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L'esortazione apostolica "Amoris laetitia"  




La prodigalità della misericordia

La pagina del vangelo proposta e che fa da sottofondo alla liturgia domenicale prende le mosse dal contesto evidenziato dai verbi mormorare e cercare chi é perduto. Il primo descrive la predisposizione dell’uomo a contestare Dio quando non soddisfa i suoi capricci infantili; perciò si costruisce il vitello d’oro, simbolo di tutte le idolatrie. La parabola prende le mosse dall’esperienza che accomuna tutti noi pronti a desiderare non il bene, ma a pretendere i beni del Padre. Questi lascia fare e attende paziente; nel suo cuore domina amore e rimpianto, non è mai indifferente o distratto rispetto al figlio che manifesta un barlume di ravvedimento.

Le tre parabole riportate da Luca nel capitolo XV del suo vangelo sono tre piccoli monumenti della letteratura mondiale, da secoli ispiratori dell’arte e trama di racconti che sintetizzano le dinamiche espresse poeticamente dal Cantico dei Cantici: l’io amato e perduto coinvolto di nuovo nell’abbraccio vivificatore dell’amore di Dio. Soprattutto condannano la pressione religiosa sulle coscienze ricorrendo al senso di peccato inteso come perdizione, perversione, traviamento meritevole di castigo. Sentimenti di colpa tormentano emarginando; Gesù li combatte mostrandosi amico dei peccatori e dei perduti, pronto a condividere con loro l’esperienza della misericordia di un Padre che ha due figli. Un giorno, il più giovane e ne va in cerca di felicità nelle cose che il denaro gli può procurare, ma trova il vuoto e precipita nella condizione di servo. Ritornato in sé, si mette in cammino verso casa non per amore ma per fame. Al Padre non importa il motivo, basta un primo passo; perdona anticipando le scuse. Egli ha scrutato l’orizzonte in attesa, con prontezza è corso incontro e con generosità fa preparare la festa alla quale invita anche l’ubbidiente ma infelice primogenito, il quale si sente servo e non figlio. La predisposizione al perdono lo scandalizza; la considera una debolezza rispetto alla pretesa di essere esempio di gelida osservanza della legge, dimentico che, mentre il fratello minore “rientra in se stesso” e si converte, egli rimane cocciutamente radicato in una falsa virtù, senza speranza perché incapace di gioire per il ritrovamento di chi si era smarrito, per il ritorno di chi precedentemente aveva sbattuto la porta protestando.

Il Padre della parabola è immagine di un Dio eccessivo, prodigo di amore esagerato nel suo atteggiamento verso una umanità perduta, situazione che Luca riassume nelle parabole della pecora perduta, della moneta perduta e del figlio perduto, momento centrale dell’insegnamento di Gesù, pronto non solo ad accogliere i peccatori, ma perfino a sedere a tavola con loro, gesto di partecipe amicizia che scandalizza farisei, scribi e sacerdoti, ribellatisi perché vedono pericolosamente ridimensionata la portata del loro potere di controllo delle coscienze. Infatti, riconoscono solo il Tempio come luogo dove poter incontrare Dio, affidano alla Legge da loro interpretata la possibilità di compire buone azioni, ai sacrifici degenerati in ossessiva ritualità, alla penitenza come gesto esteriore per nulla meritorio. Gesù smantella questi sterili recinti per insegnare che s’incontra Dio nella vita di ogni giorno. Egli assegna significato salvifico ad ogni gesto, persino alla paura dell’anima smarrita, al senso d’inutilità di chi si percepisce moneta senza valore, alla fame di cose del figlio prodigo, nostalgico dell’amore sperimentato a casa ora che da lontano finalmente ne coglie la portata.

Tutto ciò non ha valore per i moralisti di ogni epoca, ma Gesù senza esitazioni mostra che Dio è l’amico sempre vicino agli smarriti perché pronto ad abbracciarli. Le tre parabole descrivono appunto la dinamica della perdita e del ritrovamento, ricordando che Dio è alla ricerca dell’uomo, ne ambisce la relazione positiva e prova una grande gioia quando lo trova. Anche se l’anima smarrita non ha fatto ancora il passo definitivo verso di Lui, Egli è pronto a caricarsela sulle spalle perché è un Dio pastore, come la donna di casa non bada ai graffi lasciati dalle esperienze della vita; invece, condivide il crescendo di gioia, di contentezza, di felicità che unisce cielo e terra coinvolgendo amici e vicini.
 

            
                                                                       
                                                                                                                                                                                                                                       


                                                                                            


 

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