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23 novembre: Cristo Re

Si chiude, con questa XXXIV domenica del tempo ordinario, l’anno liturgico e, non a caso, nel calendario la Chiesa ci invita a celebrare la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Dopo aver percorso un cammino, presi per mano dalla Parola di Dio che salva mentre avvalora e dà senso al nostro essere uomini, dobbiamo essere degni di far parte di un regno che non conosce confini di spazio e di tempo. La titolazione, quella della festa, a prima vista, sembra eccessiva rispetto all’immagine che di Gesù ci danno le Scritture, l’insegnamento della Chiesa, l’iconografia. Lo vediamo non assiso sul trono, ma issato su una croce. è vero che in cima fu posta, per ordine di Pilato, la scritta: “Gesù Nazareno Re dei Giudei”, ma l’intenzione era quella di rendere quasi lapidaria un’accusa, non riconoscere il suo stato. Accusa che, oltretutto, se l’era cercata Lui stesso, quando alla domanda del governatore nel Pretorio: “Dunque tu sei re?”, Egli aveva risposto senza esitazione: “Tu lo dici, io sono re”. Al di là della discussione sul reale significato dell’espressione, sta di fatto che motivo principale della condanna fu proprio l’essersi proclamato re. L’umiltà delle sue origini: un falegname per padre, per madre una sconosciuta ragazza della Galilea; l’estrema indigenza con cui aveva fatto il suo ingresso nella storia non avevano convinto Erode il sanguinario che il nuovo arrivato non poteva attentare al suo trono. Né, poi tutta la Sua predicazione fu in grado di far capire che il Suo doveva essere un “regno di giustizia, di pace e di amore”. Anche oggi, la parola “re” non evoca un’immagine di regno con queste caratteristiche. Purtroppo la storia ci ha abituati ad un concetto di regalità che ha a che fare con ben altri valori. Forse in relazione ad essa la nostra mente va più facilmente a situazioni di strapotere,  di mancanza di libertà, di negazione di diritti fondamentali, fino all’aberrazione della schiavitù.

Quando, nel 1921, Pio XI, istituì la festa di “Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo”, volle con ciò raccogliere il grido che da tante parti dell’Europa e non, s’alzava per le sofferenze inflitte alle popolazioni da varie forme di assolutismo e totalitarismo, alcune incipienti, altre già consolidate. Bisogna riconoscere che, almeno in molte parti del mondo, da questo punto di vista le condizioni, non sono le stesse di circa un secolo fa. Pertanto qualcuno potrà anche chiedere se sia proprio opportuno continuare a celebrare questa festa. Tuttavia, non ci vuole molto a rendersi conto che nonostante il conclamato valore, almeno a parole, della democrazia, il pericolo dell’instaurazione di più subdoli e raffinati totalitarismi è quanto mai reale, né bastano a scongiurarli i mezzi tradizionali. Tutto ciò è anche storia recente. è necessario, forse, entrare in un rapporto più profondo proprio con Cristo considerato nella sua regalità, le cui coordinate e basi non provengono dal mondo, dalla nascita, dal potere, dalle ricchezze e neppure dal consenso degli uomini: “Il mio regno non viene da questo mondo... non viene da quaggiù”. Eppure è nel mondo. Per affermarlo non c’è bisogno di sudditi, funzionari, soldati. Il Re non ha una corte, ha solo amici. Egli stesso è Figlio dell’amore del Padre, ed è venuto sulla terra per testimoniarlo. Per farlo ha fondato un regno e chi ne vuole farne parte deve farlo all’insegna della condivisione. Su questo i sudditi saranno giudicati: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere...” Quando abbiamo potuto fare tutto questo? “Il re dirà loro: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, (l’affamato, l’assetato, il nudo, il malato, il carcerato...) l’ avete fatto a me. Venite benedetti, dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo”.






Il leit
motiv, in questa XXXIII domenica del tempo ordinario, la penultima dell’anno liturgico, è dato dalla parabola dei talenti, che senza nulla togliere all’importanza del contenuto delle prime due letture, orienta il fedele nella meditazione e nella preghiera. 

Infatti, in riferimento ad essa, nella preghiera iniziale dell’azione liturgica l’assemblea, per bocca del celebrante, si rivolge al Signore dicendo: “O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza...”. Non sfugga l’altissima valenza umana e spirituale che con ciò viene riconosciuta all’azione e all’impegno dell’uomo sulla terra. 

Egli non è chiamato a soddisfare con il suo lavoro semplicemente i suoi pur legittimi elementari bisogni terreni esclusivamente con ciò che spontaneamente la natura gli offre, ma deve sentirsi impegnato a rendere perfino più abbondanti i beni che Dio ha messo a sua disposizione con la creazione. La cultura contemporanea che mette al primo posto il lavoro dell’uomo, come contrassegno della sua dignità a prescindere da ogni altra caratteristica, non va certo  nella direzione suggerita dalla liturgia di questa domenica. 

Infatti, lavoro-produzione-guadagno appare oggi il trinomio salvifico dell’uomo, appiattito esclusivamente sui suoi bisogni materiali, concezione che se poi viene inquadrata nell’attuale situazione di crisi economica generalizzata sembrerebbe l’unica capace soddisfare tutte le attese dell’uomo del nostro tempo. 

Infatti, ad ascoltare coloro che di questa cultura si ergono a maestri, la società nasce e si costruisce esclusivamente sui rapporti di produzione ed ogni individuo tanto più vale quanto più produce. E allora, i vecchi e i malati? Sono essi forse dei parassiti, materiale da rottamare, come si suole dire oggi per tutto ciò che non serve più? In una società le cui coordinate sono costituite solo dai concetti di entrate ed uscite e l’uomo è misurato solo in base alla sua capacità produttiva, vuol dire che, innanzi tutto, è scomparso il concetto del dono. 

Nella parabola dei talenti, il padrone prima di partire consegna ai suoi servi i suoi beni. è un padrone generoso che dà “a ciascuno secondo le sue capacità”, e proprio per questo esige anche che ciò che egli ha donato sia non solo sapientemente custodito, ma sia fatto anche fruttificare.

Gesù racconta la parabola dei talenti ai propri discepoli che, come tali, vivono la propria condizione di credenti in Cristo secondo una propria misura, secondo le proprie possibilità e risorse, attenti a non lasciare senza frutti il dono dell’essere discepoli. I cristiani allora non sono coloro che perdono del tempo prezioso in attività inutili, non produttive e sterili. 

Anzi la parabola stessa rappresenta una critica di un modo di vivere timoroso, incapace di rischiare, ma anche di quello adottato da coloro che la vita la passano secondo l’attivismo affannoso della cultura borghese e materialistica, quasi basata su criteri commercialistici e produttivistici, che poi porta a dividere la società in due classi: quella degli sfruttatori e degli sfruttati, quelli che la produzione li favorisce e quelli che ne vengono impoveriti. Invece, il brano dei Proverbi insegna che ci sono sì due classi, ma l’una produce basandosi solo sulle proprie forze e per soddisfare i propri bisogni egoistici, l’altra, invece, avendo il timore di Dio è attenta anche ai bisogni degli altri. 

Quelli che appartengono alla prima si comportano, in altri termini, come dice S. Paolo, alla maniera di coloro che sono nelle tenebre dell’incredulità, della disperazione, del non senso, quelli che fanno parte della seconda agiscono come figli della luce e del giorno” che attendono vigilanti e con fiducia il ritorno del Signore, il padrone della parabola, sapendo di aver bene speso i talenti che hanno ricevuto in dono: i beni della creazione, l’intelligenza, le doti umane, ma anche i beni della redenzione, come la fede, la dignità di figli di Dio, il dono di una speranza che rende più fragrante la parabola dell’esistenza.

 Uniformarsi a questi criteri, sapere che ciò di cui per grazia di Dio disponiamo dobbiamo riconsegnarlo arricchito anche a coloro che verranno, esorcizzerà il pericolo di creare tante “terre dei fuochi”. 

Gesù, infatti, non è interessato al profitto ad ogni costo. Davanti a Dio l’uomo conta per quello che è e se si presenta a Lui ricco di perdono accordato, di bontà distribuita, di tenerezza donata, come raccomanda papa Francesco.

                                                                                                         

                                                                                                    Michele Santangelo      

            

Il 9 novembre di ogni anno si celebra la festa della dedicazione della basilica di S. Giovanni in Laterano, festa che per una serie di circostanze non è molto conosciuta, anche se liturgicamente essa riveste un particolare rilievo tanto da prendere, nelle celebrazioni, il posto della XXXII domenica del tempo ordinario, così come è successo Domenica scorsa, con una ricorrenza molto più conosciuta, la Commemorazione di tutti fedeli defunti.

Nell’opinione pubblica è molto più nota tra le basiliche di Roma, quella di S. Pietro, soprattutto perché il Papa risiede permanentemente nei suoi pressi, lì svolge il suo ministero pontificale, nei palazzi circostanti sono collocati anche i centri amministrativi di tutta la chiesa cattolica, ed anche per l’ampiezza degli spazi che consentono di accogliere le migliaia e migliaia di visitatori che quotidianamente vi affluiscono da tutto il mondo sia per motivi religiosi che turistici.

In effetti la prima chiesa, dal punto di vista più squisitamente religioso, per data e per dignità, è la Basilica del Laterano. Essa è ritenuta la madre di tutte le chiese sia di Roma che dell’intero mondo cattolico. Fu fatta costruire, intorno all’anno 320, dall’imperatore Costantino nei pressi del palazzo del Laterano che, in occasione della sua conversione al cristianesimo, aveva già donato al papa Milziade alcuni anni prima.

Fu poi papa Silvestro a consacrarla pubblicamente nel 324 con il nome di basilica del Santo Salvatore. Essa rappresentò il simbolo visibile della vittoria del cristianesimo sul paganesimo occidentale. Nei primi tre secoli dell’era cristiana, nei quali imperversavano le persecuzioni, per i cristiani era pericoloso manifestare pubblicamente la propria fede, per cui erano costretti a riunirsi di nascosto nelle catacombe.

Intanto il sangue versato dai martiri, che avevano preferito la morte anziché rinnegare la propria fede, aveva generato schiere di cristiani che ora potevano finalmente adorare il loro Dio e la basilica del Laterano fu il luogo che li accolse.

Nel XII secolo, la presenza del battistero, dove i nuovi cristiani ricevevano il battesimo, indusse i pontefici a dedicarla a S. Giovanni Battista. Da ciò deriva il titolo di basilica di S. Giovanni in Laterano  col quale oggi il tempio è conosciuto.

Inizialmente la festa della dedicazione era celebrata solo a Roma, venne estesa poi a tutte le chiese di rito latino come segno dell’amore e dell’unità con il Romano Pontefice, che secondo sant'Ignazio di Antiochia, "presiede a tutta l'assemblea della carità". La festa di oggi, unitamente alla celebrazione della XXXII domenica del tempo ordinario, induce a riflettere sia sul senso e sul significato di avere a disposizione una chiesa, intesa come luogo privilegiato dell’azione liturgica, sia nel senso più vero e pregnante di “Chiesa” come Popolo di Dio in cammino verso la salvezza.

A nessuno sfugge che effettivamente il senso  più importante è il secondo, anche se il brano del profeta Ezechiele e lo stesso brano di vangelo partono dal riferimento ad un luogo di culto vero e proprio.

Dal tempio, afferma il profeta, usciva un’acqua che attraverso il fiume giungeva al mare e ne risanava le acque, e dovunque arrivava quell’acqua nascevano alberi le cui foglie non appassivano e davano frutti di ogni tipo che non cesseranno, e gli esseri viventi che ne saranno bagnati vivranno, perché quell’acqua sgorgava dal tempio.

Il vangelo ci presenta un Gesù insolito, che con violenza rovescia i tavoli dei venditori e armato di scudiscio scaccia i mercanti dal tempio perché ne avevano fatto una “spelonca di ladri”.

Con quale autorità faceva tutto questo? La riposta di Gesù indirizza verso la ricerca e il riconoscimento di un altro tempio, quello del suo corpo, nel quale veramente abitava Dio che non poteva morire, né essere distrutto: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere... Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo”. 

S. Paolo ricorda che "...voi siete edificio di Dio... Il fondamento che già vi si trova è Gesù Cristo”. Ed inoltre prima di salire al Padre Egli aveva assicurato che “Là dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro". Il vero significato quindi della festa odierna è dato dal fatto che tutti i cristiani, spiritualmente uniti ciascuno al proprio vescovo e con lui al Vicario di Cristo, compongono il vero tempio, la Chiesa, corpo mistico del Cristo che l'ha voluta.

Come tale, tutti devono sentirsi impegnati affinché in questo tipo di tempio non trovino posto mercanti e mercanzie che ne snaturino il fine, quello di annunciare e portare la salvezza.
La liturgia, infatti, ci invita a pregare tutti insieme: “Perché la Chiesa indichi al mondo che Gesù Cristo è il compimento delle attese dell’uomo, la sua verità e la sua pienezza”.

                                                                                                     Michele Santangelo


Le ricorrenze dell’uno e del due novembre

 

Ormai è da diversi secoli che la Chiesa cattolica usa celebrare in due giorni successivi due importanti ricorrenze, la festa di Tutti i Santi e la Commemorazione dei fedeli defunti.

La prima cominciò a diffondersi nell’Europa cristiana tra l’ottavo e il nono secolo e nella chiesa di Roma dall’inizio del IX. Nel Martirologio Romano, il libro liturgico comprendente l’elenco e qualche notizia biografica di tutti i santi, martiri e confessori venerati giorno per giorno nel calendario della Chiesa latina, essa viene descritta come la festa nella quale “la Chiesa, ancora pellegrina sulla terra, venera la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio, allietata dalla loro protezione e coronata dalla loro vittoria davanti alla maestà divina nei secoli eterni”.

è evidente che la festa non fa riferimento solamente ai santi contenuti nei diversi martirologi. Se solo quelli fossero i “santi” dovremmo dire che il paradiso che li accoglie sarebbe pressoché spopolato.

Il che non sarebbe una grande vittoria neppure per Dio, visto che per popolarlo, questo paradiso, Lui ha concepito un piano di salvezza destinato agli uomini di tutti i tempi e in capo al quale ha stabilito il sacrificio del suo stesso Figlio, affinché la chiamata fosse veramente capace di raggiungere tutti ed essere efficace. E allora i santi di cui la Chiesa celebra la memoria il primo di novembre sono quelli che, pur non avendo trovato posto nel catalogo ufficiale, si sono inseriti nel piano, ne hanno percorso fino in fondo le strade, hanno letto la storia con gli occhi di Dio ed hanno avuto fede e fiducia in Dio Salvatore.

La santità, anche quella, per  così dire, ordinaria, è un dono di Dio, ma esige la piena disponibilità da parte dell’uomo a lasciarsi continuamente trasfigurare dalla Sua grazia, a non opporre resistenza alla Sua azione salvifica e a seguire il Cristo sulla via delle beatitudini. La coscienza di essere incamminati su strade siffatte ci fa guardare con occhi assolutamente diversi ad un’altra realtà alla quale nessuno può sfuggire: la morte.

Non a caso la Chiesa da oltre sei secoli celebra la Commemorazione di tutti i fedeli defunti il giorno dopo la festa dei Santi. Questo avviene perché la fede cristiana ha introdotto nella storia dell’uomo un modo tutto nuovo di considerare il termine della vita umana sulla terra, modalità che la Chiesa continua ad annunciare, nonostante la paura della morte sembra aver raggiunto il suo punto più alto, una forma di globalizzazione di un disagio che accompagna il quotidiano dell’esistenza.

Ormai ciascuno di noi, attraverso l’informazione in tempo reale, condivide in diretta, si può dire, le morti che  avvengono in ogni momento e in ogni angolo della terra. Ma neppure a fronte di ciò è legittimo abbandonare la speranza e per i cristiani la risposta all’ineludibile domanda sul senso ultimo dell’esistenza umana è ancorata alla promessa di Gesù di non abbandonare nessuno nel suo peccato e nella sua infelicità. Pertanto la morte non è un salto nel buio, né una scomparsa nell’oblio totale.

Essa, per il cristiano, si colloca nel solco della morte stessa di Cristo, collocazione avvenuta attraverso il battesimo che ci ha innestati in Lui, costituendoci suoi coeredi, essendo diventati figli di Dio. Per questo “rifulge a noi la speranza della beata risurrezione”.

La fede cristiana ci rende titolari di questa particolare assicurazione sulla vita: "se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell'immortalità futura. La vita, infatti, non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un'abitazione eterna nel cielo".

La commemorazione di tutti i fedeli defunti acquista così un senso molto più ricco: mentre rinnoviamo la nostra fede in Cristo morto e risorto, la preghiera per le loro anime ravviva e rafforza il legame che ci ha unito mentre essi erano vivi, come si rinvigorisce  l’impegno a far tesoro degli esempi e insegnamenti che i nostri cari ci hanno lasciato come preziosa eredità.

Anche i cimiteri possono così diventare luogo di grazia e non semplicemente un posto dove dei corpi sono stati sistemati nella terra. Da lì si può continuare a raccogliere, senza perdere nulla, il patrimonio di bene di chi vi riposa.

         

                                                                                                            Michele Santangelo


Davvero strana la sorte di Gesù, considerata solamente dal punto di vista umano.

A  fronte delle centinaia di persone che accorrevano per ascoltare i suoi insegnamenti perché si erano accorte che solo Lui “aveva parole di vita eterna”, si trovavano sempre quelli che rappresentavano, tra i suoi contemporanei, i fini di mente, i saccenti, quelli che vedevano in Lui solo il figlio del falegname, che aveva l’ardire di parlare addirittura in nome di Dio, anzi con la Sua autorità e, soprattutto, di ergersi a Maestro.

Lo abbiamo ascoltato domenica scorsa quando Matteo ci ha raccontato che avevano cercato di coglierlo in fallo, sollecitandolo sul suo senso di appartenenza e sul suo senso civico chiedendogli se ritenesse lecito e doveroso pagare il tributo a Cesare.

E si erano beccati il Suo piccato rimbrotto: “ipocriti, perché mi tentate?” Non poteva sfuggire a Gesù la tendenziosità del quesito.

Anche questa domenica il nocciolo dell’insegnamento della parola di Dio nella celebrazione liturgica parte da una situazione analoga, raccontataci sempre dall’evangelista Matteo.

Solo che questa volta sono i farisei ad essere  risentiti perché Gesù, con le sue sapienti risposte “aveva chiuso la bocca ai sadducèi”e per metterlo in difficoltà scelgono un argomento particolare, addirittura la legge, scomodando, per di più, uno che teoricamente doveva essere l’esperto del ramo, un dottore della legge, il quale pensa di rivolgere al Signore un quesito veramente difficile: “Maestro, dice - possiamo immaginare - con una punta di ironia, qual è il più grande comandamento della legge?” E sì che doveva essere difficile rispondere alla domanda. 

Per una persona qualunque era pressoché impossibile districarsi tra le numerosissime prescrizioni in cui i rabbini avevano esemplificato la legge mosaica, se si pensa che essi avevano compilato una lista di ben 613 comandamenti, dei quali 365 erano considerati lievi e formulati in negativo, con l’espressione “non devi”, mentre 248 erano considerati gravi e formulati in positivo con l’espressione “devi”. Gesù, come al solito non si sottrae alla domanda.

Va subito all’essenziale, come si suole dire oggi quando si vogliono evitare giri di parole o quando si vuole evitare il pericolo di disperdersi in ragionamenti inutili ed oziosi. Risponde: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.

Questo è il più grande e il primo dei comandamenti.  E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.  Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”. Non era nuovo questo comandamento.

Già nel Deuteronomio si dice “Tu amerai Jaweh tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze”. Si tratta di amore totalizzante: la parola “cuore” nella Bibbia indica la totalità della persona, la sua coscienza, la sua capacità di decidere. E “anima” corrisponde alla vita, all’esistenza dell’uomo nel suo quotidiano, al suo continuo porsi di fronte al bene o al male. Anche la seconda parte era nota ai dottori della legge per essere contenuta nel libro del Levitico.

Il tratto nuovo che aggiunge Gesù è l’identificazione tra l’amore di Dio e quello per il prossimo.

Il contenuto della prima lettura rappresenta in qualche modo l’esemplificazione pratica di questa identità. Era chiaro anche nell’Antico Testamento come la legge mosaica regolasse i rapporti con il prossimo, specialmente quello più bisognoso: il forestiero, l’orfano, la vedova, il povero.

L’amore di Dio si rende visibile proprio nell’amore verso questo prossimo bisognoso. Il vangelo ed anche la lettera di S. Paolo ai Tessalonicesi richiamano all’essenziale della fede e della vita: l’accoglienza della Parola, la conversione e lo spirito di servizio.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

                                                                                             Michele Santangelo

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I brani di vangelo che abbiamo considerato nelle domeniche scorse, specialmente le ultime tre, ci hanno mostrato un Gesù impegnato a mettere a nudo l'’ipocrisia e l'’infedeltà dei “principi e degli anziani del popolo” che vedevano così messo in pericolo il loro ruolo di maestri e guide della gente che mostrava verso di loro riverenza e sottomissione. 

 Si erano resi conto che era difficilissimo, se non impossibile, tenere testa ai ragionamenti e agli insegnamenti del Maestro e tanto meno riuscivano a confutare le verità che egli andava illustrando e che la gente mostrava di apprezzare.

  Inoltre avevano avuto la netta sensazione che Gesù alludeva proprio a loro quando stigmatizzava certe situazioni e lo avrebbero volentieri catturato.

Si trattenevano dal farlo, annota l’evangelista Matteo, per timore della folla che considerava Gesù un Profeta. E allora ricorrono ad un espediente; d’accordo con gli erodiani pensano di tendergli una trappola costringendolo, secondo loro, a prendere posizione con una domanda capziosa: “è lecito o no pagare il tributo a Cesare”, creando così un miscuglio di questioni estremamente problematico: religione, politica, interessi economici, un intricatissimo, diremmo oggi, conflitto di interessi: da una parte gli ebrei che mal sopportavano il fatto che con il loro denaro dovessero sostenere dei pagani, i romani, che tra l’altro interferivano pesantemente nella loro storia di popolo eletto, dall’altro gli erodiani che, sia pure minoranza tra gli altri ebrei, avevano interesse a portare il discorso di Gesù sul piano della politica e coglierlo in fallo.

Ben costruita, quindi, la domanda. Inevitabile, secondo loro, per Gesù prestare il fianco a pesanti accuse: se avesse risposto “sì” avrebbe avuto contro tutto il popolo, i farisei, e tra questi specialmente gli zeloti, contrari a qualunque tipo di occupazione da parte dei Romani. Se invece avesse risposto “no”, andava incontro all’accusa da parte degli erodiani, favorevoli ai Romani, di essere un sovvertitore dell’ordine costituito.

  Ma il Maestro non elude la questione, anzi coglie l’occasione per sottolineare maggiormente La cattiva fede degli interroganti quando ipocritamente si erano rivolti a Lui: “Maestro, sappiamo che sei veritiero, e insegni la via di Dio senza guardare in faccia a nessuno...”, “Ipocriti, perché mi tentate?” e subito va alle radici del problema: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. è questa una di quelle frasi che sono entrate nel linguaggio comune e viene usata, solitamente, per rivendicare la netta separazione tra la sfera religiosa e quella sociale, commettendo però un errore di valutazione.

 La risposta di Gesù, infatti, da un lato invita al rispetto delle leggi, dall’altro, però, afferma con grande chiarezza che all’origine e al di sopra di qualunque forma di autorità umana c’è quella di Dio e che comunque i valori politici ed economici non possono prescindere da quelli religiosi e che in nessun modo in nome di quelli, possono essere conculcati o negati questi ultimi.

 Non esiste prevaricazione degli uni sugli altri, né invadenza della religione sulla politica, così come nessun pretesto economico o politico può compromettere i valori assoluti della religione. è secondo questo equilibrio che la frase ha attraversato i secoli ed è ancora di grande attualità.

Certo succede ancora oggi che la frase venga usata da taluni in modo pretestuoso per negare ai cristiani il diritto di vivere, di adoperarsi perché le conseguenze dei principi di fede vengano attuate e difese oltre che nella condotta personale, anche nella vita sociale.

 Infatti, papa Giovanni Paolo II affermava che “attraverso la dottrina sociale, la Chiesa proclama la verità su Cristo, su sé stessa e la applica a situazioni concrete”. è dovere, infatti, di ogni cristiano rendere presenti nella società quei valori che procedono dalla sua fede.
                                                                                              Michele Santangelo    

IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO

                                                Strani personaggi all’ombra di San Toribio

Un piccolo resoconto tra il serio e il faceto di quella che spero sia l’inizio di una vera collaborazione tra due comunità così simili ed uniti dalla venerazione di  San Toribio.

Partire con la pioggia

Iniziare un viaggio sotto un cielo plumbeo non mette di certo allegria, ma, sarà stata la speranza di trovare il sole all’arrivo, il meteo degli smartphone irrinunciabile alleato in questi casi,  o la certezza di rincontrare delle persone ormai  da chiamare  semplicemente Amici, l’aria che si respirava tra noi .... per continuare a leggere clicca sul link seguente     .....                                                                                              
                                                                                                                                           Donatello

 Staff: Ovviamente aspettiamo i vostri commenti ma soprattutto suggerimenti su come portare avanti questo scambio culturale, nuove iniziative da mettere in campo etc.  , ad esempio c'è chi propone un corso di lingua spagnola, cosa ne pensate?
                                




Un piccolo contributo di riflessione sul Sinodo straordinario sulla famiglia

    

(sperando di ricevere commenti, proposte, critiche, insomma l’auspicio è aprire un dibattito su un tema così coinvolgente e delicato)

 

Alcuni comportamenti, osservati nella Chiesa nei giorni scorsi, sembrano riecheggiarne altri già messi in atto contro Paolo VI poco meno di cinquant’anni fa. Una lobby, anche allora ben organizzata, cominciò a fare pressione sulla sensibilissima coscienza di un grande intellettuale per condizionarne l’azione magisteriale. Il risultato fu l’affievolimento del felice rapporto che si era instaurato tra uno straordinario papa e il mondo cattolico, soprattutto occidentale. Oggi, con la post-modernità, sta avvenendo la stessa cosa.

Da una parte il papa si appella alla comprensione per consolare concretamente chi giace nelle periferie dell’angoscia, del senso di colpa e dell’esperienza di un fallimento e invita i maestri d’Israele a non caricare di pesi insopportabili la gente comune. Egli ricorda che è meglio contenere il vigore rancoroso di una logica affidata al sillogismo perfetto e immemore della natura degli uomini, tanto grandi nel desiderare e progettare, quanto limitati  e soggetti a sconfitte che intorpidiscono l’entusiasmo e gelano il cuore.

Più che stare al balcone a guardare o fare soltanto pressioni mediatiche, che scatenerebbero prevedibili reazioni, occorre prendere concretamente posizione per non lasciare solo Francesco nel suo esaltante tentativo di trascinare con erculea determinazione la Chiesa nel mezzo della post-modernità ed esercitare la sua funzione di seme, sale, speranza. Tutto ciò sta avvenendo al Sinodo Straordinario sulla Famiglia.

In punta di piedi mi permetto di ricordare a tanti insigni canonisti che le loro chiose ai codicilli hanno valore solo se si fondano effettivamente sul Vangelo e non su sillogismi capaci solo d’indebolire anziché rafforzare una gloriosa tradizione di pensiero.

A proposito di Vangelo, si sostiene che la pronuncia di Gesù sul matrimonio sia definitiva: tale affermazione si basa sulla presa di posizione assunta dal Maestro rispetto al divorzio, utilizzando passi che, in realtà, manifestano la sua polemica con i farisei circa le prassi legali del matrimonio ebraico. Come al solito, l’enfasi esegetica del momento ha preteso di fornire inappellabili interpretazioni. Mi pare, però, Gesù non fondi su quei versetti (strumentalizzati dai canonisti a favore delle proprie tesi), il suo autonomo insegnamento sul matrimonio, ma argomenti in contrapposizione. Perfino nel Discorso della montagna la condanna del divorzio va letta come antitesi  alla pratica degli ebrei (Mt. 5,31). Rispetto alle legalistiche posizioni di costoro, Egli rivendica il valore del “chiunque ripudia sua moglie, all’infuori del caso d’impudicizia, la espone all’adulterio; e se uno sposa una donna ripudiata, commette adulterio”. A parte la lunga tradizione d’interpretazioni differenti dell’eccezione prevista anche da Gesù e che ha dato luogo ad un prassi canonica diversa nelle chiese orientali, l’affermazione si comprende se si fa riferimento al contesto.

Egli chiarisce la sua posizione in altri versetti, quando riprende la polemica con i farisei che introducono l’argomento per “metterlo alla prova”, riferiscono i sinottici, attendendosi una presa di posizione contro la legge di Mosè per confermare il loro disprezzo e la loro condanna nei confronti di un maestro così strano.

Dopo aver stigmatizzato quel tipo di divorzio, Gesù cambia prospettiva e precisa che per lui, quando si parla di matrimonio, non sono valide le regole alle quali si richiamano scribi e farisei, ma quelle direttamente espresse nella Genesi quando Adamo, pur in presenza di tante cose belle e in compagnia di innumerevoli animali, riesce a venire a capo della deprimente solitudine quando Dio “maschio e femmina li fece”. Allora egli riconosce Eva ossa delle sue ossa e, continua Gesù, “Per questo lascerà l’uomo il padre e la madre e si unirà alla propria moglie e così i due diventeranno una sola carne.” (Mt, 19,5).

Soltanto quando sono pienamente uniti nell’anima e nel corpo la donna diventa la moglie di Adamo e l’uomo il marito e permanendo in questa condizione, congiunti dall’amore provvidenziale di Dio, non possono essere separati dall’uomo. Altro che canoni, sillogismi, sottili distinzioni sulla capacità e la volontà di contrarre il matrimonio; é una profonda, radicale condizione esistenziale. Se essa esiste si è mariti e moglie, situazione indissolubile per tutta la vita.

Ma se non esiste? Se non è mai esistita o il sì non ha realizzato l’essere una carne sola, malgrado sia stato pronunziato formalmente in una condizione di libertà? Resta lo smarrimento e la solitudine del cristiano sconfitto nel suo stesso proposito. Su questo si deve pronunziare il Sinodo e per questo Francesco ha aperto la porta alla misericordia!

A lui hanno fatto già eco alcuni padri sinodali. Che alla loro voce si affianchi il rispettoso grido di chi si percepisce simile a Bartimeo, il cieco di Gerico,Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: <> (Mc. 10, 48-49) Allora Gesù si fermò e disse:< >…


                                        12 OTTOBRE

Quando si parla di banchetto, il pensiero va subito oltre il semplice pranzo destinato a soddisfare  l’elementare bisogno di alimentazione del corpo, per indicarne uno importante,  ricco di pietanze, preparato senza risparmio e con un numero considerevole di invitati. Nella liturgia della parola di questa XXVIII domenica del tempo ordinario, il tema centrale è proprio il banchetto arricchito della dimensione biblica, che va ben al di là del significato comunemente attribuito al termine.

Esso viene introdotto già nel primo brano, tratto dal profeta Isaia. Si parla del “Signore degli eserciti”- epiteto usato per indicare il dominio universale di Dio –. Egli preparerà sul monte Sion un banchetto ricco e abbondante, offerto a tutti, segno della regalità di Dio che non conosce limiti.

Su questo monte tutti i popoli accedono alla salvezza definitiva entrando in comunione con Dio, a imitazione e per mediazione di Israele, che così adempie al compito per cui è stato eletto, elezione siglata tramite l'alleanza. Ma, al di là del banchetto, il vero dono che Dio fa sul monte Sion è la manifestazione di se stesso alle genti, l'esperienza della sua presenza.

L’effetto della piena comunione con il Signore, simboleggiata dal banchetto, sarà un cambiamento definitivo e reale nella condizione umana, concretizzata nella distruzione del dolore, del male, perfino la morte. La ricchezza delle esperienze e dei valori umani e religiosi legati al simbolismo del banchetto si chiarisce ancor più attraverso la lettura tratta dal vangelo di Matteo.

A prima vista, il contesto della parabola non sembra contemplare una situazione pacifica e di festa con invitati che rifiutano di parteciparvi, altri che adducono mille pretesti, altri ancora che scaricano sui servi inviati dal padrone la propria cattiveria. La libertà degli invitati si evolve in negativo: dall’indifferenza di alcuni, passando attraverso la pretestuosità, si arriva alla più gratuita violenza.

è successo nella storia della chiesa, purtroppo succede ancora oggi. Per questo, a fronte della indegnità conclamata degli invitati selezionati, al padrone non rimane altra scelta che raccogliere dovunque ogni tipo di persone e così la sala si riempie di commensali. Riemerge anche in questa situazione il carattere dell’universalità della chiamata alla salvezza.

 Questa è un dono per tutti. Nessuno è tagliato fuori, sia egli buono o cattivo. Una la condizione: l’accettazione dell’invito e  il rispetto delle regole per parteciparvi. Detto questo, bisogna pur osservare che il tono della parabola non è proprio idilliaco, semmai drammatico. Prima la violenza degli invitati contro i servi del padrone, poi quella del re contro la loro condotta irresponsabile, poi la severa reazione del re contro colui che si era presentato al banchetto senza il vestito adatto. E allora? Dove sono finite la munificenza e la misericordia dimostrate nell’estendere a tutti l’invito? La premura annunciata da Isaia nella prima lettura è sempre presente e attiva.

La speranza che si è accesa nell’animo non delude perché la garanzia di essa risiede sulla promessa di Dio, fedele per sempre. Ma per partecipare ad un banchetto occorre stare bene, accogliere l’invito e farlo proprio.

 Convenire insieme attorno alla mensa e condividere il pasto impongono una presenza, un esserci. Credere in questa presenza spinge ciascuno a prendere posto e nei modi dovuti. Inoltre non si può prescindere dal fatto che le letture considerate sono inserite in un contesto che è la prova più evidente della divina misericordia: il sacrificio eucaristico è memoria e riproposizione nel mistero della morte e risurrezione del Figlio di Dio, evento voluto dal Padre proprio per assicurare a tutti la presenza al banchetto finale, quello della salvezza.

                                                                                                          Michele Santangelo




                                            5 OTTOBRE

                                           

La vite, l’uva, il vino che se ne ricava e tutto il mondo che ruota intorno a questa pianta, sono alla base di un simbolismo presente fin dall’antichità in molte culture, sia nella civiltà orientale che in quella occidentale, simbolismo che non è mai passato di moda. 

Ma esso è soprattutto presente nella Bibbia, nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, dove spesso è lo stesso Gesù che si serve dell’immagine della vigna e della vite.

Da tre domeniche, al centro della parola di Dio considerata nella celebrazione eucaristica si parla della vigna. è Gesù stesso a sottolineare la continuità tra la parabola dei vignaioli omicidi, raccontata dal vangelo di questa domenica XXVII del tempo ordinario e quella dei due figli di domenica scorsa.

 Egli, infatti, esordisce con le parole: “ascoltate un’altra parabola”.

Ma già nel primo brano tratto da Isaia, per descrivere la speciale relazione tra Dio e il suo popolo, il profeta nel canto definito dagli esegeti “della vigna”, usa questo termine per indicare il popolo d’Israele, chiamato appunto piantagione amata da Dio.

La composizione esprime tutta l’accorata delusione del vignaiolo che aveva profuso in quella sua vigna tutte le dovute cure con grande amore aspettandosi da essa uva buona e si trova, invece, alla fine solo uva selvatica: “Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato scelte viti; vi aveva costruito in mezzo una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva, ma essa produsse uva selvatica».

E ancora di più esprime tristezza la costatazione finale del brano! Dopo aver chiarito, il profeta, che la vigna rappresenta la casa d’Israele e gli abitanti di Giuda la vigna preferita del vignaiolo, questi è costretto a registrare che “si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”.

 Dio non aveva lesinato impegno, premura, cure di ogni tipo per avere dei buoni risultati dal suo popolo, voleva, cioè, l’osservanza della sua volontà che non consiste nell’adempimento di norme esteriori di culto, ma in un comportamento retto, secondo giustizia ma nella carità.

Il tutto sarebbe ritornato ad esclusivo vantaggio dell’uomo stesso, perché, nell’osservanza della legge di Dio, cioè dei suoi comandamenti, si realizza la salvezza dell’essere umano nella sua integrità, “E 'n la sua volontade è nostra pace", recita il sommo poeta al verso 85 del canto III del Paradiso, pace che proviene dalla coscienza di essere in linea con la volontà di Dio e in armonia con i fratelli.

Nel brano del vangelo di Matteo, che sembra riecheggiare quello della prima lettura, l’attenzione si sposta dalla vigna ai vignaioli. Dopo aver inviato loro per ben due volte i suoi servi per ritirare il raccolto, il padrone manda perfino il suo figlio. La risposta dei vignaioli realizza la quintessenza della cattiveria e dell’ingratitudine. Anche a lui riservano lo stesso trattamento che avevano elargito in precedenza ai suoi servi: essi “lo presero, lo cacciarono fuori della vigna e l’uccisero”.

 Dopo il racconto, a stretto fil di logica, segue la domanda da parte di Gesù che la parabola l’ha raccontata specialmente ai principi dei sacerdoti ed anziani del popolo, custodi della legge: “Quando dunque verrà il padrone della vigna che farà ai vignaioli?” ed essi non possono che rispondere: “Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli...”L’ira del padrone questa volta, a differenza di quanto si dice nella prima lettura si scatena contro i vignaioli”.

 Con questo Gesù non invita alla vendetta. Certo i Giudei non hanno interpretato fedelmente il compito di trasmettere all’umanità il piano di salvezza di Dio, tanto che il Figlio di Dio che era venuto ad annunciarlo è stato da essi trucidato.

Ma la parabola non sviluppa oltre il discorso sul castigo dei vignaioli malvagi, continua in un’altra direzione. Avviene, secondo la parabola, solo un passaggio del testimone. Altri saranno chiamati a coltivare la vigna del Signore e guidare gli uomini alla salvezza. I Giudei stessi saranno presi in carico proprio da Gesù morente sulla croce: “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno”.

 Dopo una sì grande dimostrazione di amore da parte di Dio Padre, il sacrificio del Figlio, non vi può essere posto per interventi distruttivi o lamenti. L’annuncio non segue la logica dei custodi della vecchia legge del taglione; altri, la Chiesa fondata da Cristo e su Cristo, avrà il compito di trasmettere da qui in poi il messaggio di una misericordia grande, quanto è grande l’amore di chi dona un figlio per la salvezza dell’altro.

 Cosciente di questa sua missione, essa prega all’inizio della liturgia eucaristica: “O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare”.


                                                28 settembre

A ben riflettere e con il cuore e la mente liberi da pregiudizi e da valutazioni precostituite, si deve riconoscere che la lettura delle sacre scritture che la Chiesa, con premura materna, ogni domenica propone ai suoi fedeli una lezione di vita pratica spendibile poi quotidianamente in ogni occasione.

Ed è una vera benedizione, oltre che una grazia di Dio che concilia il cammino di ogni uomo verso la salvezza, poter disporre di una vera e propria messe di indicazioni disinteressate per poter arricchire il nostro quotidiano, spesso grigio, abitudinario, privo di entusiasmo e di motivazioni profonde, di un valore aggiunto, quello della coscienza di fare in ogni momento la volontà di Dio, capace di dare significato perfino alla sofferenza e al dolore, che in un’ottica puramente umana e terrena, possono solamente aumentare la tristezza e spingere perfino verso la disperazione.

Non è difficile pensare che questo tipo di pensieri non aveva trovato ospitalità in tutte quelle persone che, domenica scorsa a Salerno, tanto per parlare di qualcosa che tocca da vicino i probabili lettori di Iconfronti, hanno voluto, con i loro comportamenti irresponsabili e per niente civili, in nome di un malinteso rispetto della tradizione, svuotare di ogni significato religioso e di testimonianza cristiana, un’azione in se stessa sacra perché di culto.

 Sembrano cadere molto a proposito i versetti dei brani biblici che ascoltiamo nella liturgia di questa XXVI domenica del tempo ordinario. Con grande senso pratico, S. Paolo avverte: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”.

Un’esortazione, quella dell’Apostolo, rivolta a tutti e valida sempre, tanto più se ciò che si sta facendo ha lo scopo di essere una testimonianza di fede, sia pure con le caratteristiche di genuina devozione popolare. Intendiamoci, il rischio di ridurre la nostra fede ad una serie di pratiche di culto, che obbediscono solo alla logica dell’apparire e non dell’essere è sempre presente in mezzo al popolo cristiano, come capita quando ci si sente appagati per aver partecipato ad una processione e poi il cuore è lontano da Dio.

Il brano di vangelo di Matteo serve a stigmatizzare proprio l’inesorabile condanna di un cristianesimo come dire “declamatorio”, fatto di parole, di formule, di buone intenzioni proclamate e non tradotte nella pratica, così come il “sì” del primo figlio della parabola, il quale risponde subito sì all’invito del padre di andare a lavorare nella vigna, ma a quel “sì” non fa seguire poi l’azione concreta, a differenza del secondo che in un primo momento risponde “no” all’invito, ma poi preso da pentimento si reca al lavoro.

Chi veramente tra i due ha compiuto la volontà del Padre? Anche i farisei, maestri dell’apparire, non possono che rispondere a Gesù: “l’ultimo”, cioè quello che là per là aveva opposto un netto rifiuto. Viene in mente che già in un’altra occasione, nel discorso della montagna, Gesù aveva detto: “Non chi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli". Quella di fare la volontà di Dio è una possibilità aperta a tutti perché a tutti è data l’opportunità di meditare la Parola e prestarle fede attraverso l’ascolto di coloro che la propongono con la dovuta autorevolezza, specialmente se poi tale autorevolezza si basa, oltre che su doti personali anche sulla speciale Grazia proveniente dal Sacramento in senso stretto.

 E poi “Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre”, come dire che tutti sono chiamati alla missione dell’annuncio e della testimonianza nella vita e nelle opere, in modo da diventare tutti sacramento, cioè segno di una presenza viva e continua, quella di Gesù. I pubblicani e le prostitute, che sembravano lontanissimi dalle proposte divine ascoltarono la Parola mediata da Giovanni che proponeva la via della giustizia, cioè una conversione autentica, e sono “passati avanti nel Regno di Dio”.


Perciò, ogni tempo è quello giusto per fare il grande passo.


                                                                                          Michele Santangelo



                                     21 SETTEMBRE

Sono particolari i brani di sacra scrittura proposti alla nostra considerazione in questa XXV domenica del tempo ordinario e specialmente il passo del vangelo di Matteo, nella cui direzione vanno letti anche quello del profeta Isaia e quello della lettera di S. Paolo ai Filippesi.

Né, a prima vista, sembra conciliarne la corretta e più fruttuosa interpretazione, dal punto di vista spirituale, la diffusa sensazione di disagio che serpeggia, ormai da tempo, nella società italiana e non solo, dovuta all’atmosfera di palpabile insicurezza sociale ed economica, specialmente nelle giovani generazioni, a causa delle poco o per niente rosee prospettive per il futuro.

In siffatta situazione appare comprensibile che il nervo scoperto dell’opinione pubblica sia costituito proprio da tutti i problemi che hanno a che fare con la giustizia sociale intesa anche come giustizia distributiva. Si sente molto spesso discutere dell’esigenza di una più equa distribuzione della ricchezza, senza la quale, ad essere sempre più ampiamente distribuita sarà piuttosto la povertà.

Purtroppo i numeri della disoccupazione, specialmente quella giovanile, ci fanno apparire almeno improbabile, al giorno d’oggi, la figura di un imprenditore che va in giro per le vie della città o del paese, e a tutte le ore della giornata,  a raccogliere lavoratori per la sua vigna, così come ancor meno verosimile sembra la decisione del padrone della vigna descritto dalla pagina evangelica che, a fine giornata, offre a tutti, perfino a quelli che erano giunti all’ultima ora, lo stesso salario, con grande meraviglia ed anche con una discreta dose di risentimento da parte di quei lavoratori  giunti di prima mattina a lavorare.

Ad una prima lettura della parabola, si potrebbe pensare che il punto focale sia da ricercare nelle rimostranze dei primi che ricevono la stessa ricompensa degli ultimi.

Chi di noi, infatti, non si sente spontaneamente portato ad offrire la propria solidarietà agli operai che hanno lavorato per l’intera giornata e riconoscere giuste le loro proteste per la evidente ingiustizia attuata nei loro confronti, almeno secondo qualunque elementare legge sindacale o principio di umana giustizia.

Appare evidente che lo scopo di Gesù nel raccontare la parabola non è quello di proporre dei modelli di comportamento sindacale nei confronti dei lavoratori. La chiave per la giusta comprensione è contenuta nella parabola stessa, laddove Egli esordisce dicendo “Il regno dei Cieli è simile a...”

La posta in gioco non è una semplice remunerazione per una giornata oppure per qualche ora di lavoro.

Già nella prima lettura, per bocca del profeta Isaia, il Signoreci mette sulla strada giusta: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie”. è l’invito esplicito della Chiesa, attraverso la liturgia, ad abbandonare i nostri criteri di giudizio, che per quanto giusti possano essere agli occhi degli uomini, ci conducono in altre direzioni, verso orizzonti molto limitati, così come si confanno al nostro essere uomini e quindi attaccati a ciò che è finito.

Ciò che ci viene proposto al termine del cammino non è una ricompensa legata alla quantità della distanza percorsa, quanto piuttosto alla qualità di essa ed è  Dio stesso attraverso il suo Figlio Gesù che va cercato incessantemente, secondo il richiamo del profeta: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino”.

Il Signore dona il suo amore, in modo gratuito, a tutti coloro che lo cercano con cuore sincero e libero dalle incrostazioni dell’egoismo, della superbia, dell’orgoglio, dell’arrivismo, della pretesa di far valere sempre i propri meriti, nella convinzione che questi siano sempre maggiori di quelli degli altri.

Quello della ricerca di Dio è un campo nel quale non ci sono diritti, né contratti, perché l’amore di Dio non si lascia ingabbiare in valutazioni numeriche. Esso è un dono gratuito di chiamata a collaborare al progetto di Dio per costruire il suo regno, nel quale non esiste un prima e un dopo rispetto al traguardo.

Gli operai dell’ultima ora della parabola fanno pensare prima ancora che ai pagani, alla povera gente, magari anche lontana dalla stretta osservanza della legge, quelli che Gesù ha avvicinato a Dio senza chiedere niente altro che una pronta risposta all’invito.  “Il Signore è vicino a chi lo cerca”. è un annuncio ricco di speranza e fonte di fiducia per ogni uomo che cerca di comportarsi da “cittadino degno del vangelo”.

                                                          Michele Santangelo










                  14 Settembre

 

Ogni anno, la Chiesa in questo giorno celebra la festa dell’'Esaltazione della S. Croce.

è una festa della quale non si sente parlare molto, anche perché cadendo essa solitamente in un giorno  della settimana, non risalta troppo all’attenzione dell’opinione pubblica.

Tuttavia nella vita della Chiesa essa è di particolare rilievo, tanto che, pur coincidendo con la XXIV domenica del tempo ordinario, nelle celebrazioni liturgiche si seguirà l’ufficio proprio della festività.

Nell’occasione, giova sapere che la festa odierna, secondo molti autori, venne celebrata la prima volta nel 335, in occasione della Dedicazione della Basilica del Santo Sepolcro, costruita dall’imperatore Costantino nei luoghi dove era avvenuta la crocifissione di Gesù e la sua sepoltura.

Nel corso dei secoli la festa si è andata man mano arricchendo del ricordo di altri avvenimenti, come il ritrovamento da parte di S. Elena del Sacro Legno della Croce, avvenuto secondo un’antica tradizione, nel 320; dal IV secolo in poi, tutti gli anni la fortunata scoperta veniva ricordata con una cerimonia liturgica detta elevazione o esaltazione della Croce.

Il luogo dove la Croce era stata innalzata veniva considerato il centro del mondo, per cui un sacerdote alzava il sacro legno in direzione dei quattro punti cardinali. A ciò si aggiunse, in seguito, il ricordo del recupero, nel 628, da parte dell’imperatore Eraclio della croce sottraendola ai persiani.

A questo è legato un episodio che vale la pena ricordare per il valore simbolico che esso riveste. Dopo il recupero della preziosa reliquia,  Eraclio a cavallo, vestito della porpora e con il diadema, volle riportare il santo Legno della Salvezza attraverso la porta principale di Gerusalemme.

Ma il cavallo si fermò ed il patriarca Zaccaria, che era stato liberato dalla prigionia persiana, fece presente, all’imperatore che il Figlio di Dio non aveva portato in forma solenne la Croce per le vie di Gerusalemme. Eraclio, commosso, a piedi  scalzi, dopo aver deposto la porpora ed il diadema, portò sulle sue spalle il legno benedetto sino al Golgota.

Laddove, in occasione di questa festa, si usa ancora oggi, come in certi ordini religiosi, ripetere l’adorazione della Croce del venerdì santo, si può ascoltare la seguente commovente preghiera:

“Oggi si esalta la Croce ed il mondo si santifica, giacché Tu che siedi sul trono con il Padre e il Santo Spirito, stendesti le Tue mani su di essa e tutto il mondo fu portato a conoscerti. Tu rendi degni dell’eterna gloria coloro che in Te sperano”. “Ora giunge la Croce del Signore, ed i fedeli l’accolgono con amore e da essa ricevono la guarigione di tutte le malattie dell’anima e del corpo. Baciamola con gioia e timore; con timore, a causa dei nostri peccati, poiché siamo indegni; con gioia, per la salvezza che concede al mondo il Cristo che vi fu crocifisso, pieno di misericordia per noi”.

Veramente gli antichi cristiani avevano visto giusto! A differenza di quelli che, con varie motivazioni, il più delle volte solamente pretestuose, chiedono, per esempio, che dalle scuole, dai tribunali, dai luoghi pubblici in genere, vengano tolti i crocifissi.

Non è un simbolo che discrimina, il crocifisso, non mette a disagio i bambini, non li atterrisce, né rappresenta una forma di privilegio per alcuni.

è un simbolo che mentre presenta la sofferenza al grado più forte immaginabile per un essere umano, lo fa parlando con il linguaggio dell’amore, dell’amore sconfinato di Dio che chiede al Figlio il sacrificio supremo affinché tutti gli uomini siano salvi.

Nel suo segno si sono trovati uniti esseri umani di ogni ceto, di ogni razza, di ogni lingua, di ogni provenienza e si sono chiamati fratelli. Nel suo segno non si può coltivare nell’animo né odio, né orgoglio, né superbia; Egli infatti ci ricorda che “...pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini”.

Ed è un simbolo che spinge a posare gli occhi ed orientare il cuore verso i crocefissi di sempre: i poveri, gli ammalati, i vecchi, gli sfruttati, i bambini subnormali, ecc. Possiamo farli diventare i nostri crocifissi viventi e ricordarci che tramite loro giungerà a noi la salvezza: “Avevo fame... avevo sete... ero forestiero... ero nudo... ero malato...”, per loro è sempre valida la parola del Vangelo: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”.

 

                                                                            Michele Santangelo

La Parrocchia di Cannalonga augura a tutti i visitatori una piacevole permanenza nel paese durante i giorni della Fiera.

                                        FIERA DELLA FRECAGNOLA 2014

Musica, canti, cibo, ed evocazione di memorie e consuetudini di un tempo sono anche una occasione per riflettere sui valori che costituiscono ancora le radici della nostra civiltà; perciò, oltre alla  passeggiata lungo le caratteristiche vie del borgo e la fermata nella baracche seduti tra amici parenti, vi invitiamo ad entrare anche in chiesa.

Vi proponiamo di dedicare un minuto per riflette, meditare, pregare e gustare anche affreschi di sei secoli fa appena ritrovati in un conventino che di anni ne conta almeno mille. Si trovano nella chiesa parrocchiale, dove si custodiscono anche i reperti del neolitico trovati dove è stata realizzata la diga.

Sono tante tappe della lunga storia dell’uomo, segnata non tanto dalle guerre e dalle imprese di grandi uomini, ma da un quotidiano di sacrifici e semplicità di rapporti, scanditi dal sudore di un lavoro che ha arricchito la comunità, decorato il paesaggio, consolidato la speranza.

La fiera è anche questo e la chiesa parrocchiale vi consiglia questa esperienza non alternativa o antitetica, ma funzionale per gustare nel profondo ciò che la fiera veramente rappresenta e significa.


                               Benvenuti e cordiali saluti dalla comunità parrocchiale




Come si è comunicato durante l’'omelia, con questa settimana inizia la collaborazione di alcuni amici, ai quali è affidato il compito di commentare la Liturgia della Parola. Buona lettura e buona settimana della fiera.

  7 settembre

  Pensare che leggere e riflettere sulla Parola di Dio, che variamente viene sottoposta all’attenzione del credente, sia un qualcosa che riguarda solamente i preti o le suore o, al massimo quelle persone che per scelta o altri motivi contingenti abbiano a che fare con le cose di chiesa, come si suole dire, è una delle visioni più distorte ed errate che di essa si possa avere.

Spesso si immagina che alla Parola di Dio si debba fare riferimento solamente per questioni inerenti la vita religiosa, dimenticando che gli insegnamenti in essa contenuti possono attingere l’intero arco dell’esistenza umana, in cui possono rappresentare una forza vivificante e regolatrice sia per quanto riguarda la vita individuale che quella di relazione, nella famiglia, fuori di essa, nel mondo del lavoro e in tutti gli ambiti nei quali un individuo può entrare in rapporto con gli altri.

è quello che ci viene suggerito dai brani di Sacra Scrittura che vengono proposti nella liturgia di questa XXIII domenica del tempo ordinario.

Per entrare più nello specifico, si può dire che è ben vero che ogni cristiano si deve sentire impegnato a capire la mentalità del proprio tempo, ma non certamente per seguirla in modo pedissequo e a prescindere, ma per confrontarla, come con una cartina di tornasole, con il volere di Dio, così come esso è stato manifestato in Gesù.

Era il compito che avevano i profeti nell’Antico Testamento, quando essi, pur non disponendo di un termine di confronto, com’è il Cristo e il suo insegnamento nei tempi nuovi della Chiesa, fondata, come abbiamo visto qualche settimana fa, sugli apostoli e per essi sulla sua stessa persona, erano impegnati a manifestare al popolo la volontà di Dio; rimproveravano, anche aspramente, quando esso disobbediva, ma nel contempo alimentavano la speranza della terra promessa e del Messia, concretizzando una vera e propria missione educativa nella società, non solo in una dimensione di pedagogia sociale, come ci fanno capire le parole del profeta Ezechiele, ma anche sotto il profilo individuale come correzione fraterna.

Ed è proprio in questa direzione che è più evidente la novità portata dall’insegnamento di Gesù rispetto ai pur giusti metodi suggeriti dal Vecchio Testamento.

Nella concezione biblica dell’uomo, in nome della giustizia, esiste tra uomo e uomo una profonda solidarietà, perfino tra giusto ed empio, tra buono e cattivo, nel senso che chi si sente nel giusto, non può menare vanto, di fronte a Dio, solo della sua bontà, ma in qualche modo ha il dovere di preoccuparsi anche dell’altro affinché il bene prevalga sul male.

 S. Paolo interpreta tale novità nel modo più profondo; nella seconda lettura è molto chiaro, a riguardo, il suo ammonimento: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole”.

E così la giustizia, secondo l’apostolo si realizza nella carità. Essere cristiani, quindi, significa innanzi tutto prendersi a cuore il bisogno di salvezza che sempre emerge in ciascuno, premura che si concretizza anche nel saper riportare sulla via del bene chi coscientemente o senza saperlo fosse caduto nell’errore, nel peccato, purché alla base di ogni iniziativa vi sia appunto l’amore.

 E l’”altro” non è semplicemente uno diverso da se stesso, ma il Vangelo gli assegna subito un nome, lo chiama “fratello”, termine che pur nella sua genericità contiene tutto un mondo di significati e soprattutto l’esigenza della corresponsabilità.

Nel brano di oggi, l’evangelista Matteo, sempre attento ad offrire indicazioni concrete per la vita delle comunità cristiane individua nella correzione e nel perdono fraterno che devono legare tutti i membri della comunità, la regola d’oro anche per promuovere e realizzare l’unità e l’accordo tra i fratelli. 

 La comunità cristiana, infatti, deve essere essa stessa segno della presenza di Dio in mezzo agli uomini, segno di cui il mondo oggi ha più che mai bisogno.

Il senso di una comunità unita e solidale è alla base anche dell’efficacia della stessa preghiera: “Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” .

                                                             Michele Santangelo



31 agosto


La liturgia della Parola di questa domenica ci ricorda quali sono le condizioni per essere un vero discepolo di Cristo. Possono fare paura se non si comprende bene il significato e, quindi, reagire come Geremia, il quale tentava di negarsi all’invito ad essere profeta.
Invece Paolo ci esorta, nella lettera ai Romani, ad offrirci a Dio, darci interamente a Lui come sacrificio vivente.

Il passo del vangelo costituisce una sorta di spartiacque tra la prima fase del ministero di Gesù e la seconda, quella che porta a Gerusalemme e, quindi, alla croce.

Egli vuole preparare i suoi a tutte le evenienze. Pietro coglie subito l’intenzione e, nella sua immediatezza, reagisce. E’ lo stesso Simone, figlio di Giona, elogiato la scorsa settimana per la sua fede per cui è diventato Pietro, ma la sua interpretazione di Messia lo confonde, ecco la reazione alla quale fa riferimento il vangelo di questo domenica. Per lui messia significa condottiero vittorioso, capace d’inaugurare il regno d’Israele, le parole di Gesù lo confondono e diventa per il Maestro un tentatore. 

La croce fa paura, incute terrore in Pietro e fa riflettere anche Gesù, consapevole di cosa lo attende e pronto a pregare il Padre perché allontani il calice. Ma Egli fa prevale il piano di Dio, sa che è la sua missione, deve insegnare ai dodici che la vocazione del vero discepolo comporta la disponibilità a prendere la croce, accettare sacrifici, se necessario, per rimanere fedeli. Egli non esorta all’autolesionismo, ma invita ad imitarlo nel suo gesto d’amore senza misura. 

Se si risponde rassegnati al suo invito, allora tutto diventa incomprensibile. Ecco la necessità della conversione per avere fede e, quindi, essere disponibili anche a perdere tutto perché, se riteniamo che morte e sofferenza siano soltanto un pericolo da evitare, allora diveniamo scandalo per i nostri fratelli  rischiando di ostacolare il piano di Dio.

Gesù invece è categorico: alla risurrezione del terzo giorno non si va scavalcando, ma accettando la sofferenza.

Interpretato letteralmente il rimprovero di Gesù a Pietro suona durissimo: Va dietro a me, Satana. In effetti, collocato nel giusto contesto, è un deciso invito alla conversione. Come se Gesù dicesse: ritorna nei ranghi, mettiti dietro a me e continua ad essere un mio discepolo!

Pietro è preda della logica umana, non ha ancora compreso che Dio sceglie di non somigliare ai potenti perché il suo potere vero è la forza del suo amore. Egli lo dimostrerà il terzo giorno, quando il potere del mondo risulterà impotente. Egli pone come condizione il rinnegare se stessi, che non significa buttare i propri talenti, ma realizzare la propria esistenza oltre se stessi. Perciò non fraintendiamo l’espressione: prendere la croce.
Infatti non si tratta di un invito alla rassegnazione. Gesù non dice
sopporta, ma prendi: cosciente azione generata dalla follia d’amore e che determina la stupefacente esperienza del chi perde la vita, la troverà, con l’evidente enfasi posta sul trovare, cioè sul realizzare pienamente la propria esistenza.

Quindi l’insegnamento di questa domenica si sintetizza nell’espressione: perdere per trovare, consapevoli che noi siamo ricchi soltanto di ciò che siamo capaci di donare.


                           24 Agosto


La settimana trascorsa è stata scandita da episodi che hanno fatto precipitare l’umanità nella barbarie: pubbliche decapitazioni, fucilazioni in massa, guerre, naufragi, richieste di aiuto rimaste inascoltate. 

Nella nostra Valle si è continuata a trascinare l’esistenza, immersi nelle solite occupazione di una estate deludente non solo per le vicende atmosferiche, segnati da una sostanziale fatalistica indifferenza. 

I giovani, sempre più popolo della notte probabilmente per non vedere e sentirsi responsabili di quanto sta accadendo, trovano il loro momento di maggiore socializzazione durante le ore piccole tra assordante musica dal ritmo binario e l’immancabile drink (solo uno?!).    

A questa condizioni corrisponderebbe al vero quanto un noto drammaturgo ha immaginato circa la reiterata condanna di Gesù, confermata perché, esaminando la storia degli ultimi duemila anni, nulla è mutato in meglio, quindi non sarebbe stato il Figlio di Dio!

Che ne dite? Mi pare abbastanza coerente il verdetto del giudice, ma a una condizione se, leggendo nel profondo della vita degli uomini, veramente il loro cuore è rimasto indifferente ad una domanda: Chi dite che io sia?

Raccontare la vita con le opere e testimoniare il bene ricevuto muta prospettiva e capovolge la sentenza, come avviene nel
Processo a Gesù scritto da Diego Fabbri.

Allora perché non lo gridiamo con la nostra vita che l’incontro con Gesù nel profondo ci ha cambiati? 

Le domande che pone Gesù non attendono le risposte imparate a memoria durante i pochi minuti della lezione di catechismo, ma un coinvolgimento in una esperienza quotidiana vissuta in sua compagnia.

La liturgia della parola di questa domenica invita a fare proprio ciò. Nella prima letture emerge la chiave come simbolo del potere, la stessa che riceve Pietro nel passo del Vangelo. Nella seconda Paolo celebra la grandezza e la singolarità dell’intervento di Dio nella storia. Il passo del vangelo ci presenta ancora una volta Pietro, l’apostolo nel dubbio due domeniche fa, che oggi pronunzia il suo credo in Gesù. Simpatico, impulsivo, generoso e vile, nel suo personaggio è sintetizzata l’intera umanità con difetti e qualità.

Gesù chiede ai discepoli che lo circondano che cosa si pensa di Lui. Rispondono facendo riferimento alla loro esperienza di persone note ritenute importanti, non hanno capito che il Maestro desidera una risposta personale. Ecco perché precisa con quel: MA Voi…

Pietro risponde facendo parlare il cuore e riceve le chiavi, un episodio talmente importante da essere letto e meditato ogni anno. In effetti esso ci fa capire che Gesù ha preparato i suoi discepoli per la missione facendosi scoprire nell’intimo del suo essere. 

La domanda da lui posta oggi è stata ripetuta lungo tutta la storia e di fatto prolunga la sua missione di Messia. 
Il 
chi sono io per voi? invita ad intessere n rapporto vivo e vero. 

Simone lo comprende, ecco perché diventa Pietro, rivestendosi così di una funzione che lo contraddistingue da duemila anni nei suoi successori.

Chiede Gesù a ciascuno di noi: Chi sono io per te?

Apriamo il nostro cuore, viviamo l’esperienza di essere la culla dell’amore di Dio e non la tomba.  

La risposta di Pietro consente una ulteriore riflessione. Egli
asserisce:
Tu sei il Cristo, non usa il nome proprio, ma evidenzia la funzione del Messia, per tutti noi Figlio del Dio vivente, cioè di Colui che fa viva la vita. Quindi è una presenza che ci trasfigura nelle esperienze difficili, che cambia anche i vili come Simone, figlio di Giona, in Pietro. 

Anche noi come l’apostolo dobbiamo divenire
roccia per dare solidità alla comunità, infondere forza nel fratello che soffre, coraggio in chi è assalito dai dubbi trasformandoci in chiave per aprire la porta di Dio e far gustare la Vita in pienezza.





Un re sulla Croce

La regalità di Gesù guida il racconto della passione; essa è affermata con chiarezza soltanto in questo contesto, fuori risulta difficile comprenderne la natura per la radicale differenza fra quella del mondo e, fra le manifestazioni della la regalità di Dio e quelle del mondo.

«Questi è il re dei giudei» (23,38) é il motivo della condanna, per i capi la fine di una assurda pretesa; invece diventa una inconsapevole affermazione dello splendore della regalità di Gesù, lì proprio sulla croce perché Gesù muore come è vissuto. Egli è incompreso, abbandonato, rifiutato, tradito per cui mentre la folla guarda curiosa, i capi lo beffeggiano, perfino un malfattore che condivide la sua sorte lo deride. Ma Egli vince questo rifiuto con la forza del perdono. Ecco la sua regalità: splende nell’ostinazione dell’amore e nel rifiuto di salvare se stesso, malgrado l’insistenza provocatoria di notabili, soldati e condannato al suo fianco. Egli non ricorre alla potenza divina per salvare se stesso e, quindi, sottrarsi al completo dono di sé, per costringere i suoi avversari e denigratori ad ammettere la loro colpa. Gesù si abbandona alla debolezza della non violenza e dell’amore per esaltare così la sua vera regalità.

   Nella solitudine interiore e nell’abbandono delle folle è un malfattore appeso alla croce a comprendere tutto ciò. Il ladro, proprio per ciò che vede, prova il bisogno di un’adesione libera, totale in lui. E’ un re giustiziato, ma non vinto, che muore amando ostinatamente.

     Ora di cosa ha bisogno chi uccide, deride, odia questo re? Proprio di un supplemento di amore, gesto per cui Dio si mette in gioco. Il malfattore lo intuisce: Egli è nella stessa sua pena perché Dio è vicinissimo all’uomo. Non ha fatto nulla di male, anzi continua ad operare il bene perché non solo conforta; fa di più: si carica questa pecorella smarrita sulle spalle di buon pastore, felice di averla ritrovata. Perciò il Regno di Dio è inclusione, non ha confini invalicabili, è accogliente perché il Signore non sa escludere anche se non si hanno meriti, anche se si è malfattori. Infatti, Dio non guarda ai meriti, ma alla povertà e al bisogno, quindi promette: Sarai con me. Cioè la salvezza è dono non ricompensa e così il primo ad entrare nel Regno è un malfattore che si aggrappa al crocifisso.

     Che confortevole speranza! Le porte del Regno resteranno spalancante per sempre. E’ la Buona notizia per la quale abbiamo riflettuto e pregato per un intero anno liturgico, salvifica conquista di prospettiva e degna conclusione dell’anno della fede, un anno di grazie e di sorprese.

Si è aperto con un senso di crisi irreversibile per la Chiesa: una papa rinuncia al mandato petrino; molti si chiedono: allora è seria la situazione interna. Poi il conclave, lo Spirito opera, la grande sorpresa di Francesco. Urge comprendere la proposta di Bergoglio che è impegnato a operare per la giusta collocazione della chiesa nella società contemporanea condizionata dalla globalizzazione con le sue conseguenze sulla vita economica e sociale. Oggi quale è il ruolo e lo spazio della Chiesa in un mondo trasformato, plurale, che abita nelle grandi città dove il cambiamento è sempre più rapido?

   Papa Francesco fornisce la sua risposta da credente autentico, che non cede al pessimismo e nutre una forte aspettativa per il futuro. Il suo sogno è condurre la Chiesa sulle vie del mondo rendendola sempre più all’altezza della missione, capace di fornire un vero contributo per cambiare il mondo e farlo sentire sempre più umano. Egli concepisce la Chiesa come un popolo attivo in tanti paesi sparsi nel mondo, un popolo che il papa intende guidare, ma anche accompagnare da fratello e, persino, seguire da pellegrino gioioso e rassicurante.


                                XXXIII Domenica per annum

Da sempre siamo alla ricerca di senso mentre nel nostro quotidiano sperimentiamo l’inarrestabile fluire del tempo in un mondo che rischia di divenire una mortale pattumiera. Tanti, incapaci di gesti responsabili perché poco desiderosi di impegnarsi, ricercano mille illusioni per cullarsi in un presente indefinito senza porsi perché: per loro la vita non costituisce un problema.

Il vangelo di questa domenica ci sollecita a porre attenzione alla prospettiva che ci attende, invitandoci ad acquisire uno sguardo di insieme circa la nostra esistenza grazie all’annunzio che quelli che credono in Dio non perderanno “nemmeno un capello del capo”. La grande Apocalisse manifesterà alla fine la verità rendendo inutili domande del tipo: Quando? Come? Infatti l’unica realtà che il tempo non riesce a distruggere è l’impegno a perseverare nel bene: la lotta contro il male attende anche la nostra partecipata testimonianza, che costituisce anche il nostro contributo alla riflessione sul senso della vita.

Spogliato del linguaggio apocalittico, comprendiamo che il brano del vangelo proposto alla nostra meditazione non intende descrivere la fine del mondo, ma fornirci delle indicazioni sul significato del suo mistero e, quindi, contribuire a riaccendere la speranza nella consapevolezza che ogni esperienza di dolore prima o poi muta perché nel caos determinato dalla cattiveria degli uomini il Signore, invece di giudicarci, continua ad amarci. Questo è il solido fondamento della perseveranza, unica possibilità di salvezza. Essa non si fonda su un rinunciatario disimpegno, ma nell’accettazione del quotidiano anche quando si estrinseca in un umile lavoro.

Perseveranza diventa il nostro impegno a non cedere perché siamo consapevoli che, alla fin fine, a guidare la storia è Dio. Ecco perché, come abbiamo pregato nello scorso avvento, possiamo alzare il capo e mirare in prospettiva la vicina salvezza, liberi di continuare a seminare speranza. Infatti, anche se a volte il raccolto va perduto, il giorno della salvezza è prossimo, basta saper attendere, perseverando vigili per afferrare la mano di Cristo che salva.


                                XXXII Domenica per annum


Domenica scorsa ci siamo imbattuti nella figura di Zaccheo. La sua scelta di vita dimostra che tutto ciò che esiste è come un grande palpito del cuore di Dio perché Egli è amante della vita, dinamismo e interazione tra libertà e verità, tensione per superare l’individualismo, gioia dello stare insieme. Zaccheo - ricco, rapace, strozzino, esattore di imposte impegnato a fare la cresta – riteneva il denaro unico scopo della sua esistenza. Ma Gesù ha letto l’inquietudine nel suo cuore e gli ha fatto comprendere che la ricchezza va condivisa. Da questa premessa parte la riflessione delle letture relative alla XXXII domenica: argomento centrale è la nostra risurrezione, ciò che è oltre la morte, fatto incontestabile, che oggi tanti vorrebbero cancellare come nulla, vago, qualcosa di indefinito.

I sadducei, l’aristocrazia sociale e sacerdotale degli ebrei, non credevano nella risurrezione dei morti, per loro una superstizione popolare estranea alle Scritture. Per mettere in imbarazzo Gesù gli rivolgono una domanda allo scopo di dimostrare quanto fosse ridicola quella idea. Con meraviglia di tutti, Egli risponde evocando la potenza del Dio vivente secondo quanto asseriscono le Scritture.

Dio vince la morte, questo importa, anche se non sappiamo come, né è importante; in ogni caso, la risurrezione non é mera imitazione dell’esistenza terrena. Risorgere significa entrare in una vita che dura sempre, ma soprattutto è nuova e coinvolge tutto l’uomo, non solo il suo spirito. Gesù parla di risurrezione e non di immortalità, speranza da lui difesa contro le opinioni di rabbi e sadducei e accettata dalla primitiva comunità cristiana fondandola sulla attendibilità delle parole del Maestro e sulla solidità della testimonianza della sua resurrezione.

E’ il discorso centrale della fede perché la risurrezione di Cristo non può essere considerata un fatto isolato; infatti ciò che riunisce la chiesa non è una cultura, una filosofia, ma un fatto: Gesù è vivo per rendere eternamente vivo chi crede in lui. Noi non possiamo andare oltre questo fatto e ritenere l’aldilà semplice prolungamento della esperienza attuale. La casa del Padre è un grande mistero. La certezza è una sola: il nostro Dio non è il Dio dei morti ma dei vivi. Lo comprende chi sperimenta un Dio che chiama per nome.

La risurrezione non cancella l’umanità, la trasforma in una eternità che non é ripetizione infinita, ma continua scoperta che il Signore è il Dio di Abramo, Dio di vivi ed il “di” esprime il legame strettissimo che fa appartenere Dio a noi e noi a Dio; il nome di quanti Egli ama diventa così parte del suo nome e lega la sua eternità alla nostra perché a vincere la morte non è tanto la vita, ma l’amore divino.

Proprio guardando Cristo comprendiamo un po’ meglio cosa è ognuno di noi nel piano di Dio. Il corpo non è la prigione dell’anima, ma il segno della nostra solidarietà col mondo e con l’intera umanità. L’anima non è una scintilla smarrita nel buio della materia, ma soffio di Dio che ci fa essere: un tu di fronte a Lui, in grado di dialogare con Lui e sceglierlo nella fede; un tu non destinato a dissolversi nel nulla, ma a tornare a Dio conservando il proprio nome e la propria individualità di persona mentre placa la fame e la sete del divino.

Se entriamo nella logica di Cristo ad ognuno di noi è garantita consolazione eterna e buona speranza, che Paolo augura ai Tessalonicesi nella relativa lettera. Perciò, dimostriamo con la vita che il nostro Dio è il Dio dei vivi anche a chi affolla i cimiteri in determinate occasioni e non comprende la portata di questa verità.


 


                                         XXX Domenica per annum

Non si può pregare e, contemporaneamente, disprezzare, umiliandoli, i figli di Dio. Questo tipo di preghiera fa ritornare dal tempio ancor più carichi di colpe. La preghiera del fariseo formalmente inizia bene: egli ringrazia, ma non riesce a controllare il suo orgoglio e cede allo stucchevole termine di paragone dimostrando di non essere capace di una preghiera in grado di aprire il cuore, ma di trasformare l’orazione in un indice puntato contro gli altri, giudicati negativamente per far emergere solo la propria bontà. Di fatto questo orante dimostra solo di sentirsi a disagio in un mondo dove gronda male da ogni poro rispetto a chi osserva minuziosamente ogni precetto. Egli digiuna e paga le decime, ma nel dichiarare di non essere come gli altri peccatori rivela la propria narcisistica personalità, innamorata del proprio io e per questo incapace di aprirsi con occhio misericordioso agli altri.

In evidente contrasto sono i gesti, l’atteggiamento, le parole del pubblicano che prova imbarazzo per la vita che conduce e per questo non osa alzare lo sguardo per intessere leggendo negli occhi degli altri le conseguenze delle proprie scelte di vita. Sale al tempio per chiedere pietà, reputandosi un peccatore incallito, e nel rivolgersi al Signore segna la profonda differenza rispetto al fariseo gongolante nella presunta giustizia mentre si apre al tu di Dio che pone al centro dell’invocazione di perdono. A questa prima parola affianca l’altra espressione: si riconosce peccatore e per questo si apre a Dio. Ecco perché ritorna a casa giustificato; non per l’umiltà dimostrata, ma per l’apertura verso il Signore che illumina la sua vita e gli fa comprendere ciò che è necessario cambiare aprendosi alla misericordia, l’unica capace di salvare.

                                                                             ***

Il pubblicano non è un modello di vita, la sua condotta non va preferita alle virtù del fariseo perché il suo comportamento risulta assai discutibile: non é un campione di onestà. Ma a salvarlo è l’esclamazione “Dio, abbi pietà di me peccatore”, si batte il petto e non osa alzare lo sguardo, tutti segno del suo lento aprirsi verso la salvezza per cui torna a casa giustificato. Solo dettagli decisivi: rispetto all’artificiale sensibilità del “fariseo” radicata in una falsità senza possibilità di redenzione, il pubblicano si è incamminato sulla strada della verità perché non si colloca davanti a Dio con l’atteggiamento e le parole del fariseo che, anche quando prega, parla del proprio io a se stesso, recitazione aliena da ogni vero contatto personale con Dio.

Al contrario, non trovando in se stesso niente di buono, il pubblicano rifiuta di fare affidamento su se stesso avendone sperimentato l’aleatorietà, percepisce che la sua salvezza è nella totale dipendenza da Dio. Umiltà e povertà sono le componenti essenziali della preghiera, che non si improvvisano entrando in chiesa, sono atteggiamenti di fondo dell’esistenza perché la “povertà” non è solo questione di soldi. Una conferma viene dal fatto che il fariseo probabilmente non appartiene al ceto dei ricchi, eppure davanti a Dio agisce con la mentalità e la sicurezza propria del ricco. Il pubblicano certamente non appartiene alla categoria dei poveri, eppure, nella sua preghiera, nonostante discutibili esperienze di vita, manifesta un cuore di povero.

Questa parabola ha anche un suo specifico significato valido per la giornata missionaria mondiale.

La chiesa missionaria è quella del pubblicano, non del fariseo, chiuso nella torre d’avorio dell’orgoglio per il primato salvifico e, quindi, indisponibile al dialogo per cui è disposta a fare solo proseliti. La chiesa del pubblicano è serva, consapevole di avere bisogno di conversione e, quindi, in ascolto dell’uomo, via della Chiesa che si apre a Cristo riconosciuto unico Salvatore che non vuole tenere solo per sé.

La missione fa invocare lo Spirito per unire nella preghiera le nostre alle sofferenze di Cristo generando solidarietà, quindi stima, rapporti fraterni con i missionari, aiuti concreti.



Domenica XXIX:

La figura del giudice della parabola suscita la nostra risentita condanna perché non possiamo sopportare la sua indifferenza e la sua corruzione. La sua insensibilità nei confronti della situazione della vedova ci offende.

Ma se quel giudice fossimo proprio noi, sordi alla voce di chi, in tanti modi, richiede il nostro impegno?

è necessario non fermarsi di fronte alle nostre devozioni private, ma intervenire “prima del tramonto nel sole” pregando “sul monte”, come Mosè nella prima lettura, cioè saper guardare verso il basso, verso il campo di battaglia del nostro quotidiano. La “perseveranza” riguarda l’intera vita cristiana perché, come si legge nella 2° a Timoteo, occorre “rimanere saldi”, fedeli alla parola accolta e, quindi, capaci di resistere a tutte le mode, le ideologie, le propagande.

Il vangelo va annunciato coraggiosamente, nelle circostanze opportune e no. E’ lo stesso Gesù a porsi il quesito in cammino verso Gerusalemme, cioè verso la passione, sembra essere sfiorato dal sospetto del fallimento della missione, rivelando un tratto umanissimo della propria personalità: ma il Figlio dell’uomo troverà ancora… la fede sulla terra?”

A noi il compito di rassicurarlo circa la tenuta della nostra fede: almeno fino al tramonto del sole sulla storia degli uomini, le nostre mani resteranno alzate, nonostante l’inevitabile stanchezza, perché così potremo tutti vedere il domani glorioso.

Il pericolo della stanchezza è sempre imminente, invece dobbiamo scommettere costantemente su Dio, come la vedova, dignitosa ed indomita malgrado la non risposta del giudice alle sue richieste. Ella rappresenta orfani, donne sole, vedove, poveri ma prediletti da Gesù. Ella non si arrende, segno della sua solida fiducia in Dio; con la sua fede orante abbatte ogni ostacolo e grida il proprio no alla storia come ingiustizia verso gli ultimi aprendola, invece, alle nuove opportunità perché, tramite la preghiera, percepisce il respiro di Dio che scorre nell’uomo e nell’intera comunità, ossigeno di speranza che concretizza la salvezza in una costante esperienza d’amore.

Le mani alzate di Mosè rivolte verso l’alto sono vuote, ma sono il segno di una preghiera costante. Egli sente anche la stanchezza, ma è in compagnia, l’aiuto degli altri gli consente di continuare e, quindi, perseverare nella vittoria sul male perché capace di coinvolgere Dio nella propria vicenda. Il Signore non è però al servizio di ogni desiderio dell’uomo, egli risponde soltanto quando si richiede il bene e la domanda di grazia non risulta efficace se è fatta per esaudire interessi egoistici.

Ecco perché si prega con le mani alzate in modo da rendere ben visibile la limpidezza delle intenzioni. Non si tratta di battagliare contro qualcuno, ma di impetrare per l’uomo la giustizia e la crescita della retta coscienza. La preghiera non é fuga dalle responsabilità; perciò, le mani non si sollevano verso il cielo perché la terra ci fa ribrezzo, ma perché si è decisi a cambiare in meglio il mondo. Si prega per impegnarsi ed attingere il coraggio necessario; così le mani alzate indicano anche la nostra capacità di resistenza e il desiderio di coinvolgere altri invitandoli, quando si fa sentire la stanchezza ed il dubbio ci assale, a sostenere con le loro le nostre mani. Ecco perché Dio farà “prontamente” giustizia.

A questo proposito, occorre non compiere l’errore di assegnare all’avverbio un significato temporale. Con “prontamente” Gesù non vuole intendere subito, ma sicuramente ed esplicitare così la certezza significata dalla preghiera, cioè Dio è presente nella nostra storia ed interviene per il nostro bene al momento opportuno.

Domenica XXVIII:

Il tema di fondo della XXVIII domenica dell’anno risulta con chiarezza ed è la salvezza di Dio, che non conosce confini razziali, sociali, politici, culturali; infatti, sia nel brano del II libro dei Re, sia nel Vangelo é presentata come guarigione concessa allo straniero, nel Vangelo addirittura un nemico.

Naaman, un ufficiale assiro lebbroso, viene attirato dalla fama del profeta Eliseo, dal quale si aspetta chissà quali riti per essere liberato dal male. Invece si sente dire solo di lavarsi nel Giordano, certamente un fiume che non può essere paragonato a quelli maestosi della sua patria. Eppure ubbidisce e così il prodigio si compie. Il racconto diventa l’emblema del vero credente: ecco perché egli trasporta in Assiria sacchi di terra palestinese da spargere sul suolo patrio per avere la sensazione di vivere nella terra promessa ora che si è convertito all’unico Dio.

Il Vangelo, oltre alla gratitudine, invita a riflettere sulla qualità di chi vive la fede: uno straniero rispetto ai nove ebrei, per giunta lebbroso, quindi un emarginato, ma il vero salvato. Gli altri, come riferisce Luca, pur se guariti mancano di riconoscenza, non solo un pronunziare “grazie”, ma celebrazione della presenza di Dio che salva.

Il Signore offre a tutti la salvezza per cui nel mondo dovrebbe risuonare l’eco del ringraziamento. Invece! Dio scompare e si afferma l’io con tutto il suo orgoglio.

Gesù sfida la cultura del suo tempo col modo di trattare i lebbrosi, gli emarginati di allora. Si compromette con le leggi per diventare fermento nel mondo, amici di tutti in quanto cristiani testimoni di Dio che ama tutte le sue creature. La fede ritrova così in moto spontaneo di alleanza, di solidarietà, di simpatia con tutto ciò che è umano, discorso facile a livello generale, difficile nel quotidiano perché se le idee sono bellissime, chi le incarna spesso le tradisce.

Gesù non considera i lebbrosi impuri maledetti: amati da Dio, sono raggiunti dalla sua salvezza. Egli li inviati dai sacerdoti prima di essere guariti e così sottolinea il legame tra fede e abbandono fiducioso. Costoro ubbidiscono prima di vedere e costatare, in tal modo si precisa che la guarigione è conseguenza di totale fiducia perché l’azione di Dio richiede sempre un fiducioso abbandono. Ma questa non è la lezione principale che preme all’evangelista il quale precisa che 10 furono guariti ed 1 tornò a ringraziare: un samaritano fa sfigurare i giudei. Lo straniero, nella concezione corrente ritenuto lontano da Dio, diventa modello di fede, colui che ha capito la realtà profonda della salvezza: cioè un dono che fa nascere la gratitudine.



Domenica XXVII: LITURGIA DELLA PAROLA

La violenza, sotto mille forme, esplode in tante parti del mondo. A centinaia sono morti a pochi metri dalla riva di Lampedusa per cui viene spontaneo il lamento del profeta Abacuc: "Perché mi fai vedere l'iniquità e resti spettatore dell'oppressione?"

La risposta trova fondamento nella considerazione che a darla non è un Dio che sta dietro la porta, pronto ad intervenire direttamente nelle vicende umane secondo il bisogno immediato di ciascuno, ma un Dio santo, superiore al tempo. Egli ci segue e ci stimola perché facciamo buon uso della libertà per rivelarci il futuro che si perde nel suo stesso mistero perché non misura le vicende col metro del nostro tempo.

E’ una risposta di fede che ci fa toccare la sponda dell'infinito e costituisce la premessa al passo del vangelo (Lc 17,5-10).

Gesù propone qualcosa che secondo il nostro buonsenso risulta impossibile: la fede può sradicare un gelso? inoltre quale sarebbe l’utilità di un albero trapiantato in mare? E’ un paradosso, come tanti da lui usati per suscitare meraviglia e consolidare l’attenzione. Se i discepoli avessero fede quanto il piccolissimo granello di senape potrebbero aver ragione di difficoltà che sembrano insuperabili.

Quando si tratta di fede non è mai questione di quantità, ma sempre di qualità; è un atteggiamento vitale di tutta la persona posta in una situazione nuova di fronte alla vita ed ai suoi valori: fidarsi di Dio e del suo piano di salvezza. Infatti un briciolo di fede autentica ci mette sulla via del Signore e ci fa vivere in sintonia con Dio.

Alcuni credono di aver fede solo perché praticano riti religiosi; ma non sì tratta di fede come la chiede Gesù; è solo un surrogato perché la fede è totale affidamento alla volontà del Padre, apertura fiduciosa e responsabile alla parola di Dio per conformarvi la propria vita. Così si trova anche la risposta al dolore, ai mali della vita, alle ingiustizie.

Nel brano del Vangelo Gesù introduce il discorso del servo senza diritti dì fronte al padrone, espressione che suscita qualche perplessità se non comprendiamo cosa egli ha voluto dirci facendo riferimento al costume e alla mentalità del suo tempo. Egli utilizza il paragone per affermare che ciò che siamo, ciò che realizziamo di buono e di utile proviene dalla fonte della bontà e della misericordia, che è Dio.

Possiamo allora pretendere ricompense?

Chi ha veramente fede si affida a Dio senza accampare la pretesa di un riconoscimento di compensi; riconoscente, egli apre il cuore alla gioia per la bontà e per la misericordia che Cristo continuamente ci elargisce.

Domenica XXVI

La principale occupazione del ricco é godere nell’abbondanza e nei piaceri. Invece Lazzaro giace debole e ammalato, incapace persino di scacciare i cani randagi. Sorprende soprattutto il fatto che, malgrado la vicinanza, il ricco non si accorga del povero. E Gesù ricorda che non basta l’appartenenza a un popolo per essere salvi; conta invece come si è vissuti.

I fratelli del ricco continuano a vivere male la loro ricchezza, ciechi di fronte al povero così vicino ed insensibili alle Scritture, chiarissime su questo punto. Il ricco non osteggia Dio e non opprime il povero, semplicemente non li vede: ecco il pericolo della ricchezza, principale insegnamento della parabola. Perciò non serve avvertire i fratelli: hanno già Mosè e i profeti; loro necessitano di libertà per comprendere e lucidità per vedere.

Anche in questa domenica invitati a riflettere sui risvolti sociali del messaggio di Gesù e protagonista è il banchettante che costruisce la vita sul nulla per l’uso sbagliato delle ricchezze che non utilizza per farsi amici nel cielo, invece insulta il povero ignorandolo.

Cosa si rimprovera al ricco? Egli non ha un briciolo di comprensione per  Lazzaro che mostra, come in uno specchio, il suo abominevole agire. Il

ricco è condannato non perché violento o oppressore, ma perché ignora che l’amore del prossimo è il più formidabile principio sociale.


XXV domenica per annum

Questa settimana ha fatto scalpore l’intervista concessa dal papa alla rivista dei gesuiti. Ma lette con attenzione le parole del pontefice non devono meravigliare, infatti in esse si colgono benissimo tante espressioni di Gesù, sempre attento alla persona e pronto a cogliere il bene nei piccoli gesti di ogni giorno. Proprio come afferma il papa: ”Io vedo la santità nel popolo di Dio, la sua santità quotidiana: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati (…) Questa per me è la santità comune, La santità io la associo spesso alla pazienza: non solo il farsi carico degli avvenimenti e delle circostanze della vita, ma anche come costanza nell’andare avanti, ogni giorno.”

Da questa premessa egli parte per descrivere il ruolo e la missione della Chiesa oggi e nelle sue dichiarazioni possiamo riscontrare la grande speranza della mano tesa a tutti, infatti Francesco continua: “Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. E’ inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… Non possiamo insistere solo sulle questioni legate all’aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi.” Egli sceglie di schierarsi decisamente dalla parte dei poveri, degli ultimi che il profeta Amos difende come si proclama nella prima lettura della XXV domenica per annum, formidabile denuncia di come spesso ci si arricchisce nutrendosi del sangue dei poveri, è la “disonesta ricchezza” di cui parla Gesù.

Il profeta evoca situazioni odierne di ingiustizia e soprusi a causa delle “bilance false” utilizzate da banchieri senza scrupoli, della tecnica delle “vendite ritardate” per far accumulare debiti, del continuo e strumentale rialzo dei prezzi per imporsi come monopolio, di incette e strozzinaggio, ammonimento ed esame di coscienza  per i “padroni del vapore” che operano nell’industria, nel commercio, nella politica. Costoro, dice Amos, spesso vogliono apparire pii ed osservanti per il semplice fatto di rispettare esteriormente il sabato!

E’ quanto ha ribadito papa Francesco quando afferma: “La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio. Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla ‘sicurezza’ dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante. Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ciascuno anche se questa è un disastro. Bisogna fidarsi di Dio.”

Questa fiducia in Dio traspare dalla parabola proposta alla nostra attenzione nella proclamazione del vangelo, un passo difficile da comprendere, quasi imbarazzante e per alcuni, forse, scandaloso. Luca (16, 1-13) riferisce che il fattore viene lodato non perché ha operato il bene in assoluto, ma perché ha applicato la sapienza di questo mondo. Egli dimostra di essere scaltro in una condizione di emergenza dopo il licenziamento e la rassegna delle soluzioni possibili che lo attendono; con un’azione irregolare rimedia alle irregolarità commesse per farsi degli amici e viene lodato per l’energia dimostrata, per la capacità di decidere secondo una coerente logica in situazioni avverse.

Nella prospettiva indicata dall’evangelista Luca si trasforma in un gesto profetico nel senso che fa intravedere quanto Dio è disposto a compiere per l’uomo: dona e perdona, cioè rimette i debiti. Nel fare ciò invita a rovesciare la direzione del danaro: un percorso che dal freddo accumulo fa pervenire alla condivisione sulla quale fondare l’amicizia. Ecco la lode: farsi amici conta più del danaro e la scelta risulta necessaria perché non si possono servire due padroni.

Nel procedere all’opzione occorre ricordare che i beni materiali, pur risultando degli ottimi servi, costituiscono sempre dei pessimi padroni. Infatti, se di per sé la ricchezza non è cattiva, di fatto lo diventa se la trasformiamo nel nostro idolo. Allora divorerà il cuore e gelerà ogni pulsione al bene. In questa prospettiva diventa evidente anche l’insegnamento circa il paradigma economico di un mercato che pretende di realizzare una crescita infinita sulla base del convincimento che più danaro significa necessariamente più bene. Invece, per risultare un piacevole cordone amicale, le relazioni fra uomini devono basarsi sulla legge della solidarietà e della sobrietà per saper condividere e mostrare la cura che si ha del creato dove l’amicizia fa gustare la vita buona.







XXIV domenica per annum

 

La pagina del vangelo di Luca proposta alla nostra attenzione e che fa da sottofondo alla liturgia domenicale prende le mosse dal contesto evidenziato dai verbi mormorare e cercare chi é perduto. Il primo descrive la predisposizione dell’uomo a contestare Dio quando questi non soddisfa i suoi desideri e capricci infantili; perciò si costruisce il vitello d’oro, simbolo di tutte le idolatrie.

La parabola prende le mosse dalla esperienza che accomuna tutti noi pronti a desiderare e pretendere non il bene, ma i beni del padre. Questi, invece, attende; nel suo cuore domina amore e rimpianto, mai indifferente o distratto rispetto al figlio che manifesta un barlume di ravvedimento. La predisposizione al perdono scandalizza chi la giudica una debolezza rispetto alla pretesa di essere un esempio di gelido osservante della legge, dimentico che mentre il fratello minore “rientra in se stesso” e si converte, rimane ben radicato in una falsa virtù senza speranza, incapace di gioire per il ritrovamento di chi si era smarrito, per il ritorno di chi precedentemente aveva sbattuto la porta protestando. Perciò, quando si è portati a dubitare - e sospettosi, ci si pone il malevolo quesito: sarà poi vero? – evochiamo anche noi il fatto storico riportato nella seconda lettura e tratto dalla prima lettera a Timoteo. Paolo si propone come esempio di conversione frutto della grazia di Dio.

Le tre parabole della misericordia riportate dall’evangelista Luca costituiscono un momento centrale dell’insegnamento di Gesù, pronto non solo ad accogliere i peccatori, ma perfino a sedere a tavola con loro, gesto di partecipe amicizia che scandalizza farisei, scribi e sacerdoti, ribellatisi perché vedono pericolosamente ridimensionata la portata del loro potere di controllo delle coscienze nel mentre delimitano al tempio i luoghi dove poter incontrare Dio, alla legge da loro interpretata la possibilità di compire buone azioni, ai sacrifici che degenerano in una ritualità ossessiva, alla penitenza come gesto esteriore per nulla meritorio.

Gesù smantella questi sterili recinti insegnando che Dio lo si incontra nella vita di ogni giorno per cui assegna significato salvifico ad ogni gesto, persino alla paura dell’anima smarrita, al senso di inutilità di chi si percepisce come moneta senza valore, alla fame di cose del figlio prodigo, nostalgico dell’amore sperimentato a casa ora che da lontano finalmente riesce a coglierne la portata.

Tutto ciò non ha valore per i moralisti di ogni epoca, ma Gesù mostra, senza esitazioni, che Dio è l’amico sempre vicino agli smarriti perché pronto ad abbracciarli. Le tre parabole descrivono appunto la dinamica della perdita e del ritrovamento, ricordando che Dio è alla ricerca dell’uomo, ne ambisce la relazione positiva perciò prova una grande gioia quando lo trova, anche se l’anima smarrita non ha fatto ancora il passo definitivo verso di Lui. Egli è pronto a caricarsela sulle spalle perché è un Dio pastore, come la donna di casa non bada ai graffi lasciati dalle esperienze della vita su ciascuno di noi. Invece, condivide il crescendo di gioia, di contentezza, di felicità che unisce cielo e terra coinvolgendo amici e vicini.

Tre parabole dunque, tre piccoli monumenti della letteratura mondiale, tre soggetti da secoli ispiratori dell’arte, soprattutto trama di racconti che sintetizzano le dinamiche espresse poeticamente dal Cantico dei cantici: l’io amato e perduto coinvolto di nuovo nell’abbraccio vivificatore dell’amore di Dio.

 

Considerazioni tratte dalle letture della XXIII settimana per annum

 

A tanti, cristiani e non. che vivono le esperienze del momento, forse andrebbe rivolto il rimprovero che nell’Apocalisse è indirizzato alla comunità di Laodicea (Apoc. 3,15-20): “conosco le tue opere; tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma, poiché sei tiepido, sto per vomitarti dalla mia bocca, ecco, io sto alla porta e busso!”

Per evitare questo rischio la liturgia della domenica XXIII per annum ci invita a pregare secondo la seguente intenzione: Donaci, Signore, la sapienza del cuore, consapevoli che essa è dono di Dio, come si afferma nella I lettura, e non si identifica con l’erudizione o la scienza, conoscenza ottenuta grazie all’indagine razionale condotta con metodo e l’esperienza che solo la vita può dare. Si tratta invece, di un sapere particolare, capace di orientare la propria esistenza, sapienza che induce ad agire perché guida le scelte quotidiane, mentre possedere soltanto scienza ed erudizione significa vivere senza orientamenti perché privi appunto di una guida certa.

Il Vangelo traccia le caratteristiche della sapienza cristiana: é la scelta definitiva e fondamentale di Gesù, non della sua dottrina, ma la sua persona: opzione esistenziale, quindi, che si manifesta con la nostra disponibilità ad affidarsi a Lui. Ora, essendo Gesù non una persona qualsiasi, ma l’assoluto, è necessario mettere in pratica il suo invito finale: “chiunque non rinuncia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo”. Perciò non gli si può anteporre nulla; Egli è il vertice della scala dei valori, condizione descritta con la sconvolgente espressione “se uno non odia suo padre”, resa in italiano non molto bene perché il verbo greco “misein” in questo contesto andrebbe tradotto con “amare di meno”, conferma del fatto che di scelte “fondamentali” ce ne può essere solo una perché non si possono servire due padroni: Gesù o mammona, Gesù o la carriera, non possono esistere due assoluti.

Questo brano del vangelo di Luca diventa di più evidente comprensione se si considerano i versetti che lo precedono e lo seguono. Immediatamente prima Gesù propone la parabola degli invitati al banchetto. Costoro non accettano ricorrendo a scuse banali non rendendosi conto della serietà e della radicalità dell’invito e, così, pur ritenendo importante seguirlo, non sono disposti a rinunciare a concreti interessi. Immediatamente dopo Gesù utilizza la similitudine del sale che ha perso sapore per descrivere il discepolo che non ha capito per cui ha perso il fervore e si barcamena per forza di inerzia.

Con parole talmente dure da apparire addirittura scoraggianti, Gesù invita a riflettere prima di impegnarci con lui per non rimanere delusi, come chiarisce con le parabole della torre e del re. Accettare il Regno non è cosa da poco: significa entrare nella vita vera oltrepassando la porta stretta.

Dunque, chi è sapiente alla luce dell’esperienza cristiana non si lascia travolgere dalle cose, ma esalta il primato della coscienza illuminata da Dio e così non rischia il tutto per la parte, il provvisorio per l’eterno; non sacrifica ciò che è importante per correre dietro a ciò che appare urgente.

Considerazioni tratte dalle letture della XXII settimana per annum

La Conferenza Episcopale Italiana invita a celebrare il 1° settembre l’ottava Giornata per la salvaguardia del creato. Per la Campania e la nostra provincia fino ad ora non è stata una occasione per prendere coscienza del grave problema legato ad un uso scellerato dei beni gratuiti ed abbondanti che abbiamo ricevuto e che sprechiamo o distruggiamo, incapaci di conservali per le generazioni a venire. La nostra Valle non è afflitta dall’inquinamento ormai insopportabile della terra dei fuochi, come invece capita a nord della regione, comunque è oggetto di un uso speculativo del territorio, contro il quale dovremo prendere posizione e, soprattutto, costruire la barriera di una coscienza ecologica idonea per educare le giovani generazioni a rispettare madre terra.

E’ proprio la domenica che segna l’inizia di una settimana particolare per la nostra comunità: quella della fiera. Da mercoledì e per cinque giorni in paese verranno ospiti per celebrare con noi un rito antico, semplice e coinvolgente, esperienza che induce a riflettere sui suoi motivi di attrazione. Infatti, non è solo l’occasione per una passeggiata e per assaggiare un piatto della tradizione mediterranea, come avviene nelle tante sagre proposte durante l’estate cilentana. E’ qualcosa di più: un pellegrinaggio a ritroso verso le origini per gustare esperienze e relazioni che, nella loro semplicità, denotano ancora quanto siano profonde nell’animo umano: il cibo come festa della sopravvivenza, i sapori tradizionali come esaltazione della genuinità, una stretta di mano per confermare rapporti di buon vicinato oggi, come tanti secoli fa; tutte esperienze cementate a tavola. Le baracche diventano il luogo della memoria, della pausa di riposo, del superamento dell’ansia, speranza di un ritorno che rende sapida la vita.

L’auspicio degli organizzatori è che tutti, ripercorrendo a ritroso la strada che li ha portati alla fiera, si possano sentire sazi nel corpo, illuminati nella mente, soddisfatti nel proprio animo per una esperienza che, nella semplicità delle manifestazioni di vita di una civiltà di pastori, ricorda all’ulisse metropolitano della post-modernità come progresso, alla fin fine, continui a significare soprattutto la possibilità di godere in pace la fratellanza del proprio appartenere all’umanità. Tutti, quindi, siamo chiamati a collaborare per il buon esito esaltando la tradizionale predisposizione all’ospitalità degli abitanti di Cannalonga. Perciò, l’invito è prevenire qualsiasi occasione che possa turbare il tranquillo svolgimento delle manifestazioni previste nei cinque giorni di Fiera, soprattutto eventuali esagerazioni con gli alcolici.

Il passo del vangelo domenicale viene sintetizzato dalla famosa espressione: “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” e presenta Gesù intento a commentare i comportamenti da tenere dopo aver ricevuto un invito a pranzo. Egli non enumera prassi da galateo, frutto dalla saggezza umana o di calcoli sottili. Anche in questo caso le sue sono parole di vita eterna come si desume dall’immagine del banchetto al quale Gesù fa riferimento: evento “escatologico” che vede impegnati gli invitati a scegliersi un posto mentre il padrone di casa pronuncia il giudizio finale nel valutare il rapporto intercorso fra uomo e Dio: giudizio del cuore e non delle apparenze.

Dunque, occorre umiliarsi, imitare cioè Gesù che si è abbassato facendosi con i fatti obbediente e comportandosi sempre come colui che serve, fino nella tomba. Allora il Padre lo ha innalzato per metterlo a capo dell’universo. La centralità di Gesù mediatore dell’alleanza nuova, come si legge nella seconda lettura, induce Paolo ad affermare nella lettera ai Filippesi:”abbiate gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”.

L’umiltà diventa quindi una questione di scelte, di atteggiamenti concreti, disponibilità ad uscire da noi stessi, ad abbandonare le nostre pretese di superiorità, non dei superman, ma pronti a tendere la mano ai fratelli e servire per amore e non per calcolo, attendendosi vantaggi ed onori, ma in piena gratuità perché il cristiano si pone agli antipodi rispetto alla logica utilitaristica del “nessuno fa niente per niente”.

Il Vangelo propone di invitare poveri, storpi, zoppi, ciechi quando si offre un pranzo, una processione di indigenti e bisognosi che evoca in Isaia i tempi messianici della liberazione. Rivolgersi a chi non può contraccambiare dimostra che si è disposti a vivere non per se stessi, ma portando i pesi degli altri: vera forma dell’umiltà cristiana e perfetta imitazione di Dio il quale, essendo al vertice, nelle relazioni che cerca non può fare altro che andare in giù, pugno alla logica del mondo prono all’arrivismo nella ricerca di farsi valere per ascendere sempre più in alto.

Umiltà evoca l’humus, cioè la terra e ci riporta al tema del creato e della sua salvaguardia perché è il solo che abbiamo. Trasformiamo questa domenica anche in un’occasione per chiedere perdono alla madre terra per come ne abusiamo. Insignificanti omuncoli, per egoismo e smania di arricchimento abbiamo trasformato una delle regioni più belle della penisola in un letamaio. Sfruttamento, avidità, violenza richiedono una energica azione di riparazione prima che, oltre a sciupare la bellezza, non si determini una situazione di non ritorno che metta in forse la vivibilità del pianeta. Perciò, anche per questa situazione si sollecita un grande atto di umiltà: la consapevolezza cioè di affermare senza remore o paure da dove veniamo e di cosa siamo fatti: umiltà da humus, pugno di terra dal quale l’amore di Dio ha voluto far germinare l’uomo perché potesse con lui iniziare un’eterna relazione di amore, un banchetto nel quale la vivanda prevalente è la serena e gioconda consapevolezza che tutti insieme sono impegnati a celebrare l’amore di Dio.

Considerazioni tratte dalle letture della XXI settimana per annum

  

In questa domenica il Vangelo ci invita a riflettere sulla domanda più importante che ognuno di noi pone alla vita: è possibile dare un significato all’esistenza e
salvarsi dall’esperienza del dolore e dall’incombente vittoria della morte?

Un modo errato di porsi il quesito, come l’anonimo personaggio che interroga Gesù, è chiedere per curiosità e per fini meramente statistici, senza vero coinvolgimento personale. Invece, non interessa conoscere chi e quanti si salvano; per una domanda così coinvolgente ed esistenziale quel che importa è il come ci si salva. Perciò Gesù invita a superare ogni cedimento a mera curiosità per elevare il discorso al piano della saggezza.

Ebbene, nell’indicare come salvarsi Gesù fa riferimento sia a ciò che non serve o non è sufficiente, sia alla positiva considerazione su ciò è necessario.

La salvezza non è garantita da legami etnici, come ritenevano i suoi compatrioti, orgogliosi di discendere da Abramo.

Nel corrispondente passo riportato dal vangelo di Matteo, Gesù allarga questo tipo
di discorso anche ai suoi discepoli, compiaciuti perché avevano profetato nel suo
nome e perfino compiuto miracoli.

La precisazione è estremamente significativa, soprattutto oggi in un contesto globalizzante e multiculturale: non basta appartenere anagraficamente alla chiesa perché la  salvezza non è scontata per nessuno!

Gesù ricorda che per arrivarci occorre varcare la porta ”stretta”, che obbliga a prestare attenzione a chi ci è accanto senza cedimenti alle mode del momento; invece richiede un costante autocontrollo. 

La via stretta è la completa adesione a Cristo, non una mera verniciatura di
cristianesimo. Si tratta di abbracciare la croce di Gesù nella duplice
manifestazione di amore per Dio e per il prossimo, anche a costo di accettare
immancabili sofferenze.

La via larga, se ben riflettiamo, all’inizio sembra facile, comoda, allegra. Ma
col passare del tempo ed il reiterarsi di sterili esperienze si trasforma in un
vicolo cieco. Invece, la via “stretta” in principio rende duro il viaggio, poi,
grazie all’azione dello Spirito, apporta consolante sicurezza, indicibile
gioia, pace profonda. Perciò, attraversare la porta stretta non significa
evocare un’immagine pessimistica circa il numero di coloro che si salvano; ma
richiama la necessità dello sforzo continuo, di una costante vigilanza, di una
incrollabile perseveranza che rende coerenti tutti i nostri passi. Infatti, la
vita cristiana non va edulcorata con comportamenti imborghesiti che la rendono
irrilevante perché disponibile al compromesso giocando al ribasso.

Del resto, Gesù ha detto che i cristiani non devono essere il miele, ma il sale
della terra!

Considerazioni tratte dalle letture della XX settimana per annum

Nella Lettera agli Ebrei si paragona la Parola ad una spada affilata, capace di penetra non solo nel cuore di ogni uomo, ma anche nella comunità dove si vive. Purtroppo dobbiamo costatare che anche il nostro paese è ammalato non solo di consumismo, ma è vittima di un virus ancora più subdolo: la tendenza al compromesso, il rifiuto pratico di vivere alla luce della verità pronti ad adagiarsi nello scetticismo perche’ vittime del pensiero debole. I nostri comportamenti quotidiani sovente sono una risposta non consapevole al convincimento che la verità non esiste e ognuno può costruirsi la propria, unico lasciapassare in una società scettica e priva di legge morale.

E’ il quietismo dello spirito che Gesù condanna nel passo del vangelo di questa domenica perché Egli non è venuto a portare il compromesso, non ha mai avallato la propensione a dare un colpo al cerchio ed uno alla botte per servire due padroni. Perciò negli impegni pubblici e nella esperienza privata occorre bandire questo non dire mai “sì” o “no”, il non lasciar capire cosa si pensa e quali sono i principi di riferimento.

La furberia di voler andare d’accordo con tutti a scapito della verità e dell’amore autentico non paga anche in termini di relazioni umane. In tal senso Gesù è venuto a portare la divisione sollecitando in noi l’atto di fede, che non è la recita di formule, ma un continuo ascolto per essere pronti alla risposta e scegliere ciò che è veramente importante per noi.

La fede non è il vestito domenicale indossato per andare a messa, anche se già i 45 minuti dedicati al Signore nel giorno della festa sarebbero un bel segno ed una necessaria testimonianza soprattutto per i ragazzi ed i giovani del nostro paese rispetto alla indifferente sosta in piazza di tanti adulti mentre si celebra l’Eucarestia.

La fede è soprattutto l’abito di ogni giorno, il criterio col quale giudicare l’esperienze della vita in quanto il modo di porsi nei confronti di Dio diventa la discriminante anche nell’ambito di una stessa famiglia.

è in questa cornice delineata nella prima lettura della liturgia della parola. Si racconta una vicenda di persecuzione che somiglia a tante storie de nostri tempi: un uomo libero, Geremia, senza protezioni di amici portenti, dice al re la verità per cui è accusato di disfattismo e buttato ad affogare lentamente nel fango di una cisterna!

La sua colpa è il non voler rinunziare a pensare con la propria testa; percio’ è reputato un insopportabile guastafeste, impegnato a denunciare disegni pocculti vantaggiosi per pochi.

Ma la Provvidenza opera sempre e nelle circostanze più strane: nel caso di Geremia grazie ad uno straniero fuori dei giochi di potere, che ha il coraggio di denunciare la trama dell’inganno. Questa è il riferimento nel quale inserire il discorso di Gesù sui segni dei tempi e la nostra capacità di discernimento, compito precipuo dei cristiani di oggi, funzione profetica che può risultare scomoda, ma che non é eludibile se si vuole collaborare alla salvezza dell’umanità.

 

Il vangelo di questa domenica invita a concentrare l’attenzione sulla vigilanza: essere “pronti con la cintura ai fianchi e le lucerne accese”. Per enfatizzare la situazione Gesù aggiunge che il Signore viene come un ladro ed accanto a questa egli evoca l’immagine di non minore efficacia del piccolo gregge. Le “lucerne accese” trovano spiegazione nella parabola delle vergini e sono il segno dell’attesa e dell’accoglienza, la cintura ai fianchi l’uso dei lavoratori della Palestina, che rotolavano ai fianchi le vesti per non essere ostacolati nel lavoro, o dei viandanti per camminare speditamente.

Queste immagini ci fanno capire che la vita cristiana è un’attesa vigilante e responsabile del Signore che viene.

Come? Quando?

Di solito pensiamo all’incontro definitivo con lui dopo la morte, perciò dobbiamo essere sempre preparati.

Ma l’espressione “Il Signore che viene” non si riferisce a un solo istante, implica tutte le occasioni perché in ogni circostanza possiamo manifestare il nostro amore e prestare il nostro servizio; infatti, egli é in ogni fratello che ha bisogno di aiuto. Perciò, chiudere la porta alla solidarietà significa non essere vigilanti e pronti per l’accoglienza.

In ogni momento è possibile sentire l’appello del Signore che invita, ciò comporta attesa e vigilanza, atteggiamento che  esclude qualsiasi cedimento alla paura, che genera ansia. Ossessione ed angoscia sono sentimenti ben diversi dal timor di Dio, dono dello Spirito Santo e col quale manifestiamo  rispetto e consapevolezza alla santità del Signore, che è anche nostro Padre.

La paura causa inattività e, mentre si è in attesa, genera indolenza, esattamente il contrario di quanto significa il termine “attendere”, letteralmente tendere verso, cioè una tensione verso il futuro, che per noi cristiani acquista un volto ben preciso, quello di Gesù pronto ad abbracciarci esclamando: “vieni, servo buono e fedele…. “.

E’ un futuro da vivere nell’oggi, gioiosi nel prestare servizio, cioè nel testimoniare i valori maturati dentro il nostro cuore frutto di una scelta non eludibile: essere o avere? amore o possesso? condividere o accumulare per sé? servire o dominare? E’ la risposta a queste domande a rendere vitale il senso dell’attesa.

 

   "Una domenica per i saluti"

La prima domenica di agosto è dominata dall’idea del giusto riposo dopo tanto lavoro: quindi buone vacanze a tutti; questo periodo di ristoro del fisico sia anche occasione per irrobustire lo spirito dedicando spazio alla lettura ed alla meditazione per evitare il rischio di una immersione del proprio animo nella ritualità di uno spirito vacanziero pronto a realizzare il vuoto evocato nel termine, che non sempre è indice di giorno ben speso.

Gli auguri di buone vacanze si accompagnano anche al saluto della comunità parrocchiale, dalla quale ho imparato tanto senza dare molto. A tutti dedico questo ultimo pensiero omiletico che, mi pare, riassume bene il senso della vita. Dobbiamo ritenerci salvati soltanto quando sentiamo viva la presenza di Gesù nella nostra esperienza quotidiana. Egli ci invita a crescere in libertà, consapevolezza, amore, la via che ci propone, percorrendola, ci consente di raggiungere la vera gioia.

Il passo del vangelo di questa domenica impartisce una grande lezione di vita. Inizia col rifiuto di Gesù ad essere nostro giudice quando ci riconosciamo fratelli; infatti, la fratellanza presuppone un padre al quale egli rimanda. Accettare di essere arbitro tra due fratelli in contesa significa avallare la possibilità di contrasti tra chi è generato dall’amore di Dio, il  quale rimane sempre la lampada per illuminare i sentieri della nostra esistenza.

Dio gradisce che l’uomo sia sempre un libero ricercatore di percorsi, mai un semplice esecutore di ordini emanati dall’esterno. Per rendere evidenti questi insegnamenti Gesù racconta una parabola con la quale manifesta la sua sapienza nel delineare la mappa che rende possibile la nostra salvezza. Protagonista del racconto non è un uomo disonesto per l’avidità di possedere sempre di più. Non si tratta di considerare le conseguenze della sua cattiveria, ma di riflettere sui rischi ai quali conduce l’insipienza di chi, non ponendo attenzione al vero significato della vita, cede alla vanità.

Nella prima lettura Qoèlet evidenzia le aporie di una vita fatta di continue sofferenze per riempire sempre più i propri forzieri anche se, alla fine, si è costretti a lasciarli ad altri che non hanno lavorato e patito per costruirli. E’ la stoltezza dell’uomo ricco: questi intravede il benessere del suo futuro nel possesso di cose, che non ha mai mantenuto fede alle promesse di felicità perché incapace di colmare il cuore della vera gioia.

Il ricco della parabola è tremendamente solo, costretto a parlare con se stesso. Non ha nessuno al quale comunicare la decisione assunta e che gli da la possibilità di moltiplicare un patrimonio che lo condanna, però, alla carenza di relazioni interpersonali e, quindi, ad una irriducibile povertà interiore. Il fantasma improvviso della morte, evocato al termine del racconto, non è altro che la constatazione di una fine ingloriosa già presente però in un individuo ricco, ma morto agli altri.

Gesù in questa parabola non intende disprezzare i beni della terra, benedizione di Dio: la campagna assicura un raccolto abbondante, il problema è determinato dall’uso che se ne fa. La sterilità dei magazzini dove si ammucchiano ricchezze rimane una dolorosa condanna se non si procede alla condivisione, unico gesto in grado di generare il banchetto della festa auspicato dall’uomo ricco. Questi programma una lunga vita di riposo, buona tavola e divertimenti. Ma provate a fare queste esperienze da soli: il riposo diventa noia, il cibo calorie che ingrassano minacciando la salute, il divertimento impossibile. Perciò, Gesù invita a cercare una vita piena non nel bazar delle cose da possedere, ma tra le persone con le quali intessere relazioni fraterne. A queste condizioni non c’è bisogno di giudici per dirimere vertenze. Le esperienze della vita diventano occasioni per liberare l’uomo, di conseguenza risultano liberanti anche per gli altri.

E’ il vero segreto di una esistenza che radica il nostro spirito nella profondità del Vangelo del Regno. Essa può essere apprezzata soltanto se si è disposti a provarla concretamente per evitare che, dopo tanto sudore e spreco di risorse, nella cesta della vita si rischia di trovare soltanto ragnatele affogate nella polvere di stelle di tanti desideri e di aspirazioni ormai inservibili, ma che hanno ingannato un’anima alla ricerca di luce dove regna soltanto gelida oscurità.   

 

XVII domenica per annum

 

La prima lettura della liturgia della parola riferisce dell’azione d’intercessione fatta da Abramo per salvare Sodoma e Gomorra dalla distruzione; indica cioè che la storia ha per protagonisti l’uomo e Dio, storia della salvezza che, alla fine, vedrà prevalere non il male, causato dal comportamento dell’uomo, ma la misericordia del Signore, che offre a tutti la possibilità di salvarsi. Perciò è determinante non lasciarsi vincere dal senso dello sfascio ineluttabile; invece, occorre auspicare sempre il bene perché l’umanità è salva finché, non rassegnati al male, ci si rivolge a Dio nella fiducia e nella costanza della preghiera.

 

“Signore, insegnaci a pregare”: è l’implorazione dei discepoli nel passo del vangelo proposto alla nostra riflessione.

Uomini e donne di ogni condizione hanno visto Gesù immerso nell’orazione e sentono il desiderio di imitarlo iniziando dall’uso innovativo e rivoluzionario dell’invocazione Padre, anzi Papà, tipica del rabbi di Nazaret. Pregare in qualità di figlio, ecco l’originalità cristiana per santificare il nome di Dio, che rimane sempre il vero protagonista della preghiera. Di Lui si desidera «santificare il nome», darGli l’opportunità di svelare nei cuori degli uomini il suo volto: è il dono del Regno per la cui costruzione il discepolo è chiamato a collaborare. A questo fine si chiede il pane quotidiano, aggettivo che per l’evangelista Luca deve essere inteso come cibo sufficiente per un giorno. Per apprezzarlo veramente questo pane deve essere gustato con sobrietà e, soprattutto, condiviso per rinsaldare la fraternità. E’ difficile mantenere sempre questi propositi, allora il cristiano in preghiera sollecita il perdono, che può essere ottenuto soltanto se si è disposti a perdonare gli altri. L’esperienza di vita in comune presenta tante difficoltà, da qui la richiesta di non essere indotti in tentazione quando la minaccia della persecuzione, il tempo della sofferenza, la tempesta del dubbio, motivi di turbamento, la banalità di tante prove quotidiane, che minano il fervore della speranza, rischiano di indebolire la fede.

 

Sono le modalità della preghiera come le ha insegnate Gesù, che ci impegna a fare ciò che chiediamo: programma di vita del vero figlio di Dio, esso ci libera dalla inerzia e dalla pigrizia e ci aiuta ad operare secondo la volontà del Signore.

 

Pronti al pellegrinaggio in compagnia dei fratelli, senza confondere lo spirito della preghiera con le orazioni come formule, facciamo il proposito non di moltiplicare gesti esteriori ed aride parole, ma di mantenere fervente il dialogo interpersonale, perseverante ed insistente per purificare le nostre intenzioni e le nostre richieste. Infatti, Gesù propone non solo formule, ma sollecita un atteggiamento, uno stato d’animo, apprezza la preghiera come insistente tentativo di ritornare a Dio, di creare con lui un saldo legame, una rete di nomi e di volti che si specchiano nel Padre. La relazione con Lui si trasforma in un invito a mantenere un cuore di fanciullo, riconoscente verso chi dona la vita.

 

A queste condizioni è possibile apprezzare al cibo di amore che ci fa vivere, mentre la consapevolezza della nostra caducità ci deve indurre a invocare il Padre riconoscenti per le sue gioiose carezze, a sentire la consolante presenza della sua mano quando il dolore graffia anima e corpo, a ritenere il prossimo un segno nel mondo della fame di Dio, vera opportunità di redenzione per tutti.

 

XVI DOMENICA DELL'ANNO

Il tema di questa sedicesima domenica dell'anno é l’ospitalità e l’accoglienza enfatizzato nella I e III lettura, un modo per riprendere il discorso sul prossimo da amare della scorsa domenica in una continuità che lo descrive come amore che ospita, capace di accogliere nei modi più diversi chi bussa alla porta del cuore: non un discorso di galateo, ma squisitamente religioso. Le motivazioni sono sintetizzate considerando chi riceve: nel forestiero è celato il Signore, esperienza fatta da Abramo, il quale accoglie tre ospiti misteriosi e manifesta la sua fede in azioni concrete con le quali esprime la sua premura, sintetizzata questa settimana dalla CEI nell’appello alla solidarietà globale.

In Gesù Dio è diventato uno di noi, ha posto la tenda in mezzo a noi. Egli gradisce essere ospitato e noi lo accogliamo soprattutto in tre circostanze: quando accogliamo coloro che annunziano la sua parola (Mat. 10,40), i bambini (Lc.9,48) e i bisognosi o i deboli, con i quali Gesù s’identifica (Mat. 25, 34-40). Il frutto dell'accoglienza va al di là di ogni speranza puramente  umana, come il figlio della discendenza per Abramo, come la ricompensa dell’eternità perché "a quanti lo hanno accolto, Gesù ha dato il potere di diventare figli di Dio".

Il Vangelo invita a un passo avanti descrivendo l'ospitalità che Gesù riceve da Marta e Maria (Lc 10, 38-42). Le due sorelle aprono il cuore all'accoglienza svolgendo compiti diversi: Marta prepara il pranzo, Maria intrattiene Gesù. Marta, attentissima a predisporre tante cose, presta meno attenzione all’ospite. Maria gli da la possibilità di esprimersi, entrare in dialogo scegliendo la parte migliore. Per Gesù Marta deve mutare atteggiamento interiore, superare la tentazione d’immergersi nel fare che può far dimenticare la necessità di ascoltare la parola di Dio per illuminare la propria esistenza. Gesù non è un ospite muto e noi possiamo trasformare noi stessi e il mondo prestando attenzione alla voce dell’ospite che parla nell'intimo della coscienza: Dio si fa nostro ospite per poter parlare al nostro cuore. Apriamoci, dunque, all'ospitalità.


don Luigi Rossi

 

Auguri ai cresimandi della parrocchia che riceveranno da mons. Ciro Miniero il sacramento questo pomeriggio. Tutta la comunità farà corona per esaltare la loro scelta ed accompagnarli nella progressiva crescita interiore alla luce di Cristo e grazie all’azione dello Spirito.

Le letture della messa domenicale sono particolarmente impegnati, sopratutto il Vangelo, famosa ed insuperabile sintesi della storia dell’umanità. Gesù non ci dice chi sia lo sconosciuto ferito lungo la strada di Gerico ed indicato come prossimo perché egli insegna che non lo si deve definire in base all’appar­tenenza, ma in relazione al bisogno: prossimo è chi necessita di aiuto e nel quale ci imbattiamo, punto.

Protagonista positivo per Gesù non è chi osserva la legge o chi è impegnato nel culto a Dio, ma un disprezzato samaritano, un miscredente; nel sostenere ciò afferma che il bene lo si trova anche dove meno te l’aspetti, senza delimitazioni o frontiere. Lo si trova dove alberga la compassione che spinge a gesti concreti di aiuto disinteressato.

Tutto ciò è racchiuso nella coinvolgente domanda: «Chi di questi tre si è fatto prossimo?», da intendere come soggetto che ama, più che oggetto da amare. Rispetto al quesito teologico rivoltogli (“Cosa fare per avere la vita eterna?”), il Maestro di Nazaret invita alla conversione interiore per capovolgere il mondo e raddrizzare la storia convertendo il proprio io: “Ama il tuo prossimo come te stesso”.

Una ennesima dimostrazione di questa dinamica della storia l’abbiamo avuta col viaggio di papa Francesco a Lampedusa: egli è andato e con i gesti ha tracciato una linea di impegni, mentre un politico italiano, noto soprattutto per le proprie giravolte partitico-ideologiche, ha commentato ammonendo che non si governa con le preghiere!

 Mi domando: per i poveri clandestini sbarcati nella piccola isola tra i due chi è stato veramente “prossimo”?

 Il quesito ci accompagna da giorni e trova una ulteriore enfasi proprio per la situazione nella quale si vive a Vallo. La piazza principale, ai piedi del monumento che inneggia al sacrificio dell’uomo comune per la Patria durante la grande guerra, si è trasformata in una via di Gerico. Un manipolo di operai della società impegnata a raccogliere i rifiuti manifesta nell’indifferenza generale e soprattutto delle istituzioni. Da notare che alle loro spalle è ubicato il municipio della cittadina capitale del Cilento! Non vengono pagati da mesi e, giustamente, interrogano i dirigenti sulle prospettive future, ma anche sulla necessaria applicazione della giustizia che prescrive di pagare la mercede agli operai!

Che fare? Imitare il dottore della legge, il sacerdote diretto al tempio, il levita impegnato a raggiungere in fretta il luogo sacro per procedere al sacrificio? Un caso di coscienza ed anche manifesta impotenza rispetto ad una situazione che sembra irrisolvibile. Intanto mentalmente è possibile vedere in azione il samaritano decritto da Gesù, sentire echeggiare i dieci verbi con i quali viene descritta la sua azione di “prossimo”. Nella minuziosa precisione dell’evangelista si richiamano le dieci parole-comandamenti che da millenni andiamo ripetendo a memoria.

Non basta il ricordo durante la Messa, avendone la possibilità si denunzia la vicenda e si invitano i dirigenti alle dimissioni, le dimissioni di tutti, anche di coloro che hanno proceduto alle nomine ed ora nascondono il ditino tranquillizzando la coscienza col dire “io opero in altre istituzioni”: parlamento autoreferenziale, regione carrozzone, provincia vanesia, comuni fantasma! Tutti costoro in coscienza sono tenuti alla restituzione degli emolumenti di varia natura percepiti nello svolgere un incarico che ha dato risultati così fallimentari. Anche questo è sperpero di risorse pubbliche, … se non c’è stato di peggio. Se poi si considera che, a volte, chi ha così male operato ha svolto un incarico per il quale percepiva un secondo lauto compenso, allora il giusto sdegno deve essere senza appello, soprattutto in questi gravi momenti di crisi!

L’invito di Gesù alla compassione obbliga a bloccare la penna e non continuare, se veramente vogliamo essere coerenti, per ritornare a riflettere sulla necessità di un’azione da prossimo partecipe e simpatetica.

Signore, abbi cura di chi è nel bisogno, certi che al tuo ritorno a tutti darai il giusto in proporzione. Inoltre, convinci gli apparenti servitori del popolo di evitare l’ipocrisia di una loro presenza durante la prossima processione del protettore di Vallo: hanno fatto scempio di ogni residua dignità, non c’é bisogno del loro irriverente chiacchiericcio durante una manifestazione corale delle tradizioni di un popolo, da loro già tradito abbastanza!

SOLENNI FESTEGGIAMENTI IN ONORE DELLA

BEATA VERGINE DEL CARMELO

ANNO 2013

Un altro giorno di festa, vissuto nel tenero abbraccio con Maria, la Vergine del Carmelo, è il
16 luglio 2013. Come i nostri avi mille anni fa su insegnamento dei monaci italo-greci, noi oggi
invochiamo ancora Colei che mostra la via, l’Odigitria, rappresentazione della Madre di Gesù dalla
quale dobbiamo trarre ispirazione, perché continua ad essere per noi la Brephocratousa, Colei che
porta il Bambino, segno di speranza e certezza di pace.
Nei secoli Maria è stata per la comunità di Cannalonga Muraglia Incrollabile, cioè la
Blachernitissa.
Anche noi, con le mani elevate al cielo preghiamo con Lei, certi che in compagnia della Panaghia,
Tutta Santa, saremo ascoltati da Dio. Lei, la Theotokos, Madre di Dio, simbolo e dimora della
Chiesa, che nel Verbo unisce l’umano allo splendore della divinità, ci protegga, ci aiuti, ci dia la
forza di fare ciò che è bene e corrisponde alla volontà del Padre.

IL PROGRAMMA

 

Sac. Luigi Rossi

 

 

Su “Avvenire”, in prima pagina, ho letto la giusta denuncia circa una nota blasfema che ha offeso con la mia, la sensibilità di tanti nel mondo. E’ stata pubblicata su facebook che, alla protesta di qualcuno, ipocritamente ha risposto asserendo che nel controllo effettuato non è stata riscontrata violazione delle regole “in merito ai discorsi di odio”. Di conseguenza è stata messa in rete la vignetta che rappresentava una Madonna intenta a guardarsi la pancia e con fastidio pronunciare l’espressione: “Maria Vergine avrebbe dovuto abortire”!

E’, questa, nell’opulento, stanco, frastornato Occidente, una manifestazione di libertà di espressione che non presenta segno alcuno di odio?

Nel mondo mussulmano avrebbe determinato, e giustamente, la reazione di tutti anche in considerazione del rispetto che portano verso Maria.

Allora, per coerenza, in virtù dell’aborto auspicato, l’estensore della melensa provocazione e chi gli tiene bordone in nome di una presunta libertà di espressione dovrebbero rinunziare ad ogni beneficio che deriva loro dalla presenza di Gesù nella storia dell’umanità e ritornare nella caverna dell’uomo lupo al proprio simile.

Il Vangelo di questa domenica, invece, ribadisce, esaltandolo, l’ottimistico senso di fiducia nell’uomo così come traspare dalle parole di Gesù. Egli invia per Israele i suoi discepoli raccomandando di entrare in ogni casa per augurare la pace, pronti ad accettare l’ospitalità e concedere in cambio la guarigione annunciando che il Regno di Dio è vicino. Egli è convinto che “la messe è abbondante”; cioè Gesù è consapevole che la terra continua sempre a garantire i suoi frutti: il grano, che in questo caso rappresenta l’umanità da lui osservata e giudicata in un modo nuovo, infatti, nella sua bontà non può non vedere il campo traboccante di spighe. E continua invitando con parole fino ad oggi interpretate sovente come una sorta di pianto greco, circa lo scarso numero degli operai. Alcuni ambienti ecclesiastici, pronti ad esaltare nostalgicamente il passato ritenuto sempre migliore, si abbandonano a manifestazioni di sfiducia e a giudizi negativi circa la provvidenza implicita nella storia e, quindi, sulla capacità oggi di beneficiare della salvezza. Ma, a ben riflettere, l’affermazione dl Maestro di Nazaret non è un lamento circa la mancanza di operai nella vigna del Signore, bensì un ribadire che il mondo è buono, che Dio semina il bene nei cuori, per cui i discepoli sono inviati per operare il capovolgimento di prospettiva annunciando, appunto, che il Regno è vicino. Ed oggi da più parti è possibile percepire il momento epocale per dare inizio ad una autentica rinascita religiosa; perciò ci si deve impegnare a vivere la crisi, da tutti denunciata, come un laboratorio di progetti fecondi, di frutti di libertà per la vera salvaguardia dell’uomo e del creato.

E’ vero, possono risultare pochi e, spesso, mancano del tutto gli operai del bello, i contadini del buono, vale a dire i discepoli mandati dal Signore nella sua vigna; ma chi vi opera è invitato ad avere una mentalità più positiva verso l’umanità, confidando in Dio e non sui mezzi umani. Da qui l’invito perentorio a non portare borsa o sacchi e sandali, cioè a non fare affidamento sui mezzi materiali o ricchezze, consapevoli della necessità di testimoniare l’amore di Dio e di annunciare il vero vangelo, senza bisogno di cose. Accettare di avere un ruolo nell’umanità, ma da svolgere con queste modalità, può ancora apparire un operare come agnelli in mezzo ai lupi, ma da queste parole non deriva la rassegnata circostanza che il male vincerà, significa soltanto che i suoi agenti sono più numerosi forse, ma certamente non più forti.

Una dimostrazione è fornita proprio dall’operato di papa Francesco, il quale pubblica la sua prima enciclica come gesto di convergente azione ministeriale con quella svolta da Benedetto XVI. La luce della fede è la prima scritta, per così dire, a quattro mani e pone fine al magistero del papa emerito, il quale ha realizzato la stesura preparatoria considerandola la conclusione di un percorso iniziato con l’enciclica sulla carità e continuato col suo bellissimo inno alla speranza. L’ultimo documento pubblicato costituisce la logica conclusione dell’anno della fede, ma anche la riconferma della singolarissima esperienza della chiesa di Roma con i suoi due papi, che testimoniano, così, come la successione petrina è un coerente impegno a confermare i fratelli proprio nella fede.

Nella nuova enciclica, siglata da Francesco, si legge che la fede è innanzitutto un dono di luce necessario per illuminare adeguatamente l’esistenza umana e consentirle di allargare i suoi orizzonti rafforzando la fiducia nel bello e nel buono, che nella loro completezza possono venire solo da Dio. Ad annunziarlo sono coloro che, avendo creduto all’invito della Parola, sono stati capaci, come Abramo, di uscire dall’egoismo del proprio io per iniziare il viaggio che porta all’incontro con l’amore trinitario, il solo che può vincere la sterilità di una vita senza prospettive, senza speranze, senza futuro. Mediatore di questa grande opportunità di salvezza è Gesù, la cui vita ed il cui insegnamento risultano totalmente affidabili perché nessuno più di lui è capace di stare, mano nella mano, a fianco del prossimo più bisognoso, gli ultimi, i paria che tutti gli altri sfuggono. Egli è il solo che veramente ci può parlare di Dio facendoci partecipi del dono della fede perché la sua incarnazione lo ha reso completamente uno di noi, a noi simile in tutto, anche e sopratutto nel dolore, nella solitudine, nell’abbandono, nella sconfitta, proprio in tutto, eccetto il peccato, perché ha saputo superare ogni tentazione, anche la più subdola. Ci procura il dono dell’autentica fede perché Egli è la Verità; quindi la sua presenza e la sua persona risultano estremamente attuali oggi, quando si ricerca solo l’apparenza, l’immagine e non la realtà del bene.

Questa fede, che nasce dal dono amorevole di Dio, rafforza i vincoli di fratellanza tra gli uomini e, se veramente sentita, ispirando una vita coerente, contribuisce a trasformare la città dell’uomo nella città dell’amore che rinsalda i vincoli sociali, aiuta a superare ogni crisi perché affratella facendo considerare proprie le difficoltà degli altri, impegnando a collaborare per la soluzione dei problemi che angosciano il quotidiano di tutti. Perciò, non si può non concludere se non invocando Maria, Beata perché ha creduto, Icona perfetta del fedele.

Ella ha concepito con fede e gioia, esattamente il contrario di quanto, in modo banale, si auspicava nella vignetta scritta da chi per non precipitare nell’angoscia di una solitudine senza speranza deve avere il coraggio di iniziare una lunga meditazione e trovare le ragioni del suo credere alla vita proprio nella Vergine che ha generato il Figlio, Salvatore di tutti, anche di chi continua gratuitamente ad offenderLo per avere un minuto di oscena celebrità.

XIII DOMENICA DELLANNO

S. Paolo distingue tre modi di porsi rispetto alla legge: essere sopra la legge, trasformando così la libertà in licenza, in proprio comodo, calpestando praticamente la legge; essere sotto la legge, schiavi di essa, come se la legge fosse una catena che ci lega; essere nella legge, considerando la legge come espressione di amore e di rispetto per gli altri. Soltanto vivendo questa ultima condizione si realizza la vera libertà dei figli di Dio, che accettano la volontà del Padre come espressione suprema dellamore. La prima lettura ed il vangelo chiariscono ancor più questa esigenza di vita.

Elia sta per concludere la sua missione, ecco perché cerca Eliseo, che dovrà essere il suo successore. Evidente la differenza tra Elia e Gesù: il profeta permette al giovane di andare a salutare i suoi, Gesù è più radicale "lascia che i morti seppelliscano i loro morti". E troppo duro? Gesù è più esigente: perché? Perché la luce della sua verità e il calore del suo amore attraggono completamente coloro che Cristo indirizza a Dio; pertanto i veri discepoli non si lasciano attardare nel cammino da niente e nessuno. Il Padre, che ci vuol bene e ci salva in Cristo, ci affascina a tal punto che non possiamo distogliere mai gli occhi e il cuore da Lui, camminare annunziando Lui e il suo regno di giustizia e di pace.

Gesù sconvolge tutti noi mentre sincammina verso Gerusalemme con passo sicuro malgrado la stanchezza, nessuno può fermarlo nonostante gli avvertimenti e linvito alla prudenza. Così in Luca 9,51-62, brano drammatico per il rifiuto dei Samaritani, tradizionali nemici degli Ebrei a consentirgli di attraversare la loro terra per rendere più facile il viaggio e per le condizioni che il Maestro pone a chi intende seguirlo. Quindi, "camminare verso Gerusalemme significa andare verso il luogo dove si realizza la sua missione, fino al Golgota, dove si sperimenta la non-accoglienza, che il rifiuto dei Samaritani anticipa e che Gesù non punisce con la collera, invocata dai suoi discepoli. Egli riserva a costoro la misericordia dell'amore paziente: è la sua missione.

Alle richieste di alcuni, che manifestano la disponibilità ad essere suoi discepoli, Gesù risponde utilizzando immagini ed espressioni paradossali per enumerare le condizioni indispensabili per essere suoi discepoli, consapevole che la vita pellegrinante delluomo non è segnata solo da povertà e fatica, ma anche da insicurezza e precarietà.

Indica la prima condizione con le parole: "Le volpi hanno la loro tana, gli uccelli i loro nidi, ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo"; cioè il discepolo non può aspirare a sicurezze umane, ma fonda la sua speranza sulla paternità di Dio, consapevole che il suo cammino è un tracciato di vita provvisoria, quindi deve mettere in conto anche di perderlo.

La seconda condizione invita al distacco radicale anche da persone care se ostacolano il cammino perché il vero amore è sempre ed innanzitutto sprone ad accettare e condividere il progetto di salvezza del Signore.

Terza condizione per seguire Gesù è essere costanti, superando ripensamenti e nostalgie perché "nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio. L'immagine rimanda al contesto agricolo della Palestina per ricordare quanto sia difficile tracciare solchi diritti nell'impervia e sassosa esperienza della vita. Voltarsi indietro per misurare soddisfatti il lavoro già fatto è rischioso perché lattimo di distrazione può essere fatale.

Il segreto perciò della vera sequela di Gesù si fonda sullassoluta fiducia in Dio, sul radicale distacco, su una costanza senza ripensamenti, tre condizioni che rendono il cristiano una persona veramente libera e consapevole che la sequela non consente rinvii, distrazioni, nostalgie o uscite di sicurezza.



don Luigi Rossi

I primi cento giorni di ministero petrino di Francesco hanno ricordato al mondo proprio questa prospettiva.

Azioni e parole del papa esaltano il progetto di Dio per l’uomo grazie all’azione di Gesù testimoniata dalla sua chiesa. E’ un programma che si incentra sulla misericordia come annuncio della bellezza di Dio, esperienza che obbliga a porre al primo posto gli altri da ricercare soprattutto nelle periferie per condividere con loro la gioia, unico autentico stile possibile al seguace di Gesù, opportunità per essere partecipi della sua magnanimità, che fa veramente grandi coloro che il mondo considera piccoli e insignificanti ed, invece, sono oggetto costante dell’attenzione della Chiesa pronta a chinarsi sul povero. E’ la tenerezza di Francesco che riempie piazza san Pietro ogni settimana di una umanità che in lui cerca l’impronta di Dio e la trova perché egli è capace di discernimento spirituale e di un magistero affettivo che sa riempiere il vuoto di anime stanche.

La liturgia della domenica XII per annum da voce a Zaccaria che per noi profetizza lo spirito di grazia e di consolazione, una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità senza alcuna distinzione, come precisa Paolo, perché non possono esistere rivalità etniche, ingiustificabili divisioni tra schiavo e libero e la giustizia deve essere garantita senza differenza di sesso. Tutti hanno diritto ad una vita serena perché figli di Dio grazie alla fede in Gesù.

Perciò, se apparteniamo a Cristo siamo eredi della promessa, e quale promessa! Il passo del Vangelo ne chiarisce dimensione e portata mentre ci invita a momenti di silenzio, di preghiera, di solitudine, occasioni per scoprire la propria identità più profonda. In queste circostanze possiamo comprendere, chiara e tangibile, la verità e rispondere alla domanda posta da Gesù: Chi dite io sia?

La risposta presuppone il coraggio di andare oltre quanto hanno sostenuto gli altri; infatti, non si tratta di mera conoscenza, ma della necessità di scoprire il rapporto personale con lui, i sentimenti e le azioni che si è capaci di dedicargli. Più che ripetere evocazioni fatte da altri in passato, è richiesto un continuo riferimento ad una coinvolgente dimensione del presente per attestare finalmente la verità del Messia. Egli é il braccio e la bocca del progetto di Dio proiettato nel Figlio dell’uomo, il quale sperimenta la passione che non si conclude con la tomba per la morte in croce. Infatti, nessuna prigione può contenerlo. Le modalità di realizzazione di questo progetto di Dio per l’uomo non richiedono di abbracciare la croce di Cristo, ma accettare la propria, consapevoli che se il disegno è unico, le modalità di realizzazione sono tante quante le strade che gli uomini percorrono. La croce diventa allora la sintesi del vangelo che noi dobbiamo prendere e portare collaborando con Gesù convinti che, nonostante le apparenze ed alcune esperienze difficili, la vita risulterà sempre buona perché nella sua creatività collaboratrice dona letizia, la perfetta letizia della semplicità di chi confida in Dio sentendosi veramente suo figlio.

Domenica XI per annum

Una fede che vive solo di osservanza di regole non ritiene possibile il passaggio dal peccato allamore, facendo dimenticare che il rapporto con Dio si esaurisce nel riceve amore per restituire gratitudine. Vera rivoluzione del cristianesimo è il passaggio gioioso dal poco amore, legato ad uno sterile rispetto della norma, al molto amore di chi, nonostante tutto, continua a percepirsi figlio di Dio e, quindi, cerca di imitarlo fiducioso nel suo perdono che genera una riconoscente amicizia.

Il passo del vangelo di questa domenica, grondante di lacrime e damore, ci mostra come Gesù si fa largo nel groviglio dellanimo umano dando la possibilità di risurrezione anche allultimo, a chi non entra nelle graduatorie delle nostre etichette. Lepisodio contesta i nostri orientamenti morali ed i nostri canoni di giudizio, mentre conforta perché asserisce che il cristianesimo non è un coacervo inestricabile di doveri e di dogmi, ma continua disponibilità a dare e a ricevere amore. Solo i cinici si scandalizzano per gesti ritenuti sconvenienti che vanno contro tutti i rituali per esaltare il perdono ben oltre leventuale debito della giustizia. Appunto è per/dono, non può essere annoverato tra azioni soggette alla contabilità del dare e dellavere nella logica del baratto.

Un ricco fariseo è ben contento di guadagnarsi la stima di tutti invitando a pranzo di sabato un rabbi. La casa è aperta alla curiosità dei vicini perché la porta dingresso rimane spalancata. Di ciò approfitta una donna che, generando profondo scandalo negli astanti e risentimento nel padrone, non solo va a curiosare, ma, seduta ai piedi del rabbi, li cosparge di nardo. Ne fissa gli occhi e percepisce che egli è luomo del perdono perciò, pentita, incomincia a piangere. I tre personaggi principali della strana scena si scambiano sguardi dai quali traspaiono sentimenti diversi e contrastanti.

Il fariseo, legato alla legge, incomincia a dubitare delle qualità dellillustre ospite: si fa toccare da una peccatrice! Si confrontano così due mondi, due codici di comportamento, due modi di ragionare. Vero cieco, che non sa andare oltre le apparenze, è il fariseo: della donna vede il peccato, non lamore; condizionato dai tabù, non scorge in Gesù, che si lascia toccare, la misericordia di Dio. Da una vita si è preoccupato solo di non farsi contaminare entrando in contatto con i peccatori.

Gesù, invece, sa che Dio è Padre di tutti, buoni e cattivi, perciò non allontana, ma cerca i peccatori. Il contrasto fra Gesù ed il suo ospite risulta inconciliabile perché é morale e teologico, coinvolge la concezione che si ha di Dio. Inoltre, al contrario della donna, il fariseo non è consapevole di essere peccatore: ecco perché non mostra riconoscenza sentendosi perdonato. Gesù tenta di far ragionare Simone raccontandogli la parabola del ricco banchiere pronto a condonare quanto ha prestato a due debitori. Il fariseo sa risponde, ma non mette in pratica quanto la sua intelligenza gli suggerisce, non percepisce il senso di liberazione e di perdono che ridà nuova dignità. Secondo il suo senso della giustizia egli non avrebbe debiti, perciò non prova riconoscenza: forse nutre stima verso Gesù, ma non il senso di stupore che genera gioia. Questi sentimenti li può provare chi, perdonato, è consapevole di essere amato gratuitamente.

Gesù entra nelle case di tutti: ricchi farisei, poveri contadini, noti peccatori, ma alla fine pronunzia il suo giudizio che scompagina la logica umana e traccia una scala gerarchica segnata dalla preminenza dellamore. Sei pronto ad aprire la porta?

 


Paolo distingue tre modi di porsi rispetto alla legge: essere sopra la legge, trasformando così la libertà in licenza, in proprio comodo, calpestando praticamente la legge; essere sotto la legge, schiavi di essa, come se la legge fosse una catena che ci lega; essere nella legge, considerando la legge come espressione di amore e di rispetto per gli altri. Soltanto vivendo questa ultima condizione si realizza la vera libertà dei figli di Dio, che accettano la volontà del Padre come espressione suprema dell’amore. La prima lettura ed il vangelo chiariscono ancor più questa esigenza di vita.

Elia sta per concludere la sua missione, ecco perché cerca Eliseo, che dovrà essere il suo successore. Evidente la differenza tra Elia e Gesù: il profeta permette al giovane di andare a salutare i suoi, Gesù è più radicale "lascia che i morti seppelliscano i loro morti". E’ troppo duro? Gesù è più esigente: perché? Perché la luce della sua verità e il calore del suo amore attraggono completamente coloro che Cristo indirizza a Dio; pertanto i veri discepoli non si lasciano attardare nel cammino da niente e nessuno. Il Padre, che ci vuol bene e ci salva in Cristo, ci affascina a tal punto che non possiamo distogliere mai gli occhi e il cuore da Lui, camminare annunziando Lui e il suo regno di giustizia e di pace.

Gesù sconvolge tutti noi mentre s’incammina verso Gerusalemme con passo sicuro malgrado la stanchezza, nessuno può fermarlo nonostante gli avvertimenti e l’invito alla prudenza. Così in Luca 9,51-62, brano drammatico per il rifiuto dei Samaritani, tradizionali nemici degli Ebrei a consentirgli di attraversare la loro terra per rendere più facile il viaggio e per le condizioni che il Maestro pone a chi intende seguirlo. Quindi, "camminare verso Gerusalemme” significa andare verso il luogo dove si realizza la sua missione, fino al Golgota, dove si sperimenta la non-accoglienza, che il rifiuto dei Samaritani anticipa e che Gesù non punisce con la collera, invocata dai suoi discepoli. Egli riserva a costoro la misericordia dell'amore paziente: è la sua missione.

Alle richieste di alcuni, che manifestano la disponibilità ad essere suoi discepoli, Gesù risponde utilizzando immagini ed espressioni paradossali per enumerare le condizioni indispensabili per essere suoi discepoli, consapevole che la vita pellegrinante dell’uomo non è segnata solo da povertà e fatica, ma anche da insicurezza e precarietà.

Indica la prima condizione con le parole: "Le volpi hanno la loro tana, gli uccelli i loro nidi, ma il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo"; cioè il discepolo non può aspirare a sicurezze umane, ma fonda la sua speranza sulla paternità di Dio, consapevole che il suo cammino è un tracciato di vita provvisoria, quindi deve mettere in conto anche di perderlo.

La seconda condizione invita al distacco radicale anche da persone care se ostacolano il cammino perché il vero amore è sempre ed innanzitutto sprone ad accettare e condividere il progetto di salvezza del Signore.

Terza condizione per seguire Gesù è essere costanti, superando ripensamenti e nostalgie perché "nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”. L'immagine rimanda al contesto agricolo della Palestina per ricordare quanto sia difficile tracciare solchi diritti nell'impervia e sassosa esperienza della vita. Voltarsi indietro per misurare soddisfatti il lavoro già fatto è rischioso perché l’attimo di distrazione può essere fatale.

Il segreto perciò della vera sequela di Gesù si fonda sull’assoluta fiducia in Dio, sul radicale distacco, su una costanza senza ripensamenti, tre condizioni che rendono il cristiano una persona veramente libera e consapevole che la sequela non consente rinvii, distrazioni, nostalgie o uscite di sicurezza.




don Luigi Rossi


I primi cento giorni di ministero petrino di Francesco hanno ricordato al mondo proprio questa prospettiva.

Azioni e parole del papa esaltano il progetto di Dio per l’uomo grazie all’azione di Gesù testimoniata dalla sua chiesa. E’ un programma che si incentra sulla misericordia come annuncio della bellezza di Dio, esperienza che obbliga a porre al primo posto gli altri da ricercare soprattutto nelle periferie per condividere con loro la gioia, unico autentico stile possibile al seguace di Gesù, opportunità per essere partecipi della sua magnanimità, che fa veramente grandi coloro che il mondo considera piccoli e insignificanti ed, invece, sono oggetto costante dell’attenzione della Chiesa pronta a chinarsi sul povero. E’ la tenerezza di Francesco che riempie piazza san Pietro ogni settimana di una umanità che in lui cerca l’impronta di Dio e la trova perché egli è capace di discernimento spirituale e di un magistero affettivo che sa riempiere il vuoto di anime stanche.

La liturgia della domenica XII per annum da voce a Zaccaria che per noi profetizza lo spirito di grazia e di consolazione, una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità senza alcuna distinzione, come precisa Paolo, perché non possono esistere rivalità etniche, ingiustificabili divisioni tra schiavo e libero e la giustizia deve essere garantita senza differenza di sesso. Tutti hanno diritto ad una vita serena perché figli di Dio grazie alla fede in Gesù.

Perciò, se apparteniamo a Cristo siamo eredi della promessa, e quale promessa! Il passo del Vangelo ne chiarisce dimensione e portata mentre ci invita a momenti di silenzio, di preghiera, di solitudine, occasioni per scoprire la propria identità più profonda. In queste circostanze possiamo comprendere, chiara e tangibile, la verità e rispondere alla domanda posta da Gesù: Chi dite io sia?

La risposta presuppone il coraggio di andare oltre quanto hanno sostenuto gli altri; infatti, non si tratta di mera conoscenza, ma della necessità di scoprire il rapporto personale con lui, i sentimenti e le azioni che si è capaci di dedicargli. Più che ripetere evocazioni fatte da altri in passato, è richiesto un continuo riferimento ad una coinvolgente dimensione del presente per attestare finalmente la verità del Messia. Egli é il braccio e la bocca del progetto di Dio proiettato nel Figlio dell’uomo, il quale sperimenta la passione che non si conclude con la tomba per la morte in croce. Infatti, nessuna prigione può contenerlo. Le modalità di realizzazione di questo progetto di Dio per l’uomo non richiedono di abbracciare la croce di Cristo, ma accettare la propria, consapevoli che se il disegno è unico, le modalità di realizzazione sono tante quante le strade che gli uomini percorrono. La croce diventa allora la sintesi del vangelo che noi dobbiamo prendere e portare collaborando con Gesù convinti che, nonostante le apparenze ed alcune esperienze difficili, la vita risulterà sempre buona perché nella sua creatività collaboratrice dona letizia, la perfetta letizia della semplicità di chi confida in Dio sentendosi veramente suo figlio.


Domenica XI per annum

Una fede che vive solo di osservanza di regole non ritiene possibile il passaggio dal peccato all’amore, facendo dimenticare che il rapporto con Dio si esaurisce nel riceve amore per restituire gratitudine. Vera rivoluzione del cristianesimo è il passaggio gioioso dal poco amore, legato ad uno sterile rispetto della norma, al molto amore di chi, nonostante tutto, continua a percepirsi figlio di Dio e, quindi, cerca di imitarlo fiducioso nel suo perdono che genera una riconoscente amicizia.

Il passo del vangelo di questa domenica, grondante di lacrime e d’amore, ci mostra come Gesù si fa largo nel groviglio dell’animo umano dando la possibilità di risurrezione anche all’ultimo, a chi non entra nelle graduatorie delle nostre etichette. L’episodio contesta i nostri orientamenti morali ed i nostri canoni di giudizio, mentre conforta perché asserisce che il cristianesimo non è un coacervo inestricabile di doveri e di dogmi, ma continua disponibilità a dare e a ricevere amore. Solo i cinici si scandalizzano per gesti ritenuti sconvenienti che vanno contro tutti i rituali per esaltare il perdono ben oltre l’eventuale debito della giustizia. Appunto è per/dono, non può essere annoverato tra azioni soggette alla contabilità del dare e dell’avere nella logica del baratto.

Un ricco fariseo è ben contento di guadagnarsi la stima di tutti invitando a pranzo di sabato un rabbi. La casa è aperta alla curiosità dei vicini perché la porta d’ingresso rimane spalancata. Di ciò approfitta una donna che, generando profondo scandalo negli astanti e risentimento nel padrone, non solo va a curiosare, ma, seduta ai piedi del rabbi, li cosparge di nardo. Ne fissa gli occhi e percepisce che egli è l’uomo del perdono perciò, pentita, incomincia a piangere. I tre personaggi principali della strana scena si scambiano sguardi dai quali traspaiono sentimenti diversi e contrastanti.

Il fariseo, legato alla legge, incomincia a dubitare delle qualità dell’illustre ospite: si fa toccare da una peccatrice! Si confrontano così due mondi, due codici di comportamento, due modi di ragionare. Vero cieco, che non sa andare oltre le apparenze, è il fariseo: della donna vede il peccato, non l’amore; condizionato dai tabù, non scorge in Gesù, che si lascia toccare, la misericordia di Dio. Da una vita si è preoccupato solo di non farsi contaminare entrando in contatto con i peccatori.

Gesù, invece, sa che Dio è Padre di tutti, buoni e cattivi, perciò non allontana, ma cerca i peccatori. Il contrasto fra Gesù ed il suo ospite risulta inconciliabile perché é morale e teologico, coinvolge la concezione che si ha di Dio. Inoltre, al contrario della donna, il fariseo non è consapevole di essere peccatore: ecco perché non mostra riconoscenza sentendosi perdonato. Gesù tenta di far ragionare Simone raccontandogli la parabola del ricco banchiere pronto a condonare quanto ha prestato a due debitori. Il fariseo sa risponde, ma non mette in pratica quanto la sua intelligenza gli suggerisce, non percepisce il senso di liberazione e di perdono che ridà nuova dignità. Secondo il suo senso della giustizia egli non avrebbe debiti, perciò non prova riconoscenza: forse nutre stima verso Gesù, ma non il senso di stupore che genera gioia. Questi sentimenti li può provare chi, perdonato, è consapevole di essere amato gratuitamente.

Gesù entra nelle case di tutti: ricchi farisei, poveri contadini, noti peccatori, ma alla fine pronunzia il suo giudizio che scompagina la logica umana e traccia una scala gerarchica segnata dalla preminenza dell’amore. Sei pronto ad aprire la porta?



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