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La speranza nel Natale del Bambino

In questi giorni di festa si è invitati a riflettere sul capitale sociale della famiglia, scrigno di speranza insidiata dalla sindrome del buonismo natalizio, modo pagano di propagandare prodotti da acquistare, regali da scambiare, economie da foraggiare: é il fantasmagorico natale della mercificazione. Contro tutto ciò occorre gridare con Paolo “Quando giunse la pienezza dei tempi, Iddio mandò il suo Figliuolo, nato da donna” (Galati 4,4), pronti ad operare nella consapevolezza che i tempi sono maturi. Cristo viene per porre riparo alle stigmate delle colpe sociali ed individuali che segnano la storia con un solco indelebile. RiconoscerLo e rispondere concretamente al suo invito significa partecipare della gioia universale per la nascita del Signore che ha distrutto il timore della morte. Il senso di liberazione diventa promessa di eternità, nessuno escluso, perché il Signore è unico, anche se il modo di manifestare questa gioia può risultare molteplice. Infatti, il santo esulta considerando che la ricompensa si avvicina, il peccatore coglie in questa esperienza l’opportunità di perdono, speranza fondata sul fatto che Cristo, condividendo la natura umana, lotta nell’umiltà contro il male. La mirabile economia del mistero del Natale mostra che Cristo è virtù e sapienza di Dio, vita della nuova creatura invitata a spogliarsi dell’uomo vecchio. Così il mistero del Natale di Gesù si riflette nel cristiano che rivive il battesimo attraverso il riconoscere, il ricordare e il ripensare come combattere la perfidia del potere tirannico seguendo la Stella. La luce libera dalle paure generate dal buio e dal freddo della solitudine: é la gioia del Natale. Da dove proviene tanta luminosità? Un bambino! Possibile? Sì. E’ il mistero del Natale. La piccolezza del segno evidenzia lo scarto rispetto alla grandezza del dono. Ecco perché é una festa difficile da celebrare nel suo significato più autentico. Sentita da tanti perché il bisogno da cui promana è radicato nel profondo dell’uomo, è compresa da pochi; per capirla richiede una disarmante semplicità di cuore. E’ celebrazione per bambini, non festa da bambini, esodo verso l’imprevedibile, cammino di conversione che induce a mettersi in discussione. Non un edulcorato viaggio della memoria, nostalgia di quanto eravamo piccoli, ma difficile cammino di fede per riconoscere che il Verbo si è fatto carne. Questo bambino è carne di Dio che si fa storia, pronto a condividere il destino dell’umanità per trasfigurarne la finitezza in un inno di amore che redime. A queste condizioni gli auguri che ci scambiamo diventano una feconda prospettiva. La luce veramente illumina, il buio della notte non fa più paura, la vita ritorna ad essere bella: auspicio di gioiosa felicità per tutti nella nostra comunità. Buon Natale!


Sognare la speranza di Salvezza

I primi cristiani cantavano la loro fede e asserivano la loro fiducia nella storia umana sebbene intrisa di violenza, ingiustizia e soprusi perché convinti che fosse stata santificata dalla nascita del Messia. Egli si approssima ma persiste il velo del dubbio. La scorsa domenica era Giovanni Battista ad esitare, oggi Giuseppe. Verità e conoscenza si raggiungono lentamente perché implicano riflessioni ed esperienze che coinvolgono il Dio nascosto. Momenti di dubbio si riscontrano in questi personaggi, perciò non dobbiamo meravigliarci se nel nostro animo persistono sentimenti analoghi. La possibilità di un incontro di fede richiede fiduciosa obbedienza, come Giuseppe, che rischia di essere oggetto dell’ironia di benpensanti pronti a farsi beffe di lui. Dio dimostra essenziale avere un padre per l’educazione e la trasmissione dei valori a Gesù, figlio del falegname e di Maria. Le genealogie ricordano che tradizioni familiari ed ereditarietà sono importanti. Il vangelo racconta l’annunciazione a Giuseppe in modo diverso da quella a Maria. A lui, tipico giusto della Scrittura in una situazione difficile, viene richiesto solo l’assenso rispetto al mistero divino, al quale oppone l’unico linguaggio possibile: il silenzio. Impariamo a vivere l’imminenza del Natale contemplando in silenzio per irrobustire la fede come Giuseppe, un uomo con i calli alle mani per il duro lavoro ma negli occhi il sogno dell’incontro con Dio, malgrado apparenti contraddizioni fedele alle promesse. Giuseppe mette la persona prima della Legge; si accredita adeguato educatore di Gesù fanciullo, che in lui ha visto un riflesso di “abbà”, suono che evoca l’amore di Dio. Silenzioso e concreto, Giuseppe è esempio di grande libertà rispetto al contesto chiuso e pettegolo del piccolo paese. Egli non si accontenta del mondo così com’è; sogna la speranza, come riporta il vangelo per quattro volte, dimostrando di essere un vero credente, pronto a fare il primo passo e lasciare il resto a Dio. Annota l’evangelista Matteo: Giuseppe, destatosi «dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa». Così nasce Jeshua, il Salvatore, perché nulla è impossibile a Dio. Diventa essenziale riflettere su come Gesù si rivela. Il passo di Matteo presenta uno schema nel quale sono individuabili quattro momenti. Presentato l’evento e il contesto storico, Giuseppe continua ad avere fiducia anche se deve rendere conto alla Legge: è il dramma dell’amore che coinvolge in diverse forme la vita di ogni persona. Ad esso si affianca il momento educativo. Capace di ascolto, Giuseppe si adegua, rimodella la propria esistenza adeguandola al disegno di Dio. Si confronta con l’alternativa del ripudio in segreto o entrare nella vita dell’altra, scegliere l’omertà e il silenzio per quieto vivere, l’opzione più semplice in una relazione, oppure ricercare la verità, comprendere e promuovere la comunione e l’incontro. Egli ritiene di essere stato tradito, dubita ma non s’avvale della legge, pensa di ripudiare Maria in segreto; è in ambascia, deve scegliere tra una legge inflessibile e l’amore per la giovane donna; vive giorni di dubbi ai quali cerca di porre riparo con i sogni notturni fino a che lo Spirito irrompe nel suo quotidiano; non sa decifrare la situazione, solo una rivelazione alza il velo della conoscenza. Egli accetta lo sconvolgente intervento e pronuncia il suo sì, perciò è giusto; ama e sogna, non parla ma opera per proteggere. Sceglie l'amore e trova un ruolo nella storia; per primo compie ciò che il figlio adottivo farà tante volte ponendo l’uomo prima della legge. A Giuseppe è proposta una vocazione: accogliere Gesù come figlio dando una casa alla sposa e il casato di David al nascituro, imporgli il nome scelto che ne espliciti la missione. Giuseppe obbedisce alla Parola con un silenzioso Sì. E’ l’insegnamento di questa IV domenica di Avvento: Dio sorprende mutando le scelte e indicando orizzonti che a prima vista possono apparire poco chiari. A noi è richiesta obbedienza consapevole e fiduciosa.


III domenica di Avvento

Nella prima lettura della liturgia domenicale il profeta invita anche il deserto e la terra arida a rallegrarsi per l’opportunità di vedere la gloria del Signore; nella seconda Giacomo ricorda che è possibile rinfrancare i cuori di chi ha fede perché è prossima la venuta del Salvatore. Il vangelo presenta Giovani Battista in carcere, dove lo ha rinchiuso un sovrano pauroso ed infido. Coerente con i suoi principi e per questo elogiato da Cristo, egli sembra attanagliato da una grave crisi interiore. Gesù non è come egli ha immaginato il messia; invia perciò i discepoli per chiedere chiarimenti: riveli finalmente la sua identità. La domanda è attuale ancora oggi: Gesù è il nostro salvatore o dobbiamo attendere altri? Il Battista supera i dubbi perché sa leggere nei segni del Regno e accetta il Messia non conforme alle idee che si era fatto aderendo alla novità evangelica. Capita anche a noi di trasformare le illusioni in delusioni; perciò dobbiamo avere il coraggio e la determinazione di rileggere il Vangelo per cominciare una nuova fase nella nostra vita e divenire testimoni dei segni del Regno che avanza. La risposta alle perplessità di Giovanni è emblematica. Gesù non pronunzia un sì o un no, ma dichiara: “Andate, riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete”. Egli pratica una pedagogia che sollecita risposte libere. Invita a guardare, osservare, ascoltare, fare attenzione a come Dio crea la storia. Non da una legge, non sollecita pratiche religiose, ma invita ad ascoltare il dolore dei ciechi, degli storpi, dei sordi, dei lebbrosi, comincia dagli ultimi per guarirli. Sono piccoli segni per dimostrare che la malattia nel mondo non è inguaribile e così ravviva la nostra fede, fatta di due cose: occhi per vedere il sogno di Dio e mani operose per collaborare. Giovanni attendeva un Messia giudice severo di miscredenti; invece Gesù cura gli ammalati, accoglie i peccatori, allevia pene e sofferenze. Il Battista aspettava un Messia che condanna il peccatore; Cristo lotta contro la sofferenza e così modifica radicalmente la pratica religiosa: alleviare pene, dare felicità. E’ la Buona Novella; non teorie e dogmi, ma vita di fede come amore operoso, un sorriso accogliente, un tenero sguardo, saper ascoltare. “Beato è colui che non si scandalizza di me”, aggiunge alla fine di questo passo evangelico; probabilmente Gesù si rivolge a chi ritiene la missione del cristiano un mostrare pazienza e speranza nell’altra vita e perciò si scandalizza quando sente dire che Dio è presente nella gioia di vivere e nella felicità dell’affetto umano. Egli descrive la nuova situazione prendendo a prestito le suggestive immagini di Isaia e, come Giacomo, invita ad essere costanti, rivestirsi di pazienza e di mitezza, caratteristiche degli spiriti forti, che non si arrendono, né cedono alla rassegnazione, ma sono capaci d’impegnarsi mantenendo sempre la serenità di spirito. Il Battista è impaziente nel suo affidarsi unicamente a Dio presentato nella dimensione numinosa; ma a queste condizioni genera scandalo entrare nella grotta di Betlemme per contemplare un bambino indifeso. Tuttavia è la modalità scelta dal Signore per fare l’ingresso nel mondo, è il suo stile nel proporre la salvezza all’uomo con strumenti semplici per esaltare i poveri. Chi accetta e condivide queste prospettive riesce a comprendere il mistero del Natale e riempie lo spirito della sua gioia.


L’Immacolata, nostra Odighitria

Chi è toccato da Dio non può rimanere chiuso nel proprio io, deve mettersi in cammino: viaggio del cuore e del desiderio, di paura e fuga, di attesa e di speranza, della vita fino all’approdo finale nella fede e nell’amore, anche se il tragitto porta in collina, nel deserto, nella solitudine della montagna: si fa fatica, ma alla fine si trova l’Assoluto. Nel realismo di una storia di peccati, iniziata con i progenitori e intensificatasi per la nostra pretesa di continuare a definire autonomamente, con progressiva e drammatica autoreferenzialità, dove si trova il vero, il bene, l’utile e il dilettevole, Dio non abbandona l’umanità al suo destino di morte, ma ne diventa partecipe per merito della maternità di una donna che sconfigge ogni malvagità per divenire parte integrante del progetto salvifico: Maria, madre della fiducia, continua speranza per il mondo. E’ l’esperienza di Maria, necessaria perché nasca Gesù. Tra i grandi amici dell’Avvento, che ci accompagnano nella preparazione al Natale, Maria esprime meglio di tutti le modalità dell’attesa. Infatti, in Lei contempliamo la perfetta riuscita dell’educazione alla Grazia conclusasi col “SI” che la consacra Madre. Così Ella diventa nostra educatrice e maestra, modello e guida. L’Immacolata Concezione insegna i valori fondamentali della nostra fede: la Paternità d Dio, il rapporto con Gesù, la preghiera nel progressivo divario tra quotidianità e aspirazione quasi onirica ad un bene che pare irraggiungibile. Una spontanea richiesta di aiuto induce a riflettere sulla vita di Maria per la sua discreta adesione alla volontà del Signore. Persino i sentimenti che sgorgano dalla nostra devozione e dall’arte si trasformano in rincorrersi d’immagini, evocate dalla nota lunga della nostalgia che affonda nella fanciullezza di ciascuno. Ricordi, memorie, volti, situazioni, esperienze, presenze improvvise di persone scomparse o lontane accompagnano in questo pellegrinaggio di ritorno dal passato, compagnia per un arido presente. Dio si propone di giudicare i poveri con giustizia. Questa promessa diventa la nostra speranza, come declama il profeta Isaia auspicando la pace messianica. Noi vi partecipiamo se dotati di perseveranza nel convertici, un dietro-front per ribaltare certezze interiori e sicurezze esteriori e dare spazio al Regno di Dio che è vicino. Nel travaglio per ricercare le ragioni della fede e apprezzarne in pieno il dono, è a noi vicina Maria nelle circostanze esaltanti dell’estasi, ma soprattutto nei momenti di dubbio e di rigetto, perché Odighitria, cioè la Vergine che indica la via. La devozione popolare esalta la relazione materna con Lei, che nel magnificat ha descritto direzione e tragitto del viaggio: celebrare il Dio dei poveri, degli ultimi, degli umili, degli oppressi, esaltare l’impossibile che diviene storia grazie al tocco rigeneratore del dito di Dio. Ella ha vissuto la fede come relazione tra persone; ha fatto combaciare la sua vita con quella del Signore realizzando il rapporto più umano di cui è capace un individuo, ma anche il più sublime, quello tra mamma e bambino. Il Signore è stato con Lei perché senza ombra di peccato, mai soggetta a separazione, mai precipitata nella distanza di un abbandono. Dio ha scelto di preparare nella comunione di vita la persona che doveva essere Madre di Gesù: straordinario contesto di avvincente semplicità, umiltà regale, doviziosa povertà, autenticità di vita interiore testimoniata e condivisa con la gente in un continuo primato del dono: il dono di Gesù, unica speranza in ogni contesto. La bimillenaria storia cristiana ha sempre posto al centro delle devozioni la Madonna, beata perché ha creduto; eppure poteva dubitare del messaggio angelico, magari esigere maggiori garanzie per quello che le veniva richiesto o pretendere più chiarezza perché, stando alla legge, rischiava la vita; invece ha fiducia, crede. Il nodo inestricabile di questo legame di devozione lo si desume mirando e ammirando le rappresentazioni visive e i canti con i quali si celebra Maria. Liriche invocazioni aiutano a raggiungere l’acme emozionale dell’ascesi grazie al mistero della maternità, della figliolanza, della relazione creaturale con Dio Padre. E’ un canto a più voci che accompagna il viaggio verso la meta. Il pellegrinaggio suscita emozioni e, contemporaneamente, il desiderio di andare oltre, anche se solo a piccoli passi, per incontrare la Luce liberatrice. Devozioni semplici ma capaci di condurre al centro del Mistero di Grazia che trasforma in devota contemplazione i sentimenti, esaltati in una vibrazione di toni interiori che, nell’indurre a riflettere, infondono coraggio e accendono la speranza. La poesia scaturita dalle invocazioni a Maria fa sorgere spontaneo il desiderio di sostituirsi al Bambino per gustare l’abbraccio caldo di una Madre dagli occhi penetranti, segnati da una venatura di malinconia perché non può dimenticare il fardello di dolore col quale ha accompagnato l’opera redentrice di suo Figlio.



I Domenica di Avvento

Is 2, 1-5; Romani 13,11-14; Mt 24, 37-44

Il grido paolino “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno” è la messa pratica dell’esortazione di Gesù alla vigilanza per prevenire tragiche sorprese, come quella dal diluvio. E’ lo stile di vita del cristiano impegnato a intraprendere il viaggio verso il monte santo, come raccomanda Isaia. L’incarnazione del Figlio di Dio è avvenuta e il mondo è cambiato? C’è chi dubita, ma egli viene ancora perché finalmente ci decidiamo di vivere secondo la grande visione che prospetta il profeta: la possibilità della pace tra gli uomini se vinciamo, come invita a fare l’apostolo Paolo, il torpore frutto non necessariamente di una condotta cattiva, ma certamente di abitudini mentali assuefatte alla mediocrità, prone all’indifferenza, propense all’egoismo. Perciò mettiamo in pratica quanto Gesù invita a fare e, vigili, attendiamo la venuta del Signore mostrando zelo verso il fratello aiutato ad aver ragione delle insidie che lo minacciano. Così si superano le disattenzioni determinate da una vita vissuta nell’incoscienza, della quale già una volta l’umanità ha pagato le conseguenze col diluvio! Con parole amichevoli Gesù vuole far comprendere che nel quotidiano costruiamo un futuro felice, perciò invita a manifestare sollecitudine nell’impegnarsi nel presente e contribuire a costruire una umanità nuova. L’avvento è tutto ciò: attendere un evento particolarissimo, mettersi in cammino per un incontro da preparare superando superficialità e incoscienza, pronti a mutare prospettiva per rivestirsi finalmente di Cristo, il quale si approssima sempre più nella sua seconda venuta. Quattro settimane di vigilante preghiera, se necessario pronti a scelte difficili per vivere in modo diverso ciò che si è già sperimentato. A un attento esame risulta che, rispetto allo scorso anno, siamo cambiati, come è mutato il mondo nel quale sono state pronunciate altre parole di odio, commesse altre ingiustizie. Si ha la sensazione che i malvagi continuino a prevalere eppure nel profondo del cuore persiste la voglia del Natale perché c’è bisogno di rinnovare, rinsaldare, irrobustire la speranza che promana dalla semplicità di un Dio bambino, pronto ad accompagnarci in un pellegrinaggio che da soli è impossibile compiere perché incapaci di superare le cesure che ci attendono a ogni tornante. La ricerca di Dio diventa la nostra salvezza perché agevolata dal fatto che Egli continua a nascere in un mondo a lui estraneo e tra cuori distratti, vittime della superficialità, vizio che caratterizza l’attuale società liquida. E’ una l’umanità simile a quella dei tempi di Noè, quando non si accorse di ciò che stava per accedere perché conduceva un’esistenza priva di sogni per nulla fecondata dal mistero. Naufraghi e privi di speranza tanti non riescono a vedere il pianeta progressivamente avvelenato e umiliato da un uso distorto delle ricchezze, mentre la terra, casa comune, viene depredata da insostenibili stili di vita. La guerra continua a mietere vittime innocenti, che i poteri forti ritengono solo dei danni collaterali nel consolidare la loro egemonia. I visi dei bambini angariati, i volti di donne violate, comprate e vendute, le rughe di anziani che attendono una carezza e invece patiscono la fame, le mani callose di lavoratori precari e per questo derubati del loro futuro non attirano l’attenzione. Per accorgersi di questo dramma occorre ritornare ad ascoltare con animo bambino e guardare compassionevoli la sofferenza che scuote, la mano tesa per il bisogno, occhi dai quali sgorgano silenziose lacrime che sono un grido di aiuto. Porre riparo a tutto ciò significa vivere in modo partecipato l'Avvento come la Chiesa ci propone all’inizio di quest’anno liturgico, impegnarsi a uscire dal ristretto perimetro del proprio io e incamminarsi lungo la strada che sta percorrendo Colui che viene, a piedi e senza clamore condividendo con poveri e migranti la polvere della via. Il suo camminare dura da secoli, ma per scorgerlo necessitano occhi che distinguono la giusta prospettiva, uscire dal ristretto circuito dei propri bisogni, pronti solo a prendere e possedere, e manifestare la generosa disponibilità a spezzare il pane con gli altri comunicando gesti di amore. Il fedele vigile è pronto all’incontro col Signore, veglia e sa leggere la storia della Salvezza nella piccola cronaca quotidiana. Oggi, prima domenica di Avvento, inizio di un altro liturgico dono del Signore, si è invitati a un processo di discernimento per prepararsi al suo ritorno alla fine del mondo. Non è un evento che deve venire; è già avvenuto e avviene ogni giorno perché il giudizio di Dio è stato pronunciato trasformando la scansione sempre uguale del Kronos in Kairos grazie al Messia, sacramento del Padre attualizzato nella Chiesa, sacramento del Cristo. Perciò la fugacità del presente che ci appartiene va vissuta proiettati nel futuro. Chi é dotato di fede è sollecito nel cogliere la presenza del Signore, il quale ancora una volta prende per mano e fa rivivere gesti ed eventi della Salvezza nella concretezza delle esperienze quotidiane. La seconda lettura della liturgia della Parola invita a riflettere e considerare la notte come un’opportunità per preparare l’incontro con Cristo, anche se piena di rischi perché minacciose tenebre sono sempre in agguato. La nostra speranza è rinverdita dalla luce della venuta del Signore, della salvezza irradiata da Gesù. Perciò è importante riconoscerlo; per farlo bisogna tenere gli occhi spalancati, il cuore sgombro, le mani protese verso gli altri, sintesi della dinamica del vegliare e del vigilare raccomandata dalla liturgia. A tanto invita il passo del Vangelo, un brano del discorso escatologico nel quale Gesù insiste sul fine dell’essere e della storia e meno sulla fine del mondo, sollecita l'esigenza radicale di una scelta, anche se può provocare dolorose divisioni. Il nuovo è ancora in cammino verso di noi e noi verso di lui; l'Avvento invita a prenderne coscienza, come esorta a fare san Paolo. Invece, se si elimina la prospettiva del ritorno di Cristo l’universo apparirà senza uscita e l’umanità rimarrà vittima di illusori annunci di un domani migliore perché, nonostante i suoi sforzi, l’uomo da solo non può sconfiggere la morte. L'avvenire evoca una situazione aperta alle scelte più profonde per la possibilità di poter cambiare vecchie abitudini. La fede introduce in un movimento che è quello pasquale. Il Figlio dell’uomo viene, è impellente mettersi fiduciosi in moto. E’ l’esaltazione della libertà dei figli di Dio non legati a niente e, perciò, disponibili all’appello della Buona Novella: credere che Dio è Padre. Premessa alla liturgia di oggi é considerare la particolare cornice. Tutti concordano che il tempo lenisce il dolor, un lento e provvidenziale anestetico. Se é inteso come “il nostro tempo”, cioè cultura é modo di vivere, non necessariamente produce gli stessi effetti perché si deve confrontare con la nostra coscienza spesso condizionata dai mezzi della comunicazione sociale, che propagandano possesso di cose e svaghi producendo insensibilità. Così non si riesce a distinguere il bene dal male; unico criterio diventa l’utile e ciò che piace, confondendo ciò che é facile con la felicità. Anestetizzati in questo modo, si cade nel sonno, quello biblico dell’assoluta insensibilità e inavvertenza. Perciò la liturgia di oggi ci sollecita: “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno (Rom. 13,11). Gesù, nel passo vangelo proposto, esorta alla vigilanza, adduce l’esempio negativo dell’umanità che, abbandonatasi alla dissipazione, ai tempi di Noè fu sorpresa dal diluvio. Egli non enumera particolari colpe; invita alla vigilanza, stile di vita del cristiano pronto al viaggio verso il monte santo raccomandato da Isaia. S. Agostino commenta le parole di Paolo: Svegliati, o uomo, per te Dio si è fatto uomo. Svegliati tu che dormi, per te – dico – Dio si è fatto uomo. La verità è germogliata dalla terra: nasce dalla vergine Cristo. Svegliarsi: cioè vigilare. Cos’è la vigilanza? E’ stare attenti a ognuno degli istanti di cui è formato il tempo che viviamo perché espressione di un annuncio, di un appello di Dio, di una manifestazione della sua volontà, quindi carico di grazie, di amore. Così ogni istante esprime già un giudizio di Dio sui di noi e si comprende il passo evangelico: “due sono nel campo: uno sarà preso… due donne sono al mulino…” pur vivendo le stesse vicende, la coscienza di ognuno le interpreta in modo diverso. La vigilanza aiuta a capire i segni dei tempi grazie alla parola di Cristo che noi dobbiamo ascoltare, meditare, approfondire, applicare, testimoniare e annunciare secondo l’esortazione di Paolo: “rivestitevi di N. S. Gesù Cristo”, fare aderire come un vestito la logica cristiana alla nostra mente. L’avvento è tutto ciò: attendere un evento particolarissimo, mettersi in cammino per un incontro che va preparato superando superficialità e incoscienza, pronti a mutare prospettiva per rivestirsi finalmente di Cristo il quale si approssima sempre più nella sua seconda venuta. Quattro settimane di vigilante preghiera, pronti, se necessario, a scelte difficili per vivere in modo diverso ciò che si è già sperimentato. Infatti, ad un attento esame risulta che veramente siamo cambiati in un anno come è cambiato il mondo nel quale sono state pronunciate altre parole di odio, commesse altre ingiustizie, si è avuta la sensazione che i malvagi continuino a prevalere. Nel profondo del cuore persiste la voglia del Natale perché c’è bisogno di rinnovare, rinsaldare, irrobustire la speranza che promana dalla semplicità di un Dio bambino pronto ad accompagnarci per il tornanti della vita in un pellegrinaggio che è impossibile percorrere da soli perché incapaci di superare le tante cesure che ci attendono.


Il paradosso cristiano del Crocefisso Re

Festeggiare Gesù Cristo in Croce è il paradosso cristiano che ha invertito la prospettiva circa la regalità; non è un’evocazione d’imperio e di potere, ma servizio fino al dono della vita (Lc 22, 25-26). E’ un’esperienza che ha scosso gli apostoli, i quali si attendevano un re potente e vittorioso; ma in Gesù non esiste una rivendicazione politica, il suo non è un regno di questo mondo, ma una regalità di umile servizio per praticare il perdono ed esaltare l’amore. Il passo tratto dal vangelo di questa domenica descrive la reazione di soldati, capi del popolo, un condannato; costoro deridono ed ironizzano sul titolo di re, contro questo effluvio di recriminazioni e condanne si eleva la supplica del buon ladrone. A quale coro ci iscriviamo, coscienti che per entrare nel Regno occorre seguire l’esempio del re che si dona per amore e invita a fare la stessa cosa? Gesù sta morendo e la turba continua a deriderlo. C’è chi lo tenta come il diavolo mesi prima nel deserto: se sei il Cristo, salva te stesso, cioè mostrati il messia dei miracoli e non della tenerezza partecipe. La prospettiva di una definitiva sconfitta per la reiterata incomprensione della sua missione viene superata grazie ad un assassino pentito. Un compagno di pena gli sollecita misericordia. Nel vedere il re crocefisso egli si rende conto che Dio è dentro il suo patire e lo redime perché Gesù non ha fatto nulla di male, ma solo bene. Infatti, egli conferma questa predisposizione perdonando crocifissori e chi lo ha accusato ingiustamente, pronto ad un ultimo gesto di comunione redentrice con chi è accumunato nel medesimo patibolo. Il ladro capisce e si aggrappa a questa generosa misericordia: salvezza donata, non meritata. La festa di oggi diventa una dimostrazione di quanto risulti futile e fuori posto la polemica sull’esposizione del crocefisso in pubblico. Questa icona è un invito a morire all’egoismo, all’arroganza e all’ipocrisia. La regalità di Gesù guida il racconto della passione riportato da Luca; essa è affermata con chiarezza soltanto in questo contesto, fuori risulta difficile comprenderne la natura per la radicale differenza fra le manifestazioni della regalità di Dio e quelle del mondo. Gesù muore come è vissuto: incompreso, abbandonato, rifiutato, tradito, tuttavia vince con la regalità del suo perdono; non ricorre alla potenza divina per salvarsi e costringere avversari e denigratori ad ammettere la loro colpa. Egli si abbandona alla debolezza della non violenza e dell’amore per esaltare la sua vera regalità. Chi odia questo re ha bisogno di un supplemento di amore come il malfattore che intuisce di essere nella stessa pena perché Dio è vicinissimo all’uomo. Gesù si carica questa pecorella smarrita perché il Regno di Dio è inclusione, non ha confini invalicabili, è accogliente. Dio guarda alla povertà e al bisogno e promette: Sarai con me, confortevole speranza! Le porte del Regno resteranno spalancante per sempre: é la Buona notizia per la quale abbiamo riflettuto e pregato per un intero anno liturgico, salvifica conquista di prospettiva e degna conclusione di un’esperienza di fede, di grazia e di sorprese.


CHIUSURA ANNO 2019

Battesimo di Gesù

Isaia 40,1-5.9-11: Così si rivela la gloria del Signore

Tito 2,11-14 e 3,4-7: Si è salvi mediante il lavacro che rigenera

Luca 3,15-16.21-22: Gesù in preghiera è esaltato dal Padre

La liturgia della Parola si apre col libro di consolazione del secondo Isaia, conforto del popolo esiliato, al quale si prospetta la liberazione come ritorno in patria grazie ad un nuovo esodo, glorioso e prodigioso, che pone fine alla schiavitù. Per noi ciò diventa possibile se siamo disposti a rinnegare l’empietà, vivendo con sobrietà, giustizia e pietà. A dare concretezza a questa scelta é il nostro battesimo, nel quale si riflette quello di Gesù. Dopo la testimonianza veritiera e generosa di Giovanni Battista, la teofania descritta dall’evangelista si trasforma nel contesto nel quale inserire il nostro quotidiano. Infatti, il cristiano è colui che viene immerso nel vento e nel fuoco, simbolo e segno dell’azione divina. Quell’immersione nel Giordano di duemila anni fa che collegamento può avere col quotidiano di italiani assillati da tanti problemi e confusi da tante promesse formulate in queste giorni da imbonitori bugiardi recidivi? Abbandoniamoci alla contemplazione di Dio, sempre presente nella nostra vita. Egli é per noi il fuoco, simbolo dell’energia capace di trasformare, vera risurrezione del legno secco al quale si concede la possibilità di portare di nuovo frutti. Egli è il vento, alito divino che ha già animato Adamo traendolo dall’argilla, fonte e fondamento che rende possibile a ciascuno una scelta libera. Accettiamo il battesimo per divenire figli di un Padre amorevole, paziente e generoso perché ama per primo, indipendentemente dai nostri meriti e che da noi trae compiacimento, la gioia cioè di guardarci ed essere contenti. Le feste natalizie sono finite, gli impegni di ogni giorno assorbono la nostra esistenza, ma non dimentichiamo i propositi e l’impegno a costruire la nostra comunità. Il cristiano è chiamato a vivere immerso nel vento e nel fuoco di Dio. Il punto di incontro tra l’umano e il divino è Gesù che col battesimo dona quell’elettricità spirituale che è lo Spirito Santo. Cl battesimo la Vita di Cristo, innestata nell’umanità, diventa dono di Dio per tutti noi. E’ il primo effetto del Natale-Incarnazione che abbiamo celebrato, per noi un inizio, germe, prima pietra che attende un seguito, una crescita, impegno di questo anno liturgico per tutta la comunità. Battesimo significa immersione, un calarsi in Dio per ascoltare anche noi quanto Egli pronuncia per Gesù: Figlio, amato, compiaciuto, figlio amato gratuitamente, prima che agisca o che lo meriti e dal quale, se corrisposto, Dio trae compiacimento, la gioia di guardare come cresce l’amore. Perciò, con tenerezza e forza, abbandoniamoci come bambini nelle braccia del Padre per vivere l’esperienza quotidiana di una esistenza serena, animata dalla fede.


EPIFANIA

Isaia 60, 1-6: la gioia del cuore brilla come una stella

Efesini 3,2-3.5-6: tutti sono partecipi della eredità di Gesù

Matteo 2,1-12: unanimi da tutte le latitudini adorino il Signore

Alcuni sapienti hanno captato un segnale misterioso, che risveglia una nostalgia, anima un desiderio di viaggio da sempre auspicato. Si mettono in cammino, lasciano le sicurezze, si espongono al ridicolo, interrogano l’ignoto alla ricerca di valori.

Così diventano icona di tutti i cercatori di Dio, di chi si apre alla fede, ad una verità che si deve continuamente ricercare.

L’Epifania è, perciò, innanzitutto, la storia di una ricerca con tante tappe, liete e oscure, del credente pellegrino dell’Assoluto. Ma è anche la storia della rivelazione di Cristo venuto per tutti.

È il filo rosso che lega le tre letture: Isaia: “tutti i popoli cammineranno alla tua luce; Paolo: tutti, giudei e gentili, sono chiamati a partecipare alla stessa eredità” e così Betlemme si apre al mondo intero, all’universo.

La stella è il simbolo di ciò che nella natura ha la capacità di guidarci a Dio, indica la via della fede, difficile, come quella percorsa da Abramo, che partì dalla patria senza sapere dove andava.

Il viaggio diventa simbolo della vita cristiana intesa prima come ricerca e poi come sequela. Siamo tutti pellegrini verso il Cristo e in cammino con lui, itinerario difficile, con momenti di oscurità, perché la stella si può anche eclissare.

Auguri di una santa Epifania, in particolare a tutti i bambini.



Primo giorno dell’anno nuovo:

Maria SS. Madre di Dio

Numeri 6,22-27: La benedizione che promana da un nome

Galati, 4,47: Figlio di Dio, nato da donna

Luca: 2,16-21: i pastori trovano la sacra famiglia

Auguri: parola pronunziata spesso negli ultimi giorni, a volte un appiglio per sentirsi più sereni, ma senza approfondire troppo, distratti dal rituale di festa. Pranzi in compagnia e regali scambiati hanno dato la sensazione di una rinnovata fratellanza, accarezzati da un buonismo che non ha cancellato l’amaro di un’esperienza quotidiana agli antipodi rispetto alla pace auspicata. Notizie di guerre, morti per fame, bambini che soffrono, spesso privati persino della speranza, richiamano continuamente l’attenzione, mentre la nostra esperienza concreta è testimone di reiterate ingiustizie. L’arrivo, a Natale, del Principe della pace sembra non aver prodotto grandi effetti. Scelte sbagliate causano un enorme spreco di risorse; usate a fin di bene potrebbero rendere reali le speranze dei giovani, soccorrere famiglie in difficoltà, aiutare gli anziani, curare i malati, portare conforto a tanti nei nostri paesi. Causa di ciò è un io che nulla concede alla solidarietà e alla compassione, insensibile alla richiesta di aiuto che s’innalza dall’umanità sofferente. Si moltiplicano gli squilibri sociali che generano violenza, odi e rancori; scoppiano conflitti che fanno prevalere la legge del più forte. Tuttavia nell’uomo persiste la capacità di vincere il male se ravviva nell’intimo della coscienza il richiamo alla responsabilità nei confronti del proprio fratello per convincere Caino a smettere di abusare di Abele. A queste condizioni anche la nostra comunità potrà liberarsi dei propri limiti nella consapevolezza che, per realizzare un felice e sereno progetto di vita, ogni cittadino deve svolgere in modo responsabile il proprio ruolo. Le istituzioni e chi le gestisce non possono ritenersi fuori da tali dinamiche; sono chiamate a svolgere un’azione idonea per rispondere alle esigenze di una popolazione che ha fame e sete di giustizia, esaltare l’esercizio delle proprie responsabilità rafforzando la solidarietà con il fine di costruire una solida amicizia sociale. E’ necessario mettere da parte una volta per tutte interessi settoriali, divisioni in fazioni contrapposte, invidie e gelosie di chi vuole emergere ad ogni costo pur non avendo titolo e carisma. Reiterati atteggiamenti, frutto di questo modo di pensare, hanno già determinato danni e ferito nel profondo il senso civico elevando fino al livello di guardia il senso di sconforto, il distacco, a volte il disgusto per la cosa pubblica, disinteresse che avvantaggia soltanto coloro che dalla sua gestione traggono vantaggi personali. Nel primo giorno del nuovo anno il Papa invita a riflettere sulla pace; egli ricorda che rimane l’unica prospettiva per l’umano progresso. Le controversie sono risolvibili con la ragione che aiuta ad instaurare relazioni fondate sul diritto, la giustizia, l’equità e la nonviolenza; opzione rispettosa dei sentimenti e dei valori personali, essa aiuta a resistere alla tentazione della vendetta. E’ il motivo per cui Francesco raccomanda di pregare per la pace, bene universale, da sempre desiderato e auspicato e mai del tutto posseduto perché gli equilibri ai quali gli uomini cercano di agganciarlo poggiano su basi mutevoli, legate ad interessi economici e strategici per loro natura volubili e di parte, spesso perseguiti a costo di distruzioni immani e col sacrificio di migliaia di vite umane. Causa di ciò è l’io che nulla concede alla solidarietà e alla compassione, insensibile alla richiesta di aiuto che s’innalza dall’umanità sofferente. L’uomo può vincere il male ravvivando nell’intimo della coscienza il richiamo alla responsabilità nei confronti del proprio fratello. Così l’umanità potrà liberarsi dei propri limiti, consapevole che non è frutto del caso, ma di un progetto per la cui realizzazione ciascun uomo è parte integrante, attiva e responsabile. Per i cristiani non è tattica, ma il loro modo di essere; certi dell’amore di Dio e della sua potenza, non hanno paura di affrontare il male sostenendo il progetto rivoluzionario che sollecita ad amare il nemico. Solo la pace, e non la guerra, è santa! I cristiani ne devono essere consapevoli ed elaborare azioni basate sulle otto Beatitudini che tracciano il profilo della persona beata, buona e autentica, del mite che ha fame e sete di giustizia. Se il cuore degli uomini è violento, occorre sperimentare la non violenza nella famiglia, crogiolo dove i componenti imparano a comunicare e a prendersi vicendevolmente cura. Eventuali attriti vanno affrontati in modo costruttivo, proposito che durante l’anno avrà successo se si bandisce la violenza per costruire comunità disposte a prendersi cura della casa comune.

 

Festa della Santa Famiglia

Samuele 1,20-22.24-28: l’esempio di un profeta

I Giovanni 3,1-2.21-24: siamo non solo di nome figli di Dio

Luca, 2,41-53: Gesù lo si trova nel tempio dove svolge la sua missione

Oggi si ripete sempre più spesso che la famiglia è in crisi. I sintomi sono tanti: fragilità dei legami, irrilevanza della fedeltà coniugale, mancanza di dialogo e di comunione, incomprensione fra genitori e figli. In anni di difficoltà economiche i motivi di disagio sono tanti, basti citare un falso concetto di autorità da una parte e di libertà dall’altra o lo scadimento dei valori morali tradizionali. Ma la ragione più profonda è il rifiuto pratico che Dio entri nella famiglia, sostituito dalla ricerca di prestigio, danaro, successo, piacere. Nell’ultima domenica dell’anno siamo invitati a riflettere sulla famiglia, sull’amore verso i genitori da onorare. Il termine utilizzato evoca l’impegno ad amarli, aiutarli concretamente e che ci merita la benedizione divina. La seconda lettura descrive le conseguenze dell’amore di Dio presente e sentito nel nostro quotidiano grazie alla capacità di perdonare guidati dall’anelito all’unità in un dialogo rispettoso della sensibilità di ciascuno. Al vertice di questa riflessione si colloca la famiglia di Nazaret descritta nel passo del vangelo. Per il dodicenne Gesù discorrere con i dottori nel Tempio diventa l’auto-rivelazione della sua consapevolezza di essere Figlio e Maestro. Maria trasforma questa esperienza in una meditazione dando inizio all’itinerario di fede che Le fa scoprire il mistero del ragazzo. Anche se alla fine di questo viaggio ad attenderla è la spada del dolore indicibile per la morte del Figlio, Ella non considera Gesù un possesso, lo lascia libero, consapevole che deve crescere sviluppando i propri talenti. E il Figlio accoglie con devoto rispetto i sentimenti di provvido amore dei genitori, ma si attende che lo lascino libero di scegliere perché nessuno può predeterminare la vita di un altro. Le dinamiche relazionali all’interno della famiglia di Nazaret si trasformano in interrogativo per la nostra coscienza, un invito a riflettere sugli aspetti più profondi di un’esperienza di vita in comune che non è mera convenienza materiale, ma presupposto perché ogni persona si sviluppi in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini. Come Maria, appare necessario ascoltare la voce che viene dal profondo di noi stessi, dove agisce lo Spirito di Dio, che è spirito di sapienza e d’intelletto, di consiglio e di fortezza per rivedere le nostre famiglie nello spettro tagliente della luce che s’irradia dall’esperienza di Gesù. Egli è venuto tra noi passando attraverso una vita di famiglia contrassegnata da tensioni drammatiche per la misteriosa maternità di Maria portata a compimento in condizioni umane e abitative assai difficili, un clima d’incomprensione e di persecuzione che costringe ad una fuga precipitosa verso l’ignoto, una vita non facile, vicende vissute dall’interno per purificarle e sublimarle, conferendo loro il giusto significato nel silenzio, nel lavoro, nella quotidianità dialogante con Dio ed aperta al mondo.



Messa del Giorno

Isaia 53, 7-10: la Salvezza inonderà tutta la terra

Lettera agli Ebrei 1, 1-6: Dio ci parla per mezzo del Figlio

Gv, 1,1-18: Il sublime di un prologo al vangelo di Salvezza

Col Natale Dio corteggia l’umanità, infiamma cuori intirizziti dal freddo per mancanza d’amore. A queste condizioni la pace è possibile soprattutto per i poveri, gli ultimi, gli anonimi, i dimenticati. Dio ricomincia da loro entrando nel mondo mettendosi in fila con tutti gli esclusi. Ma chi è questo Dio se “nessuno lo ha mai visto”, come si legge nel prologo del vangelo di Giovanni? Dio è trascendente e, non essendo alla nostra portata, non possiamo conoscerlo. La soluzione a questo insolubile problema l’ha donata proprio Lui: si rivela in Gesù, Parola di Dio fattasi carne. Nel Bambino incontriamo ciò che è umano e conosciamo Dio non mediante l’enunciato dei dogmi e nei riti religiosi, ma nella concretezza della vita. Ecco perché, come ha detto papa Francesco, Natale è la “festa dell'umiltà amante di Dio, che capovolge l'ordine. In questo sta la ricchezza della logica divina”. Cristo è la meta di tutta la storia, meditando su di Lui si coglie la linea interpretativa presente giù tra i padri e profeti e che rimane in azione alla fine dei tempi. Il Verbo fatto carne venne ad abitare tra noi, ma la risposta non è stata si omogenea e corale perché si è registrato un aggressivo rifiuto alternato però da una accoglienza fiduciosa. Perciò può continuare il giubilo profetato da Isaia per i destinatari del regno di pace che vede in azione il Signore pronto a consolare e riscattare chiedendo un atto di fede perché lo si riconosca nell’esperienze quotidiane vissute con sentimenti di gioia nella consapevolezza che il male è vinto grazie a questo Bambino, centro e vertice presenza di Dio nel mondo. Eccoil significato del Natale. E’ una festa attesa o dimenticata? Festa della luce, ma di quale? Da soli non riusciamo a illuminare il mondo, a vincere le ombre dentro di noi, superare la condizione di solitudine che genera paura. Allora rinnoviamo la nostra mente e il nostro cuore dando nuovo senso al nostro vivere, un bisogno di pace vedo dono del Natale che implica, però, l’impegno a far luce nella nostra vita.
 

Messa della Notte

Isaia 9,1-3.5-6: Ci è stato dato il Figlio

Paolo a Tito: 2,11-14: La grazia di Dio dona la Salvezza a tutti

Lc 2, 1-14: è nato l’Emanuele

Spunti di riflessione

Natale è un’esperienza unica che trasforma la vita. Noi siamo incoraggiati ai riflettere dal dono del Figlio fatto a tutti, ma apprezzato soprattutto dai poveri, da chi si sente incapace o tribolato e per questo è posto sempre ai margini.

I pastori del passo evangelico diventano l’esempio da seguire; vigilanti trasformano lavori disprezzati in opportunità. Sanno guardare oltre e scorgono la luce. L’esperienza non li spaventa perché sono capaci di ascoltare un annuncio che li trasforma in testimoni della Gloria. Così si pongono in prima fila tra moltitudine che loda Dio

Il passo di Luca fornisce il contesto storico dell’Incarnazione. Augusto vuole censire la terra, si sente potente ed invincibile. E’ il capo della città degli uomini, quella di Dio si riconosce in bambino, nato nella precarietà, ma esaltato dagli angeli.

La città di Augusto è violenta, quella del Bambino fondata sulla semplicità, sull’umiltà e l’amore che non possono essere censiti perché non sono cose, ma occasioni di bene.

Il Natale diventa una opportunità per sollecitare cuori induriti e contemplare il Bambino, Principe di pace, Emanuele, il Signore. Egli ci interpella: é il dono di Dio per la nostra salvezza generatrice di gioia.

Questa notte il protagonista è un Bambino, che capovolge la nostra logica, legata al desiderio di emergere, d’imporsi come sovrani dell’universo. Dio, invece, si manifesta in un neonato. E’ Dio nella piccolezza, dirompente forza del messaggio di Natale. Al contrario dell’uomo, che desidera comandare, possedere, Dio scende per servire, per dare e darsi e non fa paura perché si rivela disarmato in un neonato.

NATALE 2018

Negli anni passati ci siamo scambiati tante volte gli auguri, fatto propositi, immaginato di sentire il desiderio d’essere più buoni; poi, spente le luci, digerito il cenone, annoiati dai regali ricevuti, siamo precipitati nell’apatica sindrome del dopo-festa ed il Natale è passato come acqua sul marmo! Le conseguenze sono dinanzi a tutti. A pagare il prezzo più alto sono i giovani che si rifugiano nelle frasi poetiche e nelle foto scambiate per via telematica, passano ore a fissare lo schermo in attesa di un messaggio mentre ascoltano musica che non riempie il vuoto dei loro occhi fissi nei sogni di una vita migliore. Molti preferiscono stare appartati ritenendo che nessuno li comprende o seguono il branco per paura di rimanere soli. E’ la generazione delle ragazze mezze nude per ottenere su facebook un effimero mi piace, mentre i loro cuori sono infranti, vittime di superficiali cotte. Tanti, troppi sono impegnati in sterili colloqui con amici virtuali perché il mondo reale non ha più niente da offrire, se non un sofferto senso di disprezzo. È una generazione che si odia; sceglie lo sballo per non pensare alla propria esistenza, che ritiene triste e inutile, e alla famiglia, sovente sfasciata e piena di problemi. È una generazione che si droga e fuma perché ormai non si cura di nessuno e si autodistrugge perché ritiene di non avere più niente da perdere. Ma è anche la generazione che, nonostante tutto, cerca il vero amore, stringe i denti e va avanti giorno dopo giorno con un sorriso amaro e falso stampato sul viso perché ritiene di non avere un futuro, tuttavia spera in una vita migliore, di poter essere felice se salvata da se stessa. Tante volte nei loro discorsi, nelle loro canzoni, nei loro murales i giovani esprimono questa insoddisfazione; perciò, per Natale pare appropriato porgere auguri molto scomodi per obbligare a pensare e a scrollarsi di dosso mielati sentimenti che durano lo spazio di un mattino. A questo scopo é utile parafrasare un famoso passo di Tonino Bello, un vescovo morto troppo giovane ed ancora tanto amato da chi lo ha conosciuto e continua ad apprezzarlo leggendo i suoi scritti. Il suo testo profetico oggi trova un’autorevole sponda nell’azione di Papa Francesco, che invita a fare esperienza della paterna misericordia di Dio con la segreta speranza di poterLo intravedere vicino a noi, prossimo alla nostra vita. Nel porgere gli auguri per rendere buono il Natale è necessario infastidire chi si nutre del buonismo che sgorga dalla pratica formale imposta dal calendario. Chi, deluso o per protesta, intende spedire al mittente questo tipo di auguri non abbia remore, manifesti liberamente la propria la delusione, non possono che essere scomodi gli auguri al pensiero che Gesù nasce per amore e non convince il mondo ad abbandonare una vita di egoismi, non induce a scoprire la bellezza di un’esistenza donata, di una preghiera bisbigliata con generosità, della riflessione in silenzio per acquistare coraggio. Il pensiero del Bambino adagiato sulla paglia tolga il sonno e faccia sentire il disagio a chi, duro di cuore, non intende concedere ospitalità al povero di passaggio. Maria, in lacrime perché costretta ad adagiare il Figlio in uno spazio per nulla igienico, convinca a non reiterare nenie sempre uguali, incapaci di allietare coscienze ipocrite, le quali continuano a tollerare spazzatura maleodorante, terra avvelenata dall’egoismo di chi riduce la vita a danaro accumulato. Giuseppe, mortificato da tante porte sbarrate, disturbi i cenoni, acuisca la noia dei giochi di società, blocchi l’intermittenza delle luminarie fino a quando non si è disposti a condividere la sofferenza di genitori in lacrime per i figli senza fortuna, salute o lavoro. Gli angeli, annunciatori di pace, scuotano la sonnolente tranquillità di chi non sa vedere in prospettiva e, con complice silenzio, non denuncia ingiustizie, sfruttamento dei propri simili, la fame d’interi popoli. I pastori accorsi alla grotta facciano comprendere ai potenti, impegnati a tramare nell’oscurità di una città assopita nell’indifferenza, che per vedere la grande luce devono considerare fratelli gli ultimi, smettendo di giocare sulla pelle degli altri. Il senso della storia lo percepisce solo chi è disposto a scrutare l’aurora per gustare l’ebbrezza dell’attesa ed il gaudio dell’abbandono in Dio nella consapevolezza che vivere poveri in spirito è l’unica eventualità per divenire veramente ricchi. Solo a queste condizioni esclamare Buon Natale acquista senso e sul mondo nasce la speranza; perciò, TANTI AUGURI SCOMODI per meditare la buona novella del Bambino.


IV domenica di Avvento

Michea 5, 1.4: Da te proviene il Signore dell’umanità

Ebrei 10,5-10: ora diventa noto il mistero durato secoli

Luca 1, 39-48: una annunzio che cambia la storia

Dal passo del vangelo trasuda la gioia di due donne, modello per noi cristiani che, come Maria, siamo chiamati a portare Dio agli altri. Ciò è possibile se anche in noi, come in Lei, battono all’unisono due cuori: il nostro e quello misericordioso di Dio. Impariamo, perciò, a respirare il respiro del Padre, a queste condizioni si sperimenta la Salvezza.

Maria, dopo l’annuncio ricevuto, si reca da Elisabetta; varca la soglia della casa e abbraccia la parente, amorevole saluto che dà la salute, che porta la salvezza. Elisabetta, riconoscente, benedice Maria, la quale innalza a Dio il suo magnificat, ringraziamento per le meraviglie che compie in un modo così semplice e naturale: un incontro, un abbraccio, un saluto nel nome dell’Amore e il gesto di carità nei confronti di una donna anziana e ritenuta sterile si trasformano in feconda solidarietà, segno di come la vita del cristiano possa mutare le relazioni tra gli uomini.

La liturgia ci presenta l’icona evangelica della maternità. L’evangelista intreccia la nascita di Giovanni il Battista con quella di Gesù, anello di congiunzione è l’incontro tra Maria ed Elisabetta, preludio della Salvezza donata a ogni creatura.

Maria si mise in cammino verso la montagna in fretta. L’azione principale è il suo mettersi in cammino dopo aver risposto con docilità incondizionata a misterioso invito appena ricevuto. Ella conduce all’esistenza il frutto del suo seno, mentre è da lui condotta nella gioia dell’avere in grembo il mistero della vita. Questo capita a ogni donna divenuta madre, esperienza singolare in Maria perché ciò che è operato in lei viene dallo Spirito Santo. Alzatasi, Maria si mette in cammino: la fede è in viaggio per scambiare la gioia della condivisione.

Elisabetta ha sperimentato la misericordia di Dio e gode del dono singolare accordatole in vecchiaia: non si raggiunge il cuore dell’altro se Dio non abita dentro, muove la volontà, motiva i passi, anima il desiderio. Maria è spinta dal Dio che porta dentro a fare come Lui: raggiunge il bisognevole di aiuto, entra nella casa, si mette a servizio della sua gioia. La sua non è la fretta dettata dalla curiosità, ma è pronta obbedienza perché sente il desiderio del dialogo amicale nella condivisione, l’esigenza di donare Dio. La voce di Maria dona Gesù. Il dialogo tra le due donne e madri inizia proprio perché condotte per mano da Dio che muove all’abbraccio: si capiscono e le parole appaiono superflue rispetto a ciò che entrambe già vivono.

Dio usa misericordia a coloro che confidano in lui. Quindi, protagoniste del Vangelo di oggi sono due donne che comunicano e si rallegrano della gioia di Dio. Al loro fianco ci sono due uomini che, invece, vivono nel dubbio, che rende uno muto e l’altro sospettoso al punto di pensare persino di ripudiare in segreto la promessa sposa. L’evidente contrasto nei ruoli dovrebbe indurre la Chiesa a meditare, porsi un problema e riproporsi coerenti mutamenti per trarre l’ovvio insegnamento dal passo che la liturgia ci fa proclamare in quest’ultima domenica prima del Natale e valorizzar i carismi dell'altra metà del cielo.



La comunità piange un’altra sua figlia

La comunità intera riflette sulla cruda esperienza che ha segnato Teresa, morta per una malattia rarissima, e comprende lo stato d’animo di Lodovico per tre mesi impegnato in una partita senza speranza con un subdolo avversario. Vogliamo concentrare la nostra attenzione su TERESA per ricordare cosa ella è stata per tutti noi, considerare non quanto tempo abbiamo trascorso insieme, ma la qualità di una frequentazione per continuare il dialogo pur in sua assenza, perché ad unirci è la concretezza di ciò che ella è stata capace di realizzare. Questo atteggiamento interiore sa cogliere la vicinanza di chi presente non è e comunque fa comunicare anime unite su piani diversi, oltre il tempo e lo spazio perché sentimenti e fede consentono di superare ogni barriera. Noi esterniamo le condoglianze alla famiglia e manifestiamo il cordoglio di un paese in lutto, il quale ricorre a simboli per trovare un barlume di consolazione mentre accompagna la salma del caro estinto al cimitero/dormitorio e offre fiori, evocazione della vita che sboccia, e lumini come proiezione di una luce che non si spegne. Ma il dolore persiste. Si sente il bisogno di gridare la propria rabbia, pretendere una risposta sul perché dell’oscenità del male che genera dolore, aratro che traccia solchi profondi, causa di lancinante solitudine. Possiamo reiterare le domande, ma la risposta è sempre la stessa: la sofferenza è un mistero, volerla spiegare determina errori e contraddizioni, come quelli nei quali cadono i tre amici di Giobbe impegnati a consolarlo. Non rimane che riflettere con molta umiltà perché la nostra intelligenza non trova ragioni esaustive. Come Giobbe, gridiamo la nostra protesta. L’eco rimbalza sul Golgota e oggi è arrivato nel nostro paese. E’ un modo di ribellarsi a una condizione assurda ma, invece di risposte, per noi viandanti, mendicanti cercatori di senso, è preferibile anelare a soluzioni. Il dolore dell’innocente rimane scandaloso. La fede non risolve questo dramma, ma lo illumina e non a parole. E’ l’unica probabilità concessa, non rimane che aggrapparci ad essa, non abbiamo altre alternative. Essa si fonda non su formule astratte, ma sull’esperienza di dolore di Gesù, il quale muore mentre, gridando, si pone una domanda simile. La sofferenza del giusto appare senza significato tuttavia, proprio dopo che Egli è morto, la prospettiva si capovolge e scopriamo la verità vincente di Dio. Il nostro barlume di fiducia diventa speranza realizzata grazie al vangelo che annunzia la salvezza. Il Signore non è indifferente, non interviene ma è presente nel nostro dolore e per fede ci fa conoscere la grande verità: nel tragico inventario della morte una persona manca all’appello; un nostro fratello l’ha sconfitta, allora è possibile prevalere su di lei: la nostra speranza si realizza col nostro immergerci definitivo in Dio. E’ stata l’esperienza di Teresa perché, dopo il suo atroce calvario, si è sentita dire “Vieni serva fedele” sulla base del criterio di giudizio fondato sulla disponibilità a distribuire il bicchiere di acqua all’assetato bisognoso. Noi, che l‘abbiamo conosciuta e frequentata, ne siamo i testimoni; lei ha fatto quel che poteva, il resto l’ha compiuto la misericordia di Dio.





Grazie a mons. Vescovo e a don Valeriano abbiamo l’opportunità di condividere l’esperienza della “prima” del film Il Maestro + Margherita. In occasione delle feste natalizie la comunità parrocchiale ha inteso offrire alla popolazione della Valle di Novi la visione come opportunità per riflettere su un tema importante: la scuola, l’istruzione, gli eroi dell’educazione impegnati a formare i giovani italiani. Come è capitato di osservare in altre occasioni, scuola e istruzione sono stati i veri protagonisti dell’eversione della feudalità aiutando a superare uno dei risvolti maggiormente negativo: la soggezione mentale per mancanza d’istruzione. Questa fondamentale esperienza di liberazione a Cannalonga ha trovato il principale riferimento in un prete, Giuseppe Trotta, e in tanti maestri elementari. Qualche anno fa è stato festeggiato l’insegnate Paolino, che ha operato nelle scuole di montagna del paese e ha evocato quella esperienza in un bellissimo diario-romanzo. Dopo settant’anni egli ha incontrato un nutrito gruppo di alunni. Si sono riconosciuti, lui cieco e loro ormai anziani, dal timbro della voce e i ricordi hanno rinverdito la memoria e stimolato il sorriso. Questa esperienza è stata lo spunto per la realizzazione del film, una avventura comunitaria che ha fatto seguito a quella della Madonna delle candele, frutto del rinvenimento di affreschi evocatori di liturgie e testimoni di devozioni portate da monaci italo-greci. Conoscere questi fatti aiuta a comprendere meglio l’animo degli abitanti e rendersi conto dei talenti dei quali è dotato un folto gruppo di persone del paese. Per il passato costoro hanno trovato il loro aedo nel maestro Pietro Carbone, il quale ha lasciato una ricca dote di saggi, raccolte poetiche, romanzi e ricerche. Tutte hanno per oggetto Cannalonga e la sua civiltà agro-pastorale ispiratrice di racconti, canzoni, balli, musica e una coinvolgente ritualità, che trova il proprio acme durante la notissima fiera di settembre. Condizione per realizzare il film è stato il coinvolgimento degli abitanti grazie alla radicata convinzione della presenza di persone in grado di portare a termine il progetto per la loro convergente abilità. Ad essi si è affiancata la capacità professionale del regista e della sua equipe e quella di un impareggiabile caratterista, che ha dato vita al personaggio del narratore. Per dare pregnanza alla conclusione della storia il regista ha coinvolto un famoso critico d’arte; tuttavia i veri protagonisti sono i giovani attori, le mature comparse, i numerosi ragazzini di Cannalonga sostenuti dai tanti che hanno operato dietro la macchina da presa: l’autore del soggetto, i costumisti, i trovarobe, le parrucchiere, le fotografe, i cantanti, i musicisti, una coralità che ha trovato il momento culminante nella piazza affollata della scena finale. Sono passati due anni dall’inizio delle riprese e molti dei ragazzini sono quasi irriconoscibili per come sono cresciuti; l’auspicio è che non dimentichino l‘esperienza dell’estate 2016, soprattutto se hanno avuto l’opportunità di riflettere e acquisire consapevolezza delle proprie capacità. Qualcuno potrebbe chiedersi: che rapporto ha tutto ciò con l’attività di una parrocchia?
Il nesso è evidente: far crescere l’uomo, tutto l’uomo, è il coronamento dell’azione della chiesa; se poi si riesce a farlo divertendo e divertendosi allora la soddisfazione è doppia. Del resto, Gesù ha proceduto alle rivelazioni più significative sedendo, sorridente, a tavola dove ha trasformato l’acqua in vino per far comprendere che i tempi messianici erano arrivati e insegnare che la gioiosa convivialità, basata sulla sostanziale uguaglianza, pronta a riconoscere nell’altro sempre il fratello e mai il nemico, produce una feconda comunione, scambio concreto della vera grazia per una umanità che sa guardare oltre le ristrettezze della vita, sa cogliere il bene anche in situazioni difficili, è pronta a mettersi in gioco perché non perde mai la speranza. Ebbene, Margherita-Cannalonga ha saputo dare tutto ciò anche a chi, inviato col compito di catechizzare, ha ricevuto una preziosa lezione di vita.



16 dicembre, III domenica di Avvento

Dio “Griderà di gioia per te”, racconta Sofonia, sconvolgente rivelazione per noi, abituati al lamento e preoccupati per le incertezze della vita. Apprendiamo così che Dio non minaccia punizioni, ma esulta nel partecipare a uomini e donne il suo amore. E’ il suo progetto per noi: rinnovarci col suo amore. Come avviene ciò? Lo ha rivelato Gesù quando dichiara: “la mia gioia sia in voi” (Gv 15,11). Cosa possiamo fare? Al quesito ha risposto il Battista: dare per donarsi, segreto per star bene; infatti, assicura il perdono ai pubblicani, strozzini profittatori di chi ha bisogno, la pace ai soldati esecutori d’ingiusti ordini dei potenti per schiacciare i deboli! La ricetta per la gioia è restare umani condividendo il pane perché nella storia si radichi e germogli la giustizia. Compito dei cristiani è essere i profeti di questo vangelo imitando Giovanni il Battista. Questa premessa consente di cogliere la valenza morale e formativa del messaggio insito nella liturgia della Parola proposta nella terza domenica di Avvento, un invito alla gioia perché il nostro Liberatore è vicino, urge quindi prepararsi all’incontro con Lui. Che fare? E’ la domanda che hanno rivolto al Battista due millenni fa, interrogativo che coinvolge tutte le categorie alle quali il Precursore raccomanda di rimanere nel proprio status pronti a dare, disposti cioè a valorizzare le specificità della propria umanità e agire di conseguenza, generosi nel donare una tunica per riscaldare il freddo del corpo e la solitudine interiore del fratello. Queste raccomandazioni fecero crescere il rispetto per il Precursore, al quale fu chiesto addirittura se per caso non fosse lui il Messia, l’Unto che avrebbe liberato dalle pastoie del male donando libertà ai cuori e speranza all’intelligenza. Giovanni, coerente con la propria esperienza del deserto, testimoniò di non esserlo e dichiarò la propria umile condizione; per questo da Gesù venne riconosciuto come il più grande tra i figli di donna. Per noi il Battista è l’autentico profeta nella duplice funzione di chi parla al popolo per informarlo ed educarlo e di chi parla a favore del popolo per difenderne le prerogative, sollecitare attenzione e concreti interventi in vista del bene comune. Certamente non è una canna al vento, ma un individuo coerente, deciso, a volte rude, ma sensibile ai bisogni di salvezza e di redenzione della gente. L’intreccio di questi temi ripropone ancora una volta l’invito a esultare e rallegrarsi perché siamo noi la festa di Dio. Giovanni testimonia proprio questo aspetto riassunto nel nome EMANUELE, cioè “IO SONO CON VOI”, scelto per Gesù e che lui annunzia, presenza che accompagna, conforta, incoraggia, stimola, sostiene, perdona, produce nei cuori la vera gioia. E’ una tematica che attraversa tutta la Bibbia trasformandosi nel portato, nel segno e nel frutto della Salvezza possibile, fondata sulla relazione col Signore. Perciò possiamo fare nostro l’invito della prima lettura: sostituiamo la tristezza con la gioia perché il Signore libera il suo popolo, gioia che nessuno può rubare o toglierci, come annuncia Paolo nella lettera ai Filippesi. Il Signore é vicino, tutto il resto, tutto ciò che evoca male, dolore, tristezza, sconfitta passa.

E’ la gioia natalizia; ma quanti la sperimentano veramente?



L’Immacolata, una promessa mantenuta 2018

Ogni giorno tante situazioni ci fanno sentire parte di una umanità umiliata, violenta perché violata, affamata e, quindi, ribelle. Se Dio è buono e il creato armonioso perché allora il male? Dopo tante esperienze e tanto patire dobbiamo riconoscere che esso esiste nel cuore dell’uomo. La Bibbia attribuisce questa radice negativa al desiderio di mettersi al posto di Dio. Oggi noi viviamo sempre più questa sensazione; per i grandi progressi tecnici non accettiamo limiti. Intanto cresce la condizione d’incertezza e i dubbi inducono a ricercare antidoti alla disperazione. È una sensazione superabile se c’impegniamo ad andare oltre il contingente per vedere il sottile filo di luce oltre la porta che delimita la nostra esistenza e fa intravedere il giardino dell’Eden. In questo pellegrinaggio, artisti e profeti sono i compagni migliori, perché custodi e annunciatori della bellezza nel mondo. La prima lettura dell’odierna liturgia della Parola fornisce anche una spiegazione. È l’esperienza dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata, celebrazione della generosità di Dio e, per noi, della possibilità di salvezza. Il Signore ci cerca da sempre perché viviamo la storia della salvezza e l’eco della sua voce costantemente riverbera nel cuore. Dove sei? Dove sei?...

Come rispondiamo al questo incessante appello?

Adamo ha avuto paura e si è nascosto, ha rifiutato l’invito di amicizia. Le conseguenze sono note. Ma, anche dopo la chiusura del cuore, Dio continua a preoccuparsi della sorte dell’uomo, non può non amarlo perché Egli è Amore. Anche Maria ha vissuto il suo avvento dicendo a Dio e abbandonandosi al volere del Signore. In Lei l’avvento, tempo di speranza, diventa salvezza realizzata. Nel vivere la sua fede come relazione tra persone, ha fatto combaciare la sua vita con quella di Dio, realizzando il rapporto più umano, ma anche il più sublime, di cui è capace un individuo, quello tra mamma e bambino. Maria, splendido esempio di come una madre in attesa contempla il mondo interiore, ha rinvigorito la sua fede imparando a rivolgersi a Dio chiamandolo, per prima nella storia, Figlio.  razie a Maria anche noi possiamo chiamare Gesù Figlio di Dio, per cui Ella diventa madre di fede per l’umanità. L’8 dicembre è, allora, una solennità che ci coinvolge personalmente, perché, attraverso Maria, Dio conferma il suo sguardo amorevole sulla povera storia umana aiutandoci a distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile. Anche noi godiamo del saluto a Maria nella domesticità di Nazareth. Ella è piena di grazie perché il Signore è con Lei, presenza costante, compagnia che conferisce vigore, forza che rende vincitori. Genera la vita perché consente d’innestare la natura umana nella santità di Dio. Perciò non poteva che essere Immacolata fin dal primo momento: il Signore è stato sempre con Lei in una comunione di vita senza ombra di peccato, mai soggetta a separazione, mai precipitata nella distanza di un abbandono. Il Magnificat, canto di meraviglia di Maria, è gioiosa testimonianza dell’esperienza felice di questo incontro. Ella ha compreso che Dio s’immerge nella vita dell’uomo per condividerne l’esperienza quotidiana; crede fermamente che il mondo cambierà perché Dio l’ha promesso ed Egli è per tutti l’unico, concreto e indefettibile punto di forza, generatore di salvezza perché è sempre Lui il primo ad amare. La bimillenaria storia cristiana ha sempre posto al centro delle sue devozioni la Madonna, per tutti Beata perché ha creduto; eppure poteva dubitare al messaggio dell’angelo, magari esigere maggiori garanzie per quello che le veniva richiesto o pretendere più chiarezza perché, stando alla legge, rischiava la vita; invece ha fiducia, crede. Elisabetta intravede in ciò la sua grandezza; ma la giovine vergine non si esalta, continua a sentirsi piccola ed inadeguata, pronta a proclamare che la sua felicità risiede nel Signore, sicura dell’amore di Dio, dal quale proviene tutto il bene. Col suo Maria testimonia che i valori più profondi si nascondono tra i semplici. Il suo Magnificat è messaggio e preghiera che più si approssima al rivoluzionario discorso delle beatitudini rivolto dal Figlio alle folle assetate di verità, speranzose di salvezza, desiderose di essere amate, proclamando i poveri beati. Nel realismo di una storia di peccati, cominciata con i nostri progenitori ed intensificatasi per la nostra pretesa di continuare a definire autonomamente cosa sia il vero, il bene, l’utile e il dilettevole, Dio non abbandona l’umanità al suo destino, ma vi entra grazie alla maternità della donna che schiaccia il capo al nemico dell’uomo, sconfiggendo la malvagità per divenire parte integrante del progetto salvifico; perciò Maria, l’Immacolata, madre della fiducia, è anche continua speranza per il mondo, per ciascuno di noi. E’ Lei il modello di vita e di fede che ha mutato la storia dell’umanità collaborando con Dio. La bellezza del suo conferisce consistenza alla nostra speranza, mentre in Lei intravediamo ciò che ci attende. Maria è la Donna in Ascolto, aperta con fiducia all’invito di Dio mentre si è prepara riflettendo sulle Scritture e vivendo in totale adesione alla volontà divina, consapevole che la Provvidenza l’accompagna sempre. Una creatura così attenta non poteva non essere piena di grazia, condizione che Le fa superare ogni timore e titubanza e la apre con fiducia al mistero di Dio. Il suo Sì è il dono più grande che Ella potesse fare a tutti noi: questo è il motivo per cui oggi la celebriamo: Vergine Madre di Gesù, misericordia di Dio. Così Egli entra nella storia umana, mantiene la sua promessa, le conferisce una dimensione di gioiosa serenità. A noi il compito di portare a tutti il lieto annunzio col sospiro leggero di una parola di serenità e con una vita riverbero della Bellezza del Sì di Maria.

 
ANNO C

Inizia il nuovo anno liturgico che genera in noi sentimenti di attesa per l’incontro di amicizia con Dio grazie alla venuta di Cristo. Ecco perché le prime settimane sono dedicate alla riflessione sull’Avvento, da intendere come venuta di qualcuno e avvenimento importante per la vita di ciascuno. E’ un atteggiamento dello spirito che implica la tensione verso il futuro per essere illuminati da una novità che rischiara il presente.
Se sente il bisogno di tutto ciò è necessario rinverdire la dimensione psicologica dell’attesa, che genera stupore e l’impegno morale e non assopirsi intorpiditi e distratti col rischio di non saper cogliere la gioia quando il momento arriva.

La liturgia domenicale aiuta a radicare nel nostro spirito questa dimensione di riconoscente attesa per il Signore che sta per venire e, di conseguenza, infonde il bisogno di rimanere svegli per prepararci adeguatamente
 

Domenica 1° di Avvento

Geremia 33, 14-16: spunterà un germoglio di giustizia

I Tessalonicesi 3,12-13-4,2: che il Signore ci renda saldi in attesa della sua venuta

Luca 21,25-28.34-36: la salvezza è vicina

Gesù parla di segni, ma non li cita per incutere paura, bensì per trasformarli in invito ad alzare il capo, smettere l’atteggiamento di servi delle circostanze, divenire protagonisti della storia perché la salvezza è vicina. Questa sollecitazione è balsamo per i nostri cuori affranti e afflitti per le traumatiche esperienze della vita.

Non lasciamo che le circostanze appesantiscano i nostri cuori. Ecco perché bisogna esser vigili e dedicare più tempo alla preghiera.

Il vangelo invita a uscire dal nostro io titubante e pauroso, orienta per sentirci gioiosamente parte della vita nella consapevolezza che la violenza non è eterna. Infatti, Dio continua a camminare al nostro fianco e ci ricorda che il suo Regno non è un’illusione. Del resto, non c’è motivo di disperazione se siamo pronti a riconoscere concretamente perché viviamo sulla terra e la vocazione che abbiamo ricevuto come servizio al Signore, nostro Liberatore.

Ecco perché la storia dell’umanità è un kairos, tempo di grazia che conduce ad un futuro di pace e non somiglia per nulla al presente problematico, oscuro e difficile.

La prima lettura della liturgia della Parola sollecita ad avere fede, da intendere come fiducia nell’adempimento delle promesse fatte da Dio alle sue creature.

La seconda invita a praticare una carità sovrabbondante di tensione fraterna verso tutti perché ciascuno di noi é chiamato a crescere nell’amore.

Queste sollecitazioni irrobustiscono la speranza della venuta del Signore, che rende sempre più vicina la liberazione all’assurdità del male; perciò, siamo esortati a riflettere sulla dimensione escatologia delle virtù teologali.

Nel cristiano non si giustifica il pessimismo; egli deve bandire ogni propensione al cinismo di chi si lascia sommergere, impotente, dalle vicende terrene, travolto dall’angoscia generata da paura. E’ il motivo perché dobbiamo vegliare e pregare, il migliore antidoto all’ansia del quotidiano.



Anno liturgico 2018-2019 (C)

Il Vangelo secondo Luca è oggetto quest’anno delle riflessioni domenicali durante liturgia della Parola. Come è noto, secondo la critica più recente si tratta di un vangelo che va analizzato insieme agli Atti degli Apostoli. Infatti presenta l’azione di Gesù all’inizio dell’evangelizzazione e concentra l’attenzione sui discepoli che ricevono misericordia e continuano a testimoniarla fino ad Emmaus per poi nel secondo volume aprirsi al mondo perché da Gerusalemme la Buona Novella arriva fino a Roma. Secondo la tradizione Luca è un medico che ha molta familiarità con Paolo, dato importante per accreditare l’apostolicità del suo vangelo perché si collega all’azione dell’apostolo delle genti, quindi testimonianza fedele della tradizione. L’analisi interna consente di affermare che uno solo è l’autore dei due testi. Gli esegeti si soffermano sulla sezioni degli Atti dove viene usato il “noi” nel descrivere le vicende. In effetti si è soliti ritenere che Luca abbia da storico consultato il materiale della tradizione non mescolandolo con la teologia paolina. Di questo vangelo non si conosce il luogo dove è stato scritto; si può ritenere però, che fin dall’inizio si sia imposto all’attenzione per il contenuto e non tanto per l’autorità della chiesa dove sarebbe stato redatto, come invece si è soliti sostenere per il vangelo di Marco, necessaria precisazione se si considera che a scrivere non è un testimone diretto della missione di Gesù di Nazaret in Palestina. Nel Prologo si fa riferimento allo sforzo nel condurre accurate ricerche, sistemate in modo ordinato partendo fin dall’inizio della storia di Gesù, sforzo per irrobustire la fede di Teofilo, a cui viene dedicato ma del quale non si conosce nulla al punto che si è portati a credere che si tratti di un personaggio simbolico a giudicare dal significato del nome in greco: amico di Dio al resoconto ordinato autorizza ad affermare che l’autore segue un metodo storico consultando scritti esistenti e facendo riferimento alla tradizione trasmessa oralmente; quindi il vangelo è frutto del lavoro redazionale nel sistemare le fonti, spesso ritoccate per migliorarne la forma. Dall’analisi interna dei primi due capitoli si è portati a credere che l’autore rispetti la documentazione di riferimento, dato evidente se si raffrontano i tanti semitismi rispetto al prologo, che si segnala invece per lo stile classico. Perciò si ritiene che la catena di trasmissione risalga a Gesù. Luca scrive per una comunità greca prevalentemente pagana e vuole collegare agli inizi del cristianesimo una Chiesa impegnata a continuare l’azione di Cristo. A questa comunità è affidato il compito di testimoniare e una missione per far percepire la portata del perdono tra i cristiani peccatori. Quindi il piano dell’opera di evangelizzazione è finalizzato all’esaltazione della misericordia divina intesa come storia dei mirabilia dell’amore di Dio. Una schematica struttura può essere così sintetizzata: la Natività è trattata nei capitoli 1-2, il ministero in Galilea è narrato dal 3 al 9 fino al versetto 50; poi inizia la lunga relazione del viaggio verso Gerusalemme (9,51-19,27), alla quale fa seguito l’attività di Gesù nella città (19,28-21,37) per concludere col vangelo di Pasqua (22-24). Il messaggio teologico parte dal convincimento che Gerusalemme è il centro della storia della salvezza: qui ha inizio e si conclude la missione di Gesù. Particolarmente diffuso è il tema del viaggio analizzato secondo molteplici sfaccettature. Così si esplicita il cammino in compagnia del Maestro di Nazaret. È un viaggio descritto con perizia letteraria che diventa anche pellegrinaggio spirituale. L’esempio più evidente è costituito dal capitolo finale che vede in azione i discepoli di Emmaus. È il tema del viaggio di ritorno come conversione, già annunciato nella parabola del figliolo prodigo e anticipato dal viaggio di Maria e di Giuseppe, la cui azione é presentata come quella dei primi discepoli. Negli Atti il tema continua, questa volta da Gerusalemme fino ai confini del mondo. di questo contesto generale, che riprende tanti argomenti della tradizione apostolica su Gesù, Luca introduce altri temi caratterizzanti il suo vangelo. Il primo è quello di Gesù, amico dei peccatori, al quale si affianca la presentazione del Cristo come Profeta dell’ultima rivelazione, Maestro che sceglie di vivere povero, al punto da non sapere dove posare il capo (9,58). Novello Pellegrino, marcia verso Gerusalemme dimostrandosi vero Salvatore dei derelitti perché guarisce dalle malattie e pone riparo alle miserie. Luca è intransigente nell’esaltare la scelta di povertà, molto più radicale rispetto a quanto raccomanda Matteo nel discorso della montagna. Egli lo ribadisce riportando alcune parabole come quella di Lazzaro tormentato dalla fame ai piedi del ricco epulone, della vedova che vive coerentemente la propria condizione di povera di Jahvé al contrario del giovane ricco e di quanti sono pronti a scegliere sempre e comunque mammona. Chi è capace di rinunce trae dal questo distacco la vera gioia e partecipa alla festa riservata a poveri e peccatori. Questo vangelo si segnala anche per l’esaltazione della preghiera; infatti riporta alcune delle orazioni più belle e famose della pietà cristiana: il Magnificat di Maria, il Benedictus di Elisabetta, il Gloria degli angeli, il Nunc dimittis di Simeone nel tempio. Il fedele è invitato a imitare Gesù orante che prega prima di procedere ad alcune delle azioni più importanti del suo ministero: prima del battesimo, in mezzo alla folla, prima di chiamare i Dodici, prima della professione di fede di Pietro e della Trasfigurazione. Gesù prega prima d’insegnare il Padre Nostro, nel Getsemani prima che abbia inizio la sua Passione. Le sue ultime parole sono una preghiera al Padre: “nelle tue mani affido il mio spirito”. Le specificità lucane non significano che l’evangelista si distacchi o trascuri la tradizione orale e le fonti scritte da lui consultate; egli non ha difficoltà a specificare che Gesù è un profeta ebraico. Infatti, nel descrive la nascita fa riferimento a situazioni analoghe riportate dal Vecchio Testamento, nella predicazione cita i profeti e muore come uno di loro, consapevole di ciò che lo attende e capace di autocontrollo. Luca, rifacendosi a Marco, presenta Gesù figlio di Dio; la sua morte realizza le scritture senza però enfatizzare il fallimento nel riconoscerlo. Come Matteo riconosce che il Messia non è un nuovo Mosè inviato solo agli ebrei, ma il salvatore dell’umanità; perciò, quando i giudei lo rigettano, il suo messaggio è portato ai pagani, affermazione che si desume già dalla genealogia proposta che arriva fino ad Adamo. Inoltre, egli richiama spesso l’operato di Elia e di Eliseo, profeti che operarono tra i gentili. Da queste annotazione appare evidente che la vita di Gesù viene considerata il fondamento della vita della Chiesa, partecipe della storia della salvezza divisa in tre momenti: al centro è posto l’evento del Cristo, al quale si premette come preparazione l’Antico Testamento, mentre il seguito è il tempo della comunità ecclesiale che dura fino alla secondo venuta del Signore. La parte centrale di questa storia inizia (Lc 3,6) con predicazione di Giovanni, dalla quale si desume che ogni uomo avrà la salvezza, e si conclude a Roma (At 28,28) quando Paolo annunzia: “Sia noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno”. È un’esperienza molto concreta e ricca di significati perché il verbo “salvare” è usato per indicare la guarigione fisica, il perdono dei peccati, la liberazione dal potere demoniaco, il dono della vera vita con la resurrezione. Luca arricchisce questi significati riportando miracoli intesi come segni di una salvezza che si segnala per la sua attualità perché non un fatto passato, già accaduto e fuori della portata della chiesa. Di Gesù Luca traccia un ritratto di bontà. Egli si distingue per la dolcezza di profeta, salvatore, Signore. L’evangelista utilizza il termine profeta per descrive la sua attività: essendo tale non è accetto e non può morire fuori Gerusalemme; inoltre dimostra di essere il salvatore perché libera i poveri, i perseguitati, le donne beneficando e risanando mentre attraversa le strade della Palestina. Soprattutto Gesù per Luca è il Signore. Il termine, titolo solenne usato al posto di Jahvé nella Bibbia dei Settanta, è una particolarità dell’evangelista; lo usa 103 volte e ben 107 in Atti, mentre in Marco lo si trova solo 18 volte. È il Signore che designa altri 72 discepoli, che rimprovera Marta indaffarate e perciò distratta. Zaccheo esclama: “Signore do la metà” dei beni ai poveri; durante l’interrogatorio del sinedrio è il Signore che, voltatosi, guarda Pietro, particolare che si riscontra solo in Luca a indicare che lo sguardo che determina il pentimento è quello di Dio. La conversione di Pietro è culmine di tante altre nella narrazione che presenta parecchie figure di convertiti: la peccatrice nel capitolo 7, il figliol prodigo (15), il pubblicano al tempio (18), il ladrone sulla croce (23); conseguenza è la gioia determinata dall’inizio dei tempi messianici. Essa si travasa nella chiesa missionaria capace di ascolto come fa Maria di Betania (10,38-42) e Maria, la Madre, che ha serbato nel cuore l’esperienza quotidiana col Figlio. Lo stesso Gesù chiama beato chi è pronto all’ascolto perché da esso deriva l’agire. Un’incisiva catechesi ecclesiale per proporre perdono e salvezza possibile per tutti si desume dal racconto lucano della Passione. Infatti, mentre Marco relaziona su un avvenimento sconvolgente, Matteo organizza il racconto come catechesi sapienziale e Giovanni procede ad una lettura teologica della gloria divina attraverso il nascondimento della croce, Luca propone una narrazione rasserenante. Descrive un Gesù che durante l’agonia nell’orto conserva una grande fiducia, rivolge parole delicate a Giuda, guarisce l’orecchio del servo colpito da un fendente di spada, conserva una comprensiva dolcezza nei riguardi di Pietro spergiuro e negatore, perdona i suoi crocifissori e, mentre si affida al Padre, promette al brigante pentito il paradiso. Per Luca Gesù è il giusto che rende giusti con la sua sofferenza; inoltre descrive gli altri personaggi in modo da esaltare questo aspetto del Maestro. È il caso del brigante crocefisso; Luca descrive un’esemplare scena penitenziale scandita dall’avvicinamento, dalla confessione dei peccati, dalla domanda di perdono e dall’assoluzione che assicura salvezza. Come si accennava, il concentrato della teologia lucana è riassunto nel capitolo 24 quando descrive l’operato dei discepoli di Emmaus. Il passo sembra quasi riprendere e riproporre come sintesi finale i principali temi trattati. Senza il Risorto è impossibile comprendere la storia di Gesù e, di conseguenza, l’esperienza di discepoli. La sua presenza, anche se non riconosciuto, la parola che evangelizza, il pane spezzato trasformano seguaci sconfortati e delusi in araldi della resurrezione. L’incontro con Lui fa passare dalla tristezza alla gioia, incoraggia a riprendere la missione. La comprensione diventa piena e definitiva partecipando del pane spezzato, che infonde la forza per iniziare subito un altro viaggio e annunziare correndo a Gerusalemme che Gesù è vivo.

                                                                  
                                                                   
                                                                     CHIUSURA ANNO 2017 -2018 
    
                                                                                           Messa del Giorno
                                                               Isaia 52, 7-10; Ebrei 1,1-6; Giovanni, 1,1-18
Il Verbo si è fatto carne. La Parola si è fatta vita, la nostra vita minacciata dall’egoismo é fragile di fronte al male che la rende torbida. Il Signore assumendola l’ha santificata. Oggi Dio può nascere in noi perché Cristo è nato in quella grotta. Col fango dei nostri limiti Dio procede ad una creazione per rifare l'uomo: ecco il miracolo che genera stupore perché nessuna condizione è segnata da disperazione dal momento che Dio è con noi.
Quanti l'hanno accolto hanno il potere di diventare figli di Dio. E’ il tempo del nostro natale. Cristo nasce perché io nasca diverso e nuovo grazie allo Spirito Santo e possa essere libero, incapace di odiare perché occhi puri mi fanno vedere ovunque solo le tracce di Dio, pronto solo a benedire il Signore, il dono della vita, la bellezza delle altre creature, a celebrare un esaltante giovane domani.
Questo Natale, pur se reale, non è possibile dimostrarlo razionalmente; ma il bambino presente in ciascuno di noi riesce ancora a sentire il brusio degli angeli. Purtroppo, crescendo, una dolorosa disillusione si è impossessata di tanti che ritengono essere diventato una festa pagana, che ha svuotato della vera Luce strade e piazze per riempirle di algide luminarie il cui freddo lucore gela i cuori e onnubila le menti. Del resto come dare torto a tanti scettici ai quali oggi la parola Betlemme suscita immagini di posti di blocco e di militari che ostacolano il tragitto che porta al "campo dei pastori". Per fortuna c’è ancora chi crede e prega il Dio bambino, umile e povero sulla paglia dove é nato. Egli ha scelto di vivere la nostra stessa esperienza, incapace di difendersi, sa solo amare e sollecitare amore.
Per festeggiarlo ci scambiamo gli auguri, termine ripetuto tante volte, ma al quale sovente non diamo il giusto significato. Distratti dalla tradizione, la festa senza preparazione interiore rischia di trasformarsi in una grande ipocrisia; dopo la ritualità del pranzo ed un regalo scambiato lascia un grande vuoto nell’animo perché continuiamo a tollerare una situazione agli antipodi rispetto alla pace auspicata: guerre, sprechi, morti per fame, l’ingiustizia dilaga e con essa si convive quotidianamente. Il reiterarsi di scelte sbagliate contraddistingue l’incomprensione con la quale abbiamo accolto il Principe della Pace. Tuttavia persiste l’opportunità di trasformare persino una stalla in chiesa ed indirizzarvi gli infelici che hanno ancora bisogno di Betlemme e ritornare dove è iniziata a brillare la luce che l’uomo da solo non riesce a trovare mentre fuori é ancora notte.
Nel Bambino che oggi celebriamo è racchiusa l’esperienza del povero, del misericordioso, del crocifisso, sfida costante per gli orgogliosi del mondo. Non rimane che convenire sul fatto che soltanto Dio può presentarsi in questo modo e vincere; perciò Natale è Dio che impartisce la lezione della bontà gratuita e noi impariamo a praticare la carità vera distaccandoci dalle cose che non contano convinti che Dio è l’unica ricchezza. Il Bambino è il sacramento che capovolge la nostra logica legata al desiderio di emergere. Dio si manifesta, invece, nelle spoglie di un neonato. E’ Signore nella piccolezza, forza dirompente del messaggio di Natale. Al contrario dell’uomo, Dio nasce per servire, per dare e darsi; non fa paura disarmato in un neonato. Col Natale Egli corteggia l’umanità, motivo di grande gioia perché la felicità non è un miraggio; è data a tutti ora che Dio dona la Luce per rischiarare il buio causato dall’egoismo e infiammare cuori intirizziti dal freddo dell’indifferenza.
A queste condizioni la pace è possibile, soprattutto per gli ultimi, infatti Dio ricomincia da loro ed entra nel mondo per mettersi in fila con tutti gli esclusi. Buon Natale, quindi, Felice Natale. La gioia riempie l’oscurità della nostra esistenza e crea dappertutto un’atmosfera di gioia perché la Salvezza è venuta per tutti con Gesù, l’unico Salvatore dell’uomo. E’ giunto il tempo della misericordia e del perdono, che non è amnistia ma salvezza grazie a questo Bambino, il Liberatore dell’uomo.

                                                                   MESSA dell’AURORA
                                                         Isaia 62, 11-12; Tutto, 3, 4-7;Luca 2,15-20
Protagonisti del passo evangelico sono i pastori che impersonano tutti i poveri della terra, gli ultimi anonimi e dimenticati. Ecco la buona notizia: finalmente la storia muta direzione e s’interessa di coloro che attirano di più l’attenzione di Dio, amante delle periferie dell’umanità, dove trova maggiore disponibilità all’ascolto perché pronte a invertire direzione ed esaltare il debole. Quando Gesù nasce il tirannico meccanismo della storia si blocca e comincia a scorrere nella direzione opposta. Il forte è  invitato a farsi servo del debole per porre attenzione all'infinito racchiuso nel frammento per illuminarlo. Natale è questo totale capovolgimento perché inizia un nuovo ordinamento della creazione, anche se non è facile imporsi per un’indomabile violenza, pronta a contraddire l’annuncio degli angeli e a minare la pace che s’irradia da Betlemme.
Può questo evangelo essere frutto dell’illusione generata dal fanciullo che persiste nelle pieghe del nostro animo e che dalla paura spinge a rivolgersi a un Dio al quale demandare la responsabilità di porre riparo ai disastri della storia?
In realtà nella grotta di Betlemme Dio è concretamente disceso fino a noi proponendosi come asse portante di una storia della quale comunque rimane il Signore, punto fondale di una dinamica che dall'alto scende verso il basso e che, mentre i secoli passano, si svolge lentamente fino al secondo ritorno del Salvatore.
A noi non resta che imitare Maria, testimone di questa vicenda unica, che assorbe completamente il suo cuore. Ella la medita per il resto delle sua vita per sottrarla all’oblio e la consegna a noi tutti perché possa vivere per sempre non solo come memoria, ma come memoriale di una salvezza veramente avvenuta e alla portata di tutti. Conservare l’esperienza del Natale, come avviene ai pastori, significa accettare di essere inseriti in qualcosa più grande dell'istante: il kairos appunto, da meditare per cercare il senso più profondo di una vicenda apparentemente contraddittoria perché mette insieme gloria di Dio e piccolezza del Bambino, melodie angeliche ed odori della stalla. A noi il compito di collegare la nostra misera liturgia di poveri pastori e quella gloriosa degli angeli; nel loro confronto risiede l’unicità del cristianesimo, la forte, dolce e necessaria utopia che fa specchiare il volto di Dio e quello degli altri nel proprio. Maria, mentre medita, lega i frammenti di un’esistenza che per noi diventa un percorso di stupore; esso infonde coraggio, rigenera, dà pace e radica gioia celeste.  Auguri.

                                                        MESSA DI MEZZANOTTE
                                                     Isaia 9,1-6; Tito 2,11-14; Luca 2,1-14
Il vangelo si apre descrivendo la situazione storica in cui avviene l'incarnazione del Verbo. Luca struttura il capitolo secondo il genere letterario dell’anagrafe imperiale per asserire che Cristo non è un’idea, ma il centro della storia perché trasforma la scansione del tempo in un costante momento di grazia, kairos che proietta luce divina nella nostra esperienza quotidiana. Infatti, il racconto amalgama l'umile concretezza dei particolari di una nascita nella cornice dei grandi orizzonti della storia, un fatto che trasforma la minacciosa disposizione imperiale dell’essere censito per rimpinguare le casse dell’erario in una serena esperienza di vita di una coppia insignificante, quella di Maria e di Giuseppe, apparentemente ridotti a numero in un ingranaggio di potere infernale e, invece, collaboratori fedeli nella creazione dell’uomo nuovo per opera dello Spirito. Cesare Augusto decide di censire tutta la terra; non riconosce il Dio di Abramo perché s’interessa soltanto per la città degli uomini che vuole dominare; si reputa invincibile, quindi non si cura della città di Dio. Il Signore, invece, consolida la sua presenza nel mondo riconoscendosi in un Bambino che nasce nella precarietà, ma è coccolato dai canti di gioia degli angeli e dei pastori. Alla forza dell’arbitrio dell’imperatore romano si oppone così la semplicità, l'umiltà e l'amore, sentimenti che non possono essere oggetto di censimento, ma devono essere vissuti per poterli apprezzare. Nella storia di questo Bambino si proietta quella degli scarti nelle periferie martoriate da un’umanità egoista. Il Natale diventa allora l’occasione propizia per sollecitare cuori induriti a convertirsi ascoltando l’invito angelico e glorificare Dio per godere della sua pace. Non è un mito, ma la concreta esperienza di questa Notte nella quale la salvezza è donata all’umanità grazie ad un evento umile ma determinante come la nascita del Bambino, del quale il profeta ha delineato la funzione di Consigliere ammirabile, l’apostolo Paolo ha sintetizzato gli effetti come Salvatore e Signore, l’evangelista Luca l’ha proclamato come manifestazione definitiva dell’amore di Dio per noi perché l’Emanuele. Ora Dio ci accompagna nella storia, c’interpella per coinvolgerci nel suo progetto salvifico. Nato per noi, Egli è il dono di grazia che ci guida nel cammino di purificazione inculcando sentimenti di gaudio perché liberati dall’oppressione del male. La pressione di una storia tenebrosa viene illuminata dall’Emanuele: Dio per noi, anzi Dio con noi, pur se avvolto nelle fasce e deposto in una mangiatoia dall’amore della madre trasformata in amorevole culla per non farlo sentire escluso. Così inizia l’esperienza di chi è destinato ad ereditare il regno di David ma da adulto continuerà ad essere povero non avendo dove posare il capo e, morto, deposto in un sepolcro concesso in prestito dalla devozione di un discepolo; ma continua a bussa alla nostra coscienza chiedendo soltanto di far entrare la sua vita nella nostra. Ma per vedere Dio dobbiamo chinarci su noi stessi ed esaminare i nostri più reconditi sentimenti, anche se non siamo disposti a rivelarli, scavare nel nostro io fin dove nascono i sogni e l'amore per poter scorgere, mentre lentamente emerge il volto del Dio amabile, un Bambino che può vivere solo se noi lo amiamo. In tal modo l’insieme delle nostre delusioni si possono trasformare in forza che rende luminoso il futuro grazie alla corroborante compagnia di Gesù Cristo, che infonde consistenza alla nostra vita donando eternità. Dio si è incarnato dando certezza all’aspirazione di riscontrare nella nostra carne una radice santa; così si consolida la speranza che la cronaca quotidiana dell’umanità può divenire un racconto degno della storia sacra. 

                                                24 dicembre, IV di Avvento
Sette nomi riassumono la storia evocata oggi. Richiamano le condizioni di un villaggio dove vive una ragazza sulla quale Dio ha posato il suo sguardo compiacente, impegnato a rendere sempre più gioioso il brulichio della vita e farne partecipe persino chi risulta sterile. Tutto inizia non nel tempio del Signore, ma nella casa di una giovane vergine perché Dio ama entrare nella storia degli uomini dal basso per renderli tutti partecipi del suo invito, motivo per rallegrarsi vincendo la paura perché viene la Vita. Come reagire a questa esperienza è il grande esempio che ci dona Maria: piena di stupore, ascolta e pone domande prima di rispondere ed essere inondata di gioia. Dio si è chinato su di Lei inondandola di grazia perché nulla è impossibile a Dio. Egli però esige ascolto e azione, anche se la strada che ci attende, come per Maria, è tutta in salita. Ad annunziarlo è Gabriele, che in ebraico significa “forza di Dio”, quindi capace di vincere qualunque ostacolo, con dimostra l’esperienza di Elisabetta. Inizia la rivoluzione cristiana frutto della Salvezza. E’ qualcosa d’inaudito come dimostra il fatto che a dare il nome al bambino sia la madre. Quello scelto è “Emanuele”; si rompe con la tradizione per aprirsi al nuovo e Gesù “sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono”, promessa che non scompone Maria, pronta a chiedere solo le modalità previste per realizzare ciò che Le viene annunziato. La discesa dello Spirito su di Lei è una nuova creazione perché quello che nasce è completamente nuovo. Maria si fida del Dio di suo figlio e così Dio non è più nel tempio a Gerusalemme, nelle istituzioni, nelle organizzazioni. Dio è con noi e lo celebriamo a Natale; la sua presenza comincia da un bambino, germe e promessa per la storia del mondo e per quella personale. Con l’annuncio a Maria la Parola prende carne nel mondo per dare la risposta finale della dimora di Dio. Il Vangelo descrive il passaggio obbligato per ogni credente dinanzi a Dio: agire come Maria. Essa si mette nelle mani di Dio, il suo “Eccomi” consente un nuovo corso alla storia dell’umanità perché  Dio veramente è con noi e si chiama Gesù. Il passo del Vangelo di oggi ci fa scoprire una storia invitandoci ad aprire la mente per allargare gli orizzonti abbattendo i muri delle nostre presunte certezze, tutte da ripensare impegnandoci a trovare prima le domande giuste per ottenere risposte esaustive e che sappiano conferire senso alla nostra esperienza di vita.
La liturgia di oggi celebra la gioia di due donne, modello per noi cristiani che, come Maria, siamo chiamati a portare Dio agli altri. Ciò è possibile se anche in noi, come in Maria, battono due cuori: il nostro e quello misericordioso di Dio. Impariamo, perciò, a respirare il respiro del Padre per sperimentare la gioia della Salvezza. La liturgia presenta l’icona evangelica della maternità nell’intreccio tra Giovanni il Battista e Gesù. Le protagoniste del passo del Vangelo si rallegrano della gioia di Dio. Al loro fianco ci sono due uomini che, invece, vivono nel dubbio, che rende uno muto e l’altro sospettoso al punto da pensare persino di ripudiare in segreto la promessa sposa. L’evidente contrasto nei ruoli dovrebbe indurre la Chiesa a meditare, porsi un problema e trarre l’ovvio insegnamento dal passo che la liturgia ci fa proclamare in quest’ultima domenica prima del Natale. 17 dicembre III di Avvento
I sacerdoti incalzano per sei volte col loro interrogatorio il Battista: chi sei? sei Elia? il profeta? Cosa dici di te stesso? Giovanni risponde asserendo chi non è: non è Cristo, fa cadere ammiccanti ma fittizie identità paragonandosi al suono di una voce, eco della Parola. Proprio perché ha Dio nella voce viene esaltata la sua identità sfrondata di tante illusorie apparenze. Egli le lascia cadere per enfatizzare l'essenziale: essere uno-con-Dio. L’episodio viene presentato in modo sintetico nel vangelo di Marco ecco perché la Chiesa invita a meditare il corrispondente passo del vangelo di Giovanni. Si desuma che la confessione sull’identità di un uomo costituisce la cerniera: il Battista è ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo del Nuovo segnando la continuità di fede di un testimone della Legge annunciatore di Gesù. Il Precursore viene presentato senza qualifiche sociali o religiose, un modo spoglio per significare che ad importare è solo il fatto di essere “inviato da Dio”; egli è servo solo del Signore, che gli ha affidato la missione di chiamare tutti e credere alla Luce: è l’inviato da Dio, non luce. Il perché di tanta insistenza si lega al fatto che, quando l’evangelista scriveva, alcuni ancora contrapponevano Giovanni a Gesù, ecco perché si sottolinea la radicale differenza tra il profeta e il Figlio di Dio. Particolare interesse riveste l’interrogatorio al quale la delegazione di Gerusalemme sottopone il Battista. Con la prima domanda “Tu, chi sei?” nasconde il tentativo di carpire desideri e intenzioni temendo che possa vantare pretese messianiche. Ma il Precursore confessa: “Io non sono il Messia”. Senza tergiversare afferma l’“Egó eimi” – Io sono - spetta soltanto a Gesù; è la sua auto rivelazione. Giovanni ha soltanto il compito d’indicarlo. Gli interlocutori incalzano: “Sei Elia?”, cioè il profeta rapito in cielo e che Malachia descrive veniente alla fine dei tempi. Il Battista vestiva come Elia, perciò alcuni pensavano che fosse quel profeta redivivo. Ma Giovanni precisa: “Elia è già venuto”. Allora continuano con la terza domanda: “Sei il Profeta?”. La risposta è No, neanche il promesso Profeta uguale a Mosè. Giovanni non vuole essere identificato con nessun profeta, sa che al centro c’è il Cristo e lui è solo la “voce di uno che grida (Is 40,3), non rivendica meriti: solo “Lui deve crescere” (Gv 3,30). Accertato ciò gli viene rinfacciato: “Perché battezzi, se non sei il Cristo, Elia, il Profeta?”. Egli risponde descrivendo il rito come un segno e non una semplice abluzione, atto al quale deve corrispondere la conversione, il ritorno al Signore osservando un comportamento etico e religioso diverso, che insospettisce i farisei. Giovanni predica e sottopone ad immersione le folle, azioni che presuppongono di riconoscerlo inviato da Dio, ma ciò è possibile senza l’autorizzazione preventiva dei sacerdoti e senza che i farisei ne fossero al corrente? Ecco il motivo dell’interrogatorio: riaffermare la validità della pretesa di dover controllare, autorizzare, eventualmente impedire per la pretesa di possedere la prerogativa di  manifestare la volontà di Dio e riconoscere i suoi interventi. Allora il Battista dichiara: “Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete. A lui non sono degno di slegare il laccio del sandalo”. Si definisce così servo di questo veniente, già presente e suo maestro. Dal dialogo al quale è sottoposto Giovanni emerge la ricapitolazione dell’Antico Testamento con la sua dimensione dell’attesa, l’impegno di preparazione, la designazione di Cristo: Colui che viene e che verrà, che ancora non è del tutto presente, ma è sempre in movimento, impegnato ad attirare a sé l’umanità. La Chiesa, come fa Giovanni, indica il Cristo ponendosi la questione circa la propria  identità: sparisce dietro chi designa. Ecco la somiglianza: indicare agli uomini e insegnare la strada per raggiungerlo; infatti, non si crede nella chiesa ma per la chiesa. I suoi uomini e le sue strutture non possono pretendere l’autorità di Cristo perché uno solo è il Padre: Dio; una sola la guida: Gesù. L’intreccio di questi temi ripropone l’invito ad esultare e rallegrarsi. Siamo la festa di Dio, che ha scelto per sé il nome Io sono con voi, presenza che accompagna, conforta, incoraggia, stimola, sostiene, perdona, produce vero gaudio, tema che attraversa tutta la Bibbia trasformandosi nel portato, nel segno e nel frutto della Salvezza. Possiamo perciò far nostro l’invito della prima lettura a sostituire alla tristezza la gioia perché il Signore libera il suo popolo, gioia che nessuno può rubare o toglierci, come annuncia Paolo nella seconda lettura. Il Signore é vicino, tutto il resto, ciò che evoca male, dolore, tristezza, sconfitta passa. Paolo invita a passare dalla gioia al rendimento di grazie perché il credente, uomo libero e liberato, testimonia, sceglie e desidera quello che va nel senso della gioia della Buona Novella. E’ il gaudio natalizio; ma quanti la sperimentano veramente? Esso è costituito dall’intreccio di due gioie: di Dio e dell’uomo. Stare uniti a Dio che gioisce porta a tutti salvezza, sperimentata nel fare il proprio dovere, nella disponibilità a compiere la missione alla quale il Signore ci chiama. Giovanni indica non la grandezza e l’onnipotenza di Dio, bensì la bellezza e la creativa pazienza della Luce, non fa violenza, carezza e rivela, allarga gli orizzonti; porta nella storia una speranza. Viene un Dio luminoso e innamorato, che lava gli angoli oscuri del nostro cuore e della nostra mente. Nel ricercare un nuovo inizio, Giovanni sulla rive del Giordano invita tutti noi a fare la stessa cosa.  

                                                              
                                                                10 dicembre: II Domenica di Avvento
La liturgia della Parola invita a riflettere sul dono che Dio è pronto a fare ad ogni creatura mostrando il suo splendore. Sono le grandi cose che Egli continua ad operare perché non disdegna di entrare nella nostra storia e camminare al nostro fianco. In questo pellegrinaggio ci accompagna Giovanni, il quale durante il periodo di avvento è impegnato a ricordare le promesse di cui siamo partecipi. Egli opera in un ambiente strano per chi si dedica alla predicazione: il deserto; ma, riflettendo, si comprende che il riferimento a questo luogo è un modo per evocare plasticamente la nostra condizione interiore. Per paura o per egoismo costruiamo deserti alla ricerca di un rifugio, ma i risultati non sono incoraggianti. L’assenza di una solida compagnia fa sentire il vuoto della gioia e rende ancora più difficile preparare la strada che dovrebbe condurci all’incontro col Signore. Da soli è impossibile, ma se accettiamo l’invito della Voce che grida nel deserto della nostra vita, allora crescono, e di molto, le probabilità d’imbatterci nel Verbo. Ecco il messaggio che possiamo trarre dal passo del Vangelo sottoposto alla nostra meditazione. L’inizio è solenne: a cerchi concentrici Marco ci guida fino al deserto per sottolineare che a contare veramente nella storia sono i “piccoli”. Dio sceglie sempre loro per le grandi missioni. Egli ricerca chi è disposto a diventare sillaba del Verbo. Il Vangelo annunzia che la storia è gravida di un futuro di felicità per il mondo perché Dio è più vicino. Per Marco é "Inizio della buona notizia"; l’evangelista intende narrarne le caratteristiche: il rapporto con Dio non è fatto di mera osservanza della legge, ma di accoglimento dello Spirito. Infatti, Gesù é battezzato in Spirito; Egli è Cristo, non il Messia della tradizione, ma un liberatore diverso che l’evangelista vuole far scoprire. E’ il Figlio di Dio venuto ad inaugurare il Regno; con Lui é necessario collaborare, come sollecita Giovanni. Raddrizzare il sentiero della vita per esserne partecipi con gioia è la premessa. Così, se qualcosa di cattivo o doloroso è accaduto, il perdono leva le ombre dal cuore perché Gesù è più forte, pronto a dare la vita parlando al nostro cuore. Egli invita a essere più forti, come i profeti, a dare voce alla scelta per Cristo e per l'uomo. Giovanni, che ne è certo, annunzia: viene giorno per giorno, Dio viene adesso anche se non ti accorgi di lui. Il Battista vede il cammino di Dio e ci scuote, per non rischiare di perderlo, col suo battesimo, morte del passato e inizio di una vita nuova, una conversione che ci fa aprire agli altri. Il perdono dei peccati presuppone il cambiamento di condotta per ottenere il condono delle colpe. All’invito di Giovanni – riferisce Marco - il popolo, desideroso della liberazione compiuta da Dio, risponde in massa; vengono perfino da Gerusalemme - sede del tempio. luogo preposto al perdono dei peccati - hanno compreso che lo si ottiene non tramite un rito, ma grazie alla conversione del cuore. Già nel modo come viene descritto il Battista ricorda Elia, che il popolo attendeva come precursore del Messia. Egli con umiltà e coerenza asserisce: “Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali”. E’ un attestato che evoca qualcosa di molto profondo: se Giovanni battezza con acqua, il Messia battezzerà in Spirito operando un’immersione più profonda nella vita divina; ecco la buona notizia. Siamo disposti a rispondere positivamente? Il sì pronunciato a parole deve essere accompagnato dalla disponibilità a immergersi nel Giordano della purificazione, farsi battezzare per poi elevarsi, pronti al grande viaggio. E’ la concretezza della conversione come ritorno a casa, radicamento della speranza, invito non rivolto solo ad alcuni - valido per pochi o per molti - bensì a tutti, senza distinzioni perché l’occasione è vissuta nella storia, dove opera tutta l’umanità, la quale nella sua interezza è il popolo della promessa oggetto della misericordia di Dio, che è infinita come il suo amore.  In questa seconda settimana di Avvento troviamo l’occasione di una sosta in silenzio per riflettere e chiedere al Signore d’incontrarlo dopo aver imboccato la via diritta che porta a Lui. A queste condizioni, come scrive s. Pietro nella seconda lettura, la carità cresce in conoscenza ricolmandoci dei frutti della giustizia che salva.


                                                                         IMMACOLATA
Maria Immacolata è la nuova creatura, preventivamente redenta per i meriti di Cristo, progetto alternativo rispetto alla fosca condizione nella quale era caduta l’umanità perché il progenitore Adamo si era alienato in un lavoro senza fascino, causa solo di sfruttamento, mentre Eva era precipitata nella condizione di oggetto, entrambi allontanati dal paradisiaco giardino dove potevano intessere un costante dialogo con Dio. La nuova condizione fece percepire ai progenitori ed ai loro figli il Creatore ostile e lontano. Rispetto a questa situazione, solo superstiti, segnati da un’esperienza di povertà, sono riusciti ad opporsi al male per aderire al progetto di Dio. Con l’Annunciazione tale eventualità ha trovato il suo momento più significativo trasformandosi nel compendio della vita di Maria e segnando per sempre il suo destino. Ella è divenuta modello di fede perché vissuta come un intenso rapporto tra persone culminato nell’adesione della giovine alla volontà di Dio. Il sì pronunziato le ha consentito d’instaurare la relazione tipica che intercorre tra mamma e bambino. Maria ha potuto contemplare il mondo interiore proprio di una mamma in attesa. La Chiesa invita a celebrare la “Figlia del suo Figlio”, Maria, maestra di fede senza peccato originale. La solennità  ci obbliga a considerare anche la portata del nostro battesimo. In tal modo nella storia umana s’inserisce la concreta possibilità di un positivo esito di salvezza grazie alla potenza del seme della donna che consente all’amore di radicarsi nell’esperienza quotidiana perché il Creatore perdona, trasforma e ricrea per merito di Gesù, che si pone al centro della possibilità d’incontro tra la divina benevolenza e le esigenze che derivano dalle carenze degli uomini. La nostra attenzione si deve concentrare sul dialogo che Dio intesse generando meraviglia, stupore e interrogativi, evento che aiuta ad accettare l’atto di amore. Di fronte alla potenza della Parola tutto inizia grazie al gesto d’umiltà compiuto in una grotta-casa da una giovane pronta a celebrare la bontà di Dio. Due dialoghi sono al centro della liturgia di oggi: quello tra Dio e i nostri progenitori e quello tra Maria e l’angelo. Nel primo a dominare è la paura per l’incombente castigo; infatti, Adamo ed Eva vengono espulsi dal Paradiso terrestre, nel secondo campeggia il senso di responsabilità di una ragazza nell’aderire ad un invito. La conseguente gioia le consente di ospitare nel suo Io e nel suo corpo il Paradiso. I progenitori sono preda del peccato. Alla domanda di chi ricerca il responsabile del gesto di ribellione e di disobbedienza non si assumono le responsabilità personali, ricorrono ad un infantile scaricabarile attribuendosi vicendevolmente la colpa per il gesto compiuto. Non si rendono conto che così si spogliano della capacità di scegliere dichiarandosi schiavi dei condizionamenti determinati da in una relazione di satanica dipendenza. Vengono perciò condannati per aver bruciato tutte le possibilità per partecipare alla vita paradisiaca e precipitano in una condizione segnata dal sudore e dal dolore. Invece, all’annunzio Maria non risponde con un abbandono inconsapevole alla decisione altrui. Chiede, s’informa, vuole comprendere. Descrive la propria condizione dimostrando di aver capito ciò che le viene chiesto, consapevole delle eventuali conseguenze rispetto alle pervadenti convenienze umane. Tutto ciò delinea in Lei il primato della coscienza, illuminato dalla fede e orientato da una filiale volontà; liberamente obbedisce con un assenso motivato al progetto di Dio divenendo così collaboratrice nel disegno provvidenziale di Salvezza. Il suo Sì consente di riportare il paradiso a chi si macera nella nudità causata dalla costatazione traumatica di cosa ha perduto. Per questo motivo questi si nasconde; la vergogna è determinata dalla scelta tragica e autolesionista fatta, che condanna a trascinare l’esistenza portando il peso del senso di colpa. La Chiesa invita a meditare tutto ciò nella liturgia della Parola della odierna festività. Noi celebriamo la gloria di Maria e la concretezza della nostra speranza perché il suo SI’ assicura un’altra possibilità per entrare in contatto non col Creatore giudice severo, ma col Padre amorevole, il quale mostra provvida attenzione per tutta l’umanità donando suo Figlio. In ciascuno di noi persiste l’aspirazione all’incontro con l’amore pieno, capace di scandire fruttuose esperienze di pace nel desiderare una vita segnata da benevolenza, fedeltà, mitezza grazie al costante dominio di sé per un continuo esercizio di pazienza. Lo chiediamo a Maria, l’Immacolata, perché indichi la via da percorrere. “Mater mea, Fiducia mea” è la preghiera che sgorga dalle nostre labbra. La vita di Maria per tutti costituisce un dolce esempio. In essa riscontriamo l’impegno per una costante riflessione teologica, ma sopratutto la discreta e continua adesione del suo cuore alla volontà di Dio. Maria abbozza un sorriso invitante che sollecita benevolenza al Padre. Ella è piena di grazie perché il Signore è con Lei: presenza costante, compagnia che conferisce vigore, forza che rende vincitori generando la vita perché consente di far innestare la natura umana nella santità di Dio. Immacolata fin dal primo momento; il Signore è stato sempre con Lei in una comunione di vita senza ombra di peccato, mai soggetta a separazione, mai precipitata nella distanza dell'abbandono. Dio ha scelto la persona che doveva essere la Madre di Gesù in uno straordinario contesto di avvincente semplicità, di umiltà regale, di doviziosa povertà, di autenticità di vita testimoniata e condivisa con la gente del villaggio in un continuo primato del dono, trasformatosi in solido pilastro della fede.   
     
                                                        
3 dicembre I domenica di Avvento 
Isaia 63,16c-17.19c e 64,1-7; I Corinzi1,3-9; Mc 13,33-37
Comincia l'anno liturgico ed un bagliore di serenità illumina il nostro monotono quotidiano per ricordarci che la realtà non è solo ciò che si vede. In questa riflessione ci accompagnerà il vangelo di Marco. L’intento redazionale del capitolo 13 è chiaro considerando l’esortazione dei versetti 28-37, strutturati in modo concentrico basandosi sulle parole chiave: queste cose, porta, passare, vegliare. In Mc vive cioè l’aspettativa escatologica che istilla la vigilanza perché giorno ed ora rimangono ignoti. Nel procedere all’esegesi occorre ricordare che nei passi apocalittici concetti e immagini sembrano estranei e poco chiari; inoltre nei secoli sovente sono stati strumentalizzati. Malgrado ciò, Mc 13 conserva un ruolo importante per la teologia e la vita cristiana. Superare pregiudizi richiede la capacità di analizzare i generi letterari e come sono state riutilizzate immagini del Vecchio Testamento nel nuovo contesto dello svolgimento del piano di Dio cercando di comprendere le circostanze storiche di questa letteratura dei diseredati e, così, l’intrinseca valenza teologica di Mc 13.
L’evangelista ricorre a questo genere mentre parla a cristiani che nell’impero romano soffrono in nome di Gesù. Essi ripongono la loro speranza solo in Dio e la visione apocalittica fornisce loro la spiegazione dei motivi della sofferenza di Gesù e della propria con la conseguente promessa che sarebbero stati presto premiati partecipando alla gloria del Signore. Trasformato il mondo, avrebbero regnato con Gesù risorto nella gloria: era la loro speranza a dispetto delle sofferenze del presente, insistere sulla vigilanza aiutava a trovare le direttive etiche del loro comportamento.  
                                                   °°°
Perché Dio non interviene per impedire il male? Perché nasconde il suo volto? Sono domande che rivelano la nostra fragilità. Non sappiamo accettare le nostre responsabilità; Dio ci dà fiducia e noi la sperperiamo, addirittura lo accusiamo perché ha creduto in noi. Per questo motivo riteniamo assurda l’improvvisa venuta di Dio per chiederci ragione del mondo. La situazione ci appare ancora più strana perché Dio fatto carne é un crocefisso. Ora la prima lettura sollecita a conservare la fede nelle promesse, mentre la seconda invita alla carità colma di tensione fraterna verso tutti. Questi propositi irrobustiscono la speranza nella venuta del Signore che libera dall’assurdità del male. La dimensione escatologia delle virtù teologali che siamo invitati a praticare rende impossibile per il cristiano pessimismo o cinismo. Per non farsi travolgere da angosciose paure la chiesa invita a vegliare, l’antidoto migliore per controllare l’ansia del quotidiano.  Domenica scorsa Matteo ha invitato a riflettere sulla venuta e il giudizio, Marco istruisce su come attendere l’uomo veniente sulle nubi con potenza e gloria, evento estrinseco alla storia e alla volontà umana. E’ una visione apocalittica, rivelativa dell’azione di salvezza e di liberazione con la sollecitazione a discernere osservando gli eventi e mettendo in pratica l’insegnamento della parabola: “State in guardia e vegliate”, vale a dire superate il letargo della consapevolezza, l’assopimento della fede, il raffreddamento della carità. Paolo chiede alla comunità la capacità di stare svegli in un tempo contrassegnato dall’assenza del Cristo. Ai discepoli è affidata una missione con responsabilità diverse tra le quali emerge quella del portinaio, evidente allusione a Pietro, che Marco distingue dagli altri. Nei Vangeli non si parla mai di ritorno ma di venuta del Veniente, cioè di colui che sempre può venire, esperienza rivelativa di Gesù che i Dodici hanno disertato. Nel suo racconto Marco mette in luce questi fallimenti. E’ il motivo per cui, probabilmente, sono le donne a ricevere l’annuncio pasquale e l’ordine di andare a proclamare a Pietro che Gesù è risorto. Le sentinelle hanno il compito di tenere svegli gli altri, impedire che ci si assopisca. E’ quanto i cristiani chiedono ai loro pastori, i quali a volte dormono, incapaci di rispondere alle attese. Infatti, vescovo é colui che vigila, che non solo resta sveglio, ma  risveglia anche quanti sono a lui affidati affinché la fede sia rinsaldata e tutta la chiesa attenda gioiosa il Signore. La meta finale è l’incontro col Risorto, quindi l’attenzione non deve essere rivolta ad un tempo o un luogo, ma ad una persona; il problema non è quando accadranno i segni ma essere pronti all’incontro, non come avverranno queste cose ma come comportarci in attesa di esse, vivere il presente costruendo il futuro con serenità e fiducia in Dio. Esiste un segreto per i nomadi dell'amore: il mondo intero è in attesa di cieli e terra nuovi. Noi dobbiamo solo andare incontro prestando attenzione e vegliando come raccomanda il vangelo. Dio si fida dell'uomo e lo investe della responsabilità di custodire il creato; a noi il compito di vivere in pienezza prestando attenzione a tutto con occhi bene aperti, che sanno scrutare vegliando di notte per scorgere l'alba, pronti al risveglio per gustare la luce e il futuro che il Signore regala. Nel profondo della nostra anima il progetto di vita del vangelo consolida attese, speranze e desideri superando le tante delusioni della vita che quasi rubano la speranza. Non sono molti gli uomini veramente soddisfatti, tanti desiderano cambiare auspicando un radicale mutamento del mondo per sperimentare la vera giustizia e una pace duratura. C’è chi protesta contro i silenzi di Dio, altri lamentano la sua assenza sentendosi abbandonati, ma il vero segreto della serenità è saper attendere senza farsi prendere dalla disperazione, convinti che Dio rimane al nostro fianco per costruire con noi il futuro dell’umanità. La Chiesa fornisce una nuova opportunità per condividere le fatiche della vita con Gesù, venuto e veniente per far scoprire il regno di Dio nel cuore di ciascuno e accoglierlo con fede, che aiuta a percepire la sua presenza e a godere della sua compagnia. Gesù nel nostro cuore prolunga il Natale e anticipa la fine, è alla porta e bussa trasformando le quattro settimane dell’avvento in occasione per ritrovare la presenza di Dio. Egli invita ad alzare il capo per divenire co-protagonisti della salvezza, balsamo per cuori affranti ed afflitti. Le circostanze non devono appesantire il nostro animo, vigili e in preghiera vinciamo le paure per aprirci gioiosamente alla vita, consapevoli che il Signore cammina al nostro fianco e ricorda che il Regno non è un’illusione. Perciò, non c’è motivo per disperarsi se ricordiamo perché viviamo e consideriamo la vocazione del servizio a Dio, nostro Liberatore. Così la storia umana si trasforma in kairos che guida ad un futuro di pace e sana l’odio presente.                            LR

                                                                                    8 gennaio 

Venerdì scorso, festa dell’Epifania, il vangelo descriveva il riconoscimento del bambino Gesù come il Messia, oggi propone un episodio avvenuto trent’anni dopo, trascorso il periodo di  nascondimento a Nazaret, dove Gesù trascorre l’esistenza: figlio obbediente, ragazzo in formazione, umile apprendista, falegname, attento lettore delle Scritture. l passo proposto alla nostra riflessione traccia la differenza tra il battesimo di Giovanni, segno di conversione, e quello cristiano come si desume dal prezioso riferimento "al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo". Non sono riportati episodi durante i quali Gesù battezza, Egli invita a farlo dopo la sua resurrezione, ne deriva che questo rito trova il suo senso pieno in riferimento a Cristo morto e risorto. Altra importante differenza è quella tra il battesimo di Gesù ed il nostro. Per comprenderla occorre considerare il breve dialogo tra Giovanni, che non lo vuole battezzare, e Gesù che insiste. Giovanni: Io devo essere battezzato da te. Gesù: «Lascia fare per ora. Gesù esce dall'acqua e si aprono per lui i cieli mentre sente una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento». E’ il prediletto, dichiarazione di paternità con la quale Gesù viene proclamato figlio di Dio fin dall'eternità. Quindi il battesimo di Gesù manifesta a noi tutti questa condizione, ci fa comprendere il suo rapporto con Dio: generato dall’eternità, immutabilmente Figlio prediletto del Padre. La voce riportata dall’evangelista non sta a significare che in quel momento avviene l’adozione, è solo il palese riconoscimento a beneficio degli uomini. A ben riflettere, in questo passo il Battesimo appare quasi come un inciso, centro della scena è l'aprirsi del cielo perché la vita possa irrorare l’umanità per l'urgenza dell'amore di Dio. La Buona Novella si riassume in tre affermazioni che si presentano il cuore del cristianesimo: Figlio sta ad indicare che Dio genera figli i quali per questo hanno il DNA divino e ciò avviene prima che possa agire perciò per Dio Amato diventa nome di persona, amore che anticipa rimanendo sempre immeritato. Dio ama ciascuno di noi come ama Gesù in un crescendo fatto d’intensità, di calda emozione, di coinvolgente slancio che genera fiducia, nonostante le eventuali incomprensioni. Tutto ciò, ed è la terza parola, determina il Compiacimento: Dio prova piacere nella relazione col Figlio. La Voce riportata dall’Evangelista è il grido la gioia di Dio, come se dicesse: figlio, è bello stare con te. mi piaci, sai darmi tanta gioia! Ciò avviene anche se non l'uomo non l’ascolta, fugge via, tradisce, anche allora si sente dire: tu come persona mi piaci. Quindi la grandiosa scena del battesimo di Gesù, che per alcuni aspetti richiama quella della Trasfigurazione, è anche una descrizione degli effetti del battesimo cristiano nel quale si esaltano i significati di tre parole: figlio mio, mio amore, mia gioia, la cui musicalità conferisce speranza all’uomo e si trasforma in riconoscente cantico di gloria a Dio.                                                  LR     

                      8 GENNAIO 2017

Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché, chiunque chiede riceve; chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa. (Matteo 7,7-8)

            CHIEDERE PER OTTENERE

La Parola di Dio ci fa comprendere che Il Signore ci darà qualsiasi cosa di cui abbiamo bisogno. Allora perché alcuni chiedonò e non ottengono? Chiedere esprime le nostre necessità davanti al trono di Dio, le nostre richieste con féde secondo la Sua volontà.

A volte lo facciamo in modo poco consono, chiediamo cose non utili, delle quali possiamo farne a meno. Dovremmo prima cercare, il Regno di Dio e la Sua giustizia, il resto ci sarà dato in seguito (Matteo 6,33). Salomone chiese sapienza per governare e Dio gli concesse il resto perché aveva saputo chiedere. Chiediamo a Dio l’aiuto per vivere una vita santa ed Egli non ci farà mancare nulla perché conosce ciò di cui abbiamo bisogno e si prenderà cura di noi. 

             9 GENNAIO

La Tua Parola è una lampada al mio piè ed una luce sul mio sentiero.       (Salmo 119:0).

              LA STUPEFACENTE COMPOSIZIONE DELLA BIBBIA (I)

«Il modo in cui la Bibbia è sorta ha del miracoloso Tutti sanno che la Bibbia. è composta da sessantasei libri. Ma sapevate che circa quaranta autori diversi hanno scritto questi libri? E che essi hanno scritto indipèndentemente gli uni dagli altri e senza sapere nulla degli scritti degli altri? Inoltre, la Bibbia fu composta in un periodo che durò più di quindici lunghi secoli in tre lingue e in tre continenti. Eppure quando esaminiamo questo libro costatiamo che si tratta di uno solo e non di sessantasei. Essa ha un tema unico, il contenuto è coerente e la verità è rivelata progressivamente.

La Bibbia è un libro, non soltanto culturale e storico, ma un libro di morale e di guida spirituale. "Ogni scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare, alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona" (1 Epistola a Timoteo 3.16,17) 

              10 GENNAIO

Vengono su .me. le tue benignità, o Eterno e la tua salvezza secondo la Tua Parola. (Salmo 119:41)

                LA STUPEFACENTE COMPOSIZIONE DELLA BIBBIA.

Gli autori delle Sacre Scritture non avevano quasi nulla in comune. Basti considerare le loro diverse capacità letterarie. Mentre Mosè era un uomo di cultura che aveva fréquentato le migliore scuole d'Egitto, l'Apostolo Pietro non era assolutamente uno scrittore. Era un pescatore e non si sa se abbia ricevuto qualche istruzione. Eppure gli scritti di ambedue sono pieni di sapienza divina. Abramo Lincoln, Presidente U.S.A, disse: «Io credo che la Bibbia sia il dono migliore che Dio abbia mai fatto all'uomo. Tutto il bene del Salvatore del mondo, Gesù Cristo, ci è reso noto attraverso questo libro. Questo libro Sacro (la Bibbia), attraverso i secoli è stato molto combattuto, contrastato, proibito e a volte hanno cercato di distruggerlo, ma Dio ha vegliato perché fosse custodito attraverso i millenni Esso parla all'uomo per la sua felicita e per la sua salvezza eterna (Romani 116). 

               11 GENNAIO

Eccolo Colui che forma i monti e crea il vento e fa conoscere all'uomo qual è il suo pensiero (Amos 4:13)

                         CONOSCERE DIO

Cercando Dio si potrebbe conoscere? Secondo le proprie convinzioni religiose tutti potrebbero dare una risposta, ma non mancano quelli che rispondono: “Io non l’ho mai visto! Dio è una Persona, una realtà. Dio si fa conoscere attraverso la persona di Gesù Cristo! Nel Vangelo di San Giovanni è scritto (nella preghiera sacerdotale): "lo ho fatto loro conoscere il Tuo nome, e lo farò conoscere" (Giovanni 17:26). Si racconta di un giovane, che volendo cercare e trovare Dio, si rivolse, ad un santone indiano, un eremita, il quale contemplava il creato lungo la sponda di un fiume. Rivolgendogli la domanda non ebbe subito nessuna risposta verbale, ma dopo qualche momento, perché il giovane insisteva tanto sulla domanda e quindi esigeva una risposta: il santone si levò lo prese per il collo e lo immerse nelle acque del fiume; lo tenne lì fino a tanto che non lo credette morto. Quando il giovane lasciato libero di respirare si riebbe, esclamò: «cosa hai fatto!?» Il santone si limitò a rispondere: «come hai desiderato vivere con'tutte le tue forze... Cosi, tu devi cercare Dio e senz'altro lo troverai», che leggi come lo vuoi conoscere?

              12 GENNAIO

Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto          (I Giovanni 4:16).

             CONOSCERE E CREDERE

Chi scrive è Giovanni l'Apostolo, colui che insieme agli altri discepoli era stato oltre tre anni in compagnia di Gesù. Avevano visto la compassione che Gesù aveva per i poveri, i derelitti, i malati e quanti erano oppressi. Anche l'Apostolo Pietro testimoniò di questo mentre parlava di Gesù in casa di un centurione romano di nome Cornelio nella città di Cesarea. Disse "La storia di Gesù di Nazareth. come Dio lo ha unto di Spirito Santo e di potenza: e come egli è andato dappertutto facendo del bene e guarendo..."(Atti 10:38) Perciò i discepoli avevano sperimentato personalmente l'amore di Gesù non solo in alcune azioni isolate, ma nel Suo carattere, nelle Sue parole, nella sua essenza. "Ma Iddio mostra la grandezza del proprio amore, per noi in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi" (Romani 5:8)

               13 GENNAIO

Poiché io son persuaso che né la morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potestà, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura, potranno separarci dall’amore di Dio  che è in Cristo Gesù, nostro Signore. (Romani 8 38)

                 CONOSCERE E CREDERE

I discepoli in Gesù conobbero l'amore vero, sincero, pronto a dare anche la propria vita per gli altri. Avranno senz'altro pensato "Non c'è stata mai una persona nella storia umana, che abbia amato più intensamente di Gesù" ed e vero! Ma Gesù non venne per far conoscere solamente il Suo amore, ma anche per far conoscere l'amore del Padre. E’ venuto a presentarci Dio, e lo presenta implicitamente nelle Sue parole più belle "Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il Suo Unigenito Figliolo affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia la vita eterna" (Giov. 3:16). Gesù e l'amore di Dio in azione, che ha sacrificato la Sua vita sulla croce per i tuoi e i miei peccati. Se tu credi in questo grande amore manifestato, fatto conoscere da Dio anche per te hai la vita eterna.

                14 GENNAIO

 Io ho riposto la Tua Parola nel mio cuore per non peccare contro di te.  (Salmo 119,11) 

                  LA PAROLA DI DIO

Il Salmo 119 ci dà moltissime ragioni per tenere conto della Parola di Dio. Il versetto di oggi ci dice che conservare la Parola di Dio nel cuore ci permette di non peccare contro Dio. Ma conoscere e ubbidire a quanto la Bibbia ci dice, ci dà anche la possibilità di essere felici, di rispondere a chi ci critica, ci offre delle ragioni valide per scegliere certe cose e respingerne altre. Ci dà fondamenta solide su cui costruire, ci offre consolazione nel momento, della prova e guida quando siamo confusi.

Certo, non sempre è facile seguire le vie di Dio, che non sono sempre semplici e piane, e, a volte, esigono rinunce anche dolorose; spesso il Signore esige da noi scelte e atteggiamenti che non ci vengono per niente naturali. Ma quando ubbidiamo, dopo, ci rendiamo conto che ne e valsa la pena, e quando disubbidiamo, la trasgressione porta con sé amarezza e rimpianto. Impariamo a conservare nel cuore la Parola di Dio, la Bibbia, leggendola, meditando ti di essa e ubbidendo.

                            La festa dell’EPIFANIA è il NATALE che acquista dimensioni  universali.

Il termine ha subito una strana evoluzione ed oggi mischia tradizioni antiche impersonate dalla vecchietta che porta regali, evidente rimando ai magi e ai loro doni al Bambino. A noi cristiani spetta il compito di dare smalto al significato della festa, liberandola dalle incrostazioni folkloristiche. Abbiamo vissuto il Natale con negli occhi l’immagine del presepe, che evoca umiltà, celebriamo l’Epifania che svela la vera identità di Gesù. Nelle tre letture ritorna insistente il tema della chiamata alla salvezza per tutti. Isaia evoca poeticamente e profeticamente la maternità di Gerusalemme che si dilata superando gli angusti confini di Israele. Paolo annunzia nella seconda lettura che il progetto di Salvezza è un dono per tutta l’umanità. Per comprendere il significato del passo del vangelo occorre ricordare che, per esaltare il significato teologico-spirituale, l’autore ricorre al genere letterario del midrash, racconto con fondamento storico. Di fronte al Signore conta non la razza, la cultura o la prudenza umana, ma la fede e l’attenzione ai segni  di Dio. Ma non tutti sanno interpretarli, così anche l’Epifania determina profonde divisioni: i Magi adorano il Bambino, tanti giudei rimangono indifferenti, Erode trama per ucciderlo; fin dalla nascita Gesù è pietra di scandalo. Quale è il nostro atteggiamento? Partecipiamo alla festa solo per commemorare un fatto lontano? Oppure facciamo dell’Epifania una continua disponibilità a riconoscere Dio in noi e negli avvenimenti leggendo con attenzione i segni dei tempi, stimoli che ci fanno aprire gli occhi per andare alla sostanza delle cose ed incontrare il Signore consapevoli che luoghi e modalità dell’incontro possono essere tanti: gioie e dolori, fraternità, mitezza, l'im­pegno per la pace. Così la vita diventa una continua Epifania: illuminati da Cristo, la nostra stella, diventiamo luce, segno della sua presenza, e la Chiesa, di cui siamo membri, segno universale di salvezza.  E’ necessario, perciò, un attento esame di coscienza per considerare se siamo segni leggibili e credibili. I magi decidono di viaggiare percorrendo un tragitto che, per sete di conoscenza, li conduce da lontano all’incontro col bambino che adorano e così i loro doni diventano simboli adeguati per richiamare cosa c’è in gioco in questa ricerca: l’oro della regalità, l’incenso della divinità, la mirra dell’umanità. Nel loro operare i magi dimostrano molte qualità: sanno ragionare e rispondono con astuzia ad Erode, dimostrano semplicità di spirito di fronte al bambino pronti ad inginocchiarsi per offrirgli i doni della loro fede, frutto di faticosa ricerca. Partiti grazie allo stimolo di un barlume di luce, hanno trovato Dio, al contrario dei saggi d’Israele, rimasti immobili, chiusi nelle loro aride certezze, dimentichi che Dio lo si trova nella inquietudine di costanti domande che stimolano spirito, mente e cuore. Così si raggiunge la gioia che sgorga dal presentimento che Dio ci sta cercando da sempre, dinamica riservata a tutti. Ecco perché l’Epifania è festa missionaria: con i magi ci siamo anche noi. Per tutti i chiamati alla salvezza la stella brilla ed indica la strada da seguire. Un segnale misterioso genera una operosa nostalgia che fa mettere in viaggio anche a costo di abbandonare presunte certezze del presente ed essere derisi da chi ci ritieni degli illusi alla ricerca dell’ignoto. Come i magi, noi siamo cercatori di Dio che si aprono ad una verità che va sempre approfondita. L’Epifania è la storia di questa ricerca che impegna il credente, pellegrino dell’assoluto; ma è anche la storia di una rivelazione, l’epifania di Cristo venuto per tutti. La stella, al contrario di tanti oroscopi di oggi, è il simbolo di tutto ciò che nella natura ha la capacità di guidarci a Dio per cui l’Epifania non è solo festa, ma un impegno duplice: realizzarla dentro di noi partecipando ai sacramenti e cogliendo la presenza di Dio negli avvenimenti quotidiani e così, ecco il secondo impegno, divenire epifania per gli altri.                                                                                                                                            LR                               

                        1 GENNAIO 2017

   Nel principio Iddio creò i cieli e la terra.

(Genesi 1:1)

                        LA CREAZIONE  

La creazione del mondo è un capolavoro del Dio Onnipotente e Intelligente! Non basta classificarla solo come bella, grande, perfetta, ma anche che indica qualcosa d'infinito. DIO nella Sua eterna potenza vi s’intravede come Principio, quindi dobbiamo considerare il creato opera di Dio! (Ecc!. 3:11).

L’autore della Genesi prende spunto da ciò che vede: cielo, terra, mare, notte, giorno, sole, luna e stelle, animali e piante, uccelli, pesci, erbe e alberi da frutto. Tutto dipendente da un principio d'ordine e di armonia perché Egli ha fatto ogni cosa bella a suo tempo (Eccl. 3. 11).

Corona della creazione è l'essere umano, immagine di Dio col quale intessere una comunione d’amore. Tutta la creazione loda l'Eterno, quanto più noi plasmati dalla sua mano, capolavoro della creazione (Salmo 19:1-3) 

                    2 GENNAIO 2017

Or nell'ultimo giorno, il gran giorno della Festa, Gesù, stando in piedi, esclamò: se alcuno ha sete, venga a me e beva. (Giovanni 7,37)

                L'ACQUA CHE DISSETA

Gesù incontra una samaritana che attingeva acqua al pozzo (Giovanni 4). Il Signore le disse: chiunque beve di quest'acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell'acqua che gli darò, non avrà più sete; anzi, l'acqua che gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna! Egli ha esclamato: venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi darò riposo, imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore". Egli non impone sacrifici o penitenze, esorta a nutrirci e a dissetarci della sua Parola, che ci indica la salvezza 

                   3 GENNAIO 2017

Gesù disse: se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: dammi da bere, tu stessa ne avresti chiesto, ed Egli ti avrebbe dato dell'acqua viva (Giovanni 4,10)

              L'ACQUA CHE DISSETA (cont.)

Dissetiamoci alla fonte che è Cristo. In Lui abbiamo tutto ciò che ci  occorre. Egli “è lo stesso, ieri, oggi e in etérno!" (Ebrei 13:8). Com'è possibile riceverla? Essa è desiderio di conoscerlo meglio. Con un semplice atto dì fede che illumina la nostra volontà è possibile ricevere il dono del Signore. Aver sete è un bisogno, bere un'azione e noi dobbiamo compiere questi due passi di fede e ricevere l'acqua viva che scorre come fiume dentro di noi! (Giovanni 7,38). 

                   4 GENNAIO 2017

“Queste tre cose durano: fede, speranza e carità, ma la più grande di esse è la carità.

(1 Corinzi 13: 13)

                 AMORE PERFETTO

Fede e speranza sono caratteristiche essenziali nella vita del cristiano, ma la più importante è l'amore perché senza dimostriamo di non aver compreso il Vangelo.

“Procacciate prima tutto l’amore», (Corinzi 14,1) perché "da questo conosceranno tutti che siete miei discépoli, se avete amore gli uni per gli altri". E’ il comandamento capace di dare a tutti noi gioia completa.          .

Possedere l’amore, caratteristica e virtù cristiana, vale più di qualunque cosa. Quando non amiamo, ci sentiamo colmi d'odio, in balia di risentimenti e complessi di colpa che ci fanno aver paura gli uni degli altri. Perciò dobbiamo consentire all'amore di Dio di prendere possesso del nostro io per poter amare col suo amore, che non viene mai meno. 

                       5 GENNAIO 2017

Parla, poiché. il tuo servo ascolta. (I Samuele 3,10)

               ASCOLTARE LA VOCE DI DIO

In Isaia (28,23) si legge: "Porgete orecchio é date ascolto alla mia voce! State attenti e ascoltate la mia 'Parola!". E' Iddio stesso che parla e si rivolge a tutti gli uomini. Egli esorta ad aprire le orecchie perché se poniamo attenzione, sentiremo dire che ci ama, si vuol prendere cura di noi e salvarci. Appena  svegli, è bello elevare il nostro pensiero a Dio e ascoltare la Sua voce. Egli parla in tanti modi, mediante la nostra coscienza e la Sua Parola, Gesù venuto per salvare i peccatori. Alla domanda: Sono io veramente salvato? Rispondiamo rivolgendoci a Dio per desiderio di salvezza, perdono e pace. Dio risponderà. 

               6 GENNAIO 2017

Beato l'uomo il cui diletto è nella legge del Signore. (Salmo 1,1-2)

            AVERE FIDUCIA IN DIO

Viviamo in un mondo di preoccupazioni ed ansietà che minano la felicità. E’ sémpre più difficile incontrare persone che partecipano tranquillità, pace, l'allegria. Spesso anche

i credenti, influenzati dalla frenesia dei ritmi quotidiani trascorrono intere giornate presi

da impegni ed affanni, non conoscendo il segreto di una vita felice e serena dimenticando la tranquillità interiore propria di una persona di fede, che glorifica Dio, efficace testimonianza di come la fiducia in Dio trasforma i cuori. 

                  7 GENNAIO 2017

Al tempo di Davide ci fu una fame per tre anni continui; David cercò la faccia dell'Eterno"((II Samuele 21,1)

           CERCARE LA FACCIA DI DIO

Secondo la Bibbia non significa ricorrere a Lui ritenendolo un’assicurazione che protegge, né a Lui rivolgersi con voti e promesse quando ci si sente disperati; significa invece raccomandarsi a chi si conosce bene e col quale s’intesse un dialogo quotidiano di comunione.

Non si cerca la faccia di Dio occasionalmente ed egoisticamente; essa è una esperienza abituale ed essenziale della nostra vita, capace di operare una radicale trasformazione. Solo chi accetta Gesù Cristo come personale Salvatore gusta il senso di pace e gode della sottomissione che esso comporta e richiede. Perciò: "Cercate l'Eterno, mentre lo si può trovare; invocatelo, mentre è vicino" (Isaia 55,6).
                                                                  1 gennaio 2017 
Inizia l’anno nuovo; la liturgia pone a centro della nostra attenzione Maria perché è Lei che ci garantisce che Dio è veramente diventato uomo. E’ la specificità dei cristiani rispetto a ebrei e musulmani: noi  crediamo che Dio è nato da una donna, Maria vergine. Otto giorni fa abbiamo celebrato la nostra festa identitaria e conosciuto la famiglia di Gesù, che è anche la nostra perché Egli è nostro Dio. Maria ha fatto sperimentare al Bambino la dimensione umana dell'amore del Padre svolgendo il suo ruolo materno che ha assicurato nutrimento e calore, mentre il padre putativo Giuseppe ha garantito sicurezza perché ogni bambino ha bisogno di un padre e di una madre. Gesù ha reso Maria anche nostra Madre così abbiamo la possibilità di sperimentare la dimensione materna dell'amore di Dio e fare affidamento per tutta la vita su di Lei. Da qui la devozione alla Madonna.
Per poter gustare tutto ciò occorre saper stare in silenzio per evitare di escludere Gesù dalla nostra rumorosa e distratta esistenza e impegnarci a testimoniarlo con meno complessi. Per vincere il pessimismo dilagante dobbiamo essere disponibili a condividere il fragrante pane dell’amicizia convinti che la vita è fatta per essere donata. Così l’angoscia si tramuta in indicibile gioia e il Natale diventa festa per il cristiano dalla fede matura il quale riconosce di essere giunto nella casa di Dio per farsi illuminare dalla luce che guarisce tutte le ferite.
Ecco lo stupore, come capita ai pastori dopo aver sperimentato quanto hanno udito; noi dobbiamo saperlo conservare sia che ci imbattiamo nella mangiatoia, si che scorgiamo in prospettiva la croce. Una partecipata liturgia aiuta a superare l’insensibilità di chi identifica la specificità del periodo di festa nei botti, stupidamente fragorosi, o in luci artificiali che non illuminano l’animo e non scaldano il cuore perché incapaci di sorprenderci nel considerare l’immensa speranza che Dio continua a riporre sull’uomo. Noi partecipiamo a questa esperienza unica se siamo capaci d’imitare Maria, che custodiva questo tipo di emozioni nel cuore mentre cercava risposte alla domande che si andava ponendo. Perciò l’unico modo di vivere bene il Natale è condividere l‘atteggiamento dei pastori i quali ritornano alla loro quotidianità cantando dopo l’incontro col Bambino nato e donato loro. Per essere efficaci gli auguri che ci scambiamo nel nuovo anno si devono trasformare in una sentita benedizione per tutti, riconoscenti perché mentre il tempo che passa gli uomini ci accompagnano nel nostro viaggio. A queste condizioni si può essere felici; la benedizione fa esplodere la ricchezza della vita nel cuore auspicando per il fratello ogni bene. Auguri quindi alla comunità parrocchiale e ad ogni singolo fedele. Che il 2017 consenta a tutti di trovare al proprio fianco un Dio solare, che illumina la nostra esistenza, guarisce le ferite della vita, consolida la speranza e moltiplica lo stupore della gioia cristiana.                                                  lr                   

                      1 GENNAIO 2017

   Nel principio Iddio creò i cieli e la terra.

(Genesi 1:1)

                        LA CREAZIONE

La creazione del mondo è un capolavoro del Dio Onnipotente e Intelligente! Non basta classificarla solo come bella, grande, perfetta, ma anche che indica qualcosa d'infinito. DIO nella Sua eterna potenza vi s’intravede come Principio, quindi dobbiamo considerare il creato opera di Dio! (Ecc!. 3:11).

L’autore della Genesi prende spunto da ciò che vede: cielo, terra, mare, notte, giorno, sole, luna e stelle, animali e piante, uccelli, pesci, erbe e alberi da frutto. Tutto dipendente da un principio d'ordine e di armonia perché Egli ha fatto ogni cosa bella a suo tempo (Eccl. 3. 11).

Corona della creazione è l'essere umano, immagine di Dio col quale intessere una comunione d’amore. Tutta la creazione loda l'Eterno, quanto più noi plasmati dalla sua mano, capolavoro della creazione (Salmo 19:1-3) 

                    2 GENNAIO 2017

Or nell'ultimo giorno, il gran giorno della Festa, Gesù, stando in piedi, esclamò: se alcuno ha sete, venga a me e beva. (Giovanni 7,37)

                L'ACQUA CHE DISSETA

Gesù incontra una samaritana che attingeva acqua al pozzo (Giovanni 4). Il Signore le disse: chiunque beve di quest'acqua avrà sete di nuovo; ma chi beve dell'acqua che gli darò, non avrà più sete; anzi, l'acqua che gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna! Egli ha esclamato: venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi darò riposo, imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore". Egli non impone sacrifici o penitenze, esorta a nutrirci e a dissetarci della sua Parola, che ci indica la salvezza 

                   3 GENNAIO 2017

Gesù disse: se tu conoscessi il dono di Dio e chi è che ti dice: dammi da bere, tu stessa ne avresti chiesto, ed Egli ti avrebbe dato dell'acqua viva (Giovanni 4,10)

              L'ACQUA CHE DISSETA (cont.)

Dissetiamoci alla fonte che è Cristo. In Lui abbiamo tutto ciò che ci  occorre. Egli “è lo stesso, ieri, oggi e in etérno!" (Ebrei 13:8). Com'è possibile riceverla? Essa è desiderio di conoscerlo meglio. Con un semplice atto dì fede che illumina la nostra volontà è possibile ricevere il dono del Signore. Aver sete è un bisogno, bere un'azione e noi dobbiamo compiere questi due passi di fede e ricevere l'acqua viva che scorre come fiume dentro di noi! (Giovanni 7,38). 

                   4 GENNAIO 2017

“Queste tre cose durano: fede, speranza e carità, ma la più grande di esse è la carità.

(1 Corinzi 13: 13)

                 AMORE PERFETTO

Fede e speranza sono caratteristiche essenziali nella vita del cristiano, ma la più importante è l'amore perché senza dimostriamo di non aver compreso il Vangelo.

“Procacciate prima tutto l’amore», (Corinzi 14,1) perché "da questo conosceranno tutti che siete miei discépoli, se avete amore gli uni per gli altri". E’ il comandamento capace di dare a tutti noi gioia completa.          .

Possedere l’amore, caratteristica e virtù cristiana, vale più di qualunque cosa. Quando non amiamo, ci sentiamo colmi d'odio, in balia di risentimenti e complessi di colpa che ci fanno aver paura gli uni degli altri. Perciò dobbiamo consentire all'amore di Dio di prendere possesso del nostro io per poter amare col suo amore, che non viene mai meno. 

                       5 GENNAIO 2017

Parla, poiché. il tuo servo ascolta. (I Samuele 3,10)

               ASCOLTARE LA VOCE DI DIO

In Isaia (28,23) si legge: "Porgete orecchio é date ascolto alla mia voce! State attenti e ascoltate la mia 'Parola!". E' Iddio stesso che parla e si rivolge a tutti gli uomini. Egli esorta ad aprire le orecchie perché se poniamo attenzione, sentiremo dire che ci ama, si vuol prendere cura di noi e salvarci. Appena  svegli, è bello elevare il nostro pensiero a Dio e ascoltare la Sua voce. Egli parla in tanti modi, mediante la nostra coscienza e la Sua Parola, Gesù venuto per salvare i peccatori. Alla domanda: Sono io veramente salvato? Rispondiamo rivolgendoci a Dio per desiderio di salvezza, perdono e pace. Dio risponderà. 

               6 GENNAIO 2017

Beato l'uomo il cui diletto è nella legge del Signore. (Salmo 1,1-2)

            AVERE FIDUCIA IN DIO

Viviamo in un mondo di preoccupazioni ed ansietà che minano la felicità. E’ sémpre più difficile incontrare persone che partecipano tranquillità, pace, l'allegria. Spesso anche

i credenti, influenzati dalla frenesia dei ritmi quotidiani trascorrono intere giornate presi

da impegni ed affanni, non conoscendo il segreto di una vita felice e serena dimenticando la tranquillità interiore propria di una persona di fede, che glorifica Dio, efficace testimonianza di come la fiducia in Dio trasforma i cuori. 

                  7 GENNAIO 2017

Al tempo di Davide ci fu una fame per tre anni continui; David cercò la faccia dell'Eterno"((II Samuele 21,1)

           CERCARE LA FACCIA DI DIO

Secondo la Bibbia non significa ricorrere a Lui ritenendolo un’assicurazione che protegge, né a Lui rivolgersi con voti e promesse quando ci si sente disperati; significa invece raccomandarsi a chi si conosce bene e col quale s’intesse un dialogo quotidiano di comunione.

Non si cerca la faccia di Dio occasionalmente ed egoisticamente; essa è una esperienza abituale ed essenziale della nostra vita, capace di operare una radicale trasformazione. Solo chi accetta Gesù Cristo come personale Salvatore gusta il senso di pace e gode della sottomissione che esso comporta e richiede. Perciò: "Cercate l'Eterno, mentre lo si può trovare; invocatelo, mentre è vicino" (Isaia 55,6).
                                                     Per un sereno 2017                           

Auguri di buon anno a tutta la comunità parrocchiale. Le prospettive sono positive se si fa spazio al Principe della pace venuto tra noi a Natale. Nel Bambino si riflette l’esperienza del povero e del misericordioso, costante sfida per i potenti della terra. Egli è la luce che illumina schiarendo ogni ombra che si proietta sul nostro quotidiano;.

Nel primo giorno del nuovo anno il Papa invita a riflettere sulla pace; egli ricorda che rimane l’unica prospettiva per l’umano progresso. Le controversie sono risolvibili con la ragione che aiuta ad instaurare relazioni fondate sul diritto, la giustizia, l’equità e la nonviolenza; opzione rispettosa dei sentimenti e dei valori personali, essa aiuta a resistere alla tentazione della vendetta. E’ il motivo per cui Francesco raccomanda di pregare per la pace, bene universale, da sempre desiderato e auspicato e mai del tutto posseduto perché gli equilibri ai quali gli uomini cercano di agganciarlo poggiano su basi mutevoli, legate ad interessi economici e strategici per loro natura volubili e di parte, spesso perseguiti a costo di distruzioni immani e col sacrificio di migliaia di vite umane. Causa di ciò è l’io che nulla concede alla solidarietà e alla compassione, insensibile alla richiesta di aiuto che s’innalza dall’umanità sofferente. L’uomo può vincere il male ravvivando nell’intimo della coscienza il richiamo alla responsabilità nei confronti del proprio fratello per convincere Caino a smettere di uccidere Abele. Così l’umanità potrà liberarsi dei propri limiti, consapevole che non è frutto del caso, ma di un progetto per la cui realizzazione ciascun uomo è parte integrante, attiva e responsabile. Per i cristiani non è tattica, ma il modo di essere; certi dell’amore di Dio e della sua potenza non hanno paura di affrontare il male sostenendo il progetto rivoluzionario che sollecita ad amare il nemico. Solo la pace, e non la guerra, è santa! I cristiani ne devono essere consapevoli ed elaborare azioni basate sulle otto Beatitudini che tracciano il profilo della persona beata, buona e autentica, del mite che ha fame e sete di giustizia. Se il cuore degli uomini è violento, occorre sperimentare la nonviolenza nella famiglia, crogiolo dove i componenti imparano a comunicare e a prendersi vicendevolmente cura. Eventuali attriti vanno affrontati in modo costruttivo, proposito che nel 2017 avrà successo se si bandisce la violenza per costruire comunità disposte a prendersi cura della casa comune.                           LR 

                                      Liturgia della Parola della messa dell’AURORA

La chiesa durante la celebrazione di questa liturgia si mette in obbediente ascolto dell’oracolo di Isaia. Il profeta annunzia agli ebrei, poveri, sfiniti e atterriti dall’esperienza della schiavitù babilonese, la liberazione. Sono stati salvati dalla misericordia divina. Nelle letture domina la rivelazione di Dio Salvatore che mostra il suo amore per l’umanità grazie alla testimonianza della missione assegnata al Figlio, il grande mediatore che ha unito il nostro essere limitati alla sua infinità. In tal modo Egli restituisce al genere umano la possibilità di continuare ad esistere nella speranza. Il vangelo riprende il racconto iniziato con la proclamazione di mezzanotte. I pastori trovarono Maria, Giuseppe e il bambino. Sono i poveri che ricevono il dono della fede, quindi la capacità di serbare nel loro cuore una esperienza unica, che li accompagna per tutta la vita rinverdita dalla continua meditazione, che si trasforma in lode e perfetta glorificazione di Dio. Sono le conseguenze del dono ricevuto con l’annuncio che ha dato vita alla loro ricerca. In loro è sgorgato un desiderio trasformatosi in impegno che conferisce senso alla loro esistenza, docile alla costante e coerente azione di Dio. Il Natale è una esperienza unica, che trasforma la vita grazie all’incoraggiamento determinato dal dono del Figlio che Dio fa a tutti. Lo apprezzano soprattutto coloro che si sentono poveri ed incapaci o, perché tribolati, si pongono sempre ai margini. A questo proposito i pastori diventano un esempio da seguire. Nella vita sono vigilanti, impegnati a fare la guardia al proprio gregge trasformano il loro lavoro anche in una opportunità perché sanno guardare oltre, così vedono e vengono avvolti dalla luce. L’esperienza non li spaventa perché disposti ad ascoltare l’annuncio che li trasforma in testimoni partecipi della Gloria, in prima fila tra la moltitudine impegnata a lodare Dio. 

Liturgia della parola della messa del GIORNO

Egli è venuto. La salvezza del nostro Dio si vedrà fino ai confini del mondo, asserisce Isaia nella prima lettura, equivalente ebraico del vangelo. L’annuncio della bontà del Signore dilaga grazie agli echi che si rincorrono come tanti messaggeri pronti a proclamare la salvezza dell’umanità. Nella seconda lettura si precisa la portata dell’annunzio richiamando il contenuto teologico e l’esperienza storica. Dio ha parlato a noi per mezzo dei Figlio. L’introduzione della lettera agli Ebrei è una meditazione sull’incarnazione che richiama il prologo del vangelo di Giovanni. Cristo è la meta di tutta la storia. Presente come promessa nei tempi antichi, quelli che hanno visto operare i padri ed i profeti, sarà in azione alla fine dei tempi quando per suo mezzo Dio, che ha creato l’universo, restaurerà tutte le cose. E ciò è possibile perche il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi. E’ una affermazione solenne ed impegnativa, che costituisce anche il migliore antidoto al sentimentalismo natalizio, che a volte offusca la mente. In effetti l’affermazione è evocativa del principio così come è descritto in Genesi. Si parte dalla creazione per tracciare una linea interpretativa della storia grazie alla decisione del Verbo di condividere la carne dell’uomo. In questa cornice s’inserisce il comportamento degli uomini e la loro scelta di fronte alla Parola che entra nel mondo. L’evangelista fa riferimento ad una duplice reazione. Da una parte richiama il rifiuto aggressivo delle tenebre, dall’altra evoca l’accoglienza fedele di chi si vede illuminato dal Verbo e sperimenta nel suo cuore gioia per la divina presenza. Così continua il giubilo profetato da Isaia in noi, destinatari di un annuncio di pace, salvezza che coincide con l’avvento del Regno di Dio dove il Signore è all’opera per consolare, riscattare, intervenire per salvare. A noi, raccolti in preghiera, non rimane che chiedere innanzitutto occhi di fede per riconoscere la sua azione nel nostro quotidiano e saper far risuonare la gioia nel nostro animo, nonostante quanto si vede e si sperimenta di male, perché a vincere sarà comunque il Bambino benedicente, centro e vertice della presenza di Dio, vivificante opportunità per tutti pur negli inevitabili conflitti. E’ l’annuncio del Natale, paradosso del cristianesimo e costante grido della Chiesa: 

Natale, festa attesa o forse dimenticata? Festa della luce, si dice, ma che sappiamo oggi della luce vera per illuminare il mondo? Notiamo tante ombre dentro di noi e nel buio freddo generato dalla solitudine abbiamo paura. Luce, mente, pace e cuore sono elementi ricchi di significato. Mente e cuore fanno riferimento al centro dell’essere umano, luce e pace proclamano il senso del vivere. Oggi c’è bisogno di pace, che è un dono da chiedere soprattutto a Natale evitando di commuoverci in modo sdolcinato. Questa è pseudo pace, un chiudersi negli affetti domestici. Invece Natale implica l’impegno a fare luce sulla propria vita, illuminare anche la piega più buia del nostro vivere, solo a queste condizioni si costruisce la pace nel cuore mentre ci convinciamo che una luce splende nel mondo per cui l’attesa è finita. Dio oggi visita il suo popolo, tutti sono chiamati a sperare elevando lo sguardo perché la salvezza è a portata di mano a condizione che ci impegniamo a considerare il messaggio del Bambino nella nostra vita. Egli è maestro di verità. Gesù si fa bambino prima di farsi uomo per ricordare che i piccoli sono i veri grandi della terra. Il fanciullo ha bisogno di tutto, non riesce a fare nulla da solo, situazione che genera nel suo animo una sconfinata fiducia pronto ad accontentarsi di poco. Occorre perciò imparare dai piccoli la totale dipendenza da Dio. Questa semplicità fa somigliare l’uomo più a Dio perché, fanciullo nel cuore, compie spontaneamente gesti di generosità. E’ il messaggio di Natale che papa Francesco ha così sintetizzato parlando ai curiali “festa dell'umiltà amante di Dio, del Dio che capovolge l'ordine del logicamente scontato, l'ordine del dovuto, del dialettico e del matematico. In questo capovolgimento sta tutta la ricchezza della logica divina che sconvolge la limitatezza della nostra logica umana”.                                                                                                                                                                                     LR

 

Auguro a tutta la comunità parrocchiale un santo, sereno e felice Natale invitando a riflettere sul vero significato di questa festa.

Il segno è un bambino, un fatto che capovolge la nostra logica, legata al desiderio di emergere, d’imporci come sovrani dell’universo. Dio, invece, si manifesta nelle spoglie di un neonato. E’ Dio nella piccolezza. Ecco la dirompente forza del messaggio di Natale. Al contrario dell’uomo, che desidera comandare, possedere, Dio scende per servire, per dare e darsi; non fa paura perché si disarma in un neonato. Col Natale Dio corteggia l’umanità, motivo di grande gioia perché la felicità non è un miraggio; è possibile per tutti ora che Dio dona la luce per rischiarare il buio causato dall’egoismo umano, per infiammare cuori intirizziti dal freddo per mancanza d’amore.  A queste condizioni la pace è possibile, soprattutto per i poveri, gli ultimi, gli anonimi, i dimenticati. Dio ricomincia da loro entrando nel mondo mettendosi in fila con tutti gli esclusi.  Ma chi è questo Dio se “nessuno lo ha mai visto”, come si legge nel prologo del vangelo di Giovanni? In effetti Dio è trascendente e, non essendo alla nostra portata, non possiamo conoscerlo. La soluzione l’ha donata proprio Lui: si è rivelato in Gesù, Parola di Dio fattasi carne. Nel Bambino Gesù incontriamo ciò che è umano e così conosciamo Dio non mediante l’enunciato dei dogmi e nei riti religiosi, ma nella concretezza della vita.

           MESSA DI MEZZANOTTE

Il vangelo di Natale si apre descrivendo la situazione storica in cui avviene l'incarnazione del Verbo. L'imperatore Cesare Augusto pretende di censire tutta la terra. Egli non riconosce il Dio di Abramo, il suo interesse è rivolto solo alla città degli uomini; si reputa potente ed invincibile per cui non si cura della città di Dio, che invece esalta la sua presenza nel mondo riconoscendosi in un povero bambino e nasce nella precarietà. Ma gli angeli accompagnano l’evento con canti di gioia.Rispetto alla città di Augusto, che riposa sulla violenza, quella di Gesù si fonda sulla semplicità, l'umiltà e l'amore, sentimenti che non si possono censire, ma si devono vivere per farli propagare. Nella storia di questo Bambino s’intravede tutta l’attualità della situazione che coinvolge tanti immigrati. Natale diventa così una propizia occasione per sollecitare cuori induriti e abituati a rigettare i fratelli. Gli angeli non piangono per il luogo dove giace il Salvatore del mondo, continuano a cantare la gloria di Dio e ad annunziare la pace, che certamente non è nel cuore di Cesare, ma in quello umile del popolo, pronto a contemplare il fragile Bambino, nel quale si realizza la profezia di Isaia perché è il Principe della pace. Tutto ciò avviene in questa Notte; essa segna la salvezza dell’umanità nella storia grazie ad un evento umile e determinante. Il profeta l’ha previsto descrivendo la funzione del Consigliere ammirabile, l’apostolo ne racconta gli effetti come Salvatore e Signore, l’evangelista asserisce che Egli è la definitiva manifestazione dell’amore di Dio per noi perché l’Emanuele. Dio è con noi nella storia, è il Signore, non possiamo non sentirci interpellati e coinvolti. Egli è nato per noi e per questo dono ci attende un cammino di purificazione. Intanto sentimenti di gioia devono irrorare la nostra vita libera dall’oppressione. E’ stato spezzato il giogo della schiavitù grazie al bambino intronizzato come nuovo sovrano e la grazia di Dio apporta salvezza a tutti, anche ai pastori nei quali noi ci riflettiamo. Nel vangelo Luca inquadra queste problematiche nella cornice delle anagrafi imperiali per asserire che Cristo non è un’idea o un mito, ma il centro della storia coinvolgendo anche i nostri giorni e il nostro spazio, un racconto molto sobrio nel quale emergono i due momenti più significativi: nascita nella città di Davide all’interno di una cornice di povertà e l’annuncio ai pastori, soggetti impuri di una società marginale, gli ultimi, scarto dell’umanità al quale Dio si rivela per salvarlo nel suo infinito amore.                                                                     LR 

                                                               18 Dicembre 

Dopo tre settimane di attesa del Figlio dell’uomo nella gloria, oggi facciamo memoria di come egli è entrato nel mondo, evento sul quale si fonda la certezza della sua seconda venuta. Il mistero centrale della nostra fede, l’Incarnazione, è raccontato da Matteo presentandoci Maria e Giuseppe coinvolti in una storia più grande di loro, qualcosa di umanamente inaudito perché l’azione creatrice di Dio è all’opera. Intanto nella seconda lettura si riflette sul vero senso dell’apostolato, su chi siamo, a chi apparteniamo, per chi e per che cosa dobbiamo operiamo. Paolo nel suo capolavoro teologico, la Lettera ai Romani, descrive questo servizio primario: l’annuncio del Vangelo che trova nelle Scritture la preparazione. L’apostolo si definisce servo di Cristo, eletto da Dio per annunciare ai lettori che sono chiamati alla santità. Per giustificare il suo invito egli delinea i connotati fondamentali di Cristo in un piccolo credo. La premessa aiuta ad approfondire il messaggio delle altre due letture dalle quali si desume che preghiera e obbedienza costituiscono virtù indispensabili per cogliere come il Signore può essere Dio con noi. La prima descrive il clima teso e colmo d’incubi ai quali porta luce la promessa di Isaia che supera l’apparente atteggiamento di rispetto dell’ipocrita re Acaz. Si tratta di spogliarsi delle proprie convinzioni per dirigersi verso l’unica fonte della vita e superare ogni problema umano aggravato dalla falsità e del rifiuto di Dio perché una sola è la proposta salvifica: Gesù. I primi cristiani cantavano la loro fede e asserivano la loro fiducia nella storia umana sebbene intrisa di violenza, ingiustizia e soprusi perché convinti che fosse stata santificata dalla nascita di Gesù. Egli si approssima ma persiste il velo del dubbio: la scorsa domenica era il caso di Giovanni Battista, oggi di Giuseppe. Verità e conoscenza si raggiungono a poco a poco trattandosi di riflessioni e di esperienze che coinvolgono il Dio nascosto. Momenti di dubbio si riscontrano in questi personaggi del Vangelo, perciò non dobbiamo meravigliarci se nel nostro animo persistono sentimenti di questo tipo. La possibilità di un incontro di fede richiede fiduciosa obbedienza, come Maria e Giuseppe. Quest’ultimo rischia di persona: ironia, sarcasmo, rifiuto di benpensanti pronti a farsi beffe di lui. Diventa essenziale riflettere su come Gesù si rivela. Il passo del vangelo di Matteo proposto presenta uno schema nel quale sono individuabili quattro momenti utili per la meditazione. Viene presentato l’evento e il contesto storico dell’avvenimento; Giuseppe continua ad avere fiducia anche se deve rendere conto alla Legge: è il dramma dell’amore che coinvolge in diverse forme la vita di ogni persona. Ad esso si affianca il momento educativo. Giuseppe riceve un dono singolare con l’annuncio che determina il dilemma, deve scegliere per procedere alla sua composizione. Egli è capace di ascolto e così si adegua, rimodella l’esistenza e la storia di un povero falegname muta radicalmente, insegnamento per la vita di ciascuno. Essa è già inserita nel disegno di Dio, saggezza vuole che nei nostri drammi e nei nostri problemi ci apriamo alla Parola. Giuseppe si deve confrontare con l’alternativa del ripudio in segreto o entrare nella vita dell’altro, scegliere l’omertà e il silenzio per quieto vivere, la cosa più semplice nella vita di relazione, oppure ricercare la verità comprende e promuove la comunione e l’incontro. Giuseppe pensa di essere stato tradito, dubita ma non s’avvale della legge e pensa di ripudiare Maria in segreto. Egli è in ambascia perché deve scegliere tra una legge inflessibile e l’amore per la sua giovane donna; vive giorni di dubbi angosciosi ai quali cerca di porre riparo con i sogni notturni fino a che lo Spirito del Signore irrompe nella sua vita. Giuseppe non sa decifrare la situazione, solo una rivelazione alza il velo della conoscenza: il bambino viene dallo Spirito santo; lo chiamerà Gesù, salverà il popolo dai peccati. Egli accetta lo sconvolgente intervento di Dio nella sua vita, pronuncia il suo sì al progetto di salvezza, perciò è giusto: dinanzi alla grandezza di Dio si ritiene un povero e proprio con i poveri il Signore costruisce la storia. Egli ama e perciò sogna, non parla ma opera per proteggere chi concepisce il proprio Creatore. Segue l’invito dell'angelo: sceglie l'amore e trova un ruolo nella storia della salvezza; per primo compie ciò che il figlio adottivo farà tante volte ponendo l’uomo prima della legge. Affianca il suo sì a quello di Maria; poveri ma entrambi ricchi d'amore, sono pronti ad intravedere il mistero dell'Assoluto percependo l’ineffabile portata dell'Amore. Dio chiede a Giuseppe di obbedire, accettare la spogliazione del suo essere sposo e vivere una paternità non sua e così l’evangelista annunzia che un uomo come Gesù poteva essere solo dono di Dio, sua presenza tra gli uomini. Prima che una rivelazione, a Giuseppe è proposta una vocazione: accogliere Gesù come figlio dando una casa alla sposa ed il casato di David al nascituro, come aveva profetato Isaia, per entrare nella discendenza messianica, imporre il nome scelto che ne esplicita la missione. Giuseppe il giusto diventa credente e obbedisce alla Parola con un silenzioso sì. Ecco il primo insegnamento tratto dalla liturgia della Parola della IV domenica di Avvento; inoltre chiarisce che Dio può sorprenderci mutando le nostre scelte ed indicarci orizzonti che sovente possono apparire poco chiari. A noi è richiesta obbedienza con la consapevolezza che, comunque, il Signore ci precede.                                                                                                                   LR  

                                                 Ad multos annos Santità 

Diciassette dicembre, il vescovo di Roma compie 80 anni. Il suo genetliaco è una festa per la Cattolicità e non solo perché Egli si rivela sempre più come il papa di tutti, anche di chi cristiano non è. Francesco invita ad avere cura della terra e per superare la crisi ecologica sollecita impegno etico e spirituale, a individuare altri modi per ricercare il progresso e superare la cultura dello scarto con nuovi stili di vita. Egli mostra all’umanità del terzo millennio le vie di una carità operosa, capace di parlare al cuore degli uomini di ogni fede, razza e cultura; propone una Chiesa partecipe della storia degli uomini senza timidezze e pregiudizi, non in trincea ma speranza per gli ultimi, alternativa alla società produttrice d’insopportabili disuguaglianze e, per questo, bisognosa di redenzione. Per animare questa prospettiva egli ritiene fondamentale l’enfasi sulla misericordia rivolgendosi con parole semplici e dirette a ogni uomo e ad ogni donna per invitarli ad un dialogo intimo e personale. Suo anelito è raggiungere tutti, dentro e fuori la Chiesa, aiutare a trovare risposte in grado di dare senso alla vita di chi desidera percorrere una strada di pace e di riconciliazione curando ferite fisiche e morali. Grande è la riconoscenza verso un pontefice che sa infondere speranza. Rivolgiamo un grazie corale a papa Francesco perché ha rilanciato nella chiesa l’insostituibile missione di ospedale da campo e donato così la tanto necessaria misericordia, un grazie perché con ferma gentilezza ignora l’animosità d’illusi integralisti e l’acida acredine di atei devoti, i quali non sanno cogliere i necessari rimedi ai tanti segni dei tempi che insidiano il futuro dell’umanità. Crisi economica, emergenze antropologiche, angosce generate dal terrorismo, aporie della società liquida, un confuso quadro internazionale possono rinvenire un probabile riscatto nella predisposizione alla misericordia, speranza per l’umanità, missione del cristiano. E’ la pratica applicazione delle opere di carità, ultima spiaggia per lenire la solitudine dell’uomo; perciò auspichiamo l’amorevole e decisa guida di Francesco ancora per tanti anni. 

Auguri Santità dai fedeli di una piccola parrocchia del Cilento.                      LR

                            

                                             Il Natale si approssima e noi?

La Chiesa invita alla gioia perché il nostro Dio viene a salvarci, perciò possiamo trasformare la nostra marcia di liberazione in una processione corale. Sta per sbocciare la nuova vita offerta da Cristo al suo popolo di piccoli ed umili uomini e donne. E’ il motivo per cui dobbiamo rinfrancare i cuori: la venuta del Signore è vicina. Non la annunciano illusioni apocalittiche o prospettive trionfali; Cristo si propone Salvatore dei poveri, anche se ciò può costituire motivo di scandalo per sapienti e potenti.  I poveri traggono spunto dal modello indicato da Gesù nel tracciare il ritratto di Giovanni Battista, messaggero che ha preparato la via, emblema della giustizia e della rettitudine di un uomo che non è stato mai una labile canna al vento, ma ha dimostrato di essere una quercia di fronte a qualsiasi situazione. Il riferimento al Precursore deve infondere coraggio all’uomo sfiduciato e deluso, agli apatici e frastornati da modalità di vita confuse, che disorientano e non aiutano ad incontrare Dio, che comunque ci conosce personalmente. Perciò possiamo iniziare a cantare e parlare di gioia, pronti ad incamminarci per sperimentare un nuovo esodo e uscire dal nostro egoismo, che ci fa sentire degli esiliati, per far ritorno nelle braccia del Padre il quale ci riscatta col suo amore. Da questa consapevolezza deve sgorgare una corale disponibilità al rinnovamento. Per apprezzare tutto ciò è saggio praticare la pazienza, come raccomanda nella sua lettera Giacomo. E’ il sapiente modo di vivere dell’agricoltore; fiducioso egli attende che il seme da lui gettato in abbondanza nei campi porti frutto. Tutti posso beneficiare di questo incontro di grazia, anche coloro che sono nell’angustia per le sofferenze materiali e nell’ambascia per l’aridità del suo spirito. Per costoro un esempio viene ancora da Giovanni. In lui notiamo un orientamento differente circa Gesù: quando operava nella regione del Giordano il Battista annunziava la sua venuta, lo aveva battezzato su sua richiesta; ma in carcere Giovanni probabilmente è preso da sconcerto. Aveva presentato Gesù come colui che sarebbe venuto a mettere la scure alla radice dell'albero, il Messia che avrebbe messo ordine e ristabilito la giustizia. Ma lui è in prigione, mentre Erode continuava ad angariare il popolo. La sua condizione pone a tutti noi un interrogativo di estrema attualità se osserviamo la vicenda dell’umanità circa il moltiplicarsi della condizioni d’ingiustizia e il radicarsi della sofferenza per l’egoismo di tanti. Ma Dio non è d'accordo: è la risposta di Gesù agli inviati di Giovanni. Così fa chiarezza anche nell’animo del Battista al quale risulta sufficiente essendosi nutrito della Bibbia. Il riferimento al passo di Isaia e all’azione caritatevole del mondare i lebbrosi e prendersi cura di tutti i bisognosi segna indelebilmente i tempi del Messia, la cui presenza s’inserisce prepotentemente in ogni dramma umano per sanare chi è prostrato dalla sofferenza fisica, dal dolore morale, dall’egoismo del ricco, dalle offese del superbo. A ciechi, lebbrosi, sordi, gli "anawim" della Bibbia, egli annuncia la Buona Novella. Gesù viene per chi è marginalizzato dalla sofferenza. Si tratta di uomini e donne colpiti dalla malattia nel fisico, ma Egli si riferisce anche alla cecità di chi non lo vede Figlio di Dio, alla sordità di chi, distratto dall’effimero quotidiano, non sente la sua parola, alla immobilità di zoppi incapaci di seguirlo, a chi rimane estraneo perché decide di non entrare nella prospettiva della vita nuova perché non crede. Il primo miracolo è costituito dalla fede degli uomini in Cristo; ancora oggi ci sono uomini e donne che cessano di essere ciechi, zoppi, sordi e morti per la fede in "Colui che deve venire". Ecco perché sono beati. Gesù non esita a lodare il Battista, ma alla fine afferma che il più piccolo nel Regno dei cieli, vale a dire colui che è capace di affidarsi e matura una serena sicurezza nel rapporto con Dio, si rivela più grande. 

Quindi con gioia e vigilanti prestiamo attenzione a Colui che deve venire. Siamo disponibili all'’ascolto?                                                                                          LR 

                                           Festa dell’IMMACOLATA

L’Immacolata è la nuova creatura, preventivamente redenta per i meriti di Cristo, progetto alternativo rispetto alla fosca condizione nella quale era precipitata l’umanità perché il progenitore Adamo si era alienato in un lavoro senza fascino, causa solo di sfruttamento, mentre Eva era precipitata nella condizione di oggetto di piacere, entrambi allontanati dal paradisiaco giardino dove potevano intessere un costante dialogo con Dio. La nuova condizione fece percepire ai progenitori ed ai loro figli il Creatore ostile e lontano. Rispetto a questa situazione, solo superstiti fedeli, segnati da una esperienza di povertà, sono riusciti ad opporsi al male per aderire al progetto di Dio. Con l’Annunciazione tale eventualità ha trovato il suo momento più significativo trasformandosi nel compendio della vita di Maria e segnando per sempre il suo destino. Ella è divenuta un modello di fede perché l’ha vissuta come un intenso rapporto tra persone  culminato nell’adesione della giovine alla volontà di Dio. Il sì pronunziato le ha consentito d’instaurare la relazione tipica che intercorre tra mamma e bambino. Maria ha potuto contemplare il mondo interiore proprio di una mamma in attesa. La Chiesa oggi invita a celebrare la “Figlia del suo Figlio”, Maria, maestra di fede senza peccato originale. La solennità  ci obbliga a considerare anche la portata del nostro battesimo. In tal modo nella storia umana s’inserisce la concreta possibilità di un positivo esito di salvezza grazie alla potenza del seme della donna che consente all’amore di radicarsi nell’esperienza quotidiana e ciò perché il Creatore perdona, trasforma e ricrea grazie a Gesù, che si pone al centro della possibilità d’incontro tra la divina benevolenza e le esigenze che derivano dalle carenze degli uomini. La nostra attenzione si deve concentrare sul dialogo pedagogico che Dio intesse generando meraviglia, stupore e interrogativi, evento che aiuta ad accettare l’atto di amore disponibile di fronte alla potenza della Parola iniziato grazie al gesto d’umiltà compiuto in una grotta-casa da una giovane pronta a celebrare la bontà di Dio. Due dialoghi sono al centro della liturgia di oggi: quello tra Dio e i nostri progenitori e quello tra Maria e l’angelo. Nel primo a dominare è la paura per l’incombete castigo; infatti, Adamo ed Eva vengono espulsi dal Paradiso terrestre, nel secondo campeggia il senso di responsabilità di una ragazza nell’aderire ad un invito. La conseguente gioia consente ad una donna di ospitare nel proprio Io e nel proprio corpo il Paradiso. I progenitori sono preda del peccato. Alla domanda di chi ricerca il responsabile del gesto di ribellione e di disobbedienza non assumono le proprie responsabilità personali, ricorrono ad un infantile scaricabarile attribuendosi vicendevolmente la colpa per il gesto compiuto. Non si rendono conto che così si spogliano della capacità di scegliere dichiarandosi schiavi dei condizionamenti determinati da in una relazione di satanica dipendenza. Vengono perciò condannati per aver bruciato tutte le possibilità per partecipare alla vita paradisiaca; precipitano in una condizione segnata dal sudore e dal dolore. Maria all’annunzio non risponde, invece, con un abbandono inconsapevole alla decisione altrui. Chiede, s’informa, vuole capire. Descrive la propria condizione dimostrando di aver capito ciò che le viene chiesto ed anche di essere consapevole delle eventuali conseguenze rispetto alle pervadenti convenienze umane. Tutto ciò delinea in Lei il primato della coscienza, illuminato dalla fede e orientato da una filiale volontà; liberamente obbedisce con un assenso motivato al progetto di Dio divenendo così collaboratrice nel disegno provvidenziale di salvezza. Il suo Sì consente di riportare il paradiso a chi si macera nella nudità causata dalla costatazione traumatica di cosa ha perduto. Per questo motivo si nasconde; la vergogna è determinata dalla scelta tragica e autolesionista fatta che condanna a trascinare l’esistenza portando il peso del senso di colpa. La Chiesa ci invita a meditare tutto ciò nella liturgia della Parola della odierna festività. Noi celebriamo la gloria di Maria e la concretezza della nostra speranza perché il suo SI ci fornisce un’altra possibilità per entrare in contatto non col Creatore, giudice severo, ma col Padre amorevole, il quale mostra provvida attenzione per tutta l’umanità donandole suo Figlio.                               LR

                                                              II di Avvento 

Il Signore si propone di giudicare i poveri con giustizia e questa promessa è la loro grande speranza. Lo si desume dall’inno riportato da Isaia nella liturgia della Parola. Nella prima parte si descrive un tronco tagliato e inaridito a causa dei peccati e dell’infedeltà della dinastia di David ma, nonostante tutto, alla fine in esso spunta un germoglio che si tramuta nell’inizio inatteso di una gratuita possibilità di vita. Le caratteristiche questa nuova esistenza vengono delineate nella seconda parte quando il profeta descrive l’idillio della pace messianica. Ne è artefice il fanciullo che mette in fila animali feroci e domestici che trovano una nuova compatibilità di relazione nel mondo da lui progettato ed in corso di realizzazione. Nella seconda lettura per due volte vengono proposte alla nostra attenzione i temi della perseveranza e della consolazione possibili se si è capaci d’imitare Cristo dono della Scritture, in particolare del Vangelo col suo convertitevi, il Regno dei cieli è vicino, annunzio del Battista, ma anche di Gesù. Così entra in azione Giovanni; egli vive nel deserto, che è il luogo dove Dio incontra l’uomo, esperienza condivisa anche da Gesù. Se dell’incontro col Signore noi conserviamo soltanto sfumati ricordi e non il memoriale attualizzante avvenimenti lontani e non continuamente presenti nella vita allora la nostra religione più che atto di fede rimane un rito, non è liturgia celebrata secondo lo Spirito. Invece per rendere feconda l’esperienza liturgica durante la Messa occorre saper rispondere alla proposta salvifica di Dio con una sentita e sincera conversione, una sorta di dietro-front rispetto al proprio progetto per aderire a quello del Signore e ribaltare certezze interiori e sicurezze esteriori per far spazio al Regno di Dio che è vicino. Il modo migliore per trarre frutto da questa esperienza è farsi come il Battista ogni giorno poveri e fedeli.                                                                                             lr

                               A Messa per celebrare la Misericordia che salva

 Terminato l’anno santo, la possibilità d’incontrare la Misericordia continua perché essa si identifica con Cristo, l’oggi del Signore. La Chiesa lo celebra con la sua liturgia durante la quale l’assemblea dei fedeli s’impegna a trasformarsi nella tenda dimora del Signore sull’esempio di Maria. La premessa aiuta a comprendere la vera funzione della Messa, un continuo richiamo all’abitare come si desume dal vangelo di Giovanni 1,14. La espressione greca usata indica appunto il porre le tende, concetto presente anche nelle parole dell’Annunciazione. Fare esperienza del tempio richiama sempre quanto si legge in Gv 2,21: Gesù parla del suo distrutto ma che risorge in tre giorni. Protagonista dell’actio liturgica è sempre Cristo, presente nel battesimo quando opera la grazia, mentre nell’Eucarestia prega il Padre. E’ il suo modo di abitare in mezzo a noi possibile perché Egli è una persona presente. Con i segni e i riti noi gli consentiamo veramente di esserlo perché sorgente liturgica è sempre il Cristo, Crocefisso e Risorto nello Spirito; infatti, senza lo Spirito del Padre egli sarebbe solo un uomo del passato. Il tracciato della storia del cristiano si muove quindi tra memoria e speranza, dinamismo nella vita di ciascuno alla presenza di Cristo risorto non perché la nostra mente s’incammina per un viaggio interiore verso il passato, ma perché Lui viene nel nostro presente. La prova è fornita dalla rivelazione racchiusa nella Bibbia, libro che amalgama le parole degli uomini con la Parola salvifica di Dio, mentre con la liturgia l’amore misericordioso del Padre s’incontra con le azioni degli uomini. Il rito con i suoi segni sensibili rende tutto ciò intellegibile e sperimentabile nella profondità del nostro animo a condizione che la nostra sia una partecipazione attiva. E’ la modalità con la quale la Chiesa evangelizza e, contemporaneamente, si evangelizza. Il mistero della liturgia conferisce l’opportunità di conformarci a Cristo perché Lui ci conforma con lo Spirito. Così il nostro culto diventa il suo dono sacrificale ed anche noi diventiamo dono come ricorda il pane spezzato, esperienza che veramente salva conformandoci a Cristo. Ciò diventa possibile se dalla mera celebrazione si passa alla concreta esperienza di vita come ci ha invitato a fare Paolo nella seconda lettura della scorsa domenica, prima di Avvento. Rivestirsi di Cristo è dunque un dono, come scrive l’apostolo delle genti in Galati 3; ne consegue che anche noi dobbiamo divenire dono secondo le raccomandazioni di Colossesi 1,26. Questi sono i sentimenti concreti che si avvicinano a Cristo e radicano in noi la speranza della gloria. La comunità ecclesiale durante la celebrazione eucaristica è come Cristo vittima, altare e sacerdote. L’altare evoca la pietra scartata, esperienza del Servo di Jahvè e noi, rivestiti di Cristo, siamo contemporaneamente anche tempio, come Lui, e sacerdoti partecipando del suo. L’altare nella sua struttura è un elemento materiale, non una realtà sacra in sé, ma costituisce un memoriale che aiuta ad evocare tutta la dinamica della storia della salvezza. La sua efficacia si percepisce quando si è capaci di passare dalla liturgia alla diaconia, vera icona della vita della chiesa, modo proficuo di abitare partecipando alla liturgia non in modo statico ma attivo, non passivo ma coinvolgente e fattivo. Così l’esperienza diventa fruttuosa e manifesta la pienezza di frutti interni al nostro animo ed esterni per la comunità della quale si è membri. La Messa, così concepita e vissuta, diventa l’azione ed il luogo privilegiato della misericordia testimoniata dal Cristo il quale, come sommo sacerdote, ci invita ad imitarlo appunto perché ci sentiamo accolti. Come afferma l’Apocalisse, Egli è colui che sta alla porta e bussa sollecitando, come un mendicante, l’ospitalità in una quotidianità di gesti assunti nell’azione liturgica, concrete opportunità per entrare in contatto con Cristo, essere da Lui assunti e, finalmente, entrare in un rapporto mistico mentre un impulso interiore ci invita a collaborare con la sua missione salvifica. La Messa diventa in tal modo opportunità per una sinergia con Dio e con gli altri grazie al dono di Cristo. Non deve meravigliare se ci prende un senso di stupore e di meraviglia. Nella celebrazione tante emozioni coinvolgono i sensi ed i sentimenti, di conseguenza non può non sgorgare la gratitudine, che si trasforma in rendimento di grazie per l’ascolto della Parola che salva nella consapevolezza che non si tratta di una finzione teatrale, ma di un’azione che sgorga dalla sincerità di uno stretto legame di figli, impegnati nella preghiera costante a Dio secondo una dimensione interiore che ricorda quella del pubblicano nel tempio o del centurione di Cafarnao. Proclamare il proprio “non son degno” sollecita lo sguardo benevolo del Padre, consente di  sentire concretamente nella vita di ogni giorno la sua filantropia, dinamica relazionale tra l’inesauribile Misericordia, perché Amore, e l’umanità, certamente misera e peccatrice, ma  riconoscente per il dono del perdono che fa sentire il calore rigeneratore dell’abbraccio del Padre.                      LR

                                           27 novembre, I domenica di Avvento 

La ricerca di Dio diventa la nostra salvezza perché agevolata dal fatto che Egli continua a nascere in un mondo a lui estraneo e tra cuori distratti, vittime della superficialità, vizio che caratterizza l’attuale società liquida. Essa vive come l’umanità al tempo di Noè, quando non si accorse di ciò che stava per accedere perché conduceva una esistenza priva di sogni e per nulla fecondata dal mistero. Si era indifferenti verso chi sfiorava la porta di casa attendendosi una parola di conforto. Anche oggi, naufraghi e privi di speranza tanti non riescono a vedere il pianeta progressivamente avvelenato e umiliato da un uso distorto delle sue ricchezze, mentre la terra, casa comune, viene depredata da insostenibili stili di vita. Intanto la guerra continua a mietere vittime innocenti, dai poteri forti ritenute solo danni collaterali nel consolidare la loro egemonia. I visi dei bambini angariati, i volti di donne violate, comprate e vendute, le rughe di anziani che attendono una carezza ed invece patiscono la fame, le mani callose di lavoratori precari e per questo derubati del loro futuro non attirano l’attenzione di uomini e donne distratti. Per accorgersi di questo dramma costoro dovrebbero fermarsi e porre fine alla scellerata corsa dettata da una furia di vivere e che coinvolge i più. Occorre ritornare ad ascoltare con animo bambino e guardare compassionevoli la sofferenza che scuote, la mano tesa per il bisogno, occhi dai quali sgorgano silenziose lacrime che sono un grido di aiuto. Porre riparo a tutto ciò significa vivere in modo partecipato l'Avvento come la Chiesa ci propone all’inizio di ogni anno liturgico, cioè impegnarsi ad uscire dal ristretto perimetro del proprio io ed incamminarsi lungo la strada che sta percorrendo Colui che viene a piedi e senza clamore, condividendo con poveri e migranti la polvere delle strade. Il suo camminare dura da secoli, ma per scorgerlo necessitano occhi capaci di distinguere la giusta prospettiva conducendo una esistenza da adulto e non infantile, consapevoli di essere sull’orlo dell’infinito e non solo all’interno del ristretto circuito dei propri bisogni, pronti solo a prendere e possedere, invece di manifestare la generosa disponibilità di spezzare con gli altri il pane e comunicare gesti di amore. Il fedele vigile è pronto all’incontro col Signore, veglia ed è capace di leggere la storia della Salvezza nella piccola cronaca quotidiana. Oggi, prima domenica di Avvento, inizio di un altro liturgico dono del Signore, si è invitati ad un processo di discernimento per prepararsi al suo ritorno convinti che la fine del mondo non è un evento che deve venire; infatti, è già avvenuto ed avviene ogni giorno perché il giudizio di Dio è stato pronunciato trasformando la scansione sempre uguale del Kronos in Kairos, grazie al Messia, sacramento del Padre, attualizzato nella Chiesa, sacramento del Cristo. Perciò la fugacità del presente cristiano che ci appartiene va vissuta proiettandoci nel futuro, un fatica resa pesante da un’umanità che fa sempre sentire limiti ed esigenze. Il cristiano dotato di fede attenta e col cuore innamorato è sollecito nel cogliere la presenza del Signore, il quale prende ancora una volta per mano per far rivivere gesti ed eventi della Salvezza nella concretezza delle esperienze quotidiane. La seconda lettura della liturgia della Parola invita a riflettere e considerare la notte una opportunità per preparare l’incontro con Cristo, anche se piena di rischi perché tenebre minacciose sono sempre in agguato. La nostra speranza è rinverdita dal fatto che il giorno è il tempo della venuta del Signore, della salvezza quando ci facciamo irradiare da Gesù, luce del mondo. Quindi è importante riconoscerlo; per farlo bisogna tenere gli occhi spalancati, il cuore sgombro, le mani protese verso gli altri, sintesi della dinamica del vegliare e del vigilare raccomandata dalla liturgia. A tanto invita il passo del Vangelo, un brano del discorso escatologico nel quale Gesù insiste sul fine dell’essere e della storia e meno sulla fine del mondo, quindi sollecita l'esigenza radicale di una scelta, anche se può provocare dolorose divisioni. Il nuovo è ancora in cammino verso di noi e noi verso di lui e l'Avvento invita a prenderne coscienza, come esorta a fare san Paolo. Invece, se si elimina la prospettiva del ritorno di Cristo l’universo apparirà senza uscita e l’umanità rimarrà vittima di illusori annunci di un domani migliore perché, nonostante i suoi sforzi, l’uomo da solo non può sconfiggere la morte. L'avvenire evoca quindi una situazione aperta alle scelte più profonde per la possibilità offerta di poter cambiare vecchie abitudini. La fede introduce in un movimento che è quello della Pasqua. Se il Figlio dell’uomo verrà allora è impellente mettersi fiduciosi in moto, esaltazione della libertà dei figli di Dio non legati a niente e, perciò, disponibili per l’appello della Buona Novella: credere che Dio è Padre.                                                                                                             LR

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