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L’esempio del Battista
Anche noi ci mettiamo in fila per ascoltare l’invito impellente di Giovanni Battista mentre le acque del perdono, fecondate dalla missione dell’Amato, ci fanno sperimentare la portata salvifica della misericordia di Dio. Egli opera grandi cose quando l’uomo che ha scelto pronuncia con umiltà il suo sì di collaborazione. Giovanni predica “un battesimo di penitenza per il perdono dei peccati” (Lc 3,3) e, vestendo i panni del profeta, sollecita senza mezze misure ad iniziare il cammino di conversione. 
Il Battista è consapevole della sua vocazione, non presume di essere un capo che deve guidare le folle che accalcano la riva del Giordano dove egli opera. Sa che la sua presenza è solo di passaggio. Egli suscita soltanto interrogativi alla coscienza di ogni uomo, non può dare delle risposte definitive, sollecita la conversione, invita alla penitenza per smuovere coscienze intorpidite e riscaldare l’anelito di una vita secondo Dio. 
La vocazione ad essere una mera comparsa nel piano di Dio non gli genera sconforto o scoraggiamento, ma consolida la sua umiltà, che lo aiuta ad accogliere nell’obbedienza la Parola mentre nel deserto lascia che Dio gli ceselli l’anima. Così comprende che chi viene dopo di lui è più potente di lui; la parola da lui gridata non è nulla rispetto a quella sussurrata da Dio. Il Battista continua però a spianargli la via aiutando chi a lui si rivolge ad andare oltre per essere pronto all’incontro con Dio. 
Giovanni non è una canna al vento, non si lascia condizionare da quello che si dice di lui, non presta attenzione a voci di adulazione e di plauso, rimane nel deserto dove ha potuto irrobustire il suo carattere all’essenzialità e all’austerità della penitenza. 

Nel fare deserto dentro il suo animo ha preparato spazio per il Signore permettendogli di agire e parlare in lui. La sua vocazione, come ogni altra chiamata, ha inciso non sulle apparenze, ma sull’essenza della sua persona. 


                                                 10 gennaio

Una domenica particolare, anche questa terza, ricadente nel tempo di Natale e che la liturgia della chiesa cattolica ha scelto per celebrare il Battesimo di Gesù; è anche la domenica con la quale si chiude il tempo natalizio, un tempo che, al di là dei regali, dei botti, pochi per la verità  - per via delle proibizioni legate agli attentati Jihadisti – le luci più o meno d’artista in qualche città, che insieme alla grande curiosità hanno provocato anche tanta confusione, avrebbe dovuto significare una ventata di serenità, di voglia di pace, di apertura agli altri, di esaltazione dei sentimenti di affetto, di amicizia, di generosità e di tutti quei valori che per secoli si sono tramandati intorno alla nascita di questo bambino particolare, celebrato come Figlio di Dio, annunciato per secoli, prima che Lui giungesse sulla terra, come salvatore dell’umanità, come l’Emmanuele, Dio con noi, eppure così umano, così vicino all’esperienza di vita quotidiana di tutti. Quanti hanno percepito nel Natale del Signore questo significato più profondo?  È difficile dare una risposta statistica. Ciascuno dovrebbe rispondere nell’intimo della propria coscienza e, purtroppo, solo per sé. Anche perché se il tempo natalizio in molti ha generato questi sentimenti, si tratta di realtà che non fanno chiasso, né si manifestano col frastuono; scendono come un balsamo nell’animo, ti fanno sentire riconciliato con Dio, con te stesso, con i fratelli, con il mondo, una situazione che papa Francesco ha sintetizzato in una parola: Misericordia. Per ricordare a tutti gli uomini questo sentimento, che è innanzi tutto proprio di Dio che è  Padre, ha voluto quest’Anno Santo particolare, chiedendo a tutti i cristiani di essere innanzi tutto testimoni di Misericordia: “misericordiosi come il Padre”. Eppure, il suo pressante invito non sembra essere ascoltato. In tante parti del mondo le armi non hanno taciuto, si è continuato ad uccidere, si è continuato a morire di fame; mentre in molti altri posti si è inneggiato all’opulenza, tanti hanno continuato a fuggire dalla dittatura e dalla miseria, e tra questi molti hanno solo raggiunto prima la morte, anziché la liberazione. Il Battesimo di Gesù, festa antica nella Chiesa cattolica quasi quanto la Pasqua, se da un lato rappresenta per l’evangelista l’occasione per raccontare come avvenne l’autenticazione da parte di Dio Padre di Gesù come suo figlio e come suo inviato in mezzo agli uomini per riconsegnare l’umanità al suo amore del Padre, dall’altra contiene l’indicazione ad essa della strada da seguire per ricongiungersi a Lui: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. L’evangelista Matteo aggiunge: “Ascoltatelo”, imprimendosi nella mente e nel cuore le sue parole che non sono mai elucubrazioni più o meno dotte ma semplici, fatte per scavare nel profondo delle coscienze indipendentemente dal grado di cultura di chi l'ascolta e, soprattutto, lasciandosi conquistare dalle sue azioni concrete. Gesù inizia il suo ministero condividendo in pieno le condizioni di un’umanità che accorre nelle acque del Giordano per ricevere da Giovanni un battesimo di penitenza per far capire che il cammino di conversione è quello che ci fa comprendere i tanti segni della tenerezza che Dio offre al mondo perché l’uomo gusti la bellezza di essere perdonato e sentirsi amato da Dio. Con questa coscienza, non vi potrà più essere posto per l’odio, per la violenza, per l’egoismo e per rivalità di qualunque tipo e di qualunque origine. La Misericordia non conosce confini di sorta. Gesù nel Giordano, fattosi uomo tra gli uomini, viene riconosciuto dal Padre davanti a tutti, come Suo  Figlio prediletto, “primogenito di una moltitudine di fratelli che Dio vuole chiamare figli”.                     (S. Paolo)


                                              3 gennaio
Un nuovo anno, il 2016, è appena iniziato. Due giorni fa la Chiesa ha invitato non solo tutti i suoi fedeli ma tutti gli uomini di buona volontà e animati da spirito positivo a pregare per la pace, un bene universale da sempre desiderato e auspicato ma mai del tutto posseduto, anche perché gli equilibri ai quali gli uomini cercano di agganciarlo poggiano su basi mutevoli legate ad interessi economici e strategici per loro natura di parte e spesso perseguiti a costo di distruzioni immani e sacrificio di migliaia di vite umane. Cosicché si può dire che è molto difficile, se non impossibile, trovare nella storia dell’uomo un momento di totale assenza di lotte e di guerre in ogni angolo del mondo. Tuttavia, Papa Francesco, il primo dell’anno, invitava tutti ad avere speranza nella capacità dell’umanità di vincere il male, Questo, infatti, si fa strada soprattutto quando regna l’indifferenza verso Dio e verso il prossimo, quando, cioè, l’uomo pone come fine, e confine anche, della propria esistenza se stesso, senza nessuna apertura verso il trascendente e il tutto finisce per relativizzarsi al proprio io, senza alcun posto per la solidarietà, per la compassione, rimanendo insensibile alla richiesta di aiuto che si innalza dall’umanità sofferente, l’indifferenza appunto. Con essa si moltiplicano le ingiustizie, squilibri sociali, che spesso generano violenza, odi, rancori e quindi conflitti, con il prevalere della legge del più forte a scapito e detrimento del più debole. Chi può, a tal punto, far risuonare nell’intimo della coscienza il richiamo forte alla responsabilità nei confronti del proprio fratello, se non si ha contezza della presenza di Dio, al quale, come si esprime papa Francesco, “importa dell’umanità” e a ciascuno chiede conto del fratello, come fece con Caino che aveva ucciso Abele? L’epilogo è un’umanità disancorata, in balia di se stessa, dei propri limiti, dei propri falsi miti; un’umanità che insieme a tutto il resto del creato potrebbe essere frutto del caso, come tanti si affannano a dimostrare, e non il risultato di un progetto e per di più un progetto concepito per amore; della realizzazione del quale ciascun uomo, una volta giunto all’esistenza, diventa parte integrante, attiva e responsabile, rispondendo ad una chiamata. 
È questo il cammino che ci indicano i brani di Scrittura che ascolteremo nella liturgia di questa seconda domenica del tempo natalizio. Immagino quasi l’intima gioia, il cuore colmo di una emozione indescrivibile di S. Paolo nel sentirsi ispirato ad indirizzare ai fedeli di Efeso il suo convincimento: “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, …predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo”. Ma cosa c’era e c’è a monte di questa convinzione dell’Apostolo delle genti, naturalmente come certezza per i credenti ed anche come speranza per tutti gli uomini? Ce lo manifesta S. Giovanni nel brano del suo vangelo. Egli inizia il con un’affermazione solenne, importante, che non lascia spazio ad elucubrazioni più o meno dotte: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”; quasi a sancire una volta per sempre una verità unica, la verità delle verità, a volo d’aquila, come afferma un noto teologo, per proiettare il creato non nel primordiale caos oppure in un non meglio precisato big bang con un serie infinita e indefinita di schegge che iniziavano il loro cammino nel cosmo, - scheggia a sua volta? -  per quale destinazione, per quale scopo? Ma in un “in principio” voluto per amore. Giovanni conferisce senso a tutto: “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”. È un inno meraviglioso che si rischia di rovinare nel tentativo di spiegarlo. Quel “Verbo”, nella pienezza dei tempi è diventato Egli stesso carne, per riportare l’umanità nel grembo del Padre: “A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio”. Potrebbe essere questa la radice di un mondo sempre in pace, con Dio, con la propria coscienza, con i fratelli, con il mondo.
                                                                                                        Michele Santangelo  

                                      2016: Anno della Misericordia   
La certezza dei cristiani è Gesù nostra pace, come si legge in Efesini 2,14. Essa proviene da Dio e, grazie all'annuncio del Vangelo, diventa respiro dell'umanità che spera; perciò, la vita del Padre si manifesta nella comunione tra gli uomini che si sentono fratelli. Così si ricostruisce la città dell'uomo, che diventa anche la città di Dio grazie ad un dialogo pronto a scelte di vita segnate dal senso di responsabilità che arricchisce la comunità civile. L'esempio di Gesù corrobora la nostra esperienza. Chiamati a intraprendere il viaggio per andargli incontro, noi troviamo definitivo e salvifico approdo nella misericordia del Padre. Egli opera nella quotidianità di ciascuno di noi e la sua azione generosa porta frutti di amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Galati, 5,22). Dovrebbe essere la testimonianza della Chiesa, capace di attrazione ma soggetta anche a critiche non sempre immeritate. Si sollecita il coraggio di proclamare l'urgenza di un'azione che aiuti a scoprire la presenza di Dio, esperienza che si riassume con la parola misericordia, sentimento d'intima commozione che genera compassione, dinamica che spinge all'impegno per il senso di pietas espresso in modo sublime dal Buon Samaritano (Lc 10,37). E' la misericordia che Dio manifesta a Elisabetta rimasta sterile, o di Gesù al cieco di Gerico (Mc 10, 47-8) dopo aver proclamato nel discorso della Montagna "Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia (Mt. 5,7). Da qui la portata del Kyrie eleison che da inizio alla celebrazione eucaristica; l'invito è rivolto a tutta la Chiesa e a ciascuno di noi: «Rallegrati … esulta!» (Sofonia 3,14). Il motivo della gioia è espresso con parole che infondono speranza e permettono di guardare al futuro con serenità. Il Signore ha revocato ogni condanna e ha deciso di vivere in mezzo a noi. Non possiamo lasciarci prendere dalla stanchezza; non è consentita la tristezza, anche se ne avremmo motivo per le tante preoccupazioni e le molteplici forme di violenza che feriscono l'umanità. La venuta del Signore deve però aprire il nostro cuore alla fiducia perché "Dio protegge" il suo popolo. In un contesto storico di grandi soprusi e violenze ad opera soprattutto di uomini di potere, Dio fa sapere che Lui stesso regnerà sul suo popolo e non lo lascerà più in balìa dell'arroganza dei governanti, lo libererà da ogni angoscia. Ci viene chiesto di non scoraggiarci a causa del dubbio, dell'impazienza o della sofferenza perché «Il Signore è vicino» (Fil 4,5). Perciò dobbiamo rallegrarci sempre e con la nostra affabilità testimoniare la cura che Dio ha per ogni persona. La Porta Santa aperta in tutte le cattedrali del mondo è un segno per reiterare l'invito alla gioia perché è iniziato il tempo del grande perdono. Il Giubileo della Misericordia è l'occasione per riscoprire la presenza di Dio e godere della sua tenerezza di Padre. Come le folle che interrogavano Giovanni, anche noi chiediamo: «Che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10). La risposta non si fa attendere: agire con giustizia e guardare alle necessità di quanti sono nel bisogno, varcare la Porta Santa per essere strumento di misericordia, consapevoli che su questo saremo giudicati. La fede in Cristo sollecita un cammino che dura tutta la vita per essere misericordiosi come il Padre e testimoniare un amore che va oltre la giustizia, non conosce confini e di cui siamo responsabili, nonostante le nostre contraddizioni. A QUESTE CONDIZIONI GLI AUGURI D'UN SERENO E PROSPERO ANNO NUOVO AQUISTANO SOLIDO FONDAMENTO E CONFERISCONO CONCRETEZZA ALLA NOSTRA SPERANZA, EFFICACIA AD OGNI GESTO D'AMORE.                                                                             lr


                             27 Dicembre Festa della Santa Famiglia

Nella prima lettura i genitori conducono Samuele al tempio: ecco il compito dei genitori come primi educatori della fede, riconoscere la paternità di Dio; nella seconda Giovanni ci trasferisce lo stupore per la consapevolezza di essere figli di Dio. Come rispondiamo all’interrogativo di questi passi della Bibbia?

Il modello della famiglia di Gesù sollecita una scelta per la santità, costruita e scandita dal nostro quotidiano anche quando risulta faticoso o si vivono momenti di crisi, come si legge nel passo del Vangelo proposto alla nostra riflessione. L’angoscia per la perdita viene superata dalla gioia del ritrovamento. Le situazioni difficili vanno affrontate con determinazione, ricorrendo sempre a un dialogo costruttivo perché la ricetta per una famiglia felice presuppone il camminare insieme, l’attenzione verso l’altro, la disponibilità a ricercare Dio insieme per porlo al centro.

Il racconto del Vangelo inizia col riferire la disgrazia patita da Giuseppe e Maria: hanno perso Gesù! Potremmo commentare: che modo di celebrare la festa della famiglia! Ma il realismo induce a iniziare con questo riferimento. 
La scena di crisi intende dirci qualcosa: il tempo trascorso senza avere notizie del figlio ha generato tensione e angoscia, situazioni che possono verificarsi in ogni famiglia. Ma Maria e Giuseppe c’insegnano il segreto per superare queste difficoltà: insieme cominciano a cercare, non ognuno per suo conto dopo essersi rimpallate le responsabilità (il bambino stava con te; no, stava con te!); perché se la crisi fa parte della vita, le modalità per risolverla spettano a noi ricucendo eventuali dissensi. I due ritornano indietro e si mettono a cercare. Alla fine, una volta ritrovato Gesù e ascoltata la sua giustifica, il Vangelo impartisce l’ultimo insegnamento. La famiglia non funziona se ci si chiude in sé stessi e non si pone al centro il Signore: ricetta per la santità feriale.

Guardiamoci intorno: quanti si sono recati insieme in chiesa, tutti i componenti come famiglia, ed hanno condiviso l’Eucarestia? 
                                                                                           LR

                                    Carissimi, 
in questa circostanza ci siamo scambiati gli auguri per nove anni consecutivi, fatto propositi, immaginato di sentire il desiderio di essere più buoni, poi, spente le luci, digerito il cenone, annoiati dai regali ricevuti, siamo precipitati nella apatica sindrome del dopo festa! Ho pensato perciò, di rivolgere degli auguri molto scomodi per scrollare di dosso il mielato buonismo ed invitare a pensare utilizzando un famoso passo di Tonino Bello, un vescovo morto troppo giovane ed ancora tanto amato da chi lo ha conosciuto e continua ad apprezzarlo leggendo i suoi scritti. Il suo testo profetico trova autorevole sponda nell’azione di Papa Francesco in quest’anno di grazia, arricchito dalla possibilità di una speciale esperienza della paterna misericordia di Dio con la segreta speranza di poterlo intravedere vicino a noi, prossimo alla nostra stessa vita. 
Nel porgere gli auguri intendo infastidire per rendere appunto buono il Natale, convinto che soltanto a queste condizioni l’auspicio non diventa formale prassi imposta dal calendario; chi per protesta ha intenzione di spedirli indietro non abbia remore nel manifestare la propria delusione
Non posso che formulare auguri scomodi al pensiero che Gesù nasce per amore e non può determinare la nausea di una vita egoista per far scoprire la bellezza di un’esistenza donata, di una preghiera bisbigliata con generosità, di un silenzio meditabondo per acquisire coraggio. Il pensiero del Bambino adagiato sulla paglia tolga il sonno e faccia sentire il disagio per la durezza di un cuore indisposto a concedere ospitalità ad un povero di passaggio. 
Maria, costretta ad adagiare il Figlio in uno spazio ristretto e per nulla igienico, con i suoi occhi segnati dalle lacrime faccia smettere di reiterare nenie sempre uguali fin quando coscienze ipocrite sono disposte a tollerare bidoni di spazzatura, la terra avvelenata dei fuochi, inceneritori inquinanti.
Giuseppe, mortificato da tante porte trovate chiuse, disturbi i cenoni, acuisca la noia delle tombolate, blocchi l’intermittenza delle luminarie fino a quando non sarete disposti a condividere la sofferenza di genitori in lacrime per i figli senza fortuna, salute o lavoro.
Gli angeli, annunciatori di pace, scuotano sonnolente tranquillità, che non fanno vedere in prospettiva, prone ad un complice silenzio che impedisce di denunciare ingiustizie, lo sfruttamento dei propri simili, la condanna d’interi popoli alla fame.
I pastori accorsi alla grotta, al contrario dei potenti pronti a tramare nell’oscurità di una città assopita nell’indifferenza, facciano comprendere che la “gran luce” la possono scorgere coloro che si fanno ultimi perché le elemosine di chi gioca sulla pelle degli altri si rivelano sempre inutili tranquillanti. Il senso della storia riesce a percepirlo soltanto chi, impegnato a far “la guardia al gregge”, scruta l’aurora per gustare l’ebbrezza dell’attesa ed il gaudio dell’abbandono in Dio, convinto che l’aspirazione a vivere poveri costituisca l’unica eventualità per morire ricchi. Soltanto così esclamare Buon Natale acquista senso e sul vecchio mondo nasce la speranza; perciò, TANTI AUGURI SCOMODI a tutti.                                                      LR


                                          NATALE  2015
Mai avrei pensato, una manciata di anni fa, che anche in Italia, quelli che ancora credono al Natale, si sentono legati ai suoi tradizionali segni e amano ciò che essi evocano si sarebbero trovati nella situazione di dover, in qualche modo, difenderli dai tentativi di levarli di mezzo perché, secondo alcuni, essi offendono e discriminano. Eppure, sembra paradossale, è ciò che anche quest’anno si è verificato. Alcuni anni fa avevano iniziato con il Crocefisso nelle scuole e nei luoghi pubblici, poi era sembrato che la polemica si fosse un po’ sopita. Già, in questo caso si arrivò a tirar fuori il pretesto che quell’uomo in croce, che raccontava a quali estreme conseguenze potesse giungere l’amore infinito di Dio per l’uomo, fosse uno spettacolo truce che poteva risultare traumatico per i bambini ed altre amenità simili. Ora è la volta del Natale; a propugnarne la messa in mora perfino qualche capo d’istituto scolastico, in nome di un concetto veramente strano di libertà rivendicata per alcuni a scapito di quella desiderata di tanti altri. Nessuna meraviglia, comunque, i cristiani a questa esperienza sono da sempre abituati. Il timore è che forse più che i simboli esterni del Natale a mettere imbarazzo siano invece i valori ai quali il Natale richiama anche gli uomini dei nostri tempi, quali quelli della famiglia, della solidarietà, della pace, della disponibilità al perdono, alla misericordia intesa nel più ampio dei significati. D’altra parte è ben difficile pensare che il messaggio di pace, di amore, di salvezza - parole forse perfino scontate – intorno a cui in grande sintesi si costruisce il significato del Natale possa veramente dar fastidio a qualcuno. Non è raro, anzi, incontrare nelle chiese, in questa ricorrenza, anche persone che solitamente non frequentano le funzioni religiose, proprio perché tutta l’atmosfera che si crea intorno alla festa è veramente coinvolgente. È l’origine stessa della festa del Natale ad essere in qualche modo indicativa di questa atmosfera. Nel 313 dopo Cristo, dopo che per anni e anni i Cristiani erano stati fatto oggetto di feroci persecuzioni, con l’Editto di Milano, recuperano la libertà di adorare il loro Dio alla luce del sole. Così, intorno al 320 la Chiesa di Roma pensò di celebrare la nascita del Salvatore il 25 dicembre di ogni anno, soprattutto per sostituire usi e costumi di una popolarissima festa in onore del dio sole. Non era casuale la scelta della data. Infatti in questi giorni, il sole dopo il solstizio d’inverno riprende a salire sull’orizzonte, allungando la durata della luce e sottraendo tempo alla notte. Fin dai tempi più lontani il profeta Isaia annunciava: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. E l’evangelista Luca, nel raccontare l’annuncio della nascita di Gesù ai pastori di Betlemme, dice: Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce”, e insieme alla luce arriva il messaggio dell’angelo: “vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo, oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”, luce, gioia e salvezza per tutti. Come dire che nella  notte oscura della vita, negli inverni difficili delle nostre fatiche e delle nostre sofferenze, se volgiamo lo sguardo verso l’alto, uno spiraglio di luce ci appare a rischiarare il nostro cammino e dirigere i nostri passi verso una grotta dove giace un bambino preannunciato dal profeta come figlio, dato all’umanità, con un nome che è tutto un programma: “Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace” ”… e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno”. Sta ad ognuno di noi vivere un Natale partecipato: “…e Natale sei anche tu, quando comunichi la tua meraviglia, quando lavori per la pace, quando sorridi, quando aiuti un altro ad essere libero, quando tu sei libero, quando ami nel silenzio, quando soffri con gli altri, quando sei felice con loro, perché è allora che Dio nasce dentro di te e intorno a te”. (Carlo Carretto)                                                                                                                                                                                M S

                               20 dicembre: Quarta domenica di Avvento 
In attesa dell'omelia di mons. Vescovo questa sera, propongo una riflessione sul passo del vangelo dal quale trasuda la gioia di due donne, modello per noi cristiani che, come Maria, siamo chiamati a portare Dio agli altri. Ciò è possibile se anche in noi, come in Maria, battono due cuori: il nostro e quello misericordioso di Dio. Impariamo, perciò, a respirare il respiro del Padre, a queste condizioni si sperimenta la Salvezza. Infatti, Maria entra e saluta Elisabetta: varca la soglia della casa e abbraccia la cugina, amorevole saluto che dà la salute, che porta la salvezza. Elisabetta, riconoscente, benedice Maria, la quale innalza a Dio il suo magnificat, ringraziamento per le meraviglie che compie in un modo così semplice e naturale: un incontro, un abbraccio, un saluto nel nome dell'Amore e il gesto di carità nei confronti di una donna anziana e ritenuta sterile si trasformano in feconda solidarietà, segno di come la vita del cristiano possa mutare le relazioni tra gli uomini. La liturgia ci presenta l'icona evangelica della maternità. L'evangelista intreccia la nascita di Giovanni il Battista con quella di Gesù, anello di congiunzione è l'incontro tra Maria ed Elisabetta, preludio della Salvezza donata a ogni creatura. Maria essendosi alzata, si mise in cammino verso la montagna in fretta. L'azione principale è il suo mettersi in cammino dopo aver risposto, alzandosi, con docilità incondizionata. Ella conduce all'esistenza il frutto del suo seno, mentre è da lui condotta nella gioia dell'avere in grembo il mistero della vita. Questo capita a ogni donna divenuta madre, esperienza singolare in Maria perché ciò che è operato in lei viene dallo Spirito Santo. Alzatasi, Maria si mette in cammino: la fede è in viaggio per scambiare la gioia della condivisione. Elisabetta ha sperimentato la misericordia di Dio e gode del dono singolare accordatole in vecchiaia: non si raggiunge il cuore dell'altro se Dio non abita dentro, muove la volontà, motiva i passi, anima il desiderio. Maria è spinta dal Dio che porta dentro a fare come Lui: raggiunge il bisognevole di aiuto, entra nella casa, si mette a servizio della sua gioia. La sua non è la fretta dettata dalla curiosità, ma è pronta obbedienza perché sente il desiderio del dialogo amicale nella condivisione, l'esigenza di donare Dio. La voce di Maria dona Gesù. Il dialogo tra le due donne e madri inizia proprio perché condotte per mano da Dio che muove all'abbraccio della condivisione: si capiscono e le parole appaiono superflue rispetto a ciò che entrambe già vivono. Dio usa misericordia a coloro che confidano in lui. Protagoniste del Vangelo di oggi sono due donne che comunicano e si rallegrano della gioia di Dio. Al loro fianco ci sono due uomini che, invece, vivono nel dubbio, che rende uno muto e l'altro sospettoso al punto di pensare persino di ripudiare in segreto la promessa sposa. L'evidente contrasto nei ruoli dovrebbe indurre la Chiesa a meditare, porsi un problema e riproporsi coerenti mutamenti per trarre l'ovvio insegnamento dal passo che la liturgia ci fa proclamare in quest'ultima domenica prima del Natale.                                                                                                                                   LR   

                       13 dicembre III di Avvento, festa di Santa Lucia  

La giovane donna di Siracusa fu martirizzata verso il 304. Il suo nome, Lucia, era molto popolare in Sicilia e il culto nella sua città è attestato da un’iscrizione del V secolo. In meno di cento anni la devozione per la santa si estese in tutta la chiesa. Il canone romano ne fa menzione comprovando la popolarità legata anche alla richiesta di protezione per la salute degli occhi.  
I monaci italo-greci portarono fra noi a Cannalonga il culto e la fiera alla fine dell’anno fu posta sotto la sua protezione perché S. Lucia potesse garantire momenti di grazia, di pace domestica e di gioia alla comunità.
Sono i temi che emergono dalla meditazione della Liturgia della Parola proposta nella III domenica di Avvento. 
La generosità è il metro per misurare il nostro grado di felicità e quanto siamo vicini alla salvezza.
Che cosa dobbiamo fare? E’ la domanda che rivolsero a Giovanni Battista e che ci poniamo anche noi.
L’interrogativo coinvolge tutte le categorie alle quali il Precursore raccomanda di rimanere nel proprio stato, ma essere sempre pronti a DARE, cioè essere disposti ad assumere sempre le caratteristiche della propria umanità e ad agire di conseguenza, se necessario generosi nel donare una tunica per riscaldare il freddo del corpo e la solitudine interiore del fratello. 
E’ una raccomandazione che induce al rispetto, al punto che chiedono a Giovanni se per caso non sia lui il Messia, l’Unto che li avrebbe liberati dalle pastoie del male donando libertà ai cuori e speranza all’intelligenza. Il Battista, coerente con la propria esperienza del deserto, testimonia di non essere il Benedetto dal Signore, dichiara la propria umile condizione e per questo viene da Gesù riconosciuto come il più grande tra i figli di donna.
L’intreccio di questi temi ripropone ancora l’invito a esultare e rallegrarsi perché, a ben riflettere, siamo noi la festa di Dio, il quale si è scelto il nome di “IO SONO CON VOI”. Questa presenza che accompagna, conforta, incoraggia, stimola, sostiene, perdona, produce nei nostri cuori la vera gioia, tema che attraverso tutta la Bibbia trasformandosi nel portato, nel segno e nel frutto della Salvezza. Essa è possibile perché si fonda sulla relazione col Signore per cui possiamo fare nostro l’invito della prima lettura: sostituiamo la tristezza con la gioia perché il Signore libera il suo popolo. Si tratta di una gioia che nessuno può rubare o toglierci come annuncia Paolo nella seconda lettura.
Il Signore é vicino, tutto il resto, tutto ciò che evoca male, dolore, tristezza, sconfitta passa. E’ la gioia natalizia; ma quanti la sperimentano veramente? 
Essa è costituita dall’intreccio di due gioie: quella di Dio e quella dell’uomo. Infatti, stare uniti a Dio che gioisce porta a tutti noi salvezza sperimentata nel rispetto del proprio dovere e nella disponibilità a compiere la missione alla quale il Signore ci chiama. 
                                                                                                            LR  

                                              8 Dicembre
L'Immacolata,una promessa mantenuta 
La Salvezza ogni giorno emerge come un bisogno impellente di fronte alle tante situazioni nelle quali è precipitata una umanità umiliata, che diventa violenta perché si sente violata, che è affamata e, perciò, si ribella. Tutto ciò non può essere ascritto alla responsabilità di Dio, che è buono, e all’armonioso mondo da lui creato. Rimane quindi l’assillo della domanda: allora perché il male?
Dopo tante esperienze e tanto patire dobbiamo riconoscere che esso esiste nel cuore dell’uomo. La Bibbia attribuisce questa radice negativa al desiderio di mettersi al posto di Dio, sensazione che avvertiamo con crescente evidenza. Essa può dare le vertigini per i grandi progressi tecnici; intanto accresce la condizione d’incertezza ed i dubbi inducono a ricercare antidoti alla disperazione, sensazione superabile se c’impegniamo a guardare oltre il contingente per vedere il sottile filo di luce che passa oltre la porta che delimita la nostra esistenza e ci fa intravedere il giardino dell’Eden. In questo pellegrinaggio, artisti e profeti sono i compagni migliori, perché custodi ed annunciatori della bellezza nel mondo, ma la prima lettura dell’odierna liturgia della Parola fornisce anche una spiegazione. 
E’ l’esperienza dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata, festa della generosità di Dio e, per noi, della possibilità di salvezza. Dio da sempre ci cerca, mi cerca perché vivo la storia della salvezza. L’eco della sua voce costantemente riverbera nel cuore. Dove sei?
Come rispondiamo al questo incessante appello? Adamo ha avuto paura e si è nascosto, ha rifiutato l’invito di amicizia. Le conseguenze sono note, come ci spiega la prima lettura. Ma, anche dopo questa chiusura del cuore, Dio continua a preoccuparsi della sorte dell’uomo, non può non amarlo perché Egli è Amore.
Anche Maria ha vissuto il suo avvento: aprendosi a Gesù che viene, dicendo sì a Dio e abbandonandosi al suo volere. In Lei l’Avvento, tempo di speranza, diventa salvezza realizzata. Nel vivere la sua fede come relazione tra persone, ha fatto combaciare la sua vita con quella di Dio, realizzando il rapporto più umano, ma anche il più sublime, di cui è capace un individuo, quello tra mamma e bambino. Maria, splendido esempio di come una madre in attesa contempla il mondo interiore, ha rinvigorito la sua fede imparando a rivolgersi a Dio chiamandolo, per prima nella storia, Figlio.
Grazie a Maria anche noi possiamo chiamare Gesù Figlio di Dio, per cui Ella diventa madre di fede per l’umanità. L’8 dicembre è, allora, una solennità che ci coinvolge personalmente, perché, attraverso Maria, Dio conferma il suo sguardo amorevole sulla povera storia umana, aiutandoci a distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile. 
Anche noi godiamo del saluto a Maria nella domesticità di Nazareth. Ella è piena di grazie perché il Signore è con Lei, presenza costante, compagnia che conferisce vigore, forza che rende vincitori. Genera la vita perché consente d’innestare la natura umana nella santità di Dio. Perciò non poteva che essere Immacolata fin dal primo momento: il Signore è stato sempre con Lei in una comunione di vita senza ombra di peccato, mai soggetta a separazione, mai precipitata nella distanza di un abbandono. 
Il Magnificat, canto di meraviglia di Maria, è gioiosa testimonianza dell’esperienza felice di questo incontro. Ella ha compreso che Dio s’immerge nella vita dell’uomo per condividerne l’esperienza quotidiana; crede fermamente che il mondo cambierà perché Dio l’ha promesso ed Egli è per tutti l’unico, concreto ed indefettibile punto di forza, generatore di salvezza perché è sempre Lui il primo ad amare. 
Maria col suo Sì testimonia che i valori più profondi si nascondono tra i semplici. Il suo Magnificat è messaggio e preghiera che più si approssima al rivoluzionario discorso delle beatitudini rivolto dal Figlio alle folle assetate di verità, speranzose di salvezza, desiderose di essere amate, proclamando i poveri beati. 
La bimillenaria storia cristiana ha sempre posto al centro delle sue devozioni la Madonna, per tutti Beata perché ha creduto; eppure poteva dubitare al messaggio dell’angelo, magari esigere maggiori garanzie per quello che le veniva richiesto o pretendere più chiarezza perché, stando alla legge, rischiava la vita; invece ha fiducia, crede. Elisabetta intravede in ciò la sua grandezza; ma la giovine vergine non si esalta, continua a sentirsi piccola ed inadeguata, pronta a proclamare che la sua felicità risiede nel Signore, sicura dell’amore di Dio, dal quale proviene tutto il bene. 
Nel realismo di una storia di peccati, cominciata con i nostri progenitori ed intensificatasi per la pretesa di noi discendenti di continuare a definire autonomamente cosa sia il vero, il bene, l’utile e il dilettevole, Dio non abbandona l’umanità al suo destino, ma vi entra grazie alla maternità della donna che schiaccia il capo al nemico dell’uomo, sconfiggendo la malvagità per divenire parte integrante del progetto salvifico; perciò Maria, l’Immacolata, madre della fiducia, è anche continua speranza per il mondo, per ciascuno di noi.
E’ Lei il modello di vita e di fede che ha mutato la storia dell’umanità collaborando con Dio. La bellezza del suo sì conferisce consistenza alla nostra speranza, mentre in Lei intravediamo ciò che ci attende.
Maria è la Donna in Ascolto aperta con fiducia all’invito di Dio, mentre si è preparata riflettendo sulle Scritture e vivendo in totale adesione alla volontà divina, consapevole che la Provvidenza l’ha accompagnata sempre, come fa con ciascuno di noi. Una creatura così attenta non poteva non essere piena di grazia, condizione che Le fa superare ogni timore e titubanza e la apre con fiducia al mistero di Dio. 
Il suo Sì a Dio è il dono più grande che Ella potesse fare a tutti noi: questo è il motivo per cui oggi la celebriamo: Vergine Madre di Gesù, misericordia di Dio. Così Egli entra nella storia umana, mantiene la sua promessa, le conferisce una  dimensione di gioiosa serenità. A noi il compito di portare a tutti il lieto annunzio col sospiro leggero di una parola di serenità e con una vita riverbero della Bellezza del Sì di Maria.                                                                     
                                                                                                                 LR 


                              6 Dicembre II domenica di Avvento
La liturgia della Parole invita a riflettere sul dono che Dio è pronto a fare ad ogni creatura mostrando il suo splendore. Sono le grandi cose che Egli continua ad operare per noi perché non disdegna di entrare nella nostra storia e camminare al nostro fianco. 
In questo pellegrinaggio ci accompagna Giovanni, il quale per il periodo di avvento è impegnato a ricordare a tutti le promesse di cui siamo partecipi. Egli opera in ambiente strano per chi si dedica alla predicazione: il deserto; ma, riflettendo, si comprende che l’evocazione di questo luogo è un modo per evocare plasticamente la nostra condizione interiore, l’insieme dei deserti che ci costruiamo alla ricerca di un rifugio. Ma i risultati non sono molto incoraggianti se si percepisce l’assenza di una solida compagnia, il vuoto della gioia e la difficoltà nel preparare la strada che dovrebbe preparare all’incontro col Signore.
Da soli è impossibile, ma se percepiamo l’invito della Voce che grida nel deserto della nostra vita, allora crescono, e di molto, le probabilità d’imbatterci nel Verbo. Ecco il messaggio che possiamo trarre dal passo del Vangelo sottoposto alla nostra meditazione. 
L’inizio è solenne: Luca, partendo dai potenti, a cerchi concentrici ci guida fino al deserto per sottolineare che, alla fine, chi veramente conta nella storia sono i “piccoli” perché Dio sceglie sempre loro per le grandi missioni. In questa circostanza ci dice che è alla ricerca di chi voglia diventare “sillaba del Verbo” nella consapevolezza che tutti contano per lui.
Giovanni opera mentre Gesù vive ancora nel nascondimento, la sua funzione è preparare; questo è il compito di chi risponde positivamente all’invito ad essere “sillaba del Verbo”, farsi voce che annunzia la Salvezza ed invita a raddrizzare il sentiero della vita per esserne partecipi con gioia; infatti, a queste condizioni ogni uomo vedrà la salvezza.
Siamo disposti a rispondere positivamente?
Ma il Sì pronunciato a parole deve essere accompagnato dalla disponibilità a immergersi nel Giordano della purificazione, farsi battezzare per poi elevarsi, pronti al grande viaggio, concretezza della conversione come ritorno a casa, ripresa della speranza. Ciò è rivolto non per soltanto ad alcuni, è valido per pochi o per molti, bensì per tutti, senza distinzioni di sorta perché l’occasione è vissuta nella storia, dove opera tutta l’umanità, la quale nella sua interezza è il popolo della promessa perché oggetto della misericordia di Dio, che è infinita come il suo amore.   
In questa seconda settimana di Avvento troviamo allora l’occasione di una sosta in silenzio per riflettere e pregare il Signore di poterlo incontrare dove aver imboccato la via diritta che porta a Lui. A queste condizioni, come scrive s. Paolo nella seconda lettura, la carità cresce in conoscenza ricolmandoci dei frutti della giustizia che salva.
                                                                                                                     LR

                                  I domenica di Avvento  

Gesù parla di segni, ma non li cita per incutere paura, bensì per trasformarli in un invito ad alzare il capo, smettere l’atteggiamento di servi delle circostanza ed, invece, divenire protagonisti della storia perché la salvezza è vicina. 
Questa sollecitazione è balsamo per i nostri cuori affranti ed afflitti per le traumatiche esperienze di queste settimane
Non lasciamo che le circostanze appesantiscano i nostri cuori. Ecco perché bisogna esser vigili e dedicare più tempo alla preghiera, mentre il vangelo, invitandoci a uscire fuori dal nostro io titubante e pauroso, ci guida per sentirci gioiosamente parte della vita nella consapevolezza che la violenza non è eterna.
Infatti, Dio continua a camminare al nostro fianco per ricordarci che il suo Regno non è un’illusione. Del resto, non c’è motivo di disperazione se siamo pronti a ricordare concretamente perché viviamo sulla terra e la vocazione che abbiamo ricevuto come servizio al Signore, nostro Liberatore. 
Ecco perché la storia dell’umanità è un kairos che ci conduce ad un futuro di pace e non somiglia per nulla al presente di odio.
La prima lettura della liturgia della Parola ci sollecita ad avere fede, da intendere come fiducia nell’adempimento delle promesse fatte da Dio alle sue creature.
La seconda è l’invito ad una carità sovrabbondante di tensione fraterna verso tutti perché ciascuno di noi é chiamato a crescere nell’amore. 
Questi inviti irrobustiscono la speranza della venuta del Signore che rende sempre più vicina la liberazione all’assurdità del male; perciò siamo invitati a riflettere sulla dimensione escatologia delle virtù teologali
Nel cristiano non si giustifica il pessimismo; egli deve bandire ogni propensione al cinismo di chi si fa sommergere, impotente, dalle vicende terrene travolto dall’angoscia generata dalle paure. 
Ecco perché dobbiamo vegliare e pregare, il migliore antidoto all’ansia del quotidiano.
21 dicembre

L’Avvento, com’è noto, è il periodo dell’anno liturgico nel quale la Chiesa invita i suoi fedeli a prepararsi degnamente alla celebrazione del  Natale del Signore, che è  venuto una volta sulla terra e storicamente ha segnato in modo indelebile le vicende umane, ma l’umanità cambia, l’individuo stesso è in continuo divenire tra la nascita e la morte e la presenza di Cristo tra gli uomini deve rinnovarsi per poterne vivificare le coscienze, plasmarne gli animi, alimentarne la speranza. La Chiesa, attraverso la celebrazione dei misteri, vuole appunto affiancare i suoi fedeli per aiutarli a fare spazio al Signore nel loro animo. L’Avvento è un cammino nel quale i cristiani, illuminati dalla Parola e corroborati dai sacramenti compiono il loro percorso di luce incontro a Gesù che è “la luce del mondo”, come si legge nel vangelo di Giovanni.


Il percorso dell’Avvento è indicato dai quattro ceri presso l’altare nella nostra chiesa parrocchiale; tutti accesi indicano che il cammino è terminato e ciascuno dovrebbe aver fatto chiarezza nella propria vita per poter accogliere il Signore alla sua venuta,  Siamo alla quarta domenica di avvento, l’ultima del cammino verso Betlemme, cioè verso il Natale, compimento delle promesse antiche e sempre rinnovate, realizzazione di un’alleanza di pace, che si compie nel mistero dell’Incarnazione, quando a Maria viene promesso che il Figlio da Lei concepito per opera dello Spirito Santo siederà  sul “trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Su questo patto si fonda la nostra fede come risposta alla fedeltà di Dio. Scopriamo così, attraverso il brano di vangelo di oggi l’anello di congiunzione tra Dio che salva e l’uomo che vuole essere salvato. L’adesione a questo piano è condizione per poter ricevere il beneficio della salvezza. Maria, accettando e credendo all’annuncio, diventa immagine dell’umanità riconciliata; quindi, all’inizio di ogni cammino di riconciliazione come Madre ella spiana la strada a chi lo intraprende, compagna esemplare di un cammino di conversione. Come il primo fiat, quello pronunciato da Dio ai primordi, pose in essere il creato, così il secondo, quello di Maria, rese possibile la salvezza a misura di uomo, visto che il “sì” della Vergine accetta la venuta di Dio nella sua stessa carne resa santa da Colui che vi viene accolto. Maria con una libera decisione di fede dà inizio al nuovo mondo, non perché l’universo viene sostituito, ma nel senso che tutti quelli che lo abiteranno avranno la possibilità di rigenerarsi se lo vogliono, purché disposti all’assenso di fede. Perciò Maria Vergine è madre e modello. Senza la fede non è possibile accostarsi al Natale, al Verbo che si fa carne, perché anche per noi il mistero del Natale si realizza nella fede. Lei indica la strada maestra, è l’ Odeghitria, Colei che indica la via a tutti gli uomini. è l’intera umanità che ha bisogno di riscoprire il sacro e di avvicinarsi a Dio. Lontani da Dio, infatti, noi e la nostra società non andremo molto lontano. Senza il Dio vero, tanti idoli busseranno alle porte del nostro cuore e non cercano figli o amici, ma schiavi. In condizioni  di schiavitù tutto farà paura. Invece, col Natale siamo invitati a celebrare la vita, l’amore, la famiglia, la libertà, la giustizia, la pace.
Michele Santangelo


                                14 dicembre, III Domenica di Avvento

“Rallegratevi sempre nel Signore”, è l’invito della Chiesa ai suoi fedeli, attraverso la liturgia di questa terza domenica di Avvento ed è un invito chiaro ed inequivocabile che non lascia spazio ad interpretazioni diverse, visto che esso viene ripetuto durante tutta la celebrazione e viene suggerito come invocazione al Signore affinché aiuti tutti “a ricevere con gioia il dono della salvezza”, aspetto questo che è spessissimo presente nella liturgia e nella pastorale della Chiesa in genere, ma in determinate circostanze è accentuato, diventandone l’idea di fondo nella quale si raccolgono tutti gli altri messaggi e stimoli rivolti al popolo di Dio. è quello che capita in questa domenica che viene appunto denominata “Gaudete”, cioè, “rallegratevi”, parola che apre la celebrazione liturgica; invito ripreso nel brano della lettera di S. Paolo ai Tessalonicesi della seconda lettura, condizione dello spirito che traspare anche dalla prima lettura nella quale il profeta Isaia si riconosce come colui che il Signore ha inviato a portare ai poveri un “lieto annunzio”, dopo che egli stesso ha assaporato la gioia di essere stato il destinatario di un grande dono da parte del Signore: l’essere stato “vestito delle vesti della salvezza e avvolto con il manto della giustizia”; esortazione alla gioia che non dipende certo dalla mancanza di consapevolezza o di sensibilità da parte della Chiesa nei confronti dei gravi problemi che attraversano la vita delle famiglie in questo tempo in cui sembra che abbiano preso il sopravvento le difficoltà di natura economica, le disparità sociali, il disorientamento dei giovani per le prospettive future affatto rosee, l’aumento dei poveri che diventano sempre più poveri, mentre la ricchezza si concentra sempre più nelle mani di pochi, con il ricorso alla corruzione, al malaffare, a ruberie di vario genere. Una massa enorme di fattori negativi, che spesso vengono ingigantiti dai mezzi di comunicazione che sembrano offrire spazi molto ampi al male, mentre sovente, o quasi sempre, non si ha attenzione al bene in tutte le sue forme, dalle iniziative benefiche al volontariato per aiutare i bisognosi, per assistere gli ammalati, i vecchi, per esprimere vicinanza a chi soffre nel corpo e nello spirito, per offrire la giusta educazione ai ragazzi, campi nei quali la Chiesa con le sue organizzazioni è quasi sempre in prima linea dove si soffre, dove c’è bisogno di sfamare gli affamati, di prestare assistenza agli immigrati senza fare “distinguo” di nessun tipo, neppure di religione, interpretando in tal modo il comandamento dell’amore fraterno dato da Gesù. Particolare che sfugge, oppure è volontariamente ignorato, da certi personaggi che ogni tanto ritornano a galla, facendo leva sul proprio livore interiore, per puntare in modo gratuito e pretestuoso il dito contro gli aiuti che volontariamente i cittadini italiani destinano alla Chiesa, per esempio attraverso il famoso otto per mille, a fronte di ciò che succede in altri ambiti, per esempio le famose cooperative di cui tanto si parla in questi giorni, alimentate da fondi statali ricavati dalle tasche dei cittadini attraverso l’obbligatorio prelievo fiscale; fondi che sovente finiscono in direzioni assolutamente opposte a quelle per cui vengono erogati. La missione della Chiesa è quella stessa del Messia, preconizzato dal profeta come colui che viene per “portare il lieto annuncio ai miseri, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, la liberazione dei prigionieri”. Missione che ordinariamente e senza clamore la Chiesa cerca di portare a termine, spesso nel nascondimento e in spirito di caritatevole discrezione, per non offendere la sensibilità di chi di quella carità è destinatario. Ma questa è anche la missione di ciascun cristiano che, come Giovanni Battista, non annuncia se stesso, ma Colui che è il più grande di tutti, il Salvatore del mondo, della cui luce tutti i battezzati sono chiamati ad essere testimoni con la propria vita. L’Avvento è il tempo della gioia dello spirito, durante il quale si guarda avanti aprendo il cuore a Cristo che viene, rimuovendo gli ostacoli costituiti dall’egoismo, dalla incapacità di gioire per le piccole cose quotidiane, dalla sfiducia, dalla tendenza a considerare sempre il bicchiere mezzo vuoto, anche se l’altra metà è piena. L’annuncio del Messia non è compatibile con la musoneria, ma deve andare a braccetto con la fede e la gioia che fanno nascere anche negli altri il desiderio di aderire ogni giorno alla volontà di Dio, di essere cristiani. S. Filippo Neri era solito esclamare: “Tristezza e malinconia fuori di casa mia”.


Michele Santangelo


                     

                                8 dicembre 

Il Messia, l’Atteso fece il suo ingresso nella storia per mezzo di una donna, la Vergine Maria, la Piena di Grazia, cioè prediletta, privilegiata da Dio, preservata dal peccato e salvata  fin dal suo concepimento per poter essere degna dimora del Suo Figlio, “....colei che l'umana natura (nobilitò) sì, che 'l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura. Lei, quindi, la “porta del cielo”,  non solo nel senso che attraverso Lei il cielo è arrivato a noi, ma soprattutto perché attraverso Lei i fedeli possono raggiungere il cielo. Non si poteva tralasciare questo riferimento vista la felice contiguità temporale, quest’anno, della solennità dell’Immacolata Concezione che si celebra il lunedì seguente alla II domenica d’Avvento ed è una delle feste più sentite dall’intero popolo cristiano. Anche Lei, la Fanciulla di Nazareth, trascorse il suo periodo di avvento e, quindi, appare quanto mai opportuno che venga proposta ai cristiani come modello di fede. Il suo “sì” all’Angelo ha consentito a noi di prepararci ad accogliere la presenza di Dio. Il sentircela accanto nel nostro cammino di fede, ci conforta nei momenti di smarrimento, di difficoltà, rafforza in noi la speranza. Lei rinnovò il suo “Sì” nel momento più tremendo della sua vita terrena, quando ai piedi della croce, sulla quale stava morendo il Figlio, e da Lui accettò anche il ruolo di essere la Madre di tutti quelli che avrebbero creduto in Lui, diventandone fratelli col battesimo.

 

 

 

                                                7 dicembre

Oggi, II domenica di Avvento, il brano di vangelo proposto nella liturgia eucaristica, è costituito dai primi versetti del vangelo di Marco, quello, tra i quattro, che ci accompagnerà durante tutto quest’anno liturgico. Già domenica scorsa, sempre attraverso un brano dello stesso evangelista erano state fissate, le coordinate spirituali all’interno delle quali il cristiano dovrebbe vivere questo tempo di grazia in attesa nel Natale del Redentore. Vi si diceva, infatti: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento”; vigilanza operosa per cogliere e contemporaneamente fare nostri i segni del suo instancabile venire.

Stabilita questa base ideale cade più che a proposito l’annuncio del vangelo di Marco: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”: una “buona notizia”, per il mondo. è  questo, infatti, il significato della parola “vangelo”. Anzi, la “buona notizia” è Lui in persona, essendo Egli la Parola di Dio che si fa carne per essere uomo in mezzo  agli uomini, ma con il volto del “consacrato” perché è il Figlio di Dio. Gesù Cristo è l’inizio di una nuova umanità, il punto di partenza di una nuova storia. E pensi ciascuno se, a oltre duemila anni dal Suo ingresso nella storia, l’umanità tutta, anche - se non addirittura soprattutto - quella fetta che sembra essere la più fortunata per progresso materiale, civile, per ricchezza di opportunità, e invece ha sostituito la religione con le ideologie, relativizza il valore della vita asservendolo ad utilità contingenti, non abbia veramente bisogno di rinnovamento, di ritrovare la via della giustizia, di imparare a percorrere le vie della fratellanza, della condivisione, dell’amore insomma.

Fa proprio bene la Chiesa ad invitare ancora ogni anno, attraverso la Parola di Dio ed anche con la testimonianza di tante persone di buona volontà, animate da fede sincera  e da amore per il prossimo, a preparare le vie del Signore che, nonostante tutto, continua a venire, a bussare al cuore degli uomini per entrarvi ed apportarvi la vera felicità, gioia, serenità, tutti beni che - ormai l’esperienza quotidiana lo dimostra - non sono assicurati dal desiderio smodato di ricchezza, dalla disonestà imperante, dalla corruzione nelle istituzioni e nelle persone ecc. Nuove schiavitù attanagliano l’uomo: la mancanza di speranza, la labilità dei legami familiari, la desertificazione degli affetti, dei sentimenti. Viviamo nelle  nostre case, ma se solo pensiamo a ciò che avviene fuori e tante volte anche all’interno delle mura domestiche - le cronache di questi giorni lo dimostrano - siamo presi dallo sgomento per le tante violenze perpetrate a danno dei più deboli, degli indifesi e allora la solitudine, la paura , l’angoscia, ci fanno sentire come in un deserto, in barba al chiasso, al frastuono, al luccichio delle vetrine e allo sfavillare delle tante luci d’artista. Ma se ci mettiamo in ascolto, anche a noi giungerà la voce del Battista che, nel deserto appunto, gridava “...Preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri...”

“Si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un  battesimo di conversione”. Bisogna rimettere al centro Dio nella società e allora, come dice il salmista, “Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo… Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”.



  I Domenica d'Avvento
                                                                      Con la profonda trasformazione della liturgia seguita alla celebrazione del Concilio Vaticano II nella seconda metà del secolo scorso, nel rito latino, almeno per quanto riguarda la celebrazione eucaristica, l’anno liturgico assunse un andamento ciclico.
 Infatti, a livello di brani biblici proposti nella Messa della domenica essi non si ripetono di anno in anno, ma seguono un ciclo triennale (A, B, C), mentre in quella dei giorni feriali è previsto un ciclo biennale, cioè dispari e pari.
Motivo di tale strutturazione fu quello di consentire ai fedeli di entrare in contatto più abbondantemente con il patrimonio biblico, cosicché nell’insieme degli anni liturgici, vengono letti tutti i più importanti passi della Scrittura del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Ma la scansione dei periodi all’interno di ciascun anno è sempre la stessa. Si ha, così, il periodo di Avvento, con il quale si apre l’anno liturgico, il periodo di Natale, la Quaresima, il tempo di Pasqua; le domeniche non comprese in questi tempi, cosiddetti forti, sono raggruppate nel tempo denominato ordinario.
Quindi all’anno A appena terminato, segue l’anno B, che inizia con questa I domenica di Avvento, mentre l’anno civile, come tutti sappiamo, inizia il primo di gennaio.
Qualcuno potrebbe chiedere perché questa diversa suddivisione. In realtà, l’anno civile è fondato sul movimento della terra intorno al sole e intorno a se stessa. Al centro, invece, dell’anno liturgico c’è la storia di una venuta, quella del Figlio di Dio, resasi necessaria per riportare nel grembo di Dio l’uomo che, con il peccato se ne era allontanato.
La storia era iniziata quando il Signore all’uomo, che aveva preso coscienza della gravità della pretesa di diventare come Lui, aveva promesso il Salvatore che con la sua venuta avrebbe definitivamente sconfitto il male. L’anno liturgico è una rivisitazione nella preghiera, nella meditazione della parola di Dio e nella testimonianza con la vita delle tappe di questa salvezza, fino al definitivo incontro dell’umanità con Cristo, evento che abbiamo ricordato domenica scorsa con la celebrazione della festa di Cristo Re.
La I domenica di Avvento è come un capodanno che invita il cristiano a regolare l’orologio della sua esistenza tra la certezza nella fede della prima venuta del Cristo, celebrata con il Natale, e quella finale quando il tempo dell’uomo sfocerà nell’eternità di Dio, continua tensione allora tra il “già” della prima e il “non ancora” della seconda venuta.
 La condizione di animo è espressa dal profeta Isaia nella prima lettura della celebrazione eucaristica: “Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro Redentore”. L’invocazione apre il cuore alla speranza; in essa è contenuto il motivo della prima venuta ed anche quello della seconda. Né si tratta di un’attesa che si consuma nel rimanere a braccia conserte ad aspettare che il Signore arrivi.
E’ un’ attesa operosa, dinamica, vigile. In altri termini bisogna andare incontro con le buone opere a Cristo perché solo così si adempiono i desideri del Signore. Dobbiamo andargli incontro con la nostra vita, le nostre responsabilità quotidiane, le nostre fatiche professionali, ma non portate come un peso insopportabile, ma con la gioia di aver realizzato una missione e reso più accogliente la dimora al Signore venuto nella storia, ma che quotidianamente bussa alle porte del nostro spirito per realizzarvi meraviglie.
 Per questo ci ha lasciato strumenti idonei ed efficaci al raggiungimento del fine ultimo: la Sua Parola, i Sacramenti, la Chiesa e ci ha affidato il compito di annunciarlo e testimoniarlo fino ai confini della terra, chiedendoci di continuare a riconoscerlo e ad accoglierlo nel prossimo che ci passa accanto, in ogni circostanza lieta o triste.
  Michele Santangelo




Auguri di buon anno


In ciascuno di noi persiste l’aspirazione all’incontro con l’amore pieno, capace di scandire fruttuose esperienze di pace nel desiderare una vita segnata da benevolenza, fedeltà, mitezza grazie al costante dominio di sé per un continuo esercizio di pazienza. Il progressivo divario tra quotidianità ed aspirazione al bene pare irraggiungibile per cui si è portati ad una spontanea richiesta di aiuto. Insegnaci, o Luce della Luce, la via da percorrere.


Noi, piccole anime di confine, viviamo in una condizione d’incertezza; tanti dubbi inducono a ricercare antidoti alla disperazione, viaggio possibile se c’impegniamo a guardare oltre. Allora riusciremo a vedere e cogliere il sottile filo di Luce che passa oltre la porta che delimita la nostra esistenza ed impedisce di scorgere il giardino dell’Eden.


“Mater mea, Fiducia mea”,è la preghiera che sgorga dalle nostre labbra. Chiusi gli occhi, queste parole evocano i momenti più belli della esperienza di ciascuno di noi. La vita di Maria per tutti costituisce un dolce esempio. In essa riscontriamo l’impegno per una costante riflessione teologica, ma sopratutto la discreta e continua adesione del suo cuore alla volontà di Dio.


Maria abbozza un sorriso invitante che sollecitare ogni grazia al Padre. Figlia, Madre e Sposa è la tutta Santa. Perciò è Madre Purissima, radice feconda dell’Albero del Bene, icona dell’amabilità, ammirata perché fonte di Buon Consiglio e soccorso continuo. Degna di venerazione, esempio da esaltare, scudo potente contro il male, clemente nel comprendere la nostra indole diventa per noi lo specchio della giustizia divina, fondamento della sapienza e sorgente di letizia nell’abbraccio premuroso di chi ha bisogno. Scrigno di tutti i doni dello Spirito, è la mistica rosa, delicata nei suoi profumati petali. In Lei si riassumono le promesse dell’Alleanza, sicuro accesso al cielo, segna la rotta come la stella del mattino, garantendo la salvezza a tutti gli infermi. Consola chi è tentato di perdere la speranza, pronta a sostenerci nei momenti di maggiore difficoltà, quando ci si sente impotenti come una nave nella tempesta.


Ricordi, memorie, volti, situazioni, esperienze, presenze improvvise di persone scomparse o lontane ci affiancano in questo pellegrinaggio di ritorno dal passato ad un arido presente. Maria è a noi sempre vicina: nei momenti esaltanti dell’estasi, come nelle fasi della ricerca delle ragioni della fede, che suscita dubbi, rigetto, insensibilità; sempre con noi, appunto perché l’Odighitria; è la donna che indica la via e descrive il tragitto del viaggio nel Magnificat, celebrazione del Dio dei poveri, degli ultimi, degli umili, degli oppressi, esaltazione dell’impossibile che diviene storia grazie al tocco rigeneratore del dito di Dio.


Ella è piena di grazie perché il Signore è con Lei: presenza costante, compagnia che conferisce vigore, forza che rende vincitori generando la vita, perché consente di far innestare la natura umana nella santità di Dio. Immacolata fin dal primo momento; il Signore è stato sempre con Lei in una comunione di vita senza ombra di peccato, mai soggetta a separazione, mai precipitata nella distanza dell'abbandono.


Dio ha scelto la persona che doveva essere la Madre di Gesù in uno straordinario contesto di avvincente semplicità, di umiltà regale, di doviziosa povertà, di autenticità di vita testimoniata e condivisa con la gente del villaggio in un continuo primato del dono, trasformatosi in solido pilastro della fede.


Il Padre, tramite Maria, ci offre il Figlio, unica speranza in ogni cammino possibile. In una storia di peccatori, intensificatasi per la nostra pretesa di continuare a definire autonomamente dove si trova il vero, il bene, l’utile e il dilettevole distorcendo i rapporti e rovinando l’esperienza dell’amore, Dio non abbandona l’umanità al suo destino, ma vi entra per merito di una donna che schiaccia il capo al nemico, sconfiggendo ogni malvagità; perciò Maria, madre della fiducia, è continua speranza per il mondo.


 “Regina Immacolata Concezione, ora già partecipe della gloriosa visione beatifica, ascolta la nostra preghiera scandita da una corona che descrive la tua gloria. Essa ci lega a te rafforzando la speranza ed incoraggiando la confidenza in un legame familiare che fa gustare il sapore dell’intimità che ha unito saldamente Te a tuo Figlio in una esperienza di lavoro, affetti e reciproca comprensione per la costante attenzione alla volontà di Dio. Perciò non puoi non essere la Regina di tutti noi immersi in un mondo di sangue, dolore, ingiustizia e sofferenze, ma che attendiamo fiduciosi la pace perché l’Agnello si è offerto, ha vinto il male col suo sacrificio e ci ha concesso la sua misericordia, capace del perdono che gli hai sempre insegnato, Tu, sua e nostra amorevole Madre.”


In questa invocazione sono anche gli auguri per il 2015, che sia prospero per tutti e vissuto in gioiosa serenità.

 



Considerazioni di fronte al presepe


Il Bambino campeggia nella nostra chiesa parrocchiale come risposta alle tragiche esperienze dei conflitti che angustiano l’umanità per enfatizzare la centralità dell’Incarnazione come Salvezza. Egli è il fondamento degli auguri che ci scambiamo, icona di profonda umiltà e di estrema povertà, manifestazione della Gloria di Dio nei cieli e di Pace in terra per gli uomini buona volontà. E’ il desiderio di Shalom realizzato, benessere con un preponderante aspetto anche materiale grazie al patto con Dio da cui provengono i doni dell’alleanza, della salute, della benedizione, della felicità, della tranquillità senza turbamento nel pellegrinaggio verso la terra promessa. Da qui l’attualità degli auguri per il Natale e per tutto il 2015 radicati sul Bambino, che si pone agli antipodi dei poteri forti.

Tutti possono comprendere il significato dell’immagine, perfetta catechesi che invita tutti noi al raccoglimento, attratti dalla devota religiosità che promana dalla lettura del fatto storico nel quale oggi si proietta la società. Chi osserva vi trasferisce bisogni concreti ed aspirazioni salvifiche fissate nel realismo idilliaco della dimensione domestica di scene quotidiane. Da qui la rilevanza anche del presepe che quest’anno è stato allestito rispettando a pieno la tradizione napoletana. La scenografia propone il contrasto tra i privilegi dei ricchi e descrive con impietoso realismo i ceti subalterni cogliendo caratteristiche etnografiche e volti, un’attenta indagine psicologica ed esibizione di status.

L’evoluzione del gusto si desume dal modo di proporre agli spettatori la Natività: di solito si presenta Maria seduta e Giuseppe in piedi nella grotta-stalla al centro della scena e animata dall’annuncio ai pastori. Più distante, ma sempre evidente, una taverna ricca di cibi diventa elemento narrativo per descrivere il trionfo di simboli come l’abbondanza, riscatto dalla miseria quotidiana. La grotta è illuminata da teofanie celesti; la scenografia frontale con paesaggio notturno evoca una specie di discesa negli inferi. Lo spazio stimola la creatività personale: pozzo, fontana, mulino, ponte, taverna fanno corona al banchetto rituale; in alto il castello con Erode ricorda i bambini della strage voluta dal tiranno. La lavandaia-levatrice richiama il ruolo svolto nel proto-Giacomo a dimostrare come gli apocrifi siano alla base di leggende e soggetti riproposti da tante opere artistiche.

Anche i cibi serviti hanno funzione cultuale e culturale, sono quelli una volta imbanditi per i morti: semi, mandorle, miele, zucchero, simboleggiati dagli struffoli. Lo stesso capitone fatto a pezzi invita a riflettere sul tempo che si rigenera nel serpente cosmico che si morde la coda secondo la concezione greca. Anche nelle antiche religioni alla fine prevale l’evento salvifico dell’eroe celeste che vince il male ed inaugura la nuova era di pace. Il bambino acquista significato partendo dal termine greco-latino: pais dalla radice pau, cioé piccolo, pauper, paucus, parvus, paulus, puer, pusillus, riflesso nel vangelo di Luca, figlio dell’ellenismo e cristiano della koiné, che fa nascere Gesù, il primogenito, non nel serraglio, ma nella mangiatoia della stalla, divenuta grotta naturale con Giustino martire, il protovangelo di Giacomo ed Origene. Luca reinterpreta teologicamente i fatti alla luce dell’Antico Testamento, citato per allusione e con enfasi cristologica nei titoli messianici: è nato il Salvatore (soter), il messia (cristos), cioè il Signore, nella città di David.

La luce costituisce il collante di queste tradizioni e il presepe diventa un libro aperto per leggere vita, morte, inferi amalgamati nel coro intonato dagli Angeli. La rappresentazione della natività si trasforma in un viaggio ed in una visione del mondo interiore della conoscenza comunicato mediante una gestualità culminante nell’orante a mani protese. E’ la sacralità epica espressa da Benino, il pastorello dormiente nella scenografia posto in alto per invitare al cammino verso la grotta e l’incontro col Bambino. Il pastore delle meraviglie, abbagliato dalla rivelazione, riassume ruolo e significato del presepe tradizionale. Nel far memoria del fatto storico avvenuto ai tempi di Augusto sperimentiamo il memoriale della speranza salvifica perché il Natale è tempo di rinascita per un popolo oppresso da potenti arroganti. Nell’oscurità di un quotidiano di sofferenza e d’ingiustizie, l’uomo appare solo e privo di meta, bisognoso della rivelazione divina, particolarmente provvida nelle quattro notti fondamentali dell’azione di redenzione: quella della creazione, dell’alleanza con Abramo, della libertà nella Pasqua di Mosè e la messianica. Perciò, all’esperienza della notte farà seguito quella della luce continua dell’ottavo giorno.

Ma dove trovare tutto ciò? In una mangiatoia dove è adagiato un bambino in fasce! Mistero del Natale! Evidente lo scarto tra la grandezza del dono e la piccolezza del segno che lo incarna; perciò è difficile vivere con coerenza questa festa. Si è disposti a dire sì alla luce, ma il pellegrinaggio interiore per vedere un bimbo e cambiar vita costituisce una pretesa eccessiva se non si prova la gioia garantita dal vero spazio di Betlemme. Mangiatoia e campo dei pastori, sedi provvisorie di un quotidiano di miseria, diventano fecondo centro di speranza se preparano alla lezione del Natale, alla gratuità e allo stile di Dio, pronto al dono per pura bontà, senza cerimoniali di reciprocità perché l’amore trinitario esalta l’unilateralità del Natale.

Finché si vive nell’egoismo, fermi ad un mondo senza Cristo come dimostra lo spreco di miliardi in armi e divertimenti mentre i bimbi morti di fame continuano ad essere milioni, il Natale al massimo appare una tregua di buonismo. Torniamo a Betlemme per gustare umiltà e mitezza, per apprezzare la povertà come libertà di fronte all’idolo danaro. Cerchiamo il piccolo Gesù per dare concreta speranza agli auspici di serenità degli auguri che ci scambiamo. Un Bambino povero, mite, crocefisso sfida e vince i potenti; Dio è abituato a vincere in questo modo: in una grotta Egli ristabilisce l’equilibrio tra Cielo e Terra e dona a chi spera nell’amore la possibilità di ricominciare.  Buon Natale!




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