti noi al raccoglimento, attratti dalla devota religiosità che promana dalla lettura del fatto storico nel quale oggi si proietta la società. Chi osserva vi trasferisce bisogni concreti ed aspirazioni salvifiche fissate nel realismo idilliaco della dimensione domestica di scene quotidiane. Da qui la rilevanza anche del presepe che quest’anno è stato allestito rispettando a pieno la tradizione napoletana. La scenografia propone il contrasto tra i privilegi dei ricchi e descrive con impietoso realismo i ceti subalterni cogliendo caratteristiche etnografiche e volti, un’attenta indagine psicologica ed esibizione di status.

L’evoluzione del gusto si desume dal modo di proporre agli spettatori la Natività: di solito si presenta Maria seduta e Giuseppe in piedi nella grotta-stalla al centro della scena e animata dall’annuncio ai pastori. Più distante, ma sempre evidente, una taverna ricca di cibi diventa elemento narrativo per descrivere il trionfo di simboli come l’abbondanza, riscatto dalla miseria quotidiana. La grotta è illuminata da teofanie celesti; la scenografia frontale con paesaggio notturno evoca una specie di discesa negli inferi. Lo spazio stimola la creatività personale: pozzo, fontana, mulino, ponte, taverna fanno corona al banchetto rituale; in alto il castello con Erode ricorda i bambini della strage voluta dal tiranno. La lavandaia-levatrice richiama il ruolo svolto nel proto-Giacomo a dimostrare come gli apocrifi siano alla base di leggende e soggetti riproposti da tante opere artistiche.

Anche i cibi serviti hanno funzione cultuale e culturale, sono quelli una volta imbanditi per i morti: semi, mandorle, miele, zucchero, simboleggiati dagli struffoli. Lo stesso capitone fatto a pezzi invita a riflettere sul tempo che si rigenera nel serpente cosmico che si morde la coda secondo la concezione greca. Anche nelle antiche religioni alla fine prevale l’evento salvifico dell’eroe celeste che vince il male ed inaugura la nuova era di pace. Il bambino acquista significato partendo dal termine greco-latino: pais dalla radice pau, cioé piccolo, pauper, paucus, parvus, paulus, puer, pusillus, riflesso nel vangelo di Luca, figlio dell’ellenismo e cristiano della koiné, che fa nascere Gesù, il primogenito, non nel serraglio, ma nella mangiatoia della stalla, divenuta grotta naturale con Giustino martire, il protovangelo di Giacomo ed Origene. Luca reinterpreta teologicamente i fatti alla luce dell’Antico Testamento, citato per allusione e con enfasi cristologica nei titoli messianici: è nato il Salvatore (soter), il messia (cristos), cioè il Signore, nella città di David.

La luce costituisce il collante di queste tradizioni e il presepe diventa un libro aperto per leggere vita, morte, inferi amalgamati nel coro intonato dagli Angeli. La rappresentazione della natività si trasforma in un viaggio ed in una visione del mondo interiore della conoscenza comunicato mediante una gestualità culminante nell’orante a mani protese. E’ la sacralità epica espressa da Benino, il pastorello dormiente nella scenografia posto in alto per invitare al cammino verso la grotta e l’incontro col Bambino. Il pastore delle meraviglie, abbagliato dalla rivelazione, riassume ruolo e significato del presepe tradizionale. Nel far memoria del fatto storico avvenuto ai tempi di Augusto sperimentiamo il memoriale della speranza salvifica perché il Natale è tempo di rinascita per un popolo oppresso da potenti arroganti. Nell’oscurità di un quotidiano di sofferenza e d’ingiustizie, l’uomo appare solo e privo di meta, bisognoso della rivelazione divina, particolarmente provvida nelle quattro notti fondamentali dell’azione di redenzione: quella della creazione, dell’alleanza con Abramo, della libertà nella Pasqua di Mosè e la messianica. Perciò, all’esperienza della notte farà seguito quella della luce continua dell’ottavo giorno.

Ma dove trovare tutto ciò? In una mangiatoia dove è adagiato un bambino in fasce! Mistero del Natale! Evidente lo scarto tra la grandezza del dono e la piccolezza del segno che lo incarna; perciò è difficile vivere con coerenza questa festa. Si è disposti a dire sì alla luce, ma il pellegrinaggio interiore per vedere un bimbo e cambiar vita costituisce una pretesa eccessiva se non si prova la gioia garantita dal vero spazio di Betlemme. Mangiatoia e campo dei pastori, sedi provvisorie di un quotidiano di miseria, diventano fecondo centro di speranza se preparano alla lezione del Natale, alla gratuità e allo stile di Dio, pronto al dono per pura bontà, senza cerimoniali di reciprocità perché l’amore trinitario esalta l’unilateralità del Natale.

Finché si vive nell’egoismo, fermi ad un mondo senza Cristo come dimostra lo spreco di miliardi in armi e divertimenti mentre i bimbi morti di fame continuano ad essere milioni, il Natale al massimo appare una tregua di buonismo. Torniamo a Betlemme per gustare umiltà e mitezza, per apprezzare la povertà come libertà di fronte all’idolo danaro. Cerchiamo il piccolo Gesù per dare concreta speranza agli auspici di serenità degli auguri che ci scambiamo. Un Bambino povero, mite, crocefisso sfida e vince i potenti; Dio è abituato a vincere in questo modo: in una grotta Egli ristabilisce l’equilibrio tra Cielo e Terra e dona a chi spera nell’amore la possibilità di ricominciare.  Buon Natale!

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