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                                                AVVISO
"La comunità é inviata  partecipare al pellegrinaggio diocesano al santuario del Gelbison il 20 giugno"






        ...AFFERMIAMO LA NOSTRA FEDE NELLA  TRINITA' 

“Dio”… nessuno lo ha visto. Ma Gesù ha fatto conoscere il suo mistero presentandolo come una comunione d’amore.

La domanda fondamentale rivolta al battezzando e cresimando: “credi in Dio Padre, nel suo unico Figlio e nello Spirito Santo?

 Non è la fede in un Dio unico che ci distingue, ma il modo di concepire questa unicità di Dio. Sulla parola di Cristo il nostro Dio è comunione infinita di persone, intreccio stupendo di relazioni. Dio non è solitudine infinita, ma rapporto eterno tra il Padre e il Figlio attraverso lo Spirito di amore.

Noi siamo stati creati ad immagine di questo Dio Trino. Intelligenza e libertà, l’istinto fondamentale della persona non è tanto quello della conservazione della persona chiusa in sé stessa, ma la relazione. La persona umana; creata a immagine di Dio, maschio e femmina, é incompleta da sola, si completa nella relazione. Altro che astrusa formula la Trinità!

 è necessario scoprire il suo nesso intimo con la vita cristiana. Nel Vangelo non è un dogma astratto, ma evento, vita che coinvolge grazie a Gesù il quale ritiene sua Gloria fare in modo che ciò che è suo sia anche nostro: Dio mette in comune, ecco il segreto della Trinità, la circolazione dei doni.

  L’Uomo è specchio e riflesso di Dio, quindi deve essere aperto a questo flusso, condividere amore, verità, intelligenza: così la Gloria di Gesù diventa la nostra gloria. Essa raggiunge la pienezza quando facciamo circolare tutto ciò che è bello, vero, buono, le nostre idee, la nostre ricchezze, il sorriso dell’amicizia, la creatività della nostra intelligenza e l’impegno della nostra volontà in una filigrana di relazioni che consolida la pace.

   Il dogma della Trinità, considerato così, costituisce anche il sogno di redenzione per l’umanità che tende verso la comunione fraterna. Ne deriva che micidiale ostacolo alla partecipazione a questa esperienza di fede e di vita sono i modelli mondani che propongono confini e divisioni, causa di mortifere strozzature, un esempio è costituito proprio il danaro che si sottrae alla disponibilità della civiltà dell’amore, evidente contraddizione rispetto ad una legge basilare dell’universo, dove tutto circola, altrimenti si determina stasi e, quindi, la fine. Ciò è valido anche per l’economia, la quale appunto si ammala se si ferma perché non comunica, non distribuisce la ricchezza che produce e la si chiude in pochi forzieri sigillati dalle fredde mura dell’egoismo e causa soltanto di disagi, di povertà, di morte.

   La Bibbia ci fornisce un vincente modello di comportamento: l’ospitalità della tenda di Abramo. Egli invita ad entrare un viandante, che poco dopo diventano tre. Il Patriarca sorpreso reitera la sua predisposizione all’ospitalità ricevendo come premio che l’amata moglie nel giro di un anno generi un figlio. Ecco il vero rimedio per l’oggi della crisi: in Italia sperimentiamo sempre più preoccupati che il seno di Sara si sta appassendo e tutti temiamo per il nostro futuro, percepiamo nebulosa perfino la possibilità di un domani.

   Come invita a fare il mistero basilare della nostra fede a noi immagine e specchio dell’amore trinitario, testimoniamolo concretamente con l’accoglienza dell’altro, con la predisposizione alla condivisione col fratello. Così nella nostra casa continuerà abbondante, gioiosa e feconda la vita, partecipazione dell’amore salvifico di Dio.

   Ecco come la Trinità si riflette nella nostra vita e nella nostra storia: il Padre è Dio prima di noi, che ci ha amati prima ancora che fossimo e ci dona un mondo da rendere ancora più bello; il Figlio è Dio con noi: colui che, diventando compagno di viaggio, si mette al nostro servizio per liberarci dalla schiavitù del peccato; lo Spirito Santo è Dio dentro di noi”, Colui che ci fa essere testimonianza di Cristo tra i fratelli, cioè lucerna posta sul candelabro o città situata sul monte. Ricordiamo tutto questo quando nel segno di croce affermiamo la nostra fede nella Trinità.

                          

PENTECOSTE

“Questi uomini gettano nel disordine la nostra città”: è la denuncia contro Paolo e Sila , impegnati nell’evangelizzazione (Atti 16,20), ma si tratta di timori non condivisibili, espressi da chi ha paura della verità e, quindi, è poco disposto ad aprirsi alla gioia della Pentecoste, quando si realizza la promessa di Gesù: l’invio dello Spirito come sua eredità più vera e preziosa.

La Pentecoste è un evento che rende pubblica questa donazione, vale a dire la presenza spirituale di Gesù risorto nella Chiesa grazie allo Spirito Santo. Con questa festa nasce la Chiesa nella quale continua in modo diverso la presenza storica di Gesù.

Nel discorso di addio (Gv. 14,15-26) Gesù parla dello Spirito nel tempo della Chiesa, pronto a consolare per superare le conseguenze dell’odio e delle persecuzioni, la caparbia incredulità che scandisce le esperienze quotidiane.

Due sono i segni che la caratterizzano: il vento ed il fuoco. Il vento simboleggia l’imprevedibilità dello Spirito, la necessità di aprirsi alla sua azione per divenire creature che non seguono le vie battute dal buon senso umano, frutto della mediocrità, che induce all’abitudine. Lo Spirito è inarrestabile, non può essere ingabbiato perché travolge tutti gli ostacoli che gli si frappongono; è un vento dinamico che indirizza verso direzioni sconosciute e terre nuove rendendoci creature in movimento.

Il suo fuoco svolge una triplice azione: illumina, riscalda, purifica mentre si propaga. Non consente di procedere a tastoni perché illumina; riscalda la fede, mai intellettualistica, ma sempre portatrice di vita, perciò lo Spirito purifica da tutte le scorie.

La festa di oggi segna la nascita della chiesa come comunità che annuncia la salvezza, la cui manifestazione più eloquente è la possibilità per tutti di comprendere la lingua del vicino pur usando linguaggi diversi; il contrario di quanto avvenne con la torre di Babele, vero antidoto per rendere virtuosa la globalizzazione che stiamo vivendo.

Nella lettera ai Romani (8, 8-17) Paolo esalta lo Spirito che libera dalla schiavitù della carne, causata da un egoismo che pietrifica sentimenti e valori. Trasforma i desideri dell’uomo grazie all’azione della carità, così lo Spirito rinnova il rapporto con Dio, segnato dal liberante sentimento della filiazione «adottiva», cioè gratuita. Infatti, la sua presenza vivifica perché fa sperimentare il rapporto paterno con Dio. Dunque, l’uomo può rivolgersi liberamente, francamente e confidenzialmente al Padre, può nutrire la stessa confidenza di Gesù godendo dell’amore, della gioia, della pace, della pazienza, della benevolenza, della bontà, della fedeltà, della mitezza, del dominio di sé (Gal 5,22-23), tutti connotati propri dell’identità cristiana.

 

                                             

 

Pensieri per Ascendere


La nostra vita è attraversata dal filo rosso della speranza derivante dalla Risurrezione di Cristo, cioè dal fatto che egli ora siede glorioso alla destra del Padre. Sono queste scintille di risurrezione a determinare crepe nella prigione terrestre, mentre con la sua continua benedizione Cristo ci affida il compito di predicare la conversione, cioè di uscire dalle paludi andando controcorrente per beneficiare del per/dono di Dio.

 

Quaranta giorni, un simbolo, non numero tondo, ma periodo fecondo durante il quale il Risorto guida i primi passi della Chiesa nascente. A un certo momento questo suo apparire sensibilmente cessa perché la Chiesa deve camminare da sola e testimoniare con certezza gioiosa che Cristo ha portato l’umanità nella gloria grazie al suo corpo risorto, fondamento della nostra speranza (Ef. 1,10).

 

«Così sta scritto». Passione, Risurrezione, predicazione a tutte le genti sono amalgamate nell’evento cristologico perché l’annuncio avviene «nel suo nome». Contenuto è la conversione della mente, credere che il Crocifisso è rivelazione di Dio, non sconfitta, e il perdono, cioè la proclamazione dell’amore di Dio, è più grande del nostro peccato; quindi, annunciare la Croce significa annunciare Dio che perdona.

 

Per celebrare adeguatamente questa festa occorre evitare tre rischi: ridurre la fede a un guardare verso l’alto estraniati dalla storia, chiudersi nelle cose del mondo non sapendo andare oltre, il manifesto orgoglio di voler realizzare subito il regno di Dio.

 

Al tempo del Cristo visibile, succede quello dello Spirito Santo, invisibile ma attivo: è il tempo della nostra testimonianza, della chiesa itinerante, della comunità, tempo intermedio durante il quale non è lecito dire: che fare? Infatti, la storia si scrive col contributo di ogni uomo, come il mare di gocce e la spiaggia di granelli di sabbia.

Ecco perché i discepoli tornano con grande gioia a Gerusalemme.

 

Ci attenderemmo tristezza, determinata dall’addio. Invece no. Il Risorto entra nel profondo di tutti noi per trasformarci e mostrare che la vita è più forte delle ferite che si patiscono lungo il viaggio. Ecco perché Egli attira verso l’alto dopo essere penetrato nell’intimo di ognuno e questa forza ascensionale indica e conduce verso una vita più luminosa.

 

I discepoli hanno constatato di persona l’evento-Gesù, perciò devono essere pronti a confermarlo anche con la vita. E’ difficile fare ciò con coerenza, perciò il Risorto conferma la promessa del Padre: lo Spirito; senza è impensabile la Chiesa. I suoi doni sono la fedeltà alla memoria di Gesù, l’intelligenza che la rende viva ed attuale sempre ed ovunque, la forza di testimoniarla perché compresa a pieno.



Luca conclude il suo Vangelo con l’episodio dell’Ascensione e con le ultime parole di Gesù ai discepoli. Allo stesso modo apre la storia della Chiesa (Atti 1,9-11).

 

Come vivere questo vangelo?

 

Con l’Ascensione Gesù lascia a noi il compito di animare la storia per cambiare il mondo dal di dentro ricomponendo nel suo nome l’unità della famiglia umana. Perciò diventa  prioritario  il suo comandamento: “Amatevi come io ho amato voi”.

 

L’Ascensione ha un duplice significato: un salire al Padre per cui con la Risurrezione Gesù entra in una condizione nuova nella gloria di Dio, ma anche un distacco: Gesù ritira la presenza visibile e la sostituisce con una più profonda, che si coglie nella fede grazie all’intelligenza delle Scritture, all’ascolto della Parola, alla frazione del pane ed alla fraternità.

Lo Spirito, un ponte fra noi e Gesù Gv 14,23-29

         Il vangelo di domenica va inquadrato nel discorso di addio fatto da Gesù ai discepoli prima della passione. Egli afferma di essere la via: ma dove porta? è una via difficile?

Egli non solo ci ha manifestato la volontà del Padre; ma si è presentato come modello, invitandoci ad entrare in comunione con lui: comunione di amore perché “lui è una cosa sola col padre”. Questa via porta alla città di Dio, città dell’armonia e della pace, illuminata dalla gloria di Dio. E’ una via stretta e in salita per cui abbiamo bisogno di una guida: lo Spirito Santo, il quale ci aiuta ad interiorizzare l’insegnamento di Gesù, chiarisce ciò che spesso risulta oscuro e lo attualizza, cioè aiuta ad applicare alle situazioni correnti il suo frutto, che è la pace. Ecco perché è il Consolatore.

Per Gesù l’amore e il dono dello Spirito hanno perciò un indissolubile legame grazie all’osservanza dei comandamenti, una obbedienza che amalgama nella dinamiche dell’amare: desiderio, affetto, amicizia, appartenenza. Così l’amore diventa luogo dell’incontro col Padre consentendogli di dimorare con Gesù nell’uomo. La disponibilità all’amore diventa la ragione della differenza tra chi é discepolo e chi non lo è. Senza l’uomo é incapace di fare una autentica esperienza di Dio.

Proprio perché è una esperienza difficile lo Spirito Consolatore è impegnato a insegnare “ogni cosa” facendo comprendere il vangelo di Gesù nella sua pienezza, fino alla radice, la sua ragione profonda. Questa sapienza non è frutto di un ricordo ripetitivo, ma attualizzato perché lo Spirito ha la funzione di mantenere aperta la porta all’incontro con Gesù e rendere la sua storia perennemente attuale e, quindi, veramente salvifica. Essa non deve rimanere circoscritta nella vicenda personale di un uomo risorto, ma deve divenire evento perennemente contemporaneo proprio perché lo Spirito garantisce la continuità tra il tempo di Gesù e quello della Chiesa.

         Frutto dell’azione dello Spirito è la pace. Gesù distingue nettamente la sua dalla pace che dà il mondo, frutto dell’agire dell’uomo. La pace per noi è una tregua fra due guerre, in realtà un armistizio perché basata sull’equilibrio di forze degli schieramenti: quindi, più che pace si dovrebbe parlare di non-guerra. Per questo Gesù prende le distanze da questo tipo di pace. La sua non è in negativo: non è assenza di guerra, ma presenza di gioia: gioia che sgorga dalla convinzione di essere amati dal Padre, datore di ogni bene.

                                     

                                               V DOMENICA DI PASQUA 

Vita e novità si richiamano reciprocamente e vanno sempre insieme. La liturgia della V domenica di Pasqua afferma la novità della Chiesa e l’impossibilità per essa di ripiegarsi sul passato per vivere di soli ricordi o di chiudersi solo nel presente senza pensare alle gioie future. La Chiesa di Gesù è un organismo vivo, attinge energie che spingono all’azione dal continuo rinnovamento.

La seconda lettura fa eco alla voce potente che afferma: “ecco, io faccio nuove tutte le cose”, parla di “cieli nuovi” e “terre nuove”, meta finale del nostro cammino, “nuova Gerusalemme” dimora di Dio e degli uomini insieme (Apocalisse  21,1-5).  La novità finale viene costantemente preparata dal travaglio che porta al rinnovamento e la vita per il cristiano deve essere un cammino verso questa nuova Gerusalemme. Nel capitolo ottavo della lettera ai romani Paolo descrive tutta la natura in preda alle doglie del parto per esprimere l’ultima, suprema novità.

è una grande lezione questa felicità prospettata dall’Apocalisse: essere attivi, impegnati a crescere secondo suo preciso modello di sviluppo: è il comandamento “nuovo” di Gesù. (Gv 13,31-35). Gesù non si è limita a dirci che l’amore verso l’altro è il centro del suo messaggio, ma fornisce anche il criterio di misura “amatevi come io vi ho amati”: questa misura è la novità del precetto. Gesù offre se stesso al Padre e ai fratelli. La storia dell’amore di Gesù si manifesta nella croce e nella risurrezione: la morte del chicco di grano è momento essenziale per il trapasso alla nuova vita. Gesù si spoglia di tutto e dimostra di amarci fino alle estreme possibilità dell’amore.

La solidarietà umana non resiste all’usura del tempo, si sfilaccia e si smaglia giorno per giorno. L’amore ricevuto e dato come amore del Padre ha in sé l’impronta dell’eternità. Cristo ci ha amati assicurandoci la sua presenza costante e la disponibilità totale nell’eucaristia, istituita poco prima della proclamazione del suo  comandamento nuovo. L’eucaristia è presenza d’amore, è offerta di sé che Cristo fa in qualsiasi momento della nostra vita, è lo specchio del nostro amore, la misura del nostro spirito comunitario. Che l’amore tenta per se stesso a diventare “comunità” è messo in risalto dalla prima lettura, nella quale si descrive l’impegno di Paolo e Barnaba nel fondare nuove chiese: l’aprire le porte della fede ai pagani è reso possibile soltanto dalla novità di un messaggio che nessun altro aveva bandito fino allora. Si apriva loro il cuore dell’accoglienza, le porte della fede e del cuore.

La nota dominante della liturgia di questa domenica è l’aggettivo “nuovo”. La novità che traspare dalla lettura del vangelo di questa settimana non è nel fatto che viene indicata la quantità di amore che si deve nutrire per l’altro, ma il modello da seguire: essere capaci di amare come Gesù, il quale ha dimostrato di sintetizzare la sua persona nell’essere esclusivamente amore per l’altro.

L’amore è nuovo proprio perché presenta sempre il carattere di novità al contrario dell’egoismo, dell’indifferenza, della vendetta, dell’odio, della violenza che implicano fatti ripetitivi, cose vecchie. L’amore, invece, costituisce sempre un elemento di sorpresa. Esso deve essere modellato sull’amore di Cristo: si traduce nel dono di sé, nell’essereperglialtri. Infatti, non dona cose ma se stesso. E’ sempre gratuito: inutile cercarne la causa nelle nostre qualità; è il comportamento di Dio, che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi.

E’ nuovo perché creativo, rigenera tutti noi, infatti non ama perché siamo buoni, ma è il suo amore che ci fa buoni, al contrario della nostra capacità di amare che è solo reattiva, nel senso che ci lasciamo condizionare dai comportamenti altrui, quindi più che proposta, è una risposta

L’amore è la chiave di lettura di tutto il messaggio cristiano, senza di esso tutte le altre parole del vangelo perdono significato. Non basta l’amore che si sente dentro: è la persona interessata che deve sentire di essere amata. Orbene, non c’è parola più abusata che amore. Sovente è confusa con un mero sentimento, con un’azione di solidarietà; in realtà amare supera ogni gesto singolo per indicare innanzitutto che si è scoperto l’altro, capace di generare in me un brivido di curiosità. L’attesa di una relazione corrisposta si trasforma nell’evento capace di mutare radicalmente la mia vita. Amare significa guardare l’altro con gli occhi di Dio, impegnarsi a scoprirne bellezza e unicità, esperienza che determina in me un senso di meraviglia per ciò che mi attendo.

                                                                                                                                    don Luigi Rossi


IV DOMENICA DI PASQUA

In un mondo tormentato come il nostro, in cui ideologie, progetti politici, schemi di vita pare che cozzino tra loro, producendo disorientamenti a vasto raggio ed uno scetticismo che rende di moda la frase di Pilato: “cosa è la verità?”, non c’è da meravigliarsi se con particolare insistenza sentiamo scaturire dal nostro profondo la domanda: “che significa per me essere cristiano?” Nello sforzo di ricerca della propria identità il breve passo del Vangelo aiuta a riaffermarla (Gv 10,27-30).  

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                                   III DOMENICA DI PASQUA

La liturgia della terza domenica di Pasqua ci impegna a capire,attraverso i fatti narrati nelle letture bibliche, come dalla fede pasquale del Cristo risorto scaturisca il senso vivo della Chiesa come comunità missionaria, che si forma intorno all’eucaristia e trova la sua visibile unità intorno a Pietro e ai suoi successori.

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                             II DOMENICA di PASQUA

Diciamo “domenica II di Pasqua”, non “dopo Pasqua” perché espressione piena della Pasqua di risurrezione, tappa lungo il cammino della speranza; perciò non possiamo chiuderci in una vita stagnante, di stanche ripetizioni generatrici di monotonia

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Pasqua di Risurrezione

Corriamo al sepolcro vuoto per trovare la vita

At 10,34.37-43; Col. 3,1-4 oppure 1Cor 5,6-8;Gv 20,1-9.

 

 

I testimoni del grande evento sono Maria, Pietro e il discepolo «che Gesù amava». Corrono al sepolcro perché “non avevano ancora compreso la Scrittura, che Egli cioè doveva risuscitare dai morti» (v. 20,9). Quindi, l’incomprensione di Maria e di Pietro e anche la fede del discepolo meritano un rimprovero perché hanno avuto bisogno di vedere per credere. Invece, se avesse compreso, la Scrittura stessa sarebbe stata una testimonianza sufficiente della risurrezione. Ecco perché, rivolto a Tommaso, Gesù dice: «Beati quelli che hanno creduto senza aver veduto». E’ l’ultima beatitudine, dopo quelle riportate dal vangelo di Matteo e da quello di Luca ed è riservata a chi crede senza pretendere di vedere.

E’ il nostro caso. A noi è affidato un ulteriore impegno: passare dalla visione alla testimonianza.

Oggi è credente chi, superato il dubbio e la pretesa di vedere, accetta la testimonianza autorevole di chi ha veduto beato per la personale relazione col Risorto, dalla quale deriva l’esperienza della gioia, della pace, del perdono dei peccati, della presenza dello Spirito. Con questa disposizione interiore scambiamoci un sincero, sentito, coinvolgente “Buona Pasqua: il Signore è Risorto.    

Proposito: 

Gesù “esce dal sepolcro”  perché è vivo, Risorto. Per vivere da “risorti con lui” anche noi, dobbiamo uscire dai nostri egoismi e dalle nostre chiusure per andare verso gli altri e portare il lieto annuncio nona parole, ma con la testimonianza di una vita cristiana coerente e serena per rendere evidente la portata della gioia pasquale nel quotidiano del nostro prossimo, soprattutto di chi vive nelle periferie materiali e spirituali.


Il Battesimo  

Nel Vangelo di questa domenica ci viene presentato Gesù in fila come l’'ultimo di noi per partecipare ad un rito di purificazione. Egli non ne ha bisogno, quindi si potrebbe pensare che l’'essere in fila non é la posizione giusta per lui. Invece, con quel gesto egli ci propone di partecipare alla nuova giustizia che ribalta un ordine troppo miope come quello umano, finalizzato a consolidare la frontiera tra Puro ed impuri, Dio e uomo. Al contrario, su di lui in fila scende lo Spirito di Dio, che è pienezza di amore e di vita, e tutto ciò non avviene in un luogo sacro, nel tempio, ma in un posto come tanti altri, senza barriere di esaltanti privilegi. E’ la dimostrazione che Dio ama noi con la stessa intensità con la quale ha amato Gesù e nel Vangelo ciò viene espresso mediante l’uso di  tre termini: Figlio, amato, mio compiacimento.

Per la Bibbia figlio é chi compie le stesse cose del padre; l’'aggettivo amato sta ad indicare che questa dinamica di relazione è in atto senza i nostri meriti perché Dio ci ama prima che noi possiamo meritarlo, in modo gratuito; in ciò è il suo compiacimento, gioia del piacere propria del Padre.

E’ la nostra esperienza del battesimo, col quale siamo diventati anche noi figli, cioè amore e gioia di Dio, il quale ci ha liberato dai legacci del peccato grazie alla vita di grazia da Lui donata e che splende dentro di noi. Si comprende allora che la liturgia di questa domenica va intesa come la  continuazione dell’'epifania perché mostra pubblicamente quali sono gli effetti del battesimo riflettendo su quanto sperimenta Gesù col suo gesto di umiltà  che gli consente di condividere il nostro pellegrinaggio di conversione. Infatti anche Egli muta la sua vita da riservata in famiglia a pubblica: predicatore, profeta itinerante, maestro di vita impegnato a formare la prima comunità di discepoli.

Noi abbiamo ricevuto il battesimo da bambini, non eravamo in grado di comprendere la portata del rito e la dinamica sacramentale. I genitori si non impegnati per noi, facendosi carico anche della responsabilità di stimolare la crescita della nostra fede, aiutare a percepire la progressiva rivelazione dell'’amore di Dio nel mentre ci si inserisce con operosa responsabilità nella comunità.

Tutto ciò ci vita a meditare la liturgia della Parola di queste domenica, che si trasforma in concreto esame di coscienza e in impellente proposito per l’'anno nuovo. 

17 Agosto, XX domenica del tempo ordinario

 

Domenica scorsa un Pietro titubante, che sta per annegare, ci ha indotto a riflettere sulla nostra fede; oggi viene presentata come esempio da seguire una madre pagana.

La liturgia della parola nella prima lettura propone l’annunzio del profeta Isaia che la salvezza è per tutti. Nella seconda, Paolo traccia nel suo capolavoro teologico, la lettera ai Romani, gli effetti della fede mentre riferisce della reazione degli Ebrei all’annuncio della salvezza anche per i pagani. Il Vangelo delinea la discriminante per essere autenticamente cristiani: non è necessaria l’appartenenza ad un popolo, basta la fede per partecipare al grande sogno di Gesù: la terra un’unica grande casa.

Ma la protagonista di questa domenica è la straniera delle briciole, la quale con poche parole e con il cuore in mano sembra quasi convertire Gesù, un grande insegnamento per tutti noi. Infatti, per cambiare vita non è necessario possedere idee profonde o conoscere particolari nozioni, basta un dialogo serrato, ma sincero, un incontro di anime.

La donna apre il suo cuore e fa capire che la fame ed il dolore sono uguali in tutti i bambini, come identica è la sofferenza delle madri: basterebbe questa considerazione per risolvere immediatamente la tragedia di Gaza!

Nella dinamica di relazioni abbozzata da Matteo per l’ennesima volta i discepoli ne escono malconci. Gesù avrebbe dovuto esaudire la cananea soltanto perché seguendo il gruppo e gridando infastidiva quei pii israeliti! Sollecitano perciò una graziosa concessione per stare tranquilli, come quei religiosi ai quali ha fatto riferimento papa Francesco: fanno il voto di povertà e vivono da ricchi.

Gesù all’inizio usa parole dure, manifestando anche indifferenza per il caso. Dimostra così di essere un uomo ben radicato nel contesto del suo tempo, ma rimane sempre innanzitutto il Maestro. E’ vero, la donna lo chiama figlio di Davide, riconoscendolo messia, ma se lo fa soltanto per ottenere la guarigione?

Ecco le finalità del dialogo all’inizio sconcertante: in tal modo purifica fede della donna, si accerta delle priorità nelle sue intenzioni.

La supplica della cananea e l’atteggiamento di Gesù fanno ricordare anche i silenzi di Dio rispetto alle nostre invocazioni. Allora protestiamo, accusandoLo d’insensibilità verso le nostre necessità. Egli probabilmente vuole solo purificare la nostra preghiera per renderla veramente efficace e giovevole al nostro spirito.

La donna manifesta tutta la carica di amore di una madre; per la figlia si prostra umile e supera l’imbarazzo di certe usanze che le impedivano di parlare con uno straniero; invece, come Maria a Cana, ha fiducia e confidenza in Gesù e lo dimostra con la sua battuta pronta.

Gesù evoca la prassi nell’affermare che non si getta il pane ai cani, epiteto che gli Ebrei riservavano ai pagani. La cananea con delicatezza subito lo corregge. Infatti, mentre il termine cane assume connotazioni di disprezzo, quel “cagnolini” evoca tutti i sentimenti di gioia partecipata che suscita la vista di qui piccoli animali alla ricerca di affetto.

Intanto la donna procede anche a chiarire quali sono le sue aspettative per il Regno di Dio: lì non bisogna scegliere tra figli o cani perché nella situazione di fame tutti vengono sfamati.

Ecco la sua grande fede; non quella di un fedele che si reca tutti i giorni al tempio, del resto è abituata a pregare divinità diverse dal Dio degli Ebrei. Ma per Gesù è una fede grande perché la donna è consapevole che nel cuore di Dio non ci sono figli e cani, conosce Dio dal di dentro, all’unisono; gli lo rivela il suo cuore di madre.
 

                                                

                          15 agosto, festa dell’Assunzione

Immaginiamo in una casa al buio l’'improvviso fascio di luce che proviene da una porta socchiusa: consente d’'intravedere oltre l’'uscio ed intanto illumina d'’intorno. Può essere l'’immagine iconica della festa dell'’Assunta.

Nel riposo ferragostano, immersi nella vacanza, consentiamo ad un pensiero d’ill'uminare il nostro vacuum riflettendo sull’'esperienza di Maria, disponibili e attenti come Lei alle occasioni che ci presenta la vita.

Oggi celebriamo la festa che accomuna la Madre al Figlio nella stessa gloria. Ella, nella completezza ed integrità della sua persona, vive nel mondo di Dio perché già risorta. E’ il premio per essere l’'Immacolata madre di Dio, ma Maria lo ha guadagnato pronunziando un sì che l'’ha resa serva fedele e disponibile perciò Le è stato concesso il privilegio di anticipare la condizione che si realizzerà per l'’umanità al termine della storia, nonostante la cronaca tragica anche di questi giorni. E’ un messaggio di speranza: la redenzione cristiana è globale, la carne dell'’uomo entra nel mistero di Dio.

Nella prima lettura della Liturgia della Parola vien descritto lo scontro grandioso con immagini che ricordano i tanti videogiochi dei nostri ragazzi, ma con un profondo significato teologico. La Madre difende il bambino dalle insidie del drago e alla fine la debolezza vince, l'’icona diventa simbolo della Chiesa perseguitata e di Maria. Si conferma il messaggio di speranza: le forze del male saranno sconfitte e ciò è possibile perché, come si proclama nella II lettura, Cristo ha vinto la morte divenendo primizia del nostro riscatto e consolazione nelle angustie di un quotidiano che ancora oggi ci fa sperimentare la persecuzione dei cristiani per cui il papa invita a pregare per la vera pace.

Il Vangelo ci consente di delineare le caratteristiche di fondo della personalità di Maria, la giovane che percorre in fretta 150 km per soccorrere chi è nel bisogno, la cugina Elisabetta. Evidente la carica di sollecitudine in Maria nell’'intraprendere questo viaggio di servizio e di annuncio di pace. Shalom non è soltanto un augurio di pace, ma auspicio di felicità, salute, benessere, armonia tra Dio e uomini, soprattutto è annunzio del Messia perché egli è Shalom e Maria ne è la custode. Ella  porta l’'Emmanuele, dona il Messia, un ruolo che la anima di zelo dopo la tensione dell’'annuncio ed il suo sì. Sente il bisogno di donarsi, di comunicare la gioia ed in questi sentimenti fa intravedere la sua personalità di Beata perché ha creduto.

La fede e l’agire di Maria costituiscono modello di condotta per noi, pronti a venerare il suo ministero materno di servizio per il Figlio e per noi iniziato a Nazaret, consolidatosi a Betlemme, esemplificato a Cana, confermato ai piedi croce ed esaltato nel giorno della Pentecoste.

La sua personalità trova conferma nel Magnificat, il canto dell'’incontro con Dio e della gioia per la disponibilità al servizio. Da quel momento Maria è attiva, attenta, pronta ad operare, presta attenzione a tutto e si dona senza riserve, come nei tre mesi trascorsi con Elisabetta perché Lei misura il tempo necessario col metro del bisogno altrui: infatti è per tutti noi il buon samaritano descritto dal Figlio nella nota parabola.


8 AGOSTO

Siamo in vacanza, o la giornata presenta qualche momento di pausa tra lavori ed impegni, allora riflettiamo sulla liturgia della parola di questa domenica

che ci invita ad avere fiducia in Gesù a qualsiasi costo e dopo qualsiasi esperienza, dopo che il vento della crisi ci ha sballottato per i nostri assilli quotidiani, dopo la tempesta della sofferenza fisica e morale, dopo che il dubbio simile ad un ago doloroso è penetrato nella mente.

Probabilmente, come Elia nella prima lettura riteniamo che Dio, l’ineffabile, nella sua potenza si riveli soltanto con grandi gesti. Invece, se siamo giunti come il profeta sulla montagna della nostra coscienza serena e luminosa, allora mettiamoci alla sua ricerca, ma non per percorrere le distanze fuori di noi che ci separano da Lui, bensì accostandoci a Lui nel silenzio, nella meditazione, nella beatitudine della brezza che bacia il nostro viso e ci dona il suo profumo di santità.

Il passo del Vangelo riprende questo tema e lo presenta plasticamente riferendo l’esperienza degli apostoli. Avevano appena assistito alla moltiplicazione dei pani, avevano sperimentato la sua potenza, soprattutto la capacità del Maestro di trasformare una folla anonima in comunità partecipe. Gesù li invita a precederlo via lago sull’altra riva. Loro obbediscono esitanti, da esperti pescatori sanno che in quel lago le tempeste possono essere improvvise e, soprattutto di notte, pericolose.

Gesù intanto saluta la folla e si reca sul monte a pregare: ha bisogno di questo rassicurante, intimo momento col Padre.

Mentre egli prega si scatena la tempesta, vento onde, oscurità fanno crescere la paura in quei poveri uomini preda degli elementi. Il terrore s’impossessa di loro al punto che, nel vedere Gesù, ritengono sia un fantasma che cammina sulle acque. Ma le parole del Maestro mutano la loro prospettiva e contribuiscono a rasserenare i loro cuori.

“Coraggio, sono io, non abbiate paura”.

Pietro è il primo a riprendersi dallo spavento, nella sua irruenza si lancia per abbracciare Gesù, solo allora si accorge che si trova fuori della barca. Incomincia a titubare, il dubbio prima, poi la paura di non farcela prendono il sopravvento. Affonda, ma ha anche la prontezza di riflessi di gridare “Signore, salvami”.

E’ la sintesi di tutti i contenuti delle nostre orazioni: un atto di fede, che Pietro esprime nell’espressione Signore, seguito dall’implorazione e dalla richiesta di grazia.

La mano potente, carezzevole e benedicente di Gesù opera ancora il miracolo: lo afferra e lo salva.

E’ la stessa mano tesa che attende ciascuno di noi, basta gridare consapevoli e fiduciosi: Signore salvami.

Nella settimana che ci attende come comunità preghiamo: “Signore, tu che domini il mondo, rafforza la nostra fede per riconoscerti presente nel nostro quotidiano in modo da affrontare con serenità tutte le esperienze e camminare in compagnia di Cristo verso la pace che ci conferisce il privilegio di chiamarti Padre e ci infonde la speranza di partecipare dell’eredità che ci hai promesso”.     


  3 AGOSTO

Con i tempi che corrono, vedersi offrire gratis vino e latte, come proclama il profeta Isaia nella prima lettura della Liturgia della Parola di questa domenica,  e’ una proposta pubblicitaria da accettare ad ogni costo: nulla da perdere e grandi vantaggi! Se si considera che latte e vino sono solo i simboli  dei frutti della Terra Promessa, vale a dire il Regno dei Cieli, allora cosa attendiamo? Abbiamo tutto da guadagnare!


Lo ha sperimentato Paolo: nonostante le traversie di decenni, alla fine egli conclude che niente e nessuno lo puo’ separare dall’'amore di Dio; infatti, ha benuto, rafforzandosi, quel latte ricevuto gratuitamente, si e’ inebriato di quel vino, il migliore.


Come e dove avviene tutto questo?


Quale e’ il luogo? Quale la circostanza che mette in condizione di appropriarci di quei doni?


Ai quesiti risponde il Vangelo di questa domenica


L'’episodio della moltiplicazione dei pani evoca la situazione attuale.


Anche noi siamo in un deserto, l’aridita’ del quotidiano, fatto di preocccpazioni e delusioni, attanaglia la nostra esistenza. La nostra reazione, tra tanto disagio, somiglia a quella dei discepoli: increduli enfatizziamo l’'evidenza dei problemi per i quali non ci sarebbe soluzione. Nonostante cio’, Gesu’ opera, concede nuove opportunita’, moltiplica i doni perche’ tutti si possano saziare.


L’episodio avviene in un deserto, tra una folla estasiata per le sue parole al punto da dimenticare la routine della giornata.


L’evangelista cita un particolare del quale e’ testimone oculare per ricordare che, quanto avviene con la moltiplicazione, e’ a portata di mano per tutti: la celebrazione eucaristica. Infatti, Matteo nel testo afferma che, prima di procedure a sfamare la folla, "alzati gli occhi al cielo, pronunzio’ la benedizione, spezzo’ i pani e li diede ai discepoli…" Sono gli stessi gesti dell’ultima cena, quando Gesu’ istituisce l’Eucarestia.


Percio, il nostro incontro domenicale con chi gratuitamente distribuisce i doni di salvezza illumina la nostra vita, nonostante il deserto.

                                 
27 Luglio


Il Vangelo di oggi usa espressioni e concetti molto umani per comunicarci  un altro nome di Dio.

Nel linguaggio degli innamorati e’ ancora frequente, soprattutto quando non c’e’ la presenza indiscreta di altri, esclamare : tu sei il mio Tesoro, tu sei la perla della mia vita!.

Tesoro e’ la parola misteriosa che  nel Vangelo di oggi diventa anche il nome di Dio.

  Scoprire un tesoro non una vicenda scontata del nostro  quotidiano, ma una esperienza che rivoluziona la vita, come  capita al mercante e al contadino delle due brevi parabole raccontate da Gesu’.

Oggi ci vuole coraggio ad affermare nel contesto nel quale viviamo e dove le notizie sono tutti problemi che ci angosciano che la gioia, quella vera, e’ possibile e ci appartiene.

  Il Vangelo in questa domenica per noi di vacanza e di festa,  annuncia invece proprio cio’: scpri il tuo Tesoro.

E’ un invito ad avere ottimismo perche’ la storia alla fine sara’ un evento di felicita’: e’ il regno di Dio e’ per l’uomo. Il primo regalo di questo Tesoro trovato e’ la gioia che il Padre dona ai suoi figli. Percio’, prima delle nostre preghiere a Dio, noi riceviamo il suo Tesoro.

Non rimane che imitare la saggezza del contadino e del mercante: vendere tutto, sicuri del guadagno immenso in termini di speranza, coraggio, liberta’, amore nella presenza di Dio.

Procediamo ad un doveroso e rivelatore esame di coscienza: il nostro  rapporto con Dio e’ frutto di un dovere che sentiamo come imposto e che genera paura, oppure e’ la conseguenza del piacere di credere, di far festa perche’ Dio ci ama?


20 luglio

I bambini trucidati a Gaza, altre 19 vittime delle guerre, lo stupore che suscitano le sentenze pingpong della giustizia italiana sono alcuni esempi della tanta zizzania che infesta il mondo e cerca di soffocare il bene. Sono i tanti volti della sofferenza e del male, sovente rocca dell’ateismo, per cui angoscianti molti di noi si pongono interrogativi che generano protesta quando sembra di essere condannati a convivere col terrore irrazionale ed indicibili paure. Alcuni cercano di esorcizzare questi sentimenti e la morte che emerge in prospettiva rimuovendoli, invece di riconoscere, maturare, sperare di vincere l’angoscia. Da anni si cerca di affermare che nei campi di sterminio siano prevalse la debolezza e l’impotenza di Dio, attestate dai bambini diventati fumo nei camini, perciò, dopo questa esperienza, ad esistere veramente sarebbe Satana o il nulla.  La vicenda che ha colpito i poveri adolescenti sulla spiaggia della Palestina, che l’ipocrisia occidentale non ha voluto mostrare per come erano stati sfigurati, costituiscono l’emblema della perversione nella quale precipita l’uomo quando dimentica di essere immagine di Dio. Nel processo al quale si vuole sottoporre il Signore quando capitano episodi orrendi come quello lamentato nella striscia di Gaza occorre evitare che a fare da giudice sia proprio chi per malvagità dimentica il costume ebraico ed il modo vero di adorare Jahvé. Certo, la situazione nella terra di Gesù rimane complessa perché chi vuole annientare Israele, popolo della prima alleanza e testimone dell’ingresso di Dio nella storia, di fatto vanifica l’alleanza. Ma il Signore mantiene la sua promessa anche di fronte al male inenarrabile perché l’uomo, benché umiliato ed offeso, per l’intangibilità della sua persona sollecita il passaggio dall’orrore della guerra fidando nella pace, nuova speranza che produce frutti se affina la sensibilità grazie al Crocefisso, il giusto ieri condannato e oggetto d’improperi da parte di chi assisteva compiaciuto al suo trapasso, oggi vittima di un brutale tentativo di cancellarne persino la memoria. E’ la stessa operazione che si cerca di fare con i tanti crocefissi che si imbarcano su natanti fatiscenti, vittime degli speculatori di speranza, il sentimento che li porta a fuggire dalla guerra, dalla fame, dalla paura. E noi italiani, noi europei cosa facciamo? Dimentichiamo per l’ennesima volta Cristo. Il suo volto sulla croce rappresenta un momento alto ed imprescindibile dell’identità ed anche della speranza umana, segno di una radicata pietas che, nei vorticosi mutamenti imposti dalla globalizzazione e nella crisi comune che attanaglia il nostro animo, sovente costituisce l’unico approdo sicuro per recuperare valori e mantenere viva la fiducia. Pare quasi d’immaginare l’eco delle ultime parole che questo condannato a morte atroce riesce a pronunziare mentre la vita lentamente lo abbandona: quale il motivo di tanto odio pur ricordando egli molto bene che ha predicato sempre l’amore? Nel freddo buio degli spasimi finali un senso di abbandono lo fa precipitare nella solitudine più angosciante di un dolore che ha trasformato tutto il suo corpo in una piaga, perciò grida: Elì, Elì, Lamnà Sabactanì.  L’eco di queste parole deve scuoterci. Al di là delle interpretazioni esegetiche sul significato del gesto e della espressione, quei fonemi fanno da cornice al dramma del crocifisso presentandolo a tutti gli uomini e ad ognuno come il momento in cui in Maestro di Nazareth si rivela più umano, più vicino, più nostro. Icona di ogni sofferenza, egli insegna che il segreto di una vita piena, nonostante dolori, persecuzioni, sconfitte, ingiustizie, va riposto nella simpatetica partecipazione alla esperienza comune dell’umanità facendo la propria parte. Di fronte al crocifisso si sbriciolano tutti i miti basati sul sacrificio del colpevole. Cristo, vittima innocente, inaugura un nuovo rapporto con la morte. Infatti, egli coniuga il senso del trapasso con la certezza che non è l’ultima parola. Perciò vero saggio è colui che pensa alla vita, non alla morte, evocazione possibile anche di fronte ai corpi martoriati di bambini che, nella pausa di una giornata di guerra e di paure, giocavano sulla spiaggia, come tanti nostri fanciulli in Italia, prima che spietati egoismi, sterili ritorsioni e persistenti incomunicabilità reiterassero la tragedia.        Le parabole del vangelo di questa domenica ci invitano a riconoscere i tempi di Dio e praticare la tolleranza. Alcuni possono ritenerla una risposta riduttiva al male, ma è la logica del Regno di Dio, azione del granellino di senape, l’opera del lievito, il solo che riesce a rendere buono e profumato il pane.  Esiste il male! L’apparente silenzio di Dio è la manifestazione del suo stile misericordioso perché Egli non ha fretta, consapevole che lo storia degli uomini, testardi, diffidenti ed egoisti, ha bisogno di tempi lunghi.  Nell’attesa del raccolto abbondante, ci deve consolare l’ottimismo che trasuda dalle parabole perché la storia va verso il meglio essendo guidata da Dio, Padre che non si concentra prima sul male e sul peccato. Privilegia il bene perché sa che, dopo la notte, viene il mattino, al freddo dell’inverno fa seguito il tepore primaverile, i fiori diverranno frutto perché la luce è più forte del buio. A noi il compito di continuare ad essere lievito, mettere in opera il riflesso di Dio in noi, portare fiduciosi il buon seme a maturazione.


  16  LUGLIO



                                  
      
13 luglio

Spunti di riflessioni dopo l’allarmata denuncia dello sfascio che sperimenta la sanità pubblica a Vallo

 


Dopo l'’esperienza di una giornata trascorsa in un ospedale pubblico del Salernitano può apparire paradossale al comune sentire l’invito a consolidare la speranza. I personaggi che vi operano dovrebbero essere osservati dalla prospettiva dell’ammalato, dolorante e bisognoso di aiuto, devastato nel proprio intimo dal passare oltre di tanti portatori d'’indifferenza. Il girare lo sguardo altrove di numerosi addetti costituisce la manifestazione esteriore della ripugnanza psicologica di burocrati che frequentano quel luogo del dolore con mentalità da comitato d’affari, oppure di medici ossessionati dall’ansia di far presto per poi poter dedicarsi a faccende professionali in strutture private dispensatrici di laute parcelle. Sono tanti gli operatori che, troppo spesso, dimenticano di avere a che fare con l’immagine più alta del Creatore, che è appunto l’uomo, anche quando sanguina; così smarriscono la prospettiva reale di cosa si deve fare per il bene pubblico.



Radicalmente diverso è l’orizzonte mentale di chi sente che il lavoro in ospedale è innanzitutto una missione e, appena s’imbatte in un ricoverato in difficoltà, manifesta un trasporto misericordioso nel mentre inizia un vero rito di carità: un crescendo di azioni in evidente contrasto con l’indifferenza di tanti che, aggirandosi per il plesso, voltano la faccia per non vedere nel volto di un sofferente il bisogno profondo di comprensione. Invece occorre manifestare prossimità emotiva fasciando le ferite e, contemporaneamente, prendersi cura di una persona, consapevoli che l’amore, per essere attivo e partecipato, ha bisogno di gesti concreti.


Il buon samaritano che opera negli ospedali ha il cuore pieno di tenerezza, la mani operose, la premura assoluta anche per il futuro del ricoverato, pregnante rappresentazione del Cristo. Ovviamente tutto ciò appare caramellosa poesia se la gestione dei nosocomi risponde al altre priorità e, con la scusa del risparmio per evitare sprechi, si procede a tagli indiscriminati privando la struttura non del superfluo, ma del necessario per funzionare decentemente.


L’eco di tanti episodi del genere esce timidamente dalle porte del sempre più disastrato ospedale di Vallo per spandersi in tutto il Cilento, regione colonizzata dai poteri forti ora impegnati a saccheggiare anche la sua articolazione sanitaria. Spontanea la domanda: che fanno i politici?
Dove sono coloro che hanno tratto vantaggi dalla gestione di una struttura nella quale ai vertici hanno piazzato dirigenti sodali, hanno brigato durante i concorsi per primario per garantirsi fedeli sacerdoti di Esculapio, hanno operato perché infermieri e portantini fossero coloro che assicuravano consensi elettorali, in modo ammiccante hanno fatto sì che i fornitori non si dimenticassero di chi li aveva scelti.


In questo periodo di vacche magre e di minacciata rottamazione, i più forti stanno facendo la voce grossa e, di conseguenza, nel Cilento si chiudono strutture, si riducono reparti, si penalizza il personale togliendo ai cittadini, soprattutto ai più deboli e bisognosi, anche la speranza di un posto letto, vera decimazione che risponde a logiche militari  e non ai servizi sanitari!

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La parabola è un genere letterario che nella sua apparente semplicità consente non solo di comunicare idee, ma evoca immagini che suscitano emozioni mentre invita ad un viaggio interiore che pone domande al nostro io e sollecita risposte valide per illuminare il percorso di una esistenza.


 


Gesù ama ricorrere a questo tipo di racconto dal quale traspaiono anche i suoi legami con l’ambiente nel quale vive. Egli non ha affidato il suo pensiero teologico ad un articolato trattato, ma ha preferito intrattenere le folle, estasiate dai suoi discorsi, parlando in modo semplice del Padre, del Regno, di Se stesso.


 


La paragola del seminatore chiarisce bene la sua funzione anche perché ha avuto proprio in Gesù il commentatore più efficace. Vi si descrive l’azione del seminatore e non di un seminatore qualunque. Infatti egli somiglia solo di nome ai tanti che, nell’avvicendarsi dei secoli, con gesto solenne hanno gettato la semente nel terreno sperando in un raccolto abbondante sottoponendosi ad un duro lavoro. Il seminatore della parabola di Gesù appare diverso, eccessivo,  illogico rispetto ai nostri parametri perché spera mostrandosi un inguaribile prodigo. Infatti semina incessantemente e ovunque, non si preoccupa se il terreno è ricco di acqua, è ben esposto e protetto. Egli invita solo a comportarsi  come una madre nel riceverlo, sollecita tutti noi ad essere madri della parola di Dio e saper accogliere, pronti a custodirla e, se necessario, difenderla.


 


Anche questa parabola si trasforma in un esame di coscienza per tutti noi. Siamo uomini-asfalto, impenetrabili al seme della parola di Dio? Terra sassosa e, quindi, sterile a causa della superficialità d’inguaribili individualisti? Terra cespugliosa e colma della spine che soffocano il buon seme perché proni ad una mentalità consumistica sostanzialmente pagana? Oppure terra buona per un raccolto abbondante?



     
6 luglio, XIV domenica per annum

Tracey Emin per quattro giorni vegeta nel letto tra bottiglie di liquore, indumenti sporchi e tanti altri oggetti che consentono d’immaginare il tipo di esistenza al quale si è abbandonata prima di essere scaricata in tronco dal fidanzato.

La sua catarsi sarebbe stata nel colpo di genio che l’ha spinta a trasformare quei rimasugli di giorni amari in un’opera d’arte, almeno così dicono gli esperti! Così nel duemila, quando il nuovo millennio avrebbe dovuto riaccendere le speranze, la giovane vende per duecentomila dollari quelle lenzuola sporche; questa settimana all’asta di Christie sono state aggiudicate per 3,77 milioni di dollari! 

 E’ una notizia, anzi la notizia perché, a queste condizioni, possiamo affermare che nemmeno il bello ci salverà, come invece si era auspicato in precedenza.  Rispetto al reiterato ingolfarsi nel male e nel dolore per esistenze sprecate si continua a sciupare la vita e, a conferma la drammaticità della notizia, scandalizza l’uso che si fa del danaro.

 La congiuntura da anni rende i ricchi sempre più ricchi. Costoro vestono porpora e bisso e banchettano tutti i giorni lautamente, malgrado di debbano confrontare con tantissimi poveri Lazzaro, che giacciono alla loro porta, coperti di piaghe nel corpo e nello spirito e disposti a sfamarsi di quanto cade dalle loro mense.

Ma un giorno la “livella” condurrà tutti allo stesso luogo. Allora il ricco, la cui unica occupazione è stata l’allegro godimento della vita, dovrà riconoscere che ha scelto un programma stolto perché inteso solo ad accumulare. Così, anche se non ha commesso dissolutezze, il povero nel dolore si trasforma in capo di accusa contro di lui.

La palese predilezione di Gesù per i poveri, i malati, i deboli, per chi non ha la possibilità di difendersi rispetto all’egoismo dei ricchi, causa del vero dolore e delle sofferenze più acute sulla terra, si riassume nel  “guai ai ricchi” e “beati i poveri”.

Sono espressioni che invitano alla radicale scelta di superare il fastidio che genera la povertà degli altri, partecipando al loro grido di dolore con gesti concreti di consolazione, mossi dalla com-passione, unico sentimento che ci fa tutti veramente figli di Abramo.

  Oggi non è necessario andare nel terzo o nel quarto mondo per incontrare Lazzaro; il nostro destino si gioca in casa perché all’ingresso delle nostre dimore incontriamo tanti bisognosi. Intanto il passaggio alla casa del Padre o avviene con Lazzaro, mano nella mano, o non può avvenire perché ognuno di noi è Lazzaro per gli altri e quello che abbiamo fatto a uno di questi piccoli, lo abbiamo fatto a Lui.

I miti e gli umili sono sulle orme di Gesù, il quale loda e ringrazia il Padre per aver nascosto ai sapienti il vero segreto della vita gioiosa ed invece lo ha rivelato ai piccoli, agli ultimi con la sua benevolenza sempre attenta e vigile verso il povero ed il semplice.

Oggi che ci sentiamo sempre più stanchi ed oppressi accettiamo riconoscenti il giogo leggero di Gesù, cioè la sua legge dell’amore riconoscenti perché, maestro della nostra vita, libera da schiavitù di aridi precetti. La scuola di vita non prospetta una dottrina, ma l’entusiasmante racconto della tenerezza di Dio.



 FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO 

La settimana appena trascorsa è stata segnata dalla sconfitta dell'Italia, uscita indecorosamente dai mondiali di calcio non tanto per il risultato, ma per l'inverecondo spettacolo fornito dai componenti della squadra.

Al non gioco in campo sono seguite polemiche e comportamenti discutibili, che hanno definitivamente ridimensionato il loro ruolo di modello per la nostra gioventù.

Troppi soldi, immeritati privilegi, poca umiltà ed un patinato star system hanno distrutto tutti i valori insiti nello sport e che questi personaggi si sono impegnati a rappresentare.

Tuttavia non ci possiamo fermare all’analisi del perché dei comportamenti di questi eroi del nulla, occorre guardare oltre modelli costruiti a tavolino dai media.

Oggi, la riflessione sulla biografia degli apostoli Pietro e Paolo invita a riflettere su esempi evangelici molto più validi, infatti la loro capacità d’impegno ha contribuito a mutare il mondo. La festa di questa domenica è antichissima, data dal IV secolo dell’era cristiana.

 La liturgia della parola ci presenta Pietro liberato mentre i fedeli pregano per lui; egli sperimenta le difficoltà della testimonianza, ma anche l’azione protettrice di  Dio.

Nella seconda lettura Paolo racconta a Timoteo tutte le avventure collegate alla sua lunga esperienza di predicazione. Il passo del vangelo presenta Pietro che prende posizione proclamando il proprio credo; per questo Gesù lo sceglie assegnandogli un ruolo: confermare i fratelli nella fede.

E’ un Gesù che interroga, più che fornire risposte, si presenta come un maestro dell’esistenza, pronto ad esaltare Pietro che ha appena riconosciuto la sua capacità di far vedere e toccare Dio. E’ la stessa prospettiva che fa esclamare a Paolo, in una sorta di inno di fiducia, che nulla potrà separarlo dall’amore di Cristo, roccia sulla quale poggiano le due colonne della chiesa romana oggi festeggiate: il testimone ed il missionario.  La biografia dei due santi consente a tutti noi di fare delle interessanti considerazioni.

Pietro viene nominato 180 volte nei vangeli: è il più noto tra gli apostoli, ma anche umanamente il più vicino noi: generoso, diretto, spergiuro e penitente, irruento e concreto; piange di fronte allo sguardo misericordioso del Nazareno e inizia il pellegrinaggio che lo porterà all’abbraccio definitivo con l’amore. Così, dalla mediocrità del quotidiano si eleva a pietra angolare.

Invece, cominciamo a conoscere Paolo come convinto persecutore dei seguaci di Gesù, ma dopo un incontro traumatico col Maestro si converte ed inizia la sua ricerca durata anni per approdare alla scelta definitiva: vivere per Cristo.  Quali le conseguenze? E’ Paolo stesso a riassumerle: cinque volte sottoposti ai 40 colpi di percosse, tre angariato con le verghe, una lapidato e lasciato mezzo morto, tre volte sperimenta il naufragio e per un giorno ed una notte rimane in balia delle onde, sempre in viaggio, attraversa fiumi minacciosi, s’imbatte in briganti sanguinari, riceve minacce da ebrei e pagani, perseguitato in città ed inseguito nel deserto; si sottopone a veglie continue, deve sopportare le insidie di falsi fedeli e i continui disagi della fame, della sete, dei digiuni e della nudità, sempre segnato dall’assillo quotidiano per le chiese da lui fondate.

  Ne valeva la pena? Egli risponde affermativamente attendendosi la corona di gloria della quale possono essere partecipi tutti i seguaci di Cristo.  Pietro e Paolo sono due biografie complementari e non due figure contrapposte; infatti convergono nel consolidare la roccia sulla quale si ramifica la chiesa. Tutto ciò si riassume nel ministero petrino del quale è investito il papa.

Perciò la festa odierna ci spinge ad innalzare un canto di riconoscenza per le due colonne della chiesa romana e per il papa che le perpetua testimoniando l’amore ed annunciando la misericordia di Dio.





                          Festa del Corpus Domini  


Oggi sette bambini e bambine riceveranno la Prima Comunione: auguri


Se la vita a volte ci appare un deserto nel quale siamo condannati a vagare, allora la prima lettura della liturgia della Parola di oggi si trasforma in un messaggio di speranza: il dono dell’acqua e della manna ci consente di affrontare i pericoli e avere la forza per entrare nella terra promessa. 

Mentre si procede in questo pellegrinaggio della vita - come si legge nella seconda lettura - mangiando dello stesso pane si diventa una comunità viva, un solo corpo che, insieme al corpo di Cristo, forma la chiesa.

Lo promette Gesù nel passo del vangelo che proclamiamo oggi. Però il rischio del dubbio, della scandalizzata riserva mentale dei Giudei - per cui anche noi ripetiamo: come può costui darci la sua carne da mangiare? - permane. Allora diventa necessario riflettere sulla Eucarestia per comprendere cosa veramente opera in noi.  

Con l’Eucarestia Gesù continua a farsi carne, presente in noi nella parola, nel pane e nel vino, nella comunità; senza noi cristiani non possiamo operare, amare, servire perché l’Eucarestia è il Gesù della Pasqua, l’amico di Emmaus che incoraggia il nostro spirito di stanchi e sfiduciati viandanti, il Risorto che mangia con gli apostoli per condividere la gioia.


L’Eucarestia consente a ciascuno di noi di entrare in relazione vitale con la comunità. Ecco perché l’incontro domenicale qualifica il cristiano e l’Eucarestia è sempre una celebrazione che rende presente la comunità, la costruisce consolidandola con le sacre
letture da tutti comprese, con la preghiera dei fedeli, col segno di pace che genera fratellanza, col pane condiviso che diventa attenzione discreta ai bisogni degli altri.


Oggi vogliamo testimoniare tutto ciò con l’adorazione dell’Eucarestia per le strade del paese.


Mentre Gesù Eucarestia le attraversa, meditiamo sul simbolo del pane, realtà santa perché fa vivere mentre evochiamo cosa ha sempre significato per noi il pane: la vita che dipende da un pugno di farina ricavata da tanti chicchi tratti da una spiga che, per
crescere, è costata tanto lavoro al contadino. Cose semplici, ma essenziali perché coinvolgenti: Gesù è datore di vita come il pane. Egli diventa il mio pane quotidiano quando prendo la sua vita, buona e bella, come misura, energia, seme, lievito della mia umanità.


Il mio cuore lo assorbe e lui assorbe il mio essere:, diventiamo una cosa sola confermando la disponibilità a seguire l’unica vocazione che ci accomuna: essere un pezzo di pane buono per chi amo.  



SS_TRINITA




Festa della SS TRINITA’





Nella prima lettura della liturgia della parola ci viene presentato Dio che si rivela a Mosè pronto a manifestare misericordia e pietà, disposto a perdonare chi manifesta ancora durezza di cuore.

Ma è il Vangelo a presentarci veramente il volto di Dio riflesso in quello di Gesù. Egli parla con Nicodemo, un maestro d’Israele e membro del Sinedrio, che decide d’interrogarlo ed incontrarlo, ma di notte per non guastarsi la reputazione.

La conversazione con Gesù, anche se difficile da comprendere, gli cambia l’esistenza perché ascolta parole di fiducia, speranza, pace. Così egli rinasce alla vita.

Il messaggio di Gesù è brevissimo, ma pregnante: Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio, quindi Gesù è il vero volto di Dio, capace di accoglienza e di perdono, pronto a guarire e a mostrare col pianto il suo sentirsi solidale con tutti.

 

Dio ama il mondo, lo affida all’uomo perché lo custodisca e lo coltivi in modo da farne un giardino, come il primo, quello dell’Eden. Perciò non bisogna avere paura di Dio. Egli non vive nella solitudine della sua perfezione, ma è un continuo flusso di amore che si trasforma in casa aperta per noi.

Ecco la Trinità! Ci fa raggiungere la nostra piena umanità nella comunione di cui noi dobbiamo essere riflesso perché ci chiama per creare legami con gli altri, dono di amore per noi tutti, che dobbiamo sentirci, abbracciati, dentro questo vortice di amore che è il Padre creatore, il Figlio salvatore, lo Spirito di sapienza che rende sapida la vita.



                                                    PENTECOSTE

                                       

La Pentecoste per gli Ebrei è la festa della mietitura e del raccolto e ricorda al popolo
l’alleanza ricevuta da Mosè e la Torah che Dio aveva loro donato.

Per i cristiani la Pentecoste è la festa della nascita della chiesa. Luca negli Atti la descrive come una esperienza di vento impetuoso. Sceglie come simbolo e metafora la stessa che nel libro della Genesi richiama l’alleanza sul Sinai o evoca l’episodio della Torre di Babele.

Nella seconda lettura della liturgia odierna Paolo fa riferimento ai carismi per la chiesa
che la rendono ricca e consentono ad ogni cristiano di essere partecipe dei talenti che gli altri mettono a disposizione della comunità.

Questa comunità riesce a consolidarsi soltanto se pratica al proprio interno la   riconciliazione perché lo Spirito che riceve è unità, come lo Spirito d’Amore che tiene uniti Padre e Figlio; allo stesso modo opera nei cristiani: Spirito di unità per tanti carismi, ricchezza per tutti. Questo Spirito creativo, di perdono e di riconciliazione,
è il Dono della vicinanza di Dio.

Tutto ciò noi desumiamo dalla meditazione del breve passo del Vangelo proclamato
durante la messa. Protagonista è una comunità che vive a porte chiuse una paura che l’ha paralizza.

E’ l’immagine della chiesa chiusa, ripiegata su di sé e, quindi, malata: la chiesa che
papa Francesco non vuole, che intende riformare. 

Ciò è possibile proprio perché Cristo le ha donato lo Spirito. Gesù invita discepoli rinnegatori per paura a non continuare a respirare dolore. 

Mostra le sue ferite - mani e fianco - sono la sua vittoria, ecco perché augura loro la
Pace e conferisce una missione. 

Non li processa, ma dona loro una ragione di vita. 

E’ consapevole della loro fragilità, ma la trasforma in forza e così da tanta imperfezione ottiene il massimo possibile. 

Su di loro soffia donando lo Spirito e da allora i discepoli, la chiesa riceve il respiro di Dio, principio vitale, il respiro di Cristo, amore infinito che si manifesta nel perdono per tutti affidato a ciascuno di noi, dispensatori di fiducia e di speranza perché animati dallo Spirito..


Il perdono impegno affidato a tutti




 

                                              ASCENSIONE
Ascensione

Il Teofilo della liturgia della parola è il nostro nuovo nome, un invito ad amare Dio al punto da trasformare sostanzialmente e definitivamente il nostro essere: chi ama Dio riconoscente per le meraviglie che ha fatto. Paolo nella seconda lettura riassume questi avvenimenti ed auspica per noi lo spirito di sapienza grazie alla rivelazione per poterne essere pienamente consapevoli.

Tutto inizia il giorno in cui i discepoli sono convocati in Galilea, come si legge nel vangelo. Gesù lascia dietro di sé nel mondo quasi niente, un gruppo spaurito di uomini confusi, poche donne coraggiose e fedeli, che però non hanno capito molto anche se non lo dimenticheranno. I suoi discepoli ancora dubitano, ma Gesù affida a loro il mondo, ha fiducia malgrado la loro fragilità. Dice, infatti, “a me è stato dato ogni potere…” e per questo, conclude, “ andate dunque…”.

L’analisi logica di questa frase per la grammatica degli uomini risulta poco coerente, ma diventa la più grande rivelazione dell’amore di Dio che invita ciascuno di noi ad una missione: voi, dunque, comunque operate.

E’ la sintassi dell’amore che contraddistingue Gesù il quale raccomanda ai discepoli; andate, fate discepoli, insegnate ad amare. Egli ha fiducia in noi ed è certo del nostro successo perché rimane con i suoi “tutti i giorni”.

Oggi la liturgia ci dice che non Egli ascende in un empireo lontano ed irraggiungibile ma, ponendosi al di sopra di tutte le creature, diventa per noi pienezza di vita. Perciò convoca gli apostoli nella Galilea delle genti e di là fa partire il suo salvifico progetto iniziando una nuova presenza: diversa, ma reale nella chiesa, nei sacramenti, nei fratelli. Quindi la sua ascensione non è un abitare lontano, ma essere veramente vivo per noi ed operare al nostro fianco: nei fratelli che soffrono, che dice a Saulo, rimproverandolo perché perseguitandoli lo fa soffrire, come ricorda nel passo del vangelo quando ritiene perfino un bicchiere d‘acqua dato ai fratelli come offerto a lui stesso.

L’Ascensione è la festa della fede che ci fa affermare: Gesù è il nostro destino; è la Festa della potenza di Dio e del valore della nostro quotidiano. Una fede incerta e dubbiosa, legata a prospettive terrene, oggi diventa piena ed anche noi possiamo ritornare a Gerusalemme colmi di gioia, consapevoli che Cristo ha le nostre mani per fare il suo lavoro, i nostri piedi per guidare l’uomo nei suoi sentieri, le nostre labbra per raccontare l’amore di Dio, dispone del nostro aiuto per operare e noi ci trasformiamo nella bibbia che tutti possono leggere e comunicare il messaggio di Dio in noi scritto con parole ed opere.


        

31 maggio



Oggi a Cannalonga si è svolto un convegno organizzato dall’associazione Identità mediterranee sul tema “Monachesimo e paesaggi culturali”. Vi hanno partecipato esperti del settore, i quali hanno ricostruito la singolare vicenda dei monaci italo-greci e descritto luoghi ed ambienti frutto di questo fecondo meticciato di culture. Nel sud della provincia di Salerno, e non solo, è possibile rinvenire l’anima e l’animo che aleggiano in un ambiente che ha tramandato una storia di tanti anni fa. Per alcuni aspetti essa induce a doverose riflessioni per la sua sorprendente attualità.

Il Cilento ha sperimentato nei secoli tante invasioni, ma anche sbarchi di profughi e di rifugiati, popoli ed etnie in fuga dalle tragiche contraddizioni della  grande storia e che si sono trasformati in un fecondo innesto. Naturale chiedersi: se 27 secoli fa fossero stati ricacciati i profughi focesi oggi avremmo Velia? Una totale indisponibilità all’accoglienza dei monaci 14 secoli fa avrebbe privato il Cilento del suo caratteristico paesaggio?

Quelle fughe si sono trasformate in riconoscente dono per chi ha saputo accogliere. L’avventura dei religiosi ha avuto tre fasi. All’inizio si tratta di solitari eremiti con negli occhi la distruzione del loro quotidiano e arrivati in compagnia delle sole icone: manufatto preziosissimo perché proiezione concreta di ciò che avevano di più caro. Successivamente si organizzano in laure e nel nome di Dio danno vita ad una dinamica socializzazione trasformando la loro presenza in una storia di successo sfociata nella fase cenobitica. Riescono così a coinvolgere tutto il territorio e una civiltà distrutta da invasioni, guerre, pestilenze, alluvioni ricomincia a sperare.

In tal modo viene ridisegnato il profilo di un paesaggio fisico e culturale che, ad esempio, dalla costa velina sale verso Ceraso per entrare nella valle di Novi e poi penetrare nell’interno fino al Vallo di Diano. Esso si segnala per una precipua caratteristica: l’armonia ecologica grazie all’azione dei monaci che vi fanno convergere le loro conoscenze animando un genere di vita che esalta i valori del profondo. Cannalonga è stata parte di questa esperienza ed i restauri degli affreschi rinvenuti in Chiesa e che inizieranno la prossima settimana ne sono una interessante testimonianza 

Nel nome di Dio realizza quando raccomanda la Genesi: l’uomo possegga la terra in modo pacifico. La popolazione del tempo manifesta subito di gradire questa esperienza e, rispetto alla condizione di servo soggetto al signore feudale, preferisce consegnarsi come oblato del cenobio più vicino. Infatti considera il monaco un maestro di vita, un abile imprenditore agricolo, un insuperabile ingegnere, un medico pietoso, un farmacista generoso, un dinamico mastro artigiano. Nasce una nuova civiltà che fa perno sulla possibilità di assicurare a tutti l’essenziale per vivere, quel minimo comune multiplo basato sull’insegnamento che possedere la terra non significa chiuderla alla fruizione degli altri, precipitati nel bisogno, ma semplicemente un diritto di uso in una prospettiva di bene comune. E’ il segreto per cui si riesce a colonizzazione in armonia con le caratteristiche del territorio, esperienza che trova riscontro nei tanti statuti medievali tramandati ed ancora nella prassi tradizionale che regolamenta l’uso dell’acqua. La efficacia della presenza dei religiosi viene misurata anche dal moltiplicarsi di mercati che animano gli scambi grazie alla garantita sicurezza ottenuta ponendo il raduno sotto la protezione del santo al quale è dedicata la fiera.

Dopo alcuni secoli la grande storia rincomincia a interessarsi della zona, inizia un processo di latinizzazione conclusosi nella seconda metà del Seicento con i falò a Cuccaro. Allora bisogna convenire che a vincere sono sempre i poteri forti? Certamente No: un auspicio, ma anche un convincimento. Infatti, nel profondo del popolo è rimasto non solo il ricordo, sovente non consapevole, di questi monaci, maestri di vita e modelli di uno esperienza che ha fatto della penitenza e del rigore un costante riferimento per insegnare in modo convincente cosa significa  essere disponibile per gli altri e per il bene comune. Ancora oggi é possibile guardare dentro di noi e comprendere che i ruderi disseminati per il territorio tracciano la mappa di una presenza animata da tante icone nelle quali si riflettono storia e cultura di una identità mediterranea nella quale poter riscontrare un messaggio valido ed attuale.

Questo paessaggio culturale può essere colto e gustato a determinate condizioni e valorizzato solo se si comprende che l’Achille avido e superficiale consumatore del XXI secolo, in realtà un distruttore di risorse, è capace di riscoprire il piacere della frugalità. Non si tratta della formichina che invita alla decrescita, ma di un operatore saggio che propone e realizza uno sviluppo diverso: investire nel bello per esaltare il buono. Orbene il paesaggio mediterraneo descritto si adatta perfettamente ad un nuovo e indilazionabile rinascimento, all’umanesimo alternativa al cancro dell’avidità che dall’interno distrugge l’uomo, trasformatosi in licantropo quanto è in cerca soltanto di cose invece di essere se stesso.

Uno scontro di civiltà più di 1300 anni fa tra la cristiana Costantinopoli e gli arabi invasori pretese di trovare una ipotetica intesa sacrificando un prodotto dello spirito umano: le icone, immagine dipinta su muri e tavole di legno grazie ad una sapiente arte del colore, capace di evocare connotati metafisici, e ad un disegno raffinato. Ma il rimedio concordato dai potenti di allora non funzionò e per il bello il costo fu tragico.

Pochi uomini coraggiosi si opposero in modo pacifico e fuggirono con i prodotti di una arte con la quale esprimevano la loro fede. Oggi tutto ciò può divenire un esempio, un segno, uno stimolo: recuperare a passi lenti un’armonia in grado di rinverdire una speranza e consentire di ammirare le gradazioni dei colori delle foglie di olivo anche quando sono scosse dal vento delle vita, cioè saper godere di un quotidiano scandito dal suono del semantron, nostalgia in grado di risvegliare l’attenzione su come il bello apprezzato, preservato e compreso può conferire senso all’esistenza, funzione insostituibile per l’uomo immerso nel paesaggio percepito e gustato come un inno alla gioia.  

   


                        25 maggio


Il Papa è in Palestina, la terra di Gesù dove la vita di ogni giorno non si svolge come Egli l’ha auspicata per l’umanità. La cronaca di queste ore è una palese smentita di quanto credono i cristiani: guerra civile in Ucraina, razzismo antisemita in Belgio, palese egoismi in una nazione come l’italiana, la cui identità
dovrebbe saldamente radicarsi sul cristianesimo.

Che fare? Scoraggiarsi per il fallimento? No!

Occorre ritornare a porre domande di vita e di salvezza a Gesù.

La liturgia di questa sesta domenica di Pasqua  fornisce alcune decisive risposte. 

Se mi amate: è l’umile inizio della relazione di libertà e di fiducia sollecitata da Gesù, che non usa imperativi per osservare i suoi comandamenti. Infatti non sono delle prescrizioni, ma contribuiscono a delineare la sua figura e la sua concreta personalità. Se siamo capaci di farli nostri allora abbiamo la possibilità di percepire l’intenso sapore di libertà, il senso liberante della pace, la concretezza del perdono che redime, la intensa relazione che regala la vita bella perché buona e beata. In tal modo si realizza una relazione particolare, che è il desiderio di comunione di una intimità unica, quella che appaga il cuore.

Così veramente non ci sentiremo orfani abbandonati perché la presenza di Dio è dentro di noi. L’atto di fede di cui si ha bisogno non è tensione verso un oggetto esterno e lontano, ma la certezza di essere già in Dio che non possiamo vedere, ma che in mille modi manifesta il suo amore avvolgente, che nutre e scalda.

Le letture di questa domenica consentono altre considerazioni.

Nella prima viene presentato il diacono Filippo attivo in Samaria per cui la Chiesa di Gerusalemme invia Pietro e Giovanni per autenticare la fede dei battezzati imponendo le mani perché ricevano il Consolatore, il quale conferma che amare Dio ed amare i fratelli è la vera identità dei cristiani.

Lo Spirito rende sicuri e forti; è la confermazione che trasforma in cristiani completi, pronti per l’annuncia e la testimonianza. In tal modo si ha coscienza della dinamica triplice della nostra esistenza: quella reale dell’esperienza quotidiana, quella vissuta nella nostra immaginazione e che rimanda alle aspirazioni che ciascuno vive nel proprio io, quella interiore, profonda e spirituale, che ci ha raccomandato Gesù nel passo del Vangelo letto oggi.

Sono le sue raccomandazioni ai discepoli durante l’ultima cena, prima di vivere la sua Pasqua. Egli è consapevole del tradimento e della grande paura che si impossesserà di loro, ma non li libera dalla prova, li invita solo ad accogliere lo Spirito.

E’ il suo insegnamento definitivo per dirci che il cristianesimo non è una dottrina o una pratica di devozioni, ma l’incontro coinvolgente e definitivo con una persona viva.



18 maggio


 

La cronaca della settimana appena trascorsa turba profondamente il nostro cuore e toglie qualsiasi anelito di fiducia verso l’altro in una Italia che sprofonda sempre più per cui a tanti sempre di vivere nel clima da ultimi giorni di Pompei.

 

Scajola e Matacena, Frigerio, Greganti, Luigi Grillo, Cattozzo e Maltauro, Paris, Dell’Utri, Rognoni, Genovese… Non è la formazione della Nazionale che sarà impegnata ai mondiali di calcio in Brasile, ma un’accozzaglia di figuri i quali hanno contribuito a rendere ancora più grave la propensione per la corruzione. Secondo esperti del settore ormai questo comportamento da reprimere è seriale e diffuso. Chi se ne macchia è disposto a vendersi di nuovo convinto dell’impunità, anche perché non è mai solo ad operare, ma trae forza dalla rete che genera un humus sul quale cresce il crimine organizzato. Ne deriva che, a proposito dell’Expo, se sembra logico fermare i colpevoli e non le opere, risulta prioritario intervenire per bloccare, una volta per tutte, azioni così deleterie per il bene comune e per l’immagine del paese, stroncare le tante cointeressenze economiche che li foraggiano.

 

In mare si continua a morire, mentre l’Europa, frastornata dalla crisi di credibilità, litiga rimanendo insensibile al dramma che si vive nell’inferno eritreo, siriano, libico... La colpevole indifferenza non trova giustificazione nell’ennesima accusa rivolta all’Italia della quale si vorrebbe additare l’inefficienza dichiarando: dite cosa volete! Non c’è bisogno di attendere sollecitazioni se il cuore batte e gli occhi rimangano spalancati di fronte allo strazio dei naufraghi, al dolore dei profughi, alle lacrime dei bambini, ai cadaveri che galleggiano.

 

L’euroscetticismo ha preso piede per l’incapacità di una adeguata reazione alla crisi che ci ha travolto; tuttavia bisogna riconoscere che il ceto dirigente italiano ha fatto poco per l’Europa, da qui il clima di sfiducia, il marcato astensionismo, la crescita dei partiti populisti che trovano facile ascolto per la geremiade contro l’euro. Invece, i problemi italiani nascono dal cattivo funzionamento dello Stato, dalla farraginosa burocrazia e dalla lentezza della giustizia, situazioni che scoraggiano ad investire e alle imprese rendono difficile l’esistenza. I problemi andrebbero affrontati e risolti dagli italiani, ma vi immaginate l’efficacia operativa del grillo parlante, dei meloni affratellati, del magone bossiano, della vacuità eterea dell’assistente sociale al tramonto?

 

Il Vangelo di questa domenica infonde ancora speranza: se osserviamo con attenzione Gesù e meditiamo le sue parole abbiamo la possibilità di comprendere Dio.

 

Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fiducia,egli ci esorta, cioè invita a pronunciare un deciso no ad ogni sentimento di irrazionale timore e aprirci fiduciosi all’ascolto della Parola per intessere un rapporto fecondo ed armonioso con la vita.

La fede è un atto umanissimo che poggia sulla capacità dell’uomo di credere, oggi messa profondamente in crisi dalla indisponibilità a riservare ulteriore fiducia agli altri e al futuro.

Gesù é la via, la verità e la vita. Egli è la strada che conduce a casa senza incertezze perché lascia sempre gli orizzonti aperti per orientarsi e conquistare amore e libertà assicurando la comunione con Dio.

Gesù è la verità; non una dottrina, un libro o un codice, ma una persona nella quale si riassume il vero volto dell’uomo e si rinviene il vero volto dell’amore di Dio. La relazione che si intesse con Lui è una storia di vita che anima una esistenza spiegata con la vita di Dio.

Non rimane allora che ripetere con l’apostolo Filippo: Mostraci il Padre e ci basta ed essere sempre più convinti che chi ha visto Gesù vede veramente il Padre perché consente di rendersi conto di come Egli ama, accoglie, dilata la nostra vita.




11 maggio

Auguri a tutte le mamme


Il nostro paese deve affrontare il problema della scuola elementare e portarlo a soluzione per il bene dei nostri bambini. Si tratta di un argomento che interessa tutti.

Per stimolare le riflessione mi permetto di aggiungere queste considerazioni in riferimento a episodi capitati la scorsa settimana in Italia e nella nostra zona.          
                                              °°°°°

Dopo le vicende romane di sabato scorso e il pessimo spettacolo del tifo violento si sono individuate le ricette invocando fermezza, manifestando disponibilità al dialogo, invocando la responsabilità sociale ed auspicando una autentica cultura sportiva. Per ora, purtroppo, si rincorre il problema affrontandolo soltanto come un impegno di sicurezza per cui, a detta degli esperti e dei responsabili, si spendono 500 milioni di euro a campionato, somma che il calcio non può e non deve spendere e potrebbe essere destinata a finalità più proficue. Intanto le società continuano a trattare con gli ultras non ponendosi il problema del perché della crisi.

La dimensione del decadimento etico e civile porta a questi episodi e
all’indifferente tolleranza per tanti recidivi. Si calcola che un
quinto degli ultras italiani fa capo a gruppi politicizzati, altri
sono affiliati a gruppi malavitosi a servizio dei clan. Gli incidenti
di Roma hanno dimostrato che dietro <‘a carogna> si cela un
mondo che ha spostato nel calcio parte delle sue oscure attività di
spaccio e scommesse. Ormai si è toccato il fondo; indispensabile una
attenta riflessione per procedere con pugno di ferro contro le teste
calde e manifestare un partecipato dialogo con le curve perché il
calcio, come tutto lo sport, alla fine deve unire e non essere il
teatro di episodi di demenziale squallore come quello al quale siamo
stati costretti ad assistere.

Strumento fondamentale per evitare il ripersi di fatti del genere è
l’educazione, di conseguenza il ruolo della scuola. Educare
significa aiutare a diventare persone adulte inserite in una
comunità, mentre la scuola come agenzia demandata a questo scopo da
risorsa pare sia divenuta un problema. Non la si ritiene un bene di
tutti e di ogni singolo cittadino, cuore pulsante dell’identità
culturale, civile e sociale della Nazione. Ne consegue che gli
insegnati non vengono considerati una risorsa fondamentale per
organizzare una scuola efficiente. Ne consegue la necessità per la
comunità d’impegnarsi per curare la vocazione dell’insegnante
negli aspetti personali e motivazionali, consapevole che si può
comunicare ciò che si è e l’efficacia del proprio impegno
presuppone una adeguata professionalità.

 

Ai docenti di ogni ordine e grado sono affidate le giovani generazioni
del Paese e, di conseguenza, il suo futuro. Si tratta di una missione
educativa condivisa con i genitori per i quali è la continuazione ed
il compimento della loro azione generativa, straordinaria ed
affascinante avventura che coinvolge crescita fisica e maturazione
dello spirito, sempre un prodotto dell’umanesimo, perciò, non è
possibile ridurre l’educazione alla sola acquisizione di
competenze, perché si rivela sempre una coinvolgente esperienza che
si propone di realizzare un rapporto creativo con la tradizione e col
patrimonio culturale. Quindi, occorre recuperare la dignità della
dimensione educativa come percorso verso l’autenticamente umano
nella consapevolezza che la verità è sinfonica e la ricerca del
bene della persona consente di costruire un mondo migliore grazie
alle nuove frontiere dell’informazione, valide e veramente utili se
sanno radicare  empatia ed aprono ai sentieri dell’interiorità
plasmando l’affettività e radicando la cittadinanza grazie ad una
esperienza culturale che stimola la creatività e libera da ogni
atteggiamento intollerante. Si tratta di realizzare una alleanza
educativa tra scuola e famiglia in una logica di rigorosa reciprocità
e in un clima di lealtà e di operoso confronto per assicurare a
tutti gli alunni una attenzione inclusiva.

Possiamo  trasmettere tutto ciò ai nostri ragazzi?

Se si fa riferimento a quanto si legge su un articolo di recente
pubblicato su questo periodico dovremmo ritenere di essere
precipitati nella nebulosa della confusione se, parlando agli
studenti, presunti esperti si presentano arringandoli “sul tema
vago e illimitato della legalità con canzonette e sermone
vernacolare”. Appellarsi alle ovvietà in salsa sociologica, come è
parso di sentire dai tuttologi invitati a disquisire sulle cause
della violenza negli stadi, non aiuta, anzi contribuisce a
consolidare un clima ed un’abitudine che tende a trasformare anche
la scuola nel luogo dove fare un po’ di baldoria e scaricare la
coscienza offuscata dalla incultura di ritorno; non rimane che
reiterare l’appello a considerarla una comunità educativa in rete
con altre per instaurare una organica relazione. In tal modo scuola,
famiglie, comunità del territorio come le parrocchie possono, in un
rapporto di convergente amicizia civile, contribuire alla crescita
del bene comune. 

         
                                             °°°°°

Il Vangelo di questa domenica parla di un Pastore speciale e di tante
pecore, similitudine che, dopo adeguata inculturazione, cioè
l’esplicazione del contesto di riferimento, diventa un rivelativo
spunto su come si può risolvere il problema esposto in precedenza.
         
                                              °°°°°
 

Il Pastore chiama per nome. La vocazione del singolo é un dono al
chiamato, invitato all’ascolto per rispondere positivamente.

Essere chiamato per nome significa vedersi rivelato e consegnato un compito
che irradia tutta la persona, che viene posta al sicuro seguendo il
pastore.

Questi cammina davanti, perché guida che non rimprovera, ma precede per la
sua capacità di sedurre con l’esempio.

 

Questa sequela fa trovare un pascolo abbondante come la manna per 40 anni
nel deserto, come il pane distribuito a 5000 individui nei pressi del
lago, mentre altri 99 fratelli sono in attesa se mi dovessi smarrire.
Inoltre, se pecco il pastore è pronto a perdonarmi 70 volte sette
perché il suo amore è fragrante ed abbondante come il vaso di nardo
dal quale è stato tratto il profumo che ha lavato i suoi piedi.

A questo pastore si oppone il ladro ed il brigante, figure che non è
necessario descrive in una Italia che è tempestata di disgustosa
cronaca circa i furti alla collettività perpetrati dai furbi.

Allora che aspettiamo ad attraversare la PORTA per sperimentare la bontà di
questi pascoli? 


Essa è spalancata come l’amore infinito del pastore, attende soltanto
che noi ci mettiamo finalmente in cammino per sperimentare la nuova
vita, grande avventura di coraggio e di libertà.


 
                  4 maggio III domenica di Pasqua


Nella prima lettura viene riproposto alla nostra attenzione il giorno del riscatto di Pietro lo spergiuro, il quale testimonia la sua fede in Cristo; mentre nella seconda lettura egli ricorda a tutti noi l’impegno della vita nuova per essere pronti al giudizio del Padre. Il vangelo ci rivela i termini delle dinamica interiore che determina la sua scelta di fede, frutto di una ricerca per la quale occorre essere disposti anche ad un lungo cammino.

Camminare, dopo il correre a Pasqua e l’entrare di domenica scorsa, è il verbo da coniugare questa settimana nel proseguire il pellegrinaggio della nostra ascesa interiore. Camminare è un termine ricorrente nella Bibbia: Paolo raccomanda di camminare nella verità, Giovanni aggiunge nell’amore, mentre Gesù invita a camminare nella luce.

Due discepoli in fretta tornano a casa tra i dubbi dopo le delusioni patite a Gerusalemme. Con questo stato d’animo non avrebbero potuto inventare l’episodio di cui sono testimoni.

Abbandonati gli altri, non sono più disposti alla generosità e a gesti d’amore, ora vogliono badare solo ai fatti propri, la fiducia nei confronti di Gesù si è tramutata in sconforto dopo la sua crocifissione. E’ morto! Hanno udito in verità cose strane, ma non vogliono più rischiare, rassegnati intendono dimenticare la grande avventura.

Lungo il tragitto Gesù si affianca a loro e li accompagna nel cammino presentandosi come uno di loro, non come il maestro. Egli diventa un catechista che aiuta a leggere le scritture per capirle. Il dialogo si fa serrato con questo sconosciuto che appare ai due estraneo a quanto è capitato nella città sacra. Tuttavia le sue parole accendono nei loro volti interrogativi ed interesse sollecitando la disponibilità all’ascolto, un crescendo di relazioni che culmina con l’invito a fermarsi perché si approssima l’oscurità.

La speranza si accende quando i due partecipano di un gesto familiare: spezzare il pane. Così riconoscono il Risorto ed allora, benché stanchi e sia sera, di nuovo si mettono a correre, come era avvenuto ad altri discepoli il primo giorno della settimana, e la loro testimonianza si aggiunge alle altre.

Ancora non si è identificato esattamente il villaggio di Emmaus, quattro località ne rivendicano il privilegio per cui lo possiamo ritenere anche un segno di ogni luogo dove i cristiani rivivono la loro fede ed una metafora dello nostra esperienza di vita.

I due discepoli si aspettavano un Gesù diverso, pronto a liberare il popolo; per loro la vittoria sulla croce non è un successo, risulta ostica da comprendere, indigesta perché è difficile pensare che il Signore lì ha vinto ed ora è presente risorto. Ma egli accompagna in questa ricerca non perché è una nozione da imparare, ma perché è una persona da frequentare, capace di dare calore al cuore deluso. Come i discepoli di Emmaus anche noi esclamiamo: Resta con noi perché si fa sera”. Allora egli è pronto a spezzare il pane per noi, poi può anche andare oltre, con noi rimane questo suo dono di sé, pegno d’amore che salva.

 

 

Il Primo maggio si è celebrata la festa dei lavoratori, ma tutti dicono che manca lavoro. Allora che festa è?

Economisti, politici e sindacalisti hanno inventato contratti di formazione e lavori a progetto, forme di occupazione senza garanzie effettive per i giovani, fantasiose opportunità che con consentono la concretezza di una progettazione seria del futuro. Ne deriva una devastante minaccia alle nostre prospettive di serenità. Che facciamo per porvi riparo?

L’egoismo generazionale non libera risorse e radica ingiustizie che minano la serenità e la gioia di vivere.

Anche in questo settore i cristiani hanno una missione da compiere: trasformarsi in cirenei della speranza, manifestare empatia per i tanti drammi sociali, cioè condividere, aiutare, intraprendere e cooperare per creare nuovo lavoro nella consapevolezza che senza non c’è umanesimo. Infatti, essere occupati ci rende vera immagine di Dio creatore ed assicura dignità ad ogni giovane, ad ogni padre di famiglia. Solo a queste condizioni si costruisce una civiltà rispettosa della persona e della sue esigenze.

Una economia ingiusta ruba la speranza e, alla fine, fa precipitare in una crisi senza uscita perché si limita ad idolatrare il danaro, che tendenzialmente esclude perché suscita soltanto il desiderio di accumularlo. Si commette così non solo la grave ingiustizia di sfruttare il fratello soggetto all’oppressione del più forte, ma si arriva anche alla sua espulsione dalla società perché condanna a stare fuori gli esclusi, perché rifiutati in quanto ritenuti un peso, un avanzo senza valore.

Nel dramma degli uomini che, come Pietro dopo una notte di lavoro, hanno ancora le reti vuote, operiamo per la formazione, sostenendo il coraggio e propugnando la solidarietà reciproca. E’ esattamente ciò che ha fatto Gesù (Lc 5,1-11) quando vede i volti stanchi di fragili pescatori che ritornavano delusi alla riva. Egli vede il loro sconforto, simile alla sconfitta di tanti che spendono il giorno a trovare inutilmente lavoro. Gesù non si è sostituito a loro, ma ha sollecitato una ricerca più attenta e qualificata per insegnare che una crisi come quella attuale non è causata dalla povertà dei mezzi a disposizione, ma dalla sterilità generata dalla progressiva carenza di fini.

Gesù invita a lanciare di nuovo le reti e non ad adagiarsi a contemplare la sconfitta. Egli propone di guardare avanti senza paura e stimolare ad impegnarsi con coraggio e lungimiranza nella consapevolezza che, se occorre tempo per riempire le reti, intanto a noi è affidato il compito di creare un lavoro libero, solidale e partecipativo, come raccomanda l’Evangelium gaudium ai numeri 223 e 192.  

Facciamo nostro l’insegnamento del vangelo di questa domenica consapevoli che, lungo le strade della vita, una carezza a chi vive nel dolore, un pane condiviso con l’affamato ci aiutano a sentire il profumo del Risorto nel nostro quotidiano 



DOMENICA in ALBIS


I discepoli stanno al chiuso, abitazione sbarrata perché hanno paura e ciò acuisce la loro sensazione di essere allo  sbando: sentono di aver perso tutto e la loro comunità boccheggia.
Gesù decide di andare in mezzo a loro, consapevole che hanno bisogno di lui e della sua pace. Da grande pedagogo si rivolge a Tommaso, il quale dimostra, rispetto agli altri, maggiore libertà: esce ed entra da quell’ambiente chiuso e cerca di capire. Gesù sa che il discepolo non si sarebbe accontentato del racconto degli altri, nella sua concretezza ha bisogno di una esperienza diretta d’incontro;
perciò si propone alla sua investigazione, gli mostra le mani e si sottopone alla sua analisi invasiva per guarire ansia e dubbi di un amico. La invita a mettere le mani dove sono stati i chiodi suscitando anche la nostra sorpresa: perché ancore quelle ferite?
Non è egli risorto a nuova vita?


In realtà esse sono il vessillo della vittoria del Padre. La Risurrezione non le ha rimarginate perché la morte in croce non è un semplice incidente da superare, ma costituisce l’emblema della gloria di Dio perché il punto più alto del suo amore per gli uomini.


Non sappiamo se Tommaso abbia veramente sfiorato quelle piaghe, ma certamente ha risposto con un atto di fede. Riconosce il Signore, dichiara che è il suo Signore, senza non può ormai più vivere. Ma Gesù sposta subito l’attenzione; guarda oltre.


Salvato un amico, ha da rivolgersi ai tanti che nei secoli lo attendono e lo vogliono incontrare. Egli li reputa beati più di Tommaso e degli altri discepoli perché disposti a credere senza vedere. Liberi nel loro cuore perché non si attendono segni esteriori, percepiscono la presenza del Risorto come alito dello Spirito che dona gioia, la vera gioia che promana dalla pace pasquale.


Tutto ciò è stato scritto perché ci accompagni lungo le esperienze della vita in modo da avere sempre l’opportunità di sentirci più vivi e quindi più felici.


PACE A VOI, dice Gesù, ed oggi questa pace acquista un significato ancora più coinvolgente. In piazza san Pietro vengono  canonizzati i due pontefici della pace: Giovanni XXIII, estensore della pacem in terris, e Giovanni Paolo II, che della ricerca della pace ha fatto un perno del suo ministero petrino. Due santi papi per noi anche due convinti operatori di pace, quindi a ragione tributiamo loro il titolo di “figli di Dio” secondo il significato che ad esso conferisce il vangelo delle beatitudini. I due pontefici hanno denunciato ogni forma oppressiva della società, difeso la persona contro ogni manipolazione, si sono opposti ad ogni ideologia totalizzante e ad ogni terrorismo intellettuale nella consapevolezza che la giustizia
non si estrinseca in aiuti caritativi al bisognoso, ma nell’impegno pieno per realizzare un sistema di eguaglianza distributiva nella libertà, fondamento della pace.
E’ questo il vero bene comune; mai solo somma di diritti particolari e
privati, esso è sempre sociale e comunitario in un clima che favorisce lo sviluppo della personalità. L’idealismo di queste posizioni diventa realismo politico perché intende prevenire conflitti manifestando nel contempo attenzione per le difficoltà del presente e dell’immediato futuro a causa delle persistenti fratture nel processo d’integrazione della famiglia umana. Perciò, più che perseguire una instabile
sirene, che non rinuncia alla forza come unico mezzo per ristabilire gli equilibri nel mondo globalizzato, si richiama la pax, patto tra contraenti da rispettare nel contesto internazionale coinvolgendo tutti i soggetti nel quadro istituzionale. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno auspicato vera shalom, come la intende la Bibbia: pienezza della tranquillità identificata col bene stesso nel senso concreto di ciò che rende prospera la condizione umana. Il dialogo e la pace tra
le culture sono possibili soltanto se si rispetta fino in fondo l’altro col quale si entra in relazione, senza dimenticare che un’autentica libertà è garantita dall’effettiva considerazione della responsabilità personale.


Oggi, tutto appare più difficile per l’espandersi del crogiuolo d’incredulità, dimensione alternativa alla sacralità dopo il crollo delle ideologie. In questo apparente deserto è necessario cogliere l’evento vivificatore, capace di liberare
dall’aridità, trasformando l’inquietudine determinata da tanti enigmi, generatori di ansie, in suggestive vie verso la ragione, possibile redenzione per l’uomo, finito e contingente. I due papi, oggi santi, hanno svolto questo
ruolo, volto essenzialmente al perseguimento della pace, fine supremo della convivenza umana. Il loro contributo é risultato profetico per conservare e promuovere nella coscienza comune il senso della trascendente dignità della persona. In tal modo si vince la paura e, finalmente, si approda nella civiltà dell’amore, che non è fatuo
buonismo, ma premessa di responsabile operosità per sconfiggere ogni
coercizione o repressione volte ad  imporre un modello sociale unico al mondo intero e costruire rapporti fondati sui valori universali di solidarietà e giustizia. Non fosse altro che per riconoscenza, tutta l’umanità dovrebbe unirsi spiriturlmente con chi in piazza San Pietro eleva la preghiera di intercessione ai due pontefici che si sono spesi per il bene di tutti divenendo un esempio per gli uomini di buona volontà.

 
 
 
 
VESCOVO_VALLO       

IL NOSTRO VESCOVO HA VOLUTO INVIARE A TUTTI I COMPONENTI DELLA PARROCCHIA DI CANNALONGA UN MESSAGGIO DI AUGURI.

LO LEGGIAMO CON L’ATTENZIONE CHE MERITA E, RINFRANCATI DALLA GIOIA PASQUALE, COME COMUNITA’ PRONTA A SEGUIRE LE INDICAZIONI  DEL PASTORE, RICAMBIAMO AUSPICANDO UN FERVIDO, FECONDO, FELICE APOSTOLATO TRA NOI                  LINK AL MESSAGGIO



Pasqua2014res
                           LA PASQUA

Auguri, la nuova vita pasquale irrori tutti noi

Pietro appare radicalmente trasformato, da spergiuro diventa un convinto testimone. Quale esperienza ha determinato questo radicale mutamento? Sono le considerazioni che facciamo meditando la prima lettura della liturgia nel giorno di Pasqua. In effetti in lui si realizza quel passaggio che corrisponde alla chiamati che ci viene rivolta nella seconda lettura. Ciò è possibile perché Gesù è risorto. Non è il frutto di un ragionamento filosofico, ma si lega ad un’esperienza concreta che è stata trasmessa anche a Paolo come egli afferma nella prima lettera ai Corinti (15,1-11). Il fatto al quale si fa riferimento rimanda al lungo correre di Maria ed alla sua sorpresa perché non trova quanto si era proposta d’incontrare.

Tutto inizia per un corpo assente ed una tomba vuota. Ad asserirlo sono per prime delle donne, cioè dei testimoni poco credibile stando alla mentalità ed alla prassi giuridica del tempo. Ma proprio questo particolare rafforza la credibilità dell’evento. Un millantatore non avrebbero fatto raccontare una storia così poco verosimile a chi non aveva capacità giuridica. Pietro e Giovanni accolgono l’annuncio ed il secondo trova la fede proprio per quello che vede, prima non aveva capito e, perciò, non poteva auto-illudersi. Dei protagonisti della vicenda che hanno sperimentato il dramma del venerdì precedente nessuno si attende qualcosa di eclatante. Le donne aspettano solo l’alba per completare il rito di sepoltura e, colte di sorpresa, giungono alla fede con fatica, come gli apostoli.

Come è possibile tutto ciò? Certamente si può affermare che la Risurrezione non è stata un’allucinazione collettiva a giudicare dalla trasformazione dei discepoli di Gesù. E’ l’esperienza della trasfigurazione definitiva dell’esistenza umana della quale Cristo costituisce la primizia. Di ciò Giovani diventa il modello di credente: il suo amore per il Maestro aiuta a comprende finalmente le Scritture. La condizione è prestare attenzione, come Maria, all’essere chiamati per nome in una prospettiva che non si racchiude in una esperienza circoscritta, ma che si apre a tutta la comunità. Il Risorto invita la donna a non trattenerlo perché deve recarsi in tutto il mondo ad asciugare le lacrime dell’umanità dolente, ma matura per poter sperimentare la gioia pasquale oltre la morte, dove cieli e terra nuovi fanno crescere il seme di luce della redenzione perché il Risorto è sempre Risorgente, Risurrezione stessa, germe di vita, risveglio dell’umanità decaduta, opportunità di ascesa per l’abbraccio finale col Padre.

Quando tutto appare finito e resta solo il vuoto, la luce della vera Pasqua illumina e rischiara l’animo. L’amore donato è libero e liberante, redime dall’oscurità della morte chi si lascia amare. E’ la testimonianza che un cuore risanato trasmette agli altri e che induce ad esclamare: ho visto il Signore!


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               LA VEGLIA DI PASQUA



La comunità parrocchiale di Cannalonga é invitata alla Veglia Pasquale, madre di tutte le veglie secondo sant’Agostino.

     La liturgia inizia con l’esaltazione del simbolismo della luce per sottolineare come le tenebre del male, che hanno interessato fin dagli inizi l’esperienza umana, sono state attraversate dalla luce di Cristo e perciò ora noi siamo partecipi del suo definitivo progetto di Salvezza.

   

     Per rafforzare questo convincimento siamo invitati ad ascoltare la parola e meditare le Scritture nelle quali, grazie alle letture proposte, possiamo partecipare degli episodi più significativi di questa storia della salvezza.

Essa culmina nella Liturgia Battesimale per la quale il Popolo di Dio é chiamato a vivere della autentica libertà grazie all’acqua che non solo è capace di distruggere il male, ma  rigenera a vita nuova.

     Perché questa esperienza di grazia si rafforzi siamo invitati a condividere il pane e il vino secondo le intenzioni fissate da Gesù nell’ultima cena. Così, dopo il battesimo, per la potenza dello Spirito siamo ammessi al convito che corona la nostra nuova condizione di libertà e riconciliazione col Padre.

     Su questa base si fonda il progetto di vita cristiana: luce, parola, acqua, eucarestia diventano i punti cardine della nuova vita in questa alba della Pasqua.

     Tutti siamo chiamati a correre verso la sorpresa della pietra ribaltata, con la quale si pone fine alla tragedia del male e della morte. La tomba vuota per i cristiani diventa l’inno alla vita perché tutti siamo avvolti della Risurrezione di Cristo.

                                                                      Auguri


17 aprile: INIZIA il TRIDUO PASQUALE

e la nostra comunità è chiamata ad un grande atto di fede

 

In questa Chiesa parrocchiale, dove é riunita una umanità dolente, voglio gridare con voi anche il mio pianto e manifestare col mio 'perché?', la protesta e la partecipata compassione nei confronti di una famiglia in lutto e verso un paese in ambascia.

Un manifesto listato a lutto annunzia che un nostro amico è morto, a rendere più tragica la notizie è un numero: 44!. E’ giusto, accettabile morire così giovani?

In questa circostanza, la mancanza di parole appropriate dimostra quanto sia assurdo ciò che l’intera comunità ha sperimentato. Risultano evidentemente insufficienti anche le metafore alle quali si fa ricorso per cerca di consolare chi è colpito dal viaggio senza ritorno del familiare. Lo ha descritto Giobbe (16,22). Un destino amaro incombe sul fragile uomo, la cui vita appare come erba che secca, come fiore di campo che appassisce, precisa Isaia (40,6). Lo scorrere del tempo é inarrestabile come l’acqua versata, fugace come un sogno perché la vita è labile come un sospiro, soffio che passa, sostanzialmente un nulla ritiene il Salmo 39.

Questa la condizione dell’umanità di fronte alla morte, ma quanto è capitato presenta tutti i connotati dell’assurdo. Con voi anche io voglio chiedere a Dio: dove eri? Perché la morte e in questo modo? Perché questo tragico accanimento contro una famiglia e contro un uomo così provato. Egli aveva detto sì a quel dolore, accettando la prova. Allora perché questa subitanea fine?

Come tanti nel paese, anche io ho conosciuto e tutti lo ricordiamo con rispetto. Ecco perché qui in chiesa in cerca di senso siamo adunati e pronti ad una protesta gridata, condivisa, reiterata. Ma essa veramente contribuisce a consolare e, soprattutto, aiuta a capire?

Tutti noi abbiamo bisogno di comprendere! Perciò, se le nostre parole rimangono sterile protesta ci si allontana ancor più dalla verità. Invece, occorre tentare di rispondere alle domande che la famiglia intera si pone con l’assemblea presente in chiesa.

L’esercizio filosofico cerca di rispondere al grido doloroso dell’uomo comune, quello che già Giobbe ha indirizzato al cielo nel ricercare una speranza legandola inscindibilmente alla fede. L’alternativa é precipitare nel buco nero della disperazione di fronte al concreto schianto delle speranze umane, legate al male che avvolge l’uomo e rende la morte ancora più tragica e senza senso. Questa predisposizione del nostro intelletto aiuta da dare contenuto e consistenza anche ai tanti gesti di amore fraterno e di carità che sono stati fatti in questa circostanza.

Di solito al termine di considerazioni di questo tipo si conclude pronunciando l’estremo saluto; noi, invece, vogliamo tentare di bisbigliare un arrivederci fondandolo sul convincimento che, in prospettiva, si tratta veramente dell’a Dio. In ciò ci aiuta la lettura comparata delle quattro versioni, diverse ma non contraddittorie, che i vangeli forniscono della morte di Gesù, un dato non solo simbolico, ma concretamente presente nell’esperienza di questi giorni.

Nel vangelo di Marco si legge: ”Ma Gesù, emesso un grande grido, spirò”. E’ l’ultimo spasimo di dolore, agghiacciante partecipazione al nostro destino del Maestro di Nazaret: così anche Dio sperimenta il nulla della fine. Con nelle orecchie ancora l’eco di quell’urlo, contempliamo, senza parole, il crocefisso: Dio conosce il rischio della disperazione, perciò in questa circostanza nessuno può sentirsi abbandonato.

In Luca si legge: “Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito” a significare che nell’ultimo istante Gesù prega e fa suoi i sentimenti del salmo 31: si affida, donandosi, a Colui nel quale ripone fiducia in attesa del suo destino finale.

L’evangelista Giovanni allarga ancora la prospettiva conferendo il tocco finale quando scrive: “Tutto è compiuto”. Gesù ha fatto quanto gli è stato richiesto. E’ una espressione telegrafica ma efficacissima nel tenere alta la tensione; pare quasi sentire la nota lunga dell’attesa della mattina del primo giorno della nuova settimana, quando tutto rincomincia.

Matteo pone una particolare attenzione nel delineare i personaggi testimoni di questa tragica morte, risposta ai tanti interrogativi che noi ci stiamo ponendo. L’evangelista descrive Gesù in relazione col Padre, il centurione col volto fisso sul crocifisso, le donne straziate dal pianto e gli astanti curiosi ed astiosi. La morte è anticipata da un duplice grido, al quale fanno seguito eventi straordinari per significare che quanto in termini umani appare un evidente fallimento, in effetti completa le promesse di salvezza.

Dio sembra assente durante la passione: lo stesso Gesù sembra lamentarsene con l’approssimarsi del momento culminante e grida l’abbandono. Le tenebre che avvolgono la terra e i segni al momento del trapasso dimostrano invece che la sua non é un’assenza, ma una opportunità per riconoscere la vera identità di Cristo. Anche se non salvato dalla ingiusta morte voluta dagli uomini, Egli serve il piano salvifico e nel suo grido misterioso, lacerante e sconvolgente, si concentra tutta la forza di un rapporto, che non viene meno malgrado le apparenze.

Le conseguenze di quel trapasso diventano subito evidenti in prospettiva storica e cosmica come dimostrano gli eventi descritti. L’apparente fallimento si tramuta in trionfo, reale potere di vittoria sulla morte. Coloro che hanno assistito all’esecuzione ne traggono le dovute conclusioni, come si desume dai contrastanti sentimenti espressi da chi scende dal Golgota e torna in città. Gli esponenti del potere civile e religioso ritengono di aver fatto la cosa giusta, i discepoli, addolorati, sperimentano un profondo smarrimento pensando che tutto sia finito, altri cominciano a riflettere dibattuti tra aneliti di conversione e l’evidenza di una morte.

Intanto il centurione, culturalmente e psicologicamente il più distante dalle dinamiche che serpeggiano tra la folla, un soldato che ha visto tanti morire tra gli spasimi di un dolore inconcepibile, nudi nello squallore di una totale abiezione, un militare che ha sentito pianti, bestemmie, implorazioni, singhiozzi di pietà, abituato a spettacoli disumani di esibizione dell’oscenità della morte, incomincia a ritenere che questa volta si tratta di una esperienza diversa: il comportamento del condannato è stato inusuale. Egli non ha inveito, anzi ha perdonato. Più gli rimbalzano nell’animo le parole pronunciate da Gesù sulla croce e più il centurione manifesta la disponibilità a credere che “quest’uomo era giusto”.

Così la morte dell’innocente compie il primo miracolo: la capacità di perdono illumina l’universo di dolore rendendo gloria a Dio. Gesù emette e dona il suo spirito, ultimo gesto d’amore, e così spacca la pietra dell’insensibilità determinando un terremoto interiore. L’animo umano, sepolcro ostile alla virtù e ricettacolo del male, si apre al bene che è in ognuno, miracolo operato dal crocifisso.

A riflettere su questi elementi ci aiuta la Sindone, icona dell’oscuro Sabato Santo del nascondimento di Dio e della solitudine dell’uomo, segno sul quale è impressa l’atrocità della sofferenza e l’ombra della morte. Nel telo è raffigurato un uomo abbandonato, solo, immobile, muto, impotente nella drammatica soggezione alla morte, tuttavia egli continua ad essere maestro che esorta ad aprirsi al mistero e scoprire il messaggio di consolazione che oltrepassa il dramma della sconfitta perché egli sa andare oltre la morte.

Specchio della condizione umana, la sindone accende la speranza. L’icona ricorda la fecondità dell’annullamento che salva, esperienza di sofferta impotenza in cui si esalta la misericordia di Dio, che vince gli ostacoli determinati dal peccato perché il suo amore è più forte. Questi sentimenti sgorgano dalla contemplazione silenziosa del telo sindonico, mentre nel profondo del nostro essere sentiamo rivolgerci la domanda “chi dite che io sia?”

La risposta accende in noi la speranza e concede al nostro amico defunto la pace.

Egli ora é inerme, ma Cristo é nudo; tutto ha dato per redimerci.

Egli è freddo nella fissità della morte; Cristo é muto, parlano le sue piaghe.

Egli non comunicherà più con noi. Cristo guarda a occhi chiusi dietro il lino che ha attraversato e così può accogliere per fargli godere l’abbraccio dell’amore trinitario.

Anche per lui la risurrezione presenta le caratteristiche dell’esperienza fatta dalla Maddalena: un sentirsi chiamare per nome e ciò risulta possibile per l’evidenza di una tomba vuota. Nessuno sa declamare il nome di una persona come il Risorto.

A quella voce anche il nostro giovane padre di famiglia ha risposto: Rabbuni, maestro mio, atto di fede testimoniato con le opere, perché pronto non solo a versare il bicchiere d’acqua a chi ne aveva bisogno. Egli è stato un provvido marito, un amorevole padre. E’ quanto le ha sussurrato con voce gioiosa Gesù mentre con le mani tese l’ha abbracciato nella luce gloriosa dell’amore di Dio.

Non servono più gli occhi per riconoscere, ora la Parola, il Verbo riscaldano definitivamente il suo cuore. Egli non è vivo soltanto nel nostro ricordo, o nell’affetto dolorante e doloroso dei familiari.

Nel seno di Abramo, dove l’ha atteso il padre, mano nella mano è stato condotto nella locanda eterna, dove Cristo Gesù si prenderà personalmente e per sempre cura di lui.




DOMENICA DELLE PALME

Gesù entra a Gerusalemme per vivere la sua ORA. Le letture di questa domenica delle palme rievocano la sua esperienza. Infatti, Isaia nella prima descrive le sofferenze del messia. Paolo nella seconda medita sull’abbassamento umiliante del Figlio di Dio e che cosa esso significa per noi. Matteo ci racconta la passione dimostrando come Gesù realizza le profezie.

Intanto è terminata la quaresima, quale il bilancio?

Se non abbiamo fatto molto, la settimana santa che ci apprestiamo a vivere concede una ulteriore possibilità per prepararci adeguatamente alla Pasqua e meditare sul mistero del silenzio e della apparente sconfitta di Dio, una opzione che sembra confondere persino Gesù, il quale però rimane fiducioso ed affida il suo spirito nelle sue mani.

In questi pochi giorno Gesù vive le esperienze più faticose dell’essere uomini: il trionfo popolare, condivisione fraterna, il tradimento dell’amico, la tristezza della solitudine, l’abbandono nel dolore, la perdita di ogni diritto e dignità di fronte ai potenti. Mentre discepoli  timorosi fuggono e Pietro spergiura, la folla lo maledice nella sua scesa fino al Golgota. Sono tutte vicende che insegnano cosa siano l’amicizia, il martirio, il potere, una continua rivelazione su chi è l’uomo e di cosa è capace. Ma alla fine tutto diventa concreta speranza perché la sera del tradimento Gesù ha deciso di rimanere sempre con noi donandoci l’eucarestia. Così noi cristiani possiamo andare da Dio nei giorni della sua sofferenza perché la croce ci aiuta a riconoscerlo: un uomo nudo, inchiodato e morente, con le braccia spalancate egli non chiede nulla per sé preoccupandosi ancora solamente di chi gli muore a fianco. Quindi fondamento della nostra fede è un atto di amore e la croce l’innesto del divino nella storia dell’umanità; naturale, perciò, la commozione dello donne, lo stupore del centurione, la conversione finale del ladrone. La croce pone una continua domanda e riesce a vincere perché risulta convincente grazie all’eloquenza che sa parlare al cuore perché Dio non scende dal patibolo consapevole che i suoi figli non lo possono fare; in tal modo, dimostrando che il dolore non è una sconfitta, lo redime.

Tutta la storia in una settimana e si racchiude nell’osservazione cantata da Fabrizio De André: “rantola senza rancore, perdonando con l’ultima voce chi lo uccide fra le braccia di una croce”, situazione e momenti interiormente condivisi  con Gesù da Maria.

Tutto avvenne in una fretta che fece sbandare il gruppo dei seguaci del Figlio al quale si era accodata anche lei per celebrare a Gerusalemme la Pasqua. In quella vigilia di tragedia, tra le lacrime la povera donna osservò Gesù nudo e impotente sulla croce. Maria piangeva con le altre donne, ma il suo dolore era particolarmente lancinante nel far sue le sofferenze del crocefisso.

Si rese conto che lo stesso calore dell’amore sconcerta la gelida verità degli uomini. Gesù era diventato un amore perdente.

Possibile?

Si è sempre ritenuto che l’amore debba essere vittorioso, trionfante; ma nella sofferenza ciò appare impossibile.

Intanto Maria osservava le donne che le facevano compagnia tentando di infonderle coraggio e consolarla. Impietrite, tutte assistevano impotenti alla brutalità dei carnefici, un attimo che avrebbe trasformato la loro vita. Ciò che osservavano da lontano penetrava nel loro spirito.

Il cuore della Madre divenne parte di quel corpo straziato. Ella scoprì sotto le spoglie della debolezza e dell’impotenza la grande forza di volontà del Figlio, la determinazione necessaria per affrontare un’esperienza altrimenti incomprensibile.

A quella croce era stata appesa anche la vita di Maria, il sua amore, la sua ragione d’essere. Egli confermò di voler fare la volontà del Padre; si rivolse a Lui, non chiese nulla alla madre, forse sapeva che le avrebbe gridato anche lei: scendi da quella croce. Non per credere in lui, ma per risparmiargli altro dolore. Aveva già sofferto abbastanza.

No! Egli volle bere il calice fino all’ultima goccia. Allora anche Maria, ricordandosi dell’eccomi pronunziato tanti anni prima, accompagnò col suo il consumatum est del crocefisso.

Nella confusione del momento, con la terra che sembrava protestare rumoreggiando col suo sommovimento contro la palese ingiustizia commessa, tutti cominciarono a fuggire.

Maria, ferma nei pressi, rimase bloccata a pensare per farsi una ragione e consolare il cuore di madre: quando si china il capo di fronte all’arroganza perché, impotenti, non si può reagire, quando si ricostruisce ciò che altri hanno demolito allora non si è perdenti. La forza va riscontrata proprio in questo abbandono alla debolezza.

Si fece coraggio e andò fin sotto la croce mentre stavano schiodando il cadavere, il figlio. Non aveva più motivo di nascondere il volto. La sua anima urlava davanti al male. Fissò occhi rimasti semichiusi prima di procedere al pietoso rito di sbarrarli. Non rimaneva che la speranza di potersi riflettere di nuovo in quello sguardo indagatore che sapeva leggerti dentro. In quel momento il peso del corpo del figlio sembrò librarsi in una nebbia dalla quale lentamente si dissolveva il dolore per riscaldare di nuovo il cuore all’amore anche se crocifisso.

Era evidente che a vincere sulla croce era stato l’amore. Per alcuni istanti Maria andò indietro con la memoria, quasi a rivedere la vita illuminata dalla presenza di Gesù, fin dall’inizio, quando lo portava in grembo. Parlava ad alta voce e si consolava perché ormai l’amorosa, ma dolorosa crocifissione di Gesù era finita. Il figlio offriva ora la libera e gratuita attrazione dell’amore. Dopo la via della croce con le cadute e gli incontri, lo strazio dei chiodi ed il resto, era finalmente arrivato il momento in cui le parole non servivano più; il tempo del dono si riduceva al silenzio: l’arroganza era stata sconfitta, tutti potevano beneficiare della forza infusa dall’amore gratuito.

 




  6 APRILE


Nella quinta domenica del nostro itinerario quaresimale Gesù, acqua che disseta e la luce che rischiara le tenebre, si dimostra l’unico Signore della vita e della morte. Alla nostra fede è demandata la possibilità di ristorare il nostro animo lasciandoci dissetare ed illuminare da Cristo perché soltanto in lui possiamo trovare la vera vita.

La prima lettura della liturgia della Parola ci propone la visione di Ezechiele. Il profeta, utilizzando un linguaggio immaginifico ma che segna indelebilmente la nostra memoria, evoca la resurrezione del popolo pronto a ritornare alla terra promessa grazie allo Spirito che soffia tra le ossa umane, dove si accumula la storia dell’umanità apparentemente sconfitta della morte.

Nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Romani, Paolo presenta dialetticamente la radicale differenza tra vita vissuta secondo la carne e quella secondo lo spirito per indicarci la dimensione della vera resurrezione.

Il vangelo, tramite il segno estremo esplicitato nel ritorno di Lazzaro alla vita più grande della stessa guarigione del cieco nato sulla quale abbiamo meditato domenica scorsa, dimostra che Gesù é la risurrezione e la vita, anche se nel fare questa rivelazione egli contribuisce a consolidare la certezza della sua condanna perché il miracolo scatenerà ancor più i nemici. Infatti, nel miracolo egli rivela la sua identità di Figlio del Padre, pronto ad accontentare tutte le sue preghiera, e la sua umanità perché presso la tomba dell’amico piange colpito dalle sollecitazioni di fede delle sorelle del morto.

La risurrezione di Lazzaro diventa pegno della nostra e anticipazione di quella di Gesù. Infatti, l’invito “Lazzaro vieni fuori” è una sollecitazione ad usciere fuori dai limiti della condizione umana non tramite il prolungamento dei giorni, ma grazie all’occasione concessa di vivere una esistenza diversa come dono di Dio perché se si nasce per morire, vivi si diventa rispondendo sì alla luce sfolgorante dell’amore salvifico di Cristo. 



                              Gesù 
         un amico oltre la morte                         


Marta e Maria, le sorelle di Lazzaro, buone amiche di Gesù volentieri lo ospitavano si rifugiava nella loro casa, dove circondato da tante amicali attenzioni egli poteva ritemprarsi dalle tante fatiche del ministero, soprattutto quando passava tutta la giornata a Gerusalemme, il luogo più santo per il popolo ebraico, ma anche il più insidioso per il Maestro. Egli gradiva la loro presenza perché lo accoglievano sempre con generosità non solo concedendogli un giaciglio per riposarsi, ma il calore di una famiglia. E’ vero, le due sorelle erano molto diverse di carattere. Per Maria unica preoccupazione era accoglierlo, non le importa prestare attenzione alle faccende domestiche, come invece amava fare Marta, la cui premura, a volte, poteva apparire eccessiva soprattutto per un Rabbi come Gesù, sempre pronto a sfruttare le occasioni per insegnare indicando concretamente la via del bene. In realtà, nella casa di Lazzaro, Marta e Maria rappresentavano due dimensioni dell’ospitalità che non è possibile separare. Marta era una donna concreta, sempre attiva e forte, un carattere agli antipodi rispetto alla sorella Maria, più piccola di lei e tendenzialmente una sognatrice che amava ascoltare l’amico parlare, colpita dalla profondità dei suoi pensieri. Lazzaro era diventato capofamiglia, dopo la morte dei genitori e sosteneva con entusiasmo l’azione missionaria di Gesù.

Questo quadro di spensieratezza fu improvvisamente funestato dalla morte del padrone di casa che travolse le loro sicurezza. Le due sorelle, pur conoscendo le cause e ritenendosi preparate, si resero conto di quanto fosse difficile accettare l’evidenza, soprattutto quando la morte colpisce inaspettata. In queste circostanze si cerca il colpevole e, non trovandone la ragione logica, si punta tendenzialmente il dito verso l’alto. Nonostante il lutto, all’annuncio della venuta di Gesù Marta si precipitò nel giardino d’ingresso conscia che l’abbraccio con l’amico fosse l’unica consolazione in quel tragico frangente. Ella singhiozzava ed aveva gli occhi rossi per cui alle parole di consolazione rispose con un timbro di voce che poteva essere interpretato anche come un rimprovero per un’assenza che aveva fatto precipitare la situazione: Se tu fossi stato qui…! Ma Dio, anche quando mantiene il silenzio, non abbandona l’uomo. In quelle donne era lontanissima l’idea della risurrezione. Il Maestro cercò di consolarle con una promessa: io sono la vita.
Marta non nascose il disappunto, chiusa in una fede che sentiva ancora il bisogno di vedere; era convinta che la sola presenza di Gesù avrebbe potuto impedire alla morte di vincere. Maria rimaneva sullo sfondo, ma l’invito a credere nella risurrezione le aveva suscitato una sorta di aspettativa nel cuore che le impediva di ritenere che per il fratello fosse tutto finito. 

In lei questo sentimento si era rafforzato quando aveva visto Gesù dirigersi verso il sepolcro dove giaceva il corpo di Lazzaro. La sorella invece, sempre così concreta per le responsabilità che le erano piovute addosso alla morte della madre, lo avrebbe voluto fermare mentre aprivano la tomba. Dopo quattro giorni, si sarebbe sparso per l’aria solo il tanfo di un cadavere in decomposizione. Invece la pietra fu rimossa. Un misto di paura e di attesa prese gli astanti mentre un perentorio grido uscì dalla bocca di Gesù. In primo piano, alla destra del Maestro erano Pietro, Andrea, Giacomo, più in lontananza Giuda osservava con attenzione, mentre l’eco spargeva per la valle le sillabe di un nome: Laz…za…ro”. 

Gesù, molto legato a Lazzaro e senz’altro scosso dalla presenza della morte che incominciava a ritenere ineluttabile anche per lui, pianse l’amico deceduto. Nel
pianto di Gesù è possibile intravedere il preludio della Parola che infonde vita: sovente la malattia non è per la morte, ma occasione di luminosa speranza. Ormai egli aveva annunciato con chiarezza cosa l’attendeva; erano i discepoli a non capire, a non voler comprendere, illusi che il Regno dovesse essere una esperienza di gloria, potere, forza volta all’affermazione del bene sulla terra. Rispetto agli annunzi ed ai gesti di Gesù, il gruppo degli apostoli continuava a rispondeva con crescente prudenza.

Questa esperienza sconvolgente non avviene in luoghi famosi arricchiti dalla presenza dei potenti, ma in una casa-rifugio di un villaggio sperduto e distante dalla città sacra. E’ il primo segno che ci deve preparare a cogliere il secondo, quello che fa primeggiare le dinamiche del cuore. Qui protagonisti sono un amico e due sorelle angustiati dalla esperienza della morte e pronti a testimoniare come possa essere diversa la reazione soprattutto quando risulta considerevole l’assenza di sentimenti nel vivere la propria fede.


La differenza nel percepire che Cristo è risorto e che anche noi risorgeremo la fanno le sottigliezze teologiche, i virtuosismi ascetici o il pianto commosso e partecipe di un amico?

Quarta domenica di Quaresima



Considerazioni alla lettura del capitolo del vangelo di Giovanni sul cieco nato
                                              


Un mendicante cieco, l’ultimo del villaggio che non possiede nulla e non ha nessuno per amico, è solo perché di lui si disinteressano perfino i genitori. Egli diventa oggetto dell’attenzione amorevole di Gesù, il quale si ferma, gli  dedica tempo senza giudicare la causa della sua condizione, ma solo per stargli vicino e mostrare partecipazione simpatetica. L’incontro diventa talmente coinvolgente che la gente non lo riconosce più: il cieco è cambiato, è diventato un’altra persona. 

La grazia di cui è partecipe determina anche il mutamento nel suo destino: da miracolato diventa infatti imputato. Gesù ha compiuto il suo gesto di bontà di sabato, caricandosi di problemi etici e teologici per non aver rispettato una regola, errore gravissimo per i farisei, i quali non vedono l’uomo nel bisogno, ma solo la casistica da considerare astrattamente perché rappresentanti di una istituzione interessata a giudicare solo se la legge è stata osservata.

Quanta tristezza in questa predisposizione a negare perfino l’evidenza dei fatti! Costoro, pur di aver ragione, preferirebbero che il mendicante diventasse di nuovo cieco. Invece Gesù, esperto di umanità, ha fatto di un mendicante nel bisogno un uomo libero ed autosufficiente, talmente determinato e forte da tener testa a presuntuosi conoscitori di sterili regole attenti a chiedersi soltanto: allora chi ha peccato? Lui o i genitori? E’ un assillo al quale Gesù non risponde; lo ritiene una credenza assurda. Inorridito, egli si allontana da chi non riesce a comprendere che il peccato non è l’asse sul quale fondare tutto. Per Gesù Dio è compassione. A Lui si da gloria se il mendicante è capace di rialzarsi e felice, godere della vita, dono di Dio.

I genitori di questo cieco nato ci sorprendono per il loro comportamento. A chi li interroga rispondono: “Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé”. (Gv. 9, 20-21)

Certo sono espressioni che non fanno trasparire gioia, sono dettate da paura. Questi genitori sono indifferenti per quanto è capitato al figlio mendicante, che loro non assistono essendosene lavate le mani. Che famiglia!

Anche Gesù ha avuto problemi in famiglia, come si desume dall’episodio, molto imbarazzante, quando i fratelli cercano di potarselo via ritenendolo un invasato.

La popolarità di Gesù aveva determinato reazioni contrastanti. Le folle stravedevano per lui, mentre le autorità cominciarono a temerne la fama. A Nazareth arrivavano notizie non sempre rassicuranti ed inviti ad intervenire per evitare ripercussioni negative su tutto il parentado di Giuseppe. Questi era morto per cui Maria, dopo l’inizio della missione di Gesù, fu costretta ad andare a vivere con la famiglia del cognato per non rimanere sola, scelta che non sarebbe stata tollerata dal clan. Strettamente osservanti della Legge, fin dall’inizio questi parenti non avevano accettato di buon grado la presenza della donna; criticavano Giuseppe per l’amorevole comprensione nei suoi confronti e per il ruolo svolto con grande devozione nei riguardi di Gesù. Gli uomini della famiglia allargata dello sposo ritenevano che nulla dovesse insidiare nella vita la sicurezza che serve a garantire un sano equilibrio. 

Questa scelta determinava già un vivace contrasto con Gesù, ma Egli continuava imperterrito ad operare malgrado le accuse di non rispettare il sabato perché guariva gli ammalati, di non seguire le disposizioni rituali e la prescrizione di non
condividere la tavola con ladri e prostitute. Nel paese quasi tutti giudicavano sconvenienti atteggiamenti che si scontravano con la mentalità comune, manifestazione del bisogno di proteggere certezze acquisite per tradizione, senza riflettere o considerare alternative più valide, giuste ed amorevoli.

Per giorni a casa vi fu un vivace dibattito; alla fine gli uomini decisero di dover proteggere Gesù dalle sue stranezze e far di tutto per rimetterlo in riga. Nessuno di loro tentava di comprendere quanto egli aveva detto prima in famiglia e poi predicato per le strade della Galilea, che, cioè, rispetto ad ogni apparente logica umana, chiunque fa la volontà di Dio per questo motivo diventa fratello. Di conseguenza il vero legame familiare non è quello del sangue e della carne perché da solo esso non ha il potere di far comprendere pienamente la dimensione dell’amore, anzi a volte proprio il sangue e la carne non uniscono ma dividono. 

Per questi motivi la vita di Maria non è stata mai  facile, stretta, com’era, tra due mondi, quello della tradizione, che respirava nella casa dov’era costretta a vivere, e quello di Gesù, al quale si sentiva sempre più attratta e del quale voleva far parte già da subito, soprattutto per proteggere il suo unigenito. Viveva in una continua condizione di attesa che produceva nel suo cuore gioia per i suoi successi, trepidazione per le voci di minacce nei suoi riguardi, stupore per i segni che compiva. Il desiderio di seguirlo al più presto era frammisto ad una certa curiosità, tutta femminile, di essere parte degli inizi del Regno. Attendeva protesa verso di lui, anche se temeva che i giorni passassero troppo in fretta. Allora si ricordava di Simeone e percepiva un dolore fisico che le trapassava il cuore. In realtà, mentre attendeva che egli ritornasse in paese per unirsi a lui una volta che fosse ripartito, si sentiva già in sua compagnia. Gli occhi non lo vedevano, ma lo spirito era con Lui, oggetto continuo, unico dei pensieri, delle gioie, ma anche delle paure. Così perseverava nella condizione di attesa, senza nulla pretendere, ma chiedendo all’Altissimo di saper amare silenziosamente i componenti del suo clan, non potendo chiederGli di farle amare di più il suo Gesù, cosciente che una madre non potesse manifestare in un modo ancora più intenso il legame col figlio di come faceva lei, consapevole che il corpo era tutto suo. Nei momenti di preghiera, ad imitazione del figlio. Ella era convinta d’incontrarsi col suo spirito in istanti d’intensità chiedendo nella solitudine gratuità, rinuncia, servizio, via dei perdenti e dei deboli perché non c’è resurrezione senza morte, amore senza sofferenza, due strade continuamente intrecciate e percorse entrambe da Gesù grazie anche agli insegnamenti di Maria.


 

    

                                     23 marzo San Toribio

Terza domenica di Quaresima: celebriamo la festa del protettore Toribio. Come ogni anno in queste settimane noi siamo invitati ad un percorso di riflessione penitenziale, scandito nel 2014 dalle letture dell’anno A.

Nella prima domenica si sono considerate le tentazioni delle vita e come possono essere superate sul modello di Gesù; nella seconda siamo stati invitati a riflettere sulla trasfigurazione da considerare meta della nostra esperienza cristiana; nella quarta l’episodio del cieco nato ci farà meditare sul dono dell’illuminazione proveniente dall’incontro con Gesù, nella quanta la risurrezione di Lazzaro evocherà il passaggio dalla morte alla vita che ci attende nella Pasqua del giorno ottavo.

Le cinque settimane di cammino catecumenale proposto alla comunità oggi ha come tappa il pozzo di Giacobbe nella regione dei Samaritani. Qui possiamo sperimentare come si diventa cristiani oggi, che metodo adottare, se quello del vieni e vedi, o di chi propone una esperienza totalizzante di fede, oppure di chi, come Gesù, in questo frangente prende le mosse dall’altro così come è e lo affianca nella ricerca.

La liturgia della parola si adatta bene anche al significato profondo della festa patronale perché consente di riflettere su cosa ha testimoniato il santo vescovo. Il suo annunzio di Cristo ai popoli dell’America Latina costituisce un felice esempio di dialogante interculturalità, atteggiamento che oggi deve contraddistinguere tutti noi. Ma è anche l’esaltazione di quanto afferma Paolo nel passo della lettera ai Romani sottoposto alla nostra meditazione: tutto è grazia perché noi siamo giustificati e, quindi, in pace con Dio per dono di Gesù Cristo.

Su questo fondamento va rinverdita la nostra speranza per superare ogni tipo di scoraggiamento non imitando il popolo d’Israele che, scoraggiato, protesta perché ha sete. Si lamenta perché teme di perire e per questo sta perdendo fiducia nella liberazione promessa. Ma il Signore, mosso a pietà, dona abbondante l’acqua e con essa la vita.

Queste due letture sono la necessaria premessa per comprendere il notissimo episodio del vangelo

Gesù potrebbe scegliere un’altra strada, ma opta quel quella che attraversa la regione degli infedeli samaritani perché ha programmato l’incontro che lo attende.

Egli prende l’iniziativa, chiede dell’acqua per dissetarsi, stanco e accaldato come è a mezzogiorno, e così inizia il dialogo. Sono gesti concreti, ma rivelatori perché in tal modo supera barriere legali che proibivano contatti e parole di sconosciuti con donne. E’ un gesto di grande novità e di rottura al punto da meravigliare gli stessi apostoli quando ritornano al pozzo. Intanto la Samaritana ha la possibilità di rendersi conto in progressione chi è quel giudeo viandante: profeta, messia, qualcosa di più?

Ciò avviene perché Gesù non teme di fare discorsi profondi nel coinvolgere persone, rispetto alla nostra timorosa ricerca della prudenza per evitare presunte invadenze, egli sceglie di annunciare ciò di cui un uomo ed una donna hanno bisogno di sentire.

Gli effetti sono immediati: la samaritana, ricevuta la rivelazione, abbandona la brocca; partecipe dell’acqua che garantisce la vita eterna non ha più bisogno di riempirla, corre perciò a testimoniare in quanto, coinvolta, riesce a trasmette con entusiasmo l’esperienza appena fatta. 

Quante riflessioni consente questo episodio se siamo capaci di raccoglierci in meditazione.

Gesù, affaticato perché il viaggio missionario di annunzio della salvezza per l’uomo non è agevole, siede al pozzo dove è diretta una samaritana per attingere. La donna é senza nome, rappresenta bene ciascuno di noi che Dio vuole riconquistare con l’offerta di un amore più grande; per coinvolgerla si fa povero, pronto a tendere la mano e gridare la sua sete: Dio ha sete della nostra sete di vita!

Egli vuole fare gustare un di più di bellezza e, nella sua generosità, dona una sorgente di acqua viva e chi, in cambio, è disponibile ad offrirgli un sorso. Così l’energia dell’amore di Dio zampilla nella nostra vita, ma è talmente abbondante da trasformarsi in una risorsa non solo per noi singoli; infatti, la sua portata è superiore alla nostra sete.

Una seconda considerazione si collega alla suprema delicatezza di Gesù, abilissimo nel parlare il linguaggio dei sentimenti.

Poche battute nel dialogo. Lei: “Non ho marito”; Lui: è vero, ne hai avuti cinque.

Ma rimane solo una costatazione, non l’occasione per iniziare un processo di condanna. Infatti, Gesù è alla ricerca solo d’indizi di amore, non di colpevolezza; non rivendica prima il rispetto delle regole e poi regala l’acqua del perdono. Colpita da tanta partecipata delicatezza, lei che era abituata ad essere indicata con disprezzo quando passava per la piazza del paese, corre in città per annunciare: c’è una persona che conosce l’uomo nella interezza della sua dimensione di fragilità e di possibilità di riscatto.

Così, una donna dalla vita sregolata inizia un dialogo funzionale al cammino di conversione e con i fatti sembra dirci ancora oggi: ascolta Gesù e nel tuo cuore potranno sgorgare fontane pronte a dissetare, con la tua, la sete di vita eterna degli altri.

 

Nella settimana che ha visto festeggiare san Giuseppe e che ci prepara alla celebrazione dell’Annunciazione mi sembra opportuno proporvi anche questa riflessione sull’affetto materno che contraddistingue Maria. Che ne pensate?

 

                       Il calvario di una Madre dall’attesa all’epilogo

Salutata la cugina, Maria riprese il lungo viaggio di ritorno a Nazareth. Per lei furono giorni tutti uguali. Percepiva il tempo dell’attesa come uno stagno immobile, a volte le sembrava di non riuscire ad immaginare cosa venisse prima o dopo, resasi finalmente conto della situazione e di ciò che avrebbe dovuto affrontare: la reazione del paese, del clan, dei familiari, di … Giuseppe.

Poco prima di entrare nel paese si fermò per prendere fiato e si ricordò delle parole che il suo promesso aveva pronunciato prima di partire: “non so quale sia il luogo dove devi andare, non so che strada dovrai percorrere e perché hai deciso di partire, ma una cosa conosco con certezza, sono disposto a percorrerla con te, a proteggerti e a darti una casa”. Tuttavia, appena lo scorse e lui la vide, si bloccarono entrambi, consapevoli di cosa vicendevolmente l’altro stesse pensando. Maria raccontò l’accaduto. Sulle prime Giuseppe la guardò incredulo. La giovane lo fissò negli occhi, una lacrima scese sul viso e ciò bastò perché lei capisse che lui le aveva creduto, pronto a mettere da parte i dubbi e sforzarsi di comprendere, benché le avesse comunicato qualcosa che era al di là, onestamente ben oltre le capacità di un uomo, della mente di un promesso sposo.

Poi tutto avvenne così in fretta: il viaggio a Betlemme, il censimento, la folla, quella notte, le doglie, la solitudine, il freddo, il rifiuto, lo smarrimento. Ma nulla riuscì ad abbattere la madre di Gesù: finalmente aveva tra le braccia il suo unigenito.

Quando parlava di quella esperienza, il suo volto si illuminava di una luce indescrivibile. Gli occhi le brillavano mentre raccontava la sua reazione: baci e coccole. Proprio nel momento cruciale Giuseppe si era allontanato per portare più acqua e lei aveva intonato un salmo composto nei giorni dell’attesa quando, chiusa in casa, per non sentire pettegolezzi molesti, andava mentalmente ripetendosi:

Giuseppe e Maria si recarono al Tempio per l’offerta del primogenito. Maria era felice: poter entrare in quel luogo a testa alta e mostrare al mondo la normalità della sua famiglia che, per rispetto alle prescrizioni della Torah, procedeva al sacrificio di riscatto del primogenito. Era un compenso indicibile alle mortificazioni, ai dispetti, all’isolamento, alla paura sperimentati prima del parto. Ma la gioia di quella evocazione venne turbata dall’esperienza fatta all’uscita. Un turbamento premonitore contrastava con i sentimenti che avevano accompagnato la giovane madre nell’entrare.

Pregava augurando al figlio un futuro pieno di gioia, di serenità, di grande successo. Ma fu prima distratta e poi angosciata da alcune parole ascoltate in quel frangente. Un vecchio a servizio del Tempio e grande conoscitore dei testi sacri nel fissare il bambino cominciò a parlare di tradimenti, di ostilità patita e di una tragica passione alla quale sarebbe stato assoggettato; veramente un segno di contraddizione tra la gioia della cerimonia del riscatto e il dolore penetrante come una spada affilata nell’anima della Madre. Ella si tenne ancora più stretto il piccolo Gesù, quasi a proteggerlo facendogli scudo col corpo e con l’anima per prevenire la minaccia di tanta sofferenza.

Quel giorno mutò definitivamente il modo di porsi verso Gesù di Maria. Infatti, intravedeva costantemente incombente su di lui l’ombra del dolore. Questa visione rendeva amari anche i momenti più dolci e familiari. Per timore della catastrofe cominciò ad aver paura dell’avvicendarsi dei giorni. Lo vedeva crescere e ciò le ricordava l’approssimarsi del grave momento delle tenebre. Perché nella sua misericordia il Benedetto d’Israele non le ha mantenuto nascosto quel momento? Un velo persistente su queste prospettive future di straziante dolore avrebbe reso più tollerabile l’ansia e l’angoscia di madre. Forse domandare ragione al Signore delle sue scelte con una punta di risentimento costituiva una libertà irrispettosa nei riguardi dell’Ineffabile. Ma conoscere in anticipo ciò che attendeva Gesù ha reso penoso ogni giorno per il travaglio delle ansie materne. Le si chiedeva di estendere all’infinito il Sì pronunziato all’inizio di questa grande storia, la quale ha segnato per sempre Maria.

Il momento temuto ed atteso di ciò che ha visto sul Golgota ha prodotto un continuo spasimo nelle sue carni e nel suo cuore; ha sviluppato una solidarietà tutta particolare col corpo del figlio confitto al legno, mentre nella disperata impotenza di madre sotto il patibolo sperimentava la comunione con lui, ingiustamente martirizzato. La lancia utilizzata dal centurione per costatare il decesso di Gesù procurò dolore soprattutto a Maria essendo il Figlio già morto, straziante il suo penare mentre si continuava ad infierire su quel corpo, al quale lei aveva dato la vita, un corpo che era soprattutto suo essendo stato generato in quel modo unico.

Proprio in quel momento Maria ci ha dato il più grande insegnamento: mantenere la fiducia anche durante l’esperienza più tribolata, accettare la volontà di Dio pur se tra acuti tormenti perché in quella circostanza abbandonarsi alla sua volontà rappresenta l’unica scelta valida e coerente per fare della Parola verità, via e vita.

                      

II domenica di Quaresima

Oggi siamo invitati a metterci in viaggio per raggiungere la vetta di un alto monte, luogo del mistero. E’ il fascino per l’ignoto che si percepisce quando si sente impellente una chiamata come quella che Dio fa ad Abramo, invitato a cambiare vita lasciando la propria terra per divenire padre del popolo della promessa. La risposta è difficile, come l’esperienza del giovane vescovo Timoteo. A lui si rivolge l’apostolo Paolo e lo invita a sopportare le ardue situazioni legate all’annuncio del Vangelo grazie alla forza d’animo che proviene come dono direttamente da Dio. Se siamo capaci di perseverare anche noi avremo l’incontro col trascendente nella esaltante esperienza della trasfigurazione, capace di sconvolgere la vita.

L’episodio proclamato nel vangelo di oggi ricorre nei tre sinottici e viene ricordato anche da Pietro nella seconda lettera, quando fa riferimento alle parole ascoltate in questa circostanza: l’invito a riflettere su quanto dice il Figlio, l’amato, nel quale Dio ha posto il propriocompiacimento.

Gli artisti nel rappresentareGesù ci propongono la figura di un uomo imponente, come quello tramandato dalla Sindone, del resto dalle testimonianze degli apostoli, che ne hanno condiviso gli ultimi anni di vita sulla terra, emerge la sua affascinante personalità. Noi lo incontriamo soltanto per fede, esperienza confermata da chi grazie a lui ha mutato radicalmente vita. Ci appare allora come amico e fratello, premio nelle prove dell’esistente, fondamento ineludibile e sicuro della nostra libertà. Tutto ciò rimanda alla concretezza della sua trasfigurazione e all’intrigante accostamento che la liturgia di oggi fa tra il viaggio di Abramo verso l’ignoto e l’esperienza di Pietro. Il primo esce, abbandona, percorre nuove strade, anche insicure, alla ricerca del nuovo fidandosi della parola di Dio; il secondo manifesta con le sue parole il desiderio di rimanere sul Tabor, lasciare tutto per la raggiunta sicurezza nel suo animo di una esperienza talmente positiva da prenderlo in profondità e perciò pronto a dedicarsi solo ad essa. In effetti i tre apostoli, colti di sorpresa, incontrano un Gesù diverso e non conosciuto, intento a rivelare la sua vera identità messianica.

Questa domenica siamo dunque invitati a riflettere sulla vita come ascesa verso la luce avvicinandoci al cielo. Dobbiamo fare una faticosa salita che consente di guardarci dentroper scoprire il tesoro di luce che possediamo. Ecco la sorpresa di questo tempo liturgico: trasfigurare il violaceo della penitenza nell’abbraccio col vangelo della luce, liberare il bello che è in noi, sovente caduto in letargo. Basta svegliarlo proprio come avviene di primavera in natura. Così scopriamo e sperimentiamo la nostra vera identità, che induce Pietro ad esclamare con stupore: che bello qui dove, contemplando il Signore è possibile trasfigurarci, divenire ciò che riusciamo a guardare e che si stampa nei nostri occhi, abbagliati dalla luce divina. Allora la vita acquista senso: non è un viaggio di continua penitenza, ma un tragitto che, anche quando risulta faticoso, fa approdare alla luce sul monte, dove la nube della provvidenza del Padre ci copre e la sua voce invita ad ascoltare Gesù, precondizione per essere contagiati dalla sua bellezza.

Questa dimensione dello spirito è riscontrabile in modo sublime nella Madonna. La immagino mentre è in viaggio per raggiungere l’abitazione di Elisabetta. Nonostante la fatica dei tornanti fatti a piedi, delle ripide discese, dell’ansia per le incertezze della rotta e della paura di qualche brutto incontro, quelli furono comunque giorni di grazia. Libera dalla ritualità quotidiana dei lavori domestici e dalla frequentazione delle stesse persone con le quali si è portati a parlare delle esperienze di ogni giorno, cedendo sovente alla banalità di qualche pettegolezzo, accentuato dalla curiosità maliziosa che si legge negli occhi di amiche e conoscenti, Maria ebbe l’opportunità di pensare nella solitudine interiore del proprio io a ciò che le era capitato. La meditazione pose un certo freno al tumulto delle emozioni, al guazzabuglio di sentimenti che albergavano nel suo cuore, dove costantemente echeggiavano le insolite parole ascoltate qualche settimana prima. Proprio durante quei giorni di viaggio la ragazza acquistò l’abitudine di parlare mentalmente col figlio che portava in grembo. I suoi palpiti, i suoi movimenti, il fatto di sentirlo crescere nel suo corpo unificavano le forze interiori, mentre ella manifestava premurosa devozione: nella sua umiltà Maria andava accentuando l’adorazione per il Benedetto d’Israele. 

Il carrettiere al quale si accompagnava la osservava con fare inquisitorio. Intanto alcuni della compagnia commentavano: deve essere una spigolatrice, uno dei tanti anawhim. Povera donna, non ha marito o padrone e si nutre raccogliendo spighe che per carità lasciano sul terreno; vive del superfluo che la generosità dei più fortunati le mette a disposizione. Una donna si chinò verso di lei per porgerle quanto aveva in mano, poi tornò col suo gruppo nella carovana. Questa esperienza colpì Maria: quanti poveri aveva visto per cui aveva imparato a vuotare la borsa davanti a loro senza desiderare quel che possedeva di più e senza attendersi gratitudine. Infatti, come aveva insegnato un Rabbi, ciò che faceva era semplicemente un atto di giustizia.

Prima di arrivare da Elisabetta Maria ebbe l’occasione di fare un bagno di purificazione per rigenerarsi dopo tanta fatica. Entrare nell’acqua le diede la sensazione di ritornare nel grembo materno. Pensò con maggiore intensità alla nuova condizione, al bambino annunciato da un angelo, inviato nel posto più basso della terra, nella impura Galilea delle genti, formato nel grembo di una donna, anzi di una ragazza ancora senza marito, esposta quindi certamente alle calunnie e, probabilmente, alle pietre dei benpensanti. Ella cominciò ad aver paura. Per farsi coraggio si rivolse al suo Yeshua: gli parlò, lo implorò, iniziò anche a pregarlo. Ma, rispetto alla condizione di serva fedele, dopo un po’ cominciò a prevalere in lei quella di madre. Allora fu Maria a consolarlo dicendogli di non aver paura perché con lui ci sarebbe stata sempre lei: lui e la madre nello stesso fragile corpo, ma entrambi forti per la fiducia in Adonai. E poi un pensiero la illuminò come un lampo in una notte senza luna: Yeshua sarà il perdono dell’Altissimo, di che temere?>

Percepiva con crescente chiarezza il destino che si profilava davanti a lei: figlia d‘Israele scelta per esaltarsi abbandonandosi al caldo amore materno. Si divertiva ad immaginare le fattezze del figlio e ciò faceva crescere l’impazienza di vederlo per poterlo abbracciare, malgrado la consapevolezza che tutto ciò avrebbe potuto causare problemi in famiglia, nel villaggio, col rabbino. Ma al bimbo era destinato il trono di Davide. Egli avrebbe riassunto in sé tutti i desideri sedimentatisi nella casa di Giacobbe durante i secoli.

Mentre rifletteva sulle tradizioni del clan e dei familiari più vicini, incominciò a chiedersi se il regno di cui egli sarebbe stato l’iniziatore sarebbe stato uno dei tanti già sperimentati, oppure avrebbe assunto caratteristiche del tutto diverse, come unica era la modalità con la quale Emanuele si era affacciato alla vita. Inoltre, che poteva significare un regno senza fine? Le parole che la giovine aveva percepito, sentito, ascoltato in quel momento meraviglioso di annunzio le ritornavano spesso alla memoria: un figlio santo. Ma chi è santo? Secondo gli insegnamenti degli scribi e dei rabbini santo è solo il Benedetto d’Israele. La mente, immersa in un lampo di luce, non riusciva più a collegare parole, significati e immagini, mentre echeggiava l’azione dello Spirito che induceva Maria a considerare il bambino Figlio dell’Altissimo.

La solitudine di quei giorni di cammino accumulò nella donna un coacervo di sentimenti scaricati al primo incontro nell’abbraccio con Elisabetta. La cugina era l’unica interlocutrice in grado di capirla; erano accomunate dalla stessa condizione dell’attesa, di un seno fecondo, di una particolare grazia che rendeva ancora più presente nel profondo del loro io la potenza di Jahvé.

Entrata in casa di Zaccaria, Maria si rese conto che, lui muto, l’ambiente era riempito dalla personalità di Elisabetta, felicissima della benedizione: il suo seno non era più sterile e lei non più oggetto dei sarcasmi malevoli del vicinato. Il soggiorno da Zaccaria si concluse dopo la nascita di Giovanni, che aveva ridonato la parola al padre e consolidato definitivamente la gioia della madre. Maria si fermò lo stretto necessario. Quando si rese conto che il suo aiuto non era più indispensabile decise di ritornare a casa: aveva qualche problema da risolvere!




I domenica di Quaresima
                            

Con questa settimana si pubblica una riflessione sulla Madonna che ci deve accompagnare fino a Pasqua. Maria ha manifestato una dote particolare nell’interpretare persino i motivi più reconditi dei sospiri di Gesù. Grazie al suo intuito materno, Ella aveva la possibilità quasi di leggergli i pensieri, consapevole di dover infondere coraggio al figlio, del quale non poteva arrestare la missione; perciò, aveva scelto l’unica possibilità che le era rimasta: condividerne il destino, anche a costo di lancinanti dolori. Narrare la vita di Maria significa evocare il nucleo più segreto dei suoi sentimenti di madre a partire da quando si é imbattuta nel suo straordinario destino, colta totalmente di sorpresa dall’annunzio della maternità. La sua esperienza, segnata da Dio prima del principio e presente in ogni istante, durerà oltre il tempo.

         

                      Maria, donna speciale e modello di genere

Quando ritornò dal Tempio, dove l’avevano mandata perché tra le vergini servisse Adonai, fece sosta nel deserto, dove due pastori l’accolsero come una viandante nella loro tenda, senza fare troppe domande perché abituati al silenzio e alla solitudine. Ella accettò il loro aiuto, seduta vedeva il fuoco farsi rabbioso per il vento e divorare la legna come paglia. Si sentiva in compagnia degli angeli e dimenticò di essere una donna, sgradita preoccupazione per tanti uomini perché solo una bocca da sfamare. Una luce la guidava nel viaggio interiore per comprendere ogni comportamento umano, abbracciare ogni aspetto della vita. Stava facendo un’esperienza che dava corpo a tutti i significati del suo nome: Miriam, immersa in un mare amaro, goccia d’acqua, ma anche di mirra. 

Giunta a Nazaret, dopo qualche settimana Giuseppe chiese ai genitori il permesso di parlare con lei. Egli le riferì che, al primo incontro, quando Maria aveva pronunziato il suo nome guardandolo dritto negli occhi, gli parve di sentire il rumore del vento e lui spegnersi, non percepire più nulla, che fosse fame, freddo, caldo, dolore. Le parole gli sembravano vuote, mentre riemergevano, prima deboli, poi sempre più luminosi, i contorni del suo viso.

Anche la ragazza aveva scoperto cosa significa l’amore, proprio come si era abituata ad immaginarlo mentre leggeva il Libro dei Cantici. In quei giorni, a volte aveva la sensazione che qualcuno la chiamasse, che pronunciasse il nome chiedendole di alzarsi e partire. Fatti pochi passi, le pareva che la voce arrivasse da ogni direzione e da nessuna in particolare per cui si fermava, intanto non cessava di udire l’eco del suo nome: Maria, Maria, Maria, una armonia che scandiva le lettere come le assonanze di un salmo. Non faceva che ascoltare quella voce. Il cuore palpitava. Andava a guardare persino nel giardino e si affacciava al pozzo dove ritrovava riflesso il volto.

L’anima cercava di udire quei suoni che non tornavano, finché un mattino Gabriele riprese a parlare. Ella non ha mai dimenticato il timbro acuto come di donna che canta, voce melodiosa, ma anche autorevole di un uomo, dalla quale trasuda la saggezza di chi, premuroso, ammaestra. Intanto, aveva la sensazione di essere circondata da un silenzio irreale e fu distolta da quel rapimento proprio da Giuseppe, il quale aveva intonato una canzone per lei. Le parole la esaltavano come torre in mezzo alla vigna, argine e roccia, viso angelico dagli occhi neri e lucidi; era la sua colomba. Nel pronunziare queste parole le sorrideva pieno di gratitudine. Maria lo salutò con un cenno di assenso e il movimento fece cadere il velo, situazione imbarazzante per una promessa sposa che avrebbe dovuto mostrare al suo uomo i propri fluenti capelli soltanto dopo il definitivo affidamento.

Era circondata da tante attenzioni, ma cominciò a sentire una strana condizione di solitudine dopo che Giuseppe era dovuto partire per Sefforis; acuta l’amarezza per la sua lontananza. Egli era ora ancora più amato e, per quel che sentiva per lui, Maria avrebbe voluto comunicargli la sua singolare esperienza, come era avvenuto quell’angelico annunzio. Il messo di Adonai l’aveva cercata per impastare un figlio nel suo grembo: terra buona per salvare l’umanità.

Dopo la risposta positiva alla chiamata di Dio, la tensione interiore era tanta. Alla notizia delle condizioni di Elisabetta Maria si mise subito in viaggio per andarla a trovare, nonostante il tragitto non fosse dei migliori; infatti doveva attraversare sentieri impervi tra le colline della Galilea. Certo ciò non poteva scoraggiarla. La sua mente era concentrata su un solo pensiero. Si sentiva la serva privilegiata del Signore ed aveva bisogno di comunicarlo a qualcuno. Corse perciò dalla cugina spinta dalla carità verso di lei, bisognevole di aiuto, ma anche dal desiderio di farla partecipe del mistero che l’accompagnava da quel fatidico giorno quando aveva pronunziato un sì che sentiva dentro di sé con crescente evidenza. Andare in quella casa non significava soltanto offrire i servigi ad una donna che aveva bisogno di aiuto, ma poter osservare più da vicino, nell’abitazione di un sacerdote, le conseguenze della parola di Dio e la responsabilità che ella andava assumendo verso la Torah.

La prima lettura ci propone un racconto ricco di simboli tratto dalla Genesi: Adamo ed Eva non si fidano di Dio e preferiscono credere alle insinuazioni del serpente per cui alla fine si scoprono nudi.

E’ la condizione dell’umanità quando decide di allontanarsi progressivamente dal Signore per gustare il frutto amaro di una libertà senza prospettive. Il diavolo presenta in modo affascinante le esigenze dell’uomo, ma alla fine si rivela un pericoloso ingannatore.

Gesù, così come è presentato nella seconda lettura, fa giustizia di tutto ciò: è il nuovo Adamo, grazie a lui riparte la creazione e questa volta ha successo, dopo i tentativi di Noè e di Abramo, perché soltanto con Gesù l’uomo diventa un fedele seguace del piano di Dio.

E’ l’insegnamento desunto dal passo evangelico. In questa domenica viene presentato episodio delle tentazioni di Gesù secondo la prospettiva di Matteo. Gesù, uomo libero, è tentato; è una situazione che egli sperimenta per tutta la vita. Infatti, egli non sceglie di usare il proprio potere per procurarsi pane e ricchezze, cioè per accreditare un messianesimo glorioso e, quindi, consolidare il proprio potere su uomini e cose sottomessi nell’adorazione del diavolo.

Le sue sono anche le tentazioni patite dal popolo ebraico, ma Gesù le supera per testimoniare che è possibile una salvezza diversa e definitiva perché, nel parallelismo Adamo-Gesù, mentre il primo cede sconfitto, divenendo capostipite di uomini solidali nel peccato, nel superare la tentazione Gesù diviene il primo frutto della nuova generazione.

L’umanità deve comprendere dove è possibile trovare la verità e ritenere la tentazione parte della vita, non un castigo e una maledizione. Infatti, chi é tentato ed esce vincitore supera la prostrazione di una vita banale e con la disponibilità alla rinuncia ottiene sempre qualcosa di più grande. Tutto ciò avviene nel deserto, luogo del popolo in fuga e soggetto ad infedeltà e tentazioni. Ma in questo ambiente, evocatore di contesti dove pare sia assente la vita e, quindi, Dio, il Messia sceglie di non usare i poteri che pure possiede. Egli moltiplica pane e muta acqua in vino solo per gli altri non per sfamare o dissetare se stesso, pronto a rifuggire dalla gloria di fronte alla eventualità di essere proclamato re.

Ma vivere nel deserto, fare deserto intorno a sé oggi risulta un impegno difficile perché immersi in rumori assordanti e accompagnati dai media sempre in funzione. Eppure bisogna convertirsi, pur rimanendo tra tante distrazioni, per mutare la nostra storia d’infedeltà e rendere fecondo il nostro pentimento, oggi sempre più difficile per la perdita del senso del peccato.

Imitiamo allora Gesù, che nel deserto sceglie che Messia vuole essere, un uomo che non inaridisce nella ricerca delle cose, consapevole che i veri sogni di bene non hanno per protagonisti danaro ed oggetti perché non si vive di solo pane. In noi c’è sempre un raggio, un riflesso di Dio. Questa presenza del Signore accende la fame di ricerca, che trova soddisfazione solo nella parola di Dio, vera luce, soffio di vita che ha animato il mio essere.

Questo è il motivo per cui non lo si deve continuamente tentare col chiedere segni prodigiosi. Sollecitare miracoli è una sfida sterile, una seduzione che non assicura la libera sequela. Perciò non va messa alla prova Dio, si rischia di minare la propria fede: essa brilla solo al miracolo dell’amore che nutre in modo sagace la speranza.

La consapevolezza di questa esperienza interiore deve indurre ad evitare ogni dominio sugli altri. Rispetto al mercanteggiare al quale sollecita il tentatore per aspirare di avere il mondo ai propri piedi, Dio invita alla vera fraternità. Infatti, tentare di cambiare il mondo assicurando pane, miracoli e capi ha già illuso l’umanità; Gesù non solo denuncia l’idolatria del potere, ma invita a perseguire la vera salvezza, che sgorga da una concreta e costante libertà. Ne consegue la sconfitta del diavolo; la capacità di superare le inclinazioni al male diventa la nostra vera speranza, rafforzata dalla disponibilità, come quella degli angeli, a servire in Gesù ogni uomo, fratello e vincitore nelle tentazioni.

2 marzo

L’ottava domenica per annum, l’ultima prima del tempo forte della quaresima, è un intenso inno alla tenerezza di Dio, al sentimento paterno nei nostri confronti esplicitato con l’intensità coinvolgente di una madre.

Nella prima lettura Isaia riferisce che chi è precipitato nelle ristrettezze sovente è portato ad esclamare: Signore, perché mi hai abbandonato, perché ti sei dimenticato di me!

Matteo, invece, nel continuare il discorso della montagna, evidenzia come il volto amoroso di Dio sia anche materno perché, persino se si dovesse realizzare l’assurdo di una donna dimentica del proprio bambino, Egli non potrà mai farlo. Da qui la possibilità di superare la condizione di stressati, insoddisfatti perché orientati dalla nostra avidità ad accumulare cose, quindi vittime di mammona, personificazione del danaro, potenza che assoggetta il mondo.

I poveri diventano i preferiti di Dio non perché indigenti, ma perché la loro condizione li rende maggiormente disponibili ad accogliere con animo grato la speranza. Ecco perché si elogia il distacco accompagnato dalla fede e dalla disponibilità all’abbandono fiducioso alla Provvidenza.

Gli stressati perché ingordi sono invitati a manifestare sensibilità per i problemi della povertà e superare una volta per tutte il cinico che invoca il si salvi chi può, le vuote parole di chi desidera distruggere la società proponendo la rivoluzione, lo sterile indice puntato dell’inerme che attribuisce tutta la colpa ai poteri pubblici, i disegni astrusi dell’ideologo che si attende la soluzione dei problemi dai potenti.

Il Vangelo invita ad impegnarci a condividere ciò che si possiede, saggia scelta per superare ogni assillo che toglie pace all’animo, invito a superare ogni affanno, a non lasciarsi rubare la gioia. Infatti, Dio non si dimentica di noi, perciò la fiducia nella vita va riposta nel Padre e non nel conto in banca. Non si può servire Dio, che conferisce serenità el’avara ricchezza che chiude alla solidarietà e rende schiavi perché domina tempo, pensieri, l’intera nostra esistenza.

Dio nutre gli uccelli che, liberi, volano e non seminano. Non è un invito ad abbandonarsi al fatalismo della passività, ma riconoscere la presenza del Padre provvido, che ha deciso di aver bisogno delle nostre mani per distribuire il pane ai fratelli. Questa possibilità e la nostra scelta fiduciosa rendono veramente liberi e consolidano la solidarietà. Così il nostro spirito vola, il nostro cuore fiorisce grazie al bene che gli altri sperimentano; tramite noi costoro possono così cantare l’inno di ringraziamento alla Provvidenza.



23 febbraio, VII domenica del tempo ordinario

 

La giustizia basata sull’uguaglianza del dare e dell’avere come si scandisce da millenni evocando l’occhio per occhio non è quella che Gesù si attende dai suoi discepoli. Egli vuole che si amino i nemici, cioè si vada oltre il perdono per agire in modo positivo offrendo, se necessario, la propria tunica o porgendo l’altra guancia anche quando si è ricevuta un’offesa. E’ una  prospettiva nuova, dura, paradossale per la nostra logica perché si scontra col nostro istinto di sopravvivenza. Santità e perfezione appaiono così lontani dallo scenario odierno per cui sembra veramente provocatorio il comando di Gesù di esserlo come il Padre. E’ facile accusarlo di mancanza di concretezza: si tratta di una prospettiva di vita distante anni luce dal nostro quotidiano, adatta soltanto per chi sceglie di dedicarsi alla preghiera e alla contemplazione.

Ma, se consideriamo con attenzione la portata del comando di Gesù, appare evidente che i suoi inviti a non nutrire odio per il fratello, a non portare rancore verso il prossimo trasudano concretezza. Non sono astratte formule, ma una opportunità per trasformare radicalmente la nostra esperienza quotidiana. Infatti, essere perfetti come il Padre non evoca quantità, ma il come comportarsi, cioè un nuovo stile di vita: essere come Dio, solari e positivi per trasfondere speranza, infondere calore, distribuire solidarietà, testimoniare cioè che la giustizia è possibile poiché amare i nemici aiuta ad eliminare la freddezza, il rifiuto dell’altro, la paura di essere sopraffatti, i sospetti verso gli emigrati, il rigetto dei diversi.

Posso realizzare me stesso amando perché dare non significa privarmi di qualcosa, ma rendere la mia vita più felice, più bella, decisamente piena nel mentre si riflette nel sorriso riconoscente dell’altro. E’ operare cioè come Dio, che regala gioia a chi vive di amore. Perciò, il comando amate, pregate, porgete, prestate significa trasmettere all’uomo la forza di Dio, Padre che ama per primo senza attendere contraccambio, condizioni per poter veramente imitarlo. Infatti Dio ama di un amore di benevolenza e di misericordia, gesti, sentimenti, dimensione dello spirito che consentono ai figli di imitare la paternità di Dio donando il proprio vestito, vale a dire ciò che si ha di più personale, come sottolinea Gesù esprimendosi con concetti semitici radicalizzando il suo discorso per renderlo chiarissimo, dolorosamente evidente al nostro animo propenso all’egoismo.

A queste condizioni la vita del cristiano è qualitativamente diverso rispetto alla logica della ferrea giustizia che genera divisioni in ceti, razze, religioni. I discepoli di Gesù devono essere dei ponti di amore tra gli uomini per contribuire alla scomparsa delle inimicizie superando tutte le barriere grazie all’unico comportamento che assicura la vittoria perché soltanto la carità è veramente costruttiva e rende superficiale lo schema amici-nemici da sempre dannoso per la nostra esperienza storica e per l’organizzazione del nostro quotidiano. Proviamo a immaginare anche solo per un istante l’esistenza di tutti regolata esclusivamente dalla logica dell’amore, allora il mondo veramente sarebbe diverso. Ebbene questa è la logica delle beatitudini in un contesto di eroismo e di santità sgorgato dall’amore del Padre e dalla presa di coscienza della nostra identità di fratelli.



Sesta domenica per annum

La vera sapienza, che proviene dallo Spirito, è una concreta anticipazione della gloria futura.

Questo è l’insegnamento delle letture della sesta domenica per annum. Esso converge nelle parole di Gesù, il quale continua il discorso della montagna precisando che le sue parole non si pongono contro la Torah, ma ne costituiscono la consequenziale continuità. Infatti, la vera giustizia non si ottiene grazie ad una osservanza più rigorosa della legge, ma adottando uno stile nuovo. Così dal mero non uccidere si è in grado di approdare al rispetto assoluto degli altri, mostrarsi capaci di perdono, pronti a non offendere, a non contentarsi di non essere spergiuri, ma non giurare mai, pronti ad un amore non superficiale, attento perfino alle sfumature, legato non alla rigidità della legge, ma  coinvolgente perché sceglie come criterio di confronto e sua misura l’amore del Padre per l’uomo.

Per Gesù questo è il primo ed unico criterio che il discepolo deve seguire e lo colloca prima dell’osservanza della legge e perfino  del culto. Infatti, un rispetto della Torah che distrugge la fratellanza con parole taglienti, capaci di uccidere e disonorare l’altro, deridendolo perché lo si ritiene un imbecille, non ha valore per Dio. Ci rende santi soltanto la progressiva capacità di responsabilizzazione.

Il discorso di Gesù potrebbe risultare provocatorio perché da una parte esalta la inviolabilità della legge fin nei minimi particolari e poi egli scandalizza i suoi correligionari violando il sabato. Ma il suo insegnamento è chiaro ed evidente: far emergere la vera anima della norma.

Il suo vangelo è maestro di umanità, capace di coinvolgere la coscienza senza concedere deleghe al legislatore perché esalta i due motivi che veramente determinano il compimento della legge: il cuore e la persona.

La linea del cuore prescrive di superare la prescrizione del non uccidere controllando perfino la propria ira nella convinzione che il disamore del fratello determina un lento morire. Quella della persona ricorda che ridurre l’altro ad oggetto determina una grave offesa alla grandezza e alla bellezza della persona che in tal modo viene adulterata.

Il verbo nel suo significato originale evoca l’azione dell’alterare, cioè falsificare manipolando per immiserire la persona rubandole il sogno che Dio ha fatto per lei. Ecco perché per Gesù scopo della Legge e far fiorire in ciascuno di noi l’umanità grazie ad un salto di qualità, che è anche il pellegrinaggio di ritorno al centro della persona, vale a dire la nostra capacità di amare come riflesso dell’amore di Dio.


                                         Quinta domenica per annum

Domenica scorsa, quarta per annum, la liturgia della parola ha proposto la lettura del discorso della montagna, vertice del messaggio di Gesù, il quale oggi invita i discepoli, impegnati nel praticare le beatitudini, ad essere  luce e sale della terra.

L’impegnativo messaggio suscita in noi qualche perplessità. Che Dio sia luce del mondo lo vi può accettare, ma ritenere che anche i seguaci di Gesù debbano operare allo stesso modo fa’arricciare il naso: la storia è pronta a smentire clamorosamente l’affermazione. La cattiveria umana è ben nota ed il male è presente anche nella chiesa. Tuttavia Gesù è categorico nella sua affermazione. Infatti, non dice , ma asserisce .

Egli ci ritiene tante candele il cui esistere si risolve nell’irradiare luce, basta accenderle. Così per il discepolo: se è coerente nei comportamenti che lo identificano col vangelo del Maestro non può che essere luce, non può non svolgere la funzione del sale e dare sapore a tutto ciò che tocca ed incontra. In questa affermazione ed in questa missione noi possiamo riscontrare l’ammontare di fiducia che Gesù ripone negli uomini. Egli ha una evidente speranza che in noi brilla una luce che può illuminare il contesto nel quale viviamo.

La luce della quale Egli parla non si identifica con la dottrina oggetto della nostra fede perché la testimonianza che Egli sollecita non è un pronunciare parole, ma mettere in pratica il vangelo, essere protagonisti di tante opere di bene, azioni caratteristiche della luce. E’ quanto fanno i miti, i puri, i giusti, i poveri conquistati dalle beatitudini, alternativa alle opere del male perché conseguenza della scelta di amore fatta dai discepoli. Costoro realizzano in questo modo l’invito del profeta Isaia proclamato nella prima lettura: illumina gli altri e illuminerai il tuo cuore. Il cristiano, quindi, non un individuo chiuso nel proprio mondo e ricurvo sulla propria esistenza, ma aperto agli altri perché attento alle esigenze del prossimo grazie alla sua disponibilità a seguire l’Amore. Così si opera il bene ma con le stesse modalità della luce che, nel mentre accarezza i contorni di oggetti e di persone, ne fa emergere il lato migliore partecipando alla grande sinfonia del bello che è la Chiesa.


 

                      Presentazione del Signore  

                                                         

Per la prima volta nel tempio di Gerusalemme, da secoli spettatore di sacrifici e di riti in attesa del Messia, entra Gesù, un infante accompagnato dai genitori, due popolani sconosciuti a tutti. Ad attirare l’attenzione di questa famigliola sono due vecchi, i quali rappresentano la reazione compiaciuta di un popolo che attende la risposta così come proclama l’ultimo libro dei profeti, quello di Malachia, scritto per gli ebrei che vivono un periodo di crisi e di sfiducia.

A questo popolo e a tutti noi il Signore conferma che manderà un messaggero a risollevare le sorti garantendo così la certezza del suo intervento salvifico. Come si legge nel passo della lettera agli Ebrei proposto alla nostra attenzione, Gesù è il vero e definitivo messaggio, anche se diventa segno di contraddizione e ciò dipende dal modo come ci collochiamo di fronte alla sua presenza. Si tratta di un mistero che ha poco del gaudioso, come si prega col rosario, perché è il primo annuncio doloroso di ciò che attende Gesù, di quanto si prepara a vivere Maria.

E’ il significato del passo del vangelo, nel quale si narra l’episodio del riscatto di Gesù, come avveniva per tutti i primogeniti di Israele. Secondo la tradizione segna anche la celebrazione della purificazione di Maria.

A noi interessa sottolineare come l’entrata di Gesù nella grandiosità del tempio non viene notata da nessuno se non Simeone, che esprime la propria gioiosa fede, anche se pronuncia parole che risulteranno terribili per l’animo di Maria, la quale da quel momento inizia a meditare su questa nuova e misteriosa annunciazione, che rende ancora più precisi i contorni della misteriosa figura del suo Figlio.

Ecco il contenuto più profondo della festa della candelora: le candele diventano il simbolo di Gesù, luce del mondo e nostra salvezza, motivo per cui una volta, portate a casa, venivano accese secondo la tradizione al momento trapasso del cristiano per evocare l’esperienza del vecchio Simeone. La candela, come la fede, va tenuta accesa, costantemente controllata ed accudita perché faccia sempre luce, simbolo di Gesù, vita e verità che illumina la nostra vita.

Nel vangelo di questa domenica un bambino entra nel Tempio, un vecchio ed una vecchia se lo contendono, evidente il messaggio: egli non appartiene al tempio, ma a quelli che non smettono di cercarlo e sanno vedere oltre. Non è accolto dai sacerdoti impegnati nel sacrificio, ma da chi, senza un preciso ruolo liturgico, è veramente acceso dal desiderio e, nonostante gli anni, rimane giovane dentro il proprio animo, capace di rispondere adeguatamente all’amore di Dio. Ecco perché, vedendo il Signore, Simeone ed Anna sono in grado di dare una risposta alla loro vita; attendono la consolazione, conservano viva la propria speranza e dimostrano di possedere degli occhi penetranti e vigili per cui riescono a vede il Signore, che determina la caduta degli idoli, precipitati nella contraddizione di chi, di fronte alla risurrezione, non sa riconoscere la luce oltre le difficoltà della vita.

 

                            Terza domenica del tempo ordinario

Giovanni Battista è stato arrestato, una evidente minaccia per chi testimonia la verità. Gesù non si nasconde, per tutta risposta esce allo scoperto e inizia la sua missione: abbandona tutto per dedicarsi all’annuncio del suo Vangelo. Matteo asserisce che da questo momento egli si dedica totalmente alla predicazione incamminandosi per una terra di confine, come la Galilea,  dove si mescolano le culture. Egli prende spunto da quanto il Battista ha gridato nel deserto: invita alla conversione, cioè a mutare logica prendendo coscienza che la strada che si è intrapresa non porta alla felicità, anzi…

Ecco perché egli propone di seguirlo, incamminarsi verso il regno ormai vicino, il regno di Dio per gli uomini. Condividere con lui la strada conferisce la possibilità di sentirsi lievito, di divenire seme per collaborare e a questo scopo chiama dei collaboratori. Sono dei pescatori i quali hanno il merito di abbandonare subito tutto avendo intuito che la notizia appresa rende possibile la felicità. Costoro riconoscono che Gesù non è un predicatore solitario e non opera come i rabbini, i quali sono ricercati dai discepoli, al contrario è lui a chiamare chi può aiutarlo nella missione e sceglie tra gente comune perché non vuole solo degli ascoltatori, ma dei veri collaboratori. Gesù manifesta tutta chiaramente la propensione a sentirsi libero nel procedere alla individuazione dei discepoli; infatti la scelta di Saulo non fa presagire per nulla che questi sarebbe diventato Paolo, l’apostolo delle genti; mentre chiamare Simone la Roccia non fa prevedere col suo comportamento accanto a Gesù, con i suoi entusiasmi effimeri, con le sue paure che questi sarebbe divenuto Pietro, invitato a confermare i fratelli nella fede.

Questo è l’Evangelli Gaudium dal quale sgorga il convincimento che la nostra tristezza, anche la più grave e insopportabile finalmente trova una cura adeguata grazie all’amore infinito che solo il Signore può dare perché il vangelo di Gesù è capace di rispondere ai bisogni profondi dell’animo, è la chiave che apre la porta della felicità vera. A dimostrarlo è proprio Gesù il quale inizia a camminare per le strade della Palestina e, mentre annunzia la paternità di Dio, guarisce chi gli si avvicina con fede.

Incontrare lui significa ascoltare parole accompagnate da gesti atti a dimostrare che Dio è tra noi, unica realtà che veramente guarisce dai mali e rende gioiosa la vita. Lo asserisce il profeta: una luce si è levata nella Galilea delle genti: il Messia porta la salvezza a tutte le nazioni, quindi basta divisioni determinate dalla scelta di seguire maestri diversi. Nella seconda lettura Paolo asserisce che Gesù è l’unico salvatore che illumina le coscienze, accompagna nelle esperienze quotidiane, incoraggia nei momenti di incertezza, sorregge quando si è caduti, conferisce la forza di continuare fino all’abbraccio finale con l’amore di Dio che salva.

Il contenuto di questo annunzio è duplice: il regno di Dio e la conversione, cioè tornare indietro, cambiare strada e, quindi, mentalità, aprirsi a prospettive nuove. Nel vangelo di Matteo si legge 33 volte l’espressione “regno dei cieli”; è un modo nuovo di parlare del Signore senza nominare Dio, come prescrive la legge. Con queste parole Gesù vuole intendere che l’umanità si apre alla sovranità di Dio e cerca di diventare come Dio l’ha pensata fin dalla creazione, cioè pacifica, giusta e fraterna; ecco perché la conversione costituisce la prima condizione per costruire il regno, compito affidato a tutti gli uomini e per la cui realizzazione la comunità cristiana deve collocarsi alla testa del pellegrinaggio, sentirsi ed essere vero lievito.



II domenica del tempo ordinario

 

Nella I lettura Isaia descrive il servo di Jahvè come un popolo sul quale si riflette Gesù, luce del mondo. Nella II inizia la meditazione della prima lettera ai Corinti, che ci accompagnerà per 8 settimane, una sorta di radiografia della comunità più amata da Paolo, anche se non gli consente una vita facile. Infatti riesce a battezzare solo due persone e trova disponibile a collaborare solo una famiglia, tuttavia con l’aiuto di altri predicatori diventa una fiorente comunità.

Il vangelo di Giovanni ci presenta il Battista pronto a proclama il Messia come agnello di Dio divenendo perfetto modello del credente che ha visto e testimoniato con la fede matura di chi ha vissuto la Pasqua. E’ la caratteristica della chiesa primitiva che si comporta come l’apostolo Giovanni, il quale con passo spedito si recò alla tomba, vide e credette.

L’agnello evoca il messia dei miti e dei giusti, dei poveri di Jahvè, animale che non fa paura, senza potere perché inerme, evoca l’umiltà e la mitezza, che diventano attributi di Dio. Nella Bibbia è immagine pasquale dell’Esodo, offerta per antonomasia dei sacrifici nel Tempio, capro espiatorio che si carica dei peccati del popolo, nome del servo di Jahvè, nell’Apocalisse glorificato dai salvati. E’, insomma, l’animale evocato da Abramo quando è certo che Dio provvederà dell’agnello per il sacrificio e così può tranquillizzare Isacco.

Gesù, l’agnello del sacrificio, rivoluziona il volto di Dio. Diventa il Signore che offre la vita, volto che portiamo nel cuore, che si trasforma nello specchio da ripulire ogni giorno ai riflessi della luce di Cristo. Così Egli toglie il peccato, non i peccati singoli atti di noi poveri mortali, ma la condizione di violenza distruttiva che è radicata nel nostro io. Egli la disarma sanando fratture e ridando luce ad esistenze spente perché, se si vuole davvero vivere, occorre saper produrre amore. E’ la vera imitazione di Gesù, che non incute paura, ma libera dal timore e così toglie terreno al male. Ecco perché, pur mandati come agnelli in mezzo ai lupi e nonostante le apparenze, i cristiani alla fine risultano più forti di qualsiasi Erode pronto ad insidiarli.

In Gesù Dio inizia la lunga marcia per incontrarci; a noi il compito di scoprire il fascino della sua persona rispondendo con la sequela dopo aver dimostrato disponibilità a ricercare la sua identità più profonda. Del resto è Lui a chiedercelo, non caso le prime parole che pronuncia nel vangelo di Giovanni sono: Che cosa cercate?

Il proposito di questa domenica è manifestare la volontà di farci battezzare da Lui per liberarci dal peccato, radice di scelte che bloccano coraggio e disponibilità all’amore. Una buona confessione può aiutare a capire che abbiamo bisogno dell’agnello per gustare il progetto di liberazione del nostro spirito e sentirci nuovi per la società, pronti a svolgere il proprio ruolo nella chiesa, prodighi di attenzioni per i vicini, soddisfatti per la gioia che procuriamo a noi stessi.


                         

                          

                                Buona Epifania,

il fulgore della stella di Cristo avvolga e penetri i nostri cuori.

 

Ieri ho concluso l’omelia chiedendo ai bambini presenti in Chiesa, bravissimi nel commentare il significato profondo del prologo del Vangelo di Giovanni, di ricercare il significato della parola Befana.

Ecco la risposta. Si desume dall’evoluzione del termine Epifania: pifania, befania, befana. Poi, mischiando parola a tradizioni antiche, ne è venuta fuori la vecchietta che porta regali, evidente rimando ai magi che fanno doni al Bambino.  

Abbiamo vissuto il Natale con negli occhi l’immagine del presepe che evoca umiltà.

L’Epifania descrive l’importanza dell’evento; infatti svela identità di Gesù.

Nella prima lettura Isaia invita alla gioia per l’incipiente convergenza dei popoli diretti verso Gerusalemme, dove li attira una grande luce.

Nella seconda lettura Paolo conferma che quando sta avvenendo è la rivelazione del mistero nascosto della salvezza; esso si esprime nella pace universale, dono per tutti.

La comprensione del passo del vangelo necessità di una precisazione. Infatti l’autore ricorre al genere letterario del midrash. Si tratta, cioè, di un racconto con fondamento storico, per esigenze della predicazione con una cornice narrativa, adattato pedagogicamente per esaltare il significato teologico-spirituale.

Protagonisti dell’episodio sono i Magi, esempio felice dei cercatori di Dio, rispetto agli Ebrei i quali - in uno schema elaborato per produrre un effetto di controluce - col loro tendere insidie non partecipano alla gioia della ricerca.

I magi invece decidono di viaggiare percorrendo un tragitto che, per sete di conoscenza, da lontano li conduce all’incontro col bambino che adorano. Allora i loro doni diventano idonei simboli per richiamare cosa c’è in gioco in questa ricerca: l’oro della regalità, l’incenso della divinità, la mirra dell’umanità.

Nel loro operare i magi dimostrano molte qualità: sanno  ragionare e rispondono con astuzia ad Erode, ma dimostrano una convincente semplicità di spirito di fronte al bambino: pronti, s’inginocchiano per offrirgli i doni della loro fede, frutto di una lunga e faticosa ricerca. Sono partiti per lo stimolo di un barlume di luce e hanno trovato Dio, al contrario dei saggi d’Israele, rimasti immobili, chiusi nelle loro aride certezze e dimentichi che Dio non lo si trova una volta per sempre, ma nella inquietudine di costanti domande che mettono in moto mente, spirito e cuore.

Quando lo si trova si è felici e ciò avviene se si percepisce il chiaro presentimento che è Dio che ci sta cercando da sempre. Questa dinamica non è riservata a pochi fortunati, ma a tutti gli uomini e le donne che vivono la storia dolente o gioiosa dell’umanità.

Ecco perché l’Epifania è la festa missionaria per eccellenza: con i magi ci siamo anche noi. Tutti sono chiamati alla salvezza, la stella brilla per indicare a ciascuno la strada da seguire.                              

                             II domenica dopo Natale



Siamo invitati ad una pausa di riflessione per contemplare il mistero dell’incarnazione. Nella prima lettura, tratta dal Siracide, si immagina che Dio ordini alla sapienza di scendere sulla terra per piantare la sua tenda tra il popolo ebraico. Ciò avviene realmente con Gesù, parola di Dio che prende dimora nell’umanità. Paolo nella seconda lettura comunica agli Efesini che Dio ci ha scelti per renderci suoi figli. Mentre il vangelo di Giovanni ci propone la profonda meditazione circa la preesistenza del Verbo, Luce nel mondo testimoniata dal Battista che rivela il vero volto di Dio ed i suoi progetti, suscita fede e separa credenti e non perché chi l’accoglie diventa figlio di Dio.

Mentre i vangeli di Matteo e Luca iniziano presentando la nascita di Gesù a Betlemme e quello di Marco prende le mosse da Lui adulto che riceve il battesimo, il prologo di Giovanni rende ragione del simbolo di questo evangelista: l’aquila. Il suo volo si libra alle altezza dell’assoluto eppure fa riferimento ad un fatto di cronaca nel quale si riflette l’inizio di tutto e come Dio opera. Infatti, proprio in questa circostanza il Verbo pone la tenda tra di noi, inizia ad operare chi era in principio, chi essendo tutto definisce anche il nulla perché è la vita, una luce continua.

Gesù lo dimostra durante la sua predicazione operando miracoli non per punire, ma soltanto per far fiorire o rifiorire la vita, che a queste condizione diventa luce di Dio in ogni uomo. Può capitare che i suoi non lo riconoscano perché è difficile accogliere, vale a dire possedere una predisposizione di spirito che presuppone l’apertura del cuore, la disponibilità ad accettare doni, un animo pronto ad operare per fare spazio alla vita. Ecco perché chi l’accoglie ha il potere di diventare figlio e, quindi, essere partecipe dell’energia che potenzia l’umanità per farla sconfinare nella vita di Dio. Così il Verbo presentato dal vangelo determina in noi la forza della vera nascita che germina una nuova esistenza nell’amore eterno.

Tutto ciò è difficile da comprendere, ma lo spiega molto bene con una parabola Kierkegaard in “Briciole filosofiche”: Un re ama una ragazza povera e la vuole sposare, ma comprende che lei avrebbe sofferto per la disparità della condizione sociale. Potrebbe sedurla abbagliandola con le sue ricchezze per farle dimenticare le origini, ma è disdicevole per un re che vuole il bene della ragazza e non la propria gloria. Allora decide di abbassarsi assumendo la figura di servo, non semplice rivestimento, questa condizione diventa la vera figura del re perché, dice il filosofo, .

L’incarnazione con una modalità dimessa, la sarx, - carne - è appunto tenda tra noi per condividere fino in fondo l’esperienza umana. Così il Verbo diventa fratello, uomo fra gli uomini.  Noi dobbiamo penetrare ogni giorno il mistero di Gesù perché è il nostro mistero: figli nel Figlio, in ciascuno di noi si rinviene una scintilla di eternità.

Così la luce di Gesù fa conoscere le cose essenziali per vivere: quale è il nostro destino, chi siamo, che ci facciamo in questo mondo, come preparaci alla nostra epifania.


        
                   Grazie a tutti per l’attestato di affetto


 

A tutti voi il mio ringraziamento per gli attestati di affetto alla mia persona ed alla mia famiglia in occasione della morte di mia madre.

Al dolore per la sua scomparsa si accompagna il ricordo riconoscente per quello che mi ha dato.

A voi voglio comunicare i sentimenti che ora fanno sentire la sua presenza anche se in modo diverso nella mia vita.

Per me lei è diventata una VOCE, la voce della mia coscienza e dei desideri più reconditi. Non vedo i suoi occhi ammiccanti capaci di tanto coinvolgimento affettivo, la bocca pronunziare parole, intravedo il suo sorriso soddisfatto per il dovere compiuto, ma sento ancora quella voce che echeggia nel cuore senza passare per le orecchie per ripetermi quanto ha insegnato con la vita.

Innanzitutto questa voce bisbigliando evoca il calore della Casa.

Con lei e per lei la casa è stata accoglienza, dimora, ambiente ove stare bene e ritrovare te stesso. Casa è una parola tipicamente familiare: richiama calore, affetto, amore, è la ricchezza umana più preziosa: incontro tra persone diverse per età che vivono insieme e si aiutano a crescere. Luogo decisivo della vita, dove cresce e si realizza perché lì si impara a ricevere amore e donarlo.

L’augurio è che anche per voi continui ad essere questa la casa.

Mia madre si è riconosciuta soprattutto nell’impegno di educazione. Ha aiutato i figli a guardare con realismo i problemi della vita, a non perdersi in essi, ma ad affrontarli con coraggio, a non essere deboli e saperli superare in un sano equilibrio tra ambiti di sicurezza e zone di rischio. Come mamma ha svolto questo impegno convinta che una vita senza sfide non esiste, che se non ci si mette in gioco si rischia di indebolire o rimanere senza spina dorsale. Come mamma lei si è imposta non solo di accompagnare i figli nella crescita, ha cercato di aiutarli a prendere le decisioni definitive con libertà. A volte per lei non è stato facile, ma sentiva di doverlo fare per abituarli alla libertà.

Questa voce continua a ripetere l’invito a prendersi vicendevolmente cura. Ciò richiede bontà, vivere con tenerezza, e questa non è virtù del debole, al contrario denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, compassione, vera apertura all’altro, capacità di amore. 

Anche lei raccomanda di vivere come Maria, cioè praticate l’ascolto dei tanti annunzi provenienti dall’alto, assumere decisioni operative senza paura di dire sì, procedere nell’azione perché non si è mai soli.

Qualora si dovesse percepire questa sensazione, allora non rimane che prestare attenzione al cuore, per ascoltare tutte le volte che se ne sente il bisogno questa voce, che è la voce di tutte le mamme.


don Luigi



                                      2014

                        Auguri per un felice e prospero 2014

 

La copertina del Time di qualche anno fa relativa all’ultima settimana dell’anno rappresentava un vecchio seguito a sua volta da un piccolo uomo anche egli anziano per sottolineare che, nel passaggio da un anno all’altro, non si attendeva niente di nuovo. Invece l’aspettativa esiste a giudicare dalla caccia all’oroscopo e da come impazza la pretesa di conoscere che tipo di esperienze ci riserva il 2014.

Molti, guardando in dietro, ritengono che anche il 2013 sia trascorso troppo in fretta. Si dimentica che a misurare il tempo nella sua sostanziale percezione psicologica della durata è la dinamica interiore di chi lo vive condividendolo con gli altri. Questa esperienza conferisce la vera unità di misura come può testimoniare lo studente che ha perso un anno di studi, oppure la mamma il cui parto è in anticipo di un mese. L’operaio percepisce chiaramente la differenza di una settimana trascorsa senza paga o con la sola integrazione sociale, oppure provate a dire a due innamorati, che hanno vissuto lontano da tanto, che un’ora passa in fretta. Cosa è un  minuto? Eppure per chi perde il treno diventa un problema, mentre un solo secondo fa la differenza nell’evitare un incidente, come un milionesimo di secondo separa l’atleta che vince l’argento dall’oro.

A questa dimensione umana del tempo la Chiesa conferisce un significato unico e trasforma l’inizio del nuovo anno in opportunità di grazia ponendo la ricorrenza sotto la protezione di Maria, la cui maternità ci riguarda da vicino. La Theotokos vive una straordinaria esperienza nella normalità di una donna di popolo, con le sue difficoltà di accoglienza e di comprensione di un Gesù che deve accompagnare per tutta la missione.

La Chiesa propone di fare di questo inizio anche l’occasione per riflettere sull’impegno per la pace e gridare il proprio No alla guerra, non evangelica e per nulla efficace nel risolvere i problemi dell’umanità.

A noi è richiesto di essere più umani considerando l’assoluta simpatia di Dio verso l’uomo. Di ciò da conto la liturgia della Parola.

Nella prima lettura si sollecita la benedizione del Signore, come si è fatto da millenni, in modo da sentire la sua presenza nel nostro quotidiano. Nella seconda Paolo afferma che Gesù è nato da donna nella pienezza dei tempi, riferimento temporale che Lutero interpreta non come la fine dell’attesa per cui giunge il Figlio, ma tale perché Egli rende pieno il tempo quando assume la nostra condizione radicandosi nella cultura di un popolo.

Il Vangelo ci presenta Maria che medita sul significato della presenza dei pastori, sulle parole degli angeli e sul programma salvifico di Dio collegato al nome di Gesù.

L’invito a riflettere spinge a fare il bilancio dell’anno trascorso, chiedere perdono e ringraziare, mentre ci si pone in attesa del nuovo e, perciò, si chiede la benedizione mentre si attende la realizzazione di un progetto d’amore.

Questo nuovo anno riesce a portare felicità se si è in grado di sorridere a un fratello mentre gli tendiamo la mano, di rimanere in silenzio per ascoltare l’altro e opporci a situazioni che relegano gli oppressi ai margini, di sperare con quelli che disperano perché in una condizione di povertà fisica e di sofferenza spirituale, di riconoscere con umiltà i propri limiti e la propria debolezza, innalzando lo sguardo al Signore per consentire che Egli rinasca nel nostro cuore per poterlo donare agli altri.

Ecco i veri auguri per il 2014, da vivere nel nome di Maria alla ricerca della pace.

                                Auguri   a tutte le famiglie


Di recente un noto storico ha pubblicato un saggio sulla famiglia nella prima metà del Novecento per descrivere e valutare l’istituzione alla quale noi siamo legati di più e dalla quale sono derivate le  esperienze di relazione alle quali si richiamano anche le giovani coppie. 
Egli ritiene che, nonostante i regimi, le ideologie,movimenti e processi culturali, la famiglia é riuscita a superare le bufere di quel drammatico mezzo secolo e proteggere i nuovi nati preparandoli ad inserirsi nella società.
 


Durante la seconda metà del secolo è iniziato un processo socio-culturale rivelatosi un progressivo assalto alla famiglia, questa volta corrosa dall’interno per gli effetti del sistema economico, per i modelli propagandati dai media, per la ideologia della post-modernità fondata su un esasperato individualismo, frutto della rivendicazione di libertà ad ogni costo. 

Ne deriva la domanda: oggi che modello di famiglia è proposto ai giovani?

La risposta più saggia la troviamo nella liturgia della Parola questa domenica, ultima dell’anno, utile per fare un bilancio ed un esame di coscienza su come abbiamo vissuto il 2013. 

A proposito della famiglia tutti sono invitati ad un raccoglimento  critico per individuare i motivi di speranza, anche coloro che devono registrare insuccessi per il fallimento del loro progetto matrimoniale. Infatti, Dio comunque riserva gioia, luce e vita; a noi è demandata la capacità di scoprire dove e come trovare questi doni.

Fuggire in Egitto, come è invitato a fare Giuseppe nel vangelo, è un suggerimento non accompagnato da indicazione della via da seguire, né si parla di ritorno sicuro in patria, quasi a dire che Dio interviene nella storia e protegge, ma sempre dentro l’eventuale esperienza dell’esilio. Infatti Egli non ci custodisce dalla notte, ma ci protegge proprio perché siamo nell’oscurità. 

Nella storia della famiglia di Gesù è riassunta quella di milioni di altre, che devono ancora oggi guardarsi dai tanti erodi assetati di sangue e pronti a tutto pur di dominare.

 

E’ necessario che qualcuno vegli e trovi la direzione: questo il ruolo sollecitato a Giuseppe, responsabilità di tutti i padri nello scegliere il tragitto più sicuro e calibrare gli sforzi. Giuseppe prende Maria e il bambino: in questa relazione c’è la sorte della famiglia e in questo legame di affetto si risolve il momento decisivo della salvezza. Giuseppe diventa quindi l’icona di quanti si caricano del peso della vita degli altri senza recriminare per la fatica che costa tale impegno, in silenzio e senza attendersi ricompense, disarmati nei propri sogni che, essendo concreti, rendono più forti di ogni avversità o nemico.


Maria, la sposa protetta, è icona di tutte le madri benedette dalla vita e dalla storia per la loro capacità di dare amore, non solo quello che è richiesto, ma ancora di più. Così il Bambino si sente protetto da ogni pericolo grazie alla relazione operosa dei genitori; può continuare a sollecitare l’estasi del creato grazie al fatto d’essere venuto al mondo e così lo ha obbligato a convertirsi per poter vedere nel futuro sempre più il suo lato buono.


Riconoscenti, lodiamo il Signore per la famiglia nella quale viviamo e per le grazie che tramite esse abbiamo ricevuto dalla vita in tutto il 2013. Prepariamoci perciò a godere le sorprese dell’imminente anno nuovo, pronti ad intravedere sempre, oltre le apparenze, la benefica mano di Dio. Auguri.





                                             NATALE 2013

 

AUGURI: parola ripetuta e alla quale sovente non diamo il vero significato. Allora aggiungiamo: Auguri di Pace; cioè tentiamo di essere più precisi esprimendo un auspicio sul quale fondare la nostra ricerca di serenità senza però precisare come è possibile, perché ci dobbiamo impegnare e grazie a chi la pace può divenire una realtà per tutti noi.

Intanto, distratti dalle tappe di una tradizione di festa che, senza partecipazione interiore, rischia di trasformarsi in una grande ipocrisia dopo la ritualità del pranzo ed un regalo scambiato, rimane un grande vuoto nell’animo. Continuiamo a tollerare una situazione che è all’antipodi rispetto alla pace auspicata: guerre, spreco, morti per fame. L’ingiustizia dilaga, la violenza è una convivenza quotidiana, i bambini continuano a soffrire e vengono privati della speranza.

Comprendiamo così che il Principe della Pace non è stato accolto per il reiterarsi di scelte sbagliate; invece a noi rimane ancora la grande opportunità di trasformare persino una stalla in una chiesa e lì indirizzare tutti gli infelici che hanno ancora bisogno di Betlemme, di chi ambisce ritornare dove è iniziata la luce perché fuori è ancora notte e da solo l’uomo non riesce a trovare la meta.

Ma si deve bandire lo scoraggiamento perché l’umanità nella sua esperienza ha già potuto giovarsi di quattro notti risultate determinati per la storia della salvezza: quella della creazione, quando venne sancita l’alleanza, della Pasqua e la messianica, alla quale dovrà succedere il giorno continuo del sole invicto, Gesù, pronto a garantire a tutti una condizione di gioia, la serenità nelle relazioni reciproche e una profonda pace di spirito.

Con la mitezza si troverà la risposta adeguata ad ogni violenza e ad ogni intolleranza. Il Bambino insegna a tutti che nella storia vero forte é il paziente, l’umile, il povero, l’uomo veramente libero. Ecco perché il Natale rimane l’unica vera speranza per tutti noi, l’unica luce che riesce ad illuminare l’uomo schiarendo ogni ombra nella sua esperienza quotidiana.

Nel bambino che oggi celebriamo troviamo l’esperienza del povero, del misericordioso, del crocifisso, sfida costante agli orgogliosi del mondo; dobbiamo perciò convenire che soltanto Dio può presentarsi così e vincere.

Ecco perché Natale è Dio che viene per impartirci la grande lezione della bontà gratuita e così imparare a praticare la carità vera nel mentre ci facciamo poveri delle cose che non contano, convinti che Dio è l’unica ricchezza.

Buon Natale: auguri a tutti gli abitanti del nostro paese.




IV di Avvento: Giuseppe, un modello di padre

 

Il periodo di Avvento è passato veloce. Nella prima domenica siamo stati inviti a svegliarci dal sonno dell’indifferenza e della colpa, nella seconda sollecitati a convertirci preparando la via per incontrare il redentore. Nella terza domenica ci è stato detto che il messia atteso non si presenterà nei panni del potente, del ricco, del giustiziere forte, ma col volto mite e solidale, collocandosi dalla parte di chi soffre e affidandosi all’amore per mutare il volto della terra perché l’atteso Emmanuele è uno di noi: lieta notizia, vangelo di vera gioia per chi nella semplicità si riconosce giusto.

 La liturgia ogni domenica individua nella Bibbia i protagonisti della storia della salvezza. Il vangelo di questa domenica ci presenta lo Spirito Santo, Maria la vergine, Giuseppe il giusto. Scalfita la corazza del dubbio con la legge dall’amore, lo Spirito irrompe e comincia ad agire nel cuore di Giuseppe, un uomo ferito negli affetti, ma intenerito dalla situazione di cui è testimone e che lo induce, lui che è giusto, a partecipare al grande sogno di salvezza di Dio per l’umanità ed accettare di essere il padre putativo di Gesù, colui che completa e rende indiscutibile la fedeltà di Dio perché il messia, l’Emmanuele promesso, annunziato da Paolo ai Romani, nei quali siamo rappresentati anche noi: amati da Dio, per questo possiamo divenire santi.

Giuseppe è modello di fedele esecutore, disponibile a farsi carico di responsabilità consentendo a Dio di servirsi di lui senza complicazioni perché accetta di essere l’ombra protettiva di Gesù, operando da umile padre guidato da una solida fede. Egli si colloca agli antipodi rispesto al re Acaz del quale si descrive la condotta nella prima lettura. L’atteggiamento del sovrano è talmente perverso e la sua coscienza obnubilata da essere pronto a sacrificare uno dei figli perché vuole superare da solo le minacce al suo trono e non vince la tentazione di cavarsela da solo nelle scelte difficili per cui, senza Dio, non accoglie la parola del profeta e confida negli uomini che, alla fine, lo precipiteranno nella sconfitta.

Il passo del vangelo nel quale ci viene prospettata l’annunciazione a Giuseppe, presenta una situazione completamente opposto. Giuseppe non è l’anziano vedovo indifferente ai sentimenti, ha una reazione naturale e virile alla situazione che si è determinata e pronuncia il suo sì dopo che ha ricevuto una spiegazione alla quale fa seguire la sua collaborazione che supera l’imbarazzo dell’uomo giusto di fronte alla maternità naturale di Maria e impegna Giuseppe ad assicurare a Gesù stato civile, famiglia, patria, eredità davidica, abitazione, pane, educazione, lavoro, ceto sociale. Giuseppe difende, custodisce, protegge il bambino durante l’infanzia tribolata e durante gli anni di formazione è il modello di riferimento per la nascosta adolescenza di Jeshuà.

Il nome dell’Emmanuele deriva dalla radice ebraica “ish”, salvare, che significa anche allargare, dilatare. Dal nome deriva la missione di Gesù, che salverà accrescendo ed espandendo lo spazio di Dio nel cuore umano e libererà dal peccato, che è atrofia del vivere.

Dio interviene sempre in favore della vita; così nei vangeli è l’angelo ad annunziare la vita di Gesù, a proteggerla dalla ferocia di Erode e proclamare che la sua vita ha vinto per sempre la morte. Da questa premessa prendiamo spunto per scambiarci gli auguri: che il Signore dilati il nostro cuore per ricevere con gioia il suo amore senza fine.



                                       III domenica di Avvento

Il profeta nella prima lettura invita anche il deserto e la terra arida a rallegrarsi  perché è data loro l’opportunità di vedere la gloria del Signore in quanto, come precisa Giacomo nella seconda lettura, la possibilità di rinfrancare i cuori di chi ha fede è vicina. Si approssima la venuta del Signore; ecco come procede l’avvento e la preparazione al Natale

Il vangelo ci presenta Giovani Battista in carcere, dove lo ha rinchiuso il sovrano per aver denunciato i potenti. Il profeta coerente con i suoi principi viene elogiato da Cristo; tuttavia sembra vivere una grave crisi interiore: Gesù non è come egli ha immaginato il messia; invia i suoi discepoli per chiedere chiarimenti, perché riveli finalmente la sua identità. Ma ciò è possibile soltanto se il maestro di Nazaret viene accolto nella sua vera dimensione di mitezza e solidale predisposizione alla pace. Sono proprio queste caratteristiche che disorientano il Battista, il quale si attende, invece, un personaggio potente, implacabile nell’amministrare la giustizia, pronto a mettere da parte ogni gesto di misericordia verso chi non rispetta la Legge.

Gesù risponde ai discepoli di Giovanni di prestare attenzione a ciò che vedono e sentono: egli è venuto ad evangelizzare i poveri, cioè liberare l’umanità malata, emarginata e sofferente. Questi sono i segni che egli compie e per i quali pronuncia una nuova beatitudine nei confronti di coloro che non trovano motivo di scandalo in ciò che egli fa. 

Gesù descrive la nuova situazione prendendo a prestito le suggestive immagini di Isaia e, come Giacomo, invita ad essere costanti, rivestirsi di pazienza e di mitezza, caratteristiche degli spiriti forti, i quali non si arrendono, né cedono alla rassegnazione, ma sono capaci di impegnarsi mantenendo sempre la serenità di spirito.

Il Battista è impaziente nel suo affidarsi unicamente a Dio colto nella dimensione numinosa. A queste condizioni genera scandalo entrare nella grotta di Betlemme per
contemplare un bambino indifeso. Ma è il modo scelto dal Signore per fare il suo ingresso nel mondo, il suo stile nel proporre la salvezza all’uomo con strumenti semplici proprio per esaltare i poveri. 



Soltanto se sappiano accettare e condividere queste prospettive possiamo comprendere il mistero del Natale e finalmente riempire il nostro spirito della sua gioia.




                                    L’Immacolata, nostra Odighitria

 

La solarità della ragione, raggiunta la maturità degli anni, ha promesso serenità a una coscienza consapevole, invece oggi sembra precipitare ancor più nell’incertezza umbratile di una condizione di disagio per una generalizzata confusione di prospettive. Eppure persiste l’aspirazione all’incontro con l’amore pieno, capace di scandire fruttuose esperienze di pace nel desiderare una vita segnata da benevolenza, fedeltà, mitezza.

Il progressivo divario tra quotidianità ed aspirazione quasi onirica ad un bene che pare irraggiungibile induce ad una spontanea richiesta di aiuto: insegnami, o Luce della Luce, la via da percorrere. La vita di Maria è, a questo proposito, un continuo esempio per la sua discreta adesione alla volontà di Dio e persino i sentimenti che sgorgano dalla nostra devozione e dall’arte di cui siamo capaci si trasformano in un rincorrersi di immagini evocate dalla nota lunga della nostalgia, che affonda nella fanciullezza di ciascuno. Ricordi, memorie, volti, situazioni, esperienze, presenze improvvise di persone scomparse o lontane ci accompagnano durante questo pellegrinaggio di ritorno dal passato, compagnia per un arido presente.

Nel travaglio per ricercare le ragioni della fede, per apprezzarne in pieno il dono una volta raggiunta la meta, Maria è a noi vicina, nelle circostanze esaltanti dell’estasi, ma soprattutto nei momenti di dubbio, aridità, rigetto; sempre con noi, perché l’Odighitria, la Vergine che indica la via. La devozione popolare ha esaltato la relazione materna con Lei, la donna che nel magnificat ha descritto direzione e tragitto del viaggio: celebrazione del Dio dei poveri, degli ultimi, degli umili, degli oppressi, esaltazione dell’impossibile che diviene storia grazie al tocco rigeneratore del dito di Dio. Ella ha vissuto la fede come relazione tra persone ed ha fatto combaciare la sua vita con quella del Signore realizzando il rapporto più umano di cui è capace un individuo, ma anche il più sublime: quello tra mamma e bambino.

Splendido esempio del modo di contemplare il mondo interiore di una madre in attesa, Maria ha rinvigorito la sua fede imparando a rivolgersi a Dio e, per prima nella storia, chiamarlo Figlio: Lei, figlia del suo Figlio. Per suo merito anche noi possiamo invocare Gesù Figlio di Dio; perciò, Maria è madre di fede per l’umanità. L’esperienza di questa Vergine ci coinvolge perché per Lei Dio ha confermato il suo sguardo amorevole sulla povera storia umana. Anche noi godiamo del saluto a Maria nella domesticità di Nazareth, piena di grazie perché il Signore è con Lei: presenza costante, compagnia che conferisce vigore, forza che rende vincitori generando la vita perché consente di far innestare la natura umana nella santità di Dio.

Perciò Maria non poteva che essere l’Immacolata. Il Signore è stato con Lei perché senza ombra di peccato, mai soggetta a separazione, mai precipitata nella distanza di un abbandono. Dio ha scelto di preparare nella comunione di vita la persona che doveva essere la Madre di Gesù: straordinario contesto di avvincente semplicità, di umiltà regale, di doviziosa povertà, di autenticità di vita interiore testimoniata e condivisa con la gente del villaggio in un continuo primato del dono: il dono di Gesù, unica speranza in ogni contesto.

Nel realismo di una storia di peccati, iniziata con i progenitori ed intensificatasi per la nostra pretesa di continuare a definire autonomamente dove si trova il vero, il bene, l’utile e il dilettevole in una progressiva e drammatica autoreferenzialità, Dio non abbandona l’umanità al suo destino di morte, ma ne diventa partecipe per merito della maternità di una donna che sconfigge ogni malvagità per divenire parte integrante del progetto salvifico; Maria, madre della fiducia, continua speranza per il mondo. Il suo canto di meraviglia è una gioiosa testimonianza dell’esperienza di un incontro. Ella ha compreso che Dio s’immerge nella vita dell’uomo attraversando i cieli per condividerne l’esperienza quotidiana; crede fermamente che il mondo cambierà perché Dio l’ha promesso. Egli è per tutti l’unico, concreto ed indefettibile punto di forza, generatore di salvezza perché è Lui per primo ad amare.

Questi sentimenti esaltano la dinamica del dono e, di conseguenza, l’amato che sa vedere Dio all’opera. Maria testimonia col suo sì i valori più profondi che si nascondono tra i semplici; prorompe nell’inno del magnificat, messaggio e preghiera che si approssima al rivoluzionario discorso delle beatitudini pronunziato dal Figlio quando, seduto su una balza montuosa, circondato dai discepoli e rivolto alle folle assetate di verità e desiderose di essere amate, ha proclamato i poveri beati. Le parole di Elisabetta, benedizione e beatitudine amalgamate dal legame di fede, e la risposta di Maria, la credente per eccellenza, aiutano ad acquisire questa dimensione.

Chi è toccato da Dio non può rimanere chiuso nel proprio io, deve mettersi in cammino: viaggio del cuore e del desiderio, di paura e fuga, dell’attesa e della speranza, della vita fino all’approdo finale nella fede e nell’amore, anche se il tragitto porta in collina, nel deserto, nella solitudine della montagna. Si fa fatica, ma alla fine si trova l’Assoluto. E’ l’esperienza di Maria, necessaria perché Gesù nasca.

La bimillenaria storia cristiana ha sempre posto al centro delle sue devozioni la Madonna, Beata perché ha creduto; eppure poteva dubitare al messaggio dell’angelo, magari esigere maggiori garanzie per quello che le veniva richiesto o pretendere più chiarezza perché, stando alla legge, rischiava la vita; invece ha fiducia, crede. In ciò Elisabetta riconosce la sua grandezza, ma la giovine vergine non si esalta, continua a sentirsi piccola ed inadeguata; proclama che la felicità risiede nel Signore, sicura dell’amore di Dio, dal quale proviene tutto il bene.

Il nodo inestricabile di questo legame di devozione lo si desume mirando ed ammirando le rappresentazioni visive ed i canti con i quali si celebra Maria. Ad esempio, le Litanie Lauretane, che esaltano la fanciulla stupita e timorosa, prediletta da Dio e per questo diventata Madre e Regina, costituiscono l’acquisita consapevolezza degli stati d’animo che l’invocazione è capace di evocare proiettando immaginazione, cuore ed intelligenza oltre il tempo ed oltre lo spazio di un vissuto angusto nella sua scontata ripetitività.

Questa sensazione si sviluppa con naturalezza grazie alla gamma delle invocazioni inneggianti alla Vita, favorendo la predisposizione ad una ottimistica lettura dell’esistenza per l’anelito di amore e di pace che deriva dalla meditazione suscitata da ogni singola invocazione. I momenti più elevati delle laudi che da secoli il popolo Le rivolge sono un appassionato commento al magnificat realizzando la profezia dell’elevazione degli umili che hanno trovato grazia presso Dio. Maria è il convinto assenso all’avvenuta redenzione del mondo perché è la tutta Santa che si specchia nel Figlio Unigenito generato pur nel privilegio di essere la Vergine delle vergini. Perciò è la Madre Purissima che sconfigge il drago, radice feconda dell’Albero del Bene, icona dell’amabilità, da tutti ammirata perché fonte di ogni buon consiglio, soccorso continuo per chi ha bisogno. Nella sua saggia prudenza è degna di venerazione, scudo potente contro il male, clemente nel comprendere la nostra indole e fedele perché temprata dalla passione del suo Figlio, specchio della giustizia divina, fondamento della sapienza e sorgente di letizia. Insomma è lo scrigno di tutti i doni dello Spirito, degna di onore e devozione, mistica rosa nei suoi delicati profumati, forte come la torre di Davide e preziosa come l’avorio. In Lei si riassumono le promesse dell’Alleanza, perciò é sicuro accesso al cielo, del quale segna la rotta come la stella del mattino garantendo la salvezza a tutti gli infermi e asilo e rifugio a chi si sente peccatore, pronta a consolare chi è tentato di perdere la speranza perché si percepisce impotente, immerso in un mondo di sangue, dolore, ingiustizia e sofferenze.

Queste liriche invocazioni aiutano a raggiungere l’acme emozionale dell’ascesi grazie al mistero della maternità, della figliolanza, della relazione creaturale con Dio Padre. E’ un canto a più voci che accompagna il viaggio verso la meta: la Regina del cielo e della terra. Il pellegrinaggio suscita emozioni e, contemporaneamente, il desiderio di andare oltre, anche se solo a piccoli passi, per incontrare la Luce liberatrice. Devozioni semplici ma capaci di condurci al centro del Mistero di Grazia che trasforma in devota contemplazione i sentimenti, esaltati in una vibrazione di toni interiori che, nell’indurre a riflettere, infondono coraggio ed accendono la speranza.

Alla fine, la poesia che scaturisce dalle invocazioni a Maria propone ed aiuta a decifrare fa sorgere spontaneo il desiderio di sostituirsi al Bambino per gustare l’abbraccio caldo di una Madre dagli occhi penetranti e segnati da una venatura di malinconia perché non può dimenticare il fardello di dolore redento dal sangue di suo Figlio.



      Lucia, la giovane donna di Siracusa martirizzata sotto l’imperatore Diocleziano anche quest’anno viene festeggiata dalla comunità di Cannalonga, legata alla Santa da riconoscente memoria per le grazie impetrate sugli abitanti fin dal tempo lontano in cui hanno organizzato ed animato una fiera in suo nome. Anche quest’anno la comunità Parrocchiale a Lei si rivolge come protettrice perché interceda presso il Signore Gesù pronto a riempire di gioia e di luce il cuore di tutti, con l’auspicio di poter contemplare con occhi riconoscenti la gloria del Padre.



   Avvento_2013                      

            

I Domenica di Avvento: Is 2, 1-5; Rm 13,11-14; Mt 24, 37-44

Prestiamo attenzione al grido della liturgia: “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno (Rom. 13,11) e mettiamo in pratica l’esortazione di Gesù alla vigilanza per prevenire la tragica sorpresa dal diluvio: vigilare è lo stile di vita del cristiano impegnato nel viaggio verso il monte santo raccomandato da Isaia.

                                                     ***

“Avvento”, termine che riassume il senso della vita cristiana e trova continui esempi nella Bibbia perché Dio è venuto, continua a venire, verrà.

Gli andiamo incontro con gioia?

All’avvento dell’Emmanuele corrisponde il nostro impegno di conversione?

Come operare?

La Chiesa ci fornisce tre esempi: Isaia, Giovanni, Maria.

Isaia esalta la grande speranza che ha confortato il popolo eletto durante i momenti più duri. Il suo è  un annuncio valido per gli uomini di tutti i tempi.

In Giovanni si esplicita il vero spirito dell’Avvento: ultimo dei profeti, con i gesti e le parole egli riassume una vicenda di attesa che sfocia nel suo compimento; quale precursore prepara le vie del Signore ed indica Cristo già presente.

Maria col suo essere madre coopera al mistero della redenzione, che trova in Lei il primo convincente esempio. La solennità dell’Immacolata Concezione lo ricorda a tutti noi.

Alla ricerca dei valori che consolidano la speranza, dobbiamo convincerci che il peccato è un vero fallimento perché non ha futuro, che, invece, per noi è rappresentato da Cristo, il quale trionfa sul male. I valori che danno speranza sono, quindi, quelli che invitano a rinnegare il mondo dell’avere e del godere e ci orientano verso la gioia del donare e del donarsi nella totale gratuità.

In queste settimane di attesa viviamo vigilanti, pronti alla Conversione come  accoglimento del Vangelo, che diventa impegno concreto di conoscere Gesù, il Cristo, imitando Maria, la serva del Signore. Sono queste le condizioni per svegliarci dal sonno che ha assopito il nostro desiderio di Dio.

Alcuni potrebbero porsi la domanda: L’incarnazione del Figlio di Dio è avvenuta ed il mondo è cambiato?

C’è chi dubita, ma egli per noi viene ancora perché finalmente ci decidiamo a vivere secondo la grande visione che prospetta Isaia, vale a dire la possibilità della grande pace tra gli uomini. Ciò è possibile se vinciamo il nostro torpore, come invita a favore Paolo, frutto non necessariamente di una condotta cattiva, ma certamente di un abito mentale assuefatto alla mediocrità, prono all’indifferenza, propenso all’egoismo. Perciò mettiamo in pratica quanto Gesù invita a fare: attendere vigili la venuta del Signore e mostrare il nostro zelo per il fratello aiutandolo a superare le insidie che lo minacciano. Così superiamo le disattenzioni determinate da una vita vissuta nell’incoscienza, della quale già una volta l’umanità, vittima del diluvio, ha pagato le conseguenze.

Ascoltiamo le amichevoli parole di Gesù. Egli vuole far comprendere che nel quotidiano costruiamo il nostro futuro di felicità; perciò ci invita a manifestare tutta la sollecitudine di cui si é capaci per impegnarci a favore del presente e così contribuire a costruire una umanità nuova. Questo è l’avvento: attendere un evento particolarissimo, mettersi in cammino per un incontro che va preparato superando superficialità ed incoscienza, pronti a mutare prospettiva per rivestirsi finalmente di Cristo, il quale si approssima sempre più nella sua seconda venuta.

Quattro settimane di vigilante preghiera, pronti, se necessario, a scelte difficili per vivere in modo diverso ciò che si è già sperimentato. Infatti, ad un attento esame risulta che, rispetto allo scorso anno, siamo cambiati, come è mutato il mondo nel quale vengono ancora pronunciate parole di odio, sono state commesse altre ingiustizie, si è avuta la sensazione che i malvagi continuino a prevalere eppure nel profondo del cuore di ciascuno persiste la voglia del Natale perché c’è bisogno di rinnovare, rinsaldare, irrobustire la speranza che promana dalla semplicità di un Dio bambino, pronto ad accompagnarci in un pellegrinaggio che da soli è impossibile realizzare perché incapaci di superare le tante cesure che ci attendono ad ogni tornante.   

Don Luigi


Staff: Lo sfascio della sanità non può far restare in silenzio. Lasciate un vostro commento o il racconto di un'esperienza vissuta da pazienti o da operatori che cercano di operare tra tagli economici e difficoltà.
Le soluzioni si trovano con il dialogo; un ottimo spunto per iniziare  ce lo dà il nostro parroco.

E' stata creata una nuova rubrica dedicata alla preghiera del giorno.

Staff: Il Nostro Vescovo ha voluto inviare un messaggio di auguri alla comunità clicca sul link per scaricarlo

Staff: Alla famiglia le più sentite condoglianze, "...Ora la Parola, il Verbo riscaldano definitivamente il suo cuore. Egli non è vivo soltanto nel nostro ricordo... "

Mario: Gradirei conoscere quali considerazioni hanno i nostri fralelli maggiori sul capitolo del  Vangelo di Giovanni sul Cieco nato.

 



MariaFrancesca:
Siamo pronti ad essere " luce e sale" .... Ma lo saremmo ancor di piu' se riuscissimo a seguire una " luce" come esempio e del " sale" per assaporare la vita quindi il nostro destino ( inteso come vista e gusto quindi sensi  perché la fede da sola può accompagnarci nel cammino personale ma difficilmente in quello sociale) ? Troppo spesso riponiamo fiducia negli altri e con che cosa ci viene ricambiata? Il momento e' buio e purtroppo il confronto e' d'obbligo nella nostra società  , abbiamo quindi bisogno di persone da imitare non da giudicare ! Io spero che quella luce che arde dentro ogniuno di noi ci permetta di illuminare anche quello che sta fuori di noi!

Anellina:
trovo molto positiva la nuova rubrica per i catechisti. Spero che questo ci aiuti nella conoscenza della figura di Gesù oltre che a comprendere la sua missione, così che anche noi ci possiamo impegnare a essere testimoni coerenti. Per fare questo penso sia necessario che ogni fedele sia aiutato ad accrescere la propria consapevolezza  sulla straordinaria dignità che acquisiamo col Battesimo:siamo realmente figli di Dio e fratelli di Cristo.




 






  • SOLENNI FESTEGGIAMENTI IN ONORE DI SANTA LUCIA, VERGINE E MARTIRE
           4 – 13 DICEMBRE 2013 : IL PROGRAMMA
  • Festività in onore della Beata Maria Vergine del Carmelo: il Programma
  • Le offerte pervenute dagli AMICI AUSTRALIANI
Clicca sull'immagine per scaricare l'elenco
thanks for your prayers

  • La Cresima sarà amministrata dal nostro vescovo il 14 luglio. Coloro che desiderano ricevere il sacramento sono pregati di iscriversi al corso di preparazione che inizierà dopo la festa di San Toribio.


  • La corale invita tutti coloro che desiderano, in particolare le voci maschili, a iscriversi al corso di musica che inizierà a breve. Lo stesso invito è rivolto agli alunni delle elementari i quali sono caldamente sollecitati a partecipare alle lezioni di musica in vista del coro “pueri cantores tolvesi”.
  • A tutti è noto il meritevole sforzo dei calciatori della nostra squadra nel mantenere alto il nome di Cannalonga, che all’inizio del girone di ritorno guida ancora la classifica del suo girone.Chi desidera far parte del gruppo dirigente per preparare al meglio i prossimi appuntamenti è invitato a fornire le proprie generalità per poter essere invitato ad una prossima assemblea organizzativa.


  • La parrocchia desidera mettersi in contatto con tutti i cannalonghesi sparsi per il mondo. E’ gradito l’indirizzo di posta elettronica per incrementare la rete virtuale di chi si riconosce nelle tradizioni, nei valori e nei ricordi affettuosi del paese

in questa sezione sono presenti gli avvisi inerenti la vita parrocchiale: 
                                                            come gli orari dei corsi di catechismo, musica ed informatica.
Ovviamente saremo lieti di pubblicare gli eventi che le altre associazioni realizzeranno sul territorio; teneteci aggiornati tramite Parla con Noi o l'e-mail staff@smassuntacannalonga.it.

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